Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
“HA CREATO UNA ENORME ASPETTATIVA, MA NON SI ESCE DAI GUAI CON IMPROVVISI MIRACOLI”
Renzi ha preso il 40%? “Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto”.
Così l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani a Dimartedì, in onda questa sera su La7. L’ex segretario Pd non ha risparmiato affondi nei confronti del premier: “Dall’entourage di Renzi mi vogliono spiegare, a me, come si sta in un partito. Ma vorrei chiedere: dove sta scritto nel programma di cancellare l’articolo 18?”.
L’articolo 18, ha proseguito. “non è certamente un simbolo ma un suo aspetto simbolico sicuramente lo ha: non si può buttarlo via perchè il lavoro non può essere inteso totalmente solo come salario ma è anche diritti e dignità delle persone. Il lavoro, ha detto ancora Bersani, “si dà con gli investimenti e servono regole precise per l’occupazione”.
Renzi, ha continuato l’ex segretario Pd, “è svelto, intelligente, impaziente” ma deve avere “un rapporto più colloquiale e meno aggressivo”.
Anche perchè “non usciamo dai guai con improvvisi miracoli”.
Il presidente del Consiglio, ha continuato Bersani, “ha creato un’enorme aspettativa e ora deve cominciare a tirare qualche somma”.
Sul fronte economico, ha proseguito, “a fine anno saremo ancora con il segno meno ed è troppo facile dire che la soluzione sono i tagli alla spesa pubblica”.
Quindi Bersani ha ripreso, con ironia, uno degli slogan più famosi del premier: “Leggo che avrei chissà quale obiettivo, di stare lavorando per chissà quale piano. A Renzi e agli altri dico, state sereni. Serenità veramente…”.
Sul Jobs Act infine ha messo in guardia su possibili alleanze con Forza Italia: “Si parla con tutti. Ma la parola patto è troppo stretta. Non c’è alcun motivo, nè politico nè numerico, per rivolgersi ad altri”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Bersani | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LA LISTA DEI TRANSFUGHI E’ DA TEMPO SUL TAVOLO DI BERLUSCONI: REGISTA DELLA TRATTATIVA E’ MICCICHE’
Nomi di peso, come Renato Schifani e Antonio Azzollini. 
Peones e portatori di voti, come Antonio D’Alì, Tonino Gentile e Maurizio Bernardo. Una lista di quindici nomi è già sul tavolo del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Quindici fra senatori e deputati pronti a lasciare la sede di via del Tritone del Ncd per tornare fra le braccia del padre.
“Un’operazione — spiega al IlFattoQuotidiano.it un senatore forzista — che va avanti da tre mesi e che di fatto cambierebbe il quadro politico”.
Al punto che in Transatlantico qualcuno conviene nel dire, forse con un pizzico di cattiveria, che la creatura del ministro dell’Interno “farà una fine peggiore di quella di Scelta Civica”.
Esperienza finita, insomma? Battute a parte, da giorni Silvio Berlusconi, tornato a fare il presidente del partito “a tempo pieno”, lavora in questa direzione in una trattativa con i dissidenti “alfaniani” che sarebbe stata portata avanti dal capogruppo al Senato Paolo Romani.
Con il contributo “prezioso” di una vecchia volpe forzista del ’94, come Gianfranco Miccichè, che si starebbe muovendo fra le varie regioni dello stivale, in particolare nelle regioni del sud.
“Un lavoro certosino”, spiegano i bene informati, in cui un animale da palazzo, come Romani, avrebbe avuto il compito di raccogliere i malumori presenti all’interno del gruppo parlamentare di Palazzo Madama.
Malumori che si sono manifestati anche nei giorni convulsi dell’elezione dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici della Consulta.
Con assenze di peso, secondo alcuni “tattiche“, che hanno acceso più di un campanello di allarme nell’entourage dell’ex delfino del Cavaliere.
Al punto che occorre riportare indietro le lancette per comprendere lo stato di salute di Ncd.
Per l’appunto, occorre tornare all’assemblea nazionale del partito dello scorso luglio allo Spazio Novecento della Capitale.
In quell’occasione, infatti, non si arrivò allo strappo per la mediazione di Angelino Alfano, che riuscì a contenere i dissidi interni, tenendo insieme un’assemblea che gli stava per sfuggire di mano.
Ma le cronache politiche di allora certificano e ricordano lo scontro al vetriolo tra la pasionaria Nunzia De Girolamo e la ministra Beatrice Lorenzin.
Scontro che rientrò per ordine di Alfano e del coordinatore nazionale Quagliariello, ma che rimase ad accompagnare i racconti sui dietro le quinte delle riunione a porte chiuse di via del Tritone.
Del resto, il nodo principale — quello che anima il dibattito interno — è sempre, lì, irrisolto.
Un nodo che rimanda alla due anime del partito.
Una filo-berlusconiana (con Nunzia De Girolamo in testa), che crede sia necessario ricucire con Berlusconi per creare un’alternativa al centrosinistra e all’inquilino di Palazzo Chigi.
L’altra metà del campo, invece, ritiene che “siamo in una fase post-ideologica”, e arriva a teorizzare la necessità di un rapporto organico con Matteo Renzi.
A guidare la squadra da questa metà del campo c’è la “renzianissima” Beatrice Lorenzin insieme alla costola socialista di Fabrizio Cicchitto e Maurizio Sacconi — convinti più che mai che si debba entrare a Largo del Nazareno, e addirittura prendere la tessera.
Già , l’ingresso organico nel Pd.
Uno scenario neanche preso in considerazione dalla maggioranza del gruppo di Ncd. Men che meno dagli amministratori locali. Nei territori si soffre, risulta difficile spiegare ai cittadini che “al governo siamo con la sinistra”.
E lo stato di insofferenza è tale che ogni giorno consiglieri comunali o regionali abbandonano la “ditta” alfaniana, preparando lo sbarco in Forza Italia.
Solo la scorsa settimana, in Calabria — regione che nel prossimo novembre tornerà alle urne — l’assessore regionale Nazzareno Salerno e il consigliere regionale Fausto Orsomarso (vicini all’ex governatore Giuseppe Scopelliti ormai in orbita berlusconiana in virtù del rapporto con Jole Santelli, amica di Francesca Pascale n.d.r), si sono autosospesi sostenendo che “esiste una condizione di impraticabilità politica”.
E aggiungendo all’unisono che “abbiamo dovuto verificare un’impostazione verticistica e percorsi che poco o nulla hanno a che fare con i destini della Calabria e tanto invece riguardano i percorsi romani”.
Ma i percorsi romani sono tortuosi: il sentiment sta mutando. Di fatto la lista dei transfughi, come dicevamo sopra, è già agli atti sul tavolo dell’ex Cavaliere.
Una lista che a Palazzo Madama, al momento, annovera: il presidente della commissione Bilancio Antonio Azzollini, i calabresi Giovanni Bilardi, Nico D’Ascola e Piero Aiello, il potentino Guido Viceconte, il campano Giuseppe Esposito, e i siciliani Renato Schifani, Simona Vicari e Antonio D’Alì.
Mentre a Montecitorio, Nunzia De Girolamo, Barbara Saltamartini, Dorina Bianchi, Luigi Casero, Maurizio Bernardo, Filippo Piccone, Vincenzo Garofalo e Raffaello Vignali.
Ovviamente, l’ordine di scuderia degli (ex) alfaniani in orbita berlusconiana impone che le bocche restino cucite.
Tutti muti, guai a svelare la strategia.
Soltanto Renato Schifani, sentito indirettamente da alcune agenzie, avrebbe smentito categoricamente affermando che non abbandonerà il partito, confermando, però, l’esistenza di alcune criticità .
Criticità che rimandano alla mancata nomina di “Renatino”, lo chiamavano così gli ex dc di Palermo, a capogruppo al Senato della nuova creatura centrista, la Costituente popolare, che ancora oggi tarda a decollare.
E, soprattutto, le criticità delle quali parla l’ex presidente del Senato rimandano ai molteplici incontri avvenuti nelle precedenti settimane, in estate in un noto albergo di Cefalu, tra l’ex presidente del Senato e il forzista Gianfranco Miccichè. Ammiccamenti che sarebbero serviti a riavvicinare l’avvocato di Palermo all’inquilino di Arcore grazie all’aiuto di Miccichè.
Quest’ultimo, infatti, sarebbe uno degli uomini da cui ripartirà Silvio Berlusconi per la rifondazione di Forza Italia.
Naturalmente, chi conosce i dettagli della strategia spiega che l’operazione tutelerà anche l’esecutivo di Matteo Renzi.
E affinchè non ci siano contraccolpi numerici al Senato sulla tenuta della maggioranza, ci sono alcune iniziative tese a surrogare numericamente, in particolare i senatori che dovessero ritornare “agli ordini di Berlusconi, per garantire al governo almeno 170 voti.
Giuseppe Alberto Falci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Alfano | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
COI CRITERI STATISTICI VOLUTI DALLA UE IL PRODOTTO DAL 2011 RISULTA PIÙ RICCO DI 60 MILIARDI L’ANNO, IL DOPPIO DELLE STIME… RISULTATO: NON SFOREREMO IL 3%
Dio benedica l’Istat e il nuovo metodo europeo di calcolo del Pil (il cosiddetto Sec 2010), quello che conteggia le attività illegali come droga e prostituzione e, tra l’altro, inserisce i costi di ricerca e sviluppo tra gli investimenti.
Se Matteo Renzi non l’ha pensato è un ingrato: aveva detto che sarebbe stata “robetta” — e gli esperti parlavano di una revisione al rialzo tra l’1 e il 2% — e invece dai dati diffusi ieri il Prodotto italiano nel 2013 coi nuovi metodi di calcolo è risultato più grande di 58,8 miliardi, cioè del 3,8% rispetto a prima (stesse grandezze, all’ingrosso, per il 2011 e 2012).
L’effetto è benefico pure per i conti pubblici, ovviamente: il debito dello Stato al 31 dicembre scorso, ad esempio, cala in rapporto al Pil di oltre quattro punti e mezzo (al 127,9% invece che 132,6); il deficit migliora di 0,2 punti e passa dal 3% al 2,8.
Ovviamente non cambia niente, non siamo davvero più ricchi e come vedremo la recessione è tutt’altro che finita, ma per il governo è un’ottima notizia.
Il Tesoro, infatti, sta riscrivendo il Documento di economia e finanza (Def) proprio coi nuovi criteri statistici e l’effetto sui numeri — anche se per il 2014 non ufficiali — dovrebbero essere gli stessi: lo dice la serie storica Istat col nuovo calcolo (l’aumento nominale è sempre attorno ai 60 miliardi) e alcune indiscrezioni parlamentari.
La cosa non è senza effetti per la vita travagliata di Pier Carlo Padoan e del suo premier: significa che per il 2014 — nonostante il peggioramento del quadro generale — probabilmente non sarà necessaria una manovra per restare sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil (non che Renzi avesse intenzione di farla comunque il Sec 2010 gli regalerà almeno uno 0,2%, tre miliardi e un po’) e una bella mano potrebbe arrivare anche sul 2015.
Tradotto: se vuole confermare gli 80 euro, il taglio dell’Irap e tutte le altre cosette annunciate (a partire dai nuovi ammortizzatori sociali post-Cassa integrazione) deve tagliare sempre 20 miliardi nel 2015 come promesso, ma almeno non farà fatica a tenersi lontano dal rispetto dei parametri di Maastricht (dando per scontato che le previsioni del Fiscal compact, tipo il pareggio di bilancio, rimarranno solo sulla carta intestata di Bruxelles).
I motivi per gioire, però, finiscono qui.
Per quanto attesi, al ministero dell’Economia hanno guardato con terrore ai dati pubblicati ieri (l’Istat dà e l’Istat toglie) sull’industria italiana: il fatturato del settore, a luglio, ha fatto registrare un calo dell’1%, che contribuisce a produrre un calo cumulato per i primi sette mesi dell’anno dell’1,3; sempre a luglio anche gli ordinativi sono risultati in discesa (per il terzo mese di fila) di un rilevante -1,5% con un risultato negativo su base annua 0,7.
Numeri che certificano, anche solo intuitivamente, che il Pil italiano cresce solo grazie ai nuovi metodi statistici, mentre nella realtà la situazione è persino peggiore di quella che l’opinione pubblica e la politica sembrano percepire.
Questi due numeri sono infatti assai più preoccupanti nel momento in cui si scende nei dettagli.
La prima notazione, e forse la più importante, è che tanto il fatturato che le commesse calano sia in Italia che all’estero: il buon andamento delle esportazioni, finora, era l’unica notizia positiva sull’economia italiana di questi ultimi anni. Ora anche la domanda estera crolla.
Il secondo dato notevole è che la dinamica degli ordini all’industria è considerato un dato spia, nel senso che è capace di anticipare l’andamento del ciclo di sei-otto mesi: ebbene quell’indice è in calo da tre mesi.
Spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, il centro studi fondato da Romano Prodi: “Il dato Istat sul fatturato di luglio è in linea con quello, già noto, relativo alla produzione industriale. Inoltre non è solo il mercato interno a flettere: anche quello estero si è indebolito durante l’estate. Più preoccupante è l’informazione sugli ordinativi che prefigurano la tendenza futura”, prosegue De Nardis: “Il calo rilevato in luglio segnala la prosecuzione della fase negativa sul mercato interno e — ancor più — su quello estero.
Questi indicatori sembrano puntare a un terzo trimestre peggiore del secondo.
Essi ci dicono inoltre che la recessione, iniziata a metà 2011, non si è mai interrotta”. E ancora — c’è da aggiungere — non si sono manifestati appieno gli effetti delle sanzioni economiche alla Russia, paese in cui esportiamo abbastanza.
A questo punto bisogna solo capire se arriveranno prima le elezioni o il brusco risveglio degli italiani.
Marco Palombi
argomento: economia | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LE DISCRIMINAZIONI ANAGRAFICHE SONO SEMPRE PIU’ FREQUENTI, ORA A DANNO DEI GIOVANI, ORA DEGLI ANZIANI
L’Italia è unita, gli italiani no. 
Si dividono per tifoserie politiche, per sigle sindacali, per corporazioni.
Li separa la geografia economica, dato che il Pil del Mezzogiorno vale la metà rispetto al Settentrione.
Sui temi etici restano in campo guelfi e ghibellini. Ma adesso s’alza un altro muro, il più invalicabile: l’anagrafe. Quella delle idee, con la crociata indetta dal premier contro ogni concezione ereditata dal passato.
Dimenticando la massima di Giordano Bruno: «Non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova». E quella, ahimè, delle persone. Distinte per i capelli bianchi, anche nel loro patrimonio di diritti.
Da qui la trovata che illumina il Jobs act: via la tutela dell’art. 18, ma solo per i nuovi assunti.
Per i vecchi (6 milioni e mezzo di lavoratori) non si può: diritti quesiti, come ha precisato il leader della Uil.
Curiosa, questa riforma che taglia in due il popolo della stessa azienda, mezzo di qua, mezzo di là .
Riforma parziale, un po’ come una donna parzialmente incinta. Doppiamente curioso, l’appello ai diritti quesiti.
A prenderlo sul serio, quando entrò in vigore la Carta repubblicana avremmo dovuto mantenere lo Statuto albertino per tutti i maggiorenni.
E a proposito della Costituzione.
Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori – di cui l’art. 18 rappresenta un caposaldo – fu salutato come il figlio legittimo dei principi costituzionali.
Così, d’altronde, viene ancora definito nella letteratura giuridica corrente. Poi, certo, non ha senso discutere di garanzie quando manca il garantito: il diritto al lavoro esiste soltanto se c’è il lavoro.
E a sua volta ogni Costituzione può essere applicata in varia guisa.
Anche riconoscendo ai lavoratori licenziati un indennizzo, anzichè il reintegro nel posto di lavoro.
Ciò che tuttavia non si può fare è d’applicare contemporaneamente la stessa norma costituzionale in due direzioni opposte.
Lo vieta la logica, prima ancora del diritto. Tanto più se il criterio distintivo deriva dall’età , di cui nessuno ha colpe, però neppure meriti.
Ma il Jobs act non è che l’ultimo episodio della serie.
Le discriminazioni anagrafiche condiscono sempre più frequentemente la pietanza delle nostre leggi, ora a danno dei più giovani, ora degli anziani.
Così, nel giugno 2013 il governo Letta decise incentivi per l’assunzione degli under 30.
E i cinquantenni che perdono il lavoro? Perdono anche il voto, o quantomeno lo dimezzano, secondo la proposta di legge depositata da Tremonti nel 2012: voto doppio per chi è sotto i quarant’anni. Invece nella primavera scorsa la ministra Madia ha tirato fuori la staffetta generazionale nella Pubblica amministrazione: tre dirigenti in pensione anticipata, un giovanotto assunto.
Dagli esodati agli staffettati. Tanto peggio per i vegliardi, cui si rivolgono però in altre circostanze i favori della legge, dalle promozioni automatiche all’assegnazione degli alloggi popolari, dalle pensioni sociali al ruolo di coordinatore nell’ufficio del giudice di pac(spetta al «più anziano di età »: legge n. 374 del 1991).
No, non è con queste medicine che possiamo curare i nostri mali.
Occorrerebbe semmai una medicina contro ogni discriminazione basata sul certificato di nascita.
Gli americani ne sono provvisti dal 1967 (con l’Employment act), gli inglesi dal 2006. Mentre dal 2000 una direttiva europea vieta le discriminazioni anagrafiche nel mercato del lavoro.
In attesa d’adeguarci, non resta che il soccorso d’una (vecchia) massima: i diritti sono di tutti o di nessuno, perchè in caso contrario diventano altrettanti privilegi.
Michele Ainis
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Costume | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
CAMBIA IL COMMERCIO E IL VOLTO DELLE CITTà€, LE VENDITE CALANO DEL 5-8 PER CENTO, COSàŒ DEVONO ARRENDERSI ALTRI 14MILA NEGOZI E 2.500 RISTORANTI
Serrande abbassate, non è una questione di orario, giorno o stagione, sono abbassate perchè il proprietario non ce la fa più, time out, addio, è stato bello finchè possibile.
Un allarme che sbaglieremmo a considerare affare dei commercianti.
I negozi, soprattutto le piccole botteghe, fanno parte del panorama e dell’identità delle nostre città .
Senza le insegne illuminate, senza le vetrine che ci distraggono e ci accompagnano, si spengono le luci e anche la vita delle strade. Che diventano semplici luoghi di passaggio. Non solo: i negozi sono un presidio che assicura la cura e la pulizia delle vie.
Sono, soprattutto, un fondamentale luogo di incontro . Per parlare, scambiare non solo merci, ma anche notizie sulla vita del quartiere e dei suoi abitanti. Sono un conforto, una compagnia per chi vive in solitudine.
Milano, Torino, Genova, Roma o il Sud Italia, è sempre uguale, secondo Confesercenti i più colpiti sono bar e ristoranti, librerie e negozi di abbigliamento: tra luglio e agosto di quest’anno, per ogni nuova impresa commerciale avviata, ben due sono defunte.
A giugno 2014 più del 40 per cento delle attività aperte nel 2010 ha chiuso e bruciato investimenti per 2,7 miliardi di euro. Un collasso.
Così basta passeggiare per le vie, non solo periferiche, ma anche centrali delle città per scoprire cartelli con su scritto vendesi o affittasi; in alcuni casi si parla di “obsolescenza”, riferito a tutte quelle attività colpite dallo sviluppo del commercio in rete, quindi le agenzie di viaggio, i negozi di musica, home video, le librerie o le edicole (quattro chiusure ogni due nuove aperture).
Alcuni numeri: i ristoranti segnano un meno 2.500, malissimo il commercio in sede fissa (-14mila negozi), il business delle sigarette elettroniche (4 chiusure per ogni nuova apertura), l’abbigliamento (addio a 3300 negozi).
Inutile l’estremo tentativo dei saldi estivi: il Codacons stima che la quota di spesa media mensile dedicata al vestiario dalle famiglie italiane si è attestata dal 2012 al 5 per cento: quasi la metà del 13,6 registrato nel 1992, e che ci poneva, assieme al Giappone, al vertice della classifica mondiale.
Milano
Guai perfino in centro Corso Vercelli, corso Magenta, via Meravigli, avanti fino alla centralissima piazza Cordusio.
Se ne contano 20 di saracinesche chiuse lungo i due chilometri e mezzo di una delle principali direttrici dello shopping milanese.
La crisi c’è ancora: “Gli affitti sono troppo alti per la situazione di oggi”, lamenta la signora dietro al bancone del Food & drink Rossomagenta.
Qualche passo più in là , la parrucchiera sulla soglia del locale guarda a destra e a sinistra: “Qui i negozi aprono e chiudono”. Di fronte, proprio all’imbocco di corso Magenta, la bottega Luxury lingerie non ha superato l’estate: “L’avevano inaugurato appena qualche mese fa”.
Aprono e chiudono, i negozi. Sono più quelli che chiudono, a guardare i dati della Camera di commercio di Milano: a fine giugno 2014 le attività commerciali in città , esclusi bar e ristoranti, erano 12.216: 61 in meno di un anno prima.
Soffrono di più i negozi di abbigliamento (-114), quelli di articoli da regalo e per fumatori (-55, soprattutto per il crollo delle vendite delle sigarette elettroniche), i giornalai (-25) e le cartolerie (-20).
Nemmeno le zone del centro vengono risparmiate. Anzi, qui le chiusure pesano per il 20% su tutte le cessazioni. Chi è fuori dai circuiti più fortunati del Quadrilatero della moda, di corso Vittorio Emanuele e di via Dante non sempre se la passa bene: per 100 metri quadri si pagano anche 100mila euro di affitto all’anno.
Troppo, le vendite non sono più quelle di un tempo. “Il diradarsi di attività è un fenomeno che già da un po’ di anni colpisce le aree meno affascinanti — spiga Alessandro Prisco, presidente di Asco Duomo, associazione di negozianti di 25 vie del centro —. Via Larga è piena di cartelli ‘affittasi’, la seconda parte di via Mazzini è desolante, come l’inizio di corso Italia”.
All’angolo tra piazza Duomo e via Mercanti c’era un negozio di abbigliamento da montagna: via anche questo, s’è trasferito fuori Milano per lasciare il posto a un temporary shop che vende accessori per la cucina.
Due passi in più, di nuovo piazza Cordusio. Poi l’inizio di via Meravigli: aperto il Big’s bar e il negozio di candele Ceratina. Giù le saracinesche della storica cartoleria De Magistris, del centro fitness, della farmacia che da un po’ s’è spostata in un centro commerciale, giù quelle della boutique Ilaria Folli e del negozio di specialità dolciarie regionali, un’istituzione da 50 anni. Resistono un altro bar, la bottega di numismatica e quella di biancheria per la casa. Per ora.
Genova. Meno tre al giorno
“Certi giorni scendo in strada e non riconosco la mia città ”. Annalisa Parodi ha 84 anni, è vedova, se ne sta sulla porta del suo condominio e indica, una per una, le saracinesche abbassate. Poi aggiunge: “Sa, per me che sono sola il negozio era più che un posto dove comprare. Io mi mettevo il vestito bello per andarci. Era un’occasione per parlare, per sentire le notizie del quartiere, per partecipare alla vita degli altri. E se avevo bisogno di qualcosa, se non stavo bene, il macellaio mio amico veniva a darmi una mano. Ma ora anche lui ha chiuso”.
Annalisa abita a Sestri Ponente, storico quartiere operaio di Genova, semplice, ma pieno di dignità e di vita. Oggi nel Ponente soprattutto alcune vie secondarie sembrano le strade di Atene durante gli anni più bui: una lunga fila di saracinesche abbassate. Succede qui e in tutta la città , come dimostrano i dati della Camera di Commercio.
L’anno nero è stato il 2013: 573 aperture e ben 938 cessazioni di attività , per usare un termine burocratico che non racconta i dolori, talvolta i drammi, delle chiusure dei negozi. Alcuni con decenni di vita alle spalle.
Accade nei quartieri meno ricchi, ma anche in quelli più benestanti, come Nervi (dove hanno casa professionisti e giocatori di serie A, per dire): storiche insegne hanno lasciato spazio a banche. Poi anche queste hanno ceduto e sono arrivati i cinesi. Sempre aperti, tutti con la stessa merce. E i genovesi, con meno soldi in tasca, li affollano .
Paolo Odone, commerciante di vecchia data e presidente della Camera di Commercio, la spiega così: “Negli ultimi 5 anni il saldo fra le aperture e le chiusure dei negozi è stato sempre negativo, con un picco di -365 — un negozio in meno per ogni giorno dell’anno — nel 2013. La crisi economica non ha fatto che accentuare una situazione resa già critica dallo “sboom” demografico di una città che aspirava al milione di abitanti e si è ritrovata sotto i 600mila. In questa situazione, le famiglie dei commercianti hanno resistito spesso con il capitale, il cosiddetto fieno in cascina, ma oggi è finito anche quello. E con i prezzi in calo dello 0,2%, una Tari fuori da ogni proporzione e un sistema fiscale insostenibile, a fine anno rischiamo un nuovo tracollo”. Chiudono i negozi, le strade si desertificano. E la città diventa più grigia. I ragazzi a volte si ritrovano nei centri commerciali — con la polemica delle tante Coop fiorite in ogni quartiere — ma anche i colossi stanno male.
A Roma lacrime diffuse
Via del Tritone, a due passi da piazza di Spagna, lacrime per chi si ricorda come era un tempo “qui giravano i soldi, ora siamo dei pezzenti”, parola di negoziante in crisi. Via Merulana, tra Colosseo e piazza San Giovanni, la situazione è anche peggiore, difficile trovare una saracinesca alzata, è ruggine, polvere, malinconia, abbandono.
In periferia, o comunque fuori dal centro, è anche peggio: la vecchia edilizia pensata e voluta da Caltagirone, prevedeva appartamenti sopra, attività commerciali sotto: ora è un perenne cartello vendesi. “Nei primi due mesi del 2014 sono stati chiusi 682 negozi”, raccontano i dati dell’Osservatorio Confesercenti e “nei tre settori di commercio, turismo e intermediazione, dove 451 fanno parte della categoria del ‘commercio al dettaglio in sede fissa’. Detto altrimenti, negozi e botteghe artigiane”. Ma complessivamente la situazione è anche peggiore e racconta di oltre diecimila locali commerciali sfitti o invenduti, con orafi, corniciai e falegnami inseriti nella categoria “Panda”. “Persino i centri commerciali accusano il colpo, mentre le uniche attività che sembrano tener lontano la crisi sono i bar e i ristoranti. Sempre secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato, in nove anni gli esercizi di ristoro nel cuore della Capitale sono passati dai 48 del 2003 ai 153 del 2012. Bar e ristoranti gestiti sì, da italiani, ma che appartengono sempre più a stranieri, cinesi per lo più”. Così è normale vedere a Roma delle saracinesche sollevarsi do notte, un momento, un attimo, e qualcuno varca la soglia solo per dormirci: la tariffa è tra i 30 e i 50 euro a notte, nessuna licenza, solo “un racimolare qualche soldo, sono mesi che cerco di affittare ma niente”, spiega un ex negoziante del centro. Quindi l’escamotage del dormitorio. “Ma se ha chiuso la Ferrari, pensa noi”, insiste. Vero. Soldi al 70 per cento per lo store del Cavallino, uno dei punti di gloria dell’era Montezemolo, ora non più, casse vuote, e nessuna voglia di ripianare, la soluzione è stata quella di mollare.
Napoli ‘a nuttata non passa
A Napoli citano Eduardo De Filippo e dicono: “Adda passà ‘a nuttata”. Ma la nottata del commercio partenopeo è buia e tempestosa. Nei primi sei mesi del 2014, tra Napoli e provincia, hanno serrato le saracinesche 2.244 negozi e 591 tra bar e ristoranti. L’elenco dei caduti vanta nomi illustri. Ha chiuso dopo 50 anni il negozio di abbigliamento De Vito.
Hanno chiuso altri esercizi storici come Buonanno e De Nicola. Hanno svuotato i locali grandi firme come Diesel, in piazzetta Rodinò, Frette, un punto Armani. Alla fine dell’anno scorso ha chiuso dopo 95 anni la libreria Guida a Port’Alba dove acquistava Benedetto Croce e dove intere generazioni si erano rifornite di testi scolastici.
Una recente inchiesta della Procura antimafia, pm Catello Maresca, ha dimostrato che gli interessi dei distributori di cd e dvd vergini e a poco prezzo, grazie all’evasione delle tasse, si saldano con quelli dei clan camorristici che con la pirateria audio-video ricavano ingenti profitti.
Con la chiusura di un altro punto Guida e di Loffredo, l’intero quartiere Vomero, 200 mila abitanti, da dove proviene una nutrita fetta dell’intellighènzia napoletana (a cominciare dal sindaco Luigi de Magistris) è rimasta sprovvista di librerie.
Per fortuna, o purtroppo, c’è Internet. Costrette alla chiusura, con centinaia di dipendenti sul lastrico, le grandi catene di elettronica e prodotti culturali come Eldo in piazza Matteotti, e Fnac.
Nel solo settore dell’abbigliamento il calo in Campania è stato del 10,5%, il peggiore in Italia (dati Federmoda-Confcommercio). Poi quando apre una nuova azienda non bisogna esultare subito.
“Le nuove iscrizioni al Registro delle Imprese sono operazioni finanziarie per mascherare stati di crisi” spiega il presidente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni, “e troppo spesso per agevolare attività illegali, come accade per alcuni ristoranti o negozi di abbigliamento che aprono e chiudono in poco tempo”.
Ricorda il presidente Ascom, Pietro Russo: “Dal 2008 la provincia di Napoli ha perso 11 punti di Pil e 100 mila occupati, il 15% della forza lavoro. Poi ci sono tante criticità tipiche del nostro territorio: la vendita di merci contraffatte negli ultimi 5 anni ha tolto, solo in provincia di Napoli, ben 6 miliardi al circuito dell’economia legale; ed abbiamo una città a brandelli”.
Torino, dopo gli operai le librerie
Le ultime ad andarsene sono le librerie del centro di Torino. Qualche storico negozio lascerà gli spazi in cui stava da decenni: la libreria Zaniboni o la Dante Alighieri non riapriranno, mentre la Paravia si trasferirà in un quartiere meno centrale.
La crisi ha colpito pure i negozi più grandi, come la Fnac che ha chiuso o la Coop che si è trasferita fuori città .
Per rimanere in tema di libri, la trattoria Mama Licia, in passato frequentata dall’editore Giulio Einaudi, ha lasciato le sue cucine per gli affitti troppo alti.
La situazione non cambia fuori dal centro fino alla periferia: che sia il ricco quartiere Crocetta o l’operaia Mirafiori, panetterie, piccoli alimentari, negozi d’abbigliamento e di sigarette elettroniche abbassano le serrande e i locali restano sfitti e invenduti per anni. In città , stando agli ultimi dati della Confesercenti, dall’inizio dell’anno hanno chiuso 543 attività , quasi 1.200 se si considera la provincia.
Nel 2013 non era andata meglio: spariti1.167 negozi, “con un saldo negativo di 181 esercizi in rapporto alle aperture”, stando all’Ascom e alla Camera di Commercio. È il sintomo di una crisi che è cominciata con la Fiat e i suoi operai, ha colpito il suo indotto e, a catena, i consumi e si ripercuote su tutta l’economia.
A dare il colpo di grazia poi sono gli affitti sempre alti, soprattutto nella centralissima via Roma, tanto alti da soffocare anche attività economiche di lusso.
Per abbattere i costi i gestori dello storico emporio alimentare Paissa hanno chiuso il locale di piazza San Carlo tenendo aperti gli altri locali più piccoli e dagli affitti meno alti in via Cernaia e in corso Alcide De Gasperi.
Una libreria che chiuderà i battenti è la Dante Alighieri. Per Mimmo Fogola, che la gestisce insieme al fratello Nanni, il problema non è l’affitto: “La concorrenza delle grandi librerie: sebbene la legge imponga sconti fino al 15 per cento, loro arrivano al 25 per cento semplicemente chiamandole ‘promozioni’”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
I BILANCI DELLE REGIONI NON REGGONO PIU’
Prima era “solo” uno scandaloso privilegio, ora rischia di far saltare le casse delle Regioni. 
Si chiama vitalizio, che vuol dire assegno fino alla tomba.
E finisce in tasca a chi è stato anche per pochissimo consigliere regionale senza che abbia raggiunto i limiti anagrafici, stabiliti dalla legge per tutti gli altri comuni mortali, per l’accesso alla pensione.
Parliamo dei nuovi baby pensionati, qualcuno è appena cinquantenne.
Sono i figli del privilegio decentrato, della devoluzione arbitraria dalle leggi dello Stato. Di una legislazione prodotta dai legislatori regionali per se stessi.
E ciascun Consiglio, un po’ come nel caso dei rimborsi per i gruppi, ha fatto come voleva. Interna corporis, si dice. In questo caso non ha nulla di nobile, non difende l’indipendenza degli organismi eletti democraticamente ma la propria sfacciataggine.
Ogni anno i quasi 3.200 vitalizi pesano sui bilanci regionali per circa 170 milioni.
Solo un po’ meno di quanto costi (circa 200 milioni) al Parlamento nazionale sostenere gli ex onorevoli che contro qualche recente ritocco ai vitalizi hanno peraltro presentato più di venti ricorsi per nulla destinati all’insuccesso.
Ormai ci sono Regioni in cui le uscite per pagare i vitalizi agli ex consiglieri (o agli eredi) superano il costo dei consiglieri in carica.
In Veneto, per esempio, servono 11,2 milioni per erogare i 226 vitalizi, compresi quelli di reversibilità , contro i 9,1 milioni per le indennità dei consiglieri attivi.
Tra gli ex consiglieri ci sono Giancarlo Galan (3.749,63 euro netti mensili), Massimo Cacciari (1.935,30), Flavio Zanonato (1.934,84)
È una spesa che si è impennata negli ultimi anni, se si pensa che nel 2005, quella veneta era intorno agli 8,5 milioni.
Una dinamica inarrestabile, che fa paura perchè effettivamente le assemblee hanno esagerato.
Solo nel Lazio (la Regione che permette ancora il pensionamento a 55 anni e di calcolare l’indennità considerando anche la diaria, cioè la spese per i trasferimenti quotidiani) si stima che i vitalizi passeranno dagli attuali 270 a 314 nel 2016.
È quasi impossibile fare una media nazionale delle indennità .
Ne “La casta invisibile delle Regioni”, Pierfrancesco De Robertis scrive che in media, con una consiliatura, si prendono 2.500 euro al mese, che salgono a 4.500 con due. Per gli ex governatori si superano i 5 mila euro
Dunque, si corre ai ripari. Perchè non è stata sufficiente l’abolizione dei vitalizi per il futuro e iltendenziale adeguamento soft alle leggi generali imposta ai Consigli regionali dal governo Monti sotto la spinta dell’emergenza finanziaria.
Ora sotto tiro sono i vitalizi in essere, quelli protetti dai presunti diritti acquisiti.
Che Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, definisce «privilegi acquisiti». Prima di entrare al governo, Zanetti ha presentato una proposta di legge costituzionale (la numero 1978) per tagliare i vitalizi (non solo quelli futuri) dei consiglieri regionali e dei parlamentari e mettere un tetto ai loro emolumenti
Una legge costituzionale proprio per aggirare l’ostacolo dei diritti acquisiti.
Scelta Civica, il partito di cui fa parte Zanetti, ha ottenuto che la proposta di legge sia esaminata, non rimarrà nei cassetti del Parlamento. Questo costringerà tutti a uscire allo scoperto, governo compreso. Il premier Matteo Renzi, d’altra parte, ha parlato più volte della necessità di abolire i vitalizi. Non solo per una questione di spending review .
La proposta Zanetti stabilisce che per poter maturare il diritto al vitalizio si debba avere almeno 10 anni di mandato consecutivi o quindici non consecutivi e che prima di ottenere l’assegno si debba aver compiuto «l’età prevista per la corresponsione della pensione di vecchiaia dalla normativa di volta in volta vigente per la generalità dei cittadini».
Ma c’è di più: questi requisiti varrebbero retroattivamente e dunque verrebbe sospesa l’erogazione del vitalizio a chi non li ha maturati.
Si vedrà quale fortuna avrà la proposta di legge, di certo anche le Regioni hanno capito che bisogna intervenire sul pregresso.
Lo ha già fatto il Trentino che ha chiesto ai suoi venti “pensionati di platino” di restituire complessivamente ben 29 milioni, perchè gli assegni sarebbero stati calcolati male.
Così a Mauro Delladio, Forza Italia, ex leghista, è stata chiesta la restituzione di oltre 460 mila euro. La Lombardia si prepara a varare una legge che introduce un contributo di solidarietà crescente con l’aumentare dell’importo.
Il Lazio premierà anche Er Batman Franco Fiorito: vitalizio a cinquant’anni se non sarà condannato. Perchè alla Pisana con cinque anni di mandato si prende l’assegno.
E il Lazio dà anche il vitalizio di trattamento non può essere messa in discussione. Privilegio chiama privilegio.
Ora però si pensa di tornare con i piedi per terra: vitalizio a 65 anni, contributo di solidarietà e divieto di cumulo.
Già perchè, finora, i vitalizi si cumulano ad altri redditi. Per non farsi mancare nulla. Of course.
Roberto Mania
(da “La Repubblica”)
argomento: la casta | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
PRESENTATO EMENDAMENTO IN DIFESA DELL’ART.18 SOTTOSCRITTO DA 40 SENATORI PD… AL SENATO IL MARGINE DELLA MAGGIORANZA E’ SOLI 12 VOTI
“Oltre le più rosee aspettative”. Quando lo zoccolo duro della minoranza del Partito democratico fa circolare fra i colleghi il testo degli emendamenti presentati sul Jobs act, i fogli che gli ritornano in mano sono pieni zeppi di firme. “Vanno dalle trenta alle quaranta”, spiega Miguel Gotor.
Una cifra confermata da Maria Cecilia Guerra. L’ex sottosegretario dei governi Monti e Letta, è la prima firmataria dei sette aggiustamenti richiesti alla delega del lavoro.
Modifiche che vanno dall’altolà alla sospensione dell’articolo 18, all’obbligo per l’esecutivo di emanare i decreti sulla riforma degli ammortizzatori sociali prima, o comunque contemporaneamente, a quelli che modificheranno le tipologie contrattuali. “Non si può tirare dritto su quel che non costa niente – commenta uno dei firmatari – e tirarla per le lunghe laddove le misure di riforma comportano oneri per le casse dello stato”.
Nessuna novità sostanziale nel dibattito interno ai Democratici. Nè si prospetta all’orizzonte un effetto ostruzionismo così come è stato per la riforma del Senato.
Da Sel sono in arrivo circa 300 emendamenti, dal Movimento 5 stelle un centinaio (“Tutti sul merito – spiega Nunzia Catalfo – quel che ci interessa è modificare un testo improponibile, che non è una vera riforma ma un semplice abbassamento delle tutele esistenti”), Forza Italia ne presenterà qualcuno di meno, il Nuovo centrodestra nessuno, “per favorire l’approvazione rapida del testo”.
Siamo lontanissimi dalle oltre settemila modifiche – e il conseguente caos parlamentare – avanzate sulle riforme costituzionali.
Il problema, in questo caso, agli occhi di Palazzo Chigi è tuttavia più grave.
Potendo contare su una dozzina scarsa di voti di maggioranza a Palazzo Madama, al governo basterebbe che la metà dei senatori dissidenti alzassero il semaforo rosso alla delega sul lavoro per andare sotto.
Rendendo così necessari – al jobs act come anche alla sopravvivenza stessa del governo – il soccorso di Forza Italia.
Uno scenario che non piace a Matteo Renzi, ancora meno alla minoranza interna, che nei giorni scorsi ha parlato di “conseguenze politiche” nel caso di maggioranze variabili.
La Guerra, la cui competenza sulla materia è ampiamente riconosciuta a Palazzo Madama, spiega che “l’obiettivo comune è quello di migliorare la delega, con un’ispirazione comune di tutti i firmatari ad un atteggiamento costruttivo”. Parole serafiche, volte a non alzare il livello dello scontro.
Ma i sette emendamenti parlano da soli, e si descrivono come mine inaccettabili nell’impianto immaginato da Renzi e da Giuliano Poletti.
“È sbagliata l’ipotesi che i nuovi assunti non arrivino mai a godere delle stesse tutele che ha chi ha già un contratto”, spiega la Guerra.
Niente modifica dell’articolo 18, dunque, come recita l’emendamento relativo: “Previsione che ai nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti le tutele del contratto a tempo indeterminato vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge siano riconosciute in relazione all’anzianità di servizio, con il pieno godimento delle stesse a partire dal quarto anno di assunzione”.
Dunque tre anni di apprendistato con tutele di tipo economico, poi entrata a regime dei paracaduti esistenti, inclusa la riassunzione in caso di licenziamento per giusta causa”.
Cruciale anche il passaggio in cui si chiede l’emanazione dei decreti che riformeranno le tipologie di contratto “comunque non prima dell’emanazione dei decreti di cui all’articolo 1, comma 1, e all’articolo 2, comma 1”.
Un linguaggio tecnico che tradotto significa: prima le misure per rinforzare gli ammortizzatori sociali e rendere efficienti i centri per l’impiego, solo poi mettere mano ai contratti dei lavoratori.
L’ex sottosegretario spiega anche che “c’è la necessità di chiarire gli interventi che semplificano i contratti precari. Serve una drastica riduzione, ma nella delega di questo non si parla, si accenna semplicemente a una ‘eventuale semplificazione'”. “Inoltre – prosegue – si vuole ampliare il ricorso ai voucher, ma il rischio è che questa formula sostituisca in questo modo le forme di contratti precari odierni”.
Insomma, solo sette emendamenti, ma che pesano come macigni.
E che hanno riscosso tra gli uomini del Nazareno un tale consenso da poter mettere seriamente in difficoltà la maggioranza a Palazzo Madama.
Anche per questo, Alfredo D’Attorre e Stefano Fassina hanno chiesto un incontro con la maggioranza renziana: “Si arrivi in direzione con un documento di sintesi, non si pensi chiedere un voto a maggioranza e, magari, utilizzare provvedimenti disciplinari per far valere la disciplina di partito”.
Altrimenti, il sottinteso, l’unico anello di congiunzione tra Renzi e il suo Jobs act rimarrà il soccorso azzurro.
Con tutte le conseguenze politiche che ne deriverebbero.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA IN CARCERE AL PENTITO GAETANO VASSALLO, “MINISTRO” DEI CASALESI
“Quando aprimmo la cisterna il liquido bruciava ogni cosa, al contatto le plastiche friggevano. Abbiamo
scaricato milioni di tonnellate di rifiuti tossici ovunque possibile. Non ho mai messo un telo di protezione, non ho mai avuto un controllo, pagavamo e vincevamo sempre noi”.
Un racconto freddo, tanto chirurgico quanto inquietante.
Poche parole: la fotografia del disastro di una terra.
A parlare al Fatto Quotidiano è il pentito Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan dei Casalesi, protagonista di quei traffici illeciti che, per anni, hanno trasformato aree della Campania in pattumiera del Paese.
C’è un primo equivoco da chiarire e Vassallo aiuta a farlo: “Quando è arrivato il commissariato di governo per gestire l’emergenza rifiuti, nel 1994, la musica non è cambiata”.
E ricorda: “Venne a parlarmi il boss Feliciano Mallardo e mi disse: ‘Cumpariè dobbiamo fare i lavori presso la discarica di Giugliano, volete lavorare?’; io rifiutai e scelsero un’altra ditta del clan”.
Di imprenditoria criminale in imprenditoria criminale, una linea di continuità anche quando lo Stato si commissaria per escludere la camorra dal ciclo.
Da metà anni 80 al 2005, vent’anni di veleni tossici disseminati ovunque e di gestione criminale del ciclo dei rifiuti urbani e industriali.
Il ventre della terra ha digerito ogni cosa: fanghi industriali, ceneri degli inceneritori, residui farmaceutici, acidi, calce spenta, scarti di bonifica, veleni a milioni di tonnellate.
In due decenni un fiume di pattume si è riversato nel cuore fertile della terra campana.
Ma questa è la storia criminale di un ex agente dello Stato, ritrovatosi imprenditore in una terra senza legge, in un settore senza controllo, dove i soldi tracimavano a valle.
Dal nulla diventato referente dell’imprenditoria affaristica per abbattere i costi di smaltimento degli scarti industriali del nord produttivo.
Vassallo, con le sue dichiarazioni, consegnate ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Giovanni Conzo, Maria Cristina Ribera, Alessandro Milita — il pool coordinato dall’aggiunto Giuseppe Borrelli — descrive l’inferno, le coperture politiche, i rapporti con la massoneria di una cricca di imprenditori al soldo della camorra.
Vassallo è il grande accusatore di Nicola Cosentino, l’ex sottosegretario all’Economia di Forza Italia, finito sotto processo per camorra, e di Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, destinatario di una misura cautelare, annullata dal Riesame.
Incontriamo il pentito in carcere, accompagnato dall’avvocato Sabina Esposito.
Il collaboratore sta scontando una condanna per l’affare Ce4, il consorzio di bacino che aveva come braccio imprenditoriale i fratelli Orsi, legati ai Casalesi, e referente politico Nicola Cosentino.
E la politica piaceva tanto anche a Vassallo.
“Io negli anni ottanta ero del partito socialista, facevo le riunioni con Giulio Di Donato, organizzavamo le campagne elettorali. Io, quando potevo finanziavo il Psi. Come imprenditore vicino al partito ho fatto anche incontri a Roma alla presenza di Bettino Craxi. Furono gli anni in cui conobbi Luigi Cesaro, Giggino ‘a purpetta. Eravamo della stessa corrente”.
Finito il sogno socialista, Vassallo cambia bandiera: “Passo a Forza Italia, sono stato anche iscritto al partito, ho fatto tessere, sostenuto campagne elettorali, ma noi facevamo affari con tutti, destra e sinistra”. I partiti a Vassallo son sempre piaciuti, perchè questa storia è anche e soprattutto la fotografia di un intreccio tra clan, impresa, professioni e mondo politico.
Ma è un racconto che inizia da lontano.
L’agente che diventa imprenditore
Vassallo si è deciso a parlare dopo aver ascoltato ex collaboratori e altre figure, raccontare questa storia per sentito dire infarcita di strafalcioni e false piste.
“Io ho visto tutta la schifezza che abbiamo sputato nella terra. Una volta scaricammo fanghi, liquidi che erano scarti di lavorazione di un’industria farmaceutica.
Poco dopo i ratti si sono estinti, sono spariti”. Immagini dall’orrore. Un’organizzazione criminale che ha risolto la crisi rifiuti toscana prima, della provincia di Roma poi e offerto soluzioni economiche alle imprese del nord, agli impianti che dovevano smaltire.
Il capitalismo aveva trovato nell’imprenditoria di camorra lo sbocco per ridurre i costi di smaltimento del pattume industriale.
A prezzo della salute di un popolo, in un’area quella di Giugliano, in provincia di Napoli, dove una perizia consegnata alla Procura, fissa per il 2064 la morte di ogni forma di vita.
“Mi vergogno, avrei dovuto pentirmi prima”. Lo fa nell’aprile del 2008.
“Avevo paura. Quando il killer Giuseppe Setola è uscito su Castel Volturno ha cominciato a fare i morti. Un componente del clan mi disse che non era controllabile. Così mi sono pentito. Non ce la facevo più. Ho cambiato vita, allo Stato ho consegnato tutte le mie ricchezze”.
In quell’anno Setola e il suo gruppo di fuoco hanno ammazzato anche Michele Orsi, imprenditore che aveva iniziato a fare dichiarazioni ai pubblici ministeri, ma non era un pentito. “Sergio e Michele Orsi erano legati al clan. Prima dell’ omicidio di Michele avevo detto agli inquirenti che sia Sergio che Michele erano stati designati perchè non avevano mantenuto gli accordi con la camorra. Il clan gli aveva fatto la cartella (aveva stabilito di doverli ammazzare, ndr). Dovevano morire e il clan mantiene gli impegni. Gli Orsi avevano tanti amici, funzionari, imprenditori, erano in rapporti anche con un magistrato”.
Vassallo ricorda l’inizio di questo horror didistruzione,morteeterrastuprata. “Ha iniziato mio padre, non sapeva neanche scrivere. Le carte le compilavano gli amici sul comune. Teneva la cava di pozzolana, rimanevano grosse buche. Un conoscente gli ha suggerito di buttarci i rifiuti. In quel periodo io facevo l’agente di polizia penitenziaria, l’ausiliare, mi sono congedato nel 1980, l’anno della strage di Bologna. Tornai a casa”.
È l’inizio della grande mattanza
“Dopo due anni fondai la prima società . Fino ad allora, abbiamo gestito appalti con gli enti pubblici per svariati milioni al mese senza partita iva, senza ditta, senza niente”.
Le discariche, non solo la sua, venivano gestite così: “Non abbiamo mai messo un telo di protezione, il percolato finiva in falda, non c’era neanche una vasca di raccolta, bruciavamo i rifiuti per liberare spazio, facevamo quello che volevamo”.
Il percolato, liquido inquinante, risultato della decomposizione dei rifiuti organici, inquina le falde, stupra la carne viva della terra.
“Presto cominciammo anche con gli speciali, la Regione mi autorizzò allo smaltimento anche di quelli”. È l’inizio dell’eldorado quando la consorteria criminale scopre il business dei rifiuti dal nord, prima quelli dei Comuni, poi quelli industriali. La discarica di Vassallo, a Giugliano, Comune in provincia di Napoli, si trasforma in un girone dell’inferno così come gli altri buchi, nei dintorni, sotto l’egida assoluta dei clan.
E i controlli? “Ci davano tutte le autorizzazioni di cui avevamo bisogno, chi doveva controllare era a nostro libro paga”.
L’assenza totale di verifiche e monitoraggi
“In provincia le autorizzazioni le dava l’assessore Raffaele Perrone Capano dei liberali (arrestato nel 1993, condannato in primo grado, poi assolto per falso e prescritto per corruzione e abuso d’ufficio, dal 2001 è stato reintegrato come professore alla Federico II). Ci dava indicazioni che non rispettavamo mai. Io davo i soldi a Perrone Capano, i contributi per il suo partito. A volte li davo a lui, altre volte al suo autista”.
I boss benedicono l’affare
L’ombra della P2 “Io sono stato l’imprenditore dei rifiuti per conto di Francesco Bidognetti”. Gaetano Vassallo era il ministro dei rifiuti dei Casalesi, il responsabile degli scarichi tossici agli ordini di Bidognetti, Cicciotto ‘e mezzanotte, il capo assoluto del clan, oggi rinchiuso al 41 bis. L’ex agente, diventato imprenditore, conosce la camorra in quegli anni di gloria.
“La faccia della camorra l’ho conosciuta con Santo Flagiello, che faceva la latitanza a casa mia. Poi il primo incontro con il boss Francesco Bidognetti. Mi disse: ‘Tu mi rappresenti in questo affare’”.
La struttura organizzativa era molto semplice. “C’erano le società commerciali che si occupavano dell’intermediazione e del trasporto tutte controllate da Gaetano Cerci, camorrista, nipote del boss Francesco Bidognetti, che aveva la società Ecologia 89. Poi c’erano tre imprenditori, io, Luca Avolio e Cipriano Chianese che avevamo le discariche”.
I colletti bianchi dei Casalesi, proprio Gaetano Cerci è stato nuovamente arrestato qualche giorno fa con l’accusa di estorsione.
Vassallo continua: “Utilizzavamo le certificazioni che avevamo, anche se le discariche erano esaurite. I rifiuti ufficialmente venivamo smaltiti nei nostri impianti, ma finivano nei campi, sotto la Nola-Villa Literno, nei terreni incolti, in altre cave. Tutto senza controllo”.
La rete era estesa. Vassallo ricorda un’altra presenza costante in questo affare: la massoneria. “Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti”.
Nel 2006 la procura di Napoli chiese addirittura l’arresto di Licio Gelli, il gip Umberto Antico negò la misura.
I pm scrivevano: “I rapporti preferenziali tra Gaetano Cerci e Licio Gelli appaiono poi assolutamente certi, essendo riferiti da Schiavone, De Simone, la Torre, Quadrano, Di Dona, sia de relato che per scienza diretta”.
Ora arrivarono anche le parole di Vassallo, ma Gelli da quella indagine ne è uscito pulito.
Un altro che conta era Cipriano Chianese, avvocato, imprenditore, sotto processo per disastro ambientale e collusione con i clan. Chianese, nel 1994, si candidò con Forza Italia, ma non fu eletto.
“Chianese è stato l’ideatore dell’organizzazione. Aveva conoscenze importanti, era amico di un generale dei carabinieri . A Chianese lo stato ha preso solo una parte dei beni, molti soldi li ha macchiati (nascosti, ndr)”.
Il sistema rodato era soldi in cambio dell’appalto.
A Vassallo chiediamo se negli anni di rapporto con i politici, tra mazzette e collusioni, ne ha mai trovato uno che si è opposto. “No, non ho visto nessuno opporsi”.
Milioni e veleni anche dal Nord
E dal nord produttivo, dalle aziende del Paese arrivava di tutto. “Abbiamo scaricato le ceneri degli inceneritori del nord, gli scarti dell’Italsider di Taranto, la calce spenta dell’Enel di Brindisi e di Napoli, i fanghi industriali, gli scarti tossici proveniente dalla bonifica dell’Acna di Cengio, gli acidi, tonnellate di rifiuti dalle aziende del settentrione.
Di certo posso dire: non abbiamo scaricato i rifiuti nucleari”.
E cita le aziende come “i Bruscino che trasportavano gli scarti di lavorazione dell’Enel, la ditta Perna Ecologia”, un lungo elenco di aziende che hanno scaricato veleni per anni. Le imprese produttrici non si preoccupavano di dove andava, a prezzo stracciato, il loro pattume tossico. Contattavano gli intermediari, i trasportatori, e i carichi partivano.
Quando gli chiedi l’ammontare dei rifiuti scaricati, Vassallo allarga le braccia e scuote la testa.
Il principio ispiratore era uno soltanto: non si rischiavano niente in un Paese, l’Italia, dove a distanza di anni la maggior parte dei processi per delitti contro l’ambiente finisce in prescrizione. Basso rischio e palate di soldi. Vassallo spiega: “Io solo per il trasporto dei rifiuti dalla Toscana, andavo a prendere 700 milioni di lire al mese. In Campania guadagnavo 10 miliardi di lire ogni anno solo per l’affare dei rifiuti solidi urbani, raccolti nei comuni dell’hinterland”.
Poi c’era il traffico dei rifiuti tossici, occultati sotto quelli domestici.
“Un pozzo senza fine. Guadagnavo 5 milioni di lire a carico, al clan davo 10 lire al kg, ma li fottevo sul peso e sugli arrivi. Ogni giorno arrivavano anche 30 camion . Una cosa come 150 milioni di lire ogni santo giorno. Si iniziava a scaricare alle 4 del mattino, c’era una fila di camion dalla discarica fino alla strada”.
Fotteva i clan Vassallo e, quando occorreva, usava le buche di Stato grazie a buoni amici. Vassallo ricorda quello che poteva diventare lo spartiacque, il momento di cesura di questo orrendo spartito criminale: il 1993.
“Fummo arrestati tutti nell’inchiesta Adelphi proprio per i traffici di rifiuti . Io fui prosciolto, ma ero colpevole. Se fosse andato diversamente quel processo, la Campania si sarebbe risparmiata altri 15 anni di veleni”.
E ricorda un particolare. “Venne un magistrato per chiedermi di collaborare. Il nostro accusatore era Nunzio Perrella, un boss di Napoli che si era pentito. Io ci pensai, ma poi in carcere ebbi un colloquio con mio padre”.
E il padre gli portò i saluti dei Casalesi. “Mi disse che lo aveva avvicinato Francesco Bidognetti per rassicurarlo sulla copertura economica”. Tutto ricominciò. Dopo gli arresti arrivò lo Stato. “Noi ci dedicammo solo ai traffici di rifiuti industriali. Nel 1994 la gestione dei rifiuti solidi urbani viene affidata al commissariato di governo. Aveva l’obiettivo di avviare un ciclo di gestione ed estromettere la camorra dal pattume”.
Non cambiò nulla, l’imprenditoria dei clan era l’unica a lavorare. “Il commissariato mi ha dato un paio di milioni di euro, loro ci lasciarono una parte della cava, dovevamo fare la messa in sicurezza, ma noi facevamo finta e continuavamo a scaricare”.
Il business era redditizio. “Arrivavano le motrici con i fanghi che fintamente venivano trattati negli impianti di compostaggio dei fratelli Roma. Facemmo un macello, li abbiamo scaricati nei terreni dei contadini . A Lusciano, a Villa Literno, a Parete, a Casal di Principe. Poi dopo aver scaricato passavamo con il trattore per muovere la terra”.
Con l’arrivo del commissariato, la camorra raddoppia. In particolare Vassallo ricorda: “Giuseppe Carandente Tartaglia, era emanazione, prima dei Mallardo e poi del boss Michele Zagaria. Me lo disse Raffaele ‘o puffo, il figlio di Francesco Bidognetti. L’azienda di Carandente Tartaglia ha lavorato prima in sub-appalto per il consorzio Napoli 1 e dopo per Fibe (la società del gruppo Impregilo che aveva vinto l’appalto per la gestione dei rifiuti in Campania, ndr). Carandente Tartaglia si vantava di avere un rapporto da anni anche con un ingegnere importante di Fibe, al quale garantiva la copertura della camorra, ma non ricordo il nome”. Nel 2008 quelle sigle societarie, già operative nel ’95, realizzeranno la discarica di Chiaiano per conto del commissariato di governo.
Cattura di Zagaria e Iovine: l’incontro con gli 007
Sul ruolo nell’emergenza rifiuti di Antonio Iovine e Michele Zagaria, per 15 anni latitanti, e poi catturati, Vassallo non ha dubbi. “I terreni dove sono stoccate le balle di rifiuti (dalla Fibe grazie a un’ordinanza commissariale, ndr), sono di soggetti legati al boss Zagaria”.
In questo cammino criminale, Vassallo è sempre stato in prima linea, prima come protagonista della mattanza ambientale, poi offrendo il supporto quando necessario ai fratelli Orsi nell’affare Ce4. Era nella cabina di regia con i boss di primo ordine.
Così gli chiediamo di eventuali rapporti di Zagaria e Iovine con pezzi dello Stato . E lui racconta un particolare inedito che apre interrogativi. “Ho incontrato agenti dei servizi segreti nel periodo 2006-2007. Mi hanno contattato perchè volevano arrestare Iovine e Zagaria. Un mio amico carabiniere di Roma venne da me insieme a due persone che presentò come agenti dei servizi. Ci sono stati tre incontri, due in un albergo e un altro all’uscita autostradale di Cassino. Potevo incontrare Iovine, ‘o ninno, e Zagaria in qualsiasi momento. Li conoscevo, io ero imprenditore del clan. Il patto era di fargli arrestare i due latitanti in cambio di mezzo milione di euro, 200 mila euro per Iovine, 300 mila per Zagaria. Io chiesi anche la garanzia della libertà per me, ma non accettarono. L’accordo saltò”. Iovine, oggi collaboratore di giustizia, viene arrestato nel 2010, dopo 14 anni di latitanza, e Zagaria nel 2011, dopo 16 anni.
Il racconto del pentito pone una domanda: si potevano arrestare prima? Gaetano Vassallo aspetta di uscire dal carcere per tornare alla sua nuova vita: dipendente di un supermercato. Mentre si alza ripensa alla mattanza ambientale. “Non si può fare niente. Io parlo dell’area dove smaltivamo io e Chianese.
È impossibile bonificare”. È una peste, un inferno senza fine.
Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Rifiuti | Commenta »
Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
IL PROCEDIMENTO SI RIFERISCE AL PERIODO IN CUI ERA PRESIDENTE DELLA PROVINCIA
Quattro direttori generali al posto di uno.
Con un rilevante aumento di spesa per la Provincia di Firenze negli anni compresi fra il 2006 e il 2009, quando a guidarla c’era l’attuale presidente del consiglio Matteo Renzi.
La Corte dei Conti vuole capire se l’ex presidente sia corresponsabile del danno erariale contestato dalla procura regionale: un danno rilevante, calcolato in 1 milione e 175 mila euro nella peggiore delle ipotesi e in 287 mila euro nella ipotesi meno grave.
La procura aveva escluso la responsabilità della giunta provinciale, per la distinzione di competenze e di responsabilità prevista dalle norme, non ritenendo presidente e assessori consapevoli dell’aggravio di spesa derivato dalla riorganizzazione della direzione generale.
Ma la Corte ha ritenuto necessario integrare il contraddittorio e ha ordinato l’intervento nella causa di Matteo Renzi, dell’ex assessore provinciale Tiziano Lepri e del dirigente dei servizi finanziari della Provincia Rocco Conte.
Che domani, mercoledì 24 settembre, dovranno personalmente, o tramite i loro avvocati, chiarire in udienza le loro rispettive posizioni.
Renzi è in America e certamente non sarà presente, ma il suo difensore dovrà spiegare perchè l’11 settembre 2006 l’allora presidente della Provincia attribuì le competenze di Direttore generale ai quattro Direttori centrali dell’ente, costituendo un collegio di direzione.
I quattro direttori erano Lucia Bartoli, Luigi Ulivieri, Liuba Ghidotti e Giacomo Parenti, attuale direttore generale del Comune di Firenze.
Secondo le accuse, ognuno di loro venne retribuito come un Direttore generale.
Oggi sono tutti e quattro a giudizio per danno erariale insieme con il segretario generale della Provincia Felice Strocchia.
Visto il rischio di una condanna a un pesante risarcimento, quattro su cinque hanno chiesto l’integrazione del contraddittorio: e cioè hanno sollecitato l’intervento in causa di tutti i soggetti che avevano concorso a cagionare il contestato danno erariale, in specie gli organi politici (presidente, assessore al personale e giunta) e il dirigente dei servizi finanziari, sottolineando che l’indirizzo volto alla riorganizzazione della Direzione generale risaliva alla sfera politica.
L’unico a dissociarsi dalla richiesta di estensione della platea dei convenuti (cioè degli imputati) è stato Giacomo Parenti, vicinissimo a Renzi.
La procura invece non si è opposta. E la Corte dei Conti ha deciso di chiamare in giudizio il presidente Renzi, l’ex assessore Lepri e il dirigente Rocco Conti.
(da “La Repubblica”)
argomento: Giustizia | Commenta »