Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
ANCHE BAGARELLA E CIANCIMINO SI ACCODANO ALLA RICHIESTA DI ASSISTERE ALL’UDIENZA
Ha seguito tutte le udienze del processo trattativa collegato in videoconferenza dal 41 bis, non si è perso una sola deposizione.
Adesso, il capo di Cosa nostra vuole una diretta anche dal Quirinale, per vedere e ascoltare il più importante di tutti i testimoni citati dalla procura, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
«Salvatore Riina chiede di partecipare all’udienza che si terrà al Colle – annuncia l’avvocato Luca Cianferoni – è un suo diritto come imputato di questo processo».
La difesa del padrino di Corleone vuole una videoconferenza fra il carcere di Parma, dove è detenuto Riina, e il Quirinale.
«È un’udienza come le altre – dice ancora Cianferoni – la corte europea per i diritti dell’uomo ha ribadito più volte che la partecipazione alle udienze è un diritto assoluto dell’imputato, pena la nullità dell’intero processo».
Così, però, la preparazione dell’audizione al Quirinale si complica.
Anche perchè non c’è solo Riina a volere la diretta.
«Pure Leoluca Bagarella ha il diritto di partecipare », annuncia l’avvocato Giovanni Anania, legale del cognato di Riina.
L’imputato e testimone Massimo Ciancimino vuole invece salire di persona al Colle, rivendica «il merito di aver avviato il processo per la trattativa».
Dice: «Mi hanno impedito di ascoltare la telefonate di Napolitano con Mancino, non possono togliermi il diritto di partecipare a un’udienza così importante».
Intanto, l’audizione del Capo dello Stato diventa anche un caso politico.
Fabrizio Cicchitto di Nuovo Centrodestra, lancia un tweet: «La citazione di Napolitano è un’indubbia prova di arroganza della magistratura».
Non la pensa così il presidente del Senato Piero Grasso: «Anche io ho testimoniato a questo processo, e avendo la possibilità di scegliere, sono andato a Palermo. Il capo dello Stato ha detto che non ha alcun problema a testimoniare ».
Claudio Fava, vice presidente della commissione antimafia, definisce l’ordinanza dei giudici «un atto normale». Il senatore M5S Vincenzo Santangelo attacca invece Napolitano: «Si dimetta e testimoni da comune cittadino, a porte aperte».
Il vero nodo da sciogliere è quello della presenza degli imputati, seppure in collegamento video.
Anche se l’ordinanza della corte sembra chiara, parla di «esclusione della presenza del pubblico e degli imputati, rappresentati dai difensori».
Così ha scritto il giudice Alfredo Montalto, che per disciplinare lo svolgimento dell’udienza ha richiamato l’articolo 502 del codice di procedura penale, quello che prevede «l’esame a domicilio del testimone».
Proprio questo articolo, nell’ultimo comma, prevede che «il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame».
È il riferimento che utilizzerà la difesa di Riina.
Ma a leggere bene l’ordinanza c’è un passaggio che sembra bloccare ogni richiesta degli imputati: l’articolo 502 si applica «nei limiti in cui sia compatibile ».
È questa la frase chiave che potrebbe lasciare fuori Riina, Bagarella e Ciancimino. Comunque, sulle istanze degli avvocati, i giudici dovranno pronunciarsi prima di organizzare la trasferta. Intanto, sono stati avviati i contatti con il Quirinale per la fissazione di una data.
Sul caso Riina, la procura non vuole entrare.
«La corte ha messo correttamente dei paletti», dice il procuratore aggiunto Vittorio Teresi.
«Poi sta alla volontà degli imputati chiedere o meno di partecipare. Noi non abbiamo alcun ruolo in questa fase, nè intendiamo intrometterci nelle decisioni delle altre parti del processo».
Salvo Palazzolo
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
MANCATA CATTURA DI PROVENZANO, SCARPINATO: “SENTIRE PENTITI E 007… LA DIFESA: SI RISCRIVE LA STORIA
Licio Gelli e la P2, Mino Pecorelli e le trame dei servizi, fino alle stragi del ’92-’94. Non solo flop
investigativi.
Il generale Mario Mori conosceva “alcuni aspetti” della strategia della tensione ma si guardò bene dal comunicarli, “anche riservatamente”, alle istituzioni.
Il Ros, insomma, aveva compiti di polizia giudiziaria, ma Mori lo avrebbe gestito come un servizio segreto: dal ruolo ambiguo nella fuga di Benedetto Santapaola nell’aprile del ’93 ai rapporti con Licio Gelli e la P2; dalle intercettazioni abusive al suo superiore Gianadelio Maletti ai tempi del Sid, alla disinformazione sul fallito attentato dell’Addaura; fino alle notizie, raccolte in carcere e mai comunicate all’autorità giudiziaria, in base all’accordo segreto tra Dap e Sisde conosciuto come “Protocollo Farfalla”.
Le prove che Roberto Scarpinato ha chiesto di acquisire nel processo di appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano (imputati Mori e il suo collaboratore Mauro Obinu, assolti in primo grado) proiettano il ruolo del generale al centro della trama occulta che ha accompagnato la stagione stragista ’92-’94 e riscrivono la storia del Ros, il Raggruppamento operativo speciale, fiore all’occhiello antimafia dell’Arma, i cui segmenti hanno avuto un “modus operandi da appartenenti a strutture segrete”, come ha detto il pg citando la sentenza di condanna del generale Giampaolo Ganzer e Obinu per lo stesso reato di Michele Riccio (traffico di droga), con l’obiettivo di demolire l’argomento della difesa secondo cui il principale teste d’accusa sarebbe stato inattendibile perchè condannato.
Una condotta complessiva degli imputati, secondo Scarpinato, segnata da “una concatenazione seriale di omissioni e di violazioni dei doveri imposti alla polizia giudiziaria” che riscrive da capo il ruolo di Mori: sentito dai pm, il suo ex collega al Sid, Mauro Venturi lo accusa di avere scritto anonimi nella redazione di Op in combutta con Pecorelli.
Ma riscrive anche il ruolo di Obinu, che le nuove indagini indicherebbero come uno 007 dell’Aisi (ex Sisde), seppure non con compiti operativi.
Alla prima apparizione pubblica, dopo le minacce di cui è stato bersaglio nei giorni scorsi, Scarpinato, accompagnato dai colleghi Luigi Patronaggio e Ettore Costanzo, ha letto in aula la sua memoria di 25 pagine che introduce nel processo l’intreccio tra mafia, massoneria, destra eversiva e servizi deviati, terreno di coltura della strategia della tensione stragista tra il ’92 e il ’93, secondo un’ipotesi investigativa da sempre coltivata dalla Procura di Palermo.
E oggi rilanciata nel processo Mori, con una prospettazione molto più ampia di quella trattata in primo grado, al punto che il professor Enzo Musco, difensore di Mori e Obinu, commenta: “La strategia politico-giudiziaria dell’accusa è cambiata: il pg ha presentato un elenco infinito di richieste, una rassegna così vasta che temo si voglia rileggere la storia d’Italia degli ultimi 40 anni”.
Scarpinato ha chiesto l’audizione di 12 collaboratori (tra cui il pentito Rosario Flamia, che sostiene di essere stato a libro-paga dei servizi), la citazione di ex agenti del Sid (Mauro Venturi, che racconta che Mori lo pressava per entrare nella P2 e incontrare Gelli) e di magistrati che hanno indagato sulle trame golpiste degli anni 70 (l’ex pm, poi direttore del Dap, Giovanni Tamburino), l’assunzione di documenti sinora inediti come il “Protocollo Farfalla”, e la deposizione del direttore dell’Aise Arturo Esposito per verificare il ruolo di Obinu nel servizio segreto civile.
Ma non solo. Nella memoria, il pg rilegge episodi mai chiariti dell’attività del Ros in Sicilia segnalando che l’assoluzione di Mori e Obinu in primo grado (“perchè il fatto non costituisce reato”) deriva dal fatto che “il collegio giudicante in parte ignorava alcuni fatti che sono stati accertati successivamente”.
È l’esito della nuova attività investigativa della Procura nell’indagine-stralcio sulla trattativa, che ha evidenziato come “Mori, pur essendo venuto a conoscenza da fonti quali Paolo Bellini e Angelo Siino, di alcuni aspetti di tale complessa strategia della tensione, non solo non abbia svolto alcuna attività investigativa, ma neppure — tenuto conto della sua esperienza di uomo dei servizi e delle sue amicizie con esponenti della destra eversiva e della massoneria — si sia attivato per allertare le istituzioni”.
Mario Mori nasce in Slovenia, nel 1939. Il primo incarico importante all’interno dell’Arma dei Carabinieri è quello per il Servizio informazioni difesa del ’72.
Sei anni più tardi viene trasferito all’Anticrimine di Roma. In seguito al sequestro Moro, il suo reparto viene coordinato da Dalla Chiesa.
Durante la permanenza nella Capitale arresta Barbara Balzerani.
Nell’86 passa a Palermo, dove si occupa dei rapporti tra mafia e imprenditoria. Quattro anni più tardi è tra i fondatori dei Ros, di cui assumerà la guida nel ’92.
A causa della mancata perquisizione del covo di Riina, Mori e il capitano De Caprio vengono rinviati a giudizio per favoreggiamento, accusa da cui saranno assolti.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
“PENSO SIA INNOCENTE E LA SENTENZA E’ ASSURDA, MA OCCORRE RISPETTARLA E DIMETTERSI PER AVERE CREDIBILITA’ NEL CRITICARLA”
“Penso che sia innocente e che quella sentenza sia sbagliata. Ma nello stesso momento faccio un pubblico appello a De Magistris: stai sbagliando a non dimetterti e a fare quelle dichiarazioni sui giornali”.
Antonio Ingroia, ex magistrato, prima ancora che come collega, parla da amico del sindaco di Napoli, condannato in primo grado per abuso d’ufficio, per l’acquisizione illecita di tabulati nell’inchiesta Why Not.
“Sono stato difensore in sede disciplinare di De Magistris sulla vicenda dei tabulati – dichiara Ingroia ad HuffPost – questa sentenza è assurda. Ma i meccanismi della politica sono diversi: è il momento di dimettersi, non è mai troppo tardi come si suol dire”
Dott. Ingroia, il sindaco De Magistris è in trincea. Cosa pensa di quello che sta succedendo a Napoli?
Voglio dire due cose: penso che De Magistris sia innocente e che quella sentenza sia sbagliata. Sul piano giuridico una condanna per abuso d’ufficio è assurda, non essendoci alcuna prova della consapevolezza di De Magistris che quelle utenze appartenessero a parlamentari. Anzi, negli atti c’è la prova contraria. Sono molto curioso di leggere le motivazioni della sentenza, perchè so già che è sbagliata.
Ma…
Dopodichè, da un lato ci sono la storia e le posizioni che De Magistris ha sempre espresso, ovvero il rispetto per la magistratura e per le sentenze. Ma, come detto, i meccanismi della politica sono diversi e dovrebbero consigliare un senso di responsabilità a De Magistris, che comprendo umanamente ma non condivido sul piano istituzionale. E’ il momento di dimettersi e di acquisire maggiore credibilità .
La percezione di molti è che il sindaco sia attaccato alla poltrona
E’ facile che la gente possa pensare che il sindaco voglia solo difendere la poltrona, ma so che non lo fa per questo. So anche che il modo migliore per respingere l’accusa è quella di dimettersi per poter criticare la sentenza liberamente. Conosco l’uomo De Magistris, e so che lo fa per il suo carattere ostinato, tenace e caparbio, non disposto a cedere di un millimetro. Ma siccome è legittimo il sospetto, sarebbe molto forte da parte sua dare maggiore credibilità alle sue posizioni dimettendosi. Solo così può scindere il suo ruolo dalla sua persona. Due cose che vanno tenute separate. Questo vale, senza fare confronti e sovrapposizioni, per Silvio Berlusconi come per Luigi De Magistris
Non è troppo tardi per cercare una “riabilitazione”?
Come suol dirsi non è mai troppo tardi, se si fanno i passi giusti. Si può sempre recuperare.
(da “Huffingtonpost”)
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