Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL MATRIMONIO DEL CONSIGLIERE DEL PREMIER ARRIVANO A OMAGGIARLO “I POTERI FORTI” DALL’ITALIA E DALL’AMERICA
Si potrebbe liquidare come semplice gossip, il matrimonio tra Marco Carrai e Francesca
Campana Comparini celebrato ieri pomeriggio in San Miniato al Monte a Firenze.
E la presenza di Matteo Renzi, insieme al fido consigliere Luca Lotti e all’eurodeputata Simona Bonafè, potrebbe tutt’al più dare alla cerimonia una legittimazione da evento politico.
Eppure non si tratta nè di gossip nè di politica. Ma solo ed esclusivamente di potere.
Meglio: di poteri forti.
Gli stessi che Renzi sostiene di voler mettere ai margini si sono riuniti per la cerimonia di Carrai. A cominciare da Davide Serra del fondo Algebris, fino a Fabrizio Viola, amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena.
Il presidente di Snam ed ex Bce Lorenzo Bini Smaghi, l’ex ad di Fiat Paolo Fresco, Marco Morelli di Bofa Merrill Lynch, gli imprenditori toscani Marco e Leonardo Bassilichi a capo della Camera di Commercio fiorentina, il presidente di Corporacion America Italia Roberto Naldi, nonchè referente di fiducia in Aeroporto di Firenze per Eduardo Eurnekian.
Il responsabile delle Casse del Centro di Banca Intesa San Paolo Luciano Nebbia e il presidente dell’Ente CR Firenze Umberto Tombari. Ancora: Giuseppe Recchi, Giampiero Palenzona, Gian Maria Gross Pietro, Giuseppe Morbidelli, Chicco Testa.
Il mondo di Carrai accorso al suo matrimonio non si conclude con la schiera di finanziari, imprenditori, uomini che hanno gestito il potere economico in Italia e non solo negli ultimi decenni.
Da Los Angels è appositamente arrivato Michael Ledeen, 73enne amico intimo di Carrai.
Ex consulente di Cia, Sismi, governo Reagan ai tempi della crisi di Sigonella.
Uno che teorizza il disordine per mantenere l’ordine, considerata l’eminenza grigia di molti intrecci internazionali degli ultimi decenni.
Fra gli oltre 300 invitati anche l’ambasciatore Usa John R. Phillips.
In seconda fila il gruppo di potere fiorentino. Alberto Bianchi, tesoriere delle fondazioni di Renzi e nominato dal premier nel cda dell’Enel, Matteo Spanò, presidente della Banca di credito cooperativa di Pontassieve (quella che ha concesso un mutuo senza garanzia da 500 mila euro all’azienda di Tiziano Renzi Chil Post poi fallita) e alla guida del Museo dei Ragazzi del Comune di Firenze. Jacopo Mazzei, membro, tra l’altro, del cda dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Il sindaco ereditario Dario Nardella, il direttore commerciale della Rai Luigi De Siervo e sorella Lucia, accompagnata dal marito Filippo Vannoni, presidente della controllata municipale Publiacqua.
Presente anche Erasmo D’Angelis, a capo dell’unità di crisi di Palazzo Chigi.
Persino il procuratore generale della Corte d’appello di Firenze, Tindari Baglione, si è arrampicato sulla scalinata per raggiungere la cattedrale. Seguito da Paolo Mieli.
Lo sposo Carrai, fedelissimo fundraiser del premier, ha riunito gli amici di una vita a cui negli anni ha chiesto di finanziare e sostenere Renzi. Ma l’abisso di mondi è evidente.
Con Matteo che nonostante il potere sembra l’invitato fuori luogo. Si siede al posto del testimone, al fianco di Bianchi, mentre la moglie Agnese è dietro l’altare a cantare con il coro del Maggio Musicale.
Presieduto da Francesco Bianchi, fratello di Alberto. Renzi ha preferito evitare di partecipare al rinfresco serale a villa Corsini.
Nell’esercito di smoking, il premier appare ingessato, fuori luogo. In abiti non suoi. Cerca sostegno nel codazzo di fedelissimi che ha voluto portare con sè, come Luca Lotti, invitato nonostante non abbia rapporti con Carrai.
Con Alessandro Baricco e Oscar Farinetti si conclude l’elenco dei renziani presenti. Maria Elena Boschi è stata esclusa dalla cerimonia.
Nella giornata di ieri, con l’amico Marco impegnato nel suo matrimonio, l’anello di congiunzione tra i due universi è stato Bianchi che, con aspetto signorile e passo nobiliare, ha tentato di sdoganare gli adepti del premier tra banchieri, imprenditori e blasoni presenti.
I risultati sono stati decisamente mediocri, ma i mondi sono visibilmente distanti.
“Lei considera il ruolo politico di Renzi, è comprensibile, per noi invece è come ad Ascot, nel Berkshire, ha presente? ”, commenta uno degli invitati che sostiene di essere amico anche di Serra. Ascot è noto per le corse dei cavalli.
“Esattamente, per noi Matteo è un cavallo: lo abbiamo svezzato, allevato e coccolato. Ci ha dato delle soddisfazioni. Abbiamo deciso di scommettere su di lui, ora aspettiamo di vedere se arriva al traguardo da vincente oppure no”.
E se perde? “Il mondo è pieno di puro sangue, mi creda, basta allevarli”.
Per molti dei presenti il rischio della scommessa è minimo, fuori da questa cerchia invece la posta in gioco su quel cavallo è massima: le sorti del Paese.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: la casta | Commenta »
Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ IN DIFFICOLTA’ CON BRUXELLES E CERCA DI DARE UN SEGNALE PER TRANQUILLIZZARE I CONSERVATORI”
«Renzi è in evidente difficoltà nei rapporti con Bruxelles. E sull’articolo 18 è in atto un’operazione politico-ideologica che non corrisponde a nessuna urgenza. Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro. C’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti. Spero che Renzi si renda conto che una frattura del maggior partito di governo non sarebbe un messaggio rassicurante. Se vuole, è possibile trovare un accordo ragionevole sugli interventi sul mercato del lavoro».
Massimo D’Alema dopo un lungo periodo di silenzio ha deciso di far sentire di nuovo la sua voce nel vivo della battaglia sull’articolo 18. E pensa che l’agenda del governo dovrebbe privilegiare il tema della crescita.
Quando il Parlamento discuteva del Senato gli oppositori di Renzi sostenevano che la priorità fosse il lavoro, ora si discute di Jobs act e il tema diventa un altro. Giochiamo a rimpiattino?
«No, sono favorevole alle riforme elettorali e costituzionali, le ritengo urgenti per il Paese. Purtroppo è stata fatta una brutta legge elettorale che somiglia enormemente a quella di prima. Per quanto riguarda il Senato, vi è un evidente contrasto tra la rilevanza dei compiti assegnati a quell’assemblea e una legittimazione popolare affidata alla nomina regionale. Non ho mai pensato che le riforme costituzionali non siano importanti, ho riserve sulle soluzioni escogitate».
Comunque dopo Bersani arriva anche lei. La vecchia guardia della sinistra unita contro il premier.
«Senta, l’unica vecchia guardia con cui Renzi interloquisce è quella rappresentata dal centro-destra di Berlusconi e Verdini. Al Pd vengono poi imposte, con il metodo del centralismo democratico, le scelte maturate in quegli incontri privati. Gramsci nei Quaderni scriveva che i giovani devono inevitabilmente confrontarsi con la generazione più adulta, ma può capitare che i giovani di una parte si facciano istruire dagli anziani della parte avversa. Mi pare che qualcosa di simile stia accadendo nel nostro Paese».
Torniamo a Bruxelles. Cosa sta sottovalutando Renzi?
«L’Europa doveva “cambiare verso”, ma non sta andando nel verso che i progressisti auspicavano. Anzi. I popolari hanno una decina di eurodeputati in più, ma in Commissione hanno fatto l’en plein. La Merkel ha ottenuto le presidenze della Commissione, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo. E ha pagato un prezzo modesto ai socialisti, nominando il francese Moscovici agli Affari economico-sociali, ma di fatto sotto il controllo di un super-falco come Katainen. I conservatori hanno 14 commissari, i liberali 5 e i socialisti 8. Insomma, il predominio conservatore è impressionante. Temo che tutto ciò non potrà non avere effetti sulla politica dell’Unione, tanto è vero che c’è grande malcontento nel gruppo socialista a Bruxelles»
I socialdemocratici tedeschi però sono al governo con la Merkel e non riescono a farle cambiare verso.
«Ci sono anche delle responsabilità dell’Spd, ma la Merkel si è mossa da leader europea, non si è preoccupata del peso del portafoglio assegnato al commissario tedesco. Ha piazzato uomini di peso nei posti-chiave, i socialisti invece hanno ragionato in un’ottica di prestigio nei singoli Paesi. Lo ha fatto anche Renzi, che ora, per venire fuori dall’impasse e ottenere concessioni dall’Europa, ha deciso di puntare su una questione che è chiaramente ininfluente rispetto agli ostacoli alla ripresa economica, e cioè l’articolo 18».
Ma anche la Bce ci chiede di riformare il mercato del lavoro. Il presidente Draghi l’ha ripetuto più volte.
«Mario Draghi è sotto attacco da parte dei tedeschi e considero la cosa allarmante. È una conferma dell’offensiva conservatrice in Europa. Se si arriva persino a contestare il presidente della Bce…».
Lei ci crede al piano da 300 miliardi che la nuova commissione Juncker dovrebbe varare ormai nel 2015?
«Finora è una nebulosa, bisognerà capire e controllare su quali settori punteranno gli investimenti. Questo è il centro dello scontro politico in Europa, altro che articolo 18. E teniamo conto che, nel merito, la riforma Fornero ha già sdrammatizzato il problema. Oggi, il contenzioso tra datori di lavoro e dipendenti licenziati è risolto in sede extragiudiziale per larga parte dei casi. Il ricorso al reintegro si è ridotto enormemente, ma è stata mantenuta l’ipotesi del reintegro in caso di grave illegittimità del licenziamento. È il minimo indispensabile. Qui si tratta della tutela dei diritti delle persone e non della difesa delle rigidità . Se si toglie al lavoratore persino la garanzia del reintegro in caso di grave illegittimità si ristabilisce all’interno del luogo di lavoro un rapporto gerarchico basato su paura e subalternità . Una forza di sinistra non può accettarlo».
Lo scontro Renzi-Camusso non riprende il duello che divise lei e Cofferati?
«La vera discussione con il sindacato non fu sull’articolo 18 ma sulla centralizzazione del meccanismo contrattuale, che era arretrata. Sostenevo il decentramento della contrattazione in modo che aderisse meglio all’economia reale. A Cofferati obiettavo che i sindacati negoziavano a Roma un contratto nazionale che poi in una metà del Paese era disatteso. Io sollevavo un problema vero».
Non crede che la vecchia guardia del Pd da allora eviti di scontrarsi con la Cgil per paura di prenderle?
«Non scherziamo. Noi abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che col tempo si sono rivelate persino eccessive. Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte. E ne hanno fatto le spese tanti giovani».
Ha da avanzare una proposta di mediazione?
«Si può ancora intervenire con misure limitate per togliere alcuni fattori di rigidità , come del resto ha detto Gianni Cuperlo. Si può pensare ad allungare il periodo di prova e a ridurre l’indennizzo economico oggi troppo pesante per le imprese. Contestualmente però occorre discutere anche degli ammortizzatori sociali. Certo, sono favorevole al modello danese, ma quanto costa? Dovendo impostare il governo una legge di Stabilità in nome del rigore, come finanzierà gli ammortizzatori sociali? Quali sono le poste di bilancio? Lo dico perchè non sono un ideologo ma un uomo di governo».
Lei in merito alla nomina di Mr. Pesc ha sostenuto che Renzi le ha mentito. Camusso poi lo ha definito thatcheriano. Da Firenze è arrivato il diavolo?
«In questa vicenda non ho mai detto nulla di personale e nulla, ovviamente, sui rapporti intercorsi tra me e il presidente del Consiglio. Ho il senso delle istituzioni».
La avverto che comunque quest’intervista sarà etichettata dai renziani come «rosicona» a seguito della mancata sua nomina in Europa. Le crea problemi?
«Le scelte europee rientravano nelle prerogative di Renzi. Se non ci fosse stata la vicenda dell’articolo 18 non sarei intervenuto. L’argomento della vendetta postuma è privo di riscontro. E penso che sia arrivata l’ora di smettere di avallare la tecnica dell’insulto come metodo permanente di lotta politica, anzichè discutere del merito dei problemi».
Dario Di Vico
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »