Destra di Popolo.net

RENZI FA PURE IL BUTTAFUORI: “JOBS ACT O NON VI RICANDIDO”

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IN GITA NEGLI USA, IL MOLESTATORE SERIALE ORA MINACCIA PURE I DISSIDENTI DEL SUO PARTITO

“Il Partito democratico non caccia nessuno. Diciamo che chi dovesse dire no alla riforma del lavoro risponderà  davanti agli elettori di non voler bene alla ditta”.
Così ragionano gli uomini del premier (e il vocabolo scelto per indicare il Pd non è puramente casuale, a proposito di appropriazioni) mentre le minoranze sono sul piede di guerra.
Fanno riunioni su riunioni, presentano emendamenti alla legge delega sul lavoro, chiedono incontri, provano a mettere i puntini sulle i.
In testa Bersani, che affonda: “Renzi governa con il mio 25%: mi va bene, non chiedo riconoscenza, ma rispetto”.
Renzi e i suoi, però, tirano diritti. Fino alla minaccia finale: “Mettiamo che ci fosse un numero tale di no da mettere in discussione il governo. Mettiamo che si arrivasse a far cadere la legislatura: chi ne è responsabile certo non può pensare di essere ripresentato”.
Con le liste bloccate previste dall’Italicum, certo. Ma con il proporzionalissimo Consultellum in vigore?
“Le liste vanno votate dalla Direzione”, chiarisce un renziano. E in direzione — manco a dirlo — il segretario-premier ha la maggioranza assoluta. Per ora le quotazioni di una rottura finale vengono date al 10-12%.
Un margine di rischio evidentemente c’è. Il voto in Senato è stato spostato alla settimana prossima (dopo la direzione prevista per lunedì).
Le larghe intese con Berlusconi o la fine della legislatura le minacce di Renzi più o meno velate sul piatto, nel caso che la legge delega dovesse passare grazie ai voti determinanti di Forza Italia.
Intanto, c’è una settimana di trattativa.
La giornata di ieri era iniziata con un’assemblea dei senatori del Pd, con il ministro del Lavoro Poletti e il responsabile economico del partito, Taddei.
Segnali di apertura (condizionata e poco chiara) dal governo. Sulla possibilità  di reintegra per un lavoratore licenziato per motivi illegittimi “ci sono soluzioni aperte”, dice Poletti.
Il gruppo non vota. La giornata è lunga.
Alle 12 alla Camera si riuniscono i capi delle sotto-correnti del partito. Ovvero leader (o aspiranti tali) delle minoranze che marciano “divise e invise” (copyright di un renzianissimo).
Ci sono Pippo Civati, poi Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre per Area Riformista (non a caso non c’è il capogruppo, Speranza, che a rompere con Renzi non ci pensa neanche).
C’è Gianni Cuperlo (che ha fondato Sinistra Dem). E poi Rosy Bindi, Francesco Boccia (ex lettiano), Franco Monaco (prodiano).
Insieme nel nome dell’anti-renzismo. Sull’articolo 18 si consuma la battaglia finale: da una parte la sinistra del partito gioca la sua ultima battaglia riconoscibile; dall’altra Renzi ci tiene, da una parte, ad offrire a Europa e imprenditori stranieri la sua eliminazione, dall’altra ha un gusto particolare ad asfaltare anche questo simbolo.
Parla la Serracchiani: “Per come conosco io Renzi credo non accetterà  diritti di veto da parte di nessuno. Nel metodo la ‘ditta’ ha le sue regole che funzionano allo stesso modo, indipendentemente da chi è in maggioranza: quando eravamo minoranza, le abbiamo accettate”.     Dalla riunione della mattina arriva l’indicazione per 7 emendamenti, firmati da circa 40 senatori. Ci sono bersaniani, ma anche civiatiani i “dissidenti” della riforma del Senato, da Chiti, a Mineo, da Tocci e Mucchetti .
Il più importante, quello che chiede l’articolo 18 dopo tre anni di assunzione.
Cruciale la richiesta che arrivino prima le misure per rinforzare gli ammortizzatori sociali e rendere efficienti i centri per l’impiego.
Ma i 40 firmatari sono pronti a tradursi in 40 voti contrari? Difficile dirlo, anche se per mandare sotto il governo (senza il soccorso azzurro) ne servono molti meno (la maggioranza dispone di circa 12 voti di vantaggio).
Il governo pensa a una mediazione. Per ora, il punto di caduta possibile potrebbe essere quello di rendere possibile il reintegro dopo 10 anni di assunzione. Un po’ poco.
Magari col passar dei giorni l’asticella scenderà .
Mentre i renziani continuano a mandare segnali di fuoco, Fassina e D’Attorre hanno chiesto una riunione col premier prima della direzione. Poi, ieri sera, a Montecitorio, l’Assemblea di Area riformista: un centinaio di parlamentari, big compresi.
Anche chi c’era parla di “tanta buona volontà , ma nessun guizzo”.
E nessuna strategia su come gestire lo scontro con Renzi. Aveva detto Bersani: “Leggo che starei lavorando per chissà  quale piano. A Renzi e agli altri dico, state sereni, ma veramente”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PALAZZO PIGI (BATTISTA)

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

IL TUTTOLOGO DEL “CORRIERE” CHE E’ CADUTO NELLA TRAPPOLA DELL’AMMISSIBILITA’ DEL RICORSO DI SILVIO ALLA CORTE EUROPEA

Ora che s’è scoperto che la Corte europea dei diritti dell’uomo non ha mai dichiarato ammissibile uno dei ricorsi presentati da B. contro la sua condanna definitiva al processo Mediaset, il pensiero corre affettuoso e solidale a Pierluigi Battista.
Stiamo parlando, l’avrete capito, del tuttologo del nulla che pontifica sul Corriere e nei talk show su tutto lo scibile umano, dalla politica alla giustizia, dagli interni agli esteri, dalla cronaca nera alla botanica, con la medesima enciclopedica incompetenza. Venerdì scorso, non appena l’on. avv. Niccolò Ghedini ha comunicato che “la Cedu esaminerà  il ricorso sulla violazione del giusto processo”, Battista non s’è limitato, come ha fatto il quotidiano che pietosamente ospita i suoi scritti, a registrare la versione del legale di B.
No, è subito partito in tromba, senza por tempo in mezzo.
Non, ci mancherebbe, a chiamare qualcuno e verificare la notizia.
Ma a prenderla per buona, senza peraltro capirla, e a commentarla di getto, sulle ali dell’entusiasmo: “Non erano manifestamente infondate le doglianze di Berlusconi sui modi con cui si era arrivati alla sua sentenza”.
Non specificava quali sarebbero “i modi” e che cos’avessero di strano, anche perchè sono gli stessi che toccano ogni giorno a milioni di imputati: solo un po’ più tardivi del solito, grazie a una trentina di leggi ad personam nel frattempo confezionate da B. Dettagli.
“Per il condannato Berlusconi è indubbiamente una vittoria morale”. Ecco, morale.
E “non ammetterlo non sarebbe onesto”. No che non lo sarebbe.
E “sarebbe poco onesto non riconoscere che per la giustizia italiana si è scritta in Europa una brutta pagina”. Ma certo: condannare un frodatore fiscale per frode fiscale, che orrore.
“Una giustizia orgogliosa e sicura di sè non dovrebbe nemmeno essere sfiorata dal sospetto di avere anche solo marginalmente violato i diritti di un cittadino”. Giusto, nemmeno marginalmente.
“Oggi appare meno limpido il tono perentorio con cui si è decisa la decadenza di Berlusconi dal Senato in applicazione restrittiva della legge Severino”.     Già : la Severino stabilisce la decadenza automatica dei condannati sopra i 2 anni e B. ne aveva presi 4, però era chiaro che quel tono perentorio e restrittivo (decaduto e basta, così, ex abrupto, mentre si poteva farlo decadere solo un pochino, un giorno sì e uno no, o magari a ore alterne) nascondeva qualcosa di losco.
Battista, occhio di lince, l’aveva capito subito. E con lui anche “quel Violante, ironia della storia, la cui candidatura alla Consulta viene in questi giorni sabotata dai franchi tiratori”.
Ma allora ditelo che c’è del marcio in Danimarca. Ora però “la correttezza delle procedure nel corso dell’iter che ha portato alla condanna dev’essere riesaminata”. E che figura ci facciamo?
“La pagina di Strasburgo non è una buona notizia per lo standard ‘civile’ della nostra giustizia”. Ci facciamo sempre riconoscere.
E che ci serva di lezione: “non bisognerebbe mai più sottovalutare gli argomenti di chi si considera vittima di un sopruso giudiziario”.
Tutti innocenti, anche i condannati definitivi: presunzione d’innocenza eterna, anzi “una storia infinita, ma piena di insegnamenti”.
L’altroieri, purtroppo, la storia infinita è finita subito.
La Corte di Strasburgo fa sapere di non aver preso alcuna decisione sui ricorsi di B., neanche sulla loro ammissibilità . Ghedini si era portato un po’ avanti. E Ballista dietro.
Pareva financo conoscere le motivazioni dell’inesistente verdetto: “un passaggio giuridico sorprendente per tutti, forse anche per la difesa di Berlusconi, certamente per chi ha considerato il ricordo come ennesimo espediente dilatorio e ostruzionistico”, insomma: “A Strasburgo dicono che il ricorso di Berlusconi non fosse poi così infondato”.
Sventuratamente non era vero, a Strasburgo non dicono nulla e non han deciso nulla, neppure se sia il caso di decidere qualcosa.
Nella grigia Cedu, si sa, le giornate sono lunghe e noiose, così Ghedini ha deciso di fare uno scherzo, ottenendo l’immediata complicità  dei giudici.
Restava da trovare il pollo che avrebbe abboccato al volo, ma non è stato difficile.
Ora sono tutti lì, dietro il muro, che si sbudellano dalle risate.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NCD = NON CONOSCONO DECENZA

Settembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

QUATTRO SENATORI DEL PARTITO DI ALFANO VOGLIONO IL VITALIZIO ANCHE IN CASO DI SCIOGLIMENTO ANTICIPATO DELLE CAMERE

Due senatrici e altrettanti senatori del partito senza elettori di Anonimo Alfano hanno presentato un ordine del giorno che per la sua sfacciataggine meriterebbe di essere promosso a ordine del secolo.
Con una prosa strepitosamente democristiana, la banda dei quattro chiede di «valutare l’opportunità  di consentire, in via eccezionale e straordinaria, con una norma di natura transitoria la possibilità …» vabbè, tagliamo corto: vogliono il vitalizio anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Il Razzi di Crozza (ma persino quello vero) al confronto è un apprendista.
Dopo lo smascheramento della furbata, il coordinatore del Ncd (Non conoscono decenza) è stato costretto a cascare dal pero e a ritirarla, con l’aria offesa di chi non ne sapeva niente.
Si tratta del professor Quagliariello, uno dei «saggi» di questa Repubblica di sventati. Pare sia rimasto basito davanti a una simile esibizione di sfrontatezza, così lontana dalle abitudini parche e riservate degli alfanoidi.
Deve essergli sfuggito che alla Regione Lombardia un solo partito non ha votato l’abolizione dei vitalizi ai consiglieri: il suo.
Ma torniamo al quartetto delle meraviglie — Esposito, Langella, Chiavaroli e Bianconi — due uomini e due donne, perchè anche la faccia tosta ha diritto alle quote rosa.
In fondo si battono per il benessere e l’avvenire dei loro seguaci: se stessi.
Perchè trovare qualcun altro che li voti, la prossima volta, sarà  dura.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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BERSANI: “RENZI STA GOVERNANDO CON IL MIO 25%, MI RISPETTI”

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

“HA CREATO UNA ENORME ASPETTATIVA, MA NON SI ESCE DAI GUAI CON IMPROVVISI MIRACOLI”

Renzi ha preso il 40%? “Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto”.
Così l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani a Dimartedì, in onda questa sera su La7. L’ex segretario Pd non ha risparmiato affondi nei confronti del premier: “Dall’entourage di Renzi mi vogliono spiegare, a me, come si sta in un partito. Ma vorrei chiedere: dove sta scritto nel programma di cancellare l’articolo 18?”.
L’articolo 18, ha proseguito. “non è certamente un simbolo ma un suo aspetto simbolico sicuramente lo ha: non si può buttarlo via perchè il lavoro non può essere inteso totalmente solo come salario ma è anche diritti e dignità  delle persone. Il lavoro, ha detto ancora Bersani, “si dà  con gli investimenti e servono regole precise per l’occupazione”.
Renzi, ha continuato l’ex segretario Pd, “è svelto, intelligente, impaziente” ma deve avere “un rapporto più colloquiale e meno aggressivo”.
Anche perchè “non usciamo dai guai con improvvisi miracoli”.
Il presidente del Consiglio, ha continuato Bersani, “ha creato un’enorme aspettativa e ora deve cominciare a tirare qualche somma”.
Sul fronte economico, ha proseguito, “a fine anno saremo ancora con il segno meno ed è troppo facile dire che la soluzione sono i tagli alla spesa pubblica”.
Quindi Bersani ha ripreso, con ironia, uno degli slogan più famosi del premier: “Leggo che avrei chissà  quale obiettivo, di stare lavorando per chissà  quale piano. A Renzi e agli altri dico, state sereni. Serenità  veramente…”.
Sul Jobs Act infine ha messo in guardia su possibili alleanze con Forza Italia: “Si parla con tutti. Ma la parola patto è troppo stretta. Non c’è alcun motivo, nè politico nè numerico, per rivolgersi ad altri”.

(da “Huffingtonpost”)

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RISCHIO FUGA DA ALFANO: “DA SCHIFANI AD AZZOLINI, SONO 15 PRONTI A RIENTRARE IN FORZA ITALIA”

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LA LISTA DEI TRANSFUGHI E’ DA TEMPO SUL TAVOLO DI BERLUSCONI: REGISTA DELLA TRATTATIVA E’ MICCICHE’

Nomi di peso, come Renato Schifani e Antonio Azzollini.
Peones e portatori di voti, come Antonio D’Alì, Tonino Gentile e Maurizio Bernardo. Una lista di quindici nomi è già  sul tavolo del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Quindici fra senatori e deputati pronti a lasciare la sede di via del Tritone del Ncd per tornare fra le braccia del padre.
“Un’operazione — spiega al IlFattoQuotidiano.it un senatore forzista — che va avanti da tre mesi e che di fatto cambierebbe il quadro politico”.
Al punto che in Transatlantico qualcuno conviene nel dire, forse con un pizzico di cattiveria, che la creatura del ministro dell’Interno “farà  una fine peggiore di quella di Scelta Civica”.
Esperienza finita, insomma? Battute a parte, da giorni Silvio Berlusconi, tornato a fare il presidente del partito “a tempo pieno”, lavora in questa direzione in una trattativa con i dissidenti “alfaniani” che sarebbe stata portata avanti dal capogruppo al Senato Paolo Romani.
Con il contributo “prezioso” di una vecchia volpe forzista del ’94, come Gianfranco Miccichè, che si starebbe muovendo fra le varie regioni dello stivale, in particolare nelle regioni del sud.
“Un lavoro certosino”, spiegano i bene informati, in cui un animale da palazzo, come Romani, avrebbe avuto il compito di raccogliere i malumori presenti all’interno del gruppo parlamentare di Palazzo Madama.
Malumori che si sono manifestati anche nei giorni convulsi dell’elezione dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri laici della Consulta.
Con assenze di peso, secondo alcuni “tattiche“, che hanno acceso più di un campanello di allarme nell’entourage dell’ex delfino del Cavaliere.
Al punto che occorre riportare indietro le lancette per comprendere lo stato di salute di Ncd.
Per l’appunto, occorre tornare all’assemblea nazionale del partito dello scorso luglio allo Spazio Novecento della Capitale.
In quell’occasione, infatti, non si arrivò allo strappo per la mediazione di Angelino Alfano, che riuscì a contenere i dissidi interni, tenendo insieme un’assemblea che gli stava per sfuggire di mano.
Ma le cronache politiche di allora certificano e ricordano lo scontro al vetriolo tra la pasionaria Nunzia De Girolamo e la ministra Beatrice Lorenzin.
Scontro che rientrò per ordine di Alfano e del coordinatore nazionale Quagliariello, ma che rimase ad accompagnare i racconti sui dietro le quinte delle riunione a porte chiuse di via del Tritone.
Del resto, il nodo principale — quello che anima il dibattito interno — è sempre, lì, irrisolto.
Un nodo che rimanda alla due anime del partito.
Una filo-berlusconiana (con Nunzia De Girolamo in testa), che crede sia necessario ricucire con Berlusconi per creare un’alternativa al centrosinistra e all’inquilino di Palazzo Chigi.
L’altra metà  del campo, invece, ritiene che “siamo in una fase post-ideologica”, e arriva a teorizzare la necessità  di un rapporto organico con Matteo Renzi.
A guidare la squadra da questa metà  del campo c’è la “renzianissima” Beatrice Lorenzin insieme alla costola socialista di Fabrizio Cicchitto e Maurizio Sacconi — convinti più che mai che si debba entrare a Largo del Nazareno, e addirittura prendere la tessera.
Già , l’ingresso organico nel Pd.
Uno scenario neanche preso in considerazione dalla maggioranza del gruppo di Ncd. Men che meno dagli amministratori locali. Nei territori si soffre, risulta difficile spiegare ai cittadini che “al governo siamo con la sinistra”.
E lo stato di insofferenza è tale che ogni giorno consiglieri comunali o regionali abbandonano la “ditta” alfaniana, preparando lo sbarco in Forza Italia.
Solo la scorsa settimana, in Calabria — regione che nel prossimo novembre tornerà  alle urne — l’assessore regionale Nazzareno Salerno e il consigliere regionale Fausto Orsomarso (vicini all’ex governatore Giuseppe Scopelliti ormai in orbita berlusconiana in virtù del rapporto con Jole Santelli, amica di Francesca Pascale n.d.r), si sono autosospesi sostenendo che “esiste una condizione di impraticabilità  politica”.
E aggiungendo all’unisono che “abbiamo dovuto verificare un’impostazione verticistica e percorsi che poco o nulla hanno a che fare con i destini della Calabria e tanto invece riguardano i percorsi romani”.
Ma i percorsi romani sono tortuosi: il sentiment sta mutando. Di fatto la lista dei transfughi, come dicevamo sopra, è già  agli atti sul tavolo dell’ex Cavaliere.
Una lista che a Palazzo Madama, al momento, annovera: il presidente della commissione Bilancio Antonio Azzollini, i calabresi Giovanni Bilardi, Nico D’Ascola e Piero Aiello, il potentino Guido Viceconte, il campano Giuseppe Esposito, e i siciliani Renato Schifani, Simona Vicari e Antonio D’Alì.
Mentre a Montecitorio, Nunzia De Girolamo, Barbara Saltamartini, Dorina Bianchi, Luigi Casero, Maurizio Bernardo, Filippo Piccone, Vincenzo Garofalo e Raffaello Vignali.
Ovviamente, l’ordine di scuderia degli (ex) alfaniani in orbita berlusconiana impone che le bocche restino cucite.
Tutti muti, guai a svelare la strategia.
Soltanto Renato Schifani, sentito indirettamente da alcune agenzie, avrebbe smentito categoricamente affermando che non abbandonerà  il partito, confermando, però, l’esistenza di alcune criticità .
Criticità  che rimandano alla mancata nomina di “Renatino”, lo chiamavano così gli ex dc di Palermo, a capogruppo al Senato della nuova creatura centrista, la Costituente popolare, che ancora oggi tarda a decollare.
E, soprattutto, le criticità  delle quali parla l’ex presidente del Senato rimandano ai molteplici incontri avvenuti nelle precedenti settimane, in estate in un noto albergo di Cefalu, tra l’ex presidente del Senato e il forzista Gianfranco Miccichè. Ammiccamenti che sarebbero serviti a riavvicinare l’avvocato di Palermo all’inquilino di Arcore grazie all’aiuto di Miccichè.
Quest’ultimo, infatti, sarebbe uno degli uomini da cui ripartirà  Silvio Berlusconi per la rifondazione di Forza Italia.
Naturalmente, chi conosce i dettagli della strategia spiega che l’operazione tutelerà  anche l’esecutivo di Matteo Renzi.
E affinchè non ci siano contraccolpi numerici al Senato sulla tenuta della maggioranza, ci sono alcune iniziative tese a surrogare numericamente, in particolare i senatori che dovessero ritornare “agli ordini di Berlusconi, per garantire al governo almeno 170 voti.

Giuseppe Alberto Falci
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DROGA E SESSO: IL “NUOVO PIL” EVITA AL GOVERNO LA MANOVRA

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

COI CRITERI STATISTICI VOLUTI DALLA UE IL PRODOTTO DAL 2011 RISULTA PIÙ RICCO DI 60 MILIARDI L’ANNO, IL DOPPIO DELLE STIME… RISULTATO: NON SFOREREMO IL 3%

Dio benedica l’Istat e il nuovo metodo europeo di calcolo del Pil (il cosiddetto Sec 2010), quello che conteggia le attività  illegali come droga e prostituzione e, tra l’altro, inserisce i costi di ricerca e sviluppo tra gli investimenti.
Se Matteo Renzi non l’ha pensato è un ingrato: aveva detto che sarebbe stata “robetta” — e gli esperti parlavano di una revisione al rialzo tra l’1 e il 2% — e invece dai dati diffusi ieri il Prodotto italiano nel 2013 coi nuovi metodi di calcolo è risultato più grande di 58,8 miliardi, cioè del 3,8% rispetto a prima (stesse grandezze, all’ingrosso, per il 2011 e 2012).
L’effetto è benefico pure per i conti pubblici, ovviamente: il debito dello Stato al 31 dicembre scorso, ad esempio, cala in rapporto al Pil di oltre quattro punti e mezzo (al 127,9% invece che 132,6); il deficit migliora di 0,2 punti e passa dal 3% al 2,8.
Ovviamente non cambia niente, non siamo davvero più ricchi e come vedremo la recessione è tutt’altro che finita, ma per il governo è un’ottima notizia.
Il Tesoro, infatti, sta riscrivendo il Documento di economia e finanza (Def) proprio coi nuovi criteri statistici e l’effetto sui numeri — anche se per il 2014 non ufficiali — dovrebbero essere gli stessi: lo dice la serie storica Istat col nuovo calcolo (l’aumento nominale è sempre attorno ai 60 miliardi) e alcune indiscrezioni parlamentari.
La cosa non è senza effetti per la vita travagliata di Pier Carlo Padoan e del suo premier: significa che per il 2014 — nonostante il peggioramento del quadro generale — probabilmente non sarà  necessaria una manovra per restare sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil (non che Renzi avesse intenzione di farla comunque il Sec 2010 gli regalerà  almeno uno 0,2%, tre miliardi e un po’) e una bella mano potrebbe arrivare anche sul 2015.
Tradotto: se vuole confermare gli 80 euro, il taglio dell’Irap e tutte le altre cosette annunciate (a partire dai nuovi ammortizzatori sociali post-Cassa integrazione) deve tagliare sempre 20 miliardi nel 2015 come promesso, ma almeno non farà  fatica a tenersi lontano dal rispetto dei parametri di Maastricht (dando per scontato che le previsioni del Fiscal compact, tipo il pareggio di bilancio, rimarranno solo sulla carta intestata di Bruxelles).
I motivi per gioire, però, finiscono qui.
Per quanto attesi, al ministero dell’Economia hanno guardato con terrore ai dati pubblicati ieri (l’Istat dà  e l’Istat toglie) sull’industria italiana: il fatturato del settore, a luglio, ha fatto registrare un calo dell’1%, che contribuisce a produrre un calo cumulato per i primi sette mesi dell’anno dell’1,3; sempre a luglio anche gli ordinativi sono risultati in discesa (per il terzo mese di fila) di un rilevante -1,5% con un risultato negativo su base annua 0,7.
Numeri che certificano, anche solo intuitivamente, che il Pil italiano cresce solo grazie ai nuovi metodi statistici, mentre nella realtà  la situazione è persino peggiore di quella che l’opinione pubblica e la politica sembrano percepire.
Questi due numeri sono infatti assai più preoccupanti nel momento in cui si scende nei dettagli.
La prima notazione, e forse la più importante, è che tanto il fatturato che le commesse calano sia in Italia che all’estero: il buon andamento delle esportazioni, finora, era l’unica notizia positiva sull’economia italiana di questi ultimi anni. Ora anche la domanda estera crolla.
Il secondo dato notevole è che la dinamica degli ordini all’industria è considerato un dato spia, nel senso che è capace di anticipare l’andamento del ciclo di sei-otto mesi: ebbene quell’indice è in calo da tre mesi.
Spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, il centro studi fondato da Romano Prodi: “Il dato Istat sul fatturato di luglio è in linea con quello, già  noto, relativo alla produzione industriale. Inoltre non è solo il mercato interno a flettere: anche quello estero si è indebolito durante l’estate. Più preoccupante è l’informazione sugli ordinativi che prefigurano la tendenza futura”, prosegue De Nardis: “Il calo rilevato in luglio segnala la prosecuzione della fase negativa sul mercato interno e — ancor più — su quello estero.
Questi indicatori sembrano puntare a un terzo trimestre peggiore del secondo.
Essi ci dicono inoltre che la recessione, iniziata a metà  2011, non si è mai interrotta”. E ancora — c’è da aggiungere — non si sono manifestati appieno gli effetti delle sanzioni economiche alla Russia, paese in cui esportiamo abbastanza.
A questo punto bisogna solo capire se arriveranno prima le elezioni o il brusco risveglio degli italiani.

Marco Palombi

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L’ANAGRAFE CHE DIVIDE

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LE DISCRIMINAZIONI ANAGRAFICHE SONO SEMPRE PIU’ FREQUENTI, ORA A DANNO DEI GIOVANI, ORA DEGLI ANZIANI

L’Italia è unita, gli italiani no.
Si dividono per tifoserie politiche, per sigle sindacali, per corporazioni.
Li separa la geografia economica, dato che il Pil del Mezzogiorno vale la metà  rispetto al Settentrione.
Sui temi etici restano in campo guelfi e ghibellini. Ma adesso s’alza un altro muro, il più invalicabile: l’anagrafe. Quella delle idee, con la crociata indetta dal premier contro ogni concezione ereditata dal passato.
Dimenticando la massima di Giordano Bruno: «Non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova». E quella, ahimè, delle persone. Distinte per i capelli bianchi, anche nel loro patrimonio di diritti.
Da qui la trovata che illumina il Jobs act: via la tutela dell’art. 18, ma solo per i nuovi assunti.
Per i vecchi (6 milioni e mezzo di lavoratori) non si può: diritti quesiti, come ha precisato il leader della Uil.
Curiosa, questa riforma che taglia in due il popolo della stessa azienda, mezzo di qua, mezzo di là .
Riforma parziale, un po’ come una donna parzialmente incinta. Doppiamente curioso, l’appello ai diritti quesiti.
A prenderlo sul serio, quando entrò in vigore la Carta repubblicana avremmo dovuto mantenere lo Statuto albertino per tutti i maggiorenni.
E a proposito della Costituzione.
Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori – di cui l’art. 18 rappresenta un caposaldo – fu salutato come il figlio legittimo dei principi costituzionali.
Così, d’altronde, viene ancora definito nella letteratura giuridica corrente. Poi, certo, non ha senso discutere di garanzie quando manca il garantito: il diritto al lavoro esiste soltanto se c’è il lavoro.
E a sua volta ogni Costituzione può essere applicata in varia guisa.
Anche riconoscendo ai lavoratori licenziati un indennizzo, anzichè il reintegro nel posto di lavoro.
Ciò che tuttavia non si può fare è d’applicare contemporaneamente la stessa norma costituzionale in due direzioni opposte.
Lo vieta la logica, prima ancora del diritto. Tanto più se il criterio distintivo deriva dall’età , di cui nessuno ha colpe, però neppure meriti.
Ma il Jobs act non è che l’ultimo episodio della serie.
Le discriminazioni anagrafiche condiscono sempre più frequentemente la pietanza delle nostre leggi, ora a danno dei più giovani, ora degli anziani.
Così, nel giugno 2013 il governo Letta decise incentivi per l’assunzione degli under 30.
E i cinquantenni che perdono il lavoro? Perdono anche il voto, o quantomeno lo dimezzano, secondo la proposta di legge depositata da Tremonti nel 2012: voto doppio per chi è sotto i quarant’anni. Invece nella primavera scorsa la ministra Madia ha tirato fuori la staffetta generazionale nella Pubblica amministrazione: tre dirigenti in pensione anticipata, un giovanotto assunto.
Dagli esodati agli staffettati. Tanto peggio per i vegliardi, cui si rivolgono però in altre circostanze i favori della legge, dalle promozioni automatiche all’assegnazione degli alloggi popolari, dalle pensioni sociali al ruolo di coordinatore nell’ufficio del giudice di pac(spetta al «più anziano di età »: legge n. 374 del 1991).
No, non è con queste medicine che possiamo curare i nostri mali.
Occorrerebbe semmai una medicina contro ogni discriminazione basata sul certificato di nascita.
Gli americani ne sono provvisti dal 1967 (con l’Employment act), gli inglesi dal 2006. Mentre dal 2000 una direttiva europea vieta le discriminazioni anagrafiche nel mercato del lavoro.
In attesa d’adeguarci, non resta che il soccorso d’una (vecchia) massima: i diritti sono di tutti o di nessuno, perchè in caso contrario diventano altrettanti privilegi.

Michele Ainis
(da “il Corriere della Sera”)

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CHIUSO PER CRISI, SI SPENGONO LE INSEGNE A MILANO, GENOVA, ROMA , NAPOLI E TORINO

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

CAMBIA IL COMMERCIO E IL VOLTO DELLE CITTà€, LE VENDITE CALANO DEL 5-8 PER CENTO, COSàŒ DEVONO ARRENDERSI ALTRI 14MILA NEGOZI E 2.500 RISTORANTI

Serrande abbassate, non è una questione di orario, giorno o stagione, sono abbassate perchè il proprietario non ce la fa più, time out, addio, è stato bello finchè possibile.
Un allarme che sbaglieremmo a considerare affare dei commercianti.
I negozi, soprattutto le piccole botteghe, fanno parte del panorama e dell’identità  delle nostre città .
Senza le insegne illuminate, senza le vetrine che ci distraggono e ci accompagnano, si spengono le luci e anche la vita delle strade. Che diventano semplici luoghi di passaggio. Non solo: i negozi sono un presidio che assicura la cura e la pulizia delle vie.
Sono, soprattutto, un fondamentale luogo di incontro . Per parlare, scambiare non solo     merci, ma anche notizie sulla vita del quartiere e dei suoi abitanti. Sono un conforto, una compagnia per chi vive in solitudine.
Milano, Torino, Genova, Roma o il Sud Italia, è sempre uguale, secondo Confesercenti i più colpiti sono bar e ristoranti, librerie e negozi di abbigliamento: tra luglio e agosto di quest’anno, per ogni nuova impresa commerciale avviata, ben due sono defunte.
A giugno 2014 più del 40 per cento delle attività  aperte nel 2010 ha chiuso e bruciato investimenti per 2,7 miliardi di euro. Un collasso.
Così basta passeggiare per le vie, non solo periferiche, ma anche centrali delle città  per scoprire cartelli con su scritto vendesi o affittasi; in alcuni casi si parla di “obsolescenza”, riferito a tutte quelle attività  colpite dallo sviluppo del commercio in rete, quindi le agenzie di viaggio, i negozi di musica, home video, le librerie o le edicole (quattro chiusure ogni due nuove aperture).
Alcuni numeri: i ristoranti segnano un meno 2.500, malissimo il commercio in sede fissa (-14mila negozi), il business delle sigarette elettroniche (4 chiusure per ogni nuova apertura), l’abbigliamento (addio a 3300 negozi).
Inutile l’estremo tentativo dei saldi estivi: il Codacons stima che la quota di spesa media mensile dedicata al vestiario dalle famiglie italiane si è attestata dal 2012 al 5 per cento: quasi la metà  del 13,6 registrato nel 1992, e che ci poneva, assieme al Giappone, al vertice della classifica mondiale.
Milano
Guai perfino in centro Corso Vercelli, corso Magenta, via Meravigli, avanti fino alla centralissima piazza Cordusio.
Se ne contano 20 di saracinesche chiuse lungo i due chilometri e mezzo di una delle principali direttrici dello shopping milanese.
La crisi c’è ancora: “Gli affitti sono troppo alti per la situazione di oggi”, lamenta la signora dietro al bancone del Food & drink Rossomagenta.
Qualche passo più in là , la parrucchiera sulla soglia del locale guarda a destra e a sinistra: “Qui i negozi aprono e chiudono”. Di fronte, proprio all’imbocco di corso Magenta, la bottega Luxury lingerie non ha superato l’estate: “L’avevano inaugurato appena qualche mese fa”.
Aprono e chiudono, i negozi. Sono più quelli     che chiudono, a guardare i dati della Camera di commercio di Milano: a fine giugno 2014 le attività  commerciali in città , esclusi bar e ristoranti, erano 12.216: 61 in meno di un anno prima.
Soffrono di più i negozi di abbigliamento (-114), quelli di articoli da regalo e per fumatori (-55, soprattutto per il crollo delle vendite delle sigarette elettroniche), i giornalai (-25) e le cartolerie (-20).
Nemmeno le zone del centro vengono risparmiate. Anzi, qui le chiusure pesano per il 20% su tutte le cessazioni. Chi è fuori dai circuiti più fortunati del Quadrilatero della moda, di corso Vittorio Emanuele e di via Dante non sempre se la passa bene: per 100 metri quadri si pagano anche 100mila euro di affitto all’anno.
Troppo, le vendite non sono più quelle di un tempo. “Il diradarsi di attività  è un fenomeno che già  da un po’ di anni colpisce le aree meno affascinanti — spiga Alessandro Prisco, presidente di Asco Duomo, associazione di negozianti di 25 vie del centro —. Via Larga è piena di cartelli ‘affittasi’, la seconda parte di via Mazzini è desolante, come l’inizio di corso Italia”.
All’angolo tra piazza Duomo e via Mercanti c’era un negozio di abbigliamento da montagna: via anche questo, s’è trasferito fuori Milano per lasciare il posto a un temporary shop che vende accessori per la cucina.
Due passi in più, di nuovo piazza Cordusio. Poi l’inizio di via Meravigli: aperto il Big’s bar e il negozio di candele Ceratina. Giù     le saracinesche della     storica cartoleria De Magistris, del centro fitness, della farmacia che da un po’ s’è spostata in un centro commerciale, giù quelle della boutique Ilaria Folli e del negozio di specialità  dolciarie regionali, un’istituzione da 50 anni. Resistono un altro bar, la bottega di numismatica e quella di biancheria per la casa. Per ora.
Genova. Meno tre al giorno    
“Certi giorni scendo in strada e non riconosco la mia città ”. Annalisa Parodi ha 84 anni, è vedova, se ne sta sulla porta del suo condominio e indica, una per una, le saracinesche abbassate. Poi aggiunge: “Sa, per me che sono sola il negozio era più che un posto dove comprare. Io mi mettevo il vestito bello per andarci. Era un’occasione per parlare, per sentire le notizie del quartiere, per partecipare alla vita degli altri. E se avevo bisogno di qualcosa, se non stavo bene, il macellaio mio amico veniva a darmi una mano. Ma ora anche lui ha chiuso”.
Annalisa abita a Sestri Ponente, storico quartiere operaio di Genova, semplice, ma pieno di dignità  e di vita. Oggi nel Ponente soprattutto alcune vie secondarie sembrano le strade di Atene durante gli anni più bui: una lunga fila di saracinesche abbassate. Succede qui e in tutta la città , come dimostrano i dati della Camera di Commercio.
L’anno nero è stato il 2013: 573 aperture e ben 938 cessazioni di attività , per usare un termine burocratico che non racconta i dolori, talvolta i drammi, delle chiusure dei negozi. Alcuni con decenni di vita alle spalle.
Accade nei quartieri meno ricchi, ma anche in quelli più benestanti, come Nervi (dove hanno casa professionisti e giocatori di serie A, per dire): storiche insegne hanno lasciato spazio a banche. Poi anche queste hanno ceduto e sono arrivati i cinesi. Sempre aperti, tutti con la stessa merce. E i genovesi, con meno soldi in tasca, li affollano .
Paolo Odone, commerciante di vecchia data e presidente della Camera di Commercio, la spiega così: “Negli ultimi 5 anni il saldo fra le aperture e le chiusure dei negozi è stato sempre negativo, con un picco di -365 — un negozio in meno per ogni giorno dell’anno — nel 2013. La crisi economica non ha fatto che accentuare una situazione resa già  critica dallo “sboom” demografico di una città  che aspirava al milione di abitanti e si è ritrovata sotto i 600mila. In questa situazione, le famiglie dei commercianti hanno resistito spesso con il capitale, il cosiddetto fieno in cascina, ma oggi è finito anche quello. E con i prezzi in calo dello 0,2%, una Tari fuori da ogni proporzione e un sistema fiscale insostenibile, a fine anno rischiamo un nuovo tracollo”.     Chiudono i negozi, le strade si desertificano. E la città  diventa più grigia. I ragazzi a volte si ritrovano nei centri commerciali — con la polemica delle tante Coop fiorite in ogni quartiere — ma anche i colossi stanno male.
A Roma lacrime diffuse    
Via del Tritone, a due passi da piazza di Spagna, lacrime per chi si ricorda come era un tempo “qui giravano i soldi, ora siamo dei pezzenti”, parola di negoziante in crisi. Via Merulana, tra Colosseo e piazza San Giovanni, la situazione è anche peggiore, difficile trovare una saracinesca alzata, è ruggine, polvere, malinconia, abbandono.
In periferia, o comunque fuori dal centro, è anche peggio: la vecchia edilizia pensata e voluta da Caltagirone, prevedeva appartamenti sopra, attività  commerciali sotto: ora è un perenne cartello vendesi. “Nei primi due mesi del 2014 sono stati chiusi 682 negozi”, raccontano i dati dell’Osservatorio Confesercenti e “nei tre settori di commercio, turismo e intermediazione, dove 451 fanno parte della categoria del ‘commercio al dettaglio in sede fissa’. Detto altrimenti, negozi e botteghe artigiane”. Ma complessivamente la situazione è anche peggiore e racconta di oltre diecimila locali commerciali sfitti o invenduti, con orafi, corniciai e falegnami inseriti nella categoria “Panda”. “Persino i centri commerciali accusano il colpo, mentre le uniche attività  che sembrano tener lontano la crisi sono i bar e i ristoranti. Sempre secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato, in nove anni gli esercizi di ristoro nel cuore della Capitale sono passati dai 48 del 2003 ai 153 del 2012. Bar e ristoranti gestiti sì, da italiani, ma che appartengono sempre più a stranieri, cinesi per lo più”. Così è normale vedere a Roma delle saracinesche sollevarsi do notte, un momento, un attimo, e qualcuno varca la soglia solo per dormirci: la tariffa è tra i 30 e i 50 euro a notte, nessuna licenza, solo “un racimolare qualche soldo, sono mesi che cerco di affittare ma niente”, spiega un ex negoziante del centro. Quindi l’escamotage del dormitorio. “Ma se ha chiuso la Ferrari, pensa noi”, insiste. Vero. Soldi al 70 per cento per lo store del Cavallino, uno dei punti di gloria dell’era Montezemolo, ora non più, casse vuote, e nessuna voglia di ripianare, la soluzione è stata quella di mollare.
Napoli ‘a nuttata non passa    
A Napoli citano Eduardo De Filippo e dicono: “Adda passà  ‘a nuttata”. Ma la nottata del commercio partenopeo è buia e tempestosa. Nei primi sei mesi del 2014, tra Napoli e provincia, hanno serrato le saracinesche 2.244 negozi e 591 tra bar e ristoranti. L’elenco dei caduti vanta nomi illustri. Ha chiuso dopo 50 anni il negozio di abbigliamento De Vito.
Hanno chiuso altri esercizi storici come Buonanno e De Nicola. Hanno svuotato i locali grandi firme come Diesel, in piazzetta Rodinò, Frette, un punto Armani. Alla fine dell’anno scorso ha chiuso dopo 95 anni la libreria Guida a Port’Alba dove acquistava Benedetto Croce e dove intere generazioni si erano rifornite di testi scolastici.
Una recente inchiesta della Procura antimafia, pm Catello Maresca, ha dimostrato che gli interessi dei distributori di cd e dvd vergini e a poco prezzo, grazie all’evasione delle tasse, si saldano con quelli dei clan camorristici che con la pirateria audio-video ricavano ingenti profitti.
Con la chiusura di un altro punto Guida e di Loffredo, l’intero quartiere Vomero, 200 mila abitanti, da dove proviene una nutrita fetta dell’intellighènzia napoletana (a cominciare dal sindaco Luigi de Magistris) è rimasta sprovvista di librerie.
Per fortuna, o purtroppo, c’è Internet. Costrette alla chiusura, con centinaia di dipendenti sul lastrico, le grandi catene di elettronica e prodotti culturali come Eldo in piazza Matteotti, e Fnac.
Nel solo settore dell’abbigliamento il calo in Campania è stato del 10,5%, il peggiore in Italia (dati Federmoda-Confcommercio). Poi quando apre una nuova azienda non bisogna esultare subito.
“Le nuove iscrizioni al Registro delle Imprese sono operazioni finanziarie per mascherare stati di crisi” spiega il presidente della Camera di Commercio Maurizio Maddaloni, “e troppo spesso per agevolare attività  illegali, come accade per alcuni ristoranti o negozi di abbigliamento che aprono e chiudono in poco tempo”.
Ricorda il presidente Ascom, Pietro Russo: “Dal 2008 la provincia di Napoli ha perso 11 punti di Pil e 100 mila occupati, il 15% della forza lavoro. Poi ci sono tante criticità  tipiche del nostro territorio: la vendita di merci contraffatte negli ultimi 5 anni ha tolto, solo in provincia di Napoli, ben 6 miliardi al circuito dell’economia legale; ed abbiamo una città  a brandelli”.
Torino, dopo gli operai le librerie    
Le ultime ad andarsene sono le librerie del centro di Torino. Qualche storico negozio lascerà  gli spazi in cui stava da decenni: la libreria Zaniboni o la Dante Alighieri non riapriranno, mentre la Paravia si trasferirà  in un quartiere meno centrale.
La crisi ha colpito pure i negozi più grandi, come la Fnac che ha chiuso o     la Coop che si è trasferita fuori città .
Per rimanere in tema di libri, la trattoria Mama Licia, in passato frequentata dall’editore Giulio Einaudi, ha lasciato le sue cucine per gli affitti troppo alti.
La situazione non cambia fuori dal centro fino alla periferia: che sia il ricco quartiere Crocetta o l’operaia Mirafiori, panetterie, piccoli alimentari, negozi d’abbigliamento e di sigarette elettroniche abbassano le serrande e i locali restano sfitti e invenduti per anni. In città , stando agli ultimi dati della Confesercenti, dall’inizio dell’anno hanno chiuso 543 attività , quasi 1.200 se si considera la provincia.
Nel 2013 non era andata meglio: spariti1.167 negozi, “con un saldo negativo di 181 esercizi in rapporto alle aperture”, stando all’Ascom e alla Camera di Commercio. È il sintomo di una crisi che è cominciata con     la Fiat e i suoi operai, ha colpito il suo indotto e, a catena, i consumi e si ripercuote su tutta l’economia.
A dare il colpo di grazia poi sono gli affitti sempre alti, soprattutto nella centralissima via Roma, tanto alti da soffocare anche attività  economiche di lusso.
Per abbattere i costi i gestori dello storico emporio alimentare Paissa hanno chiuso il locale di piazza San Carlo tenendo aperti gli altri locali più piccoli e dagli affitti meno alti in via Cernaia e in corso Alcide De Gasperi.
Una libreria che chiuderà  i battenti è la Dante Alighieri. Per Mimmo Fogola, che la gestisce insieme al fratello Nanni, il problema non è l’affitto: “La concorrenza delle grandi librerie: sebbene la legge imponga sconti fino al 15 per cento, loro arrivano al 25 per cento semplicemente chiamandole ‘promozioni’”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I VITALIZI D’ORO COSTANO 170 MILIONI L’ANNO

Settembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

I BILANCI DELLE REGIONI NON REGGONO PIU’

Prima era “solo” uno scandaloso privilegio, ora rischia di far saltare le casse delle Regioni.
Si chiama vitalizio, che vuol dire assegno fino alla tomba.
E finisce in tasca a chi è stato anche per pochissimo consigliere regionale senza che abbia raggiunto i limiti anagrafici, stabiliti dalla legge per tutti gli altri comuni mortali, per l’accesso alla pensione.
Parliamo dei nuovi baby pensionati, qualcuno è appena cinquantenne.
Sono i figli del privilegio decentrato, della devoluzione arbitraria dalle leggi dello Stato. Di una legislazione prodotta dai legislatori regionali per se stessi.
E ciascun Consiglio, un po’ come nel caso dei rimborsi per i gruppi, ha fatto come voleva. Interna corporis, si dice. In questo caso non ha nulla di nobile, non difende l’indipendenza degli organismi eletti democraticamente ma la propria sfacciataggine.
Ogni anno i quasi 3.200 vitalizi pesano sui bilanci regionali per circa 170 milioni.
Solo un po’ meno di quanto costi (circa 200 milioni) al Parlamento nazionale sostenere gli ex onorevoli che contro qualche recente ritocco ai vitalizi hanno peraltro presentato più di venti ricorsi per nulla destinati all’insuccesso.
Ormai ci sono Regioni in cui le uscite per pagare i vitalizi agli ex consiglieri (o agli eredi) superano il costo dei consiglieri in carica.
In Veneto, per esempio, servono 11,2 milioni per erogare i 226 vitalizi, compresi quelli di reversibilità , contro i 9,1 milioni per le indennità  dei consiglieri attivi.
Tra gli ex consiglieri ci sono Giancarlo Galan (3.749,63 euro netti mensili), Massimo Cacciari (1.935,30), Flavio Zanonato (1.934,84)
È una spesa che si è impennata negli ultimi anni, se si pensa che nel 2005, quella veneta era intorno agli 8,5 milioni.
Una dinamica inarrestabile, che fa paura perchè effettivamente le assemblee hanno esagerato.
Solo nel Lazio (la Regione che permette ancora il pensionamento a 55 anni e di calcolare l’indennità  considerando anche la diaria, cioè la spese per i trasferimenti quotidiani) si stima che i vitalizi passeranno dagli attuali 270 a 314 nel 2016.
È quasi impossibile fare una media nazionale delle indennità .
Ne “La casta invisibile delle Regioni”, Pierfrancesco De Robertis scrive che in media, con una consiliatura, si prendono 2.500 euro al mese, che salgono a 4.500 con due. Per gli ex governatori si superano i 5 mila euro
Dunque, si corre ai ripari. Perchè non è stata sufficiente l’abolizione dei vitalizi per il futuro e iltendenziale adeguamento soft alle leggi generali imposta ai Consigli regionali dal governo Monti sotto la spinta dell’emergenza finanziaria.
Ora sotto tiro sono i vitalizi in essere, quelli protetti dai presunti diritti acquisiti.
Che Enrico Zanetti, sottosegretario all’Economia, definisce «privilegi acquisiti». Prima di entrare al governo, Zanetti ha presentato una proposta di legge costituzionale (la numero 1978) per tagliare i vitalizi (non solo quelli futuri) dei consiglieri regionali e dei parlamentari e mettere un tetto ai loro emolumenti
Una legge costituzionale proprio per aggirare l’ostacolo dei diritti acquisiti.
Scelta Civica, il partito di cui fa parte Zanetti, ha ottenuto che la proposta di legge sia esaminata, non rimarrà  nei cassetti del Parlamento. Questo costringerà  tutti a uscire allo scoperto, governo compreso. Il premier Matteo Renzi, d’altra parte, ha parlato più volte della necessità  di abolire i vitalizi. Non solo per una questione di spending review .
La proposta Zanetti stabilisce che per poter maturare il diritto al vitalizio si debba avere almeno 10 anni di mandato consecutivi o quindici non consecutivi e che prima di ottenere l’assegno si debba aver compiuto «l’età  prevista per la corresponsione della pensione di vecchiaia dalla normativa di volta in volta vigente per la generalità  dei cittadini».
Ma c’è di più: questi requisiti varrebbero retroattivamente e dunque verrebbe sospesa l’erogazione del vitalizio a chi non li ha maturati.
Si vedrà  quale fortuna avrà  la proposta di legge, di certo anche le Regioni hanno capito che bisogna intervenire sul pregresso.
Lo ha già  fatto il Trentino che ha chiesto ai suoi venti “pensionati di platino” di restituire complessivamente ben 29 milioni, perchè gli assegni sarebbero stati calcolati male.
Così a Mauro Delladio, Forza Italia, ex leghista, è stata chiesta la restituzione di oltre 460 mila euro. La Lombardia si prepara a varare una legge che introduce un contributo di solidarietà  crescente con l’aumentare dell’importo.
Il Lazio premierà  anche Er Batman Franco Fiorito: vitalizio a cinquant’anni se non sarà  condannato. Perchè alla Pisana con cinque anni di mandato si prende l’assegno.
E il Lazio dà  anche il vitalizio di trattamento non può essere messa in discussione. Privilegio chiama privilegio.
Ora però si pensa di tornare con i piedi per terra: vitalizio a 65 anni, contributo di solidarietà  e divieto di cumulo.
Già  perchè, finora, i vitalizi si cumulano ad altri redditi. Per non farsi mancare nulla. Of course.

Roberto Mania
(da “La Repubblica”)

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