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TIZIANO RENZI, UN FALLIMENTO TIRA L’ALTRO (DA 38 MILIONI)

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI GENOVA È INTERESSATA NON SOLO ALLA FINE DELLA SOCIETà€ “CHIL” MA ANCHE A QUELLA DELLA “MAIL SERVICE SRL” NEL 2011… PER LA “EVENTI 6” ORA RISCHIA ANCHE LA MADRE

Non è soltanto per un fallimento di tre anni fa, come lamenta Tiziano Renzi.
Gli accertamenti della Procura di Genova stanno ricostruendo l’intera vita imprenditoriale del padre del premier.
Tutte le società  nate nella casa di Rignano sull’Arno, i passaggi di proprietà , i rapporti tra i singoli soci, la rete di contatti, gli scambi commerciali. Tutto.
Un lavoro che porta almeno fino al 2006. E alla Mail Service Srl, una società  di cui il padre del premier era socio di maggioranza, con il 60% del capitale, e che nel 2011 è stata dichiarata fallita.
Proprio come la Chil Post che, secondo l’accusa, è stata svuotata del ramo aziendale sano, e poi accompagnata al cimitero finanziario da Gian Franco Massone con debiti per 1 milione 150 mila euro.
La Mail Service potrebbe rappresentare un precedente utile al fine delle indagini perchè sembra attuare uno schema poi ripetuto.
La Mail Service nel 2004 aveva un capitale sociale di diecimila euro e dopo tre trasferimenti e numerosi passaggi di proprietà  nel 2011 è stata dichiarata fallita con un passivo da brividi: 37 milioni 493 mila 568 euro.
Come la Chil Post anche la Mail Service è passata dalle mani di Renzi senior a quelle di Massone, nell’ottobre 2006.
Non in quelle di Gian Franco, però, ma in quelle del figlio Mariano.
Ed è quest’ultimo infatti a essere indagato per la bancarotta fraudolenta della Chil insieme a Tiziano Renzi e non il padre Gian Franco.
Gian Franco fa solo da prestanome per il figlio Mariano che il 3 novembre 2010, quando il padre riceve da Tiziano Renzi la proprietà  della Chil, ha già  all’attivo la chiusura di tre società  e cambiali in protesto per oltre 250 mila euro.
Il giovane Massone, classe 1971, ha un curriculum che attira gli investigatori.
Le tre società  di cui negli anni diventa amministratore unico, nel giro di poco tempo dichiarano il fallimento: Directa, M&M Trasporti e One Post Adriatica.
Stessa sorte tocca ad altre due aziende di cui è socio, Aesse e Mostarda.
Fino ad arrivare alla Mail Service portata al fallimento nell’ottobre 2011 con un buco da 38 milioni di euro dopo essere stata ceduta da Massone ad Alberto Cappelli che, ipotizza il curatore fallimentare, figura solo come testa di legno.
Così per la Chil interviene il padre.
Ma i rapporti con Tiziano Renzi li ha Mariano. La Chil Srl e la Mail Service negli anni tra il 2004 e il 2006 hanno la sede sociale nello stesso indirizzo: Via Scajola 46 a Firenze.
Sono gli anni in cui Matteo Renzi figura come dirigente dell’azienda di famiglia.
E lo stesso Gian Franco, interpellato da Giacomo Amadori su Libero, ha confidato: “Tiziano Renzi l’ho visto una sola volta in vita mia, quando mio figlio mi chiese di portargli il pesto al casello dell’autostrada”. Generosità  ligure.
Come siano nati i rapporti tra la famiglia Massone e Renzi è un altro dei punti che gli inquirenti stanno tentando di ricostruire.
La conferma arriva dal procuratore capo, Michele Di Lecce, che sottolinea ogni volta che può quanto sia ancora difficile avere un quadro complessivo dell’inchiesta. “Siamo appena all’inizio”, ripete. “Infatti a Tiziano Renzi noi abbiamo solo notificato la proroga delle indagini”.
E “la notizia dell’avviso di garanzia, a quanto ci è dato sapere, è trapelata da Firenze non da qui”, aggiunge Di Lecce anche per rimandare al mittente le accuse di giustizia a orologeria nei confronti del premier impegnato nella riforma.
Al momento l’unico reato ipotizzato è la bancarotta fraudolenta ma l’indagine, come detto, si è estesa anche ad altre società  dell’universo renziano, a cominciare dalla Eventi 6 di Laura Bovoli, madre del premier, che secondo l’accusa riceve le attività  sane della Chil Post e salva il tfr di Matteo Renzi.
“I capi d’accusa come il numero delle persone coinvolte potrebbero aumentare, ma le indagini sono ancora in corso e stiamo ricostruendo tutti i rapporti nel dettaglio”, aggiunge Di Lecce.
Sono inoltre tuttora in corso le verifiche sui creditori della Chil indicati dal curatore fallimentare: 19 aziende che vantano oltre un milione di euro dalla società .
C’è il Credito Cooperativo di Pontassieve, presieduto dal renziano Matteo Spanò, con cui l’azienda aveva un debito di 496 mila euro.
Insoluto anche un prestito da 50 mila euro con la Unicredit, altri 72 mila con la Bmw, 178 mila euro con l’immobiliare e poi 15 mila d’affitto della sede, multe del Comune e persino le gomme per l’auto.
Questo è quanto lasciato nella Chil da Tiziano Renzi prima di cederla a Massone.
Ma solo dopo aver trasferito alla Eventi 6, società  della moglie, i contratti in essere, i beni e il tfr del figlio.

Ferruccio Sansa e Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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FLOP M5S, PRIMARIE PER POCHI INTIMI

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

PARTECIPAZIONE DELUDENTE: PER DIVENTARE CANDIDATO GOVERNATORE DELL’EMILIA BASTANO 266 VOTI, IN CALABRIA 183… E C’E’ CHIEDE UNA CERTIFICAZIONE INDIPENDENTE DEI RISULTATI

«Beppe chiudi tutto!». «Ma davvero siamo così pochi? Siamo pochissimi, fa spavento, senza Grillo il movimento praticamente non esiste!».
Sono scorati i commenti dei militanti al post con cui il Movimento 5 stelle annuncia i vincitori delle “Regionalie” di Calabria ed Emilia Romagna.
C’è chi augura in bocca a lupo ai vincitori, ma anche chi ricorda — senza nominarla — che la vincitrice in Emilia Romagna, la candidata alla presidenza della Regione, è stata oggetto di un ricorso al tar del Lazio.
Giulia Gibertoni, modenese di Mirandola, docente a contratto di semiotica alla Cattolica di Milano, nel suo video di presentazione si definisce ricercatrice precaria e parla di quello che i 5 stelle dovrebbero fare in Europa.
Non fa alcun riferimento al lavoro in Regione, perchè il video è quello che aveva girato in vista delle europee: elezioni che credeva di aver vinto prima di essere raggiunta a Bruxelles da una telefola nata che le annunciava che, per un riconteggio, aveva perso di due voti e doveva cedere il posto.
Su questa storia, un’attivista di Parma ha fatto ricorso al tar del Lazio.
Ma le cose sembrano risolte dalla votazione di giovedì, in cui Giulia ha surclassato tutti con 266 voti. La seconda arrivata ne ha 167.
Molte meno gli altri: a Parma Patrizia Adorni è subentrata a una rinunciataria che aveva raccolto appena 15 voti.
Va peggio in Calabria. Nelle ultime ore gli attivisti erano in fermento per la presenza nella prima lista del fratello della deputata Dalila Nesci (già  fidanzata dell’ex capogruppo Riccardo Nuti).
Alla fine, Diego Antonio ha preso solo due voti. E qualcuno — nella fazione opposta a quella della Nesci — pensa che non sia un caso.
Che lo staff abbia voluto evitare di far sorgere nuove polemiche sulle parentopoli del Movimento («Ha preso i voti suoi e della sorella. E i genitori? Neanche un eremita farebbe così poco»).
In realtà , in lista ci sono anche persone con 1 voto solo, e tra quelli che ce l’hanno fatta Enrico Natale Barbuto eletto nella circoscrizione di Vibo Valentia — si è fatto bastare le sue 8 preferenze.
Mentre il candidato governatore — Cono (Nuccio) Cantelmi, avvocato di Catanzaro, fondatore dell’associazione Ereticamente — ne ha ottenute 183
Adesso toccherà  mettersi a lavoro per raccogliere le preferenze vere (le elezioni regionali le prevedono) «e non sarà  facile», presagisce il senatore Franco Molinari: «Basta gridare e lamentarsi, in questo finora siamo stati bravissimi, dobbiamo essere in grado di fare proposte concrete per far uscire la Calabria da questa situazione».
A differenza delle altre volte, però, la maggioranza dei parlamentari non parla più di grande lezione di democrazia.
I numeri esigui dei votanti deludono tutti. I deputati che hanno già  chiesto in una lettera aperta a Grillo e Casaleggio che un ente terzo verifichi il voto on line (come fu per le “Quirinarie”) non sono gli unici a non fidarsi.
La richiesta di trasparenza è ormai la coda di ogni votazione.
E almeno per ora, è rimasta inascoltata.

Annalisa Cuzzocrea

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ARRIVA L’AIUTINO PER RENZI: BONANNI SI ARRUOLA DA GUARDIASPALLA

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

IL SEGRETARIO DELLA CISL ROMPE IL FRONTE SINDACALE: “DISPONIBILI A RIVEDERE ART 18”

Ed ecco che arriva inaspettata una ghiotta palla che Matteo Renzi potrebbe cogliere al balzo per isolare la Cgil e additare il sindacato di Susanna Camusso come l’ultimo baluardo di una battaglia di retroguardia.
Perchè, dopo che nei giorni scorsi era filtrata l’irritazione della Cisl per la fuga in avanti nell’organizzazione di manifestazioni unitarie che si opponessero alla riforma del lavoro messa in piedi dal governo (“Che fanno, decidono e poi ci chiamano per avvertirci?”, commentavano ambienti vicini alla direzione), oggi è Raffaele Bonanni in persona a rompere gli indugi.
Attaccando frontalmente la segretaria nazionale della Cgil: “La Camusso dovrebbe astenersi a dire quello che dice, a fare quei commenti sulla Thatcher e via discorrendo. Il premier è Renzi, e volenti o nolenti, ci stia simpatico o meno, è con lui che dobbiamo confrontarci”.
Ma il leader abbruzzese va oltre. Con parole sprezzanti nei confronti del sindacato amico: “Il casino di questi giorni tra il Pd e la Cgil è solamente una faccenda di partito, che attiene a quelli là . L’articolo 18 è ormai diventato un’ossessione”.
Bonanni non ne parla apertamente, ma dal suo entourage si lascia trapelare che l’ipotesi di una manifestazione unitaria dei sindacati confederali si avvia ormai verso il tramonto.
Nessuna azione di rottura, quanto piuttosto tante piccole manifestazioni locali per interloquire e dare risposte alla propria base.
Come se non bastasse, dalla Cisl arrivano aperture sostanziali verso il progetto riformista dell’esecutivo: “Nel 2001 dissi già  che era una baggianata fare dell’articolo 18 una cartina tornasole dei diritti dei lavoratori – ha spiegato intervenendo al convegno ‘Insieme verso il futuro’, dei Dem-Pop di Beppe Fioroni – il problema è semmai tutelare i paria che non hanno diritti”.
Poi Bonanni specifica la clausola per la quale il suo sindacato potrebbe dare disco verde al Jobs act: “Per noi va bene rimettere mano, rivedere l’articolo 18. E va bene discutere di tutele crescenti, a patto che vengano inclusi e garantiti i co.co.co, le false partite Iva e i tanti associati in partecipazione”.
Un argomento, questo, che fa registrare un punto di contatto con gli avversari cigiellini.

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FIORELLA MANNOIA CHIAMA PER NOME IL LEGHISTA BUONANNO: “UNA MERDA”

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

“E’ PER GENTE COME LUI CHE I GIOVANI GAY SI SUICIDANO”: IL COMMENTO DELLA CANTANTE DOPO LE INDEGNE PAROLE DEL FUTURO ALLEATO DELLA MELONI

Lo fa apposta, Gianluca Buonanno, a spostare sempre più in alto l’asticella delle sue provocazioni.
Questa volta, però, ad averne abbastanza delle uscite per nulla raffinate dell’europarlamentare leghista e sindaco di Borgosesia è Fiorella Mannoia.
La cantante, sul suo profilo Facebook, si è sfogata in un lungo attacco nei confronti di Buonanno, per le sue ultime dichiarazioni sui gay: “Altro che matrimonio, al massimo ai gay offro una banana”, aveva detto a La Zanzara il leghista.
Così la Mannoia ha scritto sul suo profilo: “E’ anche per gente come questa che ragazzi si suicidano perchè non reggono più all’emarginazione, all’isolamento, allo scherno. Sono stanca di questa gentaglia e la chiamo con il nome che merita: MERDA”.
Non solo: nel suo post la cantante, riferendosi a Buonanno, scrive che è “anche la gente come questo signore ad armare le mani di quelli che ammazzano un diciottenne dopo averlo torturato e seviziato, solo perchè gay, è anche per gente come questa se questa intolleranza sfocia nelle tragedie quotidiane che tutti conosciamo”.
Fiorella Mannoia esprime quindi tutta la sua indignazione per le ultime frasi pregne di omofobia del sindaco di Borgosesia, ultime di una lunga serie.
Intervistato da La Zanzara Buonanno ha affermato che “se mi chiedessero di celebrare nozze gay nel Comune dove sono sindaco direi che è meglio che si facciano un Tso. Fosse per me li schederei: visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro”. E infine: “Altro che matrimonio, al massimo ai gay offro una banana. O un’insalata di finocchio”.

(da “Huffingtonpost”)

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PAPA’ RENZI E I 500.000 EURO PRESTATI SENZA IPOTECA DALLA BANCA DIRETTA DALL’AMICHETTO DI MATTEO

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

NEL 2010 LA BCC DI PONTASSIEVE ELARGISCE SENZA GARANZIE IPOTECARIE IL MEGAPRESTITO, POI LA BANCAROTTA…E IL PRESIDENTE DELLA BANCA EBBE POI L’INCARICO DAL SINDACO DI FIRENZE DI GESTIRE I MUSEI DELLA CITTA’ CON INCASSI MILIONARI

Il principale creditore della società  per il cui fallimento è indagato il padre di Matteo Renzi, è una banca che ha da anni fra i suoi principali dirigenti un fedelissimo dell’attuale primo ministro.
L’istituto di credito che erogò un prestito da mezzo milione senza ipoteche, mentre Tiziano Renzi era l’unico proprietario della genovese “Chil Post” poi fallita, è infatti il Credito cooperativo di Pontassieve, paese adottivo dell’attuale premier.
Dal 2008 siede nel consiglio d’amministrazione, che oggi presiede, Matteo Spanò, amico d’infanzia del premier.
Il maxi-finanziamento, finora non rientrato, è uno dei punti cruciali nell’inchiesta per bancarotta fraudolenta costata a Tiziano pochi giorni fa un avviso di garanzia.
Al termine dell’ormai consueta precisazione sulla giustizia a orologeria il procuratore Michele Di Lecce assicura che le indagini guarderanno anche a possibili «stranezze e abnormità » presenti nella lista dei creditori.
Il verbo coniugato al futuro è piuttosto indicativo dello stato dell’arte.
È passato quasi un anno dal deposito della relazione del perito nominato dal tribunale di Genova sul fallimento della Chill Post che ha portato all’accusa di bancarotta fraudolenta nei confronti di Tiziano Renzi, padre di figlio piuttosto celebre, ma siamo ancora agli inizi.
I tempi lunghi, per tutti
Con questo tipo di vicende funziona così, sostengono in Procura, dove si stupiscono dello stupore.
Quasi tutte le inchieste sui fallimenti necessitano di una proroga delle indagini, dovuta a ulteriori consulenze e accertamenti in arrivo. Tempi lunghi per tutti. Anche per chi porta un cognome eccellente.
«Sono dettati solo da esigenze processuali», dice piccato Di Lecce «Noi non prendiamo nessuno in ostaggio».
A tal proposito il procuratore fa sapere che i contributi e il trattamento di fine rapporto versati all’attuale presidente del Consiglio costituiscono «fatto lecito interno a un’azienda» e sono archiviati alla voce «affari suoi».
La vendita a condizioni particolari delle quote della Chill Post non è l’unica anomalia segnalata ai magistrati liguri.
Anche l’elenco delle aziende e delle persone che aspettano ancora di vedere i loro soldi sarà  oggetto di controlli e verifiche, come confermato dal procuratore.
A vincere per distacco sugli altri pretendenti in termini di crediti da esigere è il Credito Cooperativo di Pontassieve, piccola banca con sede nel paese dove risiede Matteo Renzi, che «intorno al 2010», come afferma un alto dirigente dell’istituto, concede un mutuo da mezzo milione di euro a una azienda che opera nel Genovese, a quell’epoca già  in fase terminale, che da almeno un anno, così risulta dal prospetto dello stato passivo redatto dal tribunale, aveva già  smesso di pagare affitti e fornitori. Le condizioni poste dalla banca non erano draconiane.
Si tratta di un mutuo chirografario a lungo termine, che in genere viene richiesto e concesso per importi molto contenuti.
Non è stata richesta alcuna garanzia ipotecaria, ma solo la garanzia personale del richiedente o di terzi.
Il fatturato al lumicino
Nell’ottobre di quel fatidico 2010 Tiziano Renzi cederà  per la cifra in apparenza simbolica di 3.878 euro l’unico ramo d’azienda produttivo e in attività , la distribuzione dei giornali in Liguria e non solo, all’azienda di famiglia presieduta da Laura Bovoli, sua moglie.
Nel 2009 e nel 2010 il fatturato della filiale genovese dell’azienda è ormai ridotto ai minimi termini.
Nonostante l’entità  dell’importo, il Credito Cooperativo di Pontassieve non ha chiesto il fallimento della Chill Post. A farlo sono stati i secondi e terzi in classifica, Asti Asfalti e Mirò Immobiliare, che reclamavano rispettivamente 228.648 e 178mila euro. L’istituto toscano si è limitato a domandare in seguito l’inserimento formale nell’elenco dei creditori che intendono rivalersi sui responsabili del fallimento.
Il ruolo del Credito Cooperativo di Pontassieve
La banca del paese è l’unico filo di questa storia che in qualche modo può condurre all’attuale presidente del Consiglio.
L’attuale presidente del Credito Cooperativo di Pontassieve, in carica dal 2010, ex consigliere di amministrazione dal 2008 al 2010, è il quarantenne Matteo Spanò, amico del presidente del Consiglio fin dalla tenera età  e suo uomo di fiducia.
Appena diventato sindaco, Renzi gli affidò la guida dell’associazione Muse, che gestisce gli spazi museali di Palazzo Vecchio e tutti i musei civici di Firenze, una specie di cassaforte cittadina.
L’ex boy scout Spanò, ai vertici dell’Agesci, l’associazione di categoria, è stato uno degli organizzatori della Route, l’evento che nell’agosto appena trascorso ha riunito 35 mila scout nel parco di San Rossore, con la partecipazione straordinaria, durata due giorni, di Matteo Renzi
Le eventuali colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma anche viceversa.
Le verifiche svolte finora dalla Procura e le candide dichiarazioni del diretto interessato hanno chiarito il ruolo molto marginale svolto nella vicenda da Gianfranco Massone, l’imprenditore piemontese di 75 anni che ha rilevato i resti della Chill Post mediante acquisto delle quote detenute da Tiziano Renzi.
A essere indagato è invece suo figlio Mariano. Non proprio un socio ma certo una figura che ricorre spesso nei complicati affari liguri del papà  del presidente del Consiglio.

(da Secolo XIX e Corriere della Sera“)

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DEBITI PUBBLICA AMMINISTRAZIONE, RENZI CIALTRONE: AL 21 SETTEMBRE PAGATI SOLO META’ DEI 60 MILIARDI PROMESSI E ATTESI DALLE IMPRESE

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

CON SOMME STANZIATE DAI PRECEDENTI GOVERNI, NON SONO NEANCHE RIUSCITI A PAGARE QUANTO HANNO SPACCIATO IN TV COME REALIZZATO

La missione è miseramente fallita.
I debiti delle imprese con la pubblica amministrazione non verranno saldati integralmente entro il 21 settembre come promesso solennemente da Matteo Renzi.
I numeri ufficiali — spiegano fonti del Mef – verranno diffusi tra domenica e lunedì, ma le ultime rilevazioni dicono già  da ora che siamo lontani, lontanissimi dell’obiettivo che il governo si era fissato.
L’antipasto della brutta notizia l’ha dato in settimana il ministro Pier Carlo Padoan, intervistato a Porta a Porta, rivelando con qualche giorno di anticipo lo stato dell’arte: i pagamenti sono a quota 31-32 miliardi.
E i numeri ufficiali diffusi nei prossimi giorni, filtra da via XX settembre, si discosteranno poco da questa cifra.
Poco più della metà , almeno, dell’obiettivo da raggiungere: 60 miliardi.
L’insuccesso della sfida lanciata dal premier era scritta già  nel suo stesso dna.
A partire da un problema di fondo, non secondario: a quanto ammontavano questi debiti? Qual era la cifra da raggiungere?
I 91 miliardi stimati nel 2013 dalla Banca d’Italia, e a cui si è fatto affidamento in molte occasioni, con il passare del tempo si è rivelato un numero sovrastimato.
O almeno, il ministero dell’Economia a partire da quest’anno ha ridotto sensibilmente il target.
Fino a quando, a maggio, il ministro Padoan ha scoperto le carte, spiegando che la cifra da aggredire era di circa 60 miliardi.
Per questo il governo ha messo sul piatto, in quattro interventi distinti — il primo addirittura porta ancora la firma del governo Monti — fino a 57 miliardi di risorse per saldare tutti i pagamenti attraverso anticipazioni di liquidità  agli enti locali.
A luglio 2014, data dell’ultimo aggiornamento dello stato di avanzamento del rimborso, a disposizione di Comuni, Province e Regioni erano stati messi a disposizione circa 30,1 miliardi, 26,1 quelli effettivamente pagati alle imprese.
Di questo passo, l’obiettivo del pagamento integrale sarebbe stato impossibile da raggiungere anche in un orizzonte molto lungo.
Per questo si era passati a un secondo binario, più agile, per ottenere i rimborsi.
Un sistema che consente alle imprese di iscriversi alla piattaforma di certificazione del Ministero per chiedere la “bollinatura” del proprio debito che lo Stato si impegna a fornire entro 30 giorni pena la nomina di un commissario ad acta, con le quali le imprese possono presentarsi in banca e ottenere uno “sconto” della fattura.
Vale a dire ricevere il pagamento direttamente dall’istituto, che preleva una sorta di commissione dell’1,9% sul credito.
Il secondo binario messo in campo dal governo potrebbe dare una spinta decisiva, ma sul mantenimento della promessa del premier (ribadita a Porta a Porta con l’impegno di Bruno Vespa all’ormai famoso pellegrinaggio a Monte Senario in caso di successo di Renzi), la cui nuova scadenza slitta inevitabilmente almeno all’inizio del prossimo anno, gravano almeno ancora due incognite importanti.
La prima riguarda l’ultimo passaggio del nuovo sistema di sconto delle fatture.
Il monitoraggio del Mef infatti si conclude una volta che il debito viene effettivamente certificato.
Che poi l’impresa riesca effettivamente ad incassare il denaro spettante, per via XX settembre, è altra questione.
E su cui comunque il governo non può più fare molto.
In altre parole può conoscere con ragionevole certezza quanti crediti, e per quale importo, sono stati certificati ma non quanti poi sono stati realmente pagati. E gli stessi 31-32 miliardi stimati dal ministro che verranno confermati nei prossimi giorni, leggermente al rialzo, includono anche queste somme.
Ufficialmente conteggiate come pagate, ma tecnicamente ancora no.
C’è poi una seconda questione che il governo tiene deliberatamente sotterranea nella discussione pubblica.
Non tutti i debiti pesano in modo uguale. La stragrande maggioranza è costituita da debiti di parte corrente, una minoranza in conto capitale.
La distinzione non è una sottigliezza finanziaria ma è invece cruciale per l’equilibrio dei nostri conti.
Se i primi infatti pesano solo sul debito ma non sul deficit, i secondi gravano direttamente anche sull’indebitamento netto.
Significa, in parole povere, che il saldo di questi debiti dev’essere coperto recuperando risorse fresche oppure sfruttando i margini del disavanzo — ormai praticamente esauriti — sotto il 3%.
Non è un problema da poco.
Anche perchè all’inizio del settembre il governo, attraverso il sottosegretario all’Economia Giovanni Legnini, si è impegnato pubblicamente a saldare anche quest’ultima categoria di debiti.
Stimando, forse in modo eccessivamente ottimistico, in circa 5 miliardi la cifra complessiva. E impegnandosi ad “affrontare la questione nella legge di stabilità ”. Leggi, trovare le risorse.
In una manovra già  lievitata a quota 20 miliardi e con 15 miliardi di tagli di spesa prenotati, altri cinque miliardi da reperire non sono esattamente l’obiettivo più facile per il ministro Padaon.
Anzi, con ragionevole certezza, si può dire che anche questa è a tutti gli effetti una missione impossibile.

(da “Huffingtonpost“)

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A CAVAL DONATO …

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

NON SI ERA ANCORA VISTO UN INDAGATO DIVENTARE GIUDICE DELLA CORTE COSTITUZIONALE, QUESTA CI MANCAVA

Ragazzi, che spettacolo. Dopo vent’anni passati a ripetere la frottola della magistratura politicizzata e delle toghe rosse che colpiscono solo a destra e mai a sinistra, i berluscones e i loro house organ sono costretti a commentare la notizia che il padre del leader del centrosinistra è indagato per la bancarotta di una sua società . Oddio, che dire?
Semplice: che le toghe, per quanto rosse, vogliono colpire il premier e segretario Pd perchè è alleato di Berlusconi e con lui sta riformando la giustizia.
Il Giornale: “Preso in ostaggio il papà  di Renzi. Giustizia a orologeria”. Il Foglio: “Mozzorecchi all’arrembaggio: un vecchio fascicolo dissotterrato dopo le lunghe ferie” per “colpire un premier di sinistra” (sic) e per giunta “trentenne” (ri-sic) “attraverso il babbo”. Libero: “Babbo avvisato, Matteo sistemato. L’inchiesta sembrava destinata all’archiviazione. La svolta dopo l’offensiva del governo sulle ferie dei magistrati e la responsabilità  civile. Solo una coincidenza? I precedenti di Mastella e Berlusconi autorizzano qualche dubbio”.
A parte il fatto che l’inchiesta è iniziata 6 mesi fa dalla bancarotta della società  e non da uno sfizio dei pm, e che la proroga è obbligatoria per legge, e che le indagini non sono mai sembrate destinate all’archiviazione (nessuno sapeva nemmeno che esistessero prima della richiesta di proroga notificata a Tiziano Renzi, non citofonata ai giornali), e che c’è una lieve contraddizione nell’accusare i magistrati di lavorare poco ma anche di lavorare troppo, resta da spiegare per quale misterioso motivo il Partito dei Giudici abbia indagato pure Nichi Vendola, leader di Sel, che non è alleato di B. e non sta riformando la giustizia.
Da mesi Libero, come pure il Fatto, racconta giustamente la vicenda imbarazzante del pied à  terre messo gratuitamente a disposizione dal banchiere Marco Carrai a Renzi quand’era sindaco di Firenze, e delle relative indagini della Procura: se queste dovessero approdare a qualcosa, Libero protesterebbe coi pm perchè indagano su una notizia svelata anche da Libero?
Siccome non c’è limite al ridicolo, il Fatto scopre che Donato Bruno, candidato del partito unico Forza Pd alla Consulta assieme al suo dioscuro Luciano Violante, è indagato a Isernia per appropriazione indebita e interesse privato su strane consulenze milionarie.
Debora Serracchiani, neppure lontana parente della Debora Serracchiani che chiedeva trasparenza al Pd prima di diventarne vicesegretaria, fa spallucce e ripete la solita solfa sulla presunzione di non colpevolezza, come se questa obbligasse i partiti a mandare un inquisito alla Consulta.
“L’avviso di garanzia — dice la Serracchiani — serve all’indagato per poter far chiarezza”.
Ora, qui non c’è alcun avviso di garanzia: c’è un’indagine sul sospetto che Bruno si sia intascato soldi pubblici non suoi.
Se fosse in corsa per una municipalizzata, sarebbero affari di chi lo nomina, e se fosse in corsa per un ente locale sarebbero affari di chi lo candida e di chi lo vota.
Ma Bruno è in corsa per la Consulta.
Hanno una vaga idea, Serracchiani & C., di che cosa sia la Corte costituzionale?
I suoi membri durano in carica 9 anni e in quel lunghissimo periodo godono della stessa immunità  dei parlamentari, cioè non possono essere arrestati, nè intercettati nè perquisiti senza l’autorizzazione della Corte stessa.
Infatti non s’è mai visto uno già  indagato diventare giudice costituzionale.
Anche perchè — diversamente che per i parlamentari — la legge non prevede la decadenza neppure in caso di condanna.
E se, Dio non voglia, Bruno fosse rinviato a giudizio, e magari condannato a pena detentiva, che ne sarebbe del massimo organo di garanzia costituzionale della Repubblica?
Tutto accade perchè Napolitano vuol piazzare alla Consulta, dopo il suo amichetto Amato, anche il suo amichetto Violante. E Violante può passare solo se ha i voti di Forza Italia. E Forza Italia lo vota solo se in cambio il Pd vota Bruno.
Naturalmente se Renzi fa il bravo sulla giustizia (niente falso in bilancio e niente autoriciclaggio).
Come direbbe il Sassaroli di Amici miei, è tutta una catena di affetti che nè io nè voi possiamo spezzare.
A caval Donato non si guarda in bocca.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A LANDINI: “LA PRECARIETÀ È FIGLIA LORO, ORA MATTEO CI PRENDE PER IL CULO”

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

“IL PREMIER PENSI PUTTOSTO A FARE LEGGI CHE TUTELINO I LAVORATORI”

“Renzi non può pensare di sostituirsi al sindacato. Questo è un diritto di chi lavora. Piuttosto pensi a fare leggi che tutelino i lavoratori. E non ci prenda per il c… con il contratto a tutele crescenti che toglie l’articolo 18”.
Dopo aver letto l’attacco politico portato al premier da Susanna Camusso Maurizio Landini una risposta immediata di Renzi se l’aspettava. “Il punto è di merito. Occorre stare a questo”.
In qualche modo Renzi vi dice che il sindacato lo fa meglio lui e che non siete serviti a molto.
A Renzi dico che le leggi le fa il Parlamento e non il sindacato. Sono le leggi, dalla Treu al decreto Poletti, che hanno aumentato la precarietà .
Ma il sindacato non ha nessuna responsabilità ?
Certo, ne abbiamo anche noi. Il sindacato non ha contrastato abbastanza quelle politiche. Per questo dobbiamo cambiare la nostra politica. La precarietà  non si combatte abbassando i diritti ma allargandoli. Abolire l’articolo 18 indebolisce tutti.
Renzi muove un attacco senza precedenti dichiarando la vostra inutilità .
Ma lui non può sostituirsi al sindacato. Questo è di proprietà  di lavoratori. Piuttosto renda possibile una legge che permetta loro di decidere come vogliono organizzarsi e quali contratti.
Sul contratto a tutele crescenti lei ha parlato di presa per il c…
(Ride). Se uno fa un contratto a tutele crescenti vuol dire che a un certo punto la crescita si trasforma in garanzie piene. Se si tratta di tutele crescenti non puoi togliere diritti a tutti. Altrimenti, appunto, è una presa per il culo. Ma potrei dire anche “Non c’abbiamo scritto Jo Condor…”.
Preferiamo la risposta più colorita… Vi ha colto di sorpresa l’accelerazione impressa da Renzi?
Di sorpresa no perchè prima l’incontro con Draghi, poi i vertici in Europa, le richieste della Confindustria erano state molto precise. È chiaro che la scelta che viene fatta ha un significato politico preciso. Non è quello il modo per risolvere problemi.
Lei crede che l’incontro di Renzi con Draghi abbia contribuito all’accelerazione?
Non solo quello. Anche la riunione dei ministri finanziari e i dati sulla recessione sono i punti che sono stati posti al governo del nostro paese. In questo paese, il governo Renzi fa male a cedere a questo ricatto. Le crisi si affrontano risolvendo le ragioni che hanno prodotto la crisi. Continuare con liberalizzazione e abbassamento dei diritti e dei salari non è la strada giusta. Anzi, è una strada che apre nuovi conflitti.
Vi preparate quindi al conflitto?
Avevamo già  avviato la nostra mobilitazione sulle crisi industriali. Ora, alla luce dell’accelerazione sullo Statuto, anticiperemo la nostra manifestazione a sabato 18 ottobre e dalla prossima settimana invitiamo le Rsu a iniziare a usare il pacchetto delle ore di sciopero per fare assemblee e discutere con i lavoratori. Non si tratta di contrapporre chi vuole fare le riforme e chi è contrario. Noi non vogliamo difendere nessun privilegio. La precarietà  la vogliamo combattere estendendo a tutti i diritti, soprattutto ai giovani. Vogliamo combattere il riciclaggio e fare rientrare i capitali dall’estero, cancellare l’articolo 8 di Sacconi, avere una legge sulla rappresentanza, fare ripartire gli investimenti e incentivare chi fa investimenti qui. Vogliamo aprire una vera discussione in tutto il Paese, una discussione pubblica su come costruire un’Europa diversa.
Avevate avviato un dialogo sia pure a distanza con Renzi. Si è pentito?
No, nel modo più assoluto. Il sindacato non è nè di governo nè di opposizione. Si confronta con tutti. Renzi ha fatto cose che andavano fatte come gli 80 euro e cose non andavano fatte come la riforma costituzionale e i contratti a termine. Ora si stanno confrontando due idee diverse di come si riforma questo paese. Voglio sfidare il governo sul piano del consenso.
Ma quella di Renzi è una rottura con valori di fondo della sinistra italiana?
Mi sembra che non si facciano i conti con la realtà . Ci sono, ad esempio, affermazioni in Europa contro l’austerità . Ma in questo modo Renzi fa il socialdemocratico in Europa e il liberista in Italia. Una contraddizione esplicita. Cancellare l’articolo 18 significa cancellare la Costituzione. Lo Statuto è l’inizio della Costituzione nelle fabbriche e l’applicazione della Carta. Eliminarlo significa tornare all’800.
Come giudica la reazione della Cgil?
Il problema vero è fare presto. La risposta va data subito. La nostra iniziativa è urgente perchè il settore è più colpito
È credibile una mobilitazione unitaria con Cisl e Uil?
Nel 2002 la manifestazione al Circo Massimo fu di sabato, e della sola Cgil, ma 15 giorni dopo ci furono scioperi grandiosi e unitari che riempirono le piazze di tutto il paese.
La Fiom si è impegnata anche recentemente sulla corruzione. Che pensa della legge sull’autoriciclaggio?
Che non se ne sta discutendo. Noi veniamo da un nostro convengo con i più grandi esperti in materia. Era presente anche il ministro Orlando ed è stata ribadita la necessità  di fare determinati interventi. Sono anni che se ne parla. Però la legge viene rinviata e una vera lotta all’evasione fiscale non c’è. Quello è il terreno di confronto per prendere le risorse. I soldi vanno presi dove sono e quindi colpire determinati interessi.
Quando si parla di articolo 18 si pensa al Circo Massimo del 2002. Oggi però la situazione è diversa. Ce la potete fare?
C’è molta rabbia inespressa perchè c’è molta paura. La gente ha paura di perdere il posto di lavoro. Ma non accettiamo che si sfrutti questa situazione per peggiorare la situazione. Dalla crisi si esce investendo sui diritti e non sulla paura. Renzi ha un grande consenso, è vero. Ma c’è anche un altro 41%, le persone che non sono andate a votare. E nè Renzi nè Grillo hanno impedito l’astensione. La crisi della democrazia è il vero tema e la nostra battaglia. –

Salvatore Cannavò
Da “il Fatto Quotidiano”

argomento: sindacati | Commenta »

INTERVISTA A LANDINI: “LA PRECARIETÀ È FIGLIA LORO, ORA MATTEO CI PRENDE PER IL CULO”

Settembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

“IL PREMIER PENSI PUTTOSTO A FARE LEGGI CHE TUTETELINO I LAVORATORI”

“Renzi non può pensare di sostituirsi al sindacato. Questo è un diritto di chi lavora. Piuttosto pensi a fare leggi che tutelino i lavoratori. E non ci prenda per il c… con il contratto a tutele crescenti che toglie l’articolo 18”.
Dopo aver letto l’attacco politico portato al premier da Susanna Camusso Maurizio Landini una risposta immediata di Renzi se l’aspettava. “Il punto è di merito. Occorre stare a questo”.
In qualche modo Renzi vi dice che il sindacato lo fa meglio lui e che non siete serviti a molto.
A Renzi dico che le leggi le fa il Parlamento e non il sindacato. Sono le leggi, dalla Treu al decreto Poletti, che hanno aumentato la precarietà .
Ma il sindacato non ha nessuna responsabilità ?
Certo, ne abbiamo anche noi. Il sindacato non ha contrastato abbastanza quelle politiche. Per questo dobbiamo cambiare la nostra politica. La precarietà  non si combatte abbassando i diritti ma allargandoli. Abolire l’articolo 18 indebolisce tutti.
Renzi muove un attacco senza precedenti dichiarando la vostra inutilità .
Ma lui non può sostituirsi al sindacato. Questo è di proprietà  di lavoratori. Piuttosto renda possibile una legge che permetta loro di decidere come vogliono organizzarsi e quali contratti.
Sul contratto a tutele crescenti lei ha parlato di presa per il c…
(Ride). Se uno fa un contratto a tutele crescenti vuol dire che a un certo punto la crescita si trasforma in garanzie piene. Se si tratta di tutele crescenti non puoi togliere diritti a tutti. Altrimenti, appunto, è una presa per il culo. Ma potrei dire anche “Non c’abbiamo scritto Jo Condor…”.
Preferiamo la risposta più colorita… Vi ha colto di sorpresa l’accelerazione impressa da Renzi?
Di sorpresa no perchè prima l’incontro con Draghi, poi i vertici in Europa, le richieste della Confindustria erano state molto precise. È chiaro che la scelta che viene fatta ha un significato politico preciso. Non è quello il modo per risolvere problemi.
Lei crede che l’incontro di Renzi con Draghi abbia contribuito all’accelerazione?
Non solo quello. Anche la riunione dei ministri finanziari e i dati sulla recessione sono i punti che sono stati posti al governo del nostro paese. In questo paese, il governo Renzi fa male a cedere a questo ricatto. Le crisi si affrontano risolvendo le ragioni che hanno prodotto la crisi. Continuare con liberalizzazione e abbassamento dei diritti e dei salari non è la strada giusta. Anzi, è una strada che apre nuovi conflitti.
Vi preparate quindi al conflitto?
Avevamo già  avviato la nostra mobilitazione sulle crisi industriali. Ora, alla luce dell’accelerazione sullo Statuto, anticiperemo la nostra manifestazione a sabato 18 ottobre e dalla prossima settimana invitiamo le Rsu a iniziare a usare il pacchetto delle ore di sciopero per fare assemblee e discutere con i lavoratori. Non si tratta di contrapporre chi vuole fare le riforme e chi è contrario. Noi non vogliamo difendere nessun privilegio. La precarietà  la vogliamo combattere estendendo a tutti i diritti, soprattutto ai giovani. Vogliamo combattere il riciclaggio e fare rientrare i capitali dall’estero, cancellare l’articolo 8 di Sacconi, avere una legge sulla rappresentanza, fare ripartire gli investimenti e incentivare chi fa investimenti qui. Vogliamo aprire una vera discussione in tutto il Paese, una discussione pubblica su come costruire un’Europa diversa.
Avevate avviato un dialogo sia pure a distanza con Renzi. Si è pentito?
No, nel modo più assoluto. Il sindacato non è nè di governo nè di opposizione. Si confronta con tutti. Renzi ha fatto cose che andavano fatte come gli 80 euro e cose non andavano fatte come la riforma costituzionale e i contratti a termine. Ora si stanno confrontando due idee diverse di come si riforma questo paese. Voglio sfidare il governo sul piano del consenso.
Ma quella di Renzi è una rottura con valori di fondo della sinistra italiana?
Mi sembra che non si facciano i conti con la realtà . Ci sono, ad esempio, affermazioni in Europa contro l’austerità . Ma in questo modo Renzi fa il socialdemocratico in Europa e il liberista in Italia. Una contraddizione esplicita. Cancellare l’articolo 18 significa cancellare la Costituzione. Lo Statuto è l’inizio della Costituzione nelle fabbriche e l’applicazione della Carta. Eliminarlo significa tornare all’800.
Come giudica la reazione della Cgil?
Il problema vero è fare presto. La risposta va data subito. La nostra iniziativa è urgente perchè il settore è più colpito
È credibile una mobilitazione unitaria con Cisl e Uil?
Nel 2002 la manifestazione al Circo Massimo fu di sabato, e della sola Cgil, ma 15 giorni dopo ci furono scioperi grandiosi e unitari che riempirono le piazze di tutto il paese.
La Fiom si è impegnata anche recentemente sulla corruzione. Che pensa della legge sull’autoriciclaggio?
Che non se ne sta discutendo. Noi veniamo da un nostro convengo con i più grandi esperti in materia. Era presente anche il ministro Orlando ed è stata ribadita la necessità  di fare determinati interventi. Sono anni che se ne parla. Però la legge viene rinviata e una vera lotta all’evasione fiscale non c’è. Quello è il terreno di confronto per prendere le risorse. I soldi vanno presi dove sono e quindi colpire determinati interessi.
Quando si parla di articolo 18 si pensa al Circo Massimo del 2002. Oggi però la situazione è diversa. Ce la potete fare?
C’è molta rabbia inespressa perchè c’è molta paura. La gente ha paura di perdere il posto di lavoro. Ma non accettiamo che si sfrutti questa situazione per peggiorare la situazione. Dalla crisi si esce investendo sui diritti e non sulla paura. Renzi ha un grande consenso, è vero. Ma c’è anche un altro 41%, le persone che non sono andate a votare. E nè Renzi nè Grillo hanno impedito l’astensione. La crisi della democrazia è il vero tema e la nostra battaglia.

Salvatore Cannavò
Da “il Fatto Quotidiano”

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