Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
UNA PARTE DEI POTERI FORTI CHE L’HA SOSTENUTO ORA PENSA CHE SIA SOLO CHIACCHIERE E DISTINTIVO
Ora: è vero che Ferruccio De Bortoli è già stato licenziato (uscita prevista in primavera) quindi potrebbe anche fottersene dei suoi azionisti.
Ma in effetti è difficile non vedere che qualcosa è cambiato, negli ultimi due mesi, nei cosiddetti poteri forti.
O, se preferite meno complottismo, nei salotti in cui si incrociano grossi imprenditori, banchieri e proprietari dei media. Categorie che peraltro in Italia sono intrecciatissime e complessivamente composte, a star larghi, da un centinaio di persone.
Un centinaio di persone che, sia chiaro, seppure con interessi simili non sempre hanno un’anima e una voce sola, nè hanno sempre strategie chiarissime.
Ricordo bene il sospetto e le divisioni con cui accolsero Berlusconi, vent’anni fa, dopo aver puntato tutto su Giorgio La Malfa o almeno Mariotto Segni.
Poi quasi tutti si adeguarono, lo abbracciarono, marciarono con lui: fino a mollarlo bruscamente nel 2011, terrorizzati fra l’altro che dal berlusconismo si uscisse bruscamente con Vendola premier — questi erano i sondaggi, allora, e questo dicevano le primarie e le elezioni amministrative di quell’anno — e allora dal cappello spuntò Monti.
Dopo il flop di Monti (non solo elettorale), si sono attaccati a Enrico Letta, «ultima spiaggia», pure lui sgonfiatosi però in pochi mesi
Poi, si sa, è seguito l’innamoramento per Renzi. Che univa al dinamismo e alla trasversale popolarità anche il vantaggio di provenire da un partito di sinistra, o almeno sedicente tale: e da sempre i nocchieri dell’economia sanno che solo un governo “di sinistra” può fare riforme di destra senza scatenare la piazza.
Di qui la soffocante unanimità con cui i media (quasi tutti ) hanno accolto ed esaltato Renzi nei primi sei mesi di governo.
Un coro che ha un solo precedente, almeno nella mia memoria: il periodo della “solidarietà nazionale”, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 (oddio, erano stati imbarazzanti anche i peana iniziali per il governo Monti, ma almeno lì, ogni tanto, lo bastonavano i berlusconiani offesi per lo spodestamento).
Negli ultimi due mesi, però, è successo qualcosa: già si annusava prima, l’editoriale del Corrierone ne è solo la conferma.
E’ successo, probabilmente, che il Salotto dei cento — per capirci — ha iniziato a incrinarsi. A dividersi. Tra chi ancora decisamente punta su Renzi: come ad esempio Marchionne; e chi invece pensa che il premier sia una bolla di blabla destinata a scoppiare lasciando ignoto e macerie, ma anche violenti conflitti sociali per loro tutt’altro che auspicabili.
Qui, a occhio, siamo.
Per questo credo che sia un po’ naif, con permesso, considerare oggi Renzi un eroe su cavallo bianco che sfida i poteri forti: semplicemente, una parte di questi ultimi teme, dopo aver puntato tanto su di lui, che non riesca a mettere in atto i loro propositi, che sia solo chiacchiere e distintivo, che produca solo disastri; quindi questa parte sogna la Troika, o qualcosa di simile.
Mentre un’altra parte continua a “endorsarlo”, sperando che porti a termine senza troppe bizze ciò a cui loro puntano.
E tifare per l’una o per l’altra curva di questo salotto, credo, sarebbe ugualmente sciocco, per chi ha invece il dovere e l’urgenza di costruire progetti e possibilità diverse tanto da Renzi quanto dalla Troika.
Perchè, sia chiaro, il Salotto dei cento è certo influente ma non è una Spectre onnipotente nè è il motore immobile dell’universo: come invece piace pensare a chi con questo alibi giustifica la propria rassegnazione.
(da “gilioli.blogautore“)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’AMICO DI RENZI E LE QUOTE DI PRECARI OLTRE LA NORMA: E’ IL NUOVO MODELLO DI LAVORO DEL PREMIER
La spina nel fianco di Oscar Farinetti si chiama Eataly Firenze, è lo store aperto nel dicembre
2013 con la benedizione di Matteo Renzi e la promessa di impiegare 120 persone – oggi non arrivano ai cento.
Ed è il primo punto vendita ad avere organizzato una protesta visibile, lo scorso 30 agosto, quando tre dipendenti ai quali non era stato rinnovato il contratto hanno richiamato telecamere e taccuini per raccontare che l’imprenditore molto vicino al premier impiegherebbe una quota di precari ben oltre il consentito dalle leggi.
Non solo: turni lunghi e decisi all’ultimo momento, iniziative giudicate antisindacali e “totale assenza di comunicazione tra azienda e lavoratori”.
Cattiva pubblicità . Ecco perchè Farinetti aveva mandato il figlio Francesco a parlare con i dipendenti ribelli e aveva improvvisamente accettato di assumere a tempo indeterminato 50 persone – a partire dal prossimo gennaio.
Una promessa rinnovata per lo store di Bari, dove è finito sotto accusa per avere impiegato 160 interinali su 173: “Appena si regolarizzerà la situazione della licenza saranno tutti assunti direttamente, a tempo determinato e indeterminato”, ha garantito in una intervista al Corriere del Mezzogiorno.
Tuttavia domani l’imprenditore torna a scendere nuovamente a Firenze per discutere con i promotori dello sciopero.
Il segno che la paura di una protesta globale dei dipendenti Eataly è tangibile.
Tanto più che proprio oggi un gruppo di lavoratori della catena ha pubblicato una “inchiesta interna” che dal loro punto di vista mette in fila le scorrettezze della dirigenza Eataly che “un po’ dappertutto faceva e fa ancora largo uso di contratti interinali o a tempo indeterminato, e ciò ben oltre i limiti imposti dal Contratto nazionale”.
E rilancia la vertenza sindacale: basta precariato, migliori condizioni di lavoro e la ri-assunzione dei ragazzi che avevano scioperato: l’inchiesta “è uno strumento per tutti i lavoratori di Eataly che vogliono alzare la testa, organizzarsi ed ottenere migliori condizioni di lavoro ed una vera stabilizzazione”
Ecco cosa scrivono:
Con l’assestarsi del carico lavorativo, abbiamo notato che la direzione rinnovava i nostri contratti con una differenziazione stupefacente, pur trattandosi di lavori dello stesso tipo e svolti nello stesso reparto: contratti interinali, contratti d’apprendistato, contratti a tempo determinato e, in minima parte, contratti a tempo indeterminato. Accanto alla differenziazione sopra citata, se ne aggiungeva un’altra, dovuta al fatto che anche il monte ore assegnatoci variava da dipendente a dipendente: 20 ore, 24 ore, 30 ore, 40 ore o a forfait. Se prima, grazie al fatto di essere precari allo stesso modo era semplice percepirsi uniti, in seguito la direzione ha provveduto a spezzettare le condizioni complessive di acquisto della forza-lavoro, dividendoci in tante unità , una apparentemente diversa dall’altra.
Per ciò che riguarda le condizioni di lavoro, fin dall’avvio esse si sono rivelate piuttosto difficili: turni settimanali comunicati con meno di 24 ore di preavviso e sempre diversi; nessun canale di comunicazione fra azienda e lavoratori; cambi di reparto arbitrari; nessuna garanzia al momento della scadenza. La comunicazione del rinnovo, quella che più ci premeva ricevere, avveniva al momento dell’affissione degli orari: solo chi figurava in turno poteva affermare di avere ancora un lavoro!
Tra le righe del documento, pubblicato sul sito dei Clash City Workers, rete di giovani che agisce come ponte di collegamento tra le nuove realtà lavorative dove l’art.18 è ormai un sentito dire – trova spazio anche la delusione nei confronti della Filcams-Cgil che, secondo le accuse, sarebbe intervenuta soltanto dopo lo sciopero per aprire un tavolo sindacale con Farinetti.
I lavoratori, insomma, dicono di essersi sentiti soli contro un’azienda da 400 milioni di fatturato e senza una protezione contrattuale: “Siamo dispersi in molte sedi, ognuno con contratto diverso e comunque senza la possibilità di fare gruppo. È normale che i dipendenti abbiano paura di perdere il posto”, commenta un dipendente dello store di Firenze: “Ma dobbiamo cercare di fare rete a livello nazionale”.
Intanto il fermento si sta propagando nelle sedi Eataly italiane
L’inchiesta è anche un nuovo modo di fare sindacato fuori dal sindacato (e in un certo senso giornalismo senza il giornalismo): “La pubblichiamo online così tutti i dipendenti Eataly potranno leggerla e sapere che i loro diritti sono calpestati”, conclude uno degli estensori.
Una specie di assemblea virtuale collettiva “in assenza di spazi aziendali dove è possibile organizzarla” poichè per il momento negli store “non sono previsti delegati sindacali interni”.
Con una convinzione: “Sanno che quando prenderemo parola uniti, avranno paura”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
UN DIRIGENTE: “NON CI VOLEVAMO CREDERE, NON E’ NEMMENO CARNEVALE: QUI MANCANO I SOLDI, ALTRO CHE SELFIE”
E’ l’ultima trovata di Matteo Renzi.
Dopo i selfie notturni dal terzo piano della presidenza del Consiglio, adesso il premier ordina gli autoscatti dai cantieri italiani “con operai, tecnici e capi cantieri in primo piano”.
Così l’inquilino di Palazzo Chigi trasforma l’operazione #italiasicura in una nuova campagna “social” dal sapore berlusconiano (lo screenshot dal sito del governo).
Il progetto, annunciato a inizio luglio 2014, prevede interventi “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche”: l’esecutivo si è impegnato a trasformare in cantieri 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 e 1,6 miliardi stanziati nel 2012 con delibera Cipe.
Quasi quattromila le opere da portare a termine e il premier chiede foto sul campo perchè poi non venga accusato di “annuncite”.
Ma dal territorio non collaborano.
L’ex sindaco di Firenze, in trasferta negli Stati Uniti, infatti tiene molto alla campagna dei selfie.
Tanto da sollecitare anche da New York via whatsapp i vertici della struttura “contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle strutture idriche”.
Struttura coordinata da Erasmo De Angelis e dal direttore Mauro Grassi. I due si attivano immediatamente e inviano una mail a tutti i dirigenti degli Uffici di Tutela dei territori di tutti gli Enti locali: comuni, province e regioni.
Alle 15 e 33 del 23 settembre la mail parte da Palazzo Chigi.
“Caro Collega — si legge — Non voglio stressarti troppo ma il nostro Presidente Renzi, pur essendo negli Stati Uniti, ci sollecita la campagna ‘selfie’ dai cantieri. La gentilezza, che Ti chiediamo, è di inviare entro domani 24 settembre, alla segreteria della struttura, non semplici foto del cantiere, ma selfie con operai, tecnici, capi cantieri a Tua scelta in primo piano, e sullo sfondo il cantiere. Ti chiedo inoltre, di specificare il nome e la durata del cantiere, importo totale della spesa e tipo di intervento. Ti ringraziamo per la collaborazione”.
I rappresentanti degli enti locali che leggono il messaggio restano spiazzati.
Interdetti.
“Ma è vera? Non è nemmeno carnevale”. Minuto dopo minuto lo stupore cresce e si alterna a un sentimento di sconcerto.
“Noi ci aspettavamo che da quella struttura venisse fuori qualcosa di concreto”, sbotta un dirigente di una provincia dell’Emilia Romagna.
“Siamo stati un giorno a cercare di capire. Poi andando sul sito del ministero ci siamo accorti che era tutto vero. Ma questo è uno spot pubblicitario, è nello stile del premier — continua — Come è possibile? Il problema sono le cose che non si fanno e i soldi che non si investono, altro che selfie. Ad oggi c’è un quadro normativo confuso, con una frammentazione di competenze eccessiva, ma, soprattutto, una assoluta mancanza di risorse. Perchè in Italia si finanziano le opere solo dopo un evento catastrofico. E a livello di prevenzione, i finanziamenti sono inesistenti”.
E la campagna del governo, “italiasicura”, in cui la neo struttura prevede il recupero di oltre 2,4 miliardi di euro non spesi dal 1998 per ridurre gli stati di emergenza territoriali?
A questo punto il dirigente emiliano si ferma un attimo e ribadisce: “Le ripeto, prima del 23 non eravamo mai stati contattati. Per ora abbiamo avuto soltanto una richiesta di selfie”.
“Selfie” di cui, però, si sentono orgogliosi a Palazzo Chigi.
“L’idea è quella di mettere al centro il lavoro degli addetti ai cantieri che fra diretti e indiretti sono circa 30mila. Oltretutto questa è una comunicazione gratis, non c’è nessuna inaugurazione, non c’è nessuna spesa, semplicemente, va vista in questa ottica”.
E allora altro che #Italiasicura, questa è l’Italia di Renzi.
L’Italia dei selfie.
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SLALOM INUTILE TRA PERIZIE, GARANTI E POLIZZE. ABBIAMO RIMEDIATO 12 NO
«Buongiorno, siamo una coppia di trentenni e vogliamo comprar casa, la nostra prima casa ». 
Comincia così il nostro calvario che quasi ti passa la voglia, tre giorni di pellegrinaggio in dodici istituti di credito: grandi banche nazionali e internazionali, Casse di risparmio e banche popolari.
Una simulazione per capire se l’accesso al credito è un’opportunità reale o un miraggio. Presentiamo queste credenziali, che tutto sommato non sono neanche male per due giovani diventati adulti all’epoca della grande crisi economica: un contratto a tempo indeterminato da 1.500 euro netti al mese per lui, un contratto a progetto da 1.200 euro al mese per lei, rinnovato da tre anni di anno in anno.
Entrambi laureati, entrambi senza altri prestiti sulle spalle.
La casa costerebbe 200mila euro, un bilocale in un quartiere della semi-periferia milanese.
Siamo riusciti a racimolare 50mila euro, sommando i nostri risparmi all’aiuto di genitori e parenti.
Insomma, ce ne servono 150mila per raggiungere l’obiettivo.
Girando su Internet ci siamo accorti che scegliendo un tasso variabile e dandoci un orizzonte di vent’anni, la rata verrebbe a costare intorno agli 800 euro al mese: meno dell’affitto che paghiamo oggi.
«Per capirci dall’inizio, siete tutti e due assunti, giusto?».
È la prima domanda, secca. Ovunque. Perchè il vero problema è chiaro subito: «Servono due contratti “veri”». E noi (appunto) ne abbiamo solo uno.
«Purtroppo per noi il co.co.pro è come se non esistesse».
Tradotto, tutti i preventivi prendono in considerazione un unico nominativo e una sola cifra: il beneficiario dei 1.500 euro, quelli sicuri.
Anzi, «facciamo 1.600 euro al mese, visto che avrai anche la tredicesima».
Regola vuole che la rata non superi il 30-35 per cento delle entrate, ma per le banche la somma reale dei nostri stipendi (2.700 euro) non vale.
La “flessibilità ”, almeno in banca, è un concetto sconosciuto. E allora come si fa?
Il coniglio che esce magicamente dal cilindro si chiama “garante”. Un parente, un amico (ricco) magari: qualcuno che appunto garantisca la solvibilità del prestito se le cose dovessero malauguratamente andar male.
Nel mondo reale: un genitore. Fosse facile: il garante (oltre naturalmente a poter esibire un contratto vero o una pensione di consistente entità ) non dovrà aver compiuto gli 80 anni al termine del mutuo.
Ci guardiamo e il calcolo aritmetico viene facile: quanti anni avevano i tuoi quando sei nato? Se più di trenta, siamo fregati. Se invece chiediamo un mutuo trentennale, tocca sperare in una mamma adolescente.
Fuori dalla Deutsche Bank c’è la pubblicità di una coppia felice che si abbraccia, accanto un gigantesco 2,1 per cento.
Un tasso da sogno; ogni vetrina di ogni istituto ha il suo da esibire, ma più o meno siamo su quella cifra. Entriamo.
Il giovane impiegato sorride: «Vabbè, è per attirare i clienti ».
Infatti, oltre a non essere un tasso “chiavi in mano” di solito è destinato a chi chiede o un mutuo decennale o a chi serve meno della metà del valore dell’immobile.
Eccolo il paradosso: chi ha la fortuna di avere alle spalle un discreto capitale da investire si ritroverà tra le mani un tasso più vantaggioso. In ogni caso, il conteggio dice che, senza un garante, un prestito di vent’anni ce lo possiamo scordare.
«Però domani vi faccio chiamare da una collega – dice dispiaciuto – lei magari conosce qualche trucco per darvi una mano».
Le filiali delle banche non hanno praticamente più potere decisionale su nulla, spiegano. Avviano la pratica che poi passa al livello superiore, centralizzato, e si capisce bene che è severo. «Ma sapete, noi mettiamo giusto qualche nota a margine, poi è solo un calcolo matematico fatto di varia- bili, una cosa fredda», spiega la funzionaria del Monte dei Paschi di piazza Fontana.
Sono finiti i tempi di quando «portavi questo a garanzia – fa l’esempio un impiegato della Popolare di Milano, ha in mano un evidenziatore giallo per rendere l’idea – e la banca ti dava quanti soldi volevi a occhi chiusi». Dal mutuo facile, al mutuo vietato, o quasi.
Poi c’è un altro fattore che alza ulteriormente l’asticella. Si chiama “perizia”.
Un giochetto che, comunque vada, finisci per perderci.
Funziona così: compri la casa a 200mila euro? Eh già , ma non è detto che valga davvero quella cifra. Le banche finanziano un massimo dell’80 per cento del valore dell’abitazione: non del prezzo di mercato.
Quindi i calcoli vanno fatti solo dopo che il perito della banca avrà emesso la sua insindacabile sentenza. Nel nostro caso, se la valutazione del bilocale sarà (ad esempio) 180mila euro, il massimo che la banca potrà erogare è 144mila euro.
Se invece capiremo di aver fatto l’affare, cioè se la valutazione risulterà essere superiore al prezzo di acquisto, poco importa: «Tra le due cifre vale sempre quella minore», è la regola.
E anche qui ti ricordano di come funzionava ai “bei tempi andati”, quando invece la perizia serviva per l’esatto opposto: si gonfiavano le valutazioni così si poteva ottenere una somma an- che superiore al prezzo, «la gente ci si comprava pure i mobili».
Un capitolo a parte merita la questione del detto e non detto.
Aprire un nuovo conto corrente dove si chiede il mutuo non è quasi mai una richiesta obbligatoria, «ma aiuta».
Per non parlare dell’assicurazione sulla vita, che visti i tempi può coprire anche la perdita del lavoro o un’invalidità permanente: non è obbligatoria, insistono, «ma aiuta».
«Per legge non posso dirvi che dovete farla per forza – è sincera l’impiegata della Popolare di Lodi – però insomma, alla fine conviene a tutti no?».
Al modico prezzo di 16mila euro, leggiamo sul prospetto appena stampato, conviene soprattutto alla banca. Ma sono dettagli.
«Però scusate – chiediamo – non c’è già l’ipoteca sulla casa a garanzia?». Vero, «ma per riprendersela, metterla all’asta e infine venderla, servono anni: alle banche non conviene, poi ormai il mercato è fermo».
Di fatto, ci sono solo tre banche disposte a prendere minimamente in considerazione i 1.200 euro “invisibili” del contratto a progetto: Ing, Ubi e Cassa di Risparmio di San Miniato.
«D’altronde il mondo del lavoro è un po’ cambiato », ammettono all’Ubi. Nessuna promessa però. Bisognerà “valutare” in una fase successiva.
La banca toscana, invece, è l’unica che lo dice chiaro e tondo: «Portateci tutti i preventivi degli altri e poi trattiamo il tasso».
Un po’ come si fa quando si sceglie l’impresa per ristrutturare casa: si tratta. A
llora, ormai navigati, tiriamo subito fuori il “2,55-tasso-finito” di una concorrente, sulla carta l’offerta migliore. Il funzionario si allenta la cravatta: «Accidenti – prende l’appunto in mano, un po’ stupito – Eh no, non so se fin lì ci arriviamo».
Esausti, con in mano un pacco di fogli, conteggi e ormai una certa conoscenza del settore, facciamo l’ultimo tentativo, il dodicesimo.
Anche la consulente sembra svogliata, non trova la mail con la quale si proroga l’offerta di settembre per un altro mese. Allora chiede una mano a un collega che arriva con la notizia bomba: «Ma scusa, hai visto la circolare del fondo di garanzia per favorire l’accesso ai mutui delle giovani coppie?».
Si parla di un tasso dell’1,5 per cento. Ci si illuminano gli occhi. Bisogna avere meno di 35 anni: e ci siamo. Anche con un contratto “atipico”: ci siamo. La casa non deve superare i 95 metri quadrati: ci siamo. Bisogna avere un reddito Isee non superiore ai 40mila euro annui. E qui, con il serio sospetto di sforare la cifra, ci arrendiamo.
Perchè finora non avevamo abbastanza soldi per ottenere un mutuo. Mentre adesso scopriamo che forse, per raggiungere l’unico mutuo possibile, ne abbiamo troppi.
Tiziana De Girgio e Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SULL’ART. 18: “SCONTRO STERILE, SVENTOLANO TROPPE BANDIERE, GUARDARE OLTRE O CI SARANNO MORTI”
La Cei lancia un avvertimento al premier, Matteo Renzi. “Basta slogan, Renzi ridisegni l’agenda politica”.
Primo argomento da affrontare quello del lavoro. “La Chiesa pensa che bisogna guardare con più realismo alle persone che non hanno lavoro e che cercano lavoro. Il dibattito su ‘art.18 si’, art.18 no è meno centrale e io vi vedo troppe bandiere che sventolano”, ha detto il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino.
Sulla questione Galatino si dice “sempre preoccupato quando alcuni temi decisivi vengono posti sul piano dello scontro”, perchè “la categoria del contro è sterile” e “alla fine ci saranno morti da una parte e dall’altra” e vengono adottate “soluzioni a mezz’aria”.
E lancia un messaggio forte: “E’ vero che molti nei sindacati vogliono la conservazione dell’esistente”, ma “lo sguardo in avanti non si realizza mettendosi l’uno contro l’altro”, e invece “troppa gente, nei sindacati e nella politica, piuttosto che cercare soluzioni al drammatico problema del lavoro, bada a tenere alto il numero dei propri elettori”.
(da “la Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA NUOVA RIVOLUZIONE DI BERLUSCONI SCATENA LE FAZIONI… E ALLA CENA PER LA RACCOLTA FONDI RISPUNTA NOEMI
“Silvio, in queste condizioni non siamo più in grado di garantire il Patto del Nazareno” . Denis Verdini e
Gianni Letta si presentano a ora di pranzo a Palazzo Grazioli, a Berlusconi confermano che i gruppi, soprattutto al Senato, sono alla deriva, fuori controllo, è allarme dentro Forza Italia.
L’ultimo campanello d’allarme mercoledì sera.
Almeno tre le cene para-carbonare, quella dei campani, soprattutto quella organizzata da Raffaele Fitto con 31 tra deputati e senatori di varie regioni, e poi quella più “moderata” di lombardi al ristorante di Palazzo Madama.
A destare maggiore preoccupazione, al quartier generale, la truppa di Fitto.
Con lui, Daniele Capezzone, Renata Polverini, Saverio Romano, tra gli altri. Nessuna scissione all’orizzonte, ha messo le mani avanti l’eurodeputato, piuttosto l’intenzione di trascinare Forza Italia in un’opposizione dura e pura a Renzi, a cominciare dal Jobs act.
L’esatto contrario di quanto predica Berlusconi.
Quando al leader hanno riferito di quelle cene, la reazione è stata stizzita. «Non ne posso più, non si rendono conto che in questo momento non c’è alternativa a Renzi?» Una ragione in più per spianare il partito, rifondarlo.
La prossima settimana rivedrà coordinatori regionali e responsabili dei club, ma nessun incontro coi parlamentari.
Il problema è che l’ex Cavaliere in queste condizioni dovrà garantire a Renzi la tenuta dei suoi, almeno sulle riforme.
Quella stessa sera, Berlusconi cercava di raggranellare soldi per il partito in rosso. Cena di fund raising nella Casini di Macchia Madama a Roma, con poco meno di duecento imprenditori meridionali disposti a spendere mille euro a testa, salvo poi fuggire sotto l’acquazzone che ha messo a soqquadro la tensostruttura allestita.
Il colpo di scena si era già consumato.
Poco dopo le 20 è comparsa Noemi Letizia, dopo cinque anni per la prima volta al cospetto di Berlusconi (accompagnato da Francesca Pascale).
La ragazza di Casoria, una bimba a casa e un altro in arrivo, è al fianco dell’imprenditoreVittorio Romano, rampollo della Napoli bene.
Ma soprattutto insignito della carica di “responsabile promozione al Sud dei club Forza Silvio”.
È il trampolino di lancio, raccontano, per lui si prospetta una candidatura alle Regionali, Campania 2015, e un ruolo in Fi.
Berlusconi, ovvio, è al corrente della presenza della coppia. È la presentazione ufficiale nel salotto buono forzista, che non passa inosservata, tra i pochi parlamentari presenti è tutto un darsi di gomito.
Del resto, lo “sdoganamento” della Letizia era avvenuto pochi giorni fa ad opera della stessa Pascale. La cena al Pizza Village di Napoli a inizio settembre proprio con Noemi e la confessione a Repubblica : «Sì, è vero, sono sua amica. Ci siamo ritrovate tanto tempo dopo quella famosa festa ».
Poi, l’intervista al Fatto. «C’ero anche io quella sera al compleanno, ero lì per amicizia ».
Anche se in nessuna delle tante foto poi pubblicate compare lady Francesca.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
ACCENTO ITALIANO, STRAFALCIONI E RITMO NOSTRANO: “IO SONO PRENDERE FORMA CULO DEL MIO FUTURO”
“Per favore cancellate la registrazione, il mio inglese è terribile. Togliete l’audio e mettete dei sottotitoli”. Così scherzava Matteo Renzi durante l’incontro al Council on Foreign Relations di New York.
Dove mercoledì si è esibito in un’ora di discorso in inglese, rigorosamente a braccio. Costruzione all’italiana, gestualità forte ed esibita, battute su battute: per uno consapevole di non parlar bene una lingua straniera, il premier non è si è lasciato scoraggiare. Anzi.
Tra ricerca della frase ad effetto e costruzioni arzigogolate anzichè no, ha alzato il tiro della sfida.
Pazienza, per gli strafalcioni. Pure eclatanti.
Tipo “date” (che in inglese significherebbe appuntamento) per dire “dato”.
Oppure “create a climate”. Tecnicamente “creare un clima”, nel senso di atmosferico, e non un’atmosfera, come voleva dire lui (e infatti poi, consapevole dell’errore, si è lanciato in una lunga perifrasi).
Però, per prevenire critiche e attacchi, ha messo le mani avanti.
D’altra parte, il suo inglese è talmente maccheronico che i video online sono diventati delle hit e le prese in giro si sprecano.
Un sito – vice.com   – è arrivato a proporre la traduzione letterale di alcuni passaggi scelti: “Ma la sfida per il mio governo è amore il nostro futuro” (voleva dire “amore per il nostro futuro”).
E subito di seguito: “Io sono prendere forma culo del mio futuro” (voleva dire “sono geloso del mio futuro”).
Oppure quando dice “uno Stato di guerra (“werfar state”), invece di stato sociale (“che sarebbe “welfare state”).
Ieri online impazzavano pure i video, in cui lui sbagliava le cifre: 90 43 al posto di 943.
E poi, le pause, le ricerche dei vocaboli, i plurali al singolare. “Come si dice acciaio? Come si dice siderurgia? ”.
E gli aggettivi italianizzati, tipo “simpli” intendendo “simple” (semplice). Ma non fa niente.
La risposta ancora una volta l’ha data lui, visitando una scuola italiana a San Francisco: “I don’t speak English, I speak Globish” (“Non parlo inglese, parlo globale”, più o meno).
A sentire le nuove tendenze della linguistica pare che abbia ragione.
Enrico Grazzi, che insegna Lingua inglese all’Università di Roma Tre, spiega: “Usa l’inglese come lingua franca”. Ovvero? “Non è l’inglese di un parlante nativo. Ma va detto che ormai il numero di parlanti non nativi supera i nativi. Questo vuol dire che ciascuno porta dentro l’inglese la propria identità nazionale, la propria provenienza.
Insomma, “non ci sono problemi tali da compromettere la comprensione del discorso”. Sembrerebbe che pure nell’eloquio inglese il premier rispecchi lo spirito dei tempi, rispettando il suo stile: approssimativo, magari, ma efficace.
Da un presidente del Consiglio non sarebbe il caso di aspettarsi di più?
Per esempio Monti o Letta davvero sembravano bilingue. “Ci sono stati premier che non erano in grado di parlare senza interpreti. Lui un’ora l’ha retta tutta”, dice Grazzi. E poi, “capita anche agli inglesi di fare errori nell’espressione orale”. Come agli italiani d’altronde.
Ieri parlando all’Onu, lo stesso Renzi ha detto “palestiniani” invece di “palestinesi”. Cose che capitano. La filosofia è sempre la stessa: gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare quel che si può con i mezzi che si hanno. Anche con l’inglese.
Quando venne Obama in Italia, durante la conferenza stampa il premier si limitò a fare un’introduzione in inglese e poi parlò in italiano.
Evidentemente preferiva non esporsi allora. Però, in genere ci prova sempre.
A Tunisi, durante il primo viaggio internazionale, lingua ufficiale il francese, come prima tappa si trovò in un caffè di Sidi bou Said a parlare con 5 ragazze protagoniste della primavera araba.
Pochi minuti, in cui il concetto che voleva trasmettere era “insegnateci a fare la rivoluzione”.
Quando gli sfuggiva il vocabolo si rifugiava in un à§a va sans dire.
Accanto a lui Graziano Delrio lo guardava un po’ ammirato un po’ perplesso. Commentò poi: “Lui è uno che si butta. Si butta in tutto”.
Wanda Marra
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
ORMAI EVIDENTE L’ASSE NAPOLITANO-RENZI PER “RIAFFERMARE IL PRIMATO DELLA POLITICA” CONTRO OGNI CONTROLLO
«In gioco c’è l’autonomia e il primato della politica. E Napolitano è d’accordo con me». Matteo Renzi da
New York coglie al volo il pressing del Quirinale per la riforma della giustizia.
Lo scontro con le toghe ormai è a 360 gradi. Del resto la convocazione del presidente della Repubblica come testimone nel processo Stato-Mafia, ha più che indispettito l’inquilino del Colle.
Anche il premier è preoccupato ma ora sa di poter contare sul capo dello Stato anche su questo versante.
Pure l’umore delle toghe è plumbeo. ma per il motivo opposto.
L’asse Napolitano-Renzi, mai evidente come ieri in tutta la sua forza, li consegna a una riforma scritta dal governo che il Quirinale condivide e sollecita.
«Napolitano — è il ragionamento del capo del governo — ha difeso la nostra linea, è evidente che ci sta dando una grande mano in un momento complicato. Noi dobbiamo andare avanti decisi, senza più esitazioni».
Orlando, al Quirinale, si apparta con il capo dello Stato. Parlano della riforma della giustizia. Il presidente la caldeggia. Dicono che gli abbia detto: «Bisogna recuperare i tempi morti».
Di certo Napolitano è infastidito per come il tribunale di Palermo ha voluto inserirlo nell’inchiesta.
Per la prima volta un capo dello Stato è chiamato a deporre. Pur avendo detto chiaro, e per iscritto, che non ha nulla da dire. Non esistono precedenti. Cossiga e Scalfaro avevano rifiutato di deporre in un processo. Per la prima volta nella storia del Quirinale. Quando, allora, la notizia della decisione dei giudici siciliani arriva cambia il corso della giornata.
La coincidenza è fatale.
Poteva essere un giorno di festa per la magistratura sul Colle. È diventato quello dei musi lunghi. Per la seconda volta in pochi giorni, dopo l’altolà di Renzi in Parlamento sugli avvisi di garanzia «citofonati o inviati a mezzo stampa», è un giorno che cambia definitivamente la storia dei rapporti tra il Pd e le toghe.
“Colpa” di Palermo, ovviamente.
Tant’è che quando proprio il magistrato che ha mandato a processo l’inchiesta Stato-mafia, il gip Piergiorgio Morosini, divenuto nel frattempo togato del Csm per Magistratura democratica, si avvicina per giurare nelle mani del capo dello Stato, in platea corre più di un brivido.
Il presidente lo guarda gelido, tutto dura un attimo. Morosini torna al suo posto.
Ma risuonano le parole durissime di Napolitano sui magistrati, una «casta chiusa», protagonisti di una giustizia «lenta e caotica», dal «funzionamento insoddisfacente », toghe divise in correnti, perse «in estenuanti e impropri negoziati alla ricerca di compromessi e malsani bilanciamenti».
Non è Renzi che parla, ma è Napolitano. Eppure le sue parole sembrano proprio quelle del presidente del Consiglio.
Ormai è noto che il feeling Pd-magistratura è un lontano ricordo. Il discorso di Napolitano lo certifica.
A palazzo Chigi annuiscono soddisfatti, perchè la sintonia col presidente è ormai consolidata. Dice Renzi: «L’autonomia e il primato della politica, non solo sui problemi della giustizia: questa è la partita più importante che stiamo giocando. Non possiamo perderla. È importante che un uomo con la storia di Napolitano sia dalla nostra parte».
Certo, non solo sulla giustizia, ma anche sullo scontro per l’articolo 18 e la riforma del lavoro, nonchè sulle riforme costituzionali e sulla la legge elettorale, il Quirinale ha fatto asse con Renzi.
«Perchè se ne vuole andare presto» dice più di un maligno.
Nel Pd piace pensare invece che ci sia una visione sintonica della politica, delle necessità urgenti del Paese, delle riforme da fare.
Ecco cosa si può strappare al vice segretario del Pd Lorenzo Guerini: «L’invito ad accelerare sulle riforme significa che Napolitano condivide l’obiettivo di un cambiamento strutturale del Paese».
«Purtroppo saremo noi a farne le spese per primi» commentano i magistrati basiti sulle mailing list.
Intendiamoci, Napolitano era stato duro anche altre volte. Ma adesso la sua determinazione è estrema. Nel suo staff giurano che il discorso per il Csm era già pronto quando il presidente ha appreso di essere stato convocato come teste. «Nessun cambiamento » assicurano. Ma questo, anzichè attenuare l’effetto delle sue parole, lo centuplica.
Perchè Napolitano, con assoluta evidenza, sta nettamente dalla parte della riforma della giustizia.
Sanno bene, al Quirinale, come i famosi 10 punti approvati alla fine di agosto non sono giunti integralmente in Parlamento.
Un ritardo le cui colpe, almeno a sentire Orlando e i suoi, non sono da addebitare alla Giustizia. Di mezzo ci stanno le resistenze degli alfaniani di Ncd che, come per l’autoriciclaggio e il falso in bilancio, hanno fatto pressioni per cambiare i testi.
Ci sono i malumori del Mise della Guidi, le richieste del Mef di Padoan.
Un mix che sta frenando la riforma. Per questo Napolitano spinge il governo a chiudere in fretta la partita. E Renzi a sua volta spinge sui suoi ministri.
Lo sanno anche i magistrati che già cercano di correre ai ripari. «Ci batteremo punto su punto. Non possono pensare che ci faremo mettere sotto i piedi così».
Ma stavolta, come accadeva ai tempi di Berlusconi, non c’è per loro la porta sempre aperta al Quirinale. Lì c’è una porta chiusa.
E la convocazione al processo di Palermo ha sbarrato anche l’ultimo spiraglio.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA O POI QUALCUNO IN ITALIA DIRA’ L’OPPOSTO?
«Barcollo ma non mollo» è diventato il motto ufficiale di questo Paese alla deriva.
«Non mollo, resisto» twitta il sindaco di Napoli, De Magistris.
«Non mollo, sono in regola» sussurra Donato Bruno, candidato forzista alla Consulta. «Non mollo di mezzo centimetro» avverte Matteo Renzi un giorno sì e l’altro pure. «Non mollo» rispondeva Mastrapasqua a chi gli chiedeva delle sue 25 poltrone. Persino Schettino, il comandante che non esitò un attimo a mollare la sua nave, ora dice: «Non mollo».
Del resto, così fan tutti, anche se le statistiche dicono che spesso chi non molla viene mollato.
«Non mollo» diceva Berlusconi.
«Non mollo» dichiarava il piemontese Cota.
«Non mollo» assicurava il calabrese Scopelliti.
«Non mollo» tuonava Umberto Bossi.
E s’è visto com’è andata.
Finiremo con l’ammirare il primo che va in tv e dice: «Beh, sapete che vi dico? Io mollo».
Sebastiano Messina
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