Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMO SOPRALLUOGO NEL POMERIGGIO
Il Norman Atlantic è attraccato al porto di Brindisi.
Tra i primi a scendere dal rimorchiatore Marietta Barretta sono stati gli 8 vigili del fuoco che da una settimana si trovavano a largo delle acque albanesi, impegnati nelle operazioni di salvataggio.
Strette di mano e abbracci con colleghi e familiari. “Dentro la nave c’è un’aria lugubre“, racconta uno degli operai che si sono occupati delle operazioni di salvataggio. Molti soccorritori hanno raccontato che la sensazione è che a bordo ci sia “più di qualche morto“.
Intanto, la procura di Bari ha formalizzato l’iscrizione nel registro degli indagati di altre quattro persone, oltre al comandante e all’armatore: si tratta di due membri dell’equipaggio e di due rappresentanti della ditta greca noleggiatrice, la Anek Line. In Puglia stanno arrivando, dalla Grecia, 8 famiglie di passeggeri dispersi.
Magistrato e vigili del fuoco saliti a bordo.
Operai: “Più di qualche morto”.
Poco dopo l’attracco della Norman Atlantic, i primi a salire a bordo sono stati i Vigli del Fuoco, per spegnere gli ultimi focolai, e il pm della procura di Bari, Ettore Carminali, per effettuare il primo sopralluogo e cercare la scatola nera.
Scesi a terra dopo giorni passati in mare a svolgere le operazioni di soccorso, gli uomini a bordo dei rimorchiatori hanno raccontato i momenti più difficili dell’intervento: “Sono stati i giorni migliori della mia vita — ha dichiarato Luigi Manesi, comandante del rimorchiatore Tenax -, abbiamo salvato molte persone. Il momento più difficile? Quando Giacomazzi ci ha gridato ‘date tutto adesso, abbiamo le fiamme a 4 metri da noi”.
Gli altri operai saliti sul traghetto raccontano di “un’aria lugubre” all’interno della nave e in molti dicono che la sensazione è che a bordo ci sia “più di qualche morto“.
Identificate 8 delle 9 vittime: non c’è Balzano.
Otto dei nove corpi recuperati dopo il naufragio della Norman Atlantic hanno un nome. Oltre ai due camionisti campani, Michele Liccardo e Giovanni Rinaldi, sono stati identificati altri sei cadaveri: Omar Kartozia, Racha Charif, Muller Afroditi, Havise Savas, Sasentis Nikolaus Paraschis, Kostantinos Koufopuolos.
Tra questi non c’è il corpo di Carmine Balzano, il terzo autotrasportatore campano disperso. C’è un ultimo cadavere ancora da identificare che, dai primi controlli, sembra appartenere a un uomo. Oltre ai nove corpi, la magistratura barese ha stimato altre due vittime certe che non sono state recuperate durante le operazioni di soccorso dei naufraghi.
Quattro nuovi indagati: ci sono anche due italiani.
Lunedì, la procura di Bari ha formalizzato l’iscrizione nella lista degli indagati di altre quattro persone. Tra questi, ci sono il legale rappresentante della Anek Lines e un dipendente dell’azienda, Fantakis Pavlos. Gli altri due sono membri dell’equipaggio del traghetto: il primo ufficiale di coperta, Luigi Iovine, un 45enne napoletano, e Francesco Romano, 56enne siciliano, secondo ufficiale di macchina.
Comandante Giacomazzi: “Errori anche da parte della compagnia”.
Vanno separate le responsabilità nautiche da quelle commerciali. È questo il riassunto delle parole pronunciate da Giacomazzi, sentito giovedì dai pm che indagano sull’incidente del traghetto salpato dalla baia di Valona.
Da quello che si legge dagli stralci dei verbali pubblicati dal Corriere della Sera e da Repubblica, il comandante ha dichiarato che a rendere difficili le operazioni di salvataggio dei passeggeri sono stati l’”overbooking” praticato dalla compagnia e la mancanza di risposte dalla Grecia ai messaggi d’aiuto lanciati dalla nave alla deriva.
Una responsabilità , quella riguardante l’eccessivo numero di passeggeri, che Giacomazzi fa ricadere sulla compagnia greca, sostenendo che, se la Anek Line avesse rispettato il numero massimo di persone trasportabili sul traghetto, il calcolo dei dispersi sarebbe stato più semplice.
Il comandante, ha dichiarato, “non ha funzioni di polizia” sulla nave, “io do disposizioni, ma non posso fare nulla se non vengono rispettate”.
Poi aggiunge: “Ho fatto il mio dovere, nessun eroismo. Mi ha fatto molto male che ci siano state delle vittime, quello che è successo è una tragedia, ma mi dico che chi ha seguito le istruzioni che abbiamo dato si è salvato; purtroppo in quei momenti il panico può spingerti ad azioni incontrollate”.
Giacomazzi, poi, si sofferma sugli errori e le irregolarità commesse dall’equipaggio durante le operazioni di salvataggio e di gestione delle scialuppe: “Ho dato l’ordine di approntarle — ha detto — ma non di ammainarle. Su di ognuna possono salire al massimo tre componenti dell’equipaggio, ma su quella calata in mare ce n’erano almeno tre”.
Da lunedì le autopsie.
Lunedì mattina alle 11 inizieranno le analisi sui nove corpi recuperati dopo il naufragio della norman Atlantic. Il pm della Procura di Bari, Ettore Cardinali, ha affidato a un team di medici legali dell’Università e del Policlinico di Bari l’incarico di effettuare le autopsie. Solo dopo i risultati delle analisi si potranno stabilire le cause della morte dei passeggeri.
Andrea Tundo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
SINISTRA, DESTRA E TERZO STATO… IL PARTITO CHE NON C’E’
Ma Renzi è di destra o di sinistra? O meglio: le politiche messe in campo dal governo Renzi sono
di destra o di sinistra?
La domanda se la fanno in molti, chi con preoccupazione, chi con curiosità .
Capisco la preoccupazione del mondo sindacale, che vede in Renzi il picconatore delle sacrosante conquiste del movimento operaio.
E capisco pure la curiosità di chi, come il mondo del lavoro autonomo, ha sempre guardato con sospetto ai governi di sinistra, ben poco sensibili alle esigenze delle imprese, degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti.
E tuttavia ad entrambi vorrei dire: non temete, Renzi è sia di destra sia di sinistra.
Se guardiamo con distacco a quel che ha fatto in 10 mesi di governo è difficile, davvero difficile, stabilire se è stato più attento alle esigenze del lavoro dipendente o a quelle del lavoro indipendente.
Nei primi mesi, il pendolo è oscillato decisamente a favore del mondo sindacale, al di là delle frecciate polemiche verso la Cgil: gli 80 euro in busta paga non sono certo stati un gesto pro-imprese, che si aspettavano semmai un abbattimento dell’Irap.
Negli ultimi mesi, invece, il pendolo ha invertito il suo verso: il depotenziamento dell’articolo 18, l’alleggerimento dell’Irap, la decontribuzione delle assunzioni a tempo indeterminato sono tutti gesti che guardano più al lavoro autonomo che a quello dipendente.
Visto da questa angolatura, il consenso che Renzi riesce a convogliare verso di sè e verso il Pd non deve stupirci.
Certo, ad esso contribuisce anche l’autolesionismo degli avversari: Forza Italia fa di tutto per autoaffondarsi, e il Movimento Cinque Stelle non fa nulla per diventare una cosa seria. E tuttavia la vera forza del governo Renzi sta nella sua capacità di fare sia cose tradizionalmente considerate di sinistra, sia cose tradizionalmente considerate di destra.
In un certo senso l’esatto contrario del governo Prodi del 2006-2008, che con la sua (modesta) riduzione del cuneo fiscale, suddivisa fra lavoratori e imprese, finì per fare qualcosa che non appariva nè di destra nè di sinistra
Se le cose stanno così, diventa abbastanza naturale prevedere che, nei prossimi anni, Renzi non avrà avversari.
La sua politica economica, infatti, pare capace di realizzare due miracoli: recuperare, grazie al bonus, molti elettori delusi del centro sinistra, e attirare, grazie alla riduzione del costo del lavoro, molti elettori che un tempo si riconoscevano nel centro destra
E tuttavia … Tuttavia c’è un piccolo problema.
La società italiana è sempre meno una società divisa in due, con una metà che guarda a sinistra e l’altra metà che guarda a destra.
Questa semplificazione poteva reggere, forse, quindici o venti anni fa, nel cuore degli anni ’90 del secolo scorso.
Allora a fronteggiarsi, anche politicamente, c’erano effettivamente due società . Da una parte la prima società , ovvero il mondo dei garantiti, fatto di dipendenti pubblici e occupati a tempo indeterminato delle imprese maggiori, protetti dall’articolo 18 ma anche dalle dimensioni aziendali (secondo il principio “too big to fail”).
Dall’altra la seconda società , ovvero il mondo del rischio, fatto di piccole imprese, lavoratori autonomi, operai e impiegati, tutti esposti alle turbolenze del mercato e sostanzialmente privi di reti di protezione.
Gli uni, i garantiti, guardavano prevalentemente a sinistra, gli altri, gli esposti al rischio, guardavano prevalentemente a destra.
Oggi non è più così. Non perchè non ci siano più una società delle garanzie e una società del rischio, ma perchè oggi c’è anche una terza società .
Una società che c’era già prima, ma che negli anni della crisi è cresciuta di dimensioni, fino a diventare di ampiezza comparabile alle altre due.
Questa terza società è la società degli esclusi, o outsider, nel senso letterale di “coloro che stanno fuori”.
Una sorta di Terzo Stato in versione moderna. Essa è formata innanzitutto di donne e di giovani, ma più in generale è costituita da quanti aspirano a un lavoro regolare (non importa se a tempo determinato o indeterminato), e invece si trovano in una di queste tre condizioni: occupato in nero, disoccupato, inattivo ma disponibile al lavoro. Si tratta di ben 10 milioni di persone, più o meno quanti sono i membri della società delle garanzie così come i membri della società del rischio
Ora, il dato interessante è che, ad oggi, questo segmento della società italiana è sostanzialmente privo di rappresentanza.
E lo è per una ragione economica, prima ancora che politica. L’interesse degli esclusi è diametralmente opposto a quello dei garantiti, ed è in parte diverso da quello della società del rischio.
La priorità degli esclusi è, per definizione, quella di essere inclusi. Il problema è che tale inclusione richiede scelte economiche molto diverse da quelle che hanno permesso a Renzi di dialogare felicemente con la prima e la seconda società . Includere, infatti, significherebbe puntare tutte le carte sulla creazione di posti di lavoro aggiuntivi (a noi ne mancano circa 6 milioni, se come riferimento assumiamo la media Ocse).
Precisamente il contrario di quanto, nel comprensibile desiderio di attirare voti, il governo Renzi ha fatto finora e intende fare nei prossimi anni, almeno a giudicare dalle tabelle della Legge di stabilità , che per il 2018 prevedono ancora quasi 3 milioni di disoccupati
Per capire perchè gli interessi del Terzo Stato non siano in cima alle preoccupazioni di questo governo, basta riflettere sulle due decisioni cruciali di allocazione delle risorse effettuate nel corso del 2014, ossia gli 80 euro in busta paga e la decontribuzione per i neo-assunti. I 10 miliardi in busta paga sono, per loro natura, una misura a favore di chi un lavoro già ce l’ha, mentre un loro impiego per investimenti pubblici, o per abbattere l’Irap, avrebbero potuto dare una mano a chi un lavoro non ce l’ha.
Quanto ai 5 miliardi di decontribuzione per i neo-assunti, possono apparire un provvedimento per generare nuova occupazione, ma lo saranno solo in misura minima perchè, in assenza di vincoli di addizionalità (aumento del numero di occupati rispetto all’anno prima), finiranno per essere usati soprattutto per sostituire chi va in pensione o si dimette per maternità , senza creazione di posti di lavoro aggiuntivi.
Un punto, quest’ultimo, su cui le preoccupazioni di Susanna Camusso appaiono tutt’altro che ingiustificate
Ecco perchè, a mio parere, il futuro del Pd e del governo Renzi è meno scontato di quel che può apparire a prima vista.
Finchè la terza società , la società degli esclusi, resterà sostanzialmente priva di rappresentanza, Renzi e il Pd potranno dormire sonni tranquilli, perchè la loro capacità di recitare due parti in commedia, quella della sinistra e quella della destra, permetterà loro di rappresentare sia la prima sia, entro certi limiti, la seconda società . Se tuttavia la situazione cambiasse, e un partito, vecchio o nuovo, provasse a intercettare umori e interessi della terza società , il gioco del Pd si farebbe meno facile. Perchè, allora, la domanda non sarebbe più se quel che fa Renzi è di sinistra o di destra, ma diventerebbe improvvisamente un’altra: può esistere una sinistra che lascia ad altri il compito di difendere gli esclusi?
Luca Ricolfi
(da “il Sole 24 ore”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“RISCHIO CHE LA BCE FALLISCA IL MANDATO E’ PIU’ ALTO DI SEI MESA FA”
Mario Draghi si tira fuori dalla corsa al Quirinale, conferma la sua permanenza alla Bce fino alla fine del mandato, nel 2019, e in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt si dice pronto a usare il bazooka.
QUIRINALE
“Non voglio essere un politico” afferma il presidente della Bce, rispondendo a una domanda su un suo possibile impegno politico in Italia e sull’eventuale successione a Giorgio Napolitano. “Il mio mandato di presidente Bce prosegue fino al 2019”.
DEFLAZIONE
In Europa il rischio di deflazione “non è escluso, ma è limitato” dice Draghi, secondo cui “il rischio che noi non adempiamo al nostro mandato di stabilità dei prezzi è più alto di quanto non fosse sei mesi fa”.
Per questo “stiamo nella fase tecnica di preparazione per modificare le dimensioni, la velocità e la composizione delle nostre misure all’inizio del 2015, se queste dovessero essere necessarie, per reagire a un periodo troppo lungo di bassa inflazione”. E su questo, ha sottolineato Draghi, “c’è unanimità in seno al consiglio direttivo della Bce”.
CRESCITA.
Draghi si dice “prudentemente ottimista” sull’andamento dell’economia nel 2015. Il numero uno dell’Eurotower ha spiegato che oggi ci troviamo in un “lungo periodo di debolezza” dell’economia, “non di una crisi”.
“Io penso che la combinazione della nostra politica monetaria e delle riforme da parte degli stati membri ripristinerà la fiducia perduta”, ha aggiunto Draghi, dicendosi fiducioso sul fatto che l’economia della zona euro il prossimo anno tornerà a crescere.
Ha auspicato che tutti i membri dell’Eurozona aumentino gli sforzi a favore delle riforme strutturali e lavorino per ridurre la pressione fiscale.
Perchè, ha sottolineato, “rilevo troppa burocrazia e tasse. In Europa abbiamo uno dei più elevati carichi fiscali al mondo: è un pesante svantaggio competitivo”.
In sostanza, secondo Draghi “le importanti riforme strutturali – mercato del lavoro flessibile, meno burocrazie, meno tasse – si muovono troppo lentamente”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
EUROPA IN STAGNAZIONE, ITALIA SOTTO LA SOGLIA DI SOPRAVVIVENZA… CALO DEGLI ORDINI E DELLA OCCUPAZIONE
Non c’è stato alcun colpo di coda del manifatturiero europeo sul finale del 2014: i dati
dell’istituto di ricerca Markit relativi al mese di dicembre dipingono ancora una situazione di stagnazione per l’Eurozona, con secche negative in Italia e Francia e una Germania troppo debole per trainare tutti gli altri.
Gli indici Pmi, costruiti attraverso le opinioni delle aziende, raccontano di un Vecchio continente ancora impantanato e impattano anche sui mercati, che inizialmente avevano accolto con favore le parole di Mario Draghi sull’imminenza di un intervento della Bce.
Il Pmi manifatturiero dell’Eurozona si è fermato a 50,6 punti a dicembre, sopra la soglia di 50 punti che separa le fasi di espansione e contrazione economica ma sotto i 50,8 punti indicati nella prima stima.
La media del Pmi dell’ultimo trimestre dell’Eurozona (50,4), rappresenta la crescita peggiore del anifatturiero da quando la ripresa è iniziata nel terzo trimestre del 2013. Si è verificato un leggero miglioramento dei nuovi ordini ricevuti, soprattutto esteri. Markit spiega che tra i singoli Paesi Irlanda, Spagna e Paesi Bassi hanno riportato forti miglioramenti, mentre Austria e Grecia modesti.
A dicembre e per il quarto mese consecutivo, aumentano i livelli occupazionali del manifatturiero, con nuovi posti di lavoro in Germania, Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e, con il primo aumento in sette mesi, in Grecia.
Di contro, aumentano i tassi di contrazione in Francia e in Italia.
Grazie all’attuale riduzione del prezzo del petrolio rimane debole la pressione sui costi.
“Ancora una volta – commenta Chris Williamson, capo economista di Markit – le imprese manifatturiere dell’Eurozona hanno segnalato una stagnazione dell’attività . La crisi in Ucraina ha incrementato l’incertezza economica. Se tutto va bene dovremmo osservare una crescita maggiore durante i prossimi mesi. I costi minori, collegati al crollo del prezzo del greggio, stanno aiutando e aumentano le speranze di stimoli politici più aggressivi da parte della Bce”.
Nel dettaglio dell’Italia, la contrazione è rappresentata da un indice Pmi manifatturiero a 48,4 punti, il punto più basso dal maggio del 2013.
A dicembre, il Belpaese ha visto il terzo mese consecutivo di calo. Il problema è che i tassi di contrazione della produzione, dei nuovi ordini e dei livelli occupazionali hanno accelerato.
“Uno dei lati positivi dell’ultima indagine è rappresentato dalla crescita continua dei nuovi ordini dall’estero ad un livello che è stato in continua crescita mensile durante gli ultimi due anni, l’incremento di dicembre è stato elevato anche se è risultato leggermente inferiore rispetto a quello del mese precedente”, dice Markit.
Negativo invece il commento dell’economista Phil Smith, che sottolinea come il calo degli ordini lasci presagire una nuova contrazione degli indici in futuro.
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
L’83,5% DEI VIGILI ASSENTI PER MALATTIA A CAPODANNO, ASSENZE ANCHE PER AUTISTI ATAC….E SI SCATENA LA GUERRA SENZA CONOSCERNE LE CAUSE
Assenteisti per malattia.
L’ 83,5% dei vigili previsti nel turno del 31 per coprire la festa voluta dal Campidoglio in via dei Fori Imperiali e al concertone del Circo Massimo ha presentato certificato medico per malattia. I dati del Campiglio mostrano come il 31 mattina «da una iniziale disponibilità di più di 900 vigili se ne sarebbero presentati 165» con l’evidente rischio caos per viabilità , soccorsi e servizi essenziali proprio nella notte della festa in piazza.
«Hanno messo a repentaglio la sicurezza della città » ha dichiarato il comandante Raffaele Clemente. «Un fatto grave e inaccettabile» l’ha definito il vice sindaco Luigi Nieri, preoccupato di un atteggiamento che arriva «nel momento in cui stiamo cercando un terreno di confronto sul contratto decentrato».
È l’ennesimo braccio di ferro tra i vigili da un parte e il comando e l’amministrazione dell’altra. I vigili in particolare contestano il piano messo a punto dal comandante Raffaele Clemente per la rotazione degli incarichi come misura per fronteggiare la corruzione. Un piano già avviato, che prenderà il via il 12 gennaio.
Dal rifiuto degli straordinari alle assenze per malattia
Dopo il differimento dei giorni scorsi dell’assemblea sindacale prevista per il 31 a ridosso della mezzanotte e proseguendo il rifiuto degli straordinari (che copre il 20% delle presenze), il comando aveva predisposto una ridistribuzione del personale, ma sono giunte le assenze per malattia.
Il comandante Clemente ha fatto scattare la procedura di reperibilità per le situazioni di urgenza (nelle quali rientra il concerto di Capodanno) chiamando i vigili al lavoro e garantendo l’impiego di circa 470 unità , di cui 240 dalle 18 e circa 230 a partire dalle 24.
Una presenza minore rispetto alle circa 700 unità che da anni stabilivano in straordinario la copertura della notte di Capodanno e una risparmio per l’amministrazione. «Ringrazio gli agenti che hanno compiuto un eccellente lavoro» ha dichiarato il comandante.
I sindacati: «Anno horribilis il 2015»
I sindacati dal canto loro reagiscono con «sconcerto e imbarazzo» e parlano di «disaffezione delle persone per le politiche dell’amministrazione e del comando», annunciando un «annus horribilis» quello del 2015 per la capitale «dove i grandi eventi sono all’ordine del giorno e ricorrere all’istituto della reperibilità è economicamente svantaggioso».
E la battaglia non si ferma, anzi. L’agitazione è promessa in vista del derby Roma – Lazio dell’ 11 gennaio. Mentre lo «sciopero» degli straordinari, con l’astensione volontaria, continua.
La diserzione numerica
Il comandante della Polizia locale di Roma Capitale, Raffaele Clemente ha stigmatizzato «l’atteggiamento di quanti hanno cercato di sabotare, con una diserzione numerica assolutamente ingiustificata. Le divergenze sorte nelle ultime settimane o mesi sul fronte della rotazione degli agenti o sulla definizione del salario accessorio – ha aggiunto – non dovrebbero essere prese a pretesto per venir meno alla propria professionalità e ai propri doveri.
Per questa ragione sarà rigorosamente ricostruita l’intera vicenda a favore dell’ autorità giudiziaria o di garanzia. Ogni eventuale condotta illecita sarà sanzionata amministrativamente».
Un quarto degli autisti Atac in servizio
Assenti (forse) per malattia anche gli autisti dell’Atac. «Causa mancanza di personale la frequenza dei treni provoca 30 minuti di attesa» si leggeva sul cartello della linea A della metropolitana il 31 notte. Il cartello fotografato ha fatto il giro del web l’1 mattina e si sono scatenate proteste a pioggia.
Fino a quando nel pomeriggio l’Atac ha dichiarato: «Sui convogli della linea A della metro erano disponibili solo 7 conducenti sui 24 che sarebbero stati necessari a garantire la regolarità del servizio».
Per questo le corse sono state più lente dalle 23.30 fino a fine servizio «circa 10-15 minuti di attesa a fronte di 5». «È stato invece regolare il servizio sulla linea B» hanno assicurato dall’Atac. Ma dall’azienda non ha fatto sapere il motivo delle assenze, lasciando il forte sospetto dei certificati medici. «Nessun alibi» tuona l’assessore ai trasporti Guido Improta.
«Chiederò all’Amministratore Delegato di Atac, Danilo Broggi, di porre in essere ogni iniziativa per sradicare una mentalità lontana dalla logica di servizio che deve caratterizzare chi lavora in un’azienda municipalizzata». L’assessore promette di «accertare le motivazioni per le quali su un bacino di 150 macchinisti abbiano dato la loro disponibilità ad operare la notte di Capodanno solo in 7».
Manuela Pelati
(da “La Repubblica“)
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