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BERSANI FA LA PRIMA MOSSA PER STANARE RENZI: “PERCHE’ NON ELEGGERE IL PRESIDENTE GIA’ AL PRIMO TURNO?”

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

RENZI TEME AGGUATI E PROPONE SCHEDA BIANCA AI PRIMI TRE TURNI

Da un lato, Matteo Renzi posticipa a lunedì l’assemblea con i senatori del Pd prevista per domattina.
Dall’altro, il senatore bersaniano Miguel Gotor annulla la conferenza stampa sul suo ‘bellicoso’ emendamento contro i capilista bloccati dell’Italicum, firmato da ben 37 senatori di minoranza.
Nel giorno in cui Giorgio Napolitano lascia il Quirinale, tutto si muove e tutto si sospende nel Pd. Renzi e Bersani, ovvero i players principali della partita sul nuovo presidente della Repubblica, si posizionano ai blocchi di partenza.
Palla al centro. Obiettivo: stanarsi.
Almeno da parte di Bersani, che non a caso mette allo scoperto i suoi interrogativi: “Se c’è la volontà  di arrivare ad una intesa con tutti che sia con tutti, perchè aspettare la quarta votazione e lasciar perdere la prima, la seconda e la terza?”, domanda l’ex segretario del Pd a sera.
E’ il campanellino che a Palazzo Chigi conferma il nuovo allarme nato in giornata: l’incubo dei primi tre scrutini con tutte le trappole anti Patto del Nazareno che possono comportare.
Pippo Civati non fa mistero del fatto che sta tentando di mettere su l’operazione Romano Prodi insieme a Sel.
Cioè candidare il professore bolognese ai primi tre scrutini, contando anche sui voti degli ex grillini più di sinistra, magari anche gli altri pentastellati o forse lo stesso Beppe Grillo se decide, magari i fittiani.
Quanto ai bersaniani, vero ago della bilancia nel Pd sul Quirinale, Civati specifica: “Io sono favorevole ad un’iniziativa politica comune, ma Bersani non mi sembra si sia ancora deciso. Con lui, comunque, devo ancora parlare…”.
Insomma, per Civati “Prodi è il miglior presidente possibile: se riusciamo a fargli prendere un bel pacco di voti nei primi tre scrutini, come si può ritirarlo dalla corsa alla quarta votazione, quella ‘buona’?”.
E’ questa terribile congiuntura tra minoranze che Renzi vuole spezzare sul nascere.
La mission è impedire che riescano a compiere il miracolo di ritrovarsi insieme contro il segretario nella partita sul Quirinale.
Per ora, il premier è convinto che Bersani giochi una partita diversa e distinta dai civatiani sul Quirinale: prova ne è la collaborazione offerta al governo sul Jobs Act dall’ala bersaniana del partito prima di Natale.
Da parte sua, però, l’ex segretario lavora per stanare il segretario del Pd, far venir fuori le sue reali intenzioni, i perchè dei suoi no a questo o quello, svelare i bluff del capo del governo.
E’ per questo che i suoi al Senato alzano il prezzo sulla legge elettorale, pur avendo appreso dai renziani che sull’Italicum il premier non è disposto a trattare.
Piuttosto, l’idea del capo del governo è di convincere Bersani e le sue truppe parlamentari facendo leva sul “senso di responsabilità  verso l’unità  del Pd e verso il Paese in un momento così delicato…”.
Chissà  se basterà . Anche perchè di candidati ‘anti Patto del Nazareno’ ne girano altri, oltre a Prodi.
Per esempio, l’ex ministro della giustizia Paola Severino, autrice della legge che rende Berlusconi incandidabile per via della condanna per frode fiscale. Anche Severino riscuote consensi nella minoranza Pd.
Il punto per il premier è fare in modo di arrivare senza trappole e insidie alla quarta votazione, quella a maggioranza assoluta di 505 voti, quella per la quale Renzi ha promesso il suo nome che prima passerà  per una “rosa di nomi che proporrò al Pd”. Così ha assicurato oggi nella riunione di segreteria al Nazareno.
Insomma, Renzi punta a fare in modo che il grosso dei Dem — a parte i civatiani considerati “irrecuperabili” e magari anche Stefano Fassina, segnalano dal quartier generale renziano – rispetti l’indicazione di votare scheda bianca ai primi tre turni, quelli a maggioranza dei due terzi, ovvero ben 672 voti.
In questo Parlamento non ce ne sono così tanti intorno ad un unico nome. “Bersani propone di votare il Presidente della Repubblica dal primo scrutinio. Visti i precedenti, questa volta meglio prediligere ascolto, sicurezza e coesione vera…”, taglia corto il senatore renziano Andrea Marcucci su twitter.
Non succederà  mai il miracolo che, segnalano i renziani, nella storia è avvenuto solo per due presidenti: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, entrambi eletti al primo scrutinio.
Ed è proprio per questo che la domanda serale di Bersani suona tendenziosa dalle parti del premier. E scatta l’allerta: iniziano i giochi.
E poi c’è anche che, fanno notare nei circoli renziani, il premier-segretario non può che proporre scheda bianca ai primi tre scrutini.
Perchè non può correre il rischio di farsi bocciare dall’aula, non è più il libero rottamatore del Pd che alle presidenziali del 2013 lanciava liberamente i suoi assi per giocare la partita da Firenze.
Successe per esempio con il nome di Sergio Chiamparino e non solo. Tutto questo oggi non è possibile. E poi, spiegano i renziani, “votare scheda bianca è un modo per controllare che la disciplina di partito venga rispettata: chi tradisce, si ferma a scrivere un nome nell’urna e si vede”.
“Prodi è un candidato pericoloso…”, ammette un renziano fedelissimo a taccuini chiusi. “Non possiamo candidarlo perchè non avrebbe i voti, verrebbe affossato di nuovo come nel 2013: non si può…”.
Ma non si può soprattutto perchè il professore bolognese resta escluso da quella rosa di nomi che Renzi vuole proporre al Pd all’assemblea dei grandi elettori, a ridosso dell’inizio delle votazioni il 29 gennaio.
Prodi non è tra i ‘graditi’, troppa storia alle spalle, troppo peso, ti spiegano i Dem di maggioranza, soprattutto non sarebbe gradito a Silvio Berlusconi.
E Renzi è interessato a difendere con le unghie il Patto del Nazareno, croce e delizia della sua ascesa politica.
Ma nemmeno quello di Walter Veltroni è una carta certa tra i Dem. “Ha troppi nemici nel Pd: magari dicono di sì e poi lo affossano dietro il voto segreto, come è successo con Prodi”, spiega un renziano di rango.
Un ragionamento che, al di là  dei nomi e dei cognomi, segnala quanto sia fragile il terreno sul quale il premier deve muoversi nelle prossime due settimane.

(da “Huffingtonpost”)

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57 CATTOLICI A CENA (CON VISTA PANTHEON) PER IL NUOVO PRESIDENTE

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

GLI EX DEMOCRISTIANI A CENA PER LA CANDIDATURA MATTARELLA

In nome, veritas.
Scusate il ritardo è il ristorante vista Pantheon dove, alla vigilia delle dimissioni di Napolitano, una cinquantina di democristiani del Pd (57 per precisione) si sono dati appuntamento per soddisfare, o almeno provarci, un appetito che dura almeno da sedici anni.
Da quando cioè il cattolico Oscar Luigi Scalfaro lasciò il Quirinale.
A tavola anche un democristiano più speciale degli altri: l’ex forlaniano ed emissario di Renzi Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd. Accanto a lui, seduto e sornione, quella vecchia volpe di Beppe Fioroni, organizzatore della serata e grande sponsor, nella primavera del 2013, della candidatura di Franco Marini per il Colle.
Stavolta invece il nome che tra una portata e l’altra si consolida è quello di Sergio Mattarella, ex sinistra democristiana di Ciriaco De Mita.
Un gradino più giù, il prodiano Pierluigi Castagnetti.
Ecco in ordine sparso alcuni commensali: l’ex gavianeo di Napoli Salvatore Piccolo, il pugliese Gero Grassi, Paolo Cova, Preziosi, Cuomo, Giampiero Bocci, Maria Amato, Luigi Bobba, Simonetta Rubinato, Giorgio Santini, Massimo Fiorio, Matteo Richetti. E soprattutto Angelo Rughetti, ambasciatore di un altro cattolico di peso della cerchia renziana, Graziano Delrio.
Più che dello sgomento, è l’ora dell’appetito.
La fine dell’era di Napolitano è accolta nella frenesia dei cacicchi piddini, soprattutto ex cattolici. Capannelli, conciliaboli, il Transatlantico, come nelle giornate che contano si riempie in un attimo. Per dirla con ex ds di peso “la fine della monarchia ha fatto riemergere i vizi della Repubblica, la prima”.
Il gusto della manovra più che la commozione. Da giorni tutta la rete “cattolica” legata al premier segretario è particolarmente attiva.
E il nome di Mattarella è stato sondato, nell’ordine, da Luca Lotti, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini.
A microfoni spenti, un parlamentare esperto dà  un’efficace descrizione del clima: “Per molti versi la presidenza di Napolitano è stata vissuta come un commissariamento della politica, anche in questo secondo mandato. Un presidente interventista, chiamato in condizioni di eccezionalità  che ha legato il suo mandato ai compiti del Parlamento. Ora è che come se se ne fosse andato il simbolo del fallimento del Parlamento e la politica si sentisse più libera. Il problema è che questo Parlamento, nella libertà , ha già  fatto disastri”.
La fotografia del Transatlantico immortala due Pd che assomigliano a due epoche, una che finisce e l’altra che ritorna.
Nelle parole che il capogruppo del Pd Roberto Speranza affida a twitter c’è quasi il sapore della malinconia: “Giorgio Napolitano rappresenta per me il senso più alto di ciò che la politica deve essere. #GraziePresidente #percezionedivuoto”.
Tutto il mondo ex ds, che pure con Napolitano ha avuto rapporti non idilliaci, vive le dimissioni di Napolitano come la fine di un’epoca. Scherza con affetto solo quella volpe di Ugo Sposetti: “Ma no… È tornato a casa, ma per poco. Se noi non riusciamo eleggere il prossimo, facciamo il Napolitano ter”.
La verità  è che da tempo il mondo ex ds è segnato da divisioni profonde.
La fine dell’era Napolitano segna un ulteriore passaggio del liberi tutti.
I turchi nella serata della vigilia, mentre i democristiani erano allo Scusate il ritardo, hanno fatto una prima riunione per giocare d’anticipo.
Si sono ritrovati a cena al ristorante Baccano, vicino Fontana di Trevi, molto di moda nell’era renziana.
C’era anche il ministro Orlando, il più alto in grado tra i turchi. Uno di loro racconta: “Per noi l’importante è eleggere un presidente, non c’è una discriminante tra un cattolico o un laico”.
Mentre Massimo D’Alema ha convocato per lunedì una riunione della sua fondazione e sarà  quella l’occasione per vedere i parlamentari fedelissimi su cui può ancora contare. Sia come sia, questo protagonismo “cattolico” alimenta un nervosismo crescente.
In parecchi ricordano quando fu proprio Renzi a silurare Marini con una lettera a Repubblica, particolarmente dura, in cui criticava la scelta di un candidato alla presidenza in quanto “cattolico”.
Così scrisse Renzi due anni fa: “Mi sembra gravissimo e strumentale il desiderio di poggiare sulla fede religiosa le ragioni di una candidatura a custode della Costituzione e rappresentante del Paese”.
Per la cronaca: scoppiò una bagarre e Franco Marini rispose con altrettanta durezza: “Renzi insinua che io starei strumentalizzando e consentendo che venga strumentalizzato il mio essere cattolico a fini politici. Non posso lasciar passare in silenzio parole tanto gravi e offensive”.
Due anni dopo su Mattarella in quanto — in quanto cattolico — sono a lavoro tutti quelli che stanno con Renzi a palazzo Chigi.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ASSIST DI BERLUSCONI A RENZI: “NESSUN COMUNISTA AL COLLE”. E AD ARCORE SI RAGIONA SU DELRIO

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

MA DENTRO FORZA ITALIA SALE L’IPOTESI CASINI

Sul Quirinale è il momento in cui il gioco è iniziato davvero.
E Berlusconi, che è uno esperto nell’arte di alzare la posta o passare la mano, è consapevole che stavolta può mettere condizioni, ma fino a un certo punto.
Ecco perchè sono tutt’altro che un diktat le parole che pronuncia nel corso della manifestazione di Forza Italia al Divino Amore a Roma: “Io credo che sia una domanda logica e giusta pretendere di avere un presidente della Repubblica che non sia il seguito degli ultimi tre presidenti della Repubblica di sinistra che hanno portato questo paese in una situazione di non democrazia”.
È un messaggio da leggere piuttosto come un “assist” a Renzi, non come un veto.
Nel senso che in questi giorni, in cui ci sono stati contatti tra Arcore e palazzo Chigi attraverso i soliti ambasciatori, l’ex premier si è convinto che il primo a non volere uno di “sinistra” sia proprio Renzi.
Nel senso che preferisce un moderato a uno che provenga dalla filiera di Pci-Pds-Ds. Non è un caso che, da giorni, Gianni Letta che sulla partita interna gioca di concerto con Verdini si sia fatto sponsor di Sergio Mattarella, con cui — ha garantito — parla personalmente. Sarebbe uno di quei nomi che rappresentano quella garanzia perfetta. Chissà .
L’ex premier ascolta, prende appunti, verifica personalmente — pare che il suo telefono sia particolarmente bollente in questi giorni — in attesa che si passi dal riscaldamento al gioco vero.
Chi lo conosce bene assicura che l’unico prezzo dei suoi voti per il Colle sia sempre lo stesso: l’agibilità  politica da garantire attraverso la salva-Silvio o qualche altra diavoleria.
Se gliela garantisse un comunista, sarebbe pronto pure a votarlo intonando bandiera rossa, solo che il fiuto gli dice che uno che da giovane andava alla Frattocchie difficilmente potrebbe prestarsi a soluzioni, tipo la salva-Silvio, che in parecchi attribuiscono al genio creativo di Ghedini.
Dentro Forza Italia però ogni testa è un tribunale.
E se Gianni Letta ha spiegato che la prima scelta è Mattarella ma che pure Veltroni è il migliore dei suoi, anche Confalonieri ha speso parole di grande stima nei confronti dell’ex sindaco di Roma.
In Parlamento invece cresce il partito pro-Casini, anche in chiave di ricomposizione di un’area moderata con Alfano che ha spiegato che non cederà  facilmente a un candidato espressione delle “primarie del Pd”.
Su questo fronte il più attivo è il capogruppo Paolo Romani.
Proprio attorno a Casini avrebbe fatto breccia il ragionamento di Romani se Berlusconi coi suoi si è abbandonato a battute di cuore: “Ma chi l’avrebbe mai detto che avrei dovuto valutare l’ipotesi di quel furbo di Pier che non ricordo quante volte mi ha tradito…”.
Berlusconi ascolta, ragiona e si domanda: chi si spenderà  per l’agibilità  politica?
Ecco l’insistenza su un moderato che sia “garante” e “arbitro”, parola usata più volte in questi giorni anche da Renzi.
E in fondo che questo sia un assist e non un veto a Renzi è la teoria di Verdini.
Il quale sostiene che il primo a non volere un “comunista” al Colle sia Renzi.
Perchè sarebbe come mettere un altro segretario del Pd: “Vi pare — trapela da Grazioli — che il premier si fa commissariare e oscurare da uno come Veltroni e Fassino, anche se stanno con lui?”.
Già , proprio nel Renzi pensiero prende forma la tattica di Berlusconi. Chi ha parlato col Cavaliere la spiega così: “Matteo vuole uno al Colle suo che non gli faccia ombra, praticamente una sua longa manus? Bene, si può fare purchè sia il capo dello Stato del Nazareno che dia l’agibilità  a Berlusconi”.
E c’è un nome che è circolato in questi giorni ad Arcore, su cui si sta ragionando seriamente: quello del sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio.
Sembrerebbe la soluzione perfetta sulla carta: Renzi elegge con Forza Italia al quarto scrutinio uno che rappresenta la sua longa manus, e a quel punto il Nazareno si è impossessato del Colle.
E poco importa se, per farlo passare, occorre il metodo della “rosa” o meno.
Il problema semmai è arrivare al momento con delle garanzie, evitando che la guerriglia per ora a bassa intensità  nel Pd faccia impazzire il clima.
E proprio per non fare impazzire il clima gli ambasciatori di palazzo Chigi e di Arcore hanno convenuto che un incontro sarebbe controproducente.
Meglio qualche assist pubblico e mantenere i contatti riservati.

(da “Huffingtonpost“)

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QUANDO IN FORZA ITALIA SI SPENDEVANO MILIONI

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

I DIPENDENTI ALLE PRESE CON I TAGLI RACCONTANO: “ALFANO HA CAMBIATO PURE IL PARQUET”… VERDINI CI REGALAVA OROLOGI CON SOLDI NON SUOI… “E POI GLI SPERPERI PER LE MANIFESTAZIONI”

C’è chi ricorda il momento dell’orologio come un momento sentito, la giusta dose di enfasi nella sala dei festeggiamenti, l’albero di Natale sullo sfondo, la felicità  per le imminenti ferie, Forza Italia era ancora nel Pdl, l’Italia era ancora berlusconiana e Denis Verdini era ancora Denis Verdini.
In quel momento, proprio Verdini, chiama a uno a uno i dipendenti, gli stringe la mano, un sorriso, due parole affettuose, di ringraziamento, un pacchetto come simbolo, “e dentro un bell’orologio con tanto di nome e cognome incisi, non un oggetto qualsiasi — racconta uno degli assunti di Forza Italia — Tutti stupiti, non ce lo aspettavamo. Tempo dopo abbiamo scoperto la verità : gli orologi non erano frutto di generosità  personale, ma in nota spese al partito. Insomma, quasi quasi ce li siamo pagati da soli”.
Pausa d’amarezza. “Era un’altra vita”.
Una vita “agiata” come la definiscono tutti dentro la sede nazionale di Forza Italia, una vita nella quale si “spendeva senza troppe preoccupazioni”, insistono i dipendenti, “dove si ostentava, dove si regalava, dove si sprecava. Sì, si sprecava, e ce ne rendevamo conto, ma eravamo certi della generosità  del presidente (attenzione, non lo chiamano mai ‘Silvio’, o ‘Berlusconi’, o altro, ma solo il ‘presidente’)”.
Adesso no. Quest’anno non è stato montato neanche l’albero di Natale (“non c’era lo spirito giusto”), si pensa solo ai tagli, a salvare il possibile, a trattare con l’aiuto dei sindacati: “È vero, da tre mesi alcuni di noi si sono iscritti alla Cisl e alla Uil, è l’extrema ratio”, per fortuna niente Cgil “no! A tanto non siamo arrivati”.
Alle pareti delle sede sono state incorniciate storiche locandine, appuntamenti, manifestazioni simbolo degli ultimi vent’anni. Momenti di gloria.
“Ma quanto ci sono costati!”. Prego, scusi? “Forse sono stati quegli appuntamenti a prosciugare le casse: nessuno ha mai pensato a organizzare un magazzino con il necessario per le manifestazioni, ogni volta prenotavamo da capo il necessario, botte da centinaia di migliaia di euro, magari per avere sempre lo stesso palco, la stessa scenografia, le sedie e quant’altro. Hanno buttato milioni di euro, c’è chi parla di quasi 20 milioni in poco più di dieci anni”.
I corridoi della sede sono sgombri, toni bassi, qualche parlamentare passa, pochi si fermano; dentro vi lavorano ancora 86 persone, l’aria è mesta: “Tante schifezze le abbiamo vissute quando si insediavano i nuovi dirigenti. Un esempio? Alfano appena arrivato ha detto: ‘Non voglio spendere un euro’, poi ha agito peggio degli altri, ha ottenuto anche il parquet nuovo. Eppoi la Santanchè! La numero uno”.
Sotto quale profilo? “Ha voluto un differente arredamento per lei e Verdini, oggetti nuovi provenienti da un negozio di Forte dei Marmi, la zona dove ha i suoi amici e lo stabilimento balneare”. (Ma la stessa Santanchè nega: “Non è vero, sono cose mie, solo mie. Di ufficio è stato rifatto solo quello di Berlusconi…”, lei usa il cognome. Denis Verdini, contattato, non ha risposto).
Va bene, arredamento a parte, però la Santanchè portava degli euro al partito come responsabile del fundraising. “Ma quando mai! Non ha portato niente, mai niente. Forse non è chiaro, ma non c’è più un euro. E i parlamentari non vogliono contribuire”.
Vuol dire decurtare il proprio stipendio, come da accordi, per finanziare le attività  del partito.
“Forza Italia deve ancora intascare un milione e mezzo di euro dai vari onorevoli per saldare il debito sulla sola candidatura; con il loro contributo potremmo già  salvare il nostro posto di lavoro e l’organizzazione del partito. Ma scappano tutti, non si fanno trovare, o accampano scuse lacrimevoli, roba da ‘tengo famiglia’. E parliamo del 70 per cento di loro. Però quando c’era da mangiare arrivavano, eh…”.
E qui l’album dei ricordi ritorna ancora alle feste di Natale in sede, quando il “presidente” incontrava i dipendenti per un brindisi, “peccato che noi non riuscivamo a entrare nella sala, i big sgomitavano per stargli vicino, per leccargli il culo, noi niente. Ah, il banchetto era sempre ordinato al Relais les jardin, di proprietà  del nipote di Gianni Letta, nessuno sconto alla fine, come sempre…”.
Da un anno la responsabile è la senatrice Mariarosaria Rossi, a lei riportiamo il racconto dei suoi dipendenti: “No, guardi, non intendo parlare della questione. Di tutto quello che è accaduto e accade, informo sempre il presidente. È lui l’unico a dover sapere”.
A sapere come si agiva dietro la sua ombra.

Alessandro Ferrucci
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TUTELE CRESCENTI: CHI LE HA VISTE? E’ SOLO UN AUMENTO DELL’INDENNITA’

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

IL JOBS ACT NON CREERA’ ALCUN NUOVO POSTO DI LAVORO, E’ SOLO UN’OPERAZIONE   A SOMMA ZERO

Il primo decreto attuativo della legge delega sul Lavoro viene definito «a tutele crescenti» dallo stesso governo, ma di tutele crescenti in verità  non c’è traccia. L’aumentare dell’indennità  risarcitoria con il crescere dell’anzianità  aziendale non può essere considerato una crescita di tutele, ma solo un aumento proporzionale dell’indennità .
Con questo decreto il sistema previsto dall’art.18 dello Statuto dei lavoratori viene rottamato e ne viene introdotto uno nuovo basato sul pagamento di un’indennità  risarcitoria
La reintegrazione resta solo per i licenziamenti discriminatori (inesistenti nella realtà  processuale), per quelli orali e per quelli disciplinari basati su un fatto materiale che venga dimostrato come non accaduto o non determinatosi.
Attenzione, però: si esclude che il giudice possa valutare la proporzionalità  del fatto disciplinare addebitato.
Ciò significa che l’addebito di un fatto vero, ma disciplinarmente irrilevante (portarsi a casa una matita, fare una telefonata personale con l’apparecchio aziendale, utilizzare per 5 minuti il pc aziendale per uso personale, prolungare di poco la pausa pranzo, etc.) se dimostrato vero come fatto storico materiale, impedisce al giudice di valutare la congruità  della sanzione rispetto alla mancanza addebitata.
In altre parole, il giudice non può dire che non si può licenziare un dipendente solo perchè ha fatto una telefonata o ha tardato 5 minuti al rientro dal pranzo.
Il giudice, se il fatto risulta vero, deve dichiarare risolto il rapporto di lavoro.
Nel caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo e soggettivo e per giusta causa, se il giudice ritiene che il licenziamento sia illegittimo deve condannare al pagamento di un’indennità  pari a due mesi per ogni anno di servizio (con un minimo di 4 e un massimo di 24)
Se il licenziamento è illegittimo per vizi formali (mancanza di motivazione, di contestazione del fatto disciplinare, etc.) il giudice deve condannare a un’indennità  tra 2 e 12 mensilità , sempre partendo dalla base di un mese per ogni anno di servizio.
Per i licenziamenti collettivi è stato previsto lo stesso regime di quelli per giustificato motivo e per giusta causa.
Anche se super illegittimi non danno luogo a reintegrazione ma solo a una indennità  , secondo l’anzianità  aziendale, tra 4 e 24 mensilità .
Una novità  assoluta è poi l’offerta di conciliazione da parte del datore di lavoro.
Dopo aver licenziato un dipendente può fargli un’offerta di un’indennità  di un mese per ogni anno di anzianità  (con un minimo di 2 e un massimo di 18); se il lavoratore accetta e rinunzia ad impugnare il licenziamento, questa indennità  è totalmente esente da imposte e da contributi.
Il che sembra dare un vantaggio ingiustificato, in danno di coloro che ritengono di voler comunque impugnare il licenziamento, in caso di conclamata illegittimità .
Come detto all’inizio, di tutele crescenti non c’è traccia.
Si parlava invece di tutele crescenti per il contratto a tempo indeterminato che per i primi 3 anni prevedeva una indennità  in caso di licenziamento illegittimo e a partire dal terzo anno invece doveva prevedere la reintegrazione con l’applicazione integrale dell’art. 18.
Questo tipo di tutele crescenti è completamente scomparso.
Per concludere credo si possa dire che questo nuovo sistema non può produrre nuova occupazione.
Nuova occupazione potrebbe derivare dall’altra norma della legge di Stabilità  2015 che rende conveniente assumere con contratto a tempo indeterminato a causa dello sgravio contributivo nei primi tre anni.
Ma allora era sufficiente introdurre questo sgravio, lasciando l’art.18 al suo posto.
Se poi i nuovi contratti a tempo indeterminato saranno, come è probabile, in numero uguale ai contratti a termine che non verranno rinnovati o costituiti, per la maggior convenienza economica del primo tipo, il sistema si consoliderà  a somma zero; e nessuna nuova occupazione risulterà  nemmeno da questa operazione.

Mario Fezzi
Avvocato giuslavorista
(da “il Corriere della Sera”)

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VISCO: L’ECONOMIA CRIMINALE VALE 150 MILIARDI

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

PERSI 16 MILIARDI DI INVESTIMENTI ESTERI IN SEI ANNI… I FLUSSI FINANZIARI VERSO I PARADISI FISCALI SONO DEL 36% SUPERIORI RISPETTO A QUELLI VERSO I PAESI NORMALI

Peso dell’economia illegale, flussi di denaro verso i paradisi fiscali, fuga degli investimenti esteri a causa della percezione di un alto tasso di criminalità .
Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha fotografato i ritardi che vive l’Italia a causa della pesante infiltrazione della criminalità  nel tessuto economico in audizione alla Commissione Antimafia.
Visco è partito dal quantificare il peso dell’economia criminale.
Pur ricordando che la stima è assai complessa, ha passato in rassegna le stime fornite da vari osservatori sul suo valore.
Quella più preoccupante viene dagli studi che si basano sulla quantità  di moneta in circolazione, “che suggeriscono che l’economia illegale in Italia nel quadriennio 2005-2008 potrebbe pesare per oltre il 10 per cento del Pil”, vale a dire una cifra superiore ai 150 miliardi di euro.
L’Istat, parlando di economia “illegale” (stupefacenti, prostituzione, alcol e tabacchi di contrabbando), pone il suo valore nel 2011 allo 0,9 per cento del Pil; ancora, Transcrime (che considera droga, armi, tabacco, contraffazione, gioco e frodi fiscali) parla di un valore di questi mercati da 110 miliardi in Europa, 16 in Italia.
Al di là  del peso in sè, che sfugge alle maglie del Fisco e dei processi economici ‘normali’, la presenza di una strutturata economia criminale ha anche un forte potere deterrente verso gli investimenti esteri.
Visco, sul punto, usa i dati del Doing Business e stima che “se le istituzioni italiane fossero state qualitativamente simili a quelle dell’area dell’euro, tra il 2006 e il 2012 i flussi di investimento esteri in Italia sarebbero risultati superiori del 15 per cento — quasi 16 miliardi di euro — agli investimenti diretti effettivamente attratti nel periodo”.
Gli esempi portati sono sconcertanti, anche perchè legati ad eventi traumatici della storia del Paese.
Nel testo dell’audizione si legge di un confronto tra “quanto accaduto in Friuli Venezia Giulia e in Irpinia dopo i terremoti del 1976 e 1980, in seguito all’afflusso di fondi pubblici: nel corso dei trent’anni successivi, in Friuli Venezia Giulia, dove la criminalità  organizzata non era presente, la crescita del Pil pro capite è stata superiore di circa 20 punti percentuali a quella osservata in una regione controfattuale, mentre in Irpinia, dove la criminalità  organizzata era fortemente radicata, la crescita del Pil pro capite è stata inferiore di circa 12 punti percentuali rispetto a quella della regione di controllo”.
Tra le contromisure messe in campo da Bankitalia per monitorare e fermare questi fenomeni, c’è il ruolo della Uif, l’Unità  di informazione finanziaria.
Proprio dalle sue analisi emerge un ulteriore dato sconcertante.
“I risultati”, spiega Visco, “mostrano che, a parità  di altre condizioni, i flussi” finanziari “indirizzati verso i cosiddetti ‘paradisi fiscali’ sono di circa il 36 per cento più elevati di quelli verso gli altri paesi esteri”.
Un dato che traccia quanto siano consistenti i flussi di capitali verso lidi al riparo dal Fisco piuttosto che gli altri Paesi.

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SONDAGGIO TECNE’ SUL SEMESTRE EUROPEO: PER IL 75% RENZI NON HA INCISO PER NULLA

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

MA PER IL 72% DEGLI ITALIANI E’ MEGLIO RESTARE IN EUROPA

L’Italia non ha inciso sulle politiche economiche dell’Unione Europea e nemmeno è cresciuta di peso e autorevolezza.
È quanto pensano tre italiani su quattro alla conclusione del semestre europeo a guida italiana secondo un sondaggio fatto da Tecnè.
Ma non è l’unico dato interessante.
In un momento politico in cui sono diversi i partiti che si chiedono se sia opportuno uscire o meno dall’euro, la risposta degli italiani pare in controtendenza.
Il 72 per cento degli intervistati afferma infatti che per l’Italia sia meglio rimanere nell’Euro. Prevale, nonostante lo scetticismo verso le istituzioni europee, la ragionevole consapevolezza che uscirne sia peggio.
Quanto alla considerazione sul peso dell’Italia in Europa, solo il 23 per cento degli italiani pensa che la propria opinione abbia un quache valore in Europa.
Non desta quindi sorpresa che, nonostante le speranze suscitate al momento della nascita della Unione Europea, oggi a sentirsi cittadini europei sono quasi la metà  (47 per cento).

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COSA POSSIAMO GUADAGNARE FACENDO LAVORARE I NOSTRI DETENUTI

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

GLI ESEMPI VENGONO DALL’ESTERO

Visitare un carcere è un modo per misurare il grado di civiltà  di un Paese.
E se lo si fa in Italia si scopre che il nostro Paese «a parole» ha enorme sensibilità  per il disagio umano dei detenuti.
Poi però, nei fatti, ne infila 6 in uno spazio previsto per 2. È evidente che qualcosa non va.
Come se ne esce? Guardandosi attorno in Europa gli esempi virtuosi ci sono.
Fondati sulla scelta di far lavorare i carcerati negli istituti di pena. Ma il detenuto, se lavora, per legge va pagato. Giusto.
Solo che i soldi per pagare i 54.000 detenuti non ci sono. Se però si affidasse loro la manutenzione ordinaria delle prigioni, che nel piano carceri ha un costo di 500 milioni di euro, spenderemmo meno e lavorerebbero tutti.
E allora cambiare strada si può, rendendo le carceri autosufficienti. Chi vuol lavorare lo fa, chi vuol imparare un mestiere anche. Ai detenuti vengono però trattenute le spese di mantenimento.
Quando la situazione si fa calda, si rimedia velocemente con indulti e decreti svuotacarceri.
Il risultato è che il 70% dei condannati, una volta scontata la pena, torna a delinquere.
Se la funzione del carcere è quella di restituire alla società  un individuo riabilitato, è evidente che qualcosa non va. Eppure, già  nel 1975, siamo stati fra i primi a introdurre le misure alternative al carcere con l’affidamento in prova al servizio sociale.
Oggi gli affidati sono circa 12.000, ma è difficile sapere se chi ha evitato il carcere poi mantenga un comportamento corretto (non spacciare droga, fare il lavoro che gli è stato assegnato…).
Questo perchè l’assistente sociale, che dovrebbe incontrare l’affidato una volta alla settimana, sia a casa che al lavoro, lo vede se va bene una volta ogni due mesi.
Del resto, a Padova sono in otto a seguire più di 1.000 casi; a Roma in 36 con 3.000 casi. Gli esempi all’estero In tutta Europa e negli Stati Uniti, attorno alle misure alternative sono stati organizzati progetti controllati e coordinati.
Per esempio a Portland (Usa), i detenuti tengono in vita uno dei parchi urbani più prestigiosi al mondo, quello delle rose, con 600.000 visitatori l’anno.
I dati Usa dicono che chi passa da questa «misura» torna a delinquere nel 10% dei casi, rispetto al 25% di chi va in carcere.
Poi c’è l’aspetto economico: un detenuto in cella costa 170 dollari al giorno, ai servizi sociali ne costa 1,43. In Olanda ormai le pene alternative hanno superato quelle detentive, sono in media 40.000 l’anno: i detenuti vengono mandati a lavorare negli ospedali e nei centri anziani.
Ovunque però il grosso della partita si gioca dentro alle carceri.
La nostra legge prevede di occupare i detenuti non pericolosi con i lavori di pubblica utilità  su base volontaria a titolo gratuito, ma buona parte dei sindaci nemmeno sa che può farne richiesta per ridipingere i muri dai graffiti o pulire gli argini dei fiumi.
È previsto anche l’obbligo per l’amministrazione carceraria di dare un’occupazione al condannato in via definitiva, poichè il lavoro è lo strumento principale per il reinserimento nella società .
Questione di soldi Il problema è che il detenuto se lavora, per legge, va pagato. Giusto. Solo che i soldi per pagare i 54.000 detenuti non ci sono. Quindi alla fine lavorano in pochi, e a rotazione, e solo l’1% si occupa di manutenzione ordinaria.
Intanto 4.000 posti nelle carceri sono diventati inagibili e sono in corso appalti per decine di milioni di euro.
Se fossero i carcerati a intonacare o riparare i rubinetti, invece di spendere 500 milioni di euro per il piano carceri, spenderemmo meno e lavorerebbero tutti.
È sempre una questione di soldi: il sistema penitenziario costa complessivamente 2 miliardi e 800 milioni euro l’anno, che vuol dire circa 4.000 euro al mese a detenuto.
Si può uscire da questa spirale di inefficienza colpevole guardando anche come fanno gli altri? Nelle carceri irlandesi praticamente tutti i detenuti fanno qualcosa.
Quelli che lavorano a tempo pieno in cucina, in lavanderia e nella manutenzione arrivano a 18 euro la settimana e hanno diritto alla cella singola con doccia e a volte anche col computer.
Si chiamano superior deluxe rooms. Ce ne sono 140. Do ut des In Austria per ogni ora di lavoro riconoscono dai 7 ai 10 euro, ma il 75% rimane all’amministrazione per le spese di mantenimento. In carcere il detenuto impara a fare il falegname o il panettiere, e spesso succede che, quando ha finito di scontare la pena, viene assunto.
Nel carcere americano di Portland citato prima lavora il 60% dei detenuti. Lo stipendio viene calcolato, ma l’amministrazione se lo tiene a compensazione del costi di mantenimento e dà  al detenuto circa 50 dollari al mese per le piccole spese.
Non è obbligatorio lavorare, ma se lo fai, anche qui c’è uno sconto di pena e dei benefit.
Noi, al contrario, tratteniamo dallo stipendio 50 euro per le spese di mantenimento. Così a lavorare sono in pochi, perchè i soldi non ci sono. E quei pochi lavorano pure in condizione di disparità .
Chi si occupa della mensa per conto dell’amministrazione penitenziaria per esempio prende uno stipendio di 400 euro al mese, se invece lavora per le cooperative prende fino a 1.200 euro.
La fortuna delle coop. Proprio domani scade la convenzione con un decina di cooperative che gestiscono le mense dentro le carceri.
Era una sperimentazione, sicuramente conveniente per le coop: la cucina e le derrate le compra il ministero, mentre la coop deve provvedere a pagare lo stipendio a quei 6 o 7 che preparano i pasti.
Come vengono scelti quei pochi «fortunati»?. Chi lo sa.
Certo è che alle cooperative abbiamo delegato molto in cambio di sgravi fiscali: 16 milioni di euro solo l’anno scorso.
Molte fanno attività  nobilissime, ma se parliamo di «lavoro», a parte l’eccellenza di Bollate (che impegna circa il 50% dei detenuti ), è quasi il nulla.
Al femminile di Rebibbia lavorano in 10, a Regina Coeli invece c’è solo una lavanderia dove lavorano in 2; tra i fondatori della coop l’ex brigatista Anna Laura Braghetti, la carceriera di Aldo Moro.
A Secondigliano su 1.300 detenuti solo una ventina lavorano, fra cui alcuni ergastolani con storie da 41 bis o condannati per mafia, omicidi, traffico di droga.
Loro coltivano zucchine pagati dalla cooperativa di turno, mentre gli altri, quelli che scontano pene meno gravi e certamente usciranno, guardano il soffitto.
L’alternativa è continuare a difendere il principio che il lavoro va remunerato e se non ci sono risorse, pazienza… oppure cambiare strada, organizzarsi in modo da rendere le carceri autosufficienti, far lavorare tutti quelli che lo vogliono, insegnare loro un mestiere, calcolare lo stipendio, ma trattenere le spese di mantenimento, lasciando al detenuto quel che gli serve per le piccole esigenze, concedergli sconti di pena, permessi, celle decenti.
È una proposta che evoca il «lavoro forzato» o è una soluzione pragmatica e civile?

Milena Gabanelli

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ORA COSA SUCCEDE DOPO LE DIMISSIONI DI NAPOLITANO?

Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile

LE TAPPE PER L’ELEZIONE DEL NUOVO PRESIDENTE

Giorgio Napolitano si è dimesso. E ora cosa succede?
Secondo l’articolo 86 della Costituzione il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, ” salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione”.
Laura Boldrini convocherà  il Parlamento in seduta comune a Montecitorio il 29 gennaio alle ore 15, come ha detto il presidente del gruppo M5S a Montecitorio Alessio Villarosa.
Da allora inizieranno le votazioni.
Quindici giorni, quindi, per completare la platea per grandi elettori per eleggere il successore di Giorgio Napolitano e per trovare quella convergenza politica e partitica il più ampia possibile, come più volte auspicato dallo stesso capo dello Stato.
Con le dimissioni, formalizzate oggi dal capo dello Stato ai due presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, si apre ufficialmente la corsa al Colle.
Una procedura studiata dal presidente dimissionario nei minimi particolari e costituzionalmente consentita, come ha precisato lo stesso Napolitano nel corso del suo discorso di fine anno.
Lo stesso capo dello Stato infatti anticipò le sue dimissioni anche nel 2013, una sorta di cortesia istituzionale per accelerare l’elezione del successore al Quirinale.
A partire da oggi quindi si dovrà  procedere all’individuazione dei delegati regionali per raggiungere il numero di 1008 grandi elettori, che molto probabilmente già  a partire dal 29 gennaio si riuniranno in seduta comune del Parlamento per eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. In questi quindici giorni sarà  il presidente del Senato, Pietro Grasso, che oggi lascerà  l’assemblea nelle mani di Valeria Fedeli (vicaria per il maggior numero di voti ottenuti il giorno del la sua elezione a vicepresidente di palazzo Madama) a fare da supplente in mancanza del presidente della Repubblica, trasferendosi nell’ufficio al secondo piano di palazzo Giustiniani.
In totale, i cosiddetti “grandi elettori” del presidente della Repubblica sono 1009: 630 deputati, 321 senatori e 58 designati dai consigli regionali.
I Grandi elettori così ripartiti in Parlamento: Partito democratico 415, Movimento 5 Stelle 137, Forza Italia 130, Nuovo centrodestra-Unione di centro 70, Misto 52, Lega Nord e autonomie 35, Scelta Civica per l’Italia 32, Sinistra ecologia libertà  26, Per le autonomie 16, Autonomie e libertà  15, Per l’Italia 13, Fratelli d’Italia 9.
A cui si aggiungono i 58 dei designati dai Consigli regionali e il voto del neo senatore a vita Giorgio Napolitano.
Per un totale, appunto, di 1009 voti.
Al quarto piano invece è stato allestita la stanza che utilizzerà  Napolitano come presidente emerito, la stessa che fu di Oscar Luigi Scalfaro, a pochi metri da quella di Carlo Azeglio Ciampi.
Per le prime tre votazioni del Parlamento in seduta comune è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi dell’Assemblea (pari a 672 voti) mentre dal quarto si scende a 505, ovvero la maggioranza assoluta.
L’articolo 84 della Costituzione stabilisce che può essere eletto presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età  e goda dei diritti civili e politici.
L’ufficio di presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica. L’assegno e la dotazione del presidente sono determinati per legge.
Eletto il nuovo presidente della Repubblica, Napolitano salirà  nuovamente al Quirinale per l’ultima volta e per il passaggio di consegne con il suo successore, che avrà  già  giurato davanti alla nazione.
Il nuovo capo dello Stato quindi riceverà  le dimissioni del presidente del Consiglio che, secondo quanto recita la Costituzione, deve essere nominato dal presidente della Repubblica.
Anche qui si tratta di ‘dimissioni di cortesia’, regolarmente respinte dal capo dello Stato.

(da “Huffingtonpost“)

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