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GIUSTIZIA PER GREEN HILL, TRE CONDANNE: “NELL’ALLEVAMENTO MORIRONO 6023 BEAGLE”

Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

UN ANNO E SEI MESI A GHISLANE RONDOT, CO-GESTORE DELLA MARSHALL E A RENZO GRAZIOSI, VETERINARIO, UN ANNO AL DIRETTORE ROBERTO BRAVI

La prima sezione penale del tribunale di Brescia ha condannato tre dei quattro imputati nel processo Green Hill, l’allevamento di cani beagle destinati alla sperimentazione scientifica, chiuso a Montichiari nell’estate 2012.
Condannati ad un anno e sei mesi Ghislane Rondot, co-gestore di Green Hill 2001 della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group, e Renzo Graziosi, veterinario. Un anno al direttore Roberto Bravi.
Gli imputati erano accusati di maltrattamento e uccisione di animale.
Il 12 gennaio il pm Ambrogio Cassiani aveva chiesto la condanna dei quattro imputati: tre anni per Rondot e due per Bernard Gotti (oggi assolto), co-gestori di Green Hill 2001 della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group.
La pubblica accusa poi aveva chiesto una condanna di due anni per Roberto Bravi e di tre anni e sei mesi per Renzo Graziosi, rispettivamente direttore e veterinario dell’allevamento
“All’interno di Green Hill c’era una strategia precisa — aveva detto il pm Cassiani nel corso della sua requisitoria — non c’era alcun interesse a curare i cani malati. Le cure avrebbero potuto alterare i parametri per la sperimentazione. I cani andavano quindi sacrificati“.
Secondo l’accusa sarebbero stati 6.023 i cani beagle morti all’interno di Green Hill dal 2008 al 2012 contro i 98 morti successivamente al sequestro dell’allevamento. Quando il 12 novembre scorso si era aperto il processo fuori dal tribunale si erano ritrovate alcune famiglie che hanno adottato i cani.
Il Tribunale non aveva ammesso come parti civili Legambiente nazionale e Legambiente Lombardia oltre a Oipa e associazione Vita da cani, mentre era state ammesse Lav, Leal, Lega nazionale difesa del cane ed Enpa.
“La sentenza di condanna di Green Hill è un riconoscimento a tutte e tutti coloro che in tanti anni hanno partecipato a manifestazioni a Montichiari e in tante altre parti d’Italia e del mondo, hanno digiunato, firmato petizioni, realizzato inchieste giornalistiche, presentato denunce, scavalcato barriere fisiche e ideologiche che difendevano l’indifendibile” dice Così Gianluca Felicetti, presidente di Lav.
Il tribunale ha disposto un risarcimento di trentamila euro per la Lav disponendo anche il divieto per i condannati di allevare cani per i prossimi due anni.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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VIAGGI E OSTRICHE NEGLI SCONTRINI DELLA LEGA: IPOTIZZATO IL REATO DI PECULATO PER IL VICE DI SALVINI

Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

CONTESTATE GITE NEI GIORNI FESTIVI E UN CENONE DI CAPODANNO AI TRE CONSIGLIERI REGIONALI DELA LIGURIA

Giustificate come rimborsi legati all’attività  istituzionale ci sono viaggi in montagna, una mangiata di ostriche al Cafè de Turin di Nizza e numerose gite fuori porta, nei weekend, a Pasqua, il 25 aprile e il Primo Maggio.
Lavoravano senza guardare il calendario i consiglieri della Lega Nord, come parrebbe suggerire anche un cenone di Capodanno, pagato con soldi dei contribuenti.
A far luce sui bilanci del Carroccio è la relazione che la Guardia di Finanza ha inviato alla Procura alcuni giorni fa.
Nel calderone dei conti leghisti c’è più di uno scontrino difficile da spiegare, per lo più pasti e soggiorni (spesso nei fine settimana o in giornate festive) in Italia e all’estero.
La relazione ora mette nei guai anche i rappresentanti del partito del Nord in Regione, Francesco Bruzzone, il nuovo capogruppo Maurizio Torterolo ed Edoardo Rixi, capogruppo nel periodo sotto esame, nonchè vicesegretario nazionale del movimento e scelto da Matteo Salvini come candidato governatore alle prossime elezioni liguri.
Le Fiamme Gialle li ha denunciati nell’ambito dell’inchiesta sulle spese pazze per peculato. In un caso viene ipotizzato anche il reato di falso, per la modifica di alcune ricevute.
La gestione contestata va dal 2010 al 2012.
L’elenco di voci sospette è lungo.
Si va dai pernottamenti in località  montane come Courmayeur, in Valle D’Aosta, e Limone, in Piemonte, a un agriturismo per due a Cogne, passando per alberghi in città  d’arte come Venezia e Pisa.
Ad attirare l’attenzione dei militari sono soprattutto le date delle ricevute, che spesso collocano i viaggi al sabato e domenica.
Nel budget regionale sono finiti anche 84 scontrini in uno stesso ristorante di Savona, cene a Mondovì, menù per bambini, pranzi a Pasqua, Epifania e Ferragosto, e una notte passata in un motel di Broni, in Provincia di Pavia.
Altro capitolo invece riguarda i regali di Natale, altra questione che aveva già  pesato su altri partiti coinvolti nella stessa indagine: agende, libri, grappe e bottiglie di spumante sono state pagate dai cittadini.
Gli acquisti vanno dalle poche centinaia di euro fino ad oltre 10mila euro.
La linea fin qui adottata dalla Procura ha quasi sempre messo nel mirino i capigruppo titolari della rendicontazione nelle annualità  in cui c’erano spese «anomale» (Rixi è stato uno di questi,enon va dimenticato che la Lega alterna con una certa regolarità  l’incarico): l’ultimo, in ordine di tempo, era stato Antonino Miceli del Partito democratico, chiamato a rispondere di peculato poichè le uscite dal tesoretto dem alimentato con fondi pubblici non erano “tracciabili” singolarmente.
Ancora: nell’aprile di quest’anno già  la Corte dei conti- branca contabile della magistratura – aveva stigmatizzato il comportamento della Lega Nord in materia di rimborsi.
Il Carroccio ha restituito buona parte dei denari dopo le prime contestazioni, ma potrebbe non essere sufficiente sul piano penale
Fino a questo momento sono 17 (di cui 14 fra consiglieri, o ex, regionali) le persone indagate nell’affaire spese pazze.

(da “il Secolo XIX“)

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LA LOBBY DELLE ASSICURAZIONI HA UN NUOVO AMICO: MATTEO

Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

MENO RISARCIMENTI E NORME CHE FAVORISCONO E COMPAGNIE

Il 20 febbraio arriveranno in Consiglio dei ministri un bel po’ di leggi e decreti.
Lo ha promesso martedì Matteo Renzi citando — tra gli altri — il ddl Concorrenza scritto da Federica Guidi. E qui c’è un problema.
A giudicare dalla bozza in possesso del Fatto Quotidiano, infatti, al ministero dello Sviluppo hanno svuotato i cassetti di vecchie norme già  respinte dal Parlamento: ci si riferisce, in particolare, a quelle in materia di Rc Auto, che al solito sembrano uscite dalla penna di un funzionario dell’Ania, la Confindustria delle assicurazioni.
Diminuire i risarcimenti: l’ossessione di un decennio
Anche nel disegno di legge di Renzi c’è una norma che Ania tenta di far approvare almeno dall’ultimo governo Berlusconi: un taglio drastico sui risarcimenti per i macrodanni (cosette permanenti come la perdita di un arto o la morte).
Un breve riassunto: il Codice delle assicurazioni entrato in vigore nel 2006 delegava il governo a stilare tabelle nazionali con i valori del risarcimento entro 24 mesi (la delega scadeva a gennaio 2008).
Quelle per i microdanni (da 1 a 9 punti) arrivarono quasi subito, le altre (da 10 a 100 punti) finirono disperse: a delega già  morta ci provò nell’agosto 2011 l’ex Cavaliere e all’inizio del 2012 Mario Monti con un apposito Dpr su tabelle elaborate dai tecnici del ministero dello Sviluppo.
Il motivo di questo improvviso risveglio è semplice: proprio nel 2011 la Cassazione aveva stabilito che le tabelle nazionali già  esistono e sono quelle — compilate in maniera scientificamente impeccabile — dal Tribunale di Milano.
Solo che alle assicurazioni non piacciono: con quelle si paga troppo e infatti quelle del ministero tagliano i risarcimenti fino al 50%.
Ora il ddl Guidi-Renzi riprova laddove fallirono i padri e, pur di fare un favore alle assicurazioni, in tre righe tenta di resuscitare una delega al governo scaduta da sei anni.
Il colpo di frusta: quando una parola è di troppo
In principio fu Monti, ma ora Renzi supera e corregge il maestro: nessuno dovrà  mai risarcire un “colpo di frustra”.
È andata così. Quando inizia la crisi le assicurazioni vanno in sofferenza, poi tornano agli utili con una cura semplice: aumento dei prezzi e abbattimento dei risarcimenti.
A quest’ultima parte ci ha pensato il governo tecnico, che a inizio 2012 stabilì che i danni di lieve entità  vanno risarciti solo se in presenza di un “accertamento clinico strumentale obiettivo”.
Che significa? I medici legali delle compagnie non riconoscono mai i piccoli danni tipo il “colpo di frusta” e all’assicurato resta l’unica scelta di fare esami assai costosi per un risarcimento che potrebbe persino non coprirli.
Risultato: quel capitolo è passato dal costare alle compagnie 2,7 miliardi l’anno a poco più di uno.
E che facevano, nel frattempo, i costi per gli utenti? Ovviamente aumentavano.
La legge di Monti, però, lasciava ancora qualche spazio all’autonoma scelta del medico e qui arriva il ddl di Renzi: nessuno spazio alla constatazione “visiva” del danno.
O fai gli esami clinici o niente soldi.
Gli avanzi di Letta: quando i renziani erano contro
Altre norme presenti nel ddl Concorrenza vengono dritte dritte da un decreto del governo di Enrico Letta: all’epoca i renziani in Parlamento (assai meno di oggi) provvidero a far stralciare quelle norme, oggi il loro capo si appresta a ripresentarle.
L’impianto propagandistico è lo stesso: vi faremo risparmiare il 25%.
Poi magari non sarà  proprio così, intanto le assicurazioni si prendono i loro vantaggi. Le compagnie — dice il testo — devono applicare “sconti significativi” a chi ad esempio fa montare la scatola nera sulla sua auto (peccato che i costi di installazione e funzionamento siano a carico del cliente).
Altro cavallo di battaglia dell’Ania presente nel nuovo testo è il cosiddetto “risarcimento in forma specifica” (si fa riparare la macchina da un carrozziere scelto dall’assicurazione): questo — oltre a far diventare i 15 mila carrozzieri italiani dei terzisti delle compagnie — lascia all’assicurazione la scelta sulle modalità  di riparazione. Tradotto: tra due soluzioni tecniche, il carrozziere convenzionato sceglierà  sempre quella meno costosa per i suoi datori di lavoro.
E c’è pure lo sconto se si accetta il divieto di cessione del diritto al risarcimento: quando cioè il carrozziere ripara la macchina e poi è lui a vedersela con la compagnia (anche qui il problema è la qualità  tecnica delle riparazioni e la valutazione del costo del lavoro dell’artigiano).
Un mercato inefficiente, che verrà  lasciato com’è
Dalla liberalizzazione di metà  anni Novanta al 2012 i sinistri sono diminuiti del 40%, mentre i costi per l’utente — dice uno studio Adusbef — aumentavano del 245% (da 391 a 1.350 euro).
Risultato: il 10% del parco auto circolante non ha l’assicurazione. Secondo la stessa Ania, l’indice dei sinistri è calato dal 15% di vent’anni fa al 6,3% del 2013.
Com ’è possibile allora che le polizze siano sempre salite?
Le truffe c’entra poco.
Spiega l’Antitrust: “Il settore della Rc Auto in Italia è un mercato con debole tensione competitiva”, in cui “le inefficienze vengono trasferite sui premi, con le imprese più efficienti che preferiscono realizzare margini più elevati anzichè competere”.
E infatti, laddove in Francia una quarantina di compagnie si contendono i clienti, in Italia i primi tre gruppi — Unipol/Fon-sai, Allianz e Generali — si dividono oltre i 2/3 del mercato.
Di questo, ovviamente, il ddl Concorrenza non si occupa.

Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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SE IN CINA IL PRESIDENTE GUADAGNA 1.600 EURO

Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

XI JINPING ROMPE IL SILENZIO SUL SUO STIPENDIO E LO RITOCCA DEL 62%… MA IL POPOLO LO APPLAUDE

Se un leader politico occidentale si auto-aumentasse lo stipendio del 62%, è comprensibile che per contenere la folla inferocita dovrebbe ricorrere all’esercito.
Se lo fa il presidente della Cina, invece, fa quasi tenerezza e la gente applaude.
Xi Jinping e i sei membri permanenti del Politburo, dopo dodici anni, hanno aggiornato la paga alla realtà  della seconda economia mondiale.
Il compenso è passato dall’equivalente di mille euro al mese a 1.580.
Il leader più influente del pianeta guadagnerà  così 19.207 euro all’anno, assai meno di quanto percepiscono mensilmente presidenti e primi ministri del G20.
Dettagli sulla retribuzione dei dirigenti comunisti rappresentano un’eccezione.
I media cinesi questa volta ricordano che nel 2007 l’ex presidente Hu Jintao guadagnava 274 euro al mese, arrivati a mille solo a fine mandato.
Il reddito del “nuovo Mao” corrisponde oggi a circa il doppio di quello medio di un residente a Pechino, al quadruplo dello stipendio di un operaio che fa gli straordinari nel Guangdong.
Nulla però in confronto alle indennità  d’oro che in Occidente vengono riconosciute per legge anche ad assessori e sindaci di Comuni che non contano i residenti di un solo quartiere della capitale cinese.
I media di Stato sottolineano che il presidente Usa, Barack Obama, percepisce un’indennità  annua pari a 345mila euro, oltre venti volte più alta di quella del collega cinese se sommata ai fondi per viaggi e rappresentanza.
Il premier giapponese Shinzo Abe guadagna ancora di più, circa 30mila euro al mese, mentre il presidente russo Vladimir Putin è accreditato ufficiosamente di quasi 17mila euro mensili.
Record imbattibile, quello del primo ministro di Singapore, Lee Hsien Loong, che due anni fa si è ridotto lo stipendio annuo a 1,8 milioni di dollari.
Il proletario “compagno Xi”, nonostante il maxi-aumento, non può certo permettersi il lusso e gli eccessi che stordiscono il nuovo simbolo del capitalismo asiatico.
Una cena, in un ristorante alla moda di Pechino e Shanghai, costa già  più del reddito mensile presidenziale.
La propaganda di Stato rompe così il silenzio sul potere solo per annunciare che salari più alti compenseranno milioni di funzionari pubblici, tenuti in cambio a rendere trasparenti i beni propri e dei famigliari.
La battaglia per la trasparenza dei patrimoni accumulati dai dirigenti rossi, spesso miliardari, negli ultimi anni è costata il carcere a decine di attivisti e di avvocati.
I tesori nascosti all’estero dai parenti dell’ex premier Wen Jiabao, ma pure da quelli dello stesso Xi Jinping, sono stati al centro di inchieste, censurate, dei media stranieri
Pubblicando i redditi “low cost” dei nuovi leader, il potere cinese punta ora a confermare l’appartenenza popolare dei dirigenti, a garantire compensi con cui sia possibile vivere onestamente e a rilanciare la guerra dei riformisti contro la corruzione che ha contagiato i falchi della sinistra neo-maoista.
Un burocrate comunista fino a ieri guadagnava quanto un operaio, o un contadino, ossia l’indispensabile per la sopravvivenza.
Difficile da giustificare il boom dei consumi e del lusso in metropoli con un costo della vita ormai pari a quello di Usa e Ue.
L’aumento degli stipendi pubblici, che restano doppi rispetto a quelli del settore privato, per la prima volta permetterà  inoltre allo Stato il prelievo dei contributi per la pensione, primo passo verso la costruzione di un welfare cinese.
A Pechino lo slogan è «paghe più alte, furti più bassi».
Tutto da dimostrare: ancorchè vero, miracolo impossibile da esportare.

Giampaolo Visetti
(da “La Repubbica”)

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I DUBBI DEGLI ANALISTI SUL BAZOOKA DI DRAGHI

Gennaio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

SUCCESSO SICURO? PER GLI ECONOMISTI BAGIONI E DE NARDIS L’EFFETTO SULLA VITA REALE POTREBBE NON ARRIVARE

Funzionerà ? Dopo l’annuncio di Mario Draghi sul maxi-piano di acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea, questa è la domanda obbligata.
La risposta giusta, ovviamente, non c’è.
Per averla bisognerà  attendere almeno l’estate, quando il “bazooka” del presidente della Bce avrà  iniziato già  da qualche mese a inondare di liquidità  i Paesi dell’Eurozona e si vedranno — o meno — i primi effetti sull’economia reale: discesa dei tassi di interesse, deprezzamento dell’euro (e conseguente aumento delle esportazioni), risalita dell’inflazione, crescita dei consumi.
Ma economisti e analisti, pur apprezzando le dimensioni del programma presentato da Draghi, hanno diversi dubbi sul fatto che il “motore” dell’area della moneta unica sia pronto a ripartire in quarta e che quindi il “quantitative easing” (allentamento quantitativo) in salsa europea possa avere lo stesso successo di quello messo in campo dalla Federal Reserve statunitense tra il 2009 e il 2014.
Ad alimentare il pessimismo è innanzitutto il fatto che alcuni dei canali di trasmissione della politica monetaria alla vita reale delle persone, delle aziende e degli Stati potrebbero rivelarsi “ostruiti”.
“In Europa, e in Italia in particolare, il sistema economico è molto “bancocentrico“: le imprese si finanziano soprattutto ricorrendo al credito bancario, mentre fanno molto meno ricorso all’emissione di azioni e obbligazioni rispetto a quanto avvenga negli Stati Uniti”, spiega Angelo Baglioni, docente di Economia all’università  Cattolica.
“Di conseguenza il calo dei tassi sui bond comporterà  per le nostre aziende meno vantaggi”. L’allentamento quantitativo ha tra gli effetti sperati anche una maggiore facilità  ad ottenere prestiti, ma questo dipende in gran parte dalla volontà  degli istituti di credito.
In più, secondo Baglioni, anche la cinghia di trasmissione che passa attraverso un aumento dei consumi privati e degli investimenti potrebbe rivelarsi “arrugginita”.
Perchè le famiglie europee tendono storicamente a risparmiare più di quelle americane. Di conseguenza, anche se per effetto dell’aumento del valore delle case e delle attività  finanziarie si ritroveranno più ricche non è detto che inizino a comportarsi da cicale contribuendo a rimettere in moto l’economia.
Molto dipenderà  dal miglioramento o meno delle loro aspettative sul futuro.
E dall’andamento del mercato del lavoro.
Pesa, poi, il ritardo con cui la decisione è stata presa: il lungo braccio di ferro con la Germania e con gli altri Paesi del Nord Europa, riluttanti all’idea che Francoforte si sobbarcasse il rischio di subire perdite in caso di default degli Stati meno “virtuosi”, ha fatto perdere mesi preziosi durante i quali l’inflazione è scesa sottozero.
Così come le aspettative sull’andamento futuro dei prezzi, che spesso risultano addirittura più importanti del loro livello attuale.
E, alla fine, Draghi ha dovuto accettare il compromesso di lasciare sul groppone delle banche centrali nazionali l’80% di quei rischi.
“Una concessione ai falchi“, l’ha definita Donato Masciandaro, ordinario di Economia politica all’università  Bocconi.
Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, ritiene che il presidente della Bce avrebbe preferito optare per la centralizzazione dei rischi: “La stessa linea espressa più volte fa dal governatore di Bankitalia Vincenzo Visco, secondo il quale scaricare i rischi sui singoli Paesi equivale a dare il via a una nuova frammentazione finanziaria dell’Eurozona”.
Il pericolo, dice De Nardis a ilfattoquotidiano.it, è che questa concessione a Berlino possa limitare l’efficacia dell’operazione: “Può essere che gli spread si riducano meno di quanto sperato, perchè i mercati leggeranno questa decisione come un’incrinatura nella politica monetaria comune”.
Tuttavia, il punto interrogativo vero secondo De Nardis è un altro: “Questo piano era indispensabile, ma non è detto che ora sia sufficiente. La situazione dell’Eurozona si è molto deteriorata e siamo in quella che si definisce “trappola di liquidità ”: tassi bassi che però non bastano per stimolare investimenti e consumi. Per ripartire servono, oltre alla politica monetaria, altre misure di sostegno alla crescita. A partire da politiche fiscali più espansive, che però i Paesi che avrebbero potuto — vedi la Germania — non hanno voluto fino adesso mettere in atto. Mentre altri non hanno potuto a causa dei vincoli europei. Da questo punto di vista le recenti linee guida della Commissione sulla flessibilità  sono un piccolo passo avanti, ma è ancora troppo poco”.
Ciliegina — avvelenata — sulla torta, la forte avversione al rischio dei risparmiatori europei.
Restii a investire i risparmi in azioni o altri strumenti finanziari redditizi ma rischiosi.
E molto più propensi a comprare titoli di Stato, anche ora che non rendono quasi nulla. Una caratteristica che non contribuisce certo a far ripartire il mercato.

Chiara Brusini
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FASSINA MENA FENDENTI: “RENZI E’ IL CAPO DEI 101, NON E’ CERTO UN SEGRETO CHI HA IMPALLINATO PRODI”

Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

“NOI SIAMO AVVERSARI LEALI, NON COME QUELLI CHE AGISCONO ALLE SPALLE”

A meno di dieci giorni dall’elezione del nuovo capo dello Stato sale la tensione nel Pd. Ci si deve aspettare una riedizione del 2013?
“A differenza di quelli che oggi chiedono disciplina e due anni fa hanno capeggiato i 101, noi siamo persone serie. Nessuno deve temere da noi i franchi tiratori”, risponde Stefano Fassina a Montecitorio.
E a chi gli chiede se Matteo Renzi ha capeggiato i 101, Fassina risponde: “Non è un segreto”. “.
“Il patto stretto che Renzi ha fatto da tempo con Berlusconi – continua Fassina ai microfoni di Radio Città  Futura -, ignorando i contributi che arrivano dalla minoranza del Pd, si è trasformato nel partito unico del Nazareno, Renzi ha scambiato con Berlusconi la possibilità  di avere i nominati, con il premio alla lista”.
Purtroppo, aggiunge il deputato del Pd, “Berlusconi agisce come imprenditore e non come leader politico, altrimenti non avrebbe accettato il premio alla lista che penalizza il centrodestra che così non vincerà  più, dovendosi dividere tra Lega e Forza Italia. Gli unici che pagano questo patto sono i cittadini, che si vedono ancora una volta sottratta la possibilità  di scegliere chi li rappresenta e lo paga la nostra Costituzione, con un Parlamento molto meno autonomo”.
Fassina poi annuncia che non tutti nel Pd voteranno la riforma della legge elettorale: “Credo che ci saranno dei comportamenti differenti sull’Italicum al Senato: una parte del Pd non voterà  la legge elettorale”.
“Sono consapevole – spiega – della gravità  politica dello scenario, ma temo che sbaglieremmo a non prendere atto della realtà  dei fatti, ovvero del partito del Nazareno. Comunque rimaniamo impegnati a condividere con tutto il Pd il criterio fondamentale per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, cioè l’autonomia dall’esecutivo e la capacità  di garantire l’autonomia del Parlamento”.

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LA CUGINA DI RENZI FONDA CORRENTE CONTRO IL PREMIER: CHI LO CONOSCE LO EVITA

Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA DEPUTATA ELISA SIMONI SI METTE IN PROPRIO E CREA UNA NUOVA CORRENTE NE PD, SI CHIAMERA’ “CARTA 22 APRILE”

La famiglia Renzi sforna un altro leader. Si tratta di Elisa Simoni, deputata del Partito democratico, che si appresta a guidare una nuova corrente all’interno dello stesso Pd: “Carta 22 aprile”.
Parente del premier Matteo Renzi, i loro nonni sono cugini, la Simoni alle primarie del centrosinistra nel 2012 sostenne Pier Luigi Bersani e a quelle del Pd nel 2013 appoggiò invece Gianni Cuperlo.
Da qualche settimana, la Simoni sta organizzando una corrente interna al Pd, che riunirà  deputati di varie aree: si metteranno insieme ex franceschiniani, ex lettiani, ex fioroniani, qualche ex cuperliano ed ex Sinistra ecologia libertà  (Sel).
Nei corridoi di Montecitorio e in quelli della sede del Nazareno, si danno tra gli altri come sicuri aderenti della nuova compagine i parlamentari Enrico Borghi, Francesco Sanna, Mino Taricco, Francesco Saverio Garofani, Roberto Ruta, Gian Pietro Dal Moro, Fabio Lavagno e Sergio Boccadutri.
La corrente   è già  fatta, insomma, e a testimoniarlo c’è anche un neonato gruppo su whatsapp.
Il sigillo però lo stanno mettendo alcuni incontri, l’ultimo in un ristorante del centro di Roma a pochi passi dalla Camera.
L’obiettivo della Simoni e degli altri parlamentari promotori, confidano alcuni di loro, è quello di dare vita a un’area centrale nel partito, naturalmente distante dalle posizioni del caro cugino, più riformista rispetto alle posizioni del segretario, ma anche più moderata in confronto alla minoranza del partito.
E, magari, contare di più nella prossima elezione del nuovo presidente della Repubblica

Mario Marconi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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NEL PD UNA CONDANNA FA CURRICULUM: IL CASO DE LUCA

Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI SALERNO CONDANNATO, QUINDI SI CANDIDA ALLE PRIMARIE DEL PD

Politicamente poco importa che il reato sia stato derubricato da peculato ad abuso d’ufficio e che i tre anni di reclusione chiesti dal pm Roberto Penna siano scesi a uno. Dalle 19:30 di ieri sera il sindaco-sceriffo di Salerno Vincenzo De Luca ha assunto il fastidioso status di condannato.
Un problema serio per chi ambisce a fare il governatore della Campania attraverso le primarie del Pd rinviate due volte, slittate al 1 febbraio e ora più che mai a rischio, tra le pressioni dei renziani doc che vorrebbero cancellarle e invocano un nome di superamento che scongiuri il ripetersi del caso Liguria, e il malcelato imbarazzo di chi teme che le vinca, per l’appunto, un condannato.
“Io non ho nessuna intenzione di mollare, da oggi comincia una grande battaglia di civiltà ” commenta De Luca a caldo
Ma nei giorni scorsi, in un forum al Corriere del Mezzogiorno, aveva dichiarato “di essere pronto a fare un passo indietro in caso di condanna”.
La sentenza della seconda sezione penale del Tribunale di Salerno arriva al termine di un processo che vedeva De Luca imputato per la nomina a project manager, e relativa retribuzione, del suo capo staff Alberto Di Lorenzo, nell’ambito della realizzazione di un termovalorizzatore a Cupa Siglia.
De Luca era commissario straordinario dell’opera, mai realizzata, su delega del governo Prodi.
Prima che le competenze gli venissero sottratte da una legge del governo Berlusconi.
“Mi auguro che questa vicenda sia assunta sul piano nazionale, in primo luogo dal Pd, come l’occasione per una grande battaglia a difesa delle persone perbene e degli amministratori che dedicano una vita al bene pubblico, ma sono costretti a vivere un calvario” dice De Luca rivendicando la correttezza del proprio operato.
“Mi auguro che l’Anci decida di esistere a tutela della dignità  di amministratori che, pur non rubando, non disamministrando e mantenendo un rigore spartano, sono carne da macello nell’indifferenza generale. In queste condizioni, ben presto non ci sarà  più nessuna persona perbene disponibile ad assumere responsabilità  pubbliche, ma avremo soltanto o delinquenti o ignavi”.
La procura trasmetterà  il dispositivo di condanna alla Prefettura di Salerno, che metterà  in moto le procedure della legge Severino.
Ma col precedente di Luigi de Magistris, una eventuale sospensione dalla carica di sindaco potrebbe anche in questo caso essere ‘congelata’ dal Tar. Si vedrà .
Comunque poche ore prima della sentenza De Luca ha adottato una ‘exit strategy’, cambiando al volo il vice sindaco, nominando il suo capo staff Enzo Napoli.
Perchè un’altra bomba a orologeria ticchetta sotto la poltrona di De Luca.
Da oggi la Corte di appello civile potrebbe esprimersi sulla decadenza da sindaco, per aver ricoperto questo ruolo incompatibilmente all’incarico di vice ministro ai Trasporti durante il governo Letta.
Il Tribunale lo ha già  dichiarato decaduto, ma solo una pronuncia di secondo grado diventerebbe esecutiva.
È l’ultimo chilometro dell’azione legale promossa dai parlamentari salernitani del M5S. Ieri sera il capogruppo grillino al Senato Andrea Cioffi ha invocato le dimissioni immediate di De Luca: “Vada a casa, liberi Salerno e chieda scusa ai cittadini, la sentenza conferma che per venti anni la città  è stata gestita come una proprietà  privata nell’esclusivo interesse di pochi e conferma l’inadeguatezza del Pd ad affrontare situazioni scomode”
Per De Luca non è la prima condanna.
Ne ebbe una per reati ambientali, per la cattiva gestione di un sito di stoccaggio provvisorio dei rifiuti durante l’emergenza del 2001.
Fu prescritta in appello nonostante la sua promessa a rinunciare alla prescrizione, la condizione chiesta da Antonio Di Pietro per l’appoggio di Idv alla candidatura a governatore del 2010.
L’ex pm di Mani Pulite si infuriò e ruppe con De Luca.
Che a onor del vero ha poi rinunciato alla prescrizione in un successivo processo, più delicato, per la variante urbanistica funzionale alla riconversione delle Mcm.
Ed è stato assolto nel merito.
Ora una nuova condanna. E un altro processo appena iniziato, per il Crescent.

Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FINOCCHIARO SEMPRE IN CORSA, IL MARITO SOTTO PROCESSO

Gennaio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

ANNA CORRE PER IL QUIRINALE, IL MARITO VA ALLA SBARRA A CATANIA PER TRUFFA

Quella mattina del 15 novembre 2010 Anna Finocchiaro, oggi tra i candidati papabili per il Quirinale, rimase spiazzata: presente alla inaugurazione del presidio sanitario di Giarre, in provincia di Catania, insieme all’ex ministro della Salute Livia Turco, fu contestata da un gruppo cittadini infuriati per la chiusura dell’ospedale principale.
A venirle in soccorso contro i contestatori fu il marito Melchiorre Fidelbo, di professione ginecologo, anche lui presente all’inaugurazione, non come consorte accompagnatore ma in quanto vincitore di un appalto senza gara per l’informatizzazione di quel presidio, affidato alla Solsamb Srl, di cui il marito della Finocchiaro era amministratore delegato.
Per quell’appalto di oltre un milione di euro, poi revocato dalla Regione, adesso Fidelbo è imputato davanti al Tribunale di Catania per truffa aggravata insieme all’allora direttore amministrativo della azienda sanitaria etnea Giuseppe Calaciura e all’ex direttore generale Antonio Scavone, attuale senatore del gruppo Gal (Autonomie e libertà ).
La tesi della Procura è che la convenzione stipulata tra la azienda sanitaria etnea e la società  di Fidelbo sia stata redatta “senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna”.
Come richiesto dalle leggi regionali. Il provvedimento avrebbe procurato, secondo l’accusa, un ingiusto vantaggio patrimoniale alla società  di Fidelbo, con una prima anticipazione di 175 mila euro.
Il processo avanza molto lentamente da quasi due anni (finora sono stati sentiti i testimoni dell’accusa), tra un rinvio e l’altro, il primo per mancata notifica e l’ultimo per assenza dei testimoni a difesa, mentre corre veloce il rischio prescrizione e il prossimo 3 febbraio saranno sentiti gli imputati.
Perchè quell’appalto fu affidato proprio alla Solsamb Srl?
È l’arcano che dovrà  cercare di chiarire il processo che si sta svolgendo davanti al tribunale etneo.
E soprattutto se altre società  furono messe in condizione di poter presentare progetti dello stesso tipo.
Peraltro del dottor Fidelbo erano note le competenze in materia medica, ma lui tenne subito a rivendicare anche i suoi meriti nel campo del software: “Quel progetto era mio, non aveva senso una gara pubblica, se l’avessero fatta sarei stato io a rivolgermi alla magistratura per tutelarmi”, si è sempre difeso Fidelbo.
L’assessore regionale alla sanità  del tempo Massimo Russo si disse all’oscuro di tutto e raggiunto dal Fatto Quotidiano commentò così: “In questa vicenda voglio vederci chiaro: non capisco come mai non ci sia stata gara e come mai l’assessorato abbia autorizzato la pratica in tempo record. Chiederò lumi e manderò gli ispettori. Ma escludo si possa trattare di una questione di familismo”.
Gli ispettori regionali conclusero che la procedura era illegittima.
L’appalto — secondo il parere degli ispettori stato affidato in violazione dei principi di libera concorrenza, parità  di trattamento, trasparenza e pubblicità ”.
Ricevuta la relazione ispettiva, l’assessore revocò l’appalto.
Era quella una fase politica regionale molto incandescente, per via delle polemiche sulle indagini per mafia a carico del governatore Lombardo poi condannato dal Tribunale di Catania e molti rinfacciarono alla Finocchiaro e a parte del Pd l’appoggio a quel governo. “Vogliono far pagare a mia moglie l’appoggio al governo Lombardo”, disse allora Fidelbo a proposito della risonanza che ebbe sui media la vicenda di quell’appalto.

Giuseppe Giustolisi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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