Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
DA VENDOLA A CIVATI, DA FERRERO A FASSINA: TUTTI IN GITA POLITICA IN GRECIA PER STUDIARE IL SUCCESSO DI SYRIZA
L’allegra brigata ha deciso di chiamarsi Kalimera. In greco significa “buongiorno” e il 25
gennaio, data delle elezioni che, secondo tutti i pronostici, vedranno Alexis Tsipras e la sua sinistra radicale al governo della Grecia, dovrebbe essere un buongiorno per tutti, in Grecia e in Europa.
E così, i partiti della sinistra italiana, le associazioni, i singoli che si sono riconosciuti, alle scorse europee, nella “lista Tsipras”, hanno deciso di intraprendere un viaggio organizzato.
Come spiega Raffaella Bolini, dell’Arci, tra le promotrici dell’iniziativa, alla conferenza stampa di presentazione, “pensavamo di essere una trentina e invece abbiamo già superato i 200”.
L’allegra brigata è pronta a partire, quindi.
Non siamo al racconto di Nanni Moretti nel film Bianca: “A un certo punto decidemmo di andare tutti in Portogallo — racconta il professore Michele Apicella — non ricordo perchè, ah sì, per andare a vedere un colonnello. Si chiamava Otelo de Carvalho”.
Era il 1974 e la rivoluzione era quella dei Garofani.
Frotte di giovani italiani si recarono a Lisbona per sentirla da vicino. Lo faranno ancora con la Cina, affascinati da Mao e dal suo “sparate sul quartiere generale” tornando in Italia muniti del libretto rosso.
Oggi, più sobriamente e con meno tumulti, si va ad Atene perchè, come dice Luciana Castellina, “madre nobile” del viaggio, “si va a vedere una sinistra che vince”.
Tsipras, dunque, è il nuovo faro che illumina la via.
“Faremo come in Russia”, si diceva a inizio del ‘900 sull’onda della rivoluzione d’Ottobre. Ora si punta a fare come in Grecia.
L’allegra brigata è in effetti una coalizione multiforme, quasi poco assortita.
Nella presentazione che si è svolta alla Camera dei deputati, con la ritualità degli interventi uno dopo l’altro, si sono alternati Nichi Vendola e Paolo Ferrero, Pippo Civati e Antonio Ingroia, l’eurodeputata del Prc, eletta con la lista Tsipras, Eleonora Forenza ma anche il dissidente Pd Stefano Fassina.
A tenerli insieme, per ora, c’è solo un viaggio e un’attrazione convinta per l’esperimento di Syriza in Grecia, “l’alternativa di governo” secondo Vendola o “la sinistra di governo” per Civati. La sua vittoria “rafforzerà i lavoratori” spiega Ferrero mentre Fassina vede nel 25 gennaio una “prova di democrazia contro le ingerenze europee”.
Fin qui tutti d’accordo.
Ma la domanda che corre nella sala, e nelle attese di molte persone è sempre la stessa: riusciranno tutte queste componenti, personalità , rivoli di sinistra sparsa qua e là a dare corpo a una proposta politica in grado di stare nella battaglia italiana? ”.
Di questo si discuterà a Bologna dove la lista Tsipras si è data appuntamento per decidere cosa fare in futuro.
Aprire a un processo costituente di una sinistra democratica oppure divenire un altro partitino della sinistra?
Il dibattito proseguirà la prossima settimana, a Milano, dove Sel organizza la sua Human Factor, un dibattito a più voci che si pone il problema di un’altra sinistra. Fin qui le intenzioni. Poi, però, ci sono i problemi.
Cosa farà la sinistra Pd insofferente a Renzi dipende, dicono in molti, da come si svolgerà la battaglia del Quirinale.
Più a sinistra si scontano i rapporti mai appianati tra Sel e Rifondazione, figli della stessa storia politica eppure cugini arrabbiati gli uni con gli altri.
Meno esplicitato ma visibile, c’è un problema generazione, “una seconda fila di trenta-quarantenni che vorrebbe prendere in mano le sorti della sinistra” come dice uno dei partecipanti”.
I partecipanti arriveranno in Grecia il 22 gennaio e poi, il 25 attenderanno i risultati. Quando torneranno dovranno dimostrare di essere davvero in grado di “fare come in Grecia”.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LO RIVELA IL SETTIMANALE OGGI
L’appartamento di Montecarlo al centro dello scandalo che nel 2010 colpì Gianfranco Fini è in
vendita per 1,6 milioni di euro.
Lo rivela il settimanale Oggi in edicola, che pubblica le foto degli interni della casa affidata all’agenzia immobiliare Mirage.
Sarebbe proprio il “cognato” di Fini Giancarlo Tulliani (fratello di Elisabetta, compagna dell’ex presidente della Camera), secondo fonti del settimanale, a darsi da fare affinchè la vendita dell’appartamento vada a buon fine: sarebbe infatti stato immortalato dai fotografi mentre incontra di persona probabili acquirenti al tavolo di un bar monegasco.
La casa, proveniente dal lascito di una ricca simpatizzante del Msi-An, era stata venduta per 300 mila euro nel 2008 a una società anonima dell’isola caraibica St. Lucia, dietro la quale si sospetta si celi Tulliani.
Sulla differenza fra il prezzo allora pagato e il valore reale dell’appartamento è in corso una causa civile.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LA VIGILESSA BOSCHI: “STRAPPO PESANTE, IN AULA SI ADEGUINO”
Clima infuocato all’assemblea dei senatori del Pd a cui ha partecipato Matteo Renzi per la resa dei conti finale sull’Italicum.
Il sì alla riforma della legge elettorale come richiesto dal premier è passato con 71 voti e un astenuto. I 29 senatori dissidenti hanno scelto di non partecipare al voto. “Penso che sia legittimo dare battaglia in base alle proprie convinzioni, anche io l’ho fatto quando ero in minoranza – ha commentato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi -. Ma ora l’assemblea del gruppo a maggioranza si è espressa a favore dell’Italicum e io spero che in aula la minoranza si adegui”.
Tra minoranza Pd e premier sull’Italicum la tensione è palpabile.
La minoranza infatti ‘contesta’ la norma sui capolista bloccati con un documento – firmato da 29 senatori – e presentato da Paolo Corsini.
“Le leggi elettorali sono leggi ordinarie, ma poichè attengono al valore della democrazia evocano principi costituzionali”, ha sottolineato Corsini per indicare la prevalenza di libertà di coscienza nella scelte.
“Se ci fosse stata questa legge elettorale Bersani sarebbe andato al ballottaggio e sarebbe diventato presidente del consiglio”.
È l’esempio che il premier ha rivolto alla minoranza dem per dimostrare la validità dell’Italicum.
“Se mancano voti Pd all’Italicum sarebbe molto grave”.
“In un partito democratico – ha detto il primo ministro – non si caccia la minoranza ma dopo il confronto si decide per fare insieme le cose”. Il segretario del Pd ha continuato: “Se il Pd facesse mancare i suoi voti alla legge elettorale sarebbe un passaggio di grande delicatezza. Sarebbe molto grave”. Renzi ha poi affermato che non si tratta di un voto di coscienza.
Il presidente del Consiglio ha poi spiegato la ratio dell’Italicum: “Voglio fare la legge elettorale con Berlusconi perchè non voglio più governarci insieme”. Il premier ha assicurato: “Questa non è la ‘notte dei lunghi coltelli’ e l’elezione del Presidente della Repubblica non c’entra nulla” con il voto sulle riforme.
Renzi: “Boccia mi ha detto che faccio come l’Isis”.
“Mi ha detto Francesco Boccia che faccio come l’Isis”. È una frase pronunciata da Renzi in assemblea al Senato, secondo quanto riferisce su twitter Corradino Mineo. La frase sarebbe stata pronunciata dal deputato del Pd in un’intervista. “Renzi citando Boccia fa la vittima per strappare un applauso ai senatori Tutto pur di vincere!”, commenta Mineo.
Il documento integrale dei 29 senatori dissidenti:
La legge elettorale costituisce indubbiamente un fondamentale strumento per la vita democratica e non solo in quanto svolge un’indispensabile funzione regolatrice, ma pure perchè rimanda a diritti e garanzie costituzionalmente definiti e sanciti. Proprio a partire da questo dato essa impegna coscienza e responsabilità di ciascuno.
Per quanto riguarda la nuova legge elettorale, dopo la sentenza della Corte Costituzionale che costituisce ineludibile riferimento, non si possono che valutare positivamente le novità intervenute rispetto al testo approvato in prima battuta alla Camera. Si è alzata la soglia che evita il ricorso al ballottaggio; sono state uniformate e abbassate al 3% le soglie di ingresso, garantendo, dunque, quote di rappresentanza alle diverse forze politiche; si è inserita infine l’indicazione della preferenza al fine di restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti.
Di contro non è condivisa da altre forze politiche la prospettiva di collegi uninominali. Questo comunque il punto fondamentale cui la nuova normativa deve attenersi: restituire compiutamente lo scettro al principe-cittadino-elettore.
Sotto questo profilo riteniamo non sia condivisibile la nomina di capilista bloccati. Essa configura, infatti, un Parlamento nel quale i nominati rappresenteranno la maggioranza dei Deputati e in cui la possibilità di eleggere con preferenza i propri rappresentanti verrà lasciata di fatto esclusivamente al partito vincitore del premio di maggioranza.
In secondo luogo, la previsione di capilista pluricandidati istituzionalizza una pratica che espropria l’elettore del controllo effettivo del proprio voto con possibili rischi di incostituzionalità .
Si deve, infatti, tanto più considerare che siamo impegnati in un percorso di riforme costituzionali che prevede una sola Camera politica con un unico rapporto fiduciario col Governo. Infine, quanto alla clausola di salvaguardia essa deve necessariamente rapportarsi alla conclusione definitiva del processo di riforma costituzionale.
Paolo Corsini
Miguel Gotor
Vannino Chiti
Maurizio Migliavacca
Donatella Albano
Claudio Broglia
Rosaria Capacchione
Felice Casson
Giuseppe Luigi Salvatore Cucc
Erica D’Adda
Nerina Dirindin
Marco Filippi
Federico Fornaro
Maria Grazia Gatti
Maria Cecilia Guerra
Paolo Guerrieri Paleotti
Josefa Idem
Silvio Lai
Sergio Lo Giudice
Doris Lo Moro
Patrizia Manassero
Luigi Manconi
Corradino Mineo
Massimo Mucchetti
Carlo Pegorer
Laura Puppato
Lucrezia Ricchiuti
Lodovico Sonego
Walter Tocci
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
I COMITATI: “QUESTO PENSA CHE SIAMO SCEMI”
Lancio di uova e fuochi di artificio per protestare contro il movimento «Noi con Salvini» che si
è riunito in un hotel del centro.
Le uova sono state lanciate contro le forze dell’ordine in tenuta antisommossa.
I manifestanti hanno bloccato via Galileo Ferraris e intonato cori contro il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.
Dopo i fuochi d’artificio, i manifestanti si sono allontanati e non ci sono stati incidenti.
Il leader Matteo Salvini non c’è – la scorsa volta a piazza Carlo III era stato accolto piuttosto male con tanto di lancio di pomodori -, stavolta ha preferito mandare in avanscoperta il senatore Raffaele Volpi, coordinatore per il Sud.
Raffaele Volpi, vicepresidente di Noi con Salvini, nel capoluogo campano per la presentazione del progetto, fa sapere che si sta «stabilendo un calendario per fare un tour in tutte le regioni».
Ma, viene chiesto, provate imbarazzo a fare campagna elettorale in Campania e al Sud? «Abbiamo chiesto anche scusa per quello che è stato detto», ha risposto. e, «in ogni caso, ora la Lega Nord ha un nuovo corso.”
Il sindaco de Magistris in giornata aveva sottolineato che Napoli è «una città inclusiva e che accoglie tutti», affermando che «ci può stare che arrivi qui il suo movimento, ma noi non abbiamo nulla a che vedere con Salvini».
Dentro, nella piccola sala, volti poco noti, fatta eccezione per Gianluca Cantalamessa, del Pdl, trombato alle ultime comunali, il padre Antonio, vecchio notabile della destra napoletana e Pippo Capaccioli, l’ex sindaco di Caivano, detto Bin Laden per via della barba lunga e grigia.
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
RIUNIONE IN CORSO DEI SENATORI… STAMANE INCONTRO TRA RENZI E BERLUSCONI
Ad un anno esatto dalla stipula del patto del Nazareno, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi si vedono di nuovo per un incontro decisivo rispetto agli appuntamenti che potrebbero rappresentare uno snodo cruciale della legislatura: elezione del nuovo capo dello Stato, riforme istituzionali e – tra i mal di pancia interni al Pd – nuova legge elettorale.
I due, accompagnati dai rispettivi staff, si sono parlati a Palazzo Chigi.
Un colloquio – durato circa un’ora – propedeutico ad una serie di altri impegni previsti per la giornata.
Alle 12.30 il premier torna ad incontrare i senatori del Pd per ‘chiudere’ sul sistema di voto: i dissidenti dem, però, non intendono votare la riforma se questa conterrà – come prevede l’accordo stretto con Silvio – i capilista bloccati che secondo Stefano Fassina “minano la democrazia”.
Nel pomeriggio, invece, anche per Berlusconi è previsto un confronto con il proprio gruppo a palazzo Madama.
Nell’agenda del presidente del Consiglio si inserisce pure un delicato Consiglio dei ministri, alle 13, con all’ordine del giorno le misure antiterrorismo e la riforma delle banche Popolari che agita i settori cattolici della maggioranza. Poi la partenza per il vertice di Davos.
Sul nodo dei nominati interviene Gianni Cuperlo, esponente della minoranza dem: “L’impegno di Miguel Gotor e altre decine di senatori per un parlamento scelto finalmente dai cittadini è coerente con quanto tutto il Pd, compreso Renzi, si è impegnato a fare davanti al Paese. Se oggi il capo del governo per difendere il patto con la destra sceglie la via di un parlamento composto in larga misura di nominati si colpisce alla base quel principio della rappresentanza che la riforma vorrebbe rigenerare. Altrochè partito nel partito – l’accusa era stata lanciata ieri dal premier – o la sciocca retorica su gufi e sabotatori che veline dall’alto rilanciano sui giornali di stamani. Il confronto in corso al Senato è una battaglia per la democrazia, per una buona legge, per non sacrificare i principi sui quali tutto il Pd, in tempi non sospetti, ha messo la faccia”.
E a pochi minuti dall’assemblea del gruppo, è Gotor a dire che “ormai non c’è alcuna trattativa” tra la minoranza Pd e i vertici del partito.
“E siamo in 29 senatori dem a confermare la linea del no ai capilista bloccati” nell’Italicum. L’assemblea dovrebbe concludersi con un voto.
“Ormai – aggiunge Gotor – la discussione è solo con Berlusconi”.
(da “la Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
DAVIGO E COFFERATI, IN AMBITI DIVERSI, HANNO SCOPERCHIATO LA PENTOLA
Mentre il Piatto del Nazareno si gonfia ogni giorno di nuove pietanze — le controriforme
elettorale e costituzionale, il mega-condono fiscale, il falso in bilancio copiato da quello di B., i vertici delle Procure-chiave, gli inciuci per issare al Quirinale il consigliori di Craxi nonchè candidato di Silvio — saltano fuori (dal piatto) due leader che offrono una zattera a chi non vuol morire nazareno.
Entrambi strappano con le precedenti appartenenze all’insegna della legalità .
Il primo è un politico, Sergio Cofferati, uscito dal Pd dopo la vergogna delle primarie liguri truccate da extracomunitari cammellati e infiltrati mafiosi, alfaniani e scajoliani, uniti ai renzian-burlandiani per continuare a spartirsi la regione: un SuperNazareno locale che diventa partito unico con candidato unico, ben oltre il patto e il piatto romano.
Il secondo è un giudice, Piercamillo Davigo, che abbandona dopo oltre 30 anni la corrente conservatrice di Magistratura Indipendente, ormai ridotta a ruota di scorta dei nazareni del Csm, un tempo organo di autogoverno delle toghe e ora organo di controllo del governo sulle toghe.
E sta per fondarne una nuova, “Autonomia e indipendenza”, ispirata all’articolo 104 della Costituzione, uno dei più traditi e calpestati dai politici e da una parte degli stessi magistrati: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
La genesi dello strappo la spiega lo stesso Davigo, già membro di punta del pool Mani Pulite, poi giudice d’appello, infine di Cassazione, nell’intervista al Fatto.
Ma c’è anche un aspetto politico che un magistrato come lui non può affrontare: la supermaggioranza Renzi-B., complice Napolitano, ha messo le mani sul Csm con tre mosse mai viste nella storia repubblicana.
1) Ha paracadutato il sottosegretario Legnini (Pd) alla vicepresidenza, cioè alla guida operativa del Consiglio.
2) Si è tenuto come sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il magistrato berlusconiano che da via Arenula seguita a fare il ras di MI, sponsorizzando i suoi fedelissimi, poi regolarmente eletti nel nuovo Csm (Pontecorvo e Forteleoni).
3) Ha assecondato con tutto il peso dei membri laici di destra, di centro e di sinistra e con l’aggiunta del Presidente e del Pg della Cassazione le manovre del Quirinale per orientare le nomine dei capi delle Procure (vedi Palermo), i procedimenti disciplinari e le pratiche di incompatibilità ambientale salvando i magistrati allineati (Bruti Liberati) e colpendo i cani sciolti (Esposito, Di Matteo, Robledo ecc.).
Così nel Csm s’è saldata un’inossidabile maggioranza “nazarena” filogovernativa: i 2 capi della Cassazione, gli 8 laici di tutti i partiti e i 4 di MI.
Totale: 14 su 27 (il 27° è il capo dello Stato, che di solito non vota, ma fa votare).
La prova su strada l’han fatta con la nomina di Franco Lo Voi, il candidato meno esperto e titolato, a procuratore di Palermo, a danno dei due concorrenti molto più meritevoli di lui, Lo Forte e Lari, che l’hanno subito impugnata al Tar.
Quando Davigo, noto per l’intransigente indipendenza dalla politica, è stato proposto a presidente di MI, i Ferri-boys l’hanno stoppato, preferendogli Pontecorvo, uno dei protetti del sottosegretario impiccione.
La nuova corrente, che ora potrebbe attrarre molti magistrati di vari orientamenti, accomunati dall’insofferenza per il collateralismo politico delle vecchie, si chiama “Autonomia e indipendenza” proprio per questo.
E ha già sortito l’effetto di mandare in minoranza i nazareni al Csm, che ora sono 13 a tavola: uno dei quattro di MI, Aldo Morgigni, se n’è andato con Davigo.
Chi coltivava il disegno autoritario e velleitario di papparsi l’Italia comprimendo ogni differenza, soffocando ogni dissenso e irregimentando tutto e tutti sotto un sudario di conformismo che non ammette voci stonate, è servito: la pentola a pressione è esplosa.
Cofferati nel Pd e Davigo nella magistratura hanno aperto le prime falle nel coperchio, per far uscire la puzza e far entrare un po’ d’aria fresca.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL MAGISTRATO LASCIA “MAGISTRATURA INDIPENDENTE” E CREA “AUTONOMIA E INDIPENDENZA”
Certi amori finiscono. Alla fine, dopo mesi di polemiche, Piercamillo Davigo — simbolo di Mani Pulite, oggi consigliere di Cassazione — ha lasciato Magistratura Indipendente, la corrente moderata dell’Anm: ci era entrato nel 1978.
L’addio definitivo si è consumato lo scorso weekend all’Assemblea nazionale di MI.
Dottor Davigo, come è passato dall’ipotesi di diventare presidente alle dimissioni?
La mia candidatura era stata proposta dal distretto di Torino, come tentativo di mantenere l’unità del gruppo, dove da tempo c’erano tensioni interne tra minoranza e maggioranza. Ho fatto un comunicato di accettazione della candidatura in cui dichiaravo quali erano i valori fondanti del gruppo: indipendenza della magistratura da ogni altro potere, indipendenza di ogni singolo magistrato all’interno dell’ordine giudiziario, la legittimazione tecnica e non politica dei magistrati. Cioè non ci sono governi e maggioranze parlamentari amici o nemici, ci sono poteri altri.
Non erano d’accordo? Nessuno ha detto che queste cose non erano condivisibili. Mi è stato detto che la mia candidatura non era unitaria e allora l’ho ritirata. Ma hanno aggiunto: non è una candidatura unitaria perchè ‘contaminata’ dalle adesioni della minoranza. Un modo inaccettabile di intendere la dialettica interna a un gruppo: non mi ci riconosco più. E dunque sono uscito.
Fonda una nuova corrente?
Sì, con tutti quelli che insieme a me sono usciti da MI: molti componenti del comitato direttivo centrale, un componente del Csm. Poi vedremo che accadrà nei distretti. Certamente i segretari dei distretti del Nord Italia sono quasi tutti usciti dall’aula, non partecipando al voto. La nuova corrente dovrebbe chiamarsi Autonomia e Indipendenza, due termini che qualificano la magistratura nella nostra Costituzione.
Raccoglierà gli scontenti anche di altre correnti?
Non azzardo previsioni.
Armando Spataro vi ha fatto gli auguri.
In realtà si augura un dialogo più sereno dentro l’Anm.
L’uscita di Aldo Morgigni, sposterà gli equilibri interni al Csm.
Potrebbe. Certo non sarà più possibile una maggioranza formata dai laici e dai togati di MI: i componenti del Csm sono 27, il presidente della Repubblica non c’è quasi mai, la maggioranza è 13: 11 non bastano.
La scissione diventa politicamente molto rilevante.
Lo vedremo nelle cose. È stato un grave errore non accettare il tentativo di mediazione che la mia candidatura rappresentava. Evidentemente il mio nome non andava bene, anche se nessuno l’ha detto. Non ho mai sentito, in 36 anni di militanza, cose come ‘la maggioranza decide e la minoranza si adegua’, ‘i membri del comitato direttivo centrale devono seguire le indicazioni del segretario’. La scissione avrà un’incidenza sugli organi di autogoverno, non politica: noi non ci interessiamo di politica. Faccio sempre una battuta: non mi occupo di politica, solo di politici quando rubano. La mia attività non riguarda la correttezza delle loro opinioni o scelte: riguarda il fatto se abbiano rubato o no.
A luglio era scoppiato il caso Ferri: il sottosegretario alla Giustizia e magistrato sponsorizzò due candidati “suoi” al Csm. Che poi furono eletti. E lei assunse una posizione ferma.
Ferri era il segretario di Mi. Poi è stato nominato sottosegretario alla Giustizia nel governo Letta ed è stato confermato da Renzi. Ora, io non condivido queste scelte, ma sono decisioni personali…
…perchè non le condivide
Perchè secondo me i magistrati non devono fare politica. Mai. Però sono scelte personali. Invece ho trovato sorprendente che in un gruppo che nel nome ha l’indipendenza della magistratura siano fioriti sulle mailing list messaggi di congratulazioni. Mi pareva stonassero con l’idea dell’autonomia.
Lei ha detto: “Magistratura e politica devono dialogare senza sudditanza, ma in questa fase registro una certa sudditanza”.
E aggiungo: c’è qualcosa di più e di peggio. Sta montando all’interno di MI una linea secondo la quale l’Anm è diventata un ‘nemico’. Ma l’Anm è la casa di tutti i magistrati, pur con le differenze culturali tra le diverse componenti. Una delle contestazioni mosse alla minoranza è di non aver votato il documento durissimo presentato da MI contro alcune riforme governative e di aver votato un documento più morbido con le altre componenti. In sè, la maggioranza sembrerebbe avere ragione, ma io ho la sensazione che quel documento durissimo fosse stato fatto apposta per mettere in difficoltà l’Anm. Sono mosse che lasciano il tempo che trovano, utili solo a mostrare all’esterno fratture interne all’Anm. Ma attenzione: se si deve resistere a riforme che giudichiamo sbagliate, è meglio farlo col più largo consenso possibile. Mi pare insensato fare il diavolo a quattro su un documento che si è certi non verrà approvato dall’Anm e poi essere morbidi sul altre questioni, dalla riforma dei reati tributari con la manina che aveva introdotto la soglia del 3% al falso in bilancio.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
RISPETTO AL RADICAL CHIC RISPARMIA IL COSTO DELLO PSICANALISTA
L’anziano La Russa che strilla “culattone” a un ragazzo intervenuto al convegno milanese
sull’omosessualità ; e l’anziano Gasparri col suo tweet veramente bestiale sui «rapporti consensuali» tra le ragazze rapite in Siria e i loro rapitori; ci ricordano che il burino perfetto, a destra, è figura tanto rappresentativa quanto, a sinistra, il radical chic.
Solo che quella del burino perfetto è meno praticata e meno definita.
Manca un Tom Wolfe che ne tracci le coordinate (ammesso che un paese piccolo e divenuto insulso come il nostro meriti lo stesso interesse della società newyorchese descritta da Wolfe). Può servire Gadda, che in Eros e Priapo illustra lo sfoggio fallocratico come tipicissima nevrosi italiana.
Ma non basta.
Nel burino perfetto c’è anche una spensieratezza per niente nevrotica, anzi perfettamente risolta. È contento di esserlo.
Si piace, si considera normale in un mondo di anormali, maschio in un mondo di froci, felice in un paese di infelici, risolto in un mondo di dubbiosi.
Ha qualcosa di basico, di rudimentale che lo porta a vociare e a menare le mani, se serve, senza mai dubitare di sè.
Rispetto al radical chic è meglio attrezzato ad affrontare la crisi per almeno due ragioni: non attribuirà mai la colpa di alcunchè a se stesso e risparmierà il costo dello psicanalista.
Michele Serra
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 20th, 2015 Riccardo Fucile
LO SCRIVONO I GIUDICI DEL TRIBUNALE DEL RIESAME NELLE 140 PAGINE DELLE MOTIVIAZIONI CON CUI HANNO CONFERMATO IL CARCERE PER IL NUMERO UNO DELLA COOPPERATIVA “29 GIUGNO”
Non ci sono solo cene, affettuosi sms di ringraziamento con relativi scambi di abbracci e incontri in Campidoglio.
“Certo è che Salvatore Buzzi con la giunta Alemanno e con gli amministratori pubblici che ne erano espressione, ha fatto affari d’oro” tanto che “il fatturato delle cooperative è più che raddoppiato in poco più di due anni da 25 milioni a 60 milioni di euro“.
Lo scrivono i giudici del Tribunale del Riesame nelle 140 pagine delle motivazioni con cui hanno confermato il carcere per il numero uno della cooperativa 29 giugno, braccio destro dell’ex Nar Massimo Carminati.
Nell’analisi del ruolo ricoperto nell’organizzazione da Carly Guarany, vice presidente del Cda della 29 giugno, porta la data del 22 gennaio 2013 un’intercettazione che i giudicii definiscono “illuminante“, in cui Buzzi racconta “che la sera precedente era stato accompagnato da Panzironi in Campidoglio per un’incontro con il sindaco Alemanno”, al quale il capo della 29 giugno aveva chiesto una proroga dei lavori per le sue cooperative: “Gli ho detto ‘guarda Gianni, fa’ ‘sta cazzo di proroga, so’ sei mesi, te fai l’elezioni in santa pace”.
Ed è proprio l’ex ad dell’Ama l’anello di congiunzione tra Mafia Capitale e l’ex primo cittadino.
“Franco Panzironi — scrivono i magistrati — vien nominato amministratore delegato di Ama nel 2008 ed il successivo 13 febbraio 2009 raggiunge il vertice anche della controllata Roma Multiservizi.
Il legame stretto e diretto con l’allora sindaco di Roma, Gianni Alemanno, gli attribuisce un potere d’influenza generale in tutto quello che riguarda l’amministrazione capitolina“.
“Si può affermare, senza pericolo di smentita”, continuano i magistrati, “come nell’ente Ama il fenomeno corruttivo abbia raggiunto la massima espressione, inquinando tutte le gare“.
“Affari d’oro”, appunto, come scrivono i giudici nella motivazione.
A sua volta Panzironi “costituisce un punto di riferimento fondamentale per Salvatore Buzzi, per l’aggiudicazione di appalti in Ama e comunque per ogni problema che quest’ultimo e il sodalizio da lui rappresentato ha nei confronti dell’amministrazione romana”. Panzironi “da un lato riceve regolarmente illecite dazioni di denaro” e “dall’altro ottiene finanziamenti per la Fondazione Nuova Italia“, di cui Alemanno è presidente.
E’ proprio la fondazione il punto di contatto tra il sindaco Alemanno, Panzironi e il sodalizio criminale di Buzzi.
“Con riferimento all’aggiudicazione della gara n. 18/2011 della raccolta differenziata per il comune di Roma — che forma oggetto di imputazione — è sconcertante constatare che il Buzzi sapesse, ancor prima della conclusione della procedura di gara, che l’appalto sarebbe stato aggiudicato a suo favore”, come emerge dalle numerose intercettazioni.
“Il 06/12/2012, giorno seguente all’aggiudicazione della gara, dai conti correnti alle società riconducibili a Buzzi vengono effettuati bonifici per complessivi euro 30.000,00 in favore della Fondazione Nuova Italia“.
E, di soldi, Panzironi da Carminati&Co ne ha presi parecchi: in una conversazione intercettata tra Buzzi ed Emilio Gammuto del 2 maggio 2013 il ras delle cooperative spiega al collaboratore di Carminati di dover pagare l’ex ad dell’Ama e di “averlo messo a 15.000 euro al mese“.
Giovanna Trinchella e Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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