Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL PIANO DEL RIORDINO DEFINITO “IRRAZIONALE, INCOMPLETO E CONTRADDITTORIO”…”TROPPE RIDUZIONI INDIFFERENZIATE SENZA VALUTARE I RAPPORTI COSTI-BENEFICI”
Altri tagli alla pubblica amministrazione si tradurranno in meno servizi per i cittadini. A segnalarlo è la Corte dei Conti, che in una relazione avverte che, nel caso di ulteriori interventi, la scarsità di risorse umane potrebbe “non consentire una adeguata cura dei servizi, circostanza peraltro già segnalata da alcune strutture amministrative”. Il risultato del controllo svolto dai magistrati contabili sui risultati della revisione della spesa e della riorganizzazione della P.A. — avviata nel 2008 con la riforma Brunetta e proseguita con il governo Monti – arriva proprio mentre in Commissione Affari Costituzionali del Senato, dopo quasi due mesi di stop, riparte l’esame del ddl di riorganizzazione firmato dal ministro Marianna Madia, su cui la Corte aveva già espresso diverse perplessità .
Da un lato, evidenzia la relazione, “la ridefinizione degli assetti organizzativi” prevista da diverse norme di legge deve ancora essere completata perchè mancano molti decreti ministeriali e “il succedersi dei governi non ha consentito di impartire tempestive indicazioni in merito alla ripartizione dei tagli sulle articolazioni dei Ministeri”.
Dall’altro quanto fatto finora è all’insegna della “irrazionalità “.
Infatti la riorganizzazione dei ministeri ha prodotto prima di tutto tagli “indifferenziati” a cui sono seguiti (anzichè viceversa, come auspicabile) gli adattamenti delle strutture, allontanando l’obiettivo di razionalizzazione.
Tanto che il piano complessivo risulta a oggi caotico, “incompleto” e “contraddittorio“. Improntato a “irrazionalità ”, appunto.
Soprattutto se in futuro saranno adottate proposte che “vanificano il risultato finora raggiunto in materia di assetti organizzativi o adottano istituti e criteri già sperimentati, come nel caso del ruolo unico dirigenziale“.
La Corte ricorda poi le continue modifiche alla normativa, anche per decreto legge, e “le conseguenti incertezze e i ritardi attuativi”.
In più “la razionalizzazione dell’organizzazione dei Ministeri attraverso la revisione della spesa è di fatto stata ‘vanificata’ dall’introduzione di riduzioni indifferenziate, adottate cioè a prescindere dal contesto di un’adeguata valutazione del rapporto tra attribuzioni intestate, risorse impiegate e servizi da rendere”.
I famosi “tagli lineari”, opposti a una oculata revisione della spesa come quella proposta dall’ex commissario Carlo Cottarelli e mai attuata.
Serve “stabilità “, scrive la Corte, per ridefinire l’assetto della Pa “in linea con i principi costituzionali“.
Infine i magistrati presieduti da Raffaele Squitieri raccomandano che alla definizione del processo di riassetto “si affianchi l’adozione delle misure necessarie per adeguare il sistema di contabilità economico-finanziaria alla mutata riorganizzazione”.
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ALIQUOTE FAVOREVOLI PER I CAPITALI NASCOSTI ALL’ESTERO DA OLTRE OTTO ANNI: ATTESI 30 MILIARDI SU CIRCA 2-300
Le trattative vanno avanti da qualche anno. Ci aveva provato, invano, il governo di Mario Monti.
Gli sherpa di Enrico Letta erano arrivati a un passo dalla meta annunciando a più riprese il “quasi goal” senza però sfondare mai la porta.
Dopo due anni e mezzo di negoziati, l’accordo ora sembra arrivato e nelle prossime settimane è attesa la firma fra Italia e Svizzera sulla revisione dell’accordo di doppia imposizione e sulle modalità per lo scambio automatico di informazioni
L’accelerazione decisiva è scattata a inizio dicembre, dopo che il Parlamento italiano ha approvato la legge sulla cosiddetta voluntary disclosure per l’emersione dei capitali detenuti illecitamente all’estero.
La nuova legge fissa infatti nel 2 marzo l’ultimo giorno utile per firmare intese fiscali che consentano ai Paesi inseriti oggi nella “black list” dei paradisi fiscali di passare nella “white list”. Una volta firmato l’accordo, gli italiani potranno mettersi in regola pagando sanzioni più basse rispetto a quelle previste nel caso di Paesi inseriti nella “lista nera”.
Secondo gli esperti, il rientro dei capitali è conveniente se i capitali si trovano in Svizzera da più di otto anni, quindi già prescritti.
In questo caso il costo del rimpatrio si aggira tra il 12 e il 15 per cento.
Se invece si trovano all’estero da meno di otto anni, il costo può arrivare al 50 per cento.
Per i patrimoni leciti come le vecchie eredità , i patrimoni dei professionisti e gli utili societari sottratti al fisco italiano la sanzione prevede il pagamento delle imposte sui rendimenti per ogni anno di permanenza all’estero, oltre alle multe e agli interessi per il ritardato pagamento e alle sanzioni per la mancata comunicazione sul quadro Rw della dichiarazione dei redditi.
Ci sarà tempo fino al prossimo 15 settembre per autodenunciarsi al Fisco e godere degli sconti. Rispetto agli scudi fiscali precedenti, però, non è previsto l’anonimato sui capitali rimpatriati.
La promozione alla lista bianca conviene alla Svizzera, perchè consentirà alle sue imprese di operare con più facilità in Italia.
Quanto a Renzi, conta di recuperare un po’ di ossigeno per i conti pubblici.
La norma introdotta nell’ultimo decreto Milleproroghe, inoltre, punta ad attingere 671 milioni già da quest’anno dalle entrate derivanti dal rientro dei capitali per evitare l’aumento degli acconti d’imposta del prossimo autunno e il rincaro delle accise sulla benzina a partire dal 2016. Secondo alcune stime riportate nei giorni scorsi da Italia Oggi, gli italiani hanno depositato in Svizzera nel corso degli anni tra i 200 e i 300 miliardi di euro.
Di questi, il 40% circa non ha goduto in passato di alcuna forma di regolarizzazione.
Le previsioni degli analisti parlano dunque di circa 80-120 miliardi di euro che potrebbero venire interessati dall’ultima voluntary disclosure varata dal parlamento.
Ma soltanto una metà dovrebbe approfittare della manovra e non più di 25-30 miliardi di euro sembrano destinati a rimpatriare.
Camilla Conti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
“QUI NON C’E’ UN’EUROPA IN GUERRA, CI SONO CONFLITTI DA DISINNESCARE CON LE ARMI DELL’INTELLIGENZA”
«I fatti orrendi di Parigi dovrebbero imporre a tutti noi di ragionare alla grande, ma in questo clima sono in pochi a ragionare, soprattutto in Italia. Il livello del dibattito è deprimente». Lo dice il filosofo Massimo Cacciari
E quale sarebbe, professore, la prima riflessione da fare?
«Negli ultimi venti-trent’anni abbiamo vissuto tutti nell’illusione che la storia potesse in qualche modo cancellare la propria dimensione tragica. Che la nostra Penisola potesse restare fuori dalle trasformazioni epocali che hanno rivoluzionato la geopolitica e prodotto una serie di conflitti (Afghanistan, Iraq, la questione irrisolta dei rapporti tra Israele e palestinesi) che anche per colpa dell’Occidente restano pesantemente irrisolti»
Risultato?
«Vedo un rischio terribile e concreto. Il rischio di una guerra civile in Europa. Mi spiego: dobbiamo tenere presente che nel 2050 la metà della popolazione del nostro continente sarà di origine extracomunitaria, quindi è impensabile ritenerci in guerra, noi europei, con l’altra parte, con il mondo islamico. Per questo dico che bisogna ragionare alla grande. Il problema è con chi».
A che cosa allude?
«In Europa, per non dire dell’Italia, in questo momento c’è una deficienza paurosa di personale politico in grado di affrontare il problema. Qui non c’è un’Europa in guerra, ci sono conflitti da disinnescare anche con le armi dell’intelligenza. E con la consapevolezza che si tratta di un processo lungo, difficile, faticoso. Ma non c’è alternativa, altrimenti si va dritti verso quello scontro di civiltà a cui puntano proprio i terroristi».
Le armi dell’intelligenza, lei dice..
«Certo. Se durante il secondo conflitto mondiale ci fosse stato solo il generale Patton, e non anche la lungimiranza di leader come Churchill e Roosevelt, avrebbe vinto Hitler. Affrontare il problema solo dal lato della semplice repressione non basta, non può bastare. Anche se questi islamisti hanno compiuto un indiscutibile salto di qualità »
In che senso?
«Non siamo in presenza del kamikaze solitario, della bomba anonima. Le azioni come quella di Parigi sono programmate con una logica militare che punta, voglio ripeterlo, allo scontro di civiltà ».
Quindi?
«Fino a quando la nostra democrazia non dimostrerà di essere accogliente, e continuerà con le disuguaglianze, questo tipo di terrorismo troverà sempre terreno favorevole. Sullo scenario europeo, ora si pensa di far fuori la Grecia, mentre si allargano i confini dell’Unione alla Lituania: è pazzesco».
Ma i toni salgono, Salvini dice che siamo in guerra…
«Una battuta che si commenta da sè, sotto il profilo culturale. Sarebbe un errore madornale additare nell’Islam il nemico, il modo per moltiplicare gli jihadisti».
Aggiunge che il Papa non deve dialogare con l’Islam…
«Figuriamoci che cosa importa al Pontefice delle parole di Salvini. Che insieme alla Le Pen sta facendo di tutto per ostacolare il dialogo. Se si votasse domani la Lega e il Front national prenderebbero una valanga di voti. Sarebbe pericolosissimo, allora sì che saremmo in guerra. Certo, poi occorre realismo ».
E cioè?
«Riconoscere che fino a quando non sarà abbattuto lo Stato islamico dobbiamo aspettarci il peggio. Ma lo si abbatte solo se non si invoca il conflitto di civiltà . Purtroppo quando la storia appare tragica si fa molto fatica a ragionare. È del tutto logico, e porta anche voti: ma è anche pericolosissimo. Bisognerebbe fare un grande sforzo a partire da noi italiani, non credo sia inutile. In fin dei conti, con la storia che abbiamo, dovremmo essere vaccinati. Anche se adesso non pare così».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL GRUPPO AVEVA CONGELATO L’ESPULSIONE DI SIMEONI E VACCIANO, POI IL CONTRORDINE
Ancora una volta, in casa 5 Stelle, una decisione dei vertici sconfessa le scelte dell’assemblea dei
parlamentari.
Era andato tutto liscio, per Giuseppe Vacciano e Ivana Simeoni.
A dicembre avevano presentato le dimissioni dal Senato, in contrasto con le ultime decisioni prese: la cacciata di Massimo Artini e Paola Pinna avvenuta direttamente sul blog, la nascita di un direttorio di nominati in un Movimento che si voleva orizzontale.
Insieme a loro, si era dimesso dalla Camera Cristian Iannuzzi (figlio della Simeoni): provengono tutti dal meet up di Latina, hanno agito in concerto, senza suscitare troppi attacchi perchè – hanno detto in molti – «si sono impegnati a reiterare le dimissioni fino a quando non saranno accettate dall’aula, insomma non sono i soliti dissidenti».
Così – mercoledì – il gruppo dei 5 Stelle a Palazzo Madama aveva votato per non espellere Simeoni e Vacciano.
Molti speravano che la loro decisione potesse rientrare.
Si è parlato di un problema di fondi al gruppo (per ogni parlamentare che va via, si perdono 5000 euro al mese di finanziamenti). La Simeoni – raccontano i colleghi – diceva che era tormentata dagli attivisti, si era messa a piangere.
In più, prima di cacciare Vacciano – il tesoriere – serviva il tempo per fare un delicato passaggio di consegne. Tutte cose che il capogruppo Airola ha tentato di spiegare a Gianroberto Casaleggio quando quest’ultimo, mercoledì sera, ha chiamato per chiedere spiegazioni.
Furibondo, il guru ha chiesto perchè si sia deciso di agire diversamente rispetto a quanto fatto con altri “dimissionari per protesta” come i senatori Romani, Bencini, Mussini.
«Se ne vanno loro, e noi li tratteniamo? Ma siete impazziti? Tra un minuto li caccio con un post sul blog».
Airola ed altri hanno cercato di rassicurarlo: è una questione di tempo, una o due settimane per organizzare tutto, ma per ore i senatori hanno raccontato il contrario. «Vacciano è diverso, lui crede nel progetto, dice solo che non se la sente più di portarlo avanti e vuole lasciare il posto a qualcun altro» spiegava Paola Taverna.
E Andrea Cioffi: «Che ragione avevamo di mandarlo via? Vedremo cosa succede in aula».
Idee confuse, cui Airola – davanti alle insistenze dello staff di Milano – è costretto a mettere fine firmando l’atto di espulsione.
«Non potevamo fare altrimenti – spiega uno dei portavoce – alla Camera il capogruppo Andrea Cecconi aveva già pronta l’espulsione di Iannuzzi».
E ancora: «Ma cosa speravano? Abbiamo tentato in tutti i modi di fermarli per settimane, Vacciano era stato chiamato da Casaleggio in persona e non c’era stato verso». In Transatlantico raccontano perfino che al tesoriere era stato offerto di diventare il sesto membro del direttorio.
Cacciati con una firma, dunque, andranno a rimpolpare i gruppi misti di Camera e Senato.
A Palazzo Madama, del resto, alcuni ex sono già in fermento, pronti a creare un movimento autonomo che intende dialogare con Sel e pezzi di minoranza pd per incidere sulla legislatura, a partire dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica.
«Ne usciranno altri tre» è la previsione di molti. Occhi puntati sulle senatrici Fucksia e Montevecchi e sul senatore Molinari.
«C’è molta attività , non possiamo però essere certi che nascerà qualcosa», si limita a dire il fuoriuscito Francesco Campanella, uno dei tanti tessitori di questo intricato inizio d’anno.
La situazione non è più tranquilla alla Camera, dove Walter Rizzetto – da dentro – commenta l’ultimo atto twittando: «Assemblea ancora una volta calpestata, svilita, messa sotto», con l’hashtag #deriva.
Certo, ci sono sempre i nuovi probiviri, eletti alla vigilia di Natale.
Uno di loro, Vito Crimi, ieri diceva a Repubblica: «Hanno votato mentre ero in giunta, io non sarei stato d’accordo, dovevamo mandarli via».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
E’ COSTATO MEZZO MILIONE DI EURO: PER UNA SOLA RICHIESTA DI ISCRIZIONE
La prima pietra era stata posata nel 2007, ma all’asilo nido dell’ospedale “Galmarini” di Tradate (provincia di Varese) non è mai stato accudito nemmeno un bambino.
La realizzazione della struttura, finanziata da Regione Lombardia e dall’azienda ospedaliera di Busto Arsizio, è costata ai contribuenti più di mezzo milione di euro: 126 mila di contributo regionale e 427 mila di fondi aziendali.
L’edificio, incastonato nel parco dell’ospedale, era stato pensato per ospitare una ventina di bambini, tra lattanti e bimbi già svezzati, distribuiti sui 300 metri quadri di struttura, dotata di ogni comfort ed energeticamente all’avanguardia.
Alla cerimonia di posa della prima pietra, nel dicembre del 2007, presenziò il consigliere regionale della penultima giunta Formigoni, Luca Daniel Ferrazzi (che era stato eletto nelle fila del Pdl), storico rappresentante dell’area An proprio come l’allora direttore generale all’azienda ospedaliera, Pietro Zoia.
All’epoca il direttore motivò la scelta di realizzare un asilo nido, spiegando che: “A fronte del numero di maternità verificatesi negli ultimi anni e guardando alla natura aziendale ospedaliera e, quindi, alla consuetudine di avere molto personale femminile, è importante offrire ai nostri lavoratori un servizio di asilo nido in modo da facilitare un corretto bilanciamento tra le esigenze personali e famigliari e la crescita professionale”.
Insomma, infermiere, dottoresse, segretarie e altre lavoratrici avrebbero avuto a disposizione un loro nido, come si conviene alle aziende più evolute.
Meno di due anni più tardi, nell’estate del 2009, l’asilo nido era pronto.
Lindo e pinto. 300 metri quadri di struttura interna e 300 metri quadri di giardino recintato ad uso esclusivo.
A settembre dello stesso anno la cooperativa Punto Service (che si aggiudicò la gestione del servizio) ricevette una sola iscrizione, impossibile far partire il nido.
I termini vennero prorogati, ma nessuno si fece avanti e non si raggiunse il numero minimo di iscrizioni.
Ormai la struttura era stata completata e non si poteva certo tornare indietro.
Fallito il tentativo di aprire il nido alle mamme lavoratrici, l’azienda ospedaliera provò a coinvolgere i comuni del territorio, poi si provò la via degli accordi con le aziende, vennero promossi open-day e serate pubbliche, ma anche a settembre del 2010 le iscrizioni non arrivarono.
Il direttore generale provò a darsi una spiegazione: “Le richieste di iscrizione in effetti sono state pochissime, forse per le rette a prezzi di mercato, con gli effetti della crisi sulle famiglie che appena possono si affidano ai nonni”.
Oggi siamo nel 2015, la regione è passata sotto la guida di Roberto Maroni, l’azienda ospedaliera ha un nuovo direttore generale e, con il mutare delle condizioni socioeconomiche, di asili nido non si sente più l’esigenza, tanto che il servizio non è nemmeno più stato affidato.
In attesa di una ricollocazione che sa di impossibile, con una spesa sanitaria in continua contrazione, la struttura è ancora lì, intonsa.
Anzi, mostra già i primi segni di deterioramento.
La facciata perde tono e colore, un grosso telo di plastica copre una parte del tetto, sbirciando dalle finestre impolverate si intravede qualche magagna qua e là .
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ASSALTO DELLE FORZE SPECIALI ALLA TIPOGRAFIA, CINQUE MILITARI FERITI, UCCISI I DUE FRATELLI… POCHI MINUTI DOPO BLITZ ANCHE A PARIGI: LIBERATI QUASI TUTTI OSTAGGI, UCCISO UN TERRORISTA
Spari ed esplosioni alla tipografia di Dammartin, dove i due killer della strage del Charlie Hebdo
asserragliati da venerdì mattina con degli ostaggi, sono stati uccisi.
La polizia ha dato il via alle 17 al blitz per chiudere la partita con gli attentatori di Parigi, in fuga da mercoledì, dopo l’attacco terroristico che ha portato all’uccisione di dodici persone. secondo la France Press i due terroristi sarebbero rimasti uccisi nell’attacco.
Pochi minuti dopo, si sono sentite cinque forti esplosioni anche a Parigi.
A Dammartin si sono sentiti spari, forti detonazioni e dall’edificio si è visto uscire del fumo.
Prima degli spari sono stati visti almeno quattro membri delle forze di sicurezza sul tetto dell’edificio.
Dopo pochi minuti è scattata anche l’azione a Parigi, dove la polizia si è aperta la strada con cinque esplosioni.
Elicotteri si sono posati sul tetto dell’edificio per raccogliere i feriti. Ambulanze e barellieri sono intorno al negozio kosher, dove si sono visti alcuni ostaggi fuggire.
L’ostaggio prigioniero dei due killer di Charlie Hebdo a Dammartin-en-Goele è stato liberato nell’assalto ed è indenne. Lo riferisce Bfm Tv
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI PERDE 5 PUNTI NELLA FIDUCIA DEGLI ITALIANI
Cresce il Partito democratico. Ma anche il Movimento 5 Stelle. Cala invece il centrodestra e in particolare Forza Italia.
E’ questo il fermo immagine della politica italiana scattato da Swg che riporta le intenzioni di voto per il suo report “Scenari di un’Italia che cambia”.
Il sondaggio è stato realizzato da Swg nei giorni 7-8 gennaio 2015 con metodologia Cawi, su un campione rappresentativo nazionale di mille soggetti maggiorenni. Questo il quadro complessivo nel dettaglio (tra parentesi la percentuale rilevata il 18 dicembre scorso)
Totale area di governo: 42,6% (41,9)
— Pd 38,1% (37,0)
— Ncd 3,2% (3,5)
– Sc 0,8% (0,6)
— Altri area governo 0,5% ( 0,6)
— M5S 20,6% (19,4)
— Fi 14,1% (15,1)
— Lega Nord 11,5% (12,0)
— Fdi-An 2,7% ( 3,1)
— Sel 3,0% ( 2,9)
— Prc 2,0% ( 1,9)
— Verdi 0,7% ( 0,6)
— Altro partito 2,8% ( 3,1)
Non si esprime 49,8% (46,8)
Ma se il Pd cresce, secondo altri sondaggisti, cala la fiducia nei confronti del premier Matteo Renzi.
Colpa della norma “salva-Berlusconi“, della crisi economica e del volo di Stato preso per andare in vacanza a Courmayeur.
“Con gli scivoloni dell’ultima settimana il premier e il governo perdono tra i quattro e i cinque punti”, dice Renato Mannheimer all’Huffinghton Post.
“Più che il volo di Stato — secondo Roberto Weber di IXè — è la non chiarezza sulla cosa di Berlusconi a determinare l’erosione. Come fatti in sè, e in relazione alla questione dell’economia. Nel senso che mentre il dibattito è monopolizzato dalla questioni tipo salva Berlusconi, il cittadino vede i dati della disoccupazione, quelli dell’Istat, gli indicatori economici e la sfiducia aumenta”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE UNIVERSITARIO ANALIZZA LE MOTIVAZIONI DEI FOREIGN FIGHTERS NEL LIBRO “LO JIHADISTA DELLA PORTA ACCANTO”
È un terrorismo di “prossimità ”, una guerra non per il territorio ma per un’idea del mondo. 
Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto, di cui sta per uscire un aggiornamento incentrato sul massacro di Parigi, il sociologo e docente universitario di origine algerina naturalizzato italiano, Khaled Fouad Allam, ha scavato il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, i giovani musulmani nati in Europa che, dopo essere andati a combattere in Siria, tornano in quelle che considerano le loro “matrigne patrie” con l’intento di combattere per imporre un altro sistema di valori e di vita.
Quale professor Allam?
Quello dell’islam politico basato sui valori della sharia (la legge coranica) e non su quelli creati dall’Illuminismo: uguaglianza e libertà . Lo slogan dell’islam politico è “islamizzare la democrazia”, ma per noi occidentali la democrazia è o non è . Non esiste una via di mezzo. Secondo questi militanti della jihad, soprattutto la Francia rappresenta la terra dei miscredenti perchè lì c’è stata la rivoluzione francese, perchè lì c’è stata la separazione tra politica e religione, ossia la cosiddetta secolarizzazione.
Perchè dice che non è una guerra per il territorio, quando vediamo i militanti dell’Isis che combattono per creare uno Stato con confini e terre ?
Mi stavo riferendo ai jihadisti che tornano in Inghilterra, Francia, Italia, Germania e negli altri paesi dove vige il sistema di valori ereditati dall’Illuminismo che si basa sulla libertà e l’uguaglianza, dunque sulla democrazia.
I jihadisti della porta accanto perchè arrivano a tanto?
Per loro non è arrivare a tanto, fanno quello che pensano sia giusto, dopo essere stati indottrinati e combattere una guerra in cui il miscredente deve soccombere. E deve soccombere perchè non condivide il loro modo di interpretare la società .
Cosa li ha attratti fino al punto di non temere la morte o il carcere a vita?
Credo che ad agire sia innanzitutto il vuoto di significato, l’emarginazione viene dopo. Tanti lo fanno per un senso distorto del riscatto sociale, per essersi sentiti esclusi, ma la maggior parte lo fa per dare un senso alla propria vita. Purtroppo l’indottrinamento subito in Siria, i cattivi maestri, ossia gli imam radicali delle moschee parigine o londinesi, li hanno portati a credere che per trovare un significato alla propria esistenza devono combattere una guerra di religione.
Perchè i milioni di musulmani pacifici che vivono in Europa non urlano la loro contrarietà a questa barbarie, perchè non scendono in piazza contro il terrorismo?
Uno dei motivi è la fine della speranza collettiva, ma questo vale anche per noi. Per quanto riguarda i musulmani va sottolineato che le autorità religiose islamiche francesi hanno subito condannato questo attacco ma certo è che non ci sono leader forti in grado di coagulare attorno a sè tutta la popolazione islamica. Un’altra ragione può essere la paura. Dobbiamo renderci conto che ci troviamo davanti a una guerra che riguarda prima di tutto la comunità islamica e quindi noi occidentali, considerati tutti quanti miscredenti perchè non musulmani.
Quali problemi vive il mondo?
Oltre allo scontro fratricida tra sciiti e sunniti, c’è la questione della libertà . Già 20 anni fa scrissi in un mio libro che l’islam politico rifiuta la libertà in tutte le sue accezioni. Uccidere i vignettisti è come uccidere un filosofo, significa cercare di cancellare la libertà di pensiero.
Però questi giovani militanti non rifiutano internet, i social network, che sono nati per aumentare lo scambio, la conoscenza e traslatamente, la libertà di pensiero .
Sì, è così. Ma non si sentono in contraddizione: sfruttano uno strumento creato dai “nemici” per combattere meglio la loro guerra. Se di contraddizione si può parlare, si tratta di una contraddizione inconscia in senso lacaniano.
Ma alla fine perchè uccidere per delle vignette?
L’islam non ha conosciuto la secolarizzazione. Nella maggior parte della nazioni governate da musulmani non c’è stata una separazione netta tra religione e Stato, non c’è la separazione tra potere religioso e temporale. Ecco perchè si può arrivare a uccidere per una vignetta.
Roberta Zunini
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
IL VANTAGGIO DI UN PRESIDENTE TECNICO
Un tecnico al Quirinale: è la soluzione più accreditata.
Presenta il grande vantaggio di eleggere alla guida della Repubblica un uomo sicuramente al di sopra delle parti.
Lo svantaggio, evidente, è che nel discorso di Capodanno un presidente tecnico rischia di dilungarsi su dettagli di scarso interesse popolare, tipo l’andamento della Borsa di Giakarta, la partita doppia, le onde hertziane, la temperatura di fusione delle leghe metalliche, con svolgimento molto autorevole ma di poca presa emotiva sui cittadini.
Ma vediamo i nomi più accreditati.
PIER CARLO PADOAN
Ha dedicato la sua vita al corretto posizionamento dell’accento nel suo cognome, con risultati incoraggianti ma ancora non definitivi.
Attuale ministro dell’Economia, è molto rispettato per la determinazione e la chiarezza con le quali spiega che non c’è più niente da fare.
È docente in una decina di Università sparse in tutto il mondo, da Sydney a Buenos Aires a Tokyo, ricopre incarichi di prestigio in decine di istituzioni economiche internazionali, presiede diversi Consigli di amministrazione.
La sua giornata comincia estraendo a sorte la sede lavorativa da raggiungere e finisce in aeroporto con una telefonata di scuse perchè ha perso la coincidenza.
Accetterebbe il Quirinale a patto di dotarlo di una sala d’attesa Vip e di un tabellone luminoso con i voli in partenza.
LORENZO BINI SMAGHI
La sua carriera, tranne pochi dettagli, è quasi identica a quella di Padoan.
I due si incontrano spesso in aeroporto e cercano di capire, unendo gli sforzi, quale volo prendere per atterrare in tempo in almeno una delle decine di capitali mondiali nelle quali sono attesi.
Spesso si dividono fraternamente i compiti: per esempio Bini Smaghi va a Chicago a tenere il corso di Padoan che appassiona migliaia di studenti (“Opportunità e rischi della cartolarizzazione”), mentre Padoan va a Praga a presiedere la sessione di esami di diritto monetario di Bini Smaghi.
GIULIO GIULI GIANNI
Giuli Gianni non è un economista e deve la sua fama accademica ai suoi studi sui gas nobili, grazie ai quali ha vinto diversi premi internazionali.
Secondo una teoria che ottiene sempre maggior credito, anche gli economisti non sarebbero abbastanza neutrali rispetto alla contesa politica; e dunque, perchè non puntare su uno scienziato puro, che ha trascorso la vita intera nei laboratori del Gas Institute di Philadelphia verificando gli effetti del transito dei gas attraverso le microfibre?
Giuli Gianni ha lo svantaggio di essere del tutto sconosciuto, tranne che nell’ambiente dello studio dei gas nobili. Ma chi l’ha incontrato assicura che è di bella presenza, molto cortese, e sarebbe disposto a rinunciare ai suoi studi pur di poter finalmente spiegare agli italiani, nel discorso di Capodanno, l’importanza dei gas nobili nelle nostre vite.
AMELIA FASOLAZZI
È meno nota di Fabiola Gianotti, ma lavora anche lei al Cern di Ginevra in un esperimento minore. In un modesto scantinato è addetta allo studio del neutrino di Smith, che a differenza del bosone di Higgs ha un ruolo del tutto trascurabile e soprattutto è già stato scoperto ottant’anni fa dagli studenti di un istituto tecnico di Brindisi.
Perchè dunque preferire lei alla Gianotti? Perchè lei, a differenza della Gianotti, accetterebbe con entusiasmo di lasciare il suo scantinato e il suo piccolo acceleratore di particelle, ricavato da un vecchio trenino elettrico, sul quale ha speso inutilmente una vita intera.
CARMINE CASTRIOTO
È un elettricista e ha più di cinquant’anni, dunque dispone dei requisiti richiesti dalla campagna “un tecnico al Quirinale”.
Non ha alcuna competenza politica, non ha mai messo la cravatta in tutta la vita, parla un italiano molto approssimativo, ma si è autocandidato sostenendo che l’impianto del Quirinale è obsoleto.
Se ne è accorto seguendo casualmente il discorso di Capodanno di Napolitano e notando frequenti cali di tensione nelle luci.
Michele Serra
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