Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
SCHERZA COI SANTI MA LASCIA STARE I POLITICI ITALIANI
Commovente questa appassionata difesa della libertà assoluta di satira da parte dei peggiori
censori italioti.
Gente che per vent’anni ha leccato politici e potenti di ogni colore, praticato e giustificato censure, chiesto e ottenuto la cancellazione di programmi in tv fino alla totale abolizione della satira dalla Rai, si lancia ora come scudo umano a protezione dei corpi ormai esanimi dei giornalisti e vignettisti di Charlie Hebdo, quindi a costo e rischio zero, difendendo il diritto-dovere della satira di attaccare chiunque, senza limiti di tono nè di buon gusto, foss’anche una divinità o un’intera religione, in qualunque parte del mondo.
Purchè, of course, non in Italia.
Il loro motto è: scherza coi fanti e pure coi santi, ma lascia stare i politici italiani.
La storia di Daniele Luttazzi, ostracizzato da tutte le tv da 13 anni, parla da sè.
Nel 2001 finisce nel mirino del Cda Rai perchè, nel suo Satyricon su Rai2 diretta da Carlo Freccero, ha osato annusare gli slip rossi di Anna Falchi e mangiare una finta cacca di cioccolata in polemica con il consigliere Alberto Contri, che l’ha accusato di coprofagia; poi s’è azzardato a intervistare Pannella e Flores d’Arcais, che hanno criticato il Vaticano.
Ma il suo peccato mortale è invitare il sottoscritto, il 14 marzo, 40 giorni prima delle elezioni, a presentare L’odore dei soldi, un libro scritto con Elio Veltri sui rapporti di B. (e Dell’Utri) con la mafia e le misteriose origini delle sue fortune.
Tema largamente disertato dalla cosiddetta informazione.
Da quella notte succede di tutto.
Mario Landolfi (An), presidente della Vigilanza, spara: “Il programma di Luttazzi va chiuso, Freccero dev’essere allontanato, Zaccaria e tutto il vertice Rai devono dimettersi”.
Paolo Romani (FI): “Attacco proditorio, vergognoso, senza precedenti contro il presidente Berlusconi sul servizio pubblico. Chiediamo una riunione immediata della Vigilanza per chiedere le dimissioni del vertice Rai e dei suoi direttori”.
B. scende da Arcore a Roma, parla con Bossi (“è più indignato di me”), poi riunisce a pranzo il consiglio di guerra: Casini, Letta, Bonaiuti, Buttiglione, Pisanu, La Loggia, Scajola e Tremonti. Passa la proposta Casini: la Casa delle Libertà (si chiama così) diserterà tutti i programmi Rai. Due giorni, non di più.
Cossiga parla di “crimine politico alla Rai”. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti, Mario Petrina, duetta con Emilio Fede al Tg4 e si scaglia contro Luttazzi e il sottoscritto: denuncia il primo per “esercizio abusivo della professione giornalistica” e invoca per il secondo un procedimento disciplinare per lesa “deontologia”.
Anche da sinistra si spara a zero.
Ecco il verde Marco Boato: “Quel che è accaduto a Satyricon è inaccettabile, tanto più grave in quanto avvenuto a Camere sciolte. In una democrazia non si fanno processi sommari per via mediatica. Non è satira, ma una scorretta operazione televisiva”.
E Francesco Rutelli, candidato premier: la reazione della Cdl contro Satyricon “è stata legittima rispetto all’uso di una trasmissione per fare propaganda politica, ma c’è il diritto di replica”. D’Alema afferma: “Satyricon è un boomerang per la sinistra”.
Fede invece osserva: “Satyricon è un boomerang per la sinistra”.
E Dell’Utri, più sobrio: “Luttazzi è un cretino”.
Il Foglio di Giuliano Ferrara e il Giornale si associano alla richiesta di cacciare Luttazzi e il vertice Rai che non l’ha zittito in tempo.
Sul Corriere, Paolo Franchi sostiene che la sua “non è satira”. Oltre a quelle pubbliche — e alla raffica di cause civili miliardarie firmate da B., Dell’Utri, Tremonti, Fininvest, Mediaset e Forza Italia contro di lui, contro Freccero e contro gli autori ed editori de L’odore dei soldi — Luttazzi riceve anche minacce private: lettere anonime, dossier sulla sua vita privata, telefonate mute, strane intrusioni in casa sua.
Anche perchè Il Giornale di Belpietro ha pensato bene di pubblicare la sua dichiarazione dei redditi, col suo indirizzo ben visibile.
E, nell’indifferenza generale, è costretto a girare sotto scorta per mesi, con le auto della polizia che circondano i teatri durante i suoi spettacoli.
Almeno quei pochi teatri che non gli negano il palco per motivi di opportunità politica. Satyricon intanto viene chiuso, prim’ancora dell’editto bulgaro di B. (18 aprile 2002) contro Biagi, Santoro e Luttazzi. Non riaprirà mai più.
Il 16 novembre 2003 va in onda — tra mille difficoltà — la prima puntata di RaiOt di Sabina Guzzanti, dedicata alle tv di B. e alla legge Gasparri allora in discussione.
Un trionfo: 18,37% di share, con punte del 26. Record della serata tv, record storico di Rai3. Infatti il programma viene subito sospeso e poi chiuso dal vertice Rai (presidente Lucia Annunziata, dg Flavio Cattaneo, direttore di rete Paolo Ruffini, Cda con noti intellettuali liberali come Alberoni, Petroni, Rumi, Veneziani).
I grandi giornali giustificano l’epurazione. Sebastiano Messina, su Repubblica, insinua una manovra studiata a tavolino dalla Guzzanti per passare da martire: “Un concitato gioco delle parti nel quale il fantasma della censura berlusconiana — dunque dell’intolleranza del potere — è riuscito a far litigare furiosamente il direttore di Rai3 e la più brava imitatrice di Berlusconi e D’Alema…
Questa surreale commedia dell’assurdo è cominciata quando Ruffini… ha chiesto agli autori di RaiOt di rinviare di una settimana l’esordio per ‘un problema di opportunità ‘, alla vigilia dei funerali per i caduti di Nassiriya…
Ma sollevava anche — senza ipocrisia — la questione della compatibilità di ‘alcuni momenti del programma’ con la ‘sobrietà ‘ di Rai3…
Gli autori e la protagonista hanno ceduto precipitosamente alla tentazione di dimostrare al mondo (con un intempestivo pathos rivoluzionario) che la realtà si adeguava alla satira, e il Berlusconi in carne e ossa faceva esattamente quello che loro gli facevano dire nella parodia televisiva, censurando proprio la sfida alla censura”.
Il pretesto usato dalla Rai per la serrata, oltre alla mancanza di “sobrietà ”, è che Mediaset (teoricamente la concorrenza) ha denunciato il programma per 20 milioni. I giornali se la bevono e rincarano la dose, portando altra acqua al mulino della censura.
Giordano Bruno Guerri osserva sul Giornale che RaiOt “non fa ridere”, “dice un sacco di sciocchezze preconcette” e soprattutto si permette di “prendersela con Lucia Annunziata solo perchè è presidente della Rai e brava e donna…
I sabiniguzzanti piangono sempre che non c’è libertà di dire e sono sempre lì a dire quello che vogliono ovunque, anche sui muri: naturalmente tra i collaboratori dietro le quinte ci sono Curzio Maltese e Marco Travaglio, ormai Bibì e Bibò”.
Il Foglio deride la Guzzanti che “grida al regime, ciancia di censura e va in onda” (sic). Esprime “solidarietà a Ruffini”.
Andrea Marcenaro trova che l’“arricciare il naso” di Sabina è tipico dei cocainomani. Per Giuliano Ferrara la Guzzanti “dovrebbe stare zitta” perchè “ha qualcosa di teppistico e crassamente ignorante”.
E la censura se l’è cercata lei “apposta per gridare al regime”, “rompendo ogni regola, come fecero Santoro e Biagi”.
Poi, bontà sua, riconosce che la proposta del vertice Rai “di produrre cinque puntate, farle vedere ai signori amministratori editori, e poi e solo poi mandarle in onda, visto sottoscritto e autorizzato, non è bella, tutt’altro”.
E così viene scavalcato in intolleranza dal direttore del Riformista, Antonio Polito: “Se si esclude l’ipotesi che la Rai sia Hyde Park Corner, bisogna concludere che ieri il Cda della Rai si è comportato come il Cda di un’azienda… Leggiamo vibrate proteste per attentati alla libertà di satira, di attacchi alla democrazia, di dissenso imbavagliato… Non c’è nè censura nè punizione, nè per il direttore di rete, che pure aveva seri dubbi sull’opportunità di mandare in onda RaiOt, nè per la Guzzanti. In questo ha ragione la Annunziata… E ora? Spetta alla Guzzanti. Ci sono ampi margini per far ridere irridendo i potenti senza indulgere all’invettiva e senza offendere mezzo mondo, ebrei compresi. Li sfruttino da bravi professionisti ben pagati, nei limiti della deontologia, cui forse la satira non è tenuta ad attenersi, ma il servizio pubblico radiotelevisivo sì”.
Il solito Messina, su Repubblica, parla di “brutto programma” che “non funziona”, non è “satira, ma comizio”.
Stavolta gli attacchi alla satira da sinistra superano addirittura quelli da destra: chi chiede alla Guzzanti di registrare le altre puntate e sottoporle all’imprimatur del Cda e della Vigilanza (la satira “col permesso de li superiori”), chi invoca “moderazione”, chi “contraddittorio”, chi “par condicio”. La satira col bilancino.
Nel novembre 2008 Luttazzi torna in tv dopo sette anni su La7 con Decameron. Che però viene chiuso dalla rete l’8 dicembre, dopo la quinta puntata.
Il pretesto è una visione surreal-pornografica di Luttazzi, che descrive Giuliano Ferrara in una vasca da bagno piena di escrementi con B., Previti e la Santanchè in completo sadomaso armata di frustino.
Ma il vero movente è che sta per andare in onda la sesta puntata sul Papa, il Vaticano e i preti pedofili. I soliti giornaloni scrivono che non è censura: è Luttazzi che è volgare e blasfemo.
Ecco: la satira, con buona pace di Aristofane, Ruzante e Rabelais, dev’essere pia, ossequiente e rispettosa del bon ton.
Almeno in Italia.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
L’ATTENTATORE SI E’ RIFIUGIATO IN UN SUPERMERCATO CON 5 OSTAGGI
L’operazione per «neutralizzare» i due fratelli Kouachi, autori dell’attentato al settimanale satirico Charlie Hebdo è in corso a Dammartin-en-Goele, una quarantina di chilometri a nord-est di Parigi.
Ma l’allarme si è spostato nella capitale francese, dove intorno alle 13 di venerdì un uomo armato ha dato l’assalto a un negozio kosher, frequentato da ebrei nella zona della stazione di Porte de Vincennes, zona est.
L’uomo, asserragliato nel supermercato con almeno cinque ostaggi, ha gridato alla polizia: «Voi sapete bene chi sono!».
È armato e sembra che abbia con sè anche dell’esplosivo.
L’assalitore sarebbe lo stesso che giovedì ha ucciso la poliziotta a Montrouge: si tratterebbe, secondo quanto scrive Le Point, di un 32enne di colore, che la polizia ha identificato come Amedy C., vicino ai fratelli Kouachi, responsabili della strage nella sede del settimanale Charlie Hebdo.
L’uomo non è sconosciuto alla polizia: il suo nome appare nel 2010 legato alla progettata evasione di Smain Ait Ali Belkacem, terrorista algerino condannato all’ergastolo per gli attentati del 1995.
La zona è transennata, le forze speciali della polizia sono dispiegate ed è interrotta la circolazione sulla linea 1 del metrò e sulla linea 3 dei tram.
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
L’AZIENDA NON COMUNICà’ IL TRASFERIMENTO DI SEDE A GENOVA PER NON PERDERE LA COPERTURA DI FIDI TOSCANA
Tiziano Renzi avrebbe dovuto comunicare il trasferimento della sede della sua azienda, la Chil
Post, da Firenze a Genova alla finanziaria Fidi Toscana, come prevede lo statuto del fondo di garanzia da cui ha ricevuto i fondi per coprire parte dei debiti contratti.
Il cambio di regione avrebbe ovviamente comportato la decadenza del beneficio.
Per carità : si sarà sicuramente trattato di una dimenticanza. Il dato emerge dagli atti custoditi in Regione relativi all’azienda di casa Renzi, poi fallita e per cui il padre del premier è indagato per bancarotta fraudolenta dalla procura ligure.
E non è l’unico elemento interessante.
Ricostruendo la vicenda emerge che la Chil è una delle pochissime aziende per cui il ministero dell’Economia ha coperto il fondo di garanzia toscano.
Creato nel febbraio 2009 per volere dell’allora governatore Claudio Martini e finalizzato ad aiutare le imprese regionali ad affrontare la crisi economica, il fondo “emergenza economia misura liquidità ” in cinque anni ha sottoscritto garanzie per un miliardo e 126 milioni di euro a 5.687 aziende toscane.
E ne ha dovuto effettivamente elargire solamente 16 milioni di euro.
Nulla, rispetto alla cifra complessiva garantita.
Di questi 16 milioni lo Stato, attraverso il fondo centrale di garanzia costituito presso il Mef, ha restituito a Fidi Toscana appena un milione di euro, tra cui proprio i 236.803,23 deliberati a giugno 2014.
Ed è così che lo Stato guidato da Renzi ha pagato parte del debito della società di casa Renzi.
A spiegare l’iter seguito dalla Chil Post è Simonetta Baldi, dirigente della Regione responsabile del settore politiche orizzontali a sostegno delle imprese, l’ufficio che gestisce il fondo di garanzia e tiene i rapporti con Fidi Toscana, la finanziaria controllata per il 49% dall’ente guidato da Enrico Rossi.
Baldi non svela nulla: si limita a confermare le informazioni in nostro possesso.
“Il fondo è stato creato nel febbraio 2009 e la Chil è stata tra le prime a rivolgersi a noi appena un mese dopo” ed è stata “anche tra le prime ad andare in sofferenza”, ricorda Baldi.
Di “5.687 aziende che sono ricorse a noi non sappiamo quante poi sono fallite ma decisamente poche” anche perchè “il fondo ha funzionato molto bene per la quasi totalità delle imprese”.
Su un miliardo e 200 milioni garantiti “siamo intervenuti per appena 16 milioni, come sa”.
Baldi conferma anche le cifre ricevute dal ministero dell’Economia: “Sì, poco più di un milione di euro”.
E spiega che non è affatto scontato che il rimborso avvenga, “anzi”.
Funziona così: “Al ministero dell’Economia c’è il fondo centrale che serve come contro-garanzia ma può essere attivato solo a determinate condizioni” e comunque viene rimborsato “con tempi piuttosto lunghi, tra il pagamento che effettuiamo noi per l’azienda e quello che riceviamo dal Mef c’è un gap di anni”.
Per la Chil Post “sono arrivati in sei mesi, sì. Ma è stata una delle prime pratiche a essere aperta e ad andare in sofferenza”.
Secondo il regolamento, inoltre, la Chil Post non avrebbe potuto beneficiare del fondo di garanzia perchè nel frattempo ha cambiato sede e proprietà .
Baldi, ancora una volta, conferma: “C’è stato un difetto di informazione, i passaggi di proprietà Fidi Toscana li ha saputi successivamente”, dopo il fallimento.
Va detto che la società non ha cambiato partita Iva o forma, rimanendo una srl, ma “se ricevessi una domanda da un’impresa di Genova gli dico di no, ovviamente”, garantisce Baldi.
Quando la Chil fece domanda era una società toscana, quindi al momento dell’ammissione alla garanzia l’impresa aveva tutte le caratteristiche in regola.
È il 16 marzo 2009 quando Tiziano Renzi presenta richiesta e il 13 agosto 2009 l’operazione va in porto a garanzia di un mutuo con il credito cooperativo di Pontassieve da 496.717,65 euro.
Dopo poco più di un anno, l’otto ottobre 2010, circa due milioni in beni e servizi — ritenuti dagli inquirenti genovesi la parte sana della Chil Post — sono ceduti alla Eventi 6 di Laura Bovoli, madre dell’ex rottamatore.
Passa meno di una settimana e il 14 ottobre Tiziano Renzi trasferisce la società a Genova.
Infine il 3 novembre cede l’intera proprietà della Chil Post a Gian Franco Massone, prestanome per il figlio Mariano, entrambi indagati con il padre del premier dalla procura ligure.
A questo punto però l’azienda è ormai priva di beni ed è gravata da un passivo di un milione e 150 mila euro, compresi 496 mila euro di esposizione con il Credito cooperativo di Pontassieve guidato dal fidatissimo amico del premier, Matteo Spanò.
I debiti non vengono ripianati e Massone dichiara il fallimento della Chil Post nel 2013.
Il mutuo viene ammesso al passivo dal tribunale e così Fidi Toscana onora la sua garanzia. Poi coperta dal Tesoro.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
CHIUSI IN FABBRICA CON UN OSTAGGIO, ACCERCHIATI DAI NUCLEI SPECIALI
Sono in trappola, asserragliati in una tipografia di Dammartin-en-Goele, nel dipartimento di Senna e Marna, a nord di Parigi, i due fratelli franco-algerini Cherif e Said Kouachi accusati del massacro di Charlie Hebdo.
Secondo alcuni media, nelle mani dei terroristi ci sarebbe un ostaggio, una donna dipendente dell’azienda, la Crèation Tendance Dècouverte.
Le notizie sono ancora molto confuse, ma in base a una prima ricostruzione dopo aver rubato un’auto a Montagny Sainte-Fèlicitè, i due presunti killer si sono asserragliati nella fabbrica dopo un inseguimento e uno scontro a fuoco con la polizia.
Il sito del quotidiano Le Parisien parla di 2 morti e 20 feriti, ma il procuratore generale di Parigi ha smentito la notizia.
Secondo Le Figaro, le forze dell’ordine hanno intavolato le trattative con i sequestratori, che secondo la polizia sono “ben armati”.
I due fratelli “hanno dichiarato di voler morire da martiri”. Lo ha riferito a i-Tele il deputato di Dammartin-en-Goele, Yves Albarello, del partito di opposizione Ump.
Stando alla ricostruzione fornita da Rtl la dinamica è stata la seguente: intorno alle 8.40 di stamattina un veicolo è stato rubato a Montagny-Sainte-Fèlicitè, nel dipartimento dell’Oise in Piccardia, da due individui armati di pistole automatiche e segnalati come corrispondenti ai fratelli Kouachi; ne è scaturito un inseguimento da parte delle forze dell’ordine sull’autostrada nationale 2; qualche minuto dopo si è verificato un pesante scontro a fuoco all’altezza di Dammartin-en-Goà«le, nel dipartimento di Senna e Marna nell’Ile de France, che si trova in prossimità della zona in cui gli agenti del Raid (facenti capo alla polizia) e del Gign (facenti capo alla gendarmeria) hanno concentrato le ricerche dei due sospetti responsabili dell’attacco a Charlie Hebdo.
Pare che diversi uomini a bordo di un veicolo abbiano esploso dei colpi in direzione delle forze dell’ordine.
È nello stesso Comune di Dammartin-en-Goà«le che è appunto in corso la presa di ostaggi. Il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve, ha confermato che è in corso un intervento per “neutralizzare gli autori” dell’attentato a Charlie Hebdo.
Un testimone, un uomo che oggi aveva un appuntamento di lavoro nell’azienda dove si sono barricati i due sospetti, ha raccontato a France info di aver incrociato uno dei due Kouachi. “Gli ho stretto la mano e gli ho detto buongiorno”, ha riferito. Il sospetto ha risposto: “Signore, noi non uccidiamo i civili“.
“Me la giocherò al lotto, sono molto fortunato”, ha raccontato il testimone, sollevato di essere sano e salvo.
Circa 300 tra bambini e maestre si trovano in una scuola primaria a poca distanza dalla fabbrica.
Secondo testimoni i maestri hanno fatto stendere i bambini a terra per tenerli lontani dalle finestre e la scuola ha chiesto ai genitori di non andare a prendere i loro figli. Nell’istituto si cerca di mantenere la calma e la situazione al momento sembra essere sotto controllo.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
ORA SAREBBERO BARRICATI IN UNA FABBRICA DI DAMMARTIN-EN GOULE CIRCONDATI DALLE FORZE SPECIALI… I FERITI SAREBBERO VENTI
I due fratelli Kouachi, sospettati per il massacro nella redazione parigina della rivista satirica
Charlie Hebdo, sono braccati.
Dall’alba le forze dell’ordine francesci si concentrano tra i villaggi e le foreste in Piccardia, nel nord della Francia.
Verso le 8 ora locale, camionette della Brigata di ricerca e intervento della polizia giudiziaria sono arrivate nella zona a 80km a nod-est di Parigi.
Qualche ora dopo, poco prima delle 9, c’è stata una violenta sparatoria a Dammartin-en-Goele, nel dipartimento della Seine-et-Marne, 45 chilometri a est di Parigi, a mezz’ora dal punto in cui i fratelli Kouachi erano ricercati.
Secondo fonti della polizia dopo aver rubato una macchina a Montagny Sainte-Fèlicitè, i due fratelli si sono rifugiati in una fabbrica nel comune francese Dammartin-en-Goele, nel dipartimento di Senna e Marna, ad alcuni chilometri dall’aeroporto di Roissy, qui avrebbero preso un uomo in ostaggio.
Dopo la violentissima sparatoria con le forze dell’ordine, i fratelli sono fuggiti in auto. E’ una delle più gigantesche cacce all’uomo degli ultimi tempi.
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
TRA ARGOMENTAZIONI DELIRANTI E L’IMMANCABILE TEORIA DEL COMPLOTTO
“Siamo in guerra!”, “iniziamo con i rastrellamenti, “blocchiamo Schengen”, “senza pietà contro queste merde!”, “colpa delle lobbies”, “facciamo come la Cia”, “e se ci fossero manine non islamiche?…”.
Sono passate 24 ore dall’assalto terrorista nella sede parigina del giornale satirico Charlie Hebdo – 12 i morti – e molti politici italiani non hanno perso occasione per farsi riconoscere con argomentazioni deliranti e qualche immancabile teoria del complotto.
Il sindaco leghista di Padova Bitonci vuole cacciare dalla città tutti quei musulmani che non condanneranno pubblicamente la strage parigina.
E se il leader padano Matteo Salvini rilancia su Twitter l’hashtag “#StopInvasione”, arrivando a contestare le “ricette” di Papa Francesco, il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri chiede di risparmiare i soldi per il riscatto delle due volontarie italiane rapite in Siria ed utilizzarli per “un’offensiva militare decisa contro le centrali del terrorismo”.
Sul blog di Beppe Grillo ci si concentra sui reali mandanti dell’irruzione, ma siamo alle solite: “Sarebbe molto bello sapere chi ha mosso i fili…”, “e se ci fosse qualche manina non islamica dietro l’attentato?”.
In compenso, grazie ad un imperdibile post pubblicato dal leader 5 Stelle, apprendiamo che non meglio precisate “lobbies” hanno permesso “ai fanatici islamici di spadroneggiare nei paesi occidentali”.
Implacabile la furia degli eurodeputati leghisti: Gianluca Buonanno torna a dichiararsi favorevole ai “metodi Cia”, quindi alle torture, mentre il collega Mario Borghezio propone poteri speciali alle forze dell’ordine, “rastrellamenti” e controlli a tappeto.
Abbiamo raccolto per voi le peggiori dichiarazioni dei politici italiani e alcuni titoli apparsi sui quotidiani di oggi, dal “Macellai islamici” del Giornale a “Questo è l’islam” di Libero.
Matteo Salvini, leader della Lega Nord, sui propri social network:
“Se MASSACRO di Parigi sarà confermato di matrice ISLAMICA, è chiaro che ormai abbiamo il nemico IN CASA. #StopInvasione, subito!”. “Un pensiero per le povere vittime, disgusto per i politici incapaci”. “Nonostante il MASSACRO DI PARIGI, sapete di cosa RENZI sta facendo discutere il Senato adesso? Di LEGGE ELETTORALE!!! Roba da matti. Secondo voi non dovrebbero occuparsi di TERRORISMO???”. “Non penso che Papa Francesco ci porti lontano, le sue ricette del volemose bene non sempre possono essere efficaci”.
Carlo Sibilia, onorevole M5s ed acerrimo nemico del Club Bilderberg, su Twitter:
“Incredibile che a #CharlieHebdo sia rimasto ucciso l’economista Maris che denunciava irregolarità su emissione moneta”.
Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, su Twitter:
“Non possiamo rinunciare a democrazia e libertà . Bisogna reagire. Meno soldi per i riscatti. Armiamo aerei per colpire centrali terrorismo”. “Invece di pagare riscatti per sequestri spendiamo i soldi per distruggere le centrali del terrorismo”. “Bisogna reagire: sappiamo chi sono e dove sono. Serve un’offensiva militare decisa”.
Roberto Maroni, presidente di Regione Lombardia (Lega Nord), su Twitter:
“Dopo massacro di Parigi Matteo Renzi deve sospendere accordo Shengen (Schengen, ndr) su libera circolazione, per evitare passaggio terroristi da Francia a Italia”.
Beppe Grillo sul proprio blog pubblica un post di tale Antonella G.: lobbies, burattinai e “strategia del terrore”…
“(…) Molti giornalisti, per legittima paura, si autocensureranno più di quanto già non facciano per servilismo. Io credo che la strategia del terrore stia riprendendo alla grande: la mistificazione dei fatti non è più sufficiente per tenere bassa la protesta, siccome la gente è sempre più inc****ta, adesso serve la paura. Sicuramente saranno stati i fanatici islamici a cui le lobbies hanno permesso di spadroneggiare nei paesi occidentali, ma sarebbe molto bello sapere chi ha mosso i fili”.
Paolo Becchi, professore universitario vicino al Movimento 5 Stelle, sul Fatto Quotidiano:
“Questo è l’inizio del nuovo disordine globale”.
Gian Marco Centinaio, senatore della Lega Nord:
“Io ho una croce tatuata sulla spalla, e per questo mi hanno impedito di andare in un paese musulmano, perchè ritenuta offensiva”.
Fabrizio Bracconeri, mitico Bruno Sacchi dei “Ragazzi della terza C” ed ex candidato europeo di Fratelli d’Italia:
“Per liberarci dal terrorismo islamico DOBBIAMO PRIMA LIBERARCI DAL PD… se non si capisce questo!”.
Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, in prima pagina:
“MACELLAI ISLAMICI. Questa è guerra. Altro che islam buono e islam cattivo, altro che multiculturalismo come risorsa e porte aperte all’immigrazione come dovere, altro che «cani sciolti». (…) E siccome loro hanno urlato, tra una raffica e l’altra, che il mandante è Allah, ecco allora io dico: per loro Allah è il capo dei terroristi che vogliono sopprimere le basilari libertà dell’Occidente. (…) Dico che l’immigrazione selvaggia è il grimaldello per entrare nella nostra storia, nelle nostre città . Dico che non ci sarà mai possibilità di integrazione. Non ho dubbi che la parte giusta è la nostra, quella di una «civiltà superiore»…”.
Magdi Cristiano Allam, Il Giornale:
“L’Islam uccide per precetto. I moderati non esistono”.
Da un servizio del Tg2 sul lavoro dei vignettisti di Charlie Hebdo:
“Vi risparmiamo alcune vignette anticattoliche effettivamente oscene, e neanche Bergoglio è immune dall’acre umorismo del team francese”.
Libero, prima pagina:
“QUESTO È L’ISLAM”. Ed il direttore Maurizio Belpietro: “Siamo in guerra: vietato illudersi, l’islam è il nemico”.
Christian Rocca, direttore di “Il”, magazine del Sole 24 Ore, su Twitter
“It’s Islam, stupid”.
Aldo Giannuli, sul blog di Beppe Grillo:
“Poi c’è da capire se c’è qualche manina non islamica dietro gli attentatori. Beninteso, non ho nessun elemento per escludere che quello che è accaduto sia realmente quello che sembra (…) ma siccome a trarre giovamento da questa strage saranno in diversi (…) vale la pensa di dare un’occhiata anche ad altre piste”.
Massimo Bitonci, sindaco leghista di Padova
“Lancio un appello ai rappresentanti di tutti i gruppi musulmani della città : condannino l’attentato e i propositi dei terroristi o se ne vadano. A Padova non c’è posto per chi tace, per convenienza o collusione, di fronte ad una strage come quella di oggi”.
Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia, su Twitter:
“L’Islam è la madre di tutti i terrorismi e bisogna cacciare tutti gli islamici dall’Italia. Bergoglio che dice? Perchè non se li prende lui?”.
Daniela Santanchè, deputata di Forza Italia:
“Serve maggiore controllo: smettiamola di fare circolare ondate di clandestini e di rifugiati politici sul nostro territorio”. “Adesso #stopmoschee”.
Andrea Ceffa, vicesindaco leghista di Vigevano, su Facebook:
“Oggi pomeriggio, una pattuglia del reparto radiomobile è interventuta al Parco Parri, dove alcuni cittadini avevano notato che erano comparse tre scritte in lingua araba sui muretti che delimitano il parco giochi bimbi. Venivano effettuati rilievi fotografici ed informato l’ufficio tecnico comunale che provvederà nella giornata di domani a cancellare le scritte.
La traduzione dovrebbe essere la seguente: “Proprietà mussulmana – Allah è grande – protegga i bambini che giocano qui”. In una giornata come questa lascio a voi ogni commento. Io sono molto incazzato e schifato. Sono queste persone (qui non si tratta di terroristi, ma teoricamente di “normali” cittadini) con le quali i benpensanti di destra e di sinistra, insistono a dire che bisogna fare “integrazione”?”.
Gianluca Buonanno, eurodeputato della Lega Nord, su Twitter:
“I metodi giusti contro il terrorismo sono quelli della CIA! Vedremo se il Parlamento europeo parlerà ancora di violazione dei diritti umani!”. “Il terrorismo islamico è lo sterco del mondo… l’islam è un pericolo!!! Senza pietà contro queste merde umane!!!”.
La mattina dell’attentato, il parlamentare M5s e membro del Copasir Angelo Tofalo, in un video pubblicato su Youtube affermava “scherzando”…
“Abbiamo kalashnikov, mitra, mine da posizionare su ogni scranno di questi politicanti della casta, e poi male che vada abbiamo una zizzona di Battipaglia come bomba per far saltare tutto in aria. Ovviamente sto scherzando…”
Mario Borghezio, eurodeputato Lega Nord, a “La Zanzara” (Radio 24):
“Siamo in guerra, ora servono controlli a tappeto a tutti gli islamici residenti in Italia e poteri speciali alle forze dell’ordine. Ora devono dimostrare loro di non avere nulla a che fare con i terroristi, controlleremo uno a uno”. “Io non lo conosco, ma chi mi dice ad esempio che il deputato Pd Chaouki non sia vicino ai terroristi? Dobbiamo presumere la vicinanza, per tutti. Bisogna controllare le loro mail, la loro posta, le loro telefonate. La prima cosa da fare, militarmente, è il rastrellamento di alcuni gruppi, alcune comunità estremiste conosciute…”.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
IL LIBERA TUTTI: DA SCARPELLINI A ANGELUCCI, DA PROFUMO A PASSERA, DA RIVA A ORSI
La lista è così lunga che si fa prima a dire chi non c’è. 
S’intende quella dei potenziali graziati dalle norme contenute nel contestato decreto fiscale, quello che che avrebbe salvato Silvio Berlusconi, e non solo.
L’ambito di applicazione della famosa soglia del 3% del reddito imponibile dichiarato (sotto la quale si può evadere e frodare il fisco senza rischiare il carcere) è vasto, e il combinato disposto con i cavilli infilati all’ultimo ne allargano ulteriormente le maglie.
È un esercizio matematico difficile, ma il possibile risultato sono decine di nomi finiti in inchieste e processi eccellenti.
I reati sono gli stessi contestati, per dire, a Sergio Scarpellini, immobiliarista noto perchè padrone di casa di molti enti pubblici e istituzioni: omesso versamento iva.
C’è poi l’indagine sulla famiglia Angelucci, i re delle cliniche romane: tra il 2007 e il 2009 sarebbero stati indicati elementi passivi fittizi per milioni di euro, mentre nel 2008 fatture per operazioni inesistenti per 733 mila euro.
Il comma 4 inserito nell’articolo 4 del decreto fiscale, punisce soprattutto chi elude il Fisco con operazioni di finanza strutturata, come i derivati ma anche inserendo elementi passivi fittizi.
Articolo svuotato da un comma aggiunto alla fine (da Palazzo Chigi): vengono esclusi “flussi finanziari nelle scritture contabili obbligatorie”. È il caso degli Angelucci.
Ma è soprattutto una norma salva banche perchè rende inapplicabile la frode.
Basta annotare tutto nei bilanci, come hanno fatto diversi istituti di credito in passato temendo un’azione penale: verrebbero graziati gli ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo e Banca Intesa, Corrado Passera.
Il caso di Profumo è più complesso. Nel giugno scorso la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio del manager, in merito alla cosiddetta “operazione Brontos”: 245 milioni che tra il 2007 e il 2008 sarebbero stati sottratti al Fisco con operazioni di finanza strutturata.
Stando agli utili e al fatturato la vicenda processuale potrebbe rientrare anche nella famosa norma pro Berlusconi (quella del 3%).
I pm indicano anche il processo al patron dell’Ilva Emilio Riva — morto nell’aprile scorso — e due ex dirigenti del gruppo in relazione a una maxi evasione da 52 milioni. Salterebbe poi la condanna in primo grado per false fatturazioni all’ex ad di Fin-meccanica, Giuseppe Orsi e al numero uno di Agusta Westland, Bruno Spagnolini. Finmeccanica verrebbe coinvolta dai ritocchi apportati da Palazzo Chigi al decreto anche in relazione all’inchiesta su fondi neri e tangenti per gli appalti del Sistri che ha portato a processo l’ex presidente Pier Francesco Guarguaglini.
Le norme, però, avrebbero avuto un impatto soprattutto per il futuro, lasciando mano libera ai vertici dei grandi gruppi bancari e industriali, liberi dal timore di azioni penali, azzerando centinaia di accertamenti grazie alla cancellazione del raddoppio dei termini.
“Una norma che la Ragioneria avrebbe bocciato, perchè provocherebbe un buco di 10-15 miliardi all’Erario”, racconta chi ha seguiti l’iter del procedimento.
Cifra che secondo un documento dell’Agenzia delle Entrate rivelato da Libero non sarebbe inferiore ai 16 miliardi.
Sempre Libero ha rivelato altri nomi: Francantonio Genovese, Ras di Messina ed ex compagnio di partito di Renzi, arrestato per reati fiscali.
E poi anche Lele Mora e Fabrizio Corona – almeno sul fronte dei reati tributari — e probabilmente anche il presidente di Ibm Italia, Nicola Ciniero (frode fiscale), e l’imprenditore varesino Gianfranco Castiglioni, fondatore del gruppo Cagiva (frode da 63 milioni).
E via elencando.
Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
IL TWEET CHE FA FURORE
“Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo”.
Il tweet di uno scrittore di origine libanese sta facendo il giro della rete francese, provocando una valanga di commenti e riflessioni.
Invece di aderire all’hashtag #JeSuisCharlie in solidarietà con i morti del giornale satirico, Dyab Abou Jahjah ha creato #JeSuisAhmed in riferimento al poliziotto barbaramente ucciso con un colpo di grazia davanti alla redazione.
Il vero nome di Ahmed era Hamed Merrabet, aveva 42 anni e due figli.
Era uno dei due agenti a protezione del direttore del Charlie Hebdo, il celebre vignettista Charb, ammazzato a colpi di kalashnikov dal commando.
Il fatto che due terroristi di matrice islamica abbiano crivellato di colpi due uomini di religione musulmana – nella lista delle dodici vittime compare anche il correttore di bozze Moustapha Ourad – sta naturalmente facendo discutere e fornisce una ragione supplementare a coloro che rivendicano l’esistenza di un islam moderato e integrato con l’Occidente.
E così nel pomeriggio dell’8 gennaio è arrivato il tweet che molto probabilmente sta meglio interpretando il sentimento complesso di molti utenti di religione musulmana, che condannano la strage, non amavano la satira vicina alla blasfemia di Charlie Hebdo eppure non avrebbero mai messo in dubbio il fatto che Charlie Hebdo dovesse continuare a pubblicare i suoi disegni irriverenti.
Il messaggio di Dyab Abou Jahjah è stato condiviso migliaia di volte e l’hashtag #JeSuisAhmed sta circolando a tutta velocità nel Twitter francese, a dimostrazione del fatto che i musulmani francesi hanno voglia di prendere parte al dibattito.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
RAFFAELLA PAITA TRA CONFLITTI DI INTERESSE, LARGHE INTESE E ‘NDRANGHETA
Il porto di Genova è un business di famiglia.
Lui, Luigi Merlo, è il presidente dell’Autorità portuale, nominato nel 2008 dal governo Prodi e riconfermato da quello Monti nel 2011, con la sponsorizzazione di Claudio Burlando, per 10 anni governatore della Liguria.
Lei è Raffaella Paita, 35 anni, con una fulminea carriera alle spalle che l’ha portata al soglio di assessore alle Infrastrutture della giunta regionale.
La gestione del più importante scalo marittimo italiano si decide tra la cucina e il soggiorno.
Un conflitto di interessi che rischia di diventare ancora più grande, con la candidatura di Raffaella Paita alla primarie del Pd ligure per la presidenza della Regione, attese l’11 gennaio.
Che la coppia abbia molti interessi in comune lo dimostra la staffetta proprio nell’assessorato alle Infrastrutture.
Merlo lo ha occupato fino al 2008. La moglie lo ha sostituito a partire dal 2010. Governatore, sempre Claudio Burlando.
Ora Raffaella Paita prova il grande salto. Obiettivo: sostituire il presidente regionale uscente, giunto al termine dei suoi mandati.
Ha il sostegno di Burlando e del Pd ligure, di parte della corrente scajoliana di Forza Italia, del Nuovo centrodestra.
Del premier Matteo Renzi, di cui è una sostenitrice della prima ora. E del marito, ovviamente, che gestisce uno dei nodi nevralgici dell’economia regionale.
Paita sfida il parlamentare europeo Sergio Cofferati, certamente più noto nel popolo della sinistra. Ma per nulla inserito nell’intricato sistema di potere ligure.
Un sistema nel quale le cosche della ‘ndrangheta sono sempre riuscite a infiltrarsi, alla ricerca di influenza politica e appalti.
Il nome di Merlo, ad esempio, spunta nell’inchiesta Pandora del 2009, relativa alle presenza negli appalti pubblici delle cosche della piana di Gioia Tauro, in cui spicca, secondo gli inquirenti, Gino Mamone, imprenditore nel settore dei rifiuti e del movimento terra.
Il politico e l’imprenditore parlano di lavori, ovviamente. E dimostrano di conoscersi bene.
MAMONE: Senti un attimo ma Senese o’ conosci tu di Spezia?… … no perchè devono fare nell’area Graziani una bonifica, stanno facendo una bonifica… non potresti dirgli che magari se la facciamo noi ci abbiamo un ufficio lì, ci abbiamo dieci ragazzi di Spezia che lavorano giù…
MERLO: sì, sì, ma quello gli dico che lo cerchi tu…
MAMONE: no, no, o lo cerco io o ci mando un mio collaboratore di Spezia…
MERLO: digli che ci va che glielo dico.
Va detto che Luigi Merlo non è mai stato indagato per i suoi rapporti con Mamone. Anche l’imprenditore calabrese è uscito indenne dal processo seguito all’inchiesta Pandora a causa di un errore formale nelle notifiche per il processo di appello (in primo grado era stato condannato a 3 anni di reclusione).
Ma è stato incastrato, questo novembre, nell’inchiesta Albatros della procura genovese, che ha chiesto e ottenuto il suo arresto.
Avrebbe procurato prestazioni sessuali a pagamento a un dirigente dell’Amiu, l’azienda locale dei rifiuti, in cambio di appalti, legati anche al post alluvione del 2010 e 2011.
Con Merlo Mamone parla anche di voti.
Ecco l’sms che il marito di Raffaella Paita manda all’imprenditore, durante la campagna elettorale delle elezioni comunali di La Spezia, nel 2007:
MERLO: Caro Gino se hai qualcuno a Spezia ti sarei grato se facessi votare Andrea Stretti. È un quarantenne molto preparato e serio. Grato per quanto vorrai fare. Mamone lo richiama poco dopo. E si mette a completa disposizione.
MAMONE: Senti io ti lascio due numeri di telefono dei miei ragazzi che con i dipendenti nostri che abbiamo giù, se tu li puoi contattare o se vuoi ti faccio chiamare da loro li vedi un attimo perchè vivono a Spezia questi e conoscono mezzo mondo…
MERLO: Ehhhh si fammi chiamare se no!”(…)
Per la cronaca, Andrea Stretti viene eletto, ed oggi è assessore alla Sanità nel Comune di La Spezia.
È uno dei più ferventi sostenitori della campagna elettorale di Raffaella Paita, insieme a gran parte degli amministratori locali liguri.
Di entrambi gli schieramenti.
Tra questi spicca l’ex An e Pdl, ora capogruppo in Regione del Nuovo Centrodestra, Alessio Saso, finito nello scandalo Maglio 3, su rapporti tra politica e ‘ndrangheta (gli investigatori lo intercettano mentre chiede voti ad alcuni capoclan).
E Franco Orsi, Dc di nascita, ora Forza Italia, ex senatore e vicepresidente della Regione, oggi sindaco di Albisola, molto vicino a Claudio Scajola (sotto processo a Reggio Calabria) e al senatore Pdl Luigi Grillo (che ha patteggiato 2 anni e 8 mesi di reclusione per lo scandalo Expo).
Le larghe alleanze di Raffaella Paita hanno destato qualche scandalo nel Pd, con Pippo Civati che ha lanciato l’hastag #facciamoneameno.
Ma nel Pd ligure sono abituati alle larghe intese. È noto in regione il feeling tra i due Claudio – Burlando e Scajola — specialmente sulle decisioni economicamente più importanti.
Tanto che il governatore è stato inserito nella lista dei test della difesa nel processo che a Reggio Calabria mette alla sbarra l’ex ministro degli Interni, accusato di aver coperto la latitanza dell’ex parlamentare Pdl Amedeo Matacena.
Manuele Bonaccorsi
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Primarie | Commenta »