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LIGURIA, LA DESTRA CHE FA CAMPAGNA ALLE PRIMARIE PD

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

ESPONENTI DI FORZA ITALIA E DEL NCD FANNO IL TIFO PER LA RENZIANA PAITA

Il centrodestra lancia l’Opa sulle primarie del Pd ligure per la scelta del candidato presidente della Regione Liguria.
«Domenica 11 gennaio vota Cofferati per cambiare la Liguria », dicono gli spot televisivi e la pubblicità  sui giornali acquistate dal senatore Maurizio Rossi, ex Scelta civica che ha lasciato il centrosinistra e ha fondato un movimento dal nome analogo, “Liguria Civica”, ed è l’editore della più grande emittente televisiva privata ligure.
Rossi è convinto che «nell’assenza dell’altro schieramento, le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato presidente della Regione siano le vere elezioni regionali in Liguria. Si deve scegliere adesso, il 12 gennaio sarà  tardi».
Non è l’unico a pensarla così sulle primarie del centrosinistra.
Qualche giorno fa l’ex senatore di Fi Franco Orsi, che ora è sindaco di Albisola Superiore e governa con una lista civica, ha riempito il palazzetto dello sport della sua città  con sindaci e amministratori del centro e del centrodestra.
Pentiti o con un piede mezzo fuori.
«Raffaella Paita è la migliore presidente della Regione possibile», hanno detto davanti a lei, renziana, assessore regionale uscente, che con l’europarlamentare Sergio Cofferati è in corsa alle primarie.
Sono i due principali contendenti.
Il terzo è Massimiliano Tovo, giovane ex Udc.
Il conto alla rovescia segna ormai meno quattro al voto e al momento tutte le strade che portano al voto sono intasate.
La destra, quella del Nuovo centrodestra e quella degli ex Pdl delusi da Berlusconi, il centro che fino a ieri era di Fi e adesso con le liste civiche ancora governa tanti Comuni liguri, gli ex Scelta Civica che in Liguria poi è uno, il senatore Rossi, sono le armate alle porte delle primarie.
Chi organizza assemblee e incontri a sostegno di Paita, chi compra pubblicità  per far votare Sergio Cofferati.
Il problema è se le armate del centro e della destra resteranno fuori o potranno essere della partita.
Il comitato dei garanti della coalizione per le primarie è sommerso dai ricorsi delle due parti in campo che si accusano di reciproche scorrettezze
Cofferati, ad esempio, ha chiesto che sia il Pd a dire se Ncd sarà  nell’alleanza e lo vuole sapere adesso.
«Io non ci sto ad una coalizione con il Nuovo centrodestra. Loro lo sanno e votano l’altro candidato per condizionare l’alleanza e così inquinano le primarie », dice.
Va nelle sale e nelle piazze a spiegare che per Paita, renziana, si è schierato Alessio Saso, capogruppo Ncd in Regione, che tra l’altro ha ricevuto due avvisi di garanzia, uno per l’inchiesta sulle cosiddette “spese pazze” del consiglio regionale l’altro per una ipotesi di voto di scambio.
«Il Nuovo Centrodestra – replica Paita – fa parte del governo Renzi».
Ieri a darle manforte a Genova è arrivato il ministro della Difesa Roberta Pinotti: «Bisogna stemperare questo clima di veleni – ha detto il ministro – In fondo con Ncd noi stiamo al governo. Poi Ncd sta ancora decidendo la sua collocazione politica ma non trovo scandaloso che si pensi al Nuovo centrodestra per la coalizione, naturalmente sulla base di scelte programmatiche e con un Pd asse centrale».
Se Cofferati e i suoi hanno messo nel mirino il caso di Ncd, dalla parte di Paita puntano il dito sugli spot che il senatore Rossi sta pagando per sostenere Cofferati.
«Non è nel centrosinistra, anzi, si è dimesso da Scelta Civica e in parlamento ogni giorno vota contro il governo Renzi», dice Claudio Burlando, Pd, presidente della Regione uscente che è il principale sponsor della candidatura di Paita.
«Ncd non è nella coalizione di centrosinistra, a Roma il governo è nato per fare le riforme», replica il segretario del Pd ligure, Giovanni Lunardon che è schierato con Cofferati.

Ava Zunino
(da “La Repubblica”)

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CROLLA LA FIDUCIA IN RENZI: SONDAGGISTI CONCORDI, IL PREMIER PERDE IL 5% IN UN MESE

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

WEBER, NOTO, PIEPOLI, MANNHEIMER: COLPA DEL SALVA-SILVIO E DEL FATTO CHE GLI ITALIANI SI STANNO RENDENDO CONTO CHE DIETRO LE CHIACCHIERE C’E’ IL NULLA

La miscela velenosa di “salva Silvio” e crisi economica costa a Renzi un brusco calo nei sondaggi.
Dice Renato Mannheimer: “Con gli scivoloni dell’ultima settimana il premier e il governo perdono tra i quattro e i cinque punti”.
Già , gli scivoloni. Il volo di Stato per Courmayeur e soprattutto la norma “salva-Berlusconi”: per la prima volta il solco con il sentimento degli italiani si approfondisce.
È quanto rileva anche Roberto Weber diIxè: “Più che il volo di Stato è la non chiarezza sulla cosa di Berlusconi a determinare l’erosione. Come fatti in sè, e in relazione alla questione dell’economia. Nel senso che mentre il dibattito è monopolizzato dalla questioni tipo salva Berlusconi, il cittadino vede i dati della disoccupazione, quelli dell’Istat, gli indicatori economici e la sfiducia aumenta”.
I numeri di Swg che attestano il “crollo” saranno resi noti e discussi, come ogni venerdì, ad Agorà .
Ma un elemento di analisi Weber lo anticipa all’HuffPost. Ed è forse quello più preoccupante per Renzi: “Io — dice — sono colpito non tanto dalla perdita di punti, ma dalla progressività  e della inarrestabilità  della cosa. È da settembre che non tanto il Pd, ma il governo cala”.
Da settembre, da quando l’agenda è stata monopolizzata dai temi del lavoro (col Jobs act) e dell’economia (con la legge di stabilità ).
È da allora che non solo è finita la luna di miele, ma si è incrinato qualcosa di profondo nel rapporto del premier col paese.
E si è incrinata quella forza determinata dalla retorica “anticasta” dei mesi precedenti, quando con l’abolizione del Senato è apparso come il fustigatore dei privilegi.
“It’s the economy, stupid”, diceva Clinton. Che ne fece lo slogan con cui scalzò Bush dalla Casa Bianca, accusandolo di scarsa attenzione all’economia.
Renzi, sull’economy, si è impaludato: “Il calo del governo — spiega Nicola Piepoli – è fisiologico ed è destinato a salire, in attesa dei risultati sull’economia. È su questo che ci sarà  il giudizio della gente”.
Per carità , i miracoli in poche settimane sono difficili. Ma i guai sono certi se, sulle difficoltà  dell’economia, l’agenda la fanno le “manine” per depenalizzare i reati del condannato Berlusconi e l’inciucio per ridargli l’agibilità  politica in cambio dei suoi voti per il Quirinale.
È questa miscela a causare il calo di punti per Antonio Noto, dell’Ipr Marketing. Spiega all’HuffPost: “Il calo significativo di fiducia dell’ultimo mese non è imputabile solo alla salva-Silvio, ma a un insieme di fattori. Da un lato gli italiani non vedono cambiamenti tangibili sulle condizioni materiali della loro vita, dall’altro ascoltano un dibattito politico che aggiunge insoddisfazione, come nel caso della Salva-Silvio. Il risultato è che la fiducia cala in modo costante. Al momento è al punto più basso. La media del 2014 era del 52, ora è sotto il 50”.
Il punto più basso coincide col momento forse più importante per Renzi.
Il quale, sussurrano i maligni in Transatlantico, rischia di arrivare alla prima mossa sul Colle “azzoppato” come il Bersani nel 2013.
Allora l’ex segretario del Pd arrivò primo ma senza vincere, anzi come disse Massimo D’Alema sbagliando un “calcio di rigore a porta vuota”.
Oggi Renzi è in calo ma sente l’obbligo di vincere. E a microfoni spenti i renziani ammettono che è la vigilia peggiore che poteva immaginare.
Mentre lui si avvicina al suo dischetto.

(da “Huffingtonpost“)

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NELLA STRAGE DELLE MATITE I GIOVANI BIGOTTI GIUSTIZIANO I VECCHI LIBERTINI

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

LA STAMPA IN TRINCEA E IL PROFUMO DI LIBERTA’

Il ceppo di Charlie e del suo antenato Hara Kiri è quello del radicalismo laico e repubblicano, molto solido in Francia.
Con una forte innervatura sessuomane, anarchica e anticlericale esplosa con lo spirito sessantottardo ma ben presente anche prima, lungo Nove e Ottocento.
Non è vero che a Charlie Hebdo niente è sacro. Sacra, in quel vecchio giornale parigino, è la libertà .
Danzava, la libertà , allegra e nuda come le donnine di Wolinsky, attorno alla fragile trincea di scrivanie coperte di carta, matite, giornali, pennarelli (l’arsenale delle vittime) sulle quali sono caduti gli impenitenti artisti della satira francese, molti dei quali anziani, freddati dai loro giovani assassini.
Ragazzi bigotti che uccidono vecchi libertini.
Autori di lungo corso come Georges Wolinsky, Charb, Cabu, usciti indenni da cento processi per oscenità , scampati a licenziamenti, fallimenti e censure, sopravvissuti perfino alle tante rissose diaspore interne al mondo (litigiosissimo) del giornalismo satirico, per poi morire così, macellati da due imbecilli sanguinari che della libertà  niente possono e vogliono sapere: la libertà  sta ai fanatici come la bicicletta ai pesci.
Il ceppo di Charlie e del suo antenato Hara Kiri è quello, così solido in Francia, del radicalismo laico e repubblicano.
Con una forte innervatura sessuomane, anarchica e anticlericale esplosa con lo spirito sessantottardo ma ben presente anche prima, a ritroso lungo Nove e Ottocento. Ispiratore indiscusso della rivista fu Franà§ois Cavanna (origini piacentine), un vecchio hippy ribelle autore di versi esilaranti e spietati sulla soggezione dei popoli al potere e alle religioni.
È morto nel suo letto quasi un anno fa, novantenne, candido e magro come un sacerdote, risparmiandosi questo orrore, e lo strazio di sapere offesa così in profondità  la sua ilare tribù.
Il marchio di fabbrica di quel milieu satirico, immutato negli ultimi decenni e attraverso numerose testate, è una sorta di oltranzismo libertario e libertino che irrita anche la sinistra perbenista ed è sempre stato odiato dalla destra tradizionalista: il precedente direttore del giornale Philippe Val, omosessuale, pochi anni fa venne inseguito e picchiato per la strada, dopo un dibattito televisivo, da un gruppo di cristiani omofobi che voleva insegnarli come si sta al mondo.
Una umiliante rappresaglia, ma niente in confronto al mostruoso esito del nuovo conflitto nel quale Charlie Hebdo, diciamo così per sua natura, non poteva non immischiarsi: quello tra la libertà  di espressione e il fondamentalismo islamista.
La lunga guerra iniziata “ufficialmente” nell’ormai lontano 1989 con la fatwa contro Salman Rushdie e i suoi Versi satanici .
Guerra intestina all’Europa, va ricordato, fino dal suo primo atto: pare certo che la condanna a morte di Rushdie sia stata ispirata da ambienti islamisti londinesi, come se la refrattarietà  di quel pezzo di Islam alla libertà  di parola e di immagine fosse acuita, irreparabilmente, dalla promiscuità  con i nostri costumi, ivi compresa la nostra (benedetta) scostumatezza.
La satira è, di suo, un linguaggio di confine, estremo e poco conforme alla disciplina. Restando (e purtroppo ci tocca) nella metafora bellica, è come un corpo di guastatori, le cui sortite non possono che scompaginare i ranghi, destabilizzare i ruoli.
Sarebbe del tutto immorale, qui e ora, aprire il dibattito sulla liceità  della blasfemia, o se volete della insolenza verso i dogmi religiosi.
Sarebbe la cosa più blasfema da fare accanto a quei morti innocenti, e certamente morti di libertà  (a causa della libertà , in nome della libertà ).
Sarebbe come se dalle retrovie, e con il culo al caldo, ci permettessimo di discettare sul rischio che si sono presi quei caduti.
Limitiamoci a constatare che, sul fronte della libertà  di parola e di immagine, la satira non può che essere in prima linea.
E a Charlie Hebdo avevano deciso di non arretrare di un passo. Ben sapendo – tra l’altro – che per una rivista fatta sostanzialmente da disegnatori la collisione con l’iconoclastia islamista è nelle cose.
Le vittime di questa carneficina avevano tutte, metaforicamente o nella realtà , la matita in mano.
E’ la matita, in questo vero e proprio Ground Zero della libertà  di stampa, il minimo eppure potentissimo grattacielo abbattuto.
Mettetevi una matita nel taschino, nei prossimi giorni, per sentirvi più vicini a Charlie, anche se non l’avete mai letto, anche se la satira vi piace così così, e la trovate eccessiva o sguaiata o provocatoria.
Salutiamo con un sorriso aperto – loro non vorrebbero di meglio – quella gente appassionata, intelligente e inerme, il direttore Charb (Stèphane Charbonnier), Cabu (Jean Cabus), Tignous (Berdard Verlhac), Georges Wolinsky, ingoiati dal buco nero dell’odio politico-religioso insieme al giornalista Bernard Maris, ad altri cinque compagni di lavoro e a due agenti di polizia.
Provate a immaginare, per prendere le misure della strage di rue Nicolas- Appert, se i vignettisti che ogni giorno vi fanno ragionare o ridere sui giornali italiani venissero falciati tutti o quasi da un pogrom di fanatici, lasciando vuoto, sulla pagina, quel quadrato così superfluo e così indispensabile.
Non dimentichiamoci mai, neanche per un secondo, come profuma di buono la libertà , e quanto siamo debitori, come europei, alla Francia e a Parigi.

Michele Serra
(da “La Repubblica”)

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ALL’ASSEMBLEA DEI DEPUTATI PD SCATTA IL PROCESSO A RENZI

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

“ADESSO CI VUOLE UN CANDIDATO CHE NON SIA FIGLIO DEL PATTO DEL NAZARENO”

La norma salva-Silvio sta spostando gli equilibri dentro il Pd e può far sentire i suoi effetti nella partita del Quirinale.
«Adesso ci vuole un candidato che non sia figlio del patto del Nazareno. Che incarni la lotta all’illegalità  e a favore della massima trasparenza», dicono i bersaniani.
Ed è questa l’aria che si respirava all’assemblea dei deputati Pd con Renzi, convocata per parlare di riforma costituzionale.
Romano Prodi è il solito nome che corre di bocca in bocca quando si parla di un papabile non berlusconiano, ossia costruito fuori dal recinto stretto del rapporto del premier con l’ex Cavaliere.
Ma ci sono anche Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Raffaele Cantone e qualche altra figura che per il momento rimane coperta.
È il clima che si respirava ieri pomeriggio nell’auletta dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
Perchè le varie minoranza non hanno avuto alcuna risposta sulla mossa renziana di rinviare al 20 febbraio la correzione del decreto fiscale.
«Quasi una provocazione di Matteo – sottolinea Pippo Civati – che fissa una data successiva al 15 quando Berlusconi finisce di scontare la pena dei servizi sociali ».
Il bersaniano Alfredo D’Attorre ha avvertito il premier: «Stai compromettendo il dialogo con le varie componenti del partito. E se allunghi un’ombra sulle riforme e sull’elezione del presidente della Repubblica senza fare chiarezza il rischio è di inciampare in entrambi i casi ».
Parole riprese e rilanciate da Gianni Cuperlo: «La situazione ci sta sfuggendo di mano. Dobbiamo fare al più presto un’assemblea meno surreale di questa. Che parli del lavoro, dei decreti del Jobs act, delle norme sul fisco, della legge elettorale e del Quirinale».
Che questo tipo di attacchi arrivino a 20 giorni dalla convocazione delle Camere in seduta congiunta non è un buon segno per Renzi.
Il premier ha affrontato a modo suo l’atmosfera difficile di ieri.
Ha rivendicato la sua «manina » nel testo della norma per la depenalizzazione delle frodi fiscali.
Una manina che non ha trovato un muro nel consiglio dei ministri perchè, come ricorda Graziano Delrio, «l’articolo 19 era nella cartellina consegnata ai ministri, si è discusso a lungo di soglie di non punibilità  penale, sono intervenuti in tanti e nessuno ha portato critiche sul merito o politiche».
Dice Civati: «Sicuramente è andata così. E peggiora la situazione. Significa che l’intero esecutivo è succube di Berlusconi».
Forse l’assemblea e i suoi tempi non erano giusti per dirlo. Ma Civati e altri come lui si aspettano nei prossimi giorni che qualche big della minoranza rilasci un’intervista che fa saltare il banco mettendo nero su bianco che un candidato uscito dall’asse Renzi-Berlusconi non può passare, che bisogna fare scelte diverse.
Poi si vedrà  come si spostano davvero gli equilibri nel Pd, come reagiranno anche i più leali degli oppositori.
«Se Prodi o un profilo simile crescesse nelle prime votazioni, il Pd si troverebbe di fronte a un bel dilemma», pronostica Civati.
“Non c’entriamo con Berlusconi, con l’evasione fiscale, con i suoi guai giudiziari. Basta che lo dica qualcuno che ancora conta nella base e la partita del Quirinale si può aprire. «Il Pd – spiega D’Attorre – ha fra le sue ragioni costitutive il lavoro e la lotta ai grandi evasori. Se mancano questi pilastri si smarrisce l’identità . E non è una buona premessa per affrontare questo mese tanto difficile»
Bersani ha già  fatto sentire la sua voce sul decreto fiscale ma non ha parlato all’assemblea.
Ha taciuto anche Francesco Boccia quando ha visto che Renzi doveva correre via per altri impegni. Però c’è un’area del dissenso che può crescere dopo il pasticcio della norma salva-Silvio. Uno scivolone e non a caso dalle fonti vicine a Giorgio Napolitano si precisa che il capo dello Stato «non ne sapeva niente».
Che le mille componenti antirenziane possano costruire una candidatura alternativa e un dissenso organizzato è tutto da verificare.
Su queste divisioni interne contano molto gli incaricati del premier sui numeri, Luca Lotti e Lorenzo Guerini.
E sul sostegno di Forza Italia perchè a molti appare chiaro che Renzi si fida più del rapporto con Berlusconi che del dialogo con la minoranza. «E chi pensava che Matteo avrebbe lanciato un messaggio distensivo sul Quirinale all’indomani del pasticcio fiscale, è rimasto deluso. Ma lui è così. Non gioca in difesa, va sempre all’attacco», dice Civati.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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VOGLIAMO VEDERE IL MORTO FAMOSO

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

LA MORTE DIVENTA EVENTO MEDIATICO: E VIENE MENO OGNI FORMA DI RISPETTO

Bisognerebbe chiedere a quegli italiani che hanno protestato davanti alla camera ardente allestita per l’ultimo saluto a Pino Daniele quale articolo della Costituzione credono desse loro diritto di entrarci, nonostante la volontà  contraria dei parenti del musicista.
Siccome non ve n’è alcuno, deve esistere una legge non scritta, una specie di patto siglato dalla gente all’insaputa di ogni personaggio famoso, in base al quale quest’ultimo, oggetto in vita di ammirazione e affetto, rinuncia per sempre alla dimensione privata della sua esistenza, e in caso di morte i suoi familiari perdono ogni potestà  circa il destino delle sue spoglie.
“Vergogna” e “buffoni”, hanno gridato i presenti ai familiari, come si urla ai politici che rubano, contro cui oggi in fondo non protesta più nessuno.
Si sa quanto gli interpreti delle emozioni profonde della gente, i cantori dell’amore e del riscatto popolare, diventino patrimonio collettivo e finiscano per appartenere più al pubblico che a se stessi e ai propri cari.
Ma al di là  di ogni ovvia considerazione sul culto laico del divismo, c’è qualcosa di inedito in questo rito spontaneo del diritto alle esequie, del flash mob “polemico” e del doppio funerale del cantante, voluto per “accontentare” sia Roma che Napoli.
Davanti all’ospedale la gente urlava la sua determinata speranza, poi divenuta pretesa, di vedere il corpo di Daniele, di fare esperienza della sua morte, come se fosse la sua ultima performance e loro avessero pagato il biglietto.
Rimasti fuori perchè la famiglia si è accorta che qualcuno scattava selfie, che sono foto con la salma sullo sfondo, i fan rivendicavano il diritto di piangerlo davanti a tutti, come se la pubblicità  del dolore fosse un risarcimento, una contropartita dell’averlo seguito in concerto per anni, di averne comprato i dischi.
“Non è il modo di comportarsi” ha detto un signore a Repubblica “Pino è un personaggio pubblico, questo è il prezzo che bisogna pagare per la fama”.
Per un attimo il teatro dell’addio diventa un abbozzo di lotta di classe da Bagaglino quando compare D’Alema, contestato (anche qui!) perchè “casta”, dotato del privilegio di vedere la morte da vicino.
Ma quella pretesa è certo il frutto di un equivoco. Non è chiaro quando abbiamo iniziato ad applaudire al passaggio delle bare, invece di fare silenzio.
Non fu l’applauso la forma esteriore dello sconcerto, quando nel 1984 quasi due milioni di persone si riversarono nelle strade intorno a piazza San Giovanni per i funerali di Enrico Berlinguer, ma lacrime, singhiozzi, malori.
Da allora per anni Tv e giornali hanno rimbalzato immagini di funerali diventanti eventi mediatici, ormai “comunicati” via social network in modo istantaneo, per una rapida commozione in pausa pranzo.
Abbiamo visto “folle commosse” e “file chilometriche” davanti ai feretri di Alberto Sordi, di Mario Merola (con fuochi d’artificio e isterie), di Papa Wojtyla, ma anche di personaggi che in vita non riscuotevano certo il successo delle rockstar o dei pastori di anime, come Gianni Agnelli. Del corpo ormai inerte del vip finalmente vicino, rubiamo l’ultima immagine.
La curiosità  vince su ogni altra considerazione e pudore, e tale impulso è il frutto di uno spostamento della passione e della rivendicazione popolare dal campo dei diritti fondamentali a quello del diritto al puro esserci in uno show incessante a cui pensiamo di avere diritto di partecipare in quanto spettatori paganti.
Alla fine della liturgia, si alza sempre una ressa di telefonini, mimesi di un “attenti” in borghese, dito pronto a scattare nel momento più denso di pathos.
Dando per assunto che i postulanti della camera ardente siano persone mediamente normali e psichicamente stabili, c’è da chiedersi se siano le stesse che entrano nelle statistiche più negative degli ultimi cinquant’anni in fatto di lavoro, tutele, assistenza sanitaria, libertà  di stampa e di espressione, pari opportunità , pensioni.
Siccome sicuramente lo sono, fa riflettere che non vadano ogni giorno a protestare davanti ai relativi ministeri con la stessa determinazione, avendo in faccia la stessa rabbia e la stessa sicura certezza di rivendicare qualcosa che gli spetta.

Daniela Ranieri
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ASSERRAGLIATI A 70 KM DA PARIGI: I DUE ATTENTATORI BARRICATI IN UNA CASA A CREPY-EN-VALOIS

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

NELL’AUTO ABBANDONATA MOLOTOV E BANDIERE DELLA JIHAD… A PARIGI ACCESSI BLOCCATI, ELISEO BLINDATO

I due ricercati per l’attacco a Charlie Hebdo “sarebbero barricati in un’abitazione della città ” di Crepy-en-Valois, 70 chilometri a nordest di Parigi.
Lo riferisce il sito di France 3 Picardia.
La prefettura del dipartimento dell’Oise, in cui si trova Crepy-le-Valois, contattata sempre da France 3, “conferma che in città  è in corso un’operazione”, senza dare ulteriori dettagli.
Da alcuni minuti un importante dispositivo di sicurezza si sta dispiegando nell’area. Secondo l’emittente france 3 Picardia ne farebbero parte anche due elicotteri puma. Forze speciali sono state dispiegate anche a Villers-Cotteràªts dove erano già  stata avvistati questa mattina.
I due hanno abbandonato la vettura a bordo della quale viaggiavano, secondo quanto riferito da un testimone.
Tutti i bambini della località  sono chiusi nelle scuole. Lo riferisce Le Figaro.
Si tratta dei fratelli franco-algerini Chèrif e Said Kouachi, di 32 e 34 anni, sospettati di essere “armati e pericolosi”.
L’altro sospettato, il 18enne Hamyd Mourad si è consegnato alla polizia a Charleville-Mèzières, nel nord-est della Francia. La sua posizione sembra più leggera rispetto a quella degli altri due.
La sorveglianza, riferisce Bfm Tv, è particolarmente intensa ai due punti di accesso a Parigi da nordest, la Porte de la Villette e la Porte de Pantin.
I ricercati, riferiscono i media francesi, sono stati segnalati dal gestore di una pompa di benzina sulla strada nazionale RN2, all’altezza di Villers-Cotteret (Picardia), in viaggio in direzione Parigi, a bordo di una Clio grigia ammaccata sul davanti, con la targa nascosta.
Nell’auto c’erano diverse armi pesanti, kalashnikov e lanciarazzi.
Mourad si è arreso dopo avere visto “circolare il suo nome sui social network”, ha riferito una fonte.
Dei tre ricercati, secondo quanto si è appreso, sarebbe il meno implicato nella pianificazione ed esecuzione dell’attacco.
“È stato arrestato ed è guardato a vista”, ha confermato una fonte.
Nelle ultime ore, la sua posizione si sarebbe alleggerita, nonostante il giovane resti ancora in stato di fermo: secondo quanto fatto filtrare dagli inquirenti, Mourad – che è il cognato di Chèrif Kouachi – avrebbe infatti un alibi piuttosto solido, al momento oggetto di indagine.

(da “Huffingtonpost“)

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TUTTE LE BALLE DEL GOVERNO SULLA NORMA SALVA-EVASORI

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

IL TESTO NON È PUBBLICATO SUL SITO DELL’ESECUTIVO… DELRIO E IL PREMIER DICONO CHE C’È STATA DISCUSSIONE, MA IL DECRETO È PIOVUTO DALL’ALTO GIà€ PRONTO

A quasi due settimane dal Consiglio dei ministri del 24 dicembre, il governo continua ad aggrovigliarsi in versioni contrastanti: come è possibile che una norma uscita dalla commissione di esperti del Tesoro come stangata anti-evasione sia diventata il più colossale regalo ai professionisti della frode fiscale?
Nessuna sanzione penale a chi imbroglia di proposito il fisco per somme fino al 3 per cento del fatturato, con il politicamente rilevante effetto collaterale di neutralizzare (o almeno indebolire) gli effetti della legge Severino che rendono incandidabile Silvio Berlusconi, condannato in Cassazione proprio per frode fiscale.
Il testo nascosto (per vergogna?)    
La prima bugia è già  sul sito go  verno.it  : nel comunicato del Consiglio dei ministri del 24 dicembre si legge che “il Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Economia e Finanze, Pietro Carlo Padoan (sic, con refuso), ha approvato in via preliminare il decreto legislativo sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente” e che “il testo è pubblicato sul sito del governo”.
Due falsità  in poche righe: il premier ha ribadito anche ieri che il decreto nella sua versione finale è opera di Palazzo Chigi, non del ministero del Tesoro.
E il testo è scomparso dal sito del governo, dove è rimasto finchè il Fatto Quotidiano non ha denunciato la norma.
Ora è introvabile. Come se bastasse cancellare un decreto dal sito per farlo decadere.
Dovrà  esserci un altro Consiglio per ritirarlo e poi emanarne una nuova versione.
Rivendicare la manina presidenziale    
“La manina è la mia”, ha detto ieri Matteo Renzi ai parlamentari Pd, per chiudere le polemiche. In realtà  dovrebbe aprirle, perchè la procedura usata dal premier è così irrituale da meritare da sola una spiegazione.
La commissione di esperti del Tesoro guidata da Franco Gallo, ex presidente della Consulta, produce un testo di cui poi Renzi si appropria.
Lo riconsegna ai ministri stravolto seguendo la corsia preferenziale dei documenti “fuori circuito”.
Che non passano cioè dal pre-consiglio dei ministri riservato agli sherpa ministeriali. Non è neppure certo che la salva-Berlusconi sia stata elaborata dal Dagl, il dipartimento degli affari legali guidato dalla super-renziana Antonella Manzione.
E allora chi ha materialmente scritto il testo? Renzi è forte di una laurea in giurisprudenza presa una ventina di anni fa, non risulta abbia competenze o velleità  di tecnico della legislazione.
Chi ha partorito una modifica che, con una spericolata capriola giuridica, poteva salvare Berlusconi da una condanna definitiva?
Visto che il percorso della norma non è tracciabile, resterà  il sospetto che si sia verificato quanto accade spesso nelle notti frenetiche delle commissioni parlamentari: che i beneficiari della norma se la scrivono da soli passandola poi a deputati amici compiacenti.
Gli equilibrismi di Delrio, smentito anche dal capo    
Cercando di fare da scudo al governo, Renzi ha sbugiardato la versione che da giorni stava raccontando il suo sottosegretario Graziano Delrio, che gestisce le riunioni del Consiglio dei ministri. “I testi che escono dal Cdm sono collegiali: entrano in una maniera, ne escono trasformati, altrimenti non ci sarebbe bisogno di fare i consigli dei ministri. Talmente ovvio che è perfino difficile da spiegare, non c’è nessuna manina come ha detto in maniera chiara il ministro Padoan”, ripeteva ancora ieri mattina l’ex sindaco di Reggio Emilia. Una versione che serve a tenere compatto il governo, ma palesemente falsa.
Il testo del decreto è entrato in Consiglio dei ministri con già  la misura salva-evasori e lì, nella riunione, non è stato discusso, come confermano diversi ministri che però non vogliono esporsi pubblicamente.
Il decreto ha saltato tutti i passaggi in cui avvengono le “decisioni collegiali” ed è atterrato sui tavoli dei ministri come opera diretta del capo del governo.
Comprensibile, quindi, che nessuno abbia avuto una gran voglia di contestarlo.
Il legame col Quirinale e il patto del Nazareno    
“Noi cambiamo il fisco per gli italiani, non per Berlusconi. Senza fare sconti a nessuno, nemmeno a Berlusconi, che sconterà  la sua pena fino all’ultimo giorno”, ha detto due giorni fa Renzi.
Ma il decreto non incideva sulla “pena” di Berlusconi (i servizi sociali che scadono il 15 febbraio), bensì sulle conseguenze non penali previste dalla legge Severino (l’incandidabilità ).
E il legame con Berlusconi e la partita del Colle lo conferma lo stesso premier: “Per evitare polemiche — sia per il Quirinale, che per le riforme — ho pensato più opportuno togliere di mezzo ogni discussione e inserire anche questo decreto nel pacchetto riforme fiscali del 20 febbraio”. Una scelta tutta politica: se il punto era modificare il decreto, bastava mandarlo alle commissioni competenti in Parlamento, recepire le loro valutazioni non vincolanti e adeguarlo.
Invece Renzi lascia intravedere a Berlusconi la salvezza politica e poi gli promette che del tema si discuterà  dopo l’elezione del capo dello Stato.
Durante la quale Forza Italia è decisiva per il progetto renziano di eleggere un presidente al primo scrutinio con la maggioranza dei due terzi.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RENZI, NUOVO CINEMA PARACULO

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

LA DEPENALIZZAZIONE DELLA FRODE FISCALE PERMETTEREBBE A BERLUSCONI DI ANNULLARE LA SEVERINO E TORNARE CANDIDABILE

Garantire, come fa Renzi col consueto tono perentorio, che B.“sconterà  la sua pena fino all’ultimo giorno”, equivale ad assicurare che le api continueranno a fare il miele, che le auto avranno ancora quattro ruote e le biciclette due, che la pioggia seguiterà  a bagnare.
Ovvietà  da repartino psichiatrico: nessuno ha mai scritto che la soglia di impunità  per le evasioni e le frodi sotto il 3% dell’imponibile dichiarato, infilata dalla sua manina nel decreto fiscale natalizio, avrebbe abbreviato la pena che B. sta scontando ai servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone.
Che non è mai dipesa da lui, dal suo governo e dal suo decreto, per una ragione molto semplice.
La depenalizzazione della frode per cui B. è stato condannato in via definitiva gli darebbe il destro di avanzare un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello di Milano, che sì revocherebbe la sua condanna, ma non prima di diversi mesi.
Comunque ben dopo la conclusione dei servizi sociali, prevista tra la fine di febbraio e la metà  di marzo.
L’incidenza del decreto del 24 dicembre sul destino giudiziario del Caimano riguarda la pena accessoria del risarcimento di 10 milioni all’Agenzia delle Entrate e dell’interdizione biennale dai pubblici uffici, ma soprattutto l’effetto amministrativo indotto dalla legge Severino: cioè, evaporata la condanna, B. tornerebbe senatore e candidabile alle prossime elezioni.
Il fatto che Renzi non dica una parola sulle vere conseguenze del suo decreto, limitandosi a smentire quella che nessuno ha mai ipotizzato perchè mai potrebbe verificarsi, denota o una totale confusione mentale, o un’assoluta malafede, o una spudorata paraculaggine.
E questo vale per tutto ciò che continua a blaterare il premier, eccezion fatta per la rivendicazione della paternità  della porcata.
Testuale: “Non facciamo norme nè ad personam nè contra personam: cambiamo il fisco per gl’italiani, non per Berlusconi”.
Ma le leggi ad personam sulla giustizia sono sempre state ad personas: mica recavano nel testo il nome del destinatario.
Per salvare B. si è depenalizzato il falso in bilancio per tutti, s’è dimezzata la prescrizione per tutti, si sono indultati decine di migliaia di delinquenti, si sono immunizzate tutte le alte cariche dello Stato.
Esattamente come il decreto Renzi, che salva B. ma anche tutti i frodatori medio-grandi sotto il 3%, non certo “gli italiani” (almeno gli onesti, che non hanno nulla da guadagnare, ma tutto da perdere dalla porcata).
Ancora: “Non mi faccio fare la morale da chi, in nome dell’antiberlusconismo , ha fatto governare Berlusconi per anni”.
Ma B. non ha governato per anni a causa dell’antiberlusconismo: semmai del berlusconismo di milioni di elettori e della gran parte di stampa e tv, ma anche del filoberlusconismo di chi l’ha legittimato, gli ha fatto una finta opposizione quando governava e gliele ha date tutte vinte quando perdeva le elezioni, promuovendolo financo a padre ricostituente nei vari inciuci, dalla Bicamerale di D’Alema & C. al “tavolo delle riforme” di Veltroni al Patto del Nazareno di Renzi.
E sentite quest’altra: “Questa ossessione di Berlusconi sia da parte di chi lo ama sia di chi lo odia non mi riguarda. A forza di pensare a lui, per anni si sono dimenticati degli italiani”.
Ma il centrosinistra non si è scordato degli italiani perchè si sia distratto pensando a B.: è che fare le riforme con B. significa fare gli interessi di B. e di quelli come lui, che sono l’opposto di quelli degli italiani perbene.
Si chiama — se Renzi non si offende — conflitto d’interessi.
Mettere poi sullo stesso piano la presunta “ossessione di chi lo ama e di chi lo odia” significa confondere chi aveva ragione e chi aveva torto: chi ha difeso la Costituzione, la legalità , l’equità  sociale, la trasparenza, la libertà  di informazione e il buongoverno e chi per vent’anni ha demolito la Costituzione e la legalità , premiando i ricchi e i ladri a scapito dei poveri e degli onesti, a colpi di condoni, censure, corruzioni e malgoverno.
E chi è stato, di grazia, a dichiarare che “in qualsiasi paese, quando un leader politico condannato con sentenza definitiva, la partita è finita: game over” (11.9.2013), salvo poi riabilitare e sdoganare B. con un patto occulto (“profonda sintonia”), a riscrivere con lui non solo la legge elettorale, ma persino la Costituzione e le riforme della giustizia e del fisco, a copiarlo in peggio sull’art.18, a riceverlo sette volte a Palazzo Chigi e ora a farne il partner privilegiato per scegliere insieme il nuovo capo dello Stato?
L’ossessione, caro Renzi, è tutta sua.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LO SCANDALO: LO STATO PAGA 230.000 EURO PER I DEBITI DI PAPÀ RENZI

Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile

FIDI TOSCANA SALDA PARTE DEL MUTUO DELLA CHIL POST E VIENE RIMBORSATA DAL TESORO… DONZELLI (FDI): “UN USO INDECENTE DEI SOLDI PUBBLICI A FINI FAMILIARI DA PARTE DEL PREMIER”

A saldare i debiti del padre ci pensa il governo del figlio.
Debiti, tra l’altro, concessi da una banca guidata da un fedelissimo del figlio, già  in società  con il fratello del cognato, a sua volta socio in un’altra azienda di famiglia riconducibile alla madre.
Cose che capitano in casa Renzi.
La vicenda è complessa e gli intrecci sono molti, come gli attori coinvolti.
Tutto ruota attorno alla Chil post, la società  di Tiziano Renzi, dichiarata fallita nel marzo 2013 e sulla quale la Procura di Genova ha aperto un fascicolo iscrivendo nel registro degli indagati il padre del premier con l’accusa di bancarotta fraudolenta.
Secondo i magistrati liguri, Tiziano avrebbe ceduto la parte sana dell’azienda alla Eventi 6 intestata alla moglie, Laura Bovoli, società  che all’epoca dei fatti aveva tra i propri soci anche Alessandro Conticini, fratello di Andrea, marito di Matilde Renzi, sorella del premier e a sua volta socia nella Eventi 6.
Alla Chil Post rimangono così solo i debiti tra cui un mutuo di 496.717,65 euro stipulato nel luglio 2009 con il Credito Cooperativo di Pontassieve.
Una cifra sostanziosa, concessa con un mutuo chirografario: senza accensione di ipoteche, quindi, ma solo basato sulle garanzie.
La banca è guidata da Matteo Spanò, grande amico e sostenitore del premier.
Nel 2005, Spanò era stato nominato direttore generale della Florence Multimedia, società  della Provincia di Firenze creata dal neoeletto Renzi per la comunicazione e poi finita nel mirino della Corte dei conti che ha inizialmente ipotizzato un danno erariale di 10 milioni di euro. Non solo.
Spanò era anche socio di Conticini nella Dot Media, società  che ha ricevuto appalti diretti dal Comune, negli anni in cui Renzi è stato sindaco, e da altre controllate come la Firenze Parcheggi guidata dal fidatissimo Marco Carrai.
Dot Media oggi cura fra l’altro la campagna elettorale dell’eurodeputata Alessandra Moretti candidata alla presidenza della Regione Veneto.
Diventato presidente della banca, Spanò elargisce il prestito alla Chil post di Tiziano Renzi che per ottenerlo riceve la copertura a garanzia del fondo per le piccole e medie imprese da Fidi Toscana spa della Regione guidata da Enrico Rossi e partecipata anche da Provincia e Comune di Firenze oltre alla Cassa di Risparmio nel cui board siede Carrai.
Fidi Toscana delibera la copertura dell’80% e il 13 agosto 2009 la banca versa i soldi alla Chil.
I ratei vengono regolarmente pagati per due anni. Poi la società , nel frattempo svuotata della parte sana e poi ceduta ad altri titolari (ora indagati assieme a Tiziano Renzi), non rispetta più i versamenti e dichiara il fallimento.
Così nell’estate 2013, la banca, ammessa al passivo dal Tribunale fallimentare di Genova, si rivolge a Fidi ottenendo il versamento di 263.114,70 euro, l’80% dell’esposizione complessiva.
E la vicenda potrebbe chiudersi qui.
Invece, il 18 giugno 2014, il ministero dell’Economia delibera di rifondare Fidi di 236.803,23 euro e liquida la somma il 30 ottobre successivo attraverso il Fondo centrale di garanzia.
E così il debito contratto dal padre di Renzi è stato coperto dallo Stato.
“La perdita sofferta sull’operazione per noi è stata di 26 mila euro”, afferma Gabriella Gori, alla guida di Fidi da appena una settimana.
Si è insediata il 29 dicembre a seguito delle dimissioni di Leonardo Zamparella costretto dal Cda a lasciare l’incarico perchè condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per concorso in bancarotta come vicedirettore vicario del settore leasing e factoring di Monte dei Paschi.
Il cambio al timone è stato determinante per avere accesso alle informazioni sulla Chil a seguito delle richieste formulate in merito dal consigliere regionale Giovanni Donzelli, oggi candidato presidente della Toscana per Fratelli d’Italia.
Le risposte sono arrivate il 30 dicembre: Gori ha redatto un documento in cui riassume l’intera vicenda, con la specifica dei versamenti da parte del Tesoro.
Per carità : tutto secondo protocollo, nulla di illecito.
Ieri, Donzelli assieme ad altri due consiglieri di minoranza, Paolo Marcheschi e Marina Staccioli, ha presentato un’interrogazione al governatore Rossi per chiedere spiegazioni.
“Ci appare a dir poco indecente che i debiti creati dall’azienda di famiglia del premier siano stati pagati con soldi pubblici concessi in un momento in cui la crisi porta un imprenditore al suicidio ogni cinque giorni e in un Paese in cui l’accesso al credito è una delle maggiori difficoltà , insieme alla pressione fiscale, che riscontrano le aziende”, dice Donzelli.
Da Rossi, prosegue, “vorremmo sapere perchè la gestione dei fondi è stata affidata a Fidi senza alcuna gara, se e come ha valutato la domanda presentata da Chil, se la garanzia non deve essere revocata in caso di modifiche aziendali che trasformano radicalmente la società  come è avvenuto alla Chil e, infine, se reputa corretto ed etico il comportamento della famiglia Renzi”.
Secondo Donzelli “non dovrebbe essere prerogativa della Regione pagare, tramite fidi, i debiti dell’azienda di famiglia del presidente del Consiglio e del segretario del partito di maggioranza. E men che meno prerogativa dello Stato”.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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