Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
GRANDE CALMA NEI MOVIMENTI, MA SBAGLIANO INDIRIZZO E SI MUOVONO COME RECLUTE
Gli assalitori commettono nei primi minuti quello che sembra l’unico errore di un piano accurato.
Sbagliano indirizzo, un paio di numeri civici: irrompono al 6 di rue Nicolas Appert, urlano «è questo Charlie Hebdo?», sono gli archivi del settimanale satirico, non è il loro bersaglio.
Con i kalashnikov già imbracciati, i volti coperti dai passamontagna, corrono verso il 10 della stessa via ed entrano nella sede del giornale, salgono al secondo piano dove si sta tenendo la riunione di redazione.
Il primo sbaglio non li ha confusi, hanno raggiunto l’obiettivo della carneficina.
Sono rimasti calmi.
È quella calma a colpire gli esperti, che parlano di addestramento militare dopo aver analizzato alcuni video dell’attacco ripresi dai testimoni con i telefoni cellulari. «Dimostrano sangue freddo in tutte le fasi», commenta una ex guardia del corpo all’agenzia France Presse.
Nervi solidi e attenzione ai dettagli: uno degli attentatori corre per recuperare una scarpa da tennis caduta dall’auto usata nell’operazione, non vuole lasciare tracce. Nervi solidi e ferocia: un poliziotto viene finito con un colpo alla testa mentre è già ferito a terra, il terrorista spara in corsa senza neppure fermarsi.
«Non sprecano proiettili – fa notare la stessa fonte all’agenzia Afp – è chiaro che sanno maneggiare i fucili mitragliatori».
Il kalashnikov è l’arma più diffusa in Medio Oriente, gli estremisti lo considerano così facile da usare «che anche un bambino potrebbe premere il grilletto».
I due attentatori lo tengono vicino al corpo, non sventagliano a casaccio, i fori nella vetrata sono precisi, uno vicino all’altro.
«Sono in totale controllo delle loro emozioni e delle loro armi», spiega alla televisione francese Renè-Georges Querry, già capo di una squadra anti-terrorismo della polizia. Bill Roggio, che pubblica il Long War Journal, per il centro di ricerca Foundation for the Defense of Democracies arriva a ipotizzare che siano ex militari.
Thomas Gibbons-Neff, veterano dei Marine americani, è più scettico.
Evidenzia sul Washington Post che i caricatori portati avvolti sul petto sono del tipo in dotazione agli eserciti e riesce a riconoscere dal rumore degli spari due differenti versioni di fucile mitragliatore: l’Ak74 e l’Ak47.
L’esperienza gli permette di notare però un’imprecisione nei movimenti del commando: mentre risalgono la strada e si preparano alla fuga, gli uomini incrociano i loro passi, «un gesto che viene sconsigliato alle reclute perchè riduce l’area tenuta sotto tiro»
Anche se gli investigatori e gli esperti concordano sulla preparazione professionale, non sono ancora in grado di ricostruire in quale dei campi d’addestramento sparsi tra la Siria, l’Iraq e il Nordafrica (qualcuno non esclude la Francia stessa) gli attentatori se la sarebbero procurata
Gli uomini localizzati nei dintorni di Reims dalla polizia sono tre (come aveva sostenuto qualche testimone) e sono nati a Parigi, due di loro sono fratelli.
Sarebbero andati a combattere in Siria, eppure gridano: «Dite ai giornali che apparteniamo ad Al Qaeda nello Yemen».
Un altro elemento che non combacia emergerebbe da uno dei video.
Un attentatore avverte l’altro: «Allontanati, è finito» (si riferisce al poliziotto) e l’ordine sarebbe scandito con un’intonazione strana.
Sul loro accento francese non c’è concordanza: alcuni testimoni dicono di non aver sentito inflessioni, altri sostengono che non parlassero bene la lingua.
I giovani di origine francese andati a combattere in Siria con le milizie dello Stato Islamico sono almeno 700, il gruppo più numeroso tra gli europei, calcola uno studio del King’s College di Londra.
L’arruolamento di nordafricani e occidentali è considerato il più massiccio dai tempi della guerra in Afghanistan contro i sovietici: gli «stranieri» che hanno scelto di unirsi agli uomini in nero del Califfo sarebbero almeno dodicimila in tre anni, sulle montagne attorno a Kabul arrivarono in totale a ventimila.
I servizi segreti in Europa hanno lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal ritorno a casa di questi combattenti.
Difficili da controllare, spesso pianificano gli attacchi nel chiuso di una stanza, mettono insieme piccoli gruppi come quello di Parigi.
Non devono aspettare il via libera dai capi all’estero, non c’è bisogno che arrivi un ordine dall’alto.
È già stato dato: l’Occidente è un bersaglio.
Davide Frattini
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 8th, 2015 Riccardo Fucile
I DUE FRATELLI ERANO BEN NOTI ALLE FORZE DELL’ORDINE ED ERANO TORNATI DALLA SIRIA LA SCORSA ESTATE
Hamyd Mourad, 18 anni, il più giovane dei tre ricercati per l’attacco terroristico al settimanale
satirico Charlie Hebdo che ha fatto 12 vittime si è consegnato alla polizia a Charleville-Mèzières, nel nord-est della Francia.
Sono ancora in fuga, invece, gli altri due ricercati dalle forze dell’ordine, ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato.
La polizia ha pubblicato nella notte le foto e le loro generalità ed ha lanciato un appello ai testimoni: si tratta dei fratelli franco-algerini Chèrif e Said Kouachi, di 32 e 34 anni, sospettati di essere “armati e pericolosi”.
Intanto, a Porte de Chatillon a Parigi, c’è stata una sparatoria. Da quanto si apprende ci sono due poliziotti municipali a terra. Secondo i media francesi non ci sarebbero collegamenti con la strage alla redazione di Charlie Hebdo.
Mourad si è arreso dopo avere visto “circolare il suo nome sui social network”, ha riferito una fonte.
Dei tre ricercati, secondo quanto si è appreso, sarebbe il meno implicato nella pianificazione ed esecuzione dell’attacco. “È stato arrestato ed è guardato a vista”, ha confermato una fonte.
Nelle ultime ore, la sua posizione si sarebbe alleggerita, nonostante il giovane resti ancora in stato di fermo: secondo quanto fatto filtrare dagli inquirenti, Mourad – che è il cognato di Chèrif Kouachi – avrebbe infatti un alibi piuttosto solido, al momento oggetto di indagine.
Intanto, prosegue la caccia all’uomo nel paese.
Secondo la stampa francese sarebbero state eseguite numerose perquisizioni a Reims, Strasburgo e Gennevilliers e sarebbe stato fermato anche un familiare degli attentatori a Charleville.
Ma finora non sono stati resi noti dettagli.
I fratelli Kouachi sono ben noti all’antiterrorismo ed erano tornati dalla Siria nell’estate scorsa.
Uno di loro, Chèrif, è stato membro di una cellula di Buttes-Chaumont, che reclutava giovani combattenti per l’Iraq.
Nel 2008 era stato condannato a tre anni di prigione.
Gli investigatori sono finiti sulle loro tracce dopo avere ritrovato la carta di identità di Said sulla Citroen C3 abbandonata durante la fuga nel nord-est di Parigi, vicino Porte de Pantin.
Secondo Europe 1, gli inquirenti hanno ritrovato inoltre sull’auto un caricatore di kalashnikov e due borse sportive.
A completare il ritratto dei due fuggitivi sono state le immagini di una telecamera a Pantin e la descrizione dell’automobilista a cui i fuggitivi hanno sottratto la macchina per la loro fuga.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
DA BAZOLI A DEL VECCHIO, PASSANDO PER DE BENEDETTI, REGNANO INCONTRASTATI GLI OVER 80
Nella perfetta consonanza tra meccanismi politici e dinamiche del potere economico, la corsa alla successione di Giorgio Napolitano illumina la buona salute della gerontocrazia nazionale.
E non per l’ovvia previsione che il prossimo presidente della Repubblica non sarà un ragazzino. Infatti la soglia dei 50 anni, fissata nel 1948 dalla Costituzione secondo gli standard demografici dell’epoca, riserva la carica a uomini anziani e infatti da allora l’età media dei presidenti è salita con quella della popolazione.
Con l’unica parentesi di Francesco Cossiga, eletto a 57 anni, Sandro Pertini ha inaugurato nel 1978 la serie degli uomini presidenti che hanno abitato al Quirinale da ottantenni.
Al contrario il dato singolare dell’Italia 2015 è che i candidati più giovani di cui si parla (per esempio Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini, non ancora sessantenni) appartengono alla schiera dei politici in sostanziale disarmo.
Invece circolano nomi di ultrasettantenni ancora sulla breccia.
È il caso di Romano Prodi, economista attivissimo che solo per necessità tattica recita il distacco del nonno pensionato.
È il caso di Giuliano Amato, giudice costituzionale in carica.
È soprattutto il caso di Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti, che entra e esce da Palazzo Chigi ostentando un ruolo da ascoltato consigliere del rottamatore Matteo Renzi.
È come se nella classe dirigente fosse in corso una rottamazione selettiva, chirurgica.
Il quasi quarantenne Renzi e gli ottantenni o quasi (tra loro ovviamente Silvio Berlusconi) hanno stretto in una tenaglia la generazione di mezzo, quella dei cinquanta-sessantenni.
E questo non riguarda solo i ranghi della politica, investiti dalla purga renziana che ha marginalizzato i D’Alema, Bersani, Bindi, Rutelli e via rottamando.
Anche nel mondo dell’economia la generazione di mezzo soffre.
Il sessantenne Corrado Passera tre anni fa era alla guida di Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana.
L’ha lasciata per la politica che però non l’ha accolto secondo le sue aspettative. Adesso al suo posto in banca c’è il cinquantenne Carlo Messina, dopo che Giovanni Bazoli, 82 anni e presidente da sempre, dopo aver salutato senza rimpianti Passera, ha rottamato a stretto giro il sessantenne Enrico Cucchiani.
Bazoli è la prova vivente dell’intatto potere gerontocratico.
All’ultima assemblea degli azionisti di Intesa Sanpaolo ha così rassicurato un socio che esprimeva qualche dubbio sulla sua età avanzata: “Non esiterei a passare la mano al primo segno di difficoltà che dovessi avvertire espletando il mio mandato”.
Giudice inappellabile della freschezza di se stesso.
Anche nella grande impresa familiare il salto generazionale si fa attendere. Rodolfo De Benedetti, figlio cinquantenne di Carlo, che sembrava avviato a rilevare brillantemente il testimone dal padre, è inciampato sul disastro della Sorgenia ed è rimasto azzoppato.
Nel gruppo Cir il riferimento per i manager è rimasto ancora una volta lui, l’Ingegnere, che ha appena compiuto 80 anni.
La Fiat ha messo alla porta senza tanti complimenti il presidente della Ferrari Luca di Montezemolo, un sessantenne che sembrava aver maturato ingenti crediti presso la famiglia Agnelli.
Leonardo Del Vecchio, 79 anni, ha rottamato senza esitazione il cinquantenne Andrea Guerra, a cui venivano attribuiti meriti impagabili nello slancio globale della Luxottica.
E i mercati finanziari hanno dato ragione al vecchio fondatore: mentre Renzi ha subito arpionato “il giovane” Guerra come consigliere principe per le questioni economiche, la Borsa ha mandato in orbita la Luxottica del gerontocrate Del Vecchio, portandola proprio in questi giorni al massimo storico.
Lo stravagante padrone della Esselunga Bernardo Caprotti, 89 anni portati con baldanza, ha rinunciato ai propositi di ritiro e si è dedicato alla rottamazione del figlio Giuseppe e della figlia Violetta, dando vita a una spettacolare saga familiare, con tanto di reciproche querele per diffamazione e denunce per stalking, indubbie prove di vitalità anche se non delle più eleganti.
Nel frattempo l’ottantaduenne Giuseppe De Rita, con operazione uguale e contraria, ha manifestato intatto vigore riuscendo a imporre suo figlio Giorgio alla direzione generale del Censis che pure non è, contrariamente alle apparenze, proprietà di famiglia.
Nel suo recente libro “Gerontocrazia” (Garzanti), Sandro Catani ha fotografato lo stato della nazione, notando che nella politica, Berlusconi a parte, i maggiori partiti sono in mano a gente sui 40 anni, come Renzi (Pd), Salvini (Lega Nord) o Alfano (Ncd), mentre anche il M5S, Beppe Grillo a parte, è affidato a un gruppo di giovani.
Studiando invece le biografie dei 400 uomini che hanno in mano l’economia italiana sedendo al vertice delle principali aziende, Catani rileva un’età media di 66 anni, mentre gli amministratori delegati hanno mediamente 59 anni.
In Gran Bretagna, per fare un confronto, l’età media dei numeri uno è di 52 anni. L’esempio lo dà l’Università Bocconi, dove si fabbrica la classe dirigente del capitalismo. Il presidente Mario Monti (dal 1994), il vicepresidente Luigi Guatri e l’amministratore delegato Bruno Pavesi mettono insieme un’età media di 81 anni
Il governo Renzi ha affidato la partita dell’Ilva di Taranto, decisiva per il futuro dell’industria italiana, al settantaseienne commissario Piero Gnudi e al settantaquattrenne Bassanini che attraverso la Cassa Depositi e Prestiti aziona le leve dell’inevitabile intervento statale.
Quando il gioco si fa duro i vecchi cominciano a giocare.
Il presidente della Cdp, Bassanini appunto, è per statuto espresso dalle Fondazioni bancarie, che hanno il loro leader nel presidente della Fondazione Cariplo, l’ottantenne Giuseppe Guzzetti.
E’ l’ultima trincea di una generazione intenzionata a resistere.
Le nuove norme, che concedono il voto doppio in assemblea a chi detiene le azioni da oltre due anni, sembrano fatte proprio per perpetuare il potere delle Fondazioni, pesantemente ridimensionato dalla crisi delle banche.
Da anni non vedono dividendi soddisfacenti e faticano a sottoscrivere gli aumenti di capitale necessari a tenere in piedi gli istituti.
Con il voto plurimo possono sperare di difendere il loro controllo sulle banche. Intesa Sanpaolo, che vede la Fondazione di Guzzetti tra i primi azionisti, deciderà più avanti. Unicredit è già pronta.
Una bella notizia per due azionisti chiave, la Fondazione Cassa di Verona guidata dal settantacinquenne Paolo Biasi e la Fondazione Crt di Torino, con al vertice l’ottantenne Antonio Marocco.
Funziona così l’Italia giovane di Renzi.
Giorgio Meletti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
MULTE DA MIGLIAIA DI EURO, RETTIFICHE SENZA DIRITTO DI REPLICA, OBLIO CHE CANCELLERA’ I FATTI
Per una volta, contro i giornalisti, sembrano proprio tutti d’accordo. Niente divisioni politiche in
questo caso.
La legge sulla diffamazione, una delle peggiori tra le tante che si sono succedute ormai da un decennio in Parlamento, incombe alla Camera. Atto 925-B.
Se dovesse passare così com’è adesso, il bavaglio per la stampa, anche e soprattutto per quella online, è assicurato.
Multe da migliaia di euro, rettifiche ad horas, ma soprattuto quell’odioso “diritto all’oblio” che non c’entra nulla con la legge, ma che finirà per cancellare la memoria stessa di centinaia di fatti.
Il giornalismo scomodo ha le ore segnate, cronisti ed editori rischiano di immolare sull’altare della cancellazione del carcere la libertà stessa di fare questo mestiere, senza gioghi e senza incubi.
Pare proprio che non ci sia nulla da fare.
Intorno alla legge sulla diffamazione, già approvata al Senato e oggi in commissione Giustizia alla Camera in attesa degli emendamenti, si registra soprattutto consenso. Perfino i rappresentanti della categoria, quando sono stati ascoltati, hanno dato la netta impressione che, sull’altare del carcere definitivamente abolito, sarebbero disposti ad accettare una legge pesante, che sta mettendo in profondo subbuglio tutto il mondo dell’informazione online.
A scatenare l’allarme è soprattutto la previsione di un meccanismo rigido della rettifica, il “prezzo” che ogni tipo di stampa, dai quotidiani, alle testate registrate sul web, ai libri, alla tv, dovrà pagare per evitare le manette.
Basta leggere questa lapidaria indicazione contenuta nel testo: “Il direttore è tenuto a pubblicare la rettifica gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo”. Inutile cercare di far capire che per una pena del carcere rara come l’araba fenice, cadrà addosso a tutti i giornalisti e ai direttori italiani un obbligo di rettifica capestro.
La nuova legge impone di pubblicare la nota del presunto diffamato non solo entro 48 ore, ma soprattutto senza alcuna chiosa.
Il tempo estremamente risicato impedirà di poter verificare se la richiesta è fondata oppure se si tratta di un’imposizione pretestuosa e arrogante, come purtroppo avviene molto spesso.
Non solo: la negazione del diritto di replica, ai limiti della costituzionalità , mette a rischio il giornalista e il direttore della testata, una figura parafulmine, che risponderà di ogni riga pubblicata, anche anonima.
Se la rettifica non esce, perchè viene considerata spropositata e inaccettabile, ma soprattutto falsa dagli autori del pezzo e dai responsabili della testata e ovviamente dagli avvocati difensori, il presunto diffamato potrà rivolgersi al giudice che a sua volta potrà segnalare il caso pure all’Ordine professionale per una rivalsa disciplinare sul cronista.
È superfluo aggiungere che, nel caotico mondo del web e delle tv che trasmettono news 24 ore al giorno, una rettifica così congegnata rischia di provocare la paralisi dell’informazione.
Ma i guai non finiscono di certo qui.
Ecco le multe. Un altro capitolo pesantissimo. Fino a 10mila euro per una diffamazione commessa, per così dire, in buona fede.
Ma se invece c’è “cattiva fede”, se è stato pubblicato «un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità » (definizione, in verità , un po’ ridicola), allora la multa andrà da 10 a 50mila euro.
In tempi di crisi, una cifra simile potrà avere effetti catastrofici sui magri bilanci delle aziende editoriali e produrrà un solo effetto, una stretta automatica sulle notizie, forme di autocensura, raccomandazioni alla prudenza e alla cautela.
La stampa si mobilita, numerose e autorevoli le firme (Rodotà , Annunziata, Gabanelli, Vauro, Iacopino) che stanno sottoscrivendo l’appello sul sito nodiffamazione.it promosso da Articolo 21 e da giuristi e giornalisti.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO: “IL PATTO DEL NAZARENO E’ LA SUA UNICA SALVEZZA, STA VIVENDO UN INDEBOLIMENTO FISIOLOGICO”
Cosa intende, professor Cacciari?
«La debolezza di Renzi viene dal fatto che non si esce dalla crisi e l’80% delle riforme non interessa ai cittadini. Ed è destinato a indebolirsi sempre più man mano che le riforme stentano a decollare o escono col contagocce».
Ha contribuito a indebolirlo anche il caos sulla delega fiscale?
«Nella genesi è un infortunio, un incidente di percorso. Il modo in cui invece è stato gestito è al limite dell’osceno».
A cosa si riferisce?
«Quello che mi scandalizza è la marcia indietro del governo: se riteneva che la norma fosse giusta, ritirarla perchè poteva favorire Berlusconi è una follia inaudita. E sono allibito da come i giornali non lo abbiano sottolineato».
Lei non crede quindi a chi pensa a uno scambio di favori tra Renzi e Berlusconi?
«Io non ho mai fatto il dietrologo in vita mia. Con un governo composto da ministri debolissimi, penso che qualche tecnico abbia ritenuto buona quella norma senza rendersi conto di favorire Berlusconi».
C’è un altro episodio che ha messo in difficoltà Renzi, il volo di Stato per Courmayeur. Come lo definirebbe?
«Inopportuno. Lui che è quello che va in bici, prende un volo di Stato per andare a sciare… Ma io dico: fatti accompagnare in auto! ».
Debolissimi i ministri, indebolito Renzi, pure il patto del Nazareno è più fragile?
«Ma dove vuole che vadano? Finchè Renzi non trova una maggioranza alternativa – e Grillo non è ancora seriamente interessato a una trattativa – è costretto a tenere in piedi il patto del Nazareno. Renzi non può fare a meno di Berlusconi e Berlusconi non può fare a meno di Renzi. Tra i due poi c’è affinità psicologica: e guardi che la personalità conta molto in politica. Dopodichè, il patto si può rompere anche al di là della volontà dei due interessati».
Ad esempio come?
«Ad esempio se vanno a sbattere sull’elezione del presidente della Repubblica».
Secondo lei vanno a sbattere o il patto terrà ?
«Mah… Io penso che terrà , e me lo auguro, perchè un casino sull’elezione del capo dello Stato sarebbe un male per il Paese. È una partita imprevedibile, ma penso possa esserci qualche nome che metta d’accordo un’area vasta del Pd e Berlusconi».
Chi?
«Amato. Ma anche Veltroni. Mentre la vedo più difficile per altri nomi, come D’Alema o Prodi».
Francesca Schianchi
(da “La Stampa”)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
COSI’ IN CDM IL GOVERNO VOTO’ SU UN TESTO FANTASMA
Dopo 96 ore un solo fatto è certo: quando finisce il consiglio dei ministri nel decreto legislativo
sulla delega fiscale è già spuntato il comma 19-bis, quello che di fatto depenalizza reati gravi come la frode fiscale, le false fatturazioni, l’omessa dichiarazione dell’Iva.
Un colpo di spugna bello e buono sui reati tributari.
Quello che non si riesce ancora a capire, la notizia che tutti vogliono conoscere e che nessuno tra i ministri e gli altri protagonisti rivela è: chi, quando, come e perchè ha “calato” nel testo il 19-bis.
Un fatto è documentato, come lo racconta una fonte interna al consiglio dei ministri: alle 15 e 30 del 24 dicembre, pochi minuti prima che la seduta si chiuda, il sottosegretario Graziano Delrio, con una mossa a sorpresa e abbastanza anomala, fa un giro di tavolo e ritira le cartelline dei singoli ministri, distribuite a lavori già iniziati, con i provvedimenti in discussione.
Tra questi c’è anche quello sulla certezza del diritto fiscale.
Rivolgendosi ai colleghi lo stesso Renzi, mentre Del Rio piglia le carpette, motiva la decisione: “Ci sono state tante modifiche, meglio fare un rapido coordinamento, ed evitare che circoli un testo non corretto, che potrebbe provocare confusione su inasprimenti e alleggerimenti”.
Gesto in buona fede? Mossa casuale?
L’unico fatto certo, uno dei pochi in una storia piena di “non so”, “non ricordo”, “non c’ero”, “non me ne sono accorto”, “non ci ho badato”, “non sono stato io e non so chi è stato”, è che poche ore dopo, sul sito di palazzo Chigi, www. governo. it, viene pubblicato un testo che contiene anche la pietra dello scandalo, l’articolo 15 che introduce un 19-bis nel testo sui reati tributari del 2000.
Bisogna partire da qui per dipanare il filo delle contraddizioni.
Il consiglio si chiude, Renzi tiene la sua conferenza stampa, nessuno parla del tetto del 3% al di sotto del quale spariscono le responsabilità penali e si azzera soprattutto il processo Mediaset.
Una “grazia” del tutto insperata per Berlusconi.
Durante la riunione si è parlato o no di quella specifica soglia?
E soprattutto, il testo del 19-bis, il salva Silvio, c’era o non c’era nella bozza del decreto portata in seduta dall’Economia?
Qui le versioni si fanno contrastanti.
Molti ministri hanno parlato sulla delega fiscale – Renzi, Boschi, Alfano, Madia, Orlando, perfino Galletti, che pure si occupa di Ambiente – ma di soglie è pieno il testo e nessuno si ricorda specificatamente di quel 19-bis e del 3%.
Sono tutti pronti a giurare che mai e poi mai è saltato fuori il caso di Berlusconi e del suo processo, soprattutto di un’eventuale “grazia” indiretta che lo avrebbe favorito.
Lo stesso Renzi, quando sabato 2 gennaio alle 8 di sera il caso esplode, fa mostra di cadere dalle nuvole.
Sicuramente si è parlato di aumentare la pena per il reato di omessa di- chiarazione. Renzi la voleva più alta. Quelli di Ncd si sono opposti e hanno sollevato il problema delle intercettazioni.
Il Guardasigilli Andrea Orlando ha chiesto qualche minuto per fare una verifica con il suo capo dell’ufficio legislativo Mimmo Carcano, che era nella saletta accanto.
Voleva sapere se con le modifiche in discussione si rischiava di vietare le intercettazioni. È tornato per dire che anche altri reati tributari sono intercettabili, come la frode, quindi il problema non si poneva.
Lui, comunque, era contrario agli aumenti che disarticolano l’equilibrio della piramide delle pene.
Un dettaglio di cui molti si ricordano, mentre la memoria si offusca sulla soglia del 3%. Ma nessuno, nè il ministro nè i tecnici, pongono riserve sul 19-bis.
Alcuni ministri, anche autorevoli, sono pronti a giurare che il 19-bis e la soglia del 3% non c’erano nel testo, e quindi non se n’è discusso.
Tra le fonti che negano recisamente la presenza dell’articolo incriminato c’è anche il ministero dell’Economia, dove si punta il dito contro palazzo Chigi, a cominciare dal “padre” del decreto, l’ex presidente della Consulta Franco Gallo (“Nel mio testo, che a ottobre ho consegnato a Padoan, quell’articolo non c’era e ne ripudio il contenuto”).
Siamo a uno snodo chiave della faccenda.
Che succede dopo il consiglio? Per che mani passa il testo?
Anche qui un fatto è documentato. La versione che viene pubblicata, con l’esplicita formula del “salvo intese”, porta anche l’articolo 19-bis.
Chi ce lo ha messo visto che prima non c’era?
Su questo passaggio chiave le fonti si chiudono.
Il capo dell’ufficio legislativo di palazzo Chigi Antonella Manzione, da molti indicata, Tesoro compreso, come l’autore materiale della norma, non risponde al telefono ormai da molte ore.
Chi le ha parlato quando, sabato sera, l’affaire ha cominciato a montare, racconta di un magistrato tranquillo pronto a dire che “il testo era arrivato già così dal Tesoro” e che “era stato discusso articolo per articolo”.
Certo risulta difficile pensare che un tecnico possa, di sua iniziativa, decidere di inserire in un decreto una norma così pesante, senza una copertura politica.
Cos’abbia detto Renzi ormai è noto, “norma giusta, secondo me non vale per Berlusconi, ma se vale la cambio”.
Idem il titolare del Mef Padoan che definisce “ridicolo” il fatto in sè, perchè nessuno, a suo dire, piazzerebbe una norma simile in un decreto “pensando di farla franca”.
Tant’è, la salva Silvio è lì.
E proprio i tecnici del suo ministero sono i primi a menar scandalo.
Il tam tam comincia il 28 dicembre, una domenica, quando Il sole-24 ore titola in prima pagina ”Reati fiscali, salterà un processo su tre”.
A quel punto sembrano svegliarsi tutti, i magistrati di Milano che tremano per le loro inchieste, il direttore dell’Agenzia delle entrate Rossella Orlandi che vede cambiato un testo cui aveva collaborato, Gallo che lo aveva scritto.
Inspiegabilmente non fa una piega il governo. Tace Berlusconi.
Anche se adesso uomini ben introdotti nel suo staff forniscono una versione che per dovere di cronaca merita riportare.
La norma è stata pienamente concordata tra Renzi e Berlusconi, è una pagina importante del patto del Nazareno.
Ne erano a conoscenza ovviamente anche gli avvocati dell’ex Cavaliere, Franco Coppi e Niccolò Ghedini. Entrambi, ufficialmente, smentiscono.
Ma la fonte giunge a dire che pure al Quirinale erano informati. Vero? Falso?
Raccontata così è una lettura destinata a raccogliere solo smentite.
Ma di smentite ce ne sono troppe. Troppe smentite e nessuna conferma, soprattutto la più importante.
L’atto di responsabilità di chi ha scritto la norma, magari in buona fede, pronto a fare un passo avanti per rivendicarne la paternità .
Sia essa politica oppure soltanto tecnica.
Se tutto fosse trasparente e alla luce del sole perchè tacere?
Goffredo De Marchis e Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI DUE FRANCO-ALGERINI DI 32 E 34 ANNI, FERMATO UN TERZO UOMO, UN 18ENNE SENZA FISSA DIMORA
La caccia ai killer è durata ore. Con una Parigi blindata.
Sarebbero stati identificati e localizzati gli uomini che hanno assaltato la sede del giornale satirico francese, Charlie Hebdo, uccidendo 12 persone, 10 giornalisti e 2 poliziotti.
Si tratterebbe di due franco-algerini, di 32 e 34 anni, tornati in Francia quest’estate dalla Siria.
Secondo i media francesi, sarebbe stato identificato anche un terzo uomo, un giovane di 18 anni «senza fissa dimora» che potrebbe averli aiutati.
Uno dei due sospetti, dice il sito internet Le Point, era già stato processato nel 2008, nell’ambito di un’operazione contro una filiera jihadista irachena basata nel 19/o arrondissement di Parigi.
Secondo il sito di Libèration, i tre sono stati identificati: si tratta di Saà¯d K, nato nel 1980 a Parigi, Chèrif K., nato nel 1982 a Parigi e Hamyd M., nato nel 1996.
Tutti e tre sono originari di Gennevilliers (Hauts-de-Seine): sarebbero già stati interrogati, ma dal ministero dell’Interno non arrivano conferme.
Le notizie pubblicate da Libèration confermano quanto pubblicato da Le Point.
Pochi minuti fa è stato precisato che sarebbero stati identificati ma al momento, però, i killer non sono ancora stati arrestati.
Conferma il ministro francese dell’Interno: «Sappiamo chi e dove sono»
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
ECCO LA POLITICA DELINQUENZIALE DEL GOVERNO: FAVORIRE I CRIMINALI, FAR PAGARE I POVERACCI
Un rapporto di otto pagine dell’Agenzia guidata da Rossella Orlandi, reso noto da Libero,
evidenzia che il testo della norma ora bloccata da Matteo Renzi crea “ingiustificate aree di non punibilità “.
In più, a parte il salvacondotto a Berlusconi, la depenalizzazione tributaria inibisce l’attività degli ispettori del fisco
“Significative appaiono le ricadute negative di alcuni interventi normativi sull’attività dell’amministrazione finanziaria e, in taluni casi, sugli interessi dell’Erario“.
Tra quanti criticano fin dalle fondamenta il testo del decreto delegato in cui una “manina” ha introdotto la norma ormai nota come salva-Berlusconi c’è la stessa Agenzia delle Entrate.
Libero riporta infatti che l’ente guidato da Rossella Orlandi, fedelissima del premier, ha preparato un rapporto di otto pagine che rileva come, a parte la soglia incriminata del 3% del reddito imponibile sotto la quale l’evasione di Iva e imposte non è punibile, anche gli altri articoli del provvedimento si configurino come un “aiuto agli evasori“.
Un regalino di Natale che rischia di sottrarre alle casse dell’Erario almeno 16 miliardi di euro, avvertono le Entrate nel documento spedito a Palazzo Chigi e, secondo Libero, al centro della riunione di martedì della commissione tecnica del Tesoro guidata dall’ex presidente della Consulta Franco Gallo, incaricata di rimettere mano al decreto dopo che il premier Matteo Renzi lo ha “rinviato” a febbraio.
A finire nel mirino dell’Agenzia sono in particolare il tetto di mille euro sotto il quale non sono punibili le fatture relative a operazioni inesistenti e le nuove regole sulle dichiarazioni fraudolente, in base a cui “non costituiscono operazioni simulate quelle che hanno dato luogo ad effettivi flussi finanziari annotati nelle scritture contabili obbligatorie”.
“Creano un’ingiustificata area di non punibilità “, si legge nel documento.
A tutto vantaggio, per esempio, delle grandi banche e dei loro manager coinvolti in indagini per evasione fiscale.
A partire dagli ex ad di Unicredit, Alessandro Profumo, e di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera.
Il primo è stato rinviato a giudizio per una presunta frode fiscale da 245 milioni di euro con riferimento all’operazione di finanza strutturata nota come Brontos, mentre l’ex ministro è finito sotto la lente della Procura di Biella per un’operazione di arbitraggio fiscale internazionale risalente al 2006 e 2007.
Nello stesso articolo, peraltro, si restringe ulteriormente il campo di punibilità stabilendo che per rischiare il carcere occorre avvalersi di documenti falsi o di altri mezzi fraudolenti idonei non solo “ad ostacolare l’accertamento” ma anche — e congiuntamente — a “indurre in errore l’amministrazione finanziaria”.
Le nuove regole sulle dichiarazioni fraudolente “creano un’ingiustificata area di non punibilità “
Vengono poi sollevati dubbi anche sulla depenalizzazione della dichiarazione infedele sotto il “tetto” dei 150mila euro, lo stesso (triplicato rispetto alle norme ora in vigore) sotto il quale non sarà più reato evadere le imposte sui redditi o l’Iva.
Quanto alla norma del 3%, che da domenica scorsa ha messo a soqquadro lo scenario politico, le Entrate non si preoccupano tanto per le ripercussioni sul caso dei diritti tv Mediaset per il quale è stato condannato Silvio Berlusconi quanto per gli effetti a ben più ampio raggio di quella novità sulla lotta all’evasione: la norma “vanifica l’intero impianto della riforma”, si legge.
Poi un esempio di scuola: “Si pensi a un volume di affari pari a 1 miliardo: non risulta punibile un’evasione Ires pari a 90 milioni pur in presenza di fatture false o frode”. Per capire in concreto quanto potrebbe valere questo allargamento delle maglie, basta pensare che il 3% dell’imponibile vale oltre 400 milioni per un gruppo della stazza di Eni, oltre 100 per Intesa e Unicredit, oltre 70 per Assicurazioni Generali, più di 40 per Unipol e tra i 15 e i 16 milioni per Mediobanca, Pirelli e Telecom
La mancata proroga del raddoppio dei termini di decadenza “inibisce il potere di contrastare efficacemente le forme più insidiose di frode fiscale”
Quanto alla mancata proroga del raddoppio dei termini di decadenza, a dispetto degli appelli della Orlandi, l’agenzia nota che in questo modo “viene inibito il potere di contrastare efficacemente le forme più insidiose di frode fiscale”.
Ne risulterebbe un “danno all’Erario di rilevante gravità ”, stimabile in via prudenziale in una perdita di gettito di almeno 16 miliardi. Venti nel caso peggiore.
Questo dopo che il governo, nella legge di Stabilità , ha inserito la previsione di ricavare dalla lotta all’evasione ben 3,8 miliardi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
ORA IL VOTO DEFINITIVO DELL’AULA DI PALAZZO MADAMA: HANNO VOTATO CONTRO FORZA ITALIA E NCD… ACCUSATO DI AVER INCASSATO UNA TANGENTE DI 500.000 EURO
Ok al processo davanti al tribunale dei ministri per Altero Matteoli.
Il via libera è stato dato dalla giunta per le immunità del Senato accogliendo così la proposta del relatore (e presidente della giunta) Dario Stefà no.
Ora la relazione andrà in Aula per il voto definitivo.
Matteoli è accusato di tangenti (per un valore di circa 500mila euro) nell’inchiesta sul Mose di Venezia che aveva già travolto, tra gli altri, il presidente della commissione Cultura della Camera Giancarlo Galan (che ha già patteggiato ed è già ai domiciliari) e il sindaco del capoluogo veneto Giorgio Orsoni (per il quale il gup ha respinto la proposta di patteggiamento e che ora rischia il processo).
Hanno votato contro alla richiesta di processo per Matteoli i senatori di Forza Italia, ma anche alcuni commissari di maggioranza: Enrico Buemi (Psi, eletto nelle liste del Pd) e il Nuovo Centrodestra che dentro la giunta sono rappresentanti Nico D’Ascola, Carlo Giovanardi e Andrea Augello.
Questi ultimi tuttavia hanno dato l’ok all’autorizzazione a procedere per il processo ai coimputati di Matteoli che con lui devono rispondere del reato di corruzione in concorso: l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’amico imprenditore Erasmo Cinque, l’ex presidente e ex responsabile amministrativo dell’impresa Mantovani, rispettivamente Piergiorgio Baita e Nicolò Buson.
La giunta, come al solito, doveva valutare l’eventuale presenza di fumus persecutionis, ma secondo il relatore — il cui testo è stato approvato — non era questo il caso e la giustizia può procedere regolarmente.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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