Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
TRA IL 20 E IL 24 DICEMBRE UNA SERIE DI FAVORI DI FORZA ITALIA A RENZI… LA NORMA INSERITA A CONSIGLIO DEI MINISTRI CONCLUSO DALLA MENZIONE, LA VIGILESSA AMICA DI RENZI
Per capire quale sia la “manina” o la “manona” che ha avuto mandato di scrivere la norma “salva-Berlusconi” occorre riavvolgere la pellicola del nastro al 20 dicembre, quando a palazzo Madama, nella notte, Forza Italia vota una sorta di salva-Renzi, consentendo cioè al governo di non andare sotto sulla legge di stabilità e poi di incardinare la legge elettorale secondo i desideri di palazzo Chigi.
E poi occorre seguire il film fino al 24, quando — guarda caso dopo il consiglio dei ministri della salva-Berlusconi — i due contraenti del “patto del Nazareno” si sentono per telefono per gli auguri. Già , per gli auguri.
In mezzo, tra il 20 e il 24, c’è l’intervista di Berlusconi a Repubblica, in cui per la prima volta l’ex premier apre a uno di sinistra al Colle: “Il problema — dice — non sono le radici politiche. Ma che sia un presidente della Repubblica equilibrato, un garante”. Parole su cui arriva, pronto, il segnale di Renzi.
Il quale la sera stessa, ospite da Fabio Fazio, chiede al Pd di non “ostacolare”.
E poi al Messaggero rivendica l’inscalfibilità del Nazareno: “Berlusconi — dice Renzi — è stato decisivo nel votare convintamente nel 1999 Ciampi e nel 2013 Napolitano. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe star fuori stavolta”.
Fuori dalla proiezione del film, visibile per tutti e che in parecchi dentro il Pd stanno rivendendo in queste ore, ci sono le scene più “hard”, meno proiettabili.
Perchè fin qui, siamo alla dinamica politica che attiene il Quirinale e le riforme. Il non detto è il prezzo vero del Nazareno.
Ovvero l’agibilità politica di Berlusconi.
Sia Gianni Letta sia, soprattutto, Denis Verdini i cui contatti con Luca Lotti sono quasi quotidiani dopo la famosa notte del 20 assicurano a Berlusconi che Renzi è ben consapevole del “regalo” fatto da Forza Italia che, a sua volta, avrebbe mandato un “segnale”.
“Segnale che arriverà ” sono proprio le parole che usa l’ex premier per spiegare ai suoi l’atteggiamento morbido verso Renzi su ogni dossier e che spiegano quello che, anche nella cerchia ristretta, notano come un buon umore insolito tra Natale e Capodanno.
E qui siamo alla parte del film che va in scena nelle stanze del governo, dove prende forma “il segnale”.
Raccontano oggi fonti del Tesoro che l’irritazione di Paodan e delle sue strutture è davvero tangibile.
Perchè hanno avuto l’effetto del classico sale sulla classica piaga le parole indirizzate da Stefano Fassina al Tesoro: “Non esiste che il ministro e il ministero si facciano infilare una norma del genere durante il consiglio dei ministri. Non è un dettaglio, quindi ci sono due possibilità . Il ministro era d’accordo oppure non se ne era accorto”. È la seconda che ha detto: non se ne era accorto.
Semplicemente perchè non poteva accorgersene. Chi ha parlato con il viceministro Casero in queste ore, visibilmente contrariato anche lui, è arrivato alla conclusione che la “norma salva Berlusconi” sia stata inserita nel testo a consiglio dei ministri concluso.
E a consiglio dei ministri concluso una norma del genere può essere inserita solo dal dipartimento degli affari giuridici di palazzo Chigi con la copertura politica del premier.
Ovvero da Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze, la fedelissima che risponde solo a Renzi e Luca Lotti.
Dunque, il segnale “salva-Berlusconi” si è materializzato dopo la riunione del governo e prima dei contatti natalizi tra il premier e Silvio Berlusconi, approfittando – sussurrano i maligni – del fatto che i giornali non sarebbero usciti per due giorni. Anche perchè, spiegano fonti del Tesoro, il testo originario in pre-consiglio era “perfetto” per tutti.
E sarà forse anche perchè ha fiutato l’irritazione del Tesoro che Renzi alla fine della giornata di ieri ammette che c’è una sua responsabilità .
Proprio però nella gestione del caso in parecchi vedono un segnale inquietante da parte del premier: “La proposta tornerà prima in Consiglio dei Ministri, poi alle Commissioni, quindi di nuovo in Consiglio per l’approvazione definitiva entro i termini stabiliti dal Parlamento e cioè entro marzo 2015” ha fatto sapere palazzo Chigi.
Significa che la discussione è sospesa e rinviata a dopo le elezioni del Quirinale. Anche questo è un segnale verso Arcore. Perchè il cuore del Nazareno è l’agibilità politica di Berlusconi
Dal 20 al 24 dicembre Renzi e Berlusconi si aiutano a vicenda fino alla tanto contestata norma.
Tutti gli indizi portano al giglio magico di Palazzo Chigi
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LEGATI DALL’ARTE, DALLA PASSIONE E DALLA SIMPATIA
“Massimo, ho scritto una canzone mi fai un film?”. Pino Daniele e Massimo Troisi. Due grandi
artisti dal cuore matto. Due compagni di avventure artistiche uniti anche nella morte.
“O saie comme fa ‘o core”, era proprio uno dei testi che aveno scritto insieme.
“Erano legati dall’arte, dalla passione, dalla simpatia, dall’essere simboli della cultura napoletana che insieme sono riusciti a far conoscere a tutti. Ma anche la malattia cardiaca che li ha portati alla morte”.
Gianni Minà li ospitò in una puntata di “Alta classe”, organizzata per festeggiare Pino Daniele.
“Quella volta io e Pino – racconta Minà ad Huffpost – non potemmo far altro che ridere e ridere. E ridere ancora. Massimo prese in mano la situazione e iniziò a improvvissare”.
Quello che ne venne fuori fu uno dei momenti più intelligenti e ironici della televisione italiana.
Indimenticabile la battuta di Troisi sull’agenda del conduttore: “Minà chiama tutti, pure a Fidel Castro. E ‘o bell’ è che tutti gli rispondono! Per esempio, volete sapere comm’ è arrivato a me? Ha preso l’agenda e alla “t”, dopo i fratelli Taviani, Little Tony, Toquino ce steva Troisi…”.
Qual è il ricordo che ha di quella puntata di “Alta classe”?
“Quando programmammo le puntante di ‘Alta classe’ con Sergio Bernardini, pensammo subito a ospitare Pino Daniele con un partner come Massimo Troisi. I due erano così amici, che il cantante non avrebbe mai accettato l’invito se non ci fosse stato il suo compagno di ‘avventure artistiche’. Erano ragazzi del popolo, ma molto sofisticati. Non avevano l’abitudine di andare in trasmissioni televisive. ‘La televisione avvelena’ dicevano”.
Ma quella volta dissero di sì. E fu una delle sporadiche apparizioni televisive della coppia…
“Io e Pino non potemmo far altro che ridere. Le battute le diceva Massimo. Tra gag e situazioni esilaranti riuscivamo a stento a parlare. I due erano molto amici. E li univa anche un ‘cuore matto’. Soffrivano di cuore, tanto che si curavano nello stesso centro a Huston, in Texas. Ma il “cuore matto” era anche quello che batteva per la musica e per l’arte. Non erano intellettuali ma hanno contribuito a far esplodere la musica popolare napoletana e italiana. Bisogna dire grazie a questi artisti. Il blues jazz di Pino Daniele, il rock di Edoardo Bennato, la ricerca musicologica di Roberto De Simone, le jam session di James Senese, Tullio de Piscopo, percussionista per eccellenza. Il cinema di Massimo Troisi e il teatro di Lina Sastri, Beppe Barra, Leopoldo Mastelloni. Era la scuola napoletana che ha fatto epoca”.
Conserva un ricordo particolare di Pino Daniele?
Quando mi chiese un percussionista e io portai i bravissimi cubani Prof Augusto Enriquez and Iso Mambo Band. Per lui la musica era regina. Non si accontentava mai. Cercava sempre di alzare l’asticella. Era meticoloso e sereno. Diceva che bisogna sempre dare il meglio, con una qualità superiore perchè altrimenti si tradisce il pubblico. Una frase meravigliosa di un uomo che viene da popolo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ERA IL 14 DICEMBRE: “NESSUN RIMPIANTO, FACCIO E DIMENTICO”…”IL MIO VERSO PIU’ BELLO? DEVO ANCORA SCRIVERLO”
Sull’orlo dei sessant’anni garantisce che ancora tiene la cazzimma sufficiente.
“Qualche volta devo tirarla fuori perchè questa società ti costringe a difenderti, specie nel mio ambiente in cui le persone a modo sono una minoranza. Ma poi neanche esiste più un ambiente musicale: ogni dieci anni cambia tutto radicalmente e tu devi attaccarti alle cose che non ti fanno deragliare. Rinunciare è più facile che stare in gioco. Se sono ancora qua forse è perchè non mi sono mai considerato un cantautore ma un musicista che suona, e i musicisti che suonano non hanno età . La musica ti tiene in vita fino all’ultimo giorno”.
Lo cantava fin dal principio, “la musica è tutto quel che ho”, in Nero a metà , l’album che portò duecentomila napoletani in piazza del Plebiscito, il 19 settembre del 1981, e che ancora oggi dà il titolo alla nuova versione del disco e al tour di Pino Daniele e della sua band, la stessa di allora.
Riempita l’Arena di Verona a settembre, ha fissato altre sei tappe invernali: ieri era a Roma, martedì e mercoledì la rimpatriata blues sarà di scena a Napoli e poi a Milano il 22 dicembre. Imponente in uno dei tanti giubbotti mimetici in stile militare della sua collezione, ci accoglie nel suo ufficio romano, un piano seminterrato che odora di nuovo nel quartiere Prati.
La tazzulella ‘ e cafè è nel bicchierino di plastica, gli onori di casa li fa Alessandro, il maggiore dei cinque figli avuti da due mogli. Nero a metà , Pino, lo è ancora. Artista in chiaroscuro.
Gentile e ombroso, cordiale e riservato, loquace finchè si parla di musica ma geloso del privato e del passato.
Semplicemente, non gli importa e non si dà importanza. Si è sempre definito “napoletano atipico” in quanto sedicente “antipatico” (“Ho sempre combattuto lo stereotipo del napoletano fanfarone simpatico a tutti i costi” ha spesso dichiarato).
Rimase famosa, perchè ripresa dalla Rai, la sua risposta live a quello che dal pubblico lo aveva stuzzicato con affetto: “Non sai parlare”. “L’importante è che saccio sunà “. E cosissìa.
Non ama i bilanci, non ama troppo raccontarsi, celebrarsi, storicizzarsi, enfatizzarsi, analizzarsi.
Lui è qui e ora. Vai mo’. “Io faccio e dimentico. Il verso più bello forse lo devo ancora scrivere”.
Non può ragionare diversamente uno che alle superiori buttò giù un album struggente e altissimo come Terra mia e una poesia in musica come Napule è, destinata all’immortalità al pari di tanti altri capolavori della tradizione partenopea.
Poteva pure fermarsi subito lì, dove tanto nessuno lo avrebbe raggiunto. “Non lo so se è un capolavoro, di sicuro non me n’ero accorto quando l’abbiamo composta a casa di Rino Zurzolo, lui aveva quattordici anni e suonava il contrabbasso, io sedici e mi arrangiavo da autodidatta con la chitarra. Eravamo tutti e due innamorati di Luigi Tenco, ci scambiavamo poesie per divertimento, scritte in italiano, tra i banchi di scuola, all’Istituto tecnico commerciale Diaz. Dià z, come si dice a Napoli. Se ci sta il genio e fai qualcosa che rimane, te ne rendi conto solo dopo, quando vedi che una canzone come quella entra nella vita delle persone, nel quotidiano, e non ne esce più. Io allora non pensavo che avrei fatto il cantante e tanto meno che avrei inciso un disco. La certezza che questa passione sarebbe potuta diventare un mestiere l’ho avuta solo dopo il secondo elleppì, dopo il successo di Je sò pazzo. Lì ho capito che potevo guadagnarmici da vivere. Solo a quel punto ho anche iniziato a studiare seriamente la chitarra. E non ho ancora finito”.
La prima elettrica, una Eco X27, la portava a spasso nel cuore storico popolare di Napoli, dov’è cresciuto, tra il Pallonetto, il Monastero di Santa Chiara e piazza del Gesù; dopo il diploma, Giuseppe Daniele suona in un gruppo chiamato Batracomiomachìa, come il poemetto greco del VI secolo avanti Cristo (battaglia tra topi e rane, la traduzione), accompagna Jenny Sorrenti, la sorella di Alan, Gianni Nazzaro, va in tour con Bobby Solo.
“Esperienza breve e divertentissima con un grande professionista, un vero innamorato, nonchè profondo conoscitore, del rock. Andammo a fare serate in Belgio e Francia. A quei tempi c’erano molte più opportunità , più occasioni per imparare sul campo. Quattro strumenti e si andava, oggi ci sono ragazzi che incidono il secondo disco senza essere mai saliti su un palco”. Ma Pino Daniele, per come poi lo conosceremo, nasce dall’incontro con James Senese.
“La sua band, Napoli Centrale, nella quale entrai come bassista, fu la scintilla per iniziare a pensare cose diverse. Erano tempi di disagio e di denuncia. La musica aveva una funzione sociale che oggi non ha più, sfruttava la sua forza per veicolare un messaggio, stimolare il pensiero e gli stati d’animo, sfogare una rabbia”.
Masaniello è cresciuto, Masaniello è tornato. Coi capelli corti e il toscano tra le labbra.
Ma Pino Daniele non è stato solo Masaniello. È stato, nell’arco di quarant’anni e ventritrè album, un po’ di tutto: lazzaro felice, musicante, uomo in blues, scarrafone, boogie man.
Dopo aver inventato un sound e un linguaggio ha poi esplorato, ricercato, rimaneggiato tra Africa, Mississippi, Brasile, Medioriente e Mediterraneo.
Qualche volta scoprendo sentieri, altre disorientando perfino i seguaci più fedeli: può essere la stessa persona quella che ha concepito versi come ” ‘ a vita è nu muorzo ca nisciuno te fa dà ‘ ncopp’a chello ca tene” (e cento altri inarrivabili) e quella che canta “che Dio ti benedica, che fica” o “punta dritto verso il cuore se vuoi vincere in amore/ come un lampo a ciel sereno sei arrivata come un treno”.
Ecco. Con tutto il rispetto. “Rifarei tutto il percorso. Di solito non mi riascolto, ma sì, qualcosa ho fatto che, dopo, mi dico “Oh Signore, ma che è?”.
L’esperienza serve a poco se non a capire la cosa più importante, e cioè che il come conta più del quando e del quanto.
Si deve acquisire un metodo e non inseguire il mercato, non fare cose che non ti appartengono. Ci sono stati periodi in cui mi sono fatto condizionare. Il successo ti cambia, ti stranisce.
Si emoziona un bambino alla prima comunione, figuriamoci un ragazzo che si ritrova duecentomila persone davanti ad ascoltarlo”.
E forse non è facile nemmeno ritrovarsene un giorno appena tremila, sotto il palco, dopo aver riempito gli stadi o i templi come l’Apollo a New York e l’Olympia di Parigi. “Magari sempre tremila, ci farei la firma… Ogni stagione ha il suo clima. Bisogna anche saper tornare alla normalità , all’intimità “.
La lista delle collaborazioni e dei duetti è infinita, ma sul serio: da spalla di Bob Marley a San Siro a Biagio Antonacci, da Gigi D’Alessio a Eric Clapton. Wikipedia ne conta centocinquantuno.
Anche qui nessun rimpianto, nessuna delusione: “Le collaborazioni servono a capire. Io ho sempre cercato gli altri per “messaggiare” la mia creatività . Mi sono sempre divertito molto con tutti, anche se coi grandissimi ho trovato difficoltà “tecniche” per stare al passo: parlo di gente del livello di Clapton o Al Di Meola, Pat Metheny, Wayne Shorter, Chick Corea, Gato Barbieri. Non ho mai tenuto la contabilità per sapere se alla fine ho dato più di quel che ho preso”.
Ma alla fine, gira e rigira, si torna in scena coi “compagni di vita”. Zurzolo, Senese, Marangolo, Di Rienzo, Esposito, De Piscopo, Vitolo, Cercola…
“E si torna ragazzini nonostante l’età . Siamo una macchina che cammina spedita, basta poco per riavviarla ogni volta. Abbiamo vissuto tournèe bellissime, ci conosciamo a memoria, qualche volta ci siamo scazzati come accade tra amici, ma quando ci ritroviamo è tutto come trentacinque anni fa. Le canzoni di allora hanno un vestito nuovo, non si possono fare uguali. Ma ha un senso farle sentire a chi non le ha conosciute prima, senza malinconia nè nostalgia”.
Nè troppe spiegazioni: “Non sono cambiato, sul palco parlo sempre poco. Io non faccio l’intrattenitore, non sono uno showman. Quando uno studia e si sacrifica tutti i giorni, il palco è un momento di grande serietà e rispetto per la musica. Giudicatemi per quello”
Emilio Marrese
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
DA NETANYAHU ALLA FAMIGLIA BLAIR
«Inderogabili esigenze in connessione con l’esercizio di funzioni istituzionali» e «indisponibilità
di mezzi alternativi e di voli di linea».
Sono queste, oltre alle ovvie esigenze legate alla sicurezza, le regole standard stabilite dai governi di mezzo mondo per l’utilizzo dei «voli di Stato» da parte delle massime autorità dei rispettivi Paesi.
L’Italia non fa eccezione.
Anche da noi – ben prima che scoppiasse la polemica sulla vacanza a Courmayeur del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, volato con la famiglia da Roma ad Aosta, via Firenze, a bordo di un Falcon 900 dell’Aeronautica militare – il fascino per il «volo blu» ha messo nei guai esponenti di centrodestra e di centrosinistra.
In caso di denuncia, le inchieste penali e contabili vengono generalmente archiviate (come, di recente, nel caso del ministro Pinotti denunciata dal M5S) ma l’impatto sull’opinione pubblica rimane.
In Gran Bretagna, dove la Royal Air Force possiede una flotta Vip modesta al servizio della Regina e del governo, non esiste alcun obbligo di servirsi del «volo di Stato» per motivi di sicurezza.
Così nel ’98 scoppiò un caso perchè il premier laburista Tony Blair si era servito della Raf tra Londra e Bologna, portando con sè la famiglia. Blair, incalzato dai conservatori, si difese asserendo che avrebbe saldato il conto del biglietto per moglie e figli ma soprattutto aggiunse che, oltre alla villeggiatura a Villa Strozzi di San Gimignano, lui aveva in programma un pranzo con il collega Romano Prodi.
E anche la prima presidenza di Barack Obama (anche lui, come i suoi predecessori, «costretto» dai servizi di sicurezza a volare sull’«Air Force One») si apriva con una polemica, obbligando la Casa Bianca a rassicurare i contribuenti in occasione di un viaggio in Francia: «La famiglia del presidente raggiungerà Parigi con un jet del governo per evidenti motivi di sicurezza ma verranno rimborsate le spese del volo secondo quelle che sono le tariffe commerciali della tratta».
Negli Usa, poi, al vicepresidente Joe Biden è stato interdetto l’uso del treno che lo riportava a casa nel Delaware perchè la scorta non era in grado di difendere i convogli Amtrak
In Germania, la cancelliera Angela Merkel è libera di usare collegamenti di linea, se vuole.
A Berlino, le regole ferree sull’utilizzo dei velivoli della Luftwaffe (il cui stormo Vip è più asciutto di quello italiano) hanno costretto alle dimissioni l’ex ministro della Difesa Rudolf Scharping perchè nel 2002 si fece aviotrasportare dai Balcani a Palma di Maiorca dove lo attendeva la sua futura moglie.
Ora Palazzo Chigi, dopo la trasferta di Renzi ad Aosta, non si discosta dalla versione fornita al M5S che ha sollevato il caso: «Rispettati i protocolli in linea con quanto avviene per i capi dei Stato e di governo di tutto il mondo».
Il premier ha poi aggiunto: «Quando non sarò più presidente del Consiglio tornerò beato e sorridente alla mia bicicletta. Nel frattempo, rispettando le regole, torniamo alle cose serie…»
Motivi di sicurezza, dunque, hanno convinto il premier ad utilizzare un «volo di Stato» per andare a Courmayeur.
Un po’ la stessa motivazione che però non è servita neanche al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (che in fatto di «obblighi di sicurezza» ha pochi rivali al mondo) quando scoppiò uno scandalo perchè si scoprì che, in occasione dei funerali di Margaret Thatcher, il volo di Stato Tel Aviv-Londra costò al contribuente 100 mila euro (compreso il lettone montato sul velivolo).
E si aggrappò alla sicurezza il ministro della Difesa Ignazio La Russa pizzicato su un «volo di Stato» che utilizzò per poter assistere a una partita dell’Inter.
Nel 2007, il vicepremier Francesco Rutelli e il Guardasigilli Clemente Mastella si fecero trasportare da un Airbus a 48 posti, con moglie il primo e figlio il secondo, da Napoli a Milano per assistere al Gran Premio.
L’allora premier Prodi salvò Rutelli (doveva premiare il vincitore del GP) e varò un regolamento draconiano sui «voli blu» (introducendo, tra l’altro, il biglietto per i giornalisti).
Nel 2009 parte di quelle regole furono ammorbidite da Berlusconi che non lesinava passaggi sulla rotta Roma-Olbia
L’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa (governo Prodi) andava ai vertici di Bruxelles con Easyjet, così come il premier inglese David Cameron usava voli low cost per una vacanza ad Ibiza con la moglie.
La cancelliera Merkel, come ricorda Beppe Grillo (#Renzivolasereno»), «per le vacanze di Pasqua a Ischia del 2012 arrivò a Napoli con un volo separato da quello del marito…».
Ma a guardar bene negli archivi, ci sono altre immagini di presidenti della Repubblica e del Consiglio che vanno in vacanza con mezzi propri: Romano Prodi con la sua non fiammante vettura che arranca sul passo Campolongo, nel 2006; Giorgio Napolitano a Stromboli, in compagnia della moglie Clio, che scende dal «postale» Napoli-Eolie con una borsa a tracolla e la paglietta stretta tra le dita, nel 2010; Enrico Letta che sbarca all’aeroporto di Trieste dal volo Alitalia AZ1365 con moglie e tre figli per andare in vacanza in Slovenia con un’auto presa a noleggio, il 30 dicembre del 2013.
Un anno fa.
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
“LA PROVA DELLA PERSECUZIONE CONTRO DI ME: E’ UN MODO PER ATTACCARE IL PATTO DEL NAZARENO”
«Ma davvero Matteo vuole fare marcia indietro su quella norma?» Uno stupore misto a irritazione coglie Silvio Berlusconi quando in tarda mattinata – dopo aver letto i giornali sul polverone del colpo di spugna «involontario» a suo beneficio – gli comunicano dell’intervento di Palazzo Chigi.
Sebbene un ritocco ufficiale del decreto di Natale ci sarà solo tra qualche settimana, l’invio in Parlamento «solo dopo l’elezione del capo dello Stato», come ha precisato Renzi.
Così, la reazione iniziale da Arcore è stizzita: «Mi tirano sempre in ballo, io di questa storia non ne so nulla».
La marcia indietro considerata un «grave vulnus», una vera e propria «norma contra personam»: rivederla solo per evitare che degli effetti si avvantaggi anche il «cittadino Berlusconi».
Lui ripete ai dirigenti che lo chiamano per avere lumi sul caso, che «a riconoscere la mia innocenza e a cancellare gli effetti di quella sentenza sarà la Corte europea dei diritti dell’uomo».
Detto questo, nessuna ritorsione sulle riforme o sul Quirinale all’orizzonte, anzi, ben presto l’irritazione – raccontano – lascia il posto alla fiducia in Renzi, comunque, nonostante tutto.
L’avvocato Ghedini per altro ha continuato a ripetergli che quella norma fiscale non avrebbe mai portato alla sanatoria sperata. Sarà .
Sta di fatto che alla fine nell’ex Cavaliere si fa largo la convinzione che «è stata montata ad arte una campagna per delegittimare il patto del Nazareno, proprio ora che stiamo conducendo in porto le riforme e ci apprestiamo ad eleggere insieme il capo dello Stato».
Qualcuno che «dentro il Pd lavora per sabotare» l’accordo politico-istituzionale tra gli opposti al quale mai Berlusconi verrebbe meno. Troppi interessi in gioco, troppe aspettative in ballo.
Sia Denis Verdini che Gianni Letta infatti suggeriscono prudenza, evitare reazioni, zero commenti.
«La verità è che un processo di pacificazione è già partito, è in atto, che sia questa norma o un’altra che verrà oppure un provvedimento del prossimo capo dello Stato, poco importa, quel che conta è l’obiettivo», spiega uno dei fedelissimi, di casa a Villa San Martino.
La linea ufficiale è quella che il consigliere Giovanni Toti affida a quel Tg4 già diretto in passato: «Di questo provvedimento abbiamo appreso i contenuti solo leggendo i giornali e le polemiche non ci riguardano. Il presidente Berlusconi avrà i propri diritti politici restaurati dalla sentenza della Corte europea. Detto questo, se si ritira un provvedimento per il sospetto che aiuti lui anche se aiuta i cittadini, allora l’Italia è destinata a non cambiare mai».
Si rifà alla storia dei mandanti “occulti” della trappola Daniela Santanchè: «Ogni alibi è buono pur di attaccare l’unico patto oggi in Italia che possa garantire le riforme e cioè il Nazareno. Pur di sabotarlo, gli esclusi dalle decisioni importanti sono disponibili ad inventarsi qualsiasi cosa. La verità è che in Italia i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge, eccetto Berlusconi ».
Osvaldo Napoli sostiene che Renzi avrebbe dovuto «mantenere il decreto: da oggi è più debole».
Per la deputata Sandra Savino «è la solita ossessione antiberlusconiana, la sinistra, compresa l’attuale nomenclatura, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso il pregiudizio. Si è persa un’occasione».
Per il momento, sembra l’abbia persa però il suo leader.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
CASERO DELL’NCD NEGA: “ACCUSA LUNARE”
Una norma del decreto legislativo in materia fiscale, approvato dal Consiglio dei ministri il 24
dicembre, ha scatenato un putiferio.
Sotto accusa l’articolo 19 bis che prevede l’esclusione della punibilità «quando l’importo delle imposte sui redditi evaso non è superiore al 3% del reddito imponibile dichiarato».
Secondo alcuni giuristi e politici consentirebbe la cancellazione della condanna di Berlusconi a quattro anni per frode fiscale.
In sostanza il Cavaliere potrebbe chiedere l’annullamento degli effetti della legge Severino, cioè l’incandidabilità per sei anni, con il risultato di ottenere la piena agibilità politica
Renzi blocca il decreto
Di fronte ai sospetti e alle polemiche, il premier ha deciso che il provvedimento tornerà al Consiglio dei ministri per essere rivisto.
«Di tutto abbiamo bisogno – dicono a Palazzo Chigi – tranne che dell’ennesimo dibattito sul futuro di un cittadino, specie in un momento come questo dove qualcuno teorizza strampalate ipotesi di scambi politici-giudiziari, anche alla luce del delicato momento istituzionale che il Paese si appresta a vivere».
Il riferimento è all’elezione del nuovo Capo dello Stato.
I 5 Stelle attaccano a testa bassa, parlano di «regalo di Natale» a Berlusconi. Grillo accusa Renzi di proteggere l’evasione fiscale: «Renzi nega, ma la verità è plateale». Attacca anche il leader Salvini. «Il decreto inciucio sul fisco è l’ennesima “renzata”. Un giorno promette una cosa e poi il giorno dopo la smonta e poi ricomincia daccapo. Ha fatto così sull’Irap, tasse, Europa».
Non meno tenera la minoranza Pd che con D’Attorre chiede a Renzi di svelare chi a Palazzo Chigi abbia inserito la norma visto che non è uscita dal ministero dell’Economia.
Il premier reagisce e prova a neutralizzare il sospetto: «Se qualcuno immagina che in questo provvedimento ci sia non si sa quale scambio, non c’è problema: ci fermiamo. La norma la rimanderemo in Parlamento soltanto dopo l’elezione del Quirinale. Dopo che Berlusconi avrà completato il suo periodo a Cesano Boscone».
Il Quirinale e Bassanini
Il sospetto riguarda sempre il reale contenuto del patto del Nazareno. Cosa ottiene Berlusconi in cambio dell’accettazione di un candidato proposto da Renzi?
Dentro Fi gira il nome di Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti. Un nome gradito a Renzi perchè non gli farebbe troppa ombra, dicono fonti Fi, e sul quale il Cavaliere potrebbe essere tentato di dire sì.
Ma questa partita, spiegano gli azzurri, non ha nulla a che fare con la norma bloccata da Palazzo Chigi.
Zanetti e Casero
Indice puntato contro il sottosegretario all’Economia Casero, esponente di Ncd, considerato ancora in ottimi rapporti con Berlusconi.
E’ sua la manina che ha inserito l’articolo 19 bis? «Un’accusa lunare: io ho il mandato di seguire il provvedimento in Parlamento. Cosa sia successo a Palazzo Chigi e al Consiglio dei ministri non lo so. Mi sembra una tempesta in un bicchiere d’acqua», dice Casero.
A sollevare pubblicamente il problema è stato l’altro sottosegretario all’Economia Zanetti di Scelta civica.
Ma non perchè ci ha visto una norma salva Berlusconi: non avrebbe inserito la franchigia del 3% per il reato di frode fiscale.
«Questo – dice Zanetti – non vuol dire che l’articolo 19 bis, che fino al 23 dicembre non c’era nel testo che ho letto, è stato inserito per Berlusconi. È stata una scelta legittima del Consiglio dei ministri e non me ne frega niente se avvantaggia anche Berlusconi. Non è possibile fare politica sempre sotto la spada di Damocle del sospetto».
Ame. Lam.
(da “La Stampa“)
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Gennaio 5th, 2015 Riccardo Fucile
MA I SUOI ACCUSANO IL VICEMINISTRO DEL TESORO: IL REGALO A SILVIO SCARICATO SU CASERO… FORZA ITALIA CI RESTA MALE
Si cambia verso: “Ci fermiamo”.
Matteo Renzi torna sui suoi passi e blocca l’incredibile norma che avrebbe riabilitato Silvio Berlusconi.
Un cavillo infilato nel decreto di Natale (e bocciato dal Tesoro), rivelato dal Fatto : quello che cancella i reati di evasione e frode fiscale se le tasse sottratte al fisco sono inferiori al 3 per cento del reddito dichiarato.
Come primo effetto l’ex Cavaliere avrebbe potuto chiedere la revoca della sentenza di condanna per frode fiscale nel processo Mediaset, quella che lo ha fatto decadere da senatore per la legge Severino, cancellando così anche la pena accessoria e l’interdizione che gli avrebbe impedito la ricandidatura fino al 2018.
Andiamo con ordine.
Dopo una mattinata di polemiche feroci, il premier decide di non trasmettere alle Camere il testo (attuativo della delega fiscale) approvato il 24 dicembre scorso, e modificato all’ultimo da Palazzo Chigi.
“Se è così (se salva Berlusconi, ndr) ci fermiamo. Non facciamo norme ad personam”, spiega al Tg5: “Non c’è inciucio. Ne riparleremo dopo l’elezione del Quirinale, quando Berlusconi avrà completato i servi sociali”.
Tutto per fugare i dubbi sulla curiosa tempistica (a poche settimane dal voto su Colle e Italicum) di una norma che non compariva nel testo elaborato dal Tesoro, e rimasto tale fino all’ultimo giro di boa, quello che precede il Consiglio dei ministri.
Le polemiche sono scattate subito. “Mi tirano sempre in mezzo”, confessa Berlusconi ai suoi. Il Movimento 5 Stelle, però, ci va giù duro: “È il regalo di Natale a Berlusconi, una delle cambiali del Nazareno”, spiega il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, membro del direttorio M5S.
“Il decreto si è scritto da solo”, ironizza Pippo Civati, voce della minoranza dem, che si fa sentire anche con Stefano Fassina: “Di — ca chi ha voluto la norma”.
Ed ecco il punto. Di chi è la manina che l’ha infilata?
Per tutta la giornata le veline di Palazzo Chigi fanno filtrare un nome: Luigi Casero, viceministro al Tesoro in quota Ncd.
“Uno che Renzi ascolta come pochi altri e che spesso fa anche partecipare al Cdm”, fanno sapere ambienti della Presidenza.
Uno che, di fatto, permette di scaricare la colpa sul ministero. Lui, Casero, non commenta — è in vacanza dal 19 dicembre (prima dell’approvazione del testo) — ma al momento opportuno si immolerà per evitare imbarazzi.
Ma c’è un però: la confessione dello stesso premier.
“La norma l’ho fatta inserire io, ma avevo ricevuto rassicurazioni tecniche da avvocati e magistrati”, confida Renzi al Fatto .
Tra i consulenti interpellati, però, c’è chi dice di non averla vista. Non sono i soli.
Dal Tesoro filtra il nervosismo per un pasticcio combinato all’insaputa degli uomini del ministro Pier Carlo Padoan.
Roberto Garofoli, lettiano capo di gabinetto del ministero, per dire, è furibondo. Preoccupazione anche ai vertici dell’Agenzia delle Entrate.
Sbalordito è invece il presidente emerito della Consulta Franco Gallo, a capo della commissione del Tesoro che ha elaborato il testo, quello senza modifica.
A colpire, però, è soprattutto la tempistica. La norma del 3%,infatti, non è spuntata nel pre-consiglio, la riunione che di norma prepara e vaglia i testi che passano al Consiglio dei ministri, e a cui avrebbero partecipato —come da prassi —anche uomini del Tesoro.
La modifica è stata invece inserita nel lasso di tempo che ha preceduto il cdm, con l’avallo del dipartimento affari giuridici della Presidenza, guidato dalla renziana Antonella Manzione, ex capo dei vigili urbani di Firenze.
Il vertice legislativo di Palazzo Chigi risponde solo a due personeil premier e il suo uomo ombra, il sottosegretario Luca Lotti. In conferenza stampa, poi, il siparietto: il premier chiede di distribuire il testo ai giornalisti ma gli dicono che non c’è.
“Ma la so a memoria, abbiamo letto gli articoli uno per uno”, assicura.
Tempistica si diceva. Ecco il secondo punto.
Il 7 gennaio l’Italicum arriverà in aula al Senato. Non è un mistero che Renzi prema per un’approvazione prima del round sul Colle, che inizierà a fine del mese.
Ma la campana di vetro che protegge il passo di marcia delle riforme, il patto del Nazareno, scricchiola.
Berlusconi è in affanno, la fronda interna di Raffaele Fitto vuole far saltare tutto. La norma, così, risolve diversi problemi.
È il “segnale” promesso nei giorni scorsi da Denis Verdini — il garante per Arcore del patto — all’ex Cavaliere: la tanto evocata “agibilità politica”.
Messaggio ricevuto. Se va male, pazienza.
Così è stato. “Ogni alibi è buono per attaccare il patto”, ha tuonato ieri la berlusconiana Daniela Santanchè.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI RINVIA LA RIFORMA FISCALE A DOPO IL QUIRINALE, MA I LEGALI DI BERLUSCONI SPIEGANO COME IL LEADER AZZURRO POTRA’ RICANDIDARSI A FINE PRIMAVERA
L’inciucio salva-Cav è saltato. Ma il Cav è salvo lo stesso. O quasi. 
Palazzo Chigi è stato costretto a fare marcia indietro e il testo del decreto della delega fiscale che affronta anche le norme tributarie non va più alle commissioni parlamentari ma torna in Consiglio dei ministri per le necessarie modifiche.
I comunicati di palazzo Chigi e le dichiarazioni di Renzi sono univoci: “Mai fatte norme a favore di Berlusconi, non c’è alcun inciucio. Ci fermiamo”.
Quindi, come dice anche il responsabile Giustizia del pd Davide Ermini, “il governo scriverà nuovamente la norma. Saranno esclusi i reati dolosamente più gravi come la frode fiscale (per cui è stato condannato Berlusconi, ndr) e sarà rivisto anche il criterio del 3%”, la percentuale di evasione rispetto all’imponibile di un’azienda ritenuta tollerabile e quindi sanabile con sanzioni amministrative e comunque non più reato.
Cambiano anche i tempi: a scanso di ipotesi inciuciste all’ombra del Nazareno, Renzi in persona ha spiegato che “il nuovo testo sarà trasmesso in Parlamento solo dopo l’elezione del Presidente della Repubblica e dopo la conclusione del periodo di Berlusconi in affidamento ai servizi sociali”.
Sarebbe stata una via d’uscita eccezionale per Berlusconi: gli avvocati avrebbero potuto presentare un “incidente di esecuzione” perchè la frode non è più reato (l’evasione prodotta da Fininvest era pari all’1,2 e allo 0,7% dell’imponibile, molto meno del 3% previsto) chiedendo di revocare “gli effetti penali della condanna che tuttora permangono visto che il fatto non costituisce più reato e in nome del principio del favor rei”.
E cioè l’interdizione penale dai pubblici uffici (aprile 2014-aprile 2016) e anche l’interdizione amministrativa introdotta dalla legge Severino che è figlia della condanna penale.
Insomma, la revisione delle norme fiscali, in nome di un fisco più amico ma anche più certo e severo e remunerativo per le casse dello Stato, ci avrebbe restituito in un balletto un Cavaliere lindo e senza macchia. Strepitoso.
Bloccato l’inciucio, Berlusconi è comunque già quasi salvo.
E tra la primavera e l’estate “potrà riavere la totale agibilità politica” e tornare candidabile. Questo almeno sostiene lo staff legale del Cavaliere. Che infatti non sa che farsene del contestato articolo 19 bis del decreto della delega fiscale. “Non l’abbiamo neppure letto — dicono il professor Coppi e l’avvocato Ghedini — e mai abbiamo rilasciato interviste in queste ore”
Ecco la road map dei legali. Seppure punteggiata da qualche “se”.
In aprile termina l’anno di affidamento ai servizi sociali, la pena per la condanna ai tre anni per frode fiscale (che ha beneficiato dell’indulto del 2006).
Se i giudici riterranno che il condannato ha eseguito i servizi sociali secondo le prescrizioni, le conseguenze sono due. La prima: uno sconto di 45 giorni di pena (fine pena a marzo). La seconda: l’estinzione di ogni effetto penale in base all’articolo 47 comma 12 dell’ordinamento penitenziario. “Se i giudici riconosceranno il percorso dell’affidamento in prova, l’interdizione penale dai pubblici uffici (aprile 2014- aprile 2016) decadrà del tutto” spiegano
Resterebbe in piedi l’interdizione amministrativa della legge Severino, sei anni a partire dal primo agosto 2013 che impedirebbero la candidatura anche nel 2018.
Per scardinare anche questo impedimento, i legali puntano su due giudizi: la Cedu europea (Corte europea dei diritti dell’uomo) e la Consulta. “Entro l’estate 2015 attendiamo il responso della Cedu e non abbiamo dubbi che ci darà ragione nel sostenere che la legge Severino non poteva essere applicata retroattivamente”.
Trattandosi poi di una pena amministrativa, se la Cedu giudica inapplicabile la Severino, il verdetto è immediatamente applicabile senza ulteriori passaggi (“su questo ci confortano sentenze della Consulta e della Cassazione”).
Entro quella data, dovrebbe esprimersi anche la Consulta che è stata investita del problema dal caso De Magistris (il sindaco di Napoli vittima della Severino ma che ha vinto i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato).
Ecco che dunque, delega fiscale o meno, Berlusconi punta a riacquistare la propria agibilità in via autonoma. “Nel merito e non certo per qualche codicillo” chiariscono gli avvocati.
Anche se il testo è stato fermato, resta da capire chi l’ha scritto quell’articolo 19 bis che mette mano a tutta la legge 74 del 2000 (norme tributarie).
Il giallo della manina fa il paio con lo scarica barile tra palazzo Chigi e Mef, “l’hanno scritto loro”, “no, gli altri”.
Ed ecco che tra i responsabili più quotati compare il viceministro Luigi Casero, Ncd ma uno di quelli, si spiega- “che non ha mai lasciato la casa madre, parla sempre con Berlusconi ed è amatissimo da Renzi che lo ascolta come pochi altri e spesso lo fa anche partecipare alle riunioni del Cdm destando le gelosie di Alfano”.
Ma magari è stata solo una scivolata in un testo che ha obiettivi meritori: deflazionare i tribunali (a rischio un processo su tre per evasione), venire incontro agli errori, far incassare più soldi allo Stato grazie alle pene pecuniarie.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE POLEMICHE, RENZI FINGE DI CADERE DAL PERO
Silvio Berlusconi potrebbe beneficiare di una norma contenuta nello schema di decreto legislativo “certezza del diritto” per vedere cancellata la condanna per frode fiscale che gli è stata inflitta nel processo Mediaset e azzerati gli effetti della legge Severino nei suoi riguardi, con il pieno ritorno all’ “agibilità politica”.
E’ quanto scrive oggi Liana Milella su La Repubblica.
La previsione normativa che potrebbe riguardare Berlusconi è contenuta nello “schema di decreto legislativo recante disposizioni sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente”, (decreto del 24 dicembre).
Nel provvedimento è prevista l’introduzione, nel decreto 74/2000 sui reati tributari, di un art. 19-bis che esclude la punibilità “quando l’importo delle imposte sui redditi evase non è superiore al tre per cento del reddito imponibile dichiarato o l’importo dell’imposta sul valore aggiunto evasa non è superiore al tre per cento dell’imposta sul valore aggiunto dichiarata”.
Una norma che si applicherebbe non solo per casi di dichiarazioni infedeli, ma anche di frode fiscale.
Il testo, emanato da Palazzo Chigi con i decreti di Natale, avrebbe fatto infuriare Matteo Renzi.
Il premier, secondo fonti di Piazza Colonna, ha quindi deciso di correre ai ripari per rimediare al pasticcio: riforma del fisco bloccata, tutto ritorna al Consiglio dei ministri. Il premier Matteo Renzi “ha chiesto questa mattina agli uffici di non procedere – per il momento – alla formale trasmissione alla Camera del testo approvato in Consiglio dei Ministri” dei decreti delegati sul fisco che contiene le norme considerate pro-Berlusconi.
Il testo – spiegano fonti di P. Chigi – tornerà in Consiglio dei Ministri”.
Lodo Berlusconi? A conclusione del processo Mediaset Berlusconi è stato condannato a quattro anni di reclusione (tre condonati) e a due anni di interdizione dai pubblici uffici per una frode fiscale di 7 milioni di euro, pari a meno del 2% dell’imponibile. Pertanto, attraverso un incidente di esecuzione, l’ex premier potrebbe beneficiare delle previsioni della nuova norma e ottenere la cancellazione della condanna, cui seguirebbe, di conseguenza, l’azzeramento degli effetti della legge Severino, a cominciare dai sei anni di incandidabilità .
Sempre secondo La Repubblica, i giuristi sono, tuttavia, divisi sull’interpretazione della norma, che potrebbe non riguardare il reato di frode fiscale, ma solo l’infedele dichiarazione.
Fonti di governo, peraltro, avrebbero già fatto sapere che la norma sarà modificata prima del varo definitivo, in maniera tale da escludere che possa avere effetti sulla vicenda giudiziaria Berlusconi-Mediaset.
“A me non risulta affatto che sia così. Lui ha una condanna definitiva e non mi pare realistico che una nuova legge possa cancellare una condanna passata in giudicato. Ma se davvero dovesse essere possibile sono pronto a bloccare la legge e a cambiarla”, ha tuonato Renzi.
Si dividono, scrive ancora la Milella, anche gli avvocati di Berlusconi: “La legge si può bene applicare”, dice Franco Coppi, “basta il noto incidente di esecuzione che consente di cambiare le sorti anche di una sentenza definitiva”.
Non la pensa allo stesso modo Nicolò Ghedini.
(da “Huffingtonpost“)
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