Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
“PREMIER SPUTTANATO”: MINORANZA PD E OPPOSIZIONI ALL’ATTACCO
La domanda che tutti si pongono è solo una: di chi è la manina che ha infilato la norma “salva
Berlusconi” nel decreto attuativo della delega fiscale del 24 dicembre? Anche nel partito di Matteo Renzi si fa fatica a comprendere come una norma – che, come dichiarato giorni fa dal sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti al Fatto Quotidiano, non c’era nel testo arrivato dalla commissione tecnica del Mef – sia magicamente apparsa una volta uscita da Palazzo Chigi con tanto di timbro.
Come il deputato dem Franco Monaco; o Pippo Civati che, sul suo blog, scrive: “Ora, se il premier non ne sapeva nulla, se il Mef dice di non averlo visto, se il ministro della Giustizia ha espresso le perplessità che si leggono sulla stampa, chi ha portato quel testo al Consiglio dei ministri? Un’idea ce l’ho: il decreto, conoscendo l’Italia, si è scritto da solo”.
Il codicillo che di fatto depenalizza l’evasione e frode fiscale, stabilisce che se si prova ad aggirare il fisco per un importo non superiore al tre per cento del tributo dovuto non c’è reato.
La norma, che si estende anche ai procedimenti passati in giudicato in virtù del principio del favor rei, “è vergognosa in sè – attacca Corradino Mineo – Squalifica il governo italiano agli occhi dell’Europa che prova a introdurre nuove regole fiscali. Sputtana Renzi, facendone l’erede di Berlusconi, peggio se la norma favorisce Berlusconi”.
Lucrezia Ricchiuti, altra dissidente dem e componente della Commissione Finanze al Senato, ci mette il carico da novanta: “Come se non bastasse, l’ambito non è neppure uguale per tutti ma cresce al crescere della ricchezza detenuta; in pratica la legge del Nazareno ci dice che più sei ricco e più puoi evadere. Un simile livello di sfregio alla dignità delle persone oneste, neanche sotto il Berlusca triumfans si era mai visto”.
La sua collega Laura Puppato invita a fermarsi un attimo: “Non si può procedere come “nulla sia”,se ci sono menti oscure e pensieri inconfessabili che prendono forma grazie ad apparati,si tolgano ora!”.
Restando alla querelle interna al partito democratico, i renziani, lentamente e dopo le parole di Renzi al Tg5 (“Blocco tutto, il testo ritorni in Cdm”), iniziano a rilasciare commenti sul pasticcio fatto in Consiglio dei ministri: “Le leggi ad personam riguardano lo scorso ventennio. Questo governo si occupa di tutti i cittadini. La prova sta nel ritiro #riformafisco”, scrive l’eurodeputata Simona Bonafè.
Come da Palazzo Chigi sia potuto uscire un testo così formulato, genera scompiglio nel Partito democratico.
Ma gli altri partiti non stanno a guardare. Per il Movimento 5 Stelle commenta Luigi Di Maio: “Delle due l’una: o Renzi non sa cosa approva il suo Governo e quindi mi preme capire lui a cosa serva (visto che ci costa un botto in voli di Stato) oppure Renzi ha provato a fare un regalino di Natale a Berlusconi per estinguere una delle cambiali del Nazareno e non gli è riuscita (per ora)”.
Anche il leader del Carroccio Matteo Salvini attacca: “Renzi blocca la riformetta del Fisco, da lui approvata pochi giorni fa. Ormai penso soffra di sdoppiamento di personalità “.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
I REATI FISCALI SONO DEPENALIZZATI SE L’IVA O L’IMPOSTA NON SUPERA IL 3% DELL’IMPOSTA O DELL’IMPONIBILE DICHIARATO: E CASUALMENTE QUELLO DI SILVIO E’ DELL’1,2%
Per dire quanto poco siamo prevenuti, ieri avevamo deciso di pubblicare per oggi su questa colonna un articolo intitolato: “Renzi ha ragione”, o “Bravo Renzi”, o ancora “Forza Matteo”.
Non per i suoi virtuosismi sciistici sulle nevi di Courmayeur, già magnificati a dovere dall’agenzia Ansa-Stefani, ma per la battaglia contro l’assenteismo nel pubblico impiego, annunciata su twitter con i toni giusti, senza la petulanza offensiva di Brunetta, che provò a far qualcosa ma rovinò tutto con le solite scalmane demagogiche.
Poi ci ha chiamati un amico e ci ha messo una pulce nell’orecchio, a proposito del nostro titolone di ieri sulla denuncia del sottosegretario Zanetti riguardo al codicillo salva-evasori infilato da una manina di Palazzo Chigi (all’insaputa del ministero dell’Economia) nel decreto fiscale varato alla vigilia di Natale: “Ma lo sai perchè e per chi lo fanno?”.
Ma per il solito, per Berlusconi.
Tenetevi forte, perchè questa è strepitosa. Il Caimano è stato condannato il 1° agosto 2013 a 4 anni per frode fiscale.
Una sentenza che gli è costata pochissimo sul piano penale (mezza giornata a settimana a Cesano Boscone per nove mesi e 10 milioni di euro da rifondere all’Agenzia delle Entrate), ma moltissimo da quello politico: 2 anni di interdizione dai pubblici uffici, 6 anni di ineleggibilità e decadenza immediata da senatore in base alla legge Severino.
Che cosa prevede la nuova legge penale tributaria, in base al codicillo-colpo di spugna (art. 19-bis)?
Che i reati fiscali di evasione e frode sono depenalizzati se l’Iva o l’imposta sul reddito evasa non supera “il 3% rispettivamente dell’imposta sul valore aggiunto o dell’imponibile dichiarato”.
Una vastissima area di franchigia regalata a evasori e frodatori al riparo da procure e tribunali.
Ora, B. è stato condannato per aver frodato il fisco per 7,3 milioni: 4,9 sul bilancio Mediaset del 2002 e 2, 4 su quello del 2003.
Tutto il resto della monumentale frode fiscale (368 milioni di dollari) con film comprati dalle major americane a prezzi gonfiati e rimbalzati su una serie di società offshore occultamente controllate da lui o da prestanome fra il 1995 e il ’98, si è prescritto.
Ma, alla mannaia del fattore-tempo, accelerata da varie leggi ad suam personam (falso in bilancio, condoni fiscali ed ex-Cirielli), sono scampati gli effetti fiscali “spalmati” sugli ammortamenti delle due annualità contabili.
Ora che Renzi, o chi per lui (a proposito: di chi è la manina?), ha inventato il salvacondotto del 3%, la domanda è semplice: quella frode residua è sopra o sotto il nuovo tetto?
La risposta, nell’era del Patto del Nazareno, è scontata: sotto, e di parecchio.
Il calcolo è presto fatto.
Negli anni 2002 e 2003 Mediaset dichiara un imponibile di 397 e di 312 milioni e B. ne froda 4, 9 e 2, 4. Che corrispondono all’ 1, 2 e allo 0, 7 %, ben al di sotto della soglia del 3% di non punibilità .
Ergo, in base alla retroattività delle norme penali più favorevoli (favor rei, art. 2 Codice penale), “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.
Grazie a una legge fascista, la n. 4 / 1929, il favor rei in materia fiscale e finanziaria non valeva: ma il centrosinistra, con la norma fiscale n. 507 / 1999, la cancellò 15 anni fa.
È già accaduto a Romiti, De Benedetti e Passera, condannati definitivamente per falso in bilancio: nel 2003, dopo la controriforma berlusconiana che lo depenalizzava, chiesero un “incidente di esecuzione” alla Corte d’appello, che non potè che revocare le loro condanne.
Anche B. dunque potrà ottenere la cancellazione della sua, per una frode che non è più reato.
E, se evapora la condanna, spariscono anche decadenza, ineleggibilità e interdizione. Così alle prossime elezioni potrà ricandidarsi, lindo come giglio di campo.
Quando ce l’hanno raccontato, stentavamo a credere che Renzi potesse arrivare a tanto.
Ma, come diceva Montanelli, di certi politici non si riesce mai a pensare abbastanza male.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
CON IL FALCON 900 DA TIRANA AD AOSTA, PASSANDO DA FIRENZE… UN ANNO FA PER LE FERIE INVERNALI L’ALLORA PREMIER LETTA PRESE UN AEREO DI LINEA
Vacanze di Natale a Courmayeur, col volo di Stato. 
Non è un cinepanettone, il protagonista è Matteo Renzi. Il premier, dopo la missione in Albania, ha raggiunto la Val d’Aosta per qualche giorno di riposo sugli sci, a bordo di un Falcon 900 dell’Aeronautica militare.
Palazzo Chigi non nega, ma ribatte: “Abbiamo rispettato tutti i protocolli di sicurezza”.
Ed è vero, perchè il premier ne ha diritto. Prendere un’auto o un treno invece che un aereo di Stato, per andare in vacanza è una questione di opportunità e discrezionalità .
A differenza di Renzi, per esempio, Enrico Letta per le ferie di Natale da presidente in carica andò a Trieste con un volo di linea.
A sollevare la polemica, il M5s tramite una denuncia partita ieri pomeriggio, alla quale farà seguito un’interrogazione parlamentare.
Il primo a pubblicarla è il deputato Paolo Romano sul suo blog, subito ripreso da Carlo Sibilia, membro del “direttorio” pentastellato.
“Martedì 30 dicembre del fu 2014 — si legge nell’articolo — un Falcon 900 della flotta di stato solca i cieli del Mediterraneo. Riporta a casa da Tirana il nostro SuperPremier. Secondo i piani di volo il Falcon dovrebbe far rotta su Roma, ma evidentemente il premier ha fretta. Deve andare in vacanza. (…) Quindi anche il Falcon si deve adeguare. Dirottato su Firenze, imbarca moglie e figli del presidente del Consiglio e riparte alla volta di Aosta. Il Falcon con Renzi e famiglia atterra alle 21,25 sempre di martedì. Vacanze a Courmayeur. All’insegna del risparmio ovviamente. Di chi? Di Renzi e famiglia che alloggia nella caserma degli Alpini a spese della comunità (noi)”.
Romano, sul suo blog, allega i piani di volo che dimostrano il percorso del volo di Stato.
Parte da Tirana, dove Renzi ha incontrato il premier albanese, passa poi per Firenze (dove sosta per far imbarcare la famiglia del presidente del Consiglio) e atterra all’aeroporto Corrado Gex della Valle d’Aosta.
Una struttura — come denunciano gli attivisti locali del Movimento 5 stelle — in stato di degrado e abbandono, che non serve voli di linea da anni.
“Quanto è costato — si chiede il deputato del M5s — questo volo di stato in missione vacanza? (…) Un Falcon quando si muove ha un costo notevole (euro 9000 all’ora)”.
Dopo qualche ora, il presidente del Consiglio replica su Twitter: “Gli spostamenti aerei, dormire in caserma, avere la scorta, abitare a Palazzo Chigi — scrive Renzi — non sono scelte ma frutto di protocolli di sicurezza #regole”.
Poi Palazzo Chigi entra nel merito con una lunga nota: “Il presidente del Consiglio non ha raggiunto Aosta con il volo di Stato con cui si è recato a Tirana, in visita ufficiale in Albania (regolarmente atterrato a Roma), ma con un Falcon 900 (quindi con un altro volo di Stato, ndr), nel pieno rispetto della normativa e dei protocolli di sicurezza. Ciò riguarda anche la famiglia del premier quando si muove con lui, sottoposta agli stessi obblighi di sicurezza e a norma di legge; per quanto riguarda l’alloggio in caserma (…) il presidente del Consiglio ha regolarmente pagato il dovuto per sè e per i suoi familiari”.
La spiegazione non persuade i 5 stelle. Per Carlo Sibilia “Renzi deve restituire agli italiani i soldi spesi per farlo andare in vacanza. È l’ennesimo atteggiamento alla Marchese del Grillo: ‘io sono io, e voi non siete un c…o’”.
Per il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio “sono atteggiamenti come quello di Renzi ad alimentare il menefreghismo di Stato”.
Ma cosa dice effettivamente la direttiva di Palazzo Chigi sulla disciplina dei voli di Stato che definisce anche “i protocolli di sicurezza” in tutela delle massime cariche della Repubblica? All’articolo 1, comma 2 è scritto che “il trasporto aereo di Stato è sempre disposto (…) per garantire il livello di sicurezza o il trattamento protocollare connesso al rango della carica rivestita”. Tuttavia, l’articolo 7 della stessa direttiva specifica i criteri generali da seguire prima di concedere l’aereo blu (l’ultima parola spetta alla segreteria di Palazzo Chigi): “Il trasporto di Stato è disposto secondo criteri di economicità e di impiego razionale delle risorse, previa rigorosa valutazione dell’inopportunità o della non convenienza dell’impiego di differenti modalità di trasporto, ovvero previa verifica delle specifiche esigenze di alta rappresentanza connesse alla natura della missione istituzionale supportata”.
Trattandosi di vacanze, pur riconoscendo la prerogativa del premier alla tutela della sicurezza, questi criteri di “economicità e impiego razionale delle risorse” sono stati rispettati?
Valeria Pacelli e Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
ASSENTEISMI: ONOREVOLI CHE “LICENZIANO” TUTTI MA NON LAVORANO MAI
Daniela Santanchè non è mai assente, sempre presente a se stessa: “Mi perdoni, sono in un negozio e devo pagare, mi richiami tra dieci minuti”.
La deputata di Forza Italia, nonostante sia scattata l’agognata ora dei saldi, s’è ritagliata un po’ di tempo per emanare un paio di veementi comunicati contro il sindaco Ignazio Marino e i vigili urbani di Roma, fatalmente cagionevoli a Capodanno; oltre l’83% dell’organico s’è dato malato.
E ha domandato, Santanchè, col tono perentorio di una parlamentare esemplare: “C’è bisogno dell’ammutinamento di Roma per capire che la pubblica amministrazione va riformata?”.
Completati gli acquisti, Santanchè invoca i licenziamenti: “Vanno cacciati i dipendenti che commettono un falso, che taroccano un certificato medico. Matteo Renzi sia sveglio e svelto”.
Allora che fare, maledetta imprudenza, con la deputata Santanchè che il 77,6% delle volte diserta l’aula di Montecitorio?
Il suggerimento proviene dalla medesima Garnero in Santanchè: “Nulla”.
E perchè? “Io non ci vado e basta. Non rubo lo stipendio, non fingo acciacchi, anzi perdo la diaria”.
Santanchè risulta al sesto posto nella classifica dei fannulloni di Montecitorio, irraggiungibile il collega di partito Antonio Angelucci (99%), svettano con percentuali incredibili i senatori Nicolò Ghedini (99%) e Denis Verdini (91%), che vengono avvistati a Palazzo Madama meno di dieci votazioni su cento.
Va precisato che i dati di Open-polis conteggiano la presenza durante il voto, poichè i palazzi dei politici non sono dotati di macchine per timbrare il cartellino e non c’è differenza tra i giustificati e i furbetti.
Spesso l’uscita dall’emiciclo, come per i Cinque Stelle, viene utilizzata per protesta nei confronti della maggioranza di governo.
Il gusto di riempire le agenzie di stampa con parole a caso racchiuse tra due virgolette scomoda il politico anche nei giorni festivi e anche se quel politico, vedi Giovanni Toti, non è un campione d’efficienza: “Roma fuori controllo. Macchina amministrativa bloccata e i democratici non vogliono votare”.
L’ex direttore dei tg Mediaset, un novizio degli scranni, a ottobre era già tra i peggiori europarlamentari italiani e dunque del continente: su 82 occasioni di voto in 3 sedute plenarie a Strasburgo , Toti era al 15%.
È identica la prestazione di Matteo Salvini, che rivendica un rendimento più alto e lavora nei salotti tv per l’epopea leghista: “Renzi, devi cacciare Marino”, esorta il segretario del Carroccio.
Il coordinatore romano di Ncd, al secolo Gianni Sammarco, ha addirittura dettato una dichiarazione di otto righe, molto accorata, e ha fornito una serie di dilemmi irrisolvibili: “Questo è uno scandalo inaccettabile. Chiaro sintomo di una città che versa ormai nel degrado più assoluto a causa di un’amministrazione cieca e incapace. Marino dov’era?”.
Segue battuta: “Forse a cercare nuovi siti dove dislocare i sampietrini?”.
Il sottinteso: Marino è intenzionato a smantellare le strade di Roma, ma Sammarco omette di ricordare che, seppur verbalmente ligio al dovere, a Montecitorio ci va un giorno sì e un giorno no.
Con il 40% di assenze, un pochino meglio di Sammarco, Mara Carfagna diventa feroce: “Renzi ha simulato la voce grossa con i sindacati, ma al momento di decidere ha ceduto alle pressioni dei lobbisti”.
Sì, via tutti, a casa tutti. Poi becchi il politico che giudica e non sta lì incollato al seggio, e non accade niente. Non un tremore di coscienza.
Vige la regola Santanchè: “Io non ho bisogno di marcare visita”.
E non può essere neanche multata. I vigili non ci sono.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
DURANTE IL CONCERTO DI CAPODANNO A NAPOLI IL CANTANTE MINIMIZZA L’EMERGENZA AMBIENTALE DI UNA TERRA DEVASTATA: A CHE PRO?
Non adoro le feste di Piazza, soprattutto quando i fondi pubblici sono sempre di meno ed i disagi
per i cittadini, proprio a causa delle reiterate e continuate omissioni dovute alla carenza di liquidità , diventano sempre più crescenti, pregnanti e insostenibili. Insomma, spendere soldi pubblici per organizzare un “Capodanno in Piazza” mentre ci sono persone che dormono per strada – proprio per mancanza di fondi e di strutture ricettive che possano ospitarli, e nonostante il gelo di questi giorni – o interi quartieri sono abbandonati a loro stessi da lustri e bilustri, la trovo una cosa assurda oltre che indegna
Nel caso del Capodanno organizzato dal Sindaco di Napoli, questo naturale ed istintivo “ri-sentimento” si è accresciuto ancora di più perchè “il tutto” ha sempre più assunto le sembianze, non soltanto della farsa scientificamente data, ma della beffa vera e propria ai danni della verit�
Altro che ipotetico momento di “gioia”. Il concerto di fine anno è stato utilizzato come una sorta di strumento privilegiato per consumare una mera propaganda di maniera e per lanciare spot pseudo-elettorali a detrimento di quel sentimento di sana ribellione che vive invece in ogni napoletano che ama la propria terra e la propria gente.
Dal palco di Piazza del Plebiscito, Gigi D’Alessio, col sicuro benestare del Sindaco, del Governatore della Campania e dello stesso Capo del Governo, ha affermato: 1) che solo l’ 1% della “Terra dei Fuochi” sarebbe inquinata: 2) che gli abitanti ed i medici per l’ambiente dovrebbero stare sereni; 3) che l’aumento della mortalità per tumori non esisterebbe; 4) che i reali d’ Inghilterra verrebbero a comprare frutta e verdure a Caivano (travisando completamente una notizia che riguarda l’aumento di esportazioni con la Gran Bretagna); 5) che la Campania, non sarebbe più la “Terra dei Fuochi”; ma la terra “dei suoni e dei cuori”.
Come sia possibile che un napoletano, da un palco collocato proprio nel cuore della città , in diretta nazionale – e non solo – assuma e diffonda certezze anzichè ribadire dubbi e “gridare” l’appassionata e fervente istanza di intensificazione degli interventi, proprio non è dato capirlo.
In ogni caso la cosa fa davvero tristezza perchè, mentre l’emergenza ambientale persiste, la Regione Campania ha pensato bene di investire milioni di euro per pagare calciatori e cantanti per una sterile attività di marketing sulla nostra terra, dimenticandosi del tutto delle bonifiche e delle attività di screening.
Come sia possibile dire che la Campania non sia più la “Terra dei fuochi”, ma la “terra dei suoni e dei cuori” resta un mistero.
Proprio come la cecità di chi ci governa. A Napoli, la raccolta dei rifiuti è pessima, soprattutto in alcuni quartieri come quello di Fuorigrotta, e in buona parte della periferia, compresi i Comuni limitrofi, sono reiterati e continuati, sia i roghi tossici che le attività di sversamento illegale dei rifiuti.
Possono anche sbizzarrirsi nel raccontare “le favolette”. Possono anche “cantarcela” e “suonarcela” come vogliono.
La verità è che “terra dei fuochi” esiste ancora, purtroppo, e che necessita di interventi seri, ivi compresa l’occupazione del territorio da parte dello Stato per combattere, sia eventuali attività di speculazione economico-strumentale da parte della malavita e dell’eventuale connivenza politico-affaristico-malavitosa, che per annientare quel senso di inciviltà che alberga in chi offende quotidianamente la propria terra col menefreghismo sistematico e che soltanto l’uso della forza legale potrà seriamente riequlibrare.
E non si preoccupino nè D’Alessio, nè il Sindaco, nè il Governatore della Campania, nè tantomeno Renzi: questa terra è davvero la “terra dei cuori e dei suoni”, ma solo per l’amore della gente che ci vive.
Forse, un giorno non lontano, un po di cuore ce lo metteranno anche i politici…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Gennaio 4th, 2015 Riccardo Fucile
UN VIGILE URBANO RACCONTA LA VERITA’ SULLA NOTTE DI CAPODANNO: “NON E’ QUELLA CHE VI RACCONTANO”
Non vi raccontano che i vigili sono in agitazione, insieme agli altri comunali, da un mese. Non vi raccontano che Marino, mostrando insofferenza e un po’ di schifo verso la categoria, non si è mai presentato agli incontri con i sindacati
Non vi raccontano che dal primo gennaio è entrato in vigore un nuovo contratto, imposto unilateralmente che prevede riduzioni di stipendio per tutti, su un contratto fermo già da 8 anni.
Non vi raccontano che il vicesindaco Nieri, eletto con Sel, ha da subito manifestato una sorta di fastidio epidermico nell’incontrare i rappresentanti dei vigili. E che, all richiesta di un agente circa il perchè di tanto accanimento, lui rispondeva su Facebook: “dovete imparare a nuotare in mezzo bicchiere d’acqua”.
E non vi raccontano che i vigili sono in agitazione perchè il provvedimento anticorruzione voluto da Brunetta è stato recepito dall’amministrazione nel modo più estensivo e punitivo possibile. Non per i corrotti o i ladri, ma per tutti.
E finora ha portato al trasferimento in altre sedi di persone integerrime, senza macchia alcuna, a pochi mesi dalla pensione. Con una cattiveria ed un cinismo unici.
Non vi raccontano, soprattutto, che i vigili hanno dichiarato che, come forma di protesta avrebbero disertato la prestazione straordinaria volontaria di capodanno, anche perchè sciopero ed assemblea non sono stati autorizzati.
Non vi raccontano che “siccome i vigili si comprano con un caffè” , nessuno al comando ha preparato il servizio ordinario per il 31, nessuno ha sospeso richieste e riposi come prassi. Perchè tanto i vigili verranno a frotte volontari, visto che la notte del 31 è ben pagata. Alla faccia dei sindacati.
Ed invece, per la prima volta, i vigili hanno tenuto il punto, e le adesioni volontarie sono state 0 (leggi zero)
Così Campidoglio e comando si sono trovati, a poche ore dal capodanno, nel panico più totale, per colpa della loro schifosa arroganza.
E per metterci una toppa hanno commesso ogni genere di sopruso, modificando arbitrariamente turni di lavoro, cercando di richiamare abusivamente in servizio gente in ferie o a riposo.
Ed utilizzando la reperibilità , strumento utilizzabile solo per catastrofi. Per gestire un concerto.
Dall’altra parte, ovviamente, ogni genere di resistenza, lecita e meno lecita, con ogni mezzo per difendersi da una serie di porcate mai viste.
E per giustificare questa disorganizzazione figlia della presunzione e dell’arroganza, per giustificare l’aver tenuto le persone in servizio appiedato 19 ore, non si è trovato di meglio che sparare cifre a capocchia sui malati. 835, come ripreso anche dal premier.
Solo che in quel numero c’erano anche ferie, riposi, maternità , donazioni.
Oggi si parla di 44 casi sospetti, non 835. Ma per estendere il Jobs act ai pubblici dipendenti 835 suona meglio.
Anche evitare di parlare della protesta è meglio.
Perchè twittare dalla pista di Courmayeur è scomodo, bisogna essere sintetici.
David
(da “Fanpage”)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PUPAZZI E PUPARI: “QUESTA VOLTA CI GIOCHIAMO TUTTO”… NELLE MANI DI LOTTI LA PRIMA LISTA DI FRANCHI TIRATORI
Matteo Renzi non aveva certo bisogno di ascoltare il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano
per sapere come la pensa il capo dello Stato sul suo successore al Quirinale.
Attraverso i frequenti colloqui riservati con Napolitano, il premier ha appreso da tempo che il presidente vorrebbe lasciare il testimone ad una personalità autorevole e autonoma, in grado di gestire, se necessario anche in prima persona, l’attuale delicatissima fase di crisi non solo economica, come è avvenuto dal 2011 in poi con la nascita dei governi Monti, Letta e quindi Renzi.
Insomma, non un candidato avatar. Eppure il messaggio quirinalizio di fine anno, esplicitamente rivolto al successore al Colle con tutti quei richiami al “senso di responsabilità , del dovere, della Costituzione e della nazione…”, ha fatto scattare una sorta di allerta dalle parti del presidente del Consiglio.
Innanzitutto, perchè è stato seguito da ben 13 milioni di telespettatori, a conferma di quanto sia solida l’eredità di un ‘presidente interventista’ come Napolitano in termini di popolarità .
L’affare Colle insomma non è da prendere sotto gamba, nè presenta ampi margini di azione per l’elezione di un presidente che sia solo l’ombra, l’avatar del premier.
Luca Lotti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio cui Renzi ha affidato in via del tutto riservata la prima ricognizione tra le forze politiche sul dossier Quirinale, conta già circa 130-140 franchi tiratori in Parlamento.
La lista di Lotti: 130-140 franchi tiratori.
“Stavolta ci giochiamo tutto”, lascia trapelare Renzi nei contatti con i fedelissimi dal ‘rifugio’ di Courmayer dove si trova in vacanza con la famiglia per qualche giorno.
I problemi maggiori arriverebbero dal Pd, a sentire le fonti renziane.
Nel Partito Democratico infatti lo screening di Lotti conta un’80ina di franchi tiratori, tra cui vengono calcolati di certo parlamentari come Pippo Civati, Stefano Fassina, le truppe dalemiane e gli anti-renziani per eccellenza.
“Questi non voteranno mai il nome proposto da Renzi, chiunque esso sia…”, dice una fonte vicina al premier.
E poi ci sono i circa 40 fittiani di Forza Italia, più una decina di possibili ‘traditori’ nei gruppi minori, Ncd e Scelta Civica.
Si tratta di forze che potrebbero saldarsi già nel test sulla legge elettorale al Senato, al via la prossima settimana.
Il rischio più temuto dai renziani è che questa saldatura punti a far saltare i capilista bloccati dell’Italicum, caposaldo dell’accordo con Silvio Berlusconi sul nuovo sistema di voto.
Sarebbe il caos, non solo perchè si metterebbe a rischio l’ok di Palazzo Madama all’Italicum prima della corsa quirinalizia (al nastro di partenza a fine gennaio).
Ma anche perchè un pasticcio del genere spaccherebbe i due maggiori partiti proprio alla vigilia di un appuntamento delicato come l’elezione del successore di Napolitano.
Il 7 Renzi riunisce i gruppi Pd. Più in là , vedrà Berlusconi.
Per compiere tutti i passi necessari ad evitare il caos, già mercoledì 7 gennaio il premier incontrerà i parlamentari del Pd sulla legge elettorale. All’inizio della settimana prossima vedrà anche i ministri, uno per uno, sul programma di riforme dell’anno nuovo: “Costituzione, legge elettorale, fisco, giustizia civile, Pubblica amministrazione, cultura-scuola-Rai, Green Act, lavoro.
“Facciamo sul serio, sara’ un buon 2015”, ha scritto su twitter da Courmayer. In programma, c’è anche l’incontro con Berlusconi, ma non già la prossima settimana. Perchè, nonostante le strizzate d’occhio al M5s, l’alleanza con l’ex Cavaliere resta centrale nello schema di Renzi sulla scelta del successore di Napolitano.
“L’accordo tra loro è roccioso”, sottolinea un parlamentare renziano.
Anche perchè Berlusconi, prima vittima dell’attivismo di Napolitano nel 2011, è il più vicino all’idea di Renzi di ricondurre il Quirinale ad un ruolo meno interventista sugli affari di governo.
Il punto interrogativo, si sa, sta sulla tenuta di Forza Italia. E oggi un’altra dose di allerta è stata seminata nel quartier generale renziano dal Mattinale di Forza Italia che chiede un accordo sul Quirinale prima del voto sulla legge elettorale in Senato.
E’ la linea Brunetta, sminuiscono nella cerchia stretta del premier, pur ammettendo che si tratta di segnali assolutamente non piacevoli.
Dunque, il percorso sembra lastricato di insidie.
E ci si mette anche il peso da novanta di uno come Napolitano che lascia. Nemmeno Renzi può permettersi un ‘vuoto’ al Colle, ragionano i suoi.
Come se ne esce? In queste ore, lo schema non può che essere di massima.
Il premier poi non è interessato a scoprire le carte prima che l’arbitro abbia fischiato l’inizio della partita per il Colle, vale a dire prima della metà di gennaio quando Napolitano dovrebbe lasciare.
Però, date le trappole in vista, la ricerca cerca di restringersi su un nome che possa davvero avere la massima condivisione in Parlamento, al netto dei franchi tiratori dati per scontati, magari non tutti i 130-140 di Lotti ma di certo una loro parte.
Prima la carta ‘politico per il Colle’, poi il ‘tecnico’, se necessario.
E’ in questa cornice che prende quota l’intenzione di partire dalla proposta di un candidato ‘politico per il Colle’: per non deludere le aspettative dello stesso Napolitano e per non esacerbare il clima in Parlamento.
Se poi il politico non passa, si prenderebbe in considerazione l’ipotesi di una candidatura tecnica.
Il tutto riferito sempre e solo alla quarta votazione, quella per cui sono sufficienti 505 voti del Parlamento in seduta comune.
E dunque per la categoria ‘politici’, tra i gruppi Pd girano i nomi di Graziano Delrio o Walter Veltroni più che di Dario Franceschini o Piero Fassino.
Soprattutto, il primo viene citato molto in queste ore. Moderato, renzianissimo eppure candidato considerato di sintesi e autonomo, non fosse altro che per quelle voci di tensioni con il premier prima dell’estate, e poi prodiano della prima ora, sottosegretario eppure ancora punto di riferimento di quel ‘partito Anci’ che fu la prima culla del renzismo, Delrio presenterebbe il limite di essere comunque troppo legato a Renzi, ma risulterebbe gradito anche a Berlusconi, potrebbe insomma comunque riscuotere un largo consenso.
Nella categoria ‘tecnici per il Colle’, che scatterebbe solo in caso di flop del politico e per raccogliere voti anche nel M5s, si fanno i nomi di Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, e Raffaele Cantone, capo dell’anticorruzione spedito da Renzi a gestire ogni emergenza di politica e malaffare, dall’Expo a ‘mafia capitale’.
E poi anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.
C’è da dire che sia Delrio che Cantone sarebbero i presidenti più giovani della storia della Repubblica: dato mai sottovalutabile nella visione renziana.
Ma per i nomi è presto. In questa fase, le antenne sono dritte e puntate sugli umori del Parlamento.
Mercoledì il premier farà l’ennesimo test ai gruppi Pd (e ne convocherà un’assemblea nazionale ma solo a partita quirinalizia iniziata, insomma non prima della seconda metà di gennaio).
Poi, la verifica con Berlusconi.
Il test dei test inizia giovedì 8 gennaio.
Luogo: l’aula del Senato alle prese con l’Italicum 2.0.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
I “NO” DI DE NICOLA PER AVERE GARANZIE E LE LUNGHE MARATONE IN AULA
Per la tredicesima volta, davanti alle urne di vimini foderate di raso verde dalle quali uscirà il nome del prossimo inquilino del Quirinale, il Palazzo scopre che non c’è un metodo, non c’è una tecnica, non c’è proprio nessun sistema che garantisca l’elezione a colpo sicuro del capo dello Stato.
E oggi l’imbarazzante ricordo dell’aprile 2013 – quel falò politico di 72 ore che bruciò i nomi di Franco Marini, di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, prima che i leader di partito andassero in processione da Napolitano per supplicarlo di accettare il secondo mandato – spinge chi sarà chiamato a fare la prima mossa a guardarsi indietro, per capire come si fa un presidente.
Perchè solo la storia può insegnare qualcosa: forse non i segreti per conquistare il Colle, ma di sicuro gli errori da non commettere per evitare una rovinosa sconfitta.
All’alba della Repubblica – siamo alla fine di giugno del 1946 – la partita si svolge tra le quattro mura di una stanza, quella in cui una sera si riuniscono De Gasperi, Togliatti e Nenni per scegliere il “capo provvisorio dello Stato” dopo la fine della monarchia.
Una partita a tavolino, dunque, nella quale il leader democristiano entra portando in tasca il nome di Vittorio Emanuele Orlando (il presidente del Consiglio della Grande Guerra) e ne esce con quello di Enrico De Nicola.
Eppure, trovata l’intesa, l’impresa più difficile risulta quella di convincere il grande giurista napoletano a dire di sì: quando gli offrono – a 69 anni – la poltrona più importante della neonata Repubblica, lui ha già rinunciato quattro volte ad essere presidente del Consiglio.
Al prefetto di Napoli, incaricato da De Gasperi di sondarne la disponibilità , De Nicola risponde con un cortesissimo «No, grazie».
Neanche Giovanni Leone, suo allievo prediletto, riesce a parlargli: «Veniva al telefono – racconterà poi – e credendo di ingannarmi camuffava la voce nella cornetta: mi dispiace, l’onorevole non c’è».
Sul Giornale d’Italia il giornalista Manlio Lupinacci gli rivolge un appello pubblico: “Onorevole De Nicola, decida di decidere se accetta di accettare”».
Solo quando Giuseppe Saragat, presidente dell’Assemblea costituente, gli telefona per assicurargli che c’è quasi l’unanimità sul suo nome, De Nicola finalmente accetta.
E raccoglie l’80 per cento dei voti.
Neanche due anni dopo, nonostante la storica vittoria alle politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi riesce a imporre il suo candidato, il repubblicano Carlo Sforza.
Nella notte del 10 maggio, dopo due disastrose votazioni, deve ripiegare sul liberale Luigi Einaudi.
E tocca al suo collaboratore più fidato, Giulio Andreotti, bussare alle sei e un quarto alla porta dell’ignaro senatore piemontese per chiedergli di lasciare le sue tre cariche – ministro del Bilancio, vicepresidente del Consiglio e governatore della Banca d’Italia – per la presidenza della Repubblica.
«Ma De Gasperi – obietta lui, sinceramente preoccupato – lo sa che io porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari?».
E Andreotti, serafico: «Non si preoccupi, mica deve andare a cavallo: al giorno d’oggi ci sono le automobili».
Con l’elezione di Giovanni Gronchi si sperimenta, e proprio in casa democristiana, la congiura anti-partito.
Il segretario del partito, Amintore Fanfani, vorrebbe eleggere Cesare Merzagora, ma un fronte largo si mobilita sottotraccia per Gronchi, il democristiano che piace a sinistra.
E mentre il futuro presidente porta a spasso per Roma il monarchico Covelli, per convincerlo a rastrellare i voti della destra, Guido Gonella tiene i contatti con Togliatti e Andreotti va a casa di Pertini.
Ci va a piedi, per non essere seguito, e il deputato socialista scende ad accoglierlo in vestaglia. «Trovammo l’atrio affollato di gente, come se ci aspettassero – racconterà poi – e invece aspettavano la Madonna Pellegrina che allora girava di palazzo in palazzo».
Anche un candidato ufficiale può mettere in campo le contromisure per neutralizzare chi lavora contro di lui.
Per far eleggere il quarto presidente, Antonio Segni, che nelle prime votazioni non riesce a raccogliere i voti dei dissidenti democristiani, si mobilita quella che verrà battezzata «la Brigata Sassari», guidata da Piccoli, Sarti e Cossiga.
Sono loro che si occupano di recuperare a uno a uno i voti in libera uscita: nel Transatlantico, col telefono o al ristorante.
Decisivo è però il no di Leone a Togliatti. E’ il pomeriggio del 6 maggio 1962. A Segni sono mancati solo quattro voti, all’ottavo scrutinio, per essere eletto, e in aula è scoppiato un tumulto per l’apparizione di schede prevotate.
Mentre l’aula è in subbuglio, il segretario del Pci va da Leone, presidente della Camera, e gli chiede di rinviare la seduta al giorno dopo. Se lo farà , avrà i voti della sinistra per diventare presidente al posto di Segni. «Vi ringrazio, ma così userei i miei poteri per un interesse personale: non posso», risponde Leone, che indice per la sera stessa la nuova votazione. Segni supera il quorum per 15 voti: la Brigata Sassari ha conquistato il Colle
Due anni dopo, quando le dimissioni di Segni riaprono i giochi per il Quirinale, il presidente del Consiglio Aldo Moro fa tesoro degli errori di De Gasperi ed evita di schierare dal primo minuto il suo candidato, il socialdemocratico Giuseppe Saragat. «Se noi lo candidassimo subito, i gruppi democristiani si ribellerebbero e uscirebbe eletto Fanfani » spiega a Nenni.
Dunque lo stesso Moro dà il via libera alla candidatura di Leone, che i franchi tiratori si incaricano di bloccare. Poi, dopo il quindicesimo scrutinio a vuoto, fa approvare ai grandi elettori del partito un oscuro documento in cui si auspica un candidato che raccolga «le più larghe adesioni della parte democratica del Parlamento ».
Molti votano senza cogliere quella sfumatura. Solo un deputato quarantenne di Novara, Oscar Luigi Scalfaro, coglie il vero significato di quella frase: «Ho capito tutto, questa sera siamo stati chiamati a votare per Saragat!».
E al ventunesimo scrutinio, dopo un testa a testa con Nenni, Saragat diventa il quinto presidente.
Entrare in gioco nel secondo tempo, quando il primo nome è stato bruciato nel voto segreto: questa è la mossa che si rivelata la più efficace, in 69 anni di votazioni presidenziali.
Funziona anche con Leone, lo sconfitto del 1964 che sette anni dopo ottiene la rivincita al termine della più lunga serie di votazioni della storia del Quirinale: al ventitreesimo scrutinio.
Il candidato ufficiale della Dc, Fanfani, esce di scena al settimo giorno, battuto dai franchi tiratori, e da allora i democristiani non partecipano più alle votazioni.
Il 23 dicembre a piazza del Gesù l’intesa arriva sul nome di Leone. Dovrà battere Nenni, che abita nel suo stesso condominio, in via Cristoforo Colombo.
Il giorno della votazione decisiva il portiere mette la guida rossa nell’atrio. «Non so chi sarà eletto – annuncia agli altri inquilini – ma so che stasera torna a casa un presidente».
Quando però il partito di maggioranza relativa non ha la forza per imporre il suo candidato nè al primo nè al secondo tempo, la sua prima tentazione è quella di bloccare anche gli altri aspiranti.
Così, nel luglio rovente del 1978 – Moro è stato ucciso il 9 maggio, Leone è stato costretto a dimettersi il 15 giugno – le correnti democristiane cercano di neutralizzare il candidato più insidioso: il socialista Sandro Pertini, sostenuto dai comunisti e dai laici, subìto.
Non potete chiederci, dicono, di votare un candidato scelto dagli altri.
La contromossa di Pertini è geniale: convoca i cronisti e annuncia il suo ritiro dalla corsa. Poi aggiunge: «Volete una rivelazione? Dieci giorni fa io sono andato da Zaccagnini e gli ho detto: il candidato devi essere tu». La mina è disinnescata, il candidato socialista non è più uno schiaffo alla Dc.
Così, 48 ore dopo l’ex partigiano viene eletto presidente con 832 voti, un record tutt’ora imbattuto.
Sette anni dopo, però, la Dc non si fa cogliere impreparata. Ha imparato la lezione, e Ciriaco De Mita realizza un capolavoro tattico riuscendo a far eleggere al primo scrutinio – per la prima volta dal 1946 – Francesco Cossiga.
Il segretario Dc tesse con largo anticipo, in gran segreto, una tela che gli permette di raccogliere un consenso trasversale così ampio che Cossiga – ex uomo di punta della “Brigata Sassari” – stavolta può andarsene in Portogallo ostentando il suo distacco. Ma il giorno del voto decisivo va a trovare l’amico segretario alle sei e mezzo del mattino nella sua casa vicino alle Fosse Ardeatine, lo invita a fare due passi nella strada deserta e gli regala una Bibbia rilegata con la sua dedica. «Non lasciatemi solo» mormora, abbracciandolo.
Eppure la pazienza e l’abilità non bastano, davanti a una poltrona per due.
E nella primavera del 1992, quando Andreotti e Forlani puntano entrambi verso il Colle, i grandi elettori li puniscono nel voto segreto.
Solo il tritolo della strage di Capaci, che scuote il Palazzo come un terremoto, costringe i partiti a trovare subito un’intesa su un outsider, Oscar Luigi Scalfaro, che alla prima votazione aveva avuto solo sei voti.
All’ultimo momento però Achille Occhetto va dal candidato per dirgli che c’è ancora ostacolo: «Tra i nostri c’è chi teme che la tua identità di cattolico fervente possa entrare in conflitto con la necessaria connotazione laica dello Stato» lo avverte.
«Di’ ai tuoi – gli risponde Scalfaro – che io sono serenamente degasperiano: la Chiesa è la Chiesa, lo Stato è lo Stato».
Poche ore dopo – la sera del 25 maggio – il quinto (e ultimo) presidente democristiano viene eletto con 672 voti su 1002.
Nell’ultimo anno del secondo millennio, l’elezione del successore di Scalfaro è così sorprendente, per la rapidità dell’elezione e per l’ampiezza della maggioranza – che da allora si parla di “metodo Ciampi”.
Stavolta il ruolo del grande tessitore tocca a Walter Veltroni, che riesce a trovare l’intesa con l’opposizione berlusconiana sul nome del ministro dell’Economia che ha portato l’Italia nell’euro.
L’accordo resta segreto fino all’ultimo, anche se una settimana prima delle votazioni Gianfranco Fini fa una scommessa con i giornalisti e scrive il nome del futuro presidente su un foglio che, sigillato in una busta, viene affidato al cameriere di un bar. Dopo l’elezione, torna con i cronisti, riapre la busta davanti a loro e mostra il biglietto: «Ciampi».
L’impresa non riuscirà più a nessuno. Nel 2006 la candidatura di Massimo D’Alema trova una sponda perfino nel «Foglio» di Giuliano Ferrara, ma Fini, Casini e Rutelli si mettono di traverso e all’ultimo momento spunta il nome dell’ottantunenne Giorgio Napolitano.
Sarà il primo ex comunista a diventare capo dello Stato. E sarà anche il primo presidente a essere rieletto, dopo il ritorno sulla scena degli eterni protagonisti delle campagne per il Quirinale: i franchi tiratori.
Ma quella è un’altra storia, che va raccontata dall’inizio.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
LA CANCELLIERA CONTRO IL POPULISMO XENOFOBO
Un discorso di fine anno all’insegna della lotta al populismo di destra, in particolare (anche se
non lo cita direttamente) il riferimento è al gruppo estremista Pegida (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente).
Quel movimento nato a Dresda che sta prendendo piede anche in altre città della Germania: per la Merkel è “ovvio che accogliamo le persone che cercano di salvarsi”. La cancelliera difende così le scelte nelle politiche per l’immigrazione del suo governo, e mette in guardia i tedeschi dai rischi derivanti dal crescente populismo di destra, “spesso pieno di pregiudizi e persino odio”, dice riferendosi alle recenti proteste anti-islam nelle città tedesche.
Proteste guidate da Pegida, appunto.
La cancelliera, come riporta il Financial Times, guida un trio di leader europei che ha duramente attaccato i populismi: gli altri due sono il presidente francese Francois Hollande (il riferimento al Front National è evidente) e quello italiano Giorgio Napolitano.
Avvertimenti che hanno un sapore diverso, con un occhio ai recenti avvenimenti che hanno interessato la politica greca con la mancata elezione del presidente e l’ascesa di Syriza di Alexis Tsipras in vista delle prossime elezioni.
Come racconta la Stampa, la Merkel ha difeso la linea del governo tedesco sugli immigrati e ha fatto riferimento alle manifestazioni di Pegida, dove sono stati utilizzati slogan della rivoluzione pacifica che portò alla Caduta del Muro di Berlino: “Quello che intendono veramente è: voi non ne fate parte – per il colore della vostra pelle o per la vostra religione”. E “nei loro cuori albergano troppo spesso i pregiudizi, la freddezza, sì, addirittura l’odio”.
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