Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA FECCIA RAZZISTA AVEVA PRIMA IMPEDITO A UN UOMO DI COLORE DI SALIRE SUL METRO, ORA DIVERSI SONO STATI IDENTIFICATI
Ieri sera a Parigi un gruppo di supporter del Chelsea ha intonato cori razzisti e impedito ad un uomo di colore di utilizzare la metropolitana: oggi uno degli autori del gesto è stato identificato grazie a un video girato da un passante che ha assistito alla scena.
Il nome del ragazzo è Josh Parsons (20), ex-studente della prestigiosa scuola privata Millfield School di Somerset (UK).
Josh è un sostenitore dell’UKIP, noto partito euroscettico britannico il cui leader è Nigel Farage; il politico inglese, tra l’altro, è stato ritratto in una foto mentre beveva una birra proprio in compagnia di Josh.
In visita a Parigi in occasione del match di Champions League PSG – Chelsea i tifosi hanno offerto uno spettacolo indegno, come riportato dal IBTimes UK: dopo aver impedito di salire sulla metro a Souleymane S. (33) a causa del colore della sua pelle hanno iniziato a intonare un coro che recitava: “Siamo razzisti, siamo razzisti, ci piace così!”
Souleymane, padre di tre bambini originario della Repubblica di Mauritius, ha dichiarato che “Questi tifosi devono essere trovati, identificati e puniti”; l’uomo esporrà oggi una denuncia formale alle autorità parigine.
Parsons frequenta il corso di business della londinese Regent’s University; attualmente è impiegato presso il Business and Commercial Finance Club di Londra.
Nonostante più fonti lo considerino un sostenitore dell’UKIP il partito ha escluso ogni connessione con Parsons, dichiarando che la foto scattata con Farange era stata immortalata durante un incontro casuale in un bar londinese.
La sua datrice di lavoro, Miranda Khadr, ha dichiarato: “Al momento è molto spaventato, quindi oggi non verrà a lavorare. Non è affatto il tipo di persona che si lascia andare a comportamenti razzisti: lavora con me e io non sono inglese. Josh è un ragazzo di 21 anni che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”.
Oltre a Parsons è stato identificato un secondo individuo nel vagone della metro.
I pubblici ministeri hanno lanciato l’accusa di comportamento razzista sui mezzi pubblici, reato penale punibile col carcere fino a tre anni e una pena pecuniaria fino a 33mila sterline.
Paul Nolanm, autore del video che ha permesso di identificare Parsons, ha dichiarato: “Era (Souleymane) visibilmente scioccato. Non credo comprendesse appieno chi fossero quelli lì. Per me è stato uno shock culturale. Ho sentito alcuni ragazzi francesi dire che non potevano credere a ciò a cui stavano assistendo”.
(da”Huffingtonpost“)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
LA CRISI DEL NAZARENO AVVANTAGGIA SOLO IL PARTITO DEMOCRATICO
La crisi del patto del Nazareno e l’elezione di Mattarella sembramo avvantaggiare il Pd (sale di un
punto e passa al 38%) mentre Forza Italia resta ferma all’11,5%. Flessione per la Lega nord che piega su il 15,5% dei consensi (-0,5%) come pure il movimento di Grillo registra una nuova leggera flessione e si attesta al 17,0.
Stabili gli altri partiti
E’ quanto emerge dal sondaggio condotto dall’Istituto Piepoli per l’agenzia Ansa
Questo il quadro complessivo (tra parentesi la variazione percentuale rispetto alla settimana precedente)
Pd 37,0% (+1 ).
Sel 4,5% ( = ).
Altri centrosinistra 1,0% ( = ).
Fi 11,5% ( = ).
Ncd-Udc 4,5% (-0,5).
Fdi-An 3,5% ( = ).
Lega Nord 15,5% (-0,5).
Altri centrodestra 0,5% ( = ).
M5S 17,0% (-0,5).
Altri partiti 4,0% (-0,5).
La forbice tra centrosinistra (42,5%) e centrodestra (compreso Ncd 35,5% ) rimane molto ampia. Va inoltre considerato che, con la nuova legge elettorale che prevede il premio al maggior partito e non più alla coalizione, per il centrodestra, a causa delle divisioni internem risulterebbe ancor più difficile creare un unico soggetto politico, mentre il Pd, da solo, rimane al di sopra della soglia di sicurezza.
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
SI DIMETTONO I COORDINATORI DOPO IL COMMISSARIAMENTO…. FITTO: “VOGLIONO EPURARCI”
Il primo segnale lo aveva lanciato ieri Raffaele Fitto: “Volevamo fermare gli scempi sull’Italicum, e hanno commissariato la Puglia”.
Oggi scoppia la rivolta in Forza Italia. Perchè i ribelli guidati dall’europarlamentare pugliese reagiscono all’ultimo schiaffo di Silvio Berlusconi al loro leader di corrente. Dopo la nomina di Luigi Vitali commissario del partito in Regione, i coordinatori pugliesi hanno annunciato le loro dimissioni in dissenso con una decisione calata dall’alto e appresa dalla stampa.
“A seguito di quanto irritualmente appreso dagli organi di informazione circa il commissariamento di Forza Italia in Puglia – scrivono – e ritenendo tale provvedimento un nuovo grave errore, che allontana ulteriormente il Partito dalla sua base, rimettiamo il nostro mandato, rassegnando dunque le dimissioni dai rispettivi incarichi. Con ciò liberiamo il commissario incaricato dall’onere di valutare il nostro livello di allineamento ‘al nuovo corso’, sgombrando il campo da qualunque equivoco circa la nostra coerente battaglia, al fianco di Raffaele Fitto, per una reale ricostruzione del Partito e del Paese. Un atto, il nostro, di doveroso rispetto degli elettori e dei militanti di Forza Italia, ancora una volta ignorati e traditi da decisioni calate dall’alto”.
“Continuiamo tuttavia – si legge ancora nella nota – ad attenderci un cambio di rotta che si manifesti innanzitutto con l’azzeramento dei vertici nazionali e l’avvio di un libero confronto interno, allo stato di fatto impedito. In particolare la imminente scadenza elettorale che riguarda il rinnovo del consiglio regionale in Puglia, impone che ciò avvenga con immediatezza”.
“Resta inteso, per quanto scontato, il nostro massimo impegno a sostegno di Forza Italia e della candidatura di Francesco Schittulli, essendo la difesa dei valori e delle idee del centrodestra, nonchè le attese del popolo dei moderati pugliesi, il nostro obiettivo prioritario ed assoluto”, concludono.
Guerra Cav-Fitto.
E’ l’atto di guerra tra Fitto e Berlusconi. Il leader dei frondisti di Forza Italia e soprattutto guida del fortino azzurro sul territorio pugliese, vero bacino di voti dei fittiani, ha attaccato duramente Berlusconi parlando al videoforum di Repubblica.it: le decisioni assunte dai vertici di Forza Italia in Puglia rispondono ad “un’idea verticistica del partito, viene punita la regione che dà più consensi a Forza Italia, e non si interviene su quelle dove il partito è ai minimi storici.
Temo che il nostro partito da liberale di massa si stia trasformando in un partito poco liberale che perde la massa. Considero le scelte fatte da Berlusconi nelle ultime ore atti di clamorosa debolezza. Noi – ha proseguito Fitto – vogliamo ricostruire Forza Italia, proprio perchè riteniamo gli atti di Berlusconi un atto di debolezza, ma non vogliamo contrapporci a nessuno”.
“Il Patto del Nazareno è stata la linea politica dell’ultimo anno dove Berlusconi ha commesso errori clamorosi – ha aggiunto Fitto -. Noi l’abbiamo denunciato e ora vogliono epurarci, ma la nostra battaglia sarà dentro forza italia, se ne facciano una ragione”.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONTRATTO A PROGETTO SARà€ RIVISTO MA LA SOSTANZA RESTA… SINDACATI DELUSI
Il governo punta al superamento dei Contratti a progetto, i famigerati co.co.pro. 
Ma non del tutto. Anzi, per niente.
L’esito dell’incontro avuto ieri al ministero del Lavoro tra Giuliano Poletti e i rappresentanti di sindacati e imprese ha confermato gli schieramenti di partenza.
“La montagna ha partorito il topolino” ha chiosato, ricorrendo al tradizionale proverbio, il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo.
“Delusa” la Cgil, contente le imprese anche se qualche distinguo lo hanno voluto rimarcare anch’esse.
L’incontro serviva a illustrare alle parti sociali il terzo decreto attuativo del Jobs Act, dopo i due già approvati dal governo e passati al vaglio delle Commissioni parlamentari (quello sul contratto a tutele crescenti e quello sull’Aspi).
In questo caso si tratta del riordino delle varie tipologie contrattuali, l’occasione, secondo molti, di “disboscare” la precarietà introdotta dalle norme degli ultimi venti anni, dal “pacchetto Treu” alla “legge Biagi”.
Precarietà che il ministro ha puntato a circoscrivere già nella sua introduzione all’incontro.
Non ci sono 45 forme di contratti precari, ha contestato alla Cgil, ma non più di 10-15 secondo la ricognizione del suo ministero.
Di questi, il governo punta ad abolirne solo due: l’associazione in partecipazione e il job sharing.
Un contratto, quest’ultimo, quasi per nulla utilizzato mentre l’associazione è ampiamente usata nel commercio per mascherare il lavoro dipendente con l’associazione all’impresa esercente.
È stata la Cisl a richiedere nei mesi scorsi la soppressione di questa tipologia e non a caso, ieri, il sindacato di Annamaria Furlan si è detto soddisfatto della decisione di Poletti.
Il ministro, però, ha confermato la durata del contratto a tempo determinato in 36 mesi, misura in contraddizione con l’esistenza del contratto a tutele crescenti.
Su questo punto, però, qualsiasi rimodulazione – si era pensato a ridurre la durata a 24 mesi — ha visto la netta contrarietà delle imprese.
Per quanto riguarda l’aspetto simbolicamente più rilevante dell’incontro, i co.co.pro., si è scelto di rinviare il problema puntando a una ridefinizione delle norme.
“Il governo — ha spiegato Poletti — intende bloccare l’utilizzo dei contratti di collaborazione aprogetto”. Ma non li ha aboliti.
Quelli nuovi saranno sospesi “per chiarire meglio i confini tra lavoro subordinato e lavoro autonomo”.
Intenzione questa, vista con sospetto dalle imprese che infatti l’hanno criticata: “Si rischia di reintrodurre forme di lavoro dipendente” ha puntualizzato Rete Imprese.
In ogni caso si tratterà di una riforma della tipologia esistente: “Una manutenzione e non un disboscamento” ha commentato la segretaria Cgil Serena Sorrentino presente all’incontro.
Per i rapporti in essere, invece, ha spiegato ancora Poletti, “occorrerà trovare una modalità di gestione transitoria”.
Sui co.co.co., invece, l’esecutivo procederà valutando “ogni specificità , sia per quelli pubblici che per quelli privati”.
Anche qui, quindi, nessuna abolizione o superamento. Sarà ritoccato anche l’apprendistato, in particolare con la riduzione della quota di formazione a carico delle imprese.
Poletti l’aveva già ridotta al 30% ma si potrebbe scendere ancora al 10. Infine, il ministro ha ventilato una sorta di appendice al decreto in relazione all’ipotesi di demansionamento unilaterale da parte delle aziende.
Una misura vista con molto allarme dai sindacati ma non del tutto chiarita.
I testi si vedranno domani, dopo il Consiglio dei ministri che varerà formalmente i decreti e che approverà definitivamente quelli già emanati.
Se il governo accoglierà o meno le riformulazioni sul licenziamento collettivo stabilite dalle commissioni parlamentari non è ancora chiaro: “Non posso anticipare nulla” ha detto Poletti, “deciderà il Consiglio dei ministri”. Cioè, Matteo Renzi.
Sul fronte sindacale la Cgil ha riunito ieri il suo comitato direttivo per decidere come proseguire la mobilitazione contro il Jobs Act.
L’obiettivo di Susanna Camusso, definito da un documento approvato a larghissima maggioranza, è quello di definire un “nuovo Statuto dei lavoratori” da trasformare poi in una legge di iniziativa popolare su cui avviare la raccolta delle firme a partire dal 19 marzo.
La Cgil, però, “non esclude” il ricorso a un referendum abrogativo.
E per dimostrare che potrebbe fare sul serio prenderà questa decisione dopo una “inedita” consultazione dei suoi iscritti chiamando il corpo della Cgil alla più ampia partecipazione.
Avvertendo, tuttavia, che questa ipotesi non potrà essere utilizzata per ambizioni politiche di vecchi e nuovi partiti.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
RENDERE CIVILI LE CARCERI NON PORTA VOTI: LE RESPONSABILITA’ SONO DELLA POLITICA
Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: «un rumeno di meno», «mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l’esempio».
Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia.
Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti.
Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.
Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anzichè dell’ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l’ennesima guerra tra poveri.
La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perchè teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.
Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano.
Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato.
Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco.
La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri.
È lei ad averli disegnati così.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IMPORTO SPALMATO SU 72 RATE E POSSIBILITA’ DI UN PIANO STRAORDINARIO FINO A 120 RATE
Lo sconto di 75mila euro sulle tasse arretrate ottenuto da Rossella Stucchi grazie alla decisione di
un giudice che ha applicato per la prima volta la legge del 2012 sul sovraindebitamento (una sorta di fallimento personale) non fermerà certamente la macchina della riscossione.
Lo scorso anno Equitalia ha incassato più di 7,4 miliardi di euro per conto dei vari enti pubblici creditori come l’Agenzia delle Entrate, l’Inps e gli enti locali.
Con un incremento del 4% rispetto al 2013.
Del resto, nonostante i ripetuti appelli alla fiducia, gli anni difficili della crisi si fanno sentire e le tasse da pagare continuano ad accumularsi.
E così, più si stravolge la vita dei contribuenti, più le casse di Equitalia inesorabilmente si riempiono.
Un dramma a cui la politica, dopo i gesti estremi compiuti da decine di imprenditori che hanno saldato con la vita stessa questo debito con lo Stato e le rivolte fiscali che si sono verificate un po’ in tutta Italia, ha deciso di mettere un freno.
Bocciato il tanto discusso disegno di legge presentato la scorsa estate dal M5S per abolire la società di riscossione (sotto accusa il complesso meccanismo di calcolo delle somme dovute tra aggio, interessi di mora e spese di esecuzione e notifica), si sono invece ammorbidite le modalità di pagamento di tributi, sanzioni e contributi arretrati.
In questo quadro, Equitalia ha deciso di iniziare a notificare — dal primo gennaio 2015 — le cartelle esattoriali con allegati già i piani di rateizzazione del debito precompilati. In pratica una volta ricevuta la comunicazione, se non si è in grado di versare l’intera somma tutta in una volta si può fare richiesta di pagarla a rate in un orizzonte massimo di 10 anni.
In casi estremi, poi, si può chiedere la sospensione del pagamento rivolgendosi al giudice, come accaduto nel caso della signora Stucchi.
Ma anche la procedura del pagamento a rate è stata semplificata.
Tanto che attualmente sono 2,4 milioni le persone che hanno accettato di pagare le tasse dilazionate per un controvalore di 26,6 miliardi.
Come funziona la rateizzazione
Si può accedere a un piano ordinario che consente di spalmare l’importo fino a un massimo di 72 rate.
Se, invece, non si è in grado di pagare entro i 6 anni concessi, si può richiedere un piano straordinario fino a un massimo di 10 anni (120 rate).
In questo caso si deve dimostrare di avere una grave situazione di difficoltà legata alla crisi o, comunque, l’importo della singola rata deve risultare superiore al 20% del reddito mensile.
Se il debito è inferiore a 50mila euro la richiesta di rateizzazione si può presentare con una domanda semplice, senza aggiungere alcuna documentazione e direttamente online sul sito di Equitalia.
Mentre per importi superiori è necessario presentare alcuni documenti che attestino lo stato di difficoltà economica e la situazione della famiglia, in primis l’Isee.
Si può, inoltre, scegliere tra rate fisse o crescenti, nel caso si voglia pagare meno all’inizio nella prospettiva di un miglioramento della condizioni economiche.
E finchè i pagamenti sono regolari, il contribuente non è più considerato inadempiente e può ottenere il Durc, cioè il certificato di regolarità fiscale, che permette di lavorare con le pubbliche amministrazioni.
Inoltre chi paga a rate è al riparo da eventuali azioni cautelari o esecutive, come fermi di auto e moto, ipoteche e pignoramenti.
Tra i segnali di distensione da parte di Equitalia nei confronti dei contribuenti c’è anche la procedura che scatta quando si decade dalla possibilità di rateizzazione: prima lo stop scattava automaticamente con il mancato pagamento di due rate consecutive, ora il contribuente decade solo se non paga otto rate, anche non consecutive.
Cosa accade in questi casi?
Con una rateizzazione in corso, se le condizioni economiche sono peggiorate si può nuovamente chiedere di allungare i tempi di pagamento delle rate con una proroga ordinaria (fino a un massimo di ulteriori 72 rate) o straordinaria (massimo 120 rate). Chance che il fisco concede, però, una sola volta e a condizione che non sia mai intervenuta la decadenza. Cioè che si siano sempre pagate le rate regolarmente.
Inoltre il decreto legge Milleproroghe conferma la possibilità di ottenere, entro il 31 luglio 2015, un nuovo piano di rateazione dei debiti fiscali per quanti sono decaduti dal beneficio fino al 31 dicembre 2014.
La riammissione è su richiesta del contribuente e l’istanza blocca la possibilità di azioni esecutive.
Ci sono poi una serie di garanzie ulteriori a favore dei contribuenti: Equitalia non può procedere al pignoramento della prima casa se è l’unico immobile di proprietà del debitore che vi risiede anagraficamente, tranne per le abitazioni di lusso.
Negli altri casi, i pignoramenti immobiliari sono consentiti se l’importo del debito iscritto a ruolo è superiore a 120mila euro e, comunque, non prima di sei mesi dall’iscrizione di ipoteca.
Questo “nuovo corso” tra Equitalia e i contribuenti, basato in teoria sul dialogo e la comunicazione, ha visto sbarcare la società di riscossione anche su Twitter.
Peccato che gli utenti, più che apprezzare il servizio, abbiano dato libero sfogo agli insulti.
Patrizia De Rubertis
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE RAI ANTONIO VERRO, IL 25 AGOSTO 2010, SCRIVE AL PREMIER BERLUSCONI…. PIANO PER SABOTARE IL SERVIZIO PUBBLICO. OBIETTIVO PRINCIPALE: “ANNOZERO” DI SANTORO
Il documento che pubblichiamo qui accanto è un reperto d’epoca. O meglio, lo sarebbe se quell’epoca fosse archiviata.
Invece è anche un referto della politica e della sottostante televisione di oggi, anche se l’uscita di B. dal Parlamento e dal governo ha regalato ai tartufi l’alibi perfetto per ignorare il più mostruoso conflitto d’interessi dell’Occidente.
Siamo nell’agosto del 2010 e da due anni Silvio B. e i suoi cari, tornati a Palazzo Chigi e dunque al vertice Rai, le provano tutte per rinverdire i fasti dell’editto bulgaro del 2002: cioè per chiudere Annozero di Michele Santoro su Rai2 e normalizzare i programmi sgraditi di Rai3 (Report, Ballarò, Parla con me, Che tempo che fa ecc.).
Quel che è accaduto nella stagione precedente i nostri lettori lo sanno bene, grazie alle telefonate del Dg forzista della Rai Mauro Masi e del membro forzista dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, intercettate dalla Procura di Trani (e pubblicate dal Fatto) tra il 2009 e il 2010. Masi ce l’ha messa tutta, ma non è riuscito a trovare appigli giuridici per “chiudere tutto”, come ordinava B., nonostante il prodigarsi di premurosi consiglieri del Principe, tipo il magistrato Cosimo Ferri (ora sottosegretario alla Giustizia del governo Renzi).
Ma ora, all’inizio della stagione 2010-2011, ci pensa Antonio Verro.
La sua biografia è l’apoteosi del conflitto d’interessi: palermitano, amico di gioventù di Marcello Dell’Utri, dirigente Edilnord, assessore comunale milanese al Demanio per FI, quattro volte parlamentare con B., due volte membro del Cda Rai.
Forte di questo po’ po’ di bagaglio, Verro scrive un memorandum di otto schede all’“On. Pres. Silvio Berlusconi” e lo spedisce via fax alla sua residenza privata di Arcore, preceduto da una succulenta nota di accompagnamento.
Succulenta non solo per il contenuto, ma anche per il linguaggio che ricorda un altro memorandum: quello dello spione Pio Pompa su come “disarticolare anche con azioni traumatiche” l’opposizione politica, giornalistica e giudiziaria a B.
Le otto schede — spiega il Verro — corrispondono alle “trasmissioni che più mi preoccupano” in quanto “fortemente connotate da teoremi pregiudizialmente antigovernativi”.
Ora, il Cda Rai non ha alcun potere d’intervento sui contenuti dei programmi, che sono responsabilità esclusiva del Dg e dei direttori di rete.
E il commissario politico Verro lo sa bene (“il Consiglio non può fare decisiva interdizione”).
Ma assicura al Capo di aver fatto il possibile per aggirare la legge (“nonostante i nostri vari tentativi, penso non ci sia più niente da fare”).
E— non si sa se per conto del governo, del premier, di Forza Italia o del gruppo Fininvest — non si dà per vinto.
Infatti propone un “rimedio” alla patologia della legalità : “mettere paletti relativi a composizione del pubblico, strettoie organizzative e scelta di ospiti politici (e non) tramite i Direttori di rete”. Sì, avete capito bene: un consigliere Rai chiede al presidente del Consiglio, che è pure proprietario di Mediaset, il via libera per imbottire i programmi sgraditi al governo (o al premier? o a FI? o a Mediaset?) di claqueur che applaudano o fischino a comando e di ospiti filogovernativi, e addirittura per sabotare i non allineati con “strettoie organizzative”.
Siccome poi il nemico pubblico numero uno è Annozero, e il direttore di Rai2 Massimo Liofredi è di centrodestra, ma troppo affezionato agli ascolti di Santoro che tengono in piedi la rete, “è di fondamentale importanza” rimpiazzarlo “il prima possibile” con la turboberlusconiana Susanna Petruni.
A Rai1 invece, presidiata da Mauro Mazza, non c’è da spostare una foglia.
Quanto a Rai3, diretta da Paolo Ruffini, basterà “un puntuale controllo” di Masi.
Chissà che diranno ora i politici e i commentatori “terzisti” che a queste vergogne, denunciate dal Fatto in beata solitudine, sono usi opporre sorrisetti e spallucce.
Anzi, chissà se diranno qualcosa. Ma soprattutto: chissà se oggi il consigliere Verro rassegnerà le dimissioni, o se la presidente Anna Maria Tarantola e gli altri consiglieri gliele chiederanno, o se non accadrà nulla.
Come sempre, da vent’anni.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile
GUERRA E TERRORISMO NON SONO AFFATTO TRA I PRIMI PENSIERI DEGLI ITALIANI… E IL 20% RITIENE CHE IL PESO INTERNAZIONALE DELL’ITALIA SIA INSIGNIFICANTE
Matteo Renzi sembra sereno, ma il suo governo sembra essere meno “amato” di quello di Enrico
Letta.
Questo dicono le rilevazioni di Lorien Consulting che hanno messo a confronto i dati di popolarità degli ultimi due esecutivi a un anno dal loro insediamento.
Negli ultimi 4 mesi dei due mandati, infatti, il governo Letta ha distaccato in popolarità quello di Renzi: dopo 9 mesi 53% contro 50, dopo 10 50 a 46, dopo 11 mesi 49 a 43 e dopo un anno, infine, 48 a 44.
In realtà Letta — scelto da Giorgio Napolitano per guidare il governo di grossa coalizione — si era insediato a fine aprile 2013 e durò fino a metà del febbraio successivo.
Ma i sondaggi continuarono anche nei mesi successivi all’addio dell’ex vicesegretario del Pd a Palazzo Chigi.
Come si può spiegare questa “vittoria” di Letta?
Da una parte si potrebbe dire che forse l’azione dell’esecutivo precedente non era divisiva come quella di quello attuale: Renzi è “dentro o fuori”, “a favore o contro”.
Dall’altra, però, c’entra — come spiega Matteo Pietripaoli, responsabile Public Affair di Lorien Consulting — anche la qualità e l’intensità delle opposizioni.
Sia dentro il Parlamento sia fuori, viene da dire, visto che per esempio il capo del governo non ha molti amici nè pareri positivi tra gli attivisti dei sindacati.
Diverso il discorso per il governo di Mario Monti, che ha registrato indici bassissimi nella parte finale del suo mandato: “Questo — dice Pietripaoli — nonostante avesse una maggioranza larghissima. Ma non era un governo politico e, anzi, le opposizioni erano ‘interne’, sia a destra che a sinistra”.
Dopo alcuni mesi di difficoltà il Partito democratico sembra aver ripreso fiato, complice anche l’elezione a presidente della Repubblica Sergio Mattarella, considerata una vittoria quasi personale del presidente del Consiglio.
I democratici si attestano ora al 38 per cento.
Tra le intenzioni di voto vi è la conferma del sorpasso della Lega Nord nei confronti di Forza Italia. Il Carroccio, nella rilevazione di ieri 16 febbraio di Lorien, è dato al 14,5% contro il 13,5 di Forza Italia.
“Contrariamente a quanto accade di solito il flusso è diretto: i voti di Forza Italia finiscono direttamente alla Lega — spiega Pietripaoli — mentre usualmente un orientamento di voto finisce nell’astensione e poi magari a un partito diverso”.
Ma c’è una differenza di “qualità ” tra il voto berlusconiano e quello leghista: “Quelli di Forza Italia sono i fedelissimi, quelli che non cambieranno mai — aggiunge Pietripaoli — Quanto raccoglie il Carroccio invece è ancora fluido”.
Cioè tra il dire (di votare) e il fare c’è una bella differenza.
Il Movimento Cinque Stelle resta più o meno stabile al 18 per cento, mentre tra gli altri partiti che supererebbero la soglia di sbarramento ci sono l’Area popolare (Ncd e Udc) al 4 per cento, Sel al 4 per cento e Fratelli d’Italia al 3.
Lorien Consulting ha anche fatto una media di tutti i sondaggi fatti a febbraio da 15 istituti di rilevazione: da questa “mappa” emerge che il Pd resta agganciato oltre il 37 per cento, la Lega sfiora il 14 e comunque supera Forza Italia, mentre il M5s resta tra il 18 e il 19.
Due quesiti, infine, destano sorpresa.
Il primo: a fronte del luogo comune secondo il quale le riforme istituzionali non fregano nulla a nessuno, l’87% degli intervistati da Lorien ritengono la nuova legge elettorale e la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie “molto o abbastanza importanti” (anche se la rissa in Parlamento viene definita “un pessimo esempio” e il 56% “una vergogna” per il Paese).
Il secondo elemento particolare è che se agli italiani viene chiesto quali sono i problemi più gravi del Paese nessuno indica la sicurezza o l’immigrazione.
Ai primi 5 posti infatti ci sono disoccupazione e lavoro (81%), mancata crescita economica (43), corruzione e evasione fiscale (39), eccessiva tassazione (30) e sanità pubblica (28). Nonostante l’avanzata di Isis in Libia, dunque, terrorismo, guerra, immigrazione, sicurezza non sono in cima ai pensieri degli italiani.
Tuttavia se la domanda diventa “Qual è il suo livello di preoccupazione sullo Stato islamico” il 90% risponde o molto o abbastanza.
Per contro solo il 20% di coloro che hanno risposto al sondaggio di Lorien pensa che sia significativo il peso dell’Italia a livello di politica internazionale.
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