Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LE IMPRESE NON INCASSANO: “SE NON SALDO TUTTO ENTRO L’AUTUNNO 2014 CHIAMATEMI BUFFONE”… A TUTT’OGGI PAGATI MENO DELLA META’
Alla fine al monte Senario non c’è andato nessuno e ai “Servi di Maria”, nel senso dei frati a cui appartiene il relativo convento, non è restato altro che continuare a pregare, lavorare e distillare il liquore “Gemma d’Abeto” come fanno dal 1865.
Può sembrare strano, ma il tema di cui si parla è il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione.
Breve antefatto. È il 13 marzo 2014 e Matteo Renzi è comodamente assiso sulle poltroncine di Porta a Porta. Bruno Vespa lo titilla sui soldi che lo Stato deve alle imprese, gli propone un suo contratto con gli italiani.
Il premier rifiuta, ma s’abbandona alla promessa circostanziata: “Se entro la fine dell’estate, diciamo il 21 settembre che è San Matteo, saranno pagati tutti i debiti della Pubblica amministrazione lei (nel senso di Vespa, ndr) andrà a piedi da Firenze a Monte Senario”.
E se lei perde? Chiede speranzoso il conduttore.
“So dove mi mandano gli italiani… ”, toscaneggia l’ex sindaco: “Il minimo che mi aspetto è che mi chiamino buffone”.
Ecco il 21 settembre è arrivato e Vespa e Renzi non sono riusciti a mettersi d’accordo su chi aveva vinto e chi perso.
Geniale la soluzione svelata dall’uomo della Rai via Twitter il 22 settembre scorso: “Matteo Renzi ha accettato sportivamente di salire con me e altre persone in data da destinarsi al santuario di Monte Senario. Entrambi siamo infatti convinti di aver vinto la scommessa”.
La carovana, però, non è ancora partita: entrambi forse sono convinti di aver già fatto la scampagnata.
La vita, nell’anno secondo dell’era renziana, è soprattutto una questione di opinioni e pure i frati dovranno farsene una ragione. Resta una domanda: è lecito per gli italiani, col permesso dell’interessato, definire Renzi “buffone”?
Insomma, li ha pagati o no questi debiti della Pubblica amministrazione?
I numeri, si sa, sono un po’ freddi, ma lasciano poco spazio a quel tipo di dibattito in cui ci si mette d’accordo sul fatto di non essere d’accordo.
Tradotto: la risposta è no, non li ha pagati tutti.
Per affermarlo basta prendere per buoni i numeri presenti sul sito del ministero del Tesoro.
La cifra da cui partire è la stima fornita da Banca d’Italia sui debiti di Stato e enti locali: 91 miliardi al 31 dicembre 2012, oltre la metà dei quali considerati un picco anomalo dovuto a enormi ritardi nei pagamenti delle fatture (invece di 30 giorni la P. A. pagava a 170 e a volte non lo faceva proprio).
Com’è la situazione oggi?
A dati aggiornati al 30 gennaio 2015, i soldi stanziati per pagare il dovuto maturato entro il 2012 – che risalgono quasi tutti ai governi di Monti e Letta – sono complessivamente 56 miliardi. Questa cifra, però, esiste solo sulla carta: le risorse effettivamente messe a disposizione degli enti debitori (ministeri, Asl, regioni, enti locali e chi più ne ha più ne metta) ammontano a 42,81 miliardi, vale a dire il 76% dello stanziamento.
E non è finita. Non tutti i soldi esistenti sono già finiti nelle tasche delle imprese: di quei quasi 43 miliardi sono stati pagati davvero 36,483 miliardi, cioè il 65% del totale (a ottobre si era fermi a 32,5 miliardi).
Ne mancano insomma almeno una ventina persino rispetto a quanto pianificato dal governo.
Nel dettaglio, lo Stato centrale ha pagato 5,7 miliardi su sette totali stanziati; le regioni 21,6 su 33; province e comuni 9 su 16,1 miliardi.
I settori più colpiti sono quello della sanità e dell’edilizia: recentemente l’associazione dei costruttori (Ance) ha parlato di 10 miliardi di debiti ancora da pagare alle imprese del settore. Poi c’è l’operazione lanciata dal governo Renzi nell’aprile 2014: la certificazione dei crediti maturati entro il 31 dicembre 2013 con apposito modulo sul sito del Tesoro scontabili in banca grazie a una garanzia statale e, in alcuni casi, all’intervento di Cdp.
Anche qui la situazione è in chiaroscuro: a fine 2014 risultano registrate alla piattaforma di certificazione dei crediti 20.945 imprese che hanno presentato 91.423 istanze di certificazione per un valore di quasi 9,8 miliardi di euro.
Non tutte le istanze digitali, però, risultano già evase dagli enti debitori: esiste, sempre sul sito del Tesoro, una lista di “istanze senza risposta” che ne elenca a migliaia per cifre superiori al miliardo di euro.
Ecco il riassunto di un report realizzato da ImpresaLavoro su dati Eurostat: “Meno della metà di quanto dovuto è stato pagato: i debiti commerciali maturati dalla P. A. nel 2013 ammontano a 74,2 miliardi di euro, quindi rimangono fuori dall’intervento del governo altri 37,7 miliardi”.
La brutta notizia è questa: “Sbaglia, in ogni caso, chi pensa che questi interventi contribuiscano a ridurre sensibilmente lo stock di debito complessivo che lo Stato ha nei confronti delle imprese private. I debiti commerciali si rigenerano con frequenza: liquidare i debiti pregressi di per sè non riduce pertanto lo stock complessivo”.
Già nel 2014, dice il report, “stimiamo che nel 2014 siano già stati consegnati alla P. A. beni e servizi per un valore di circa 158 miliardi di euro e che, in forza dei tempi medi di pagamento, lo stock complessivo del debitorimane fermo a circa 75 miliardi”.
Insomma, se il pubblico non comincia a rispettare i tempi di pagamento delle fatture, il traffico a Monte Senario – almeno quello mentale – aumenterà esponenzialmente.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
DAL GRATUITO PATROCINIO, AI CORSI UNIVERSITARI: MIGLIAIA DI LAVORATORI IN ATTESA DEL COMPENSO, ANCHE PER ANNI
Avvocati d’ufficio, docenti, revisori dei conti, custodi giudiziari, architetti, ingegneri, maestri di
scuola: tutti in attesa di essere pagati dallo Stato.
Dimenticate il capitolo, già doloroso, delle imprese.
La coda dei creditori della Pa è anche e soprattutto un fiume di carne, volti e professioni: una coda virtuale talmente lunga che messi in fila i nomi formerebbero un serpente lungo chilometri, con cifre stellari.
I numeri dei tempi d’attesa sono a tre zeri, e la crisi economica gonfia il contatore, tanto che nell’ultimo anno in molti hanno gettato la spugna: 180 giorni per i commercialisti; 217 per gli architetti; 90 per i docenti a contratto; da sei mesi a quattro anni per gli avocati.
Gli ultimi, in ordine di tempo a chiedere un intervento urgente.
“Volete cedere come si viola la Costituzione ogni giorno? Fatevi un giro nei tribunali”, spiega Mirella Casiello, presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura.
Formalmente si chiama “patrocinio a spese dello Stato”, semplificando è l’avvocato d’ufficio concesso a chi non può permettersi un legale.
Funziona così: sotto un livello minimo di reddito — e condizioni effettive — sia l’imputato che l’offeso possono farne richiesta, e la parcella è a spese dello Stato.
“Solo che di fatto, si lavora gratis per anni”, spiega Roberto, avvocato del foro di Torino: “Qui i tempi di attesa sono di 36 mesi. E non dal momento in cui vieni scelto, ma da quando finisce la causa”.
L’onorario, infatti, viene saldato solo alla fine del procedimento.
“In media 3-4 anni, durante i quali devi sostenere da solo tutte le spese, poi inizia la trafila vera e propria: devi fare istanza al giudice, che decide da solo quanto devi essere pagato, dopodichè si passa all’ufficio pagamenti, e da lì altro tempo in attesa che arrivino i soldi”.
Ad attenderli sono a migliaia.
La cassa forense stima in 180 milioni l’arretrato nei confronti di una marea di avvocati, soprattutto i più giovani.
“È il primo sbocco di chi entra nella professione”, continua Roberto. La cifra è destinata a salire. “La crisi ha fatto esplodere il fenomeno”, spiega Casiello.
Stando ai dati della direzione della giustizia penale dal 2007 a oggi il numero di persone a cui è stato concesso un avvocato d’ufficio sono aumentate del 32 per cento, solo nel 2013 sono stai 129 mila, mentre gli onorari sono scesi notevolmente: oggi un patrocinante prende in media 600 euro per una causa.
Non esistono minimi, e tutto è lasciato alla discrezionalità dei giudici. Un decreto del 2012 ha imposto di tagliare del 50 per cento i parametri di riferimento.
Dopo le proteste, nel 2013 la legge di stabilità ha ridotto il taglio ad un quarto.
“Solo che non ha abolito il precedente — continua Roberto — e così adesso ti applicano prima il 50 e poi il 25 per cento”.
L’Oua ha chiesto al ministro di intervenire per evitare il collasso . Stando ai dati, infatti, negli ultimi tre anni, mentre le richieste aumentavano, i costi fatturati sono rimasti fermi.
La differenza ce l’hanno messa gli avvocati.
“Il paradosso — spiega Elenora, del Foro di Roma — è che abbiamo la legge più evoluta d’Europa, quella che ti permette di sceglierti l’avvocato, e non vedertelo imporre dallo Stato, anche se non puoi permettertelo: è una conquista enorme. Poi però nessuno ti paga e così diventa impossibile lavorare, con buona pace dell’articolo 24 della Costituzione , che garantisce ai non abbienti ‘i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione’”.
“Io difendo senza tetto, tossici e categorie in difficoltà , e mi pagano meno di un muratore”, spiega Luca, del Foro di Milano.
La cassa forense ha chiesto al governo di poter anticipare allo Stato i soldi degli arretrati, scontandoli dalle ritenute da versare all’Erario, ma il progetto è rimasto sulla carta, così come i tentativi di trovare un accordo con le banche.
Come se non bastasse, nei giorni scorsi è diventata obbligatoria la negoziazione assistita — cioè il tentativo di mediazione prima del processo — dove per legge l’onorario dell’avvocato d’ufficio non è previsto.
Nel caos succede anche che a Torino la corte d’appello chieda all’Agenzia delle Entrate se deve versare l’Iva direttamente all’Erario (lo split Payement), e nell’attesa blocchi tutti i pagamenti.
Il Ministero non ha voluto commentare, eppure il 20 per cento di tutti i debiti non pagati è contratto con chi ha prestato assistenza ai non abbienti.
I pratrocinanti a spese dello Stato non sono soli.
I Tribunali, per dire, hanno dimenticato anche i commercialisti: loro attendono centinaia di milioni.
Tralasciando i ricchi studi, sono centinaia i professionisti che lavorano per la Pa: revisori dei conti in migliaia di Comuni, province e società partecipate, e ancora.
“La situazione peggiore è negli incarichi giudiziari”, spiega Raffele Marcello, del Consiglio nazionale dei commercialisti.
Ogni anno i tribunali siglano contratti di consulenza o affidano la custodia giudiziaria di aziende infiltrate dalla criminalità a esperti commercialisti, salvo poi pagarli con enorme ritardo: 180 giorni per gli ausiliari di giustizia, altri 90 se la posta è a carico delle parti del processo, fino ad arrivare a quattro anni per i custodi giudiziari, se a dover pagare è l’Erario.
“Persone a cui viene richiesto un lavoro delicatissimo per conto della giustizia — spiega Domenico Posca, presidente dell’Unione italiana dei commercialisti — e ricevono la parcella dopo 48 mesi.
Intanto vengono tassati per cassa, quindi sono spesso in perdita considerati i costi”.
Peggio ancora va negli Enti locali, dove c’è l’obbligo di avere un revisore ma le parcelle sono crollate.
“Ho lavorato per numerosi comuni — spiega Alberto, commercialista di Viterbo — l’onorario è di 1500-2000 euro l’anno, e ti pagano quello dopo perchè a ottobre bloccano le operazioni per poter poi chiudere i conti a novembre. La mole di lavoro è impressionante, mi creda, non ce la si fa”.
La crisi ha ingolfato gli albi a disposizione degli Enti e il patto di stabilità gli ha costretti a complicate operazioni per comprimere i costi e dilazionare i pagamenti: “Se il dirigente fa una cazzata che magari ti sfugge rischi una condanna per danno erariale, la beffa oltre il danno”. Peggio ancora va nelle centinaia di società di servizi pubblici Inhouse, formalmente fuori dal perimetro, ma controllate al 100 per cento dagli enti locali.
Nel suo studio (Commercialisti 2.0, Giuffre) Posca ha provato a fornire dei numeri: solo un terzo dei commercialisti viene pagato regolarmente (cioè 60-120 giorni), il restante è ampiamente fuori (24-36 mesi).
La stima più attendibile supera i 300 milioni di euro di arretrati storici verso la sola Pa.
I vincolo di bilancio stanno mettendo in ginocchio anche gli architetti.
Qui i tempi di attesa superano i 200 giorni (erano 129 nel 2010 e 90 nel 2006); e, stando ai dati, il 32 per cento degli studi è creditore dello Stato.
Il meccanismo è semplice: il Comune chiede un progetto, salvo poi bloccarlo per non sforare il patto di stabilità . E così gli arretrati sono cresciuti a dismisura.
Nel variegato bestiario dei creditori la menzione di merito va però ai docenti a contratto nelle università italiane: un esercito di 26 mila persone (dati 2013, ma i numeri sono in crescita), asse portante di un sistema che ne abusa da anni.
Per aggirare i vincoli al turn over gli atenei di tutta Italia ricorrono sempre più spesso ai contratti precari: sei mesi o un anno, cioè la durata di un corso, esami compresi.
Il costo si aggira tra i 50 euro lordi orari della Sapienza e i 25 di Pescara, il minimo legale per corsi che in media non superano le 75 ore l’anno (900 euro netti).
“In molte università , soprattutto private — spiega Luisa Paternicò, docente a contratto di Cinese alla Unint di Roma — rappresentano l’80 per cento dei docenti. Purtroppo in quelle pubbliche i ritardi arrivano fino a un anno. A volte non pagano proprio o bandiscono contratti gratis”. “Visto che devi fare il pendolare — spiega Oliviero, contrattista a Milano — in pratica ci perdi solo soldi, perchè non hai rimborso spese: lo fai per la gloria e il curriculum”.
Se decidessero di incrociare le braccia per riavere indietro decine di milioni — calcolano le associazioni — gli atenei non potrebbero neanche aprire.
Stesso discorso per la scuola, dove le supplenze vengono pagate con ritardi fino a sei mesi (500 milioni l’arretrato), e la Cgil Toscana, esasperata, ha chiesto agli insegnanti di mandare le bollette direttamente a Matteo Renzi.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
PER ADESSO I POCHI SOLDI SPESI DAL GOVERNO SONO QUELLI STANZIATI DAL PREDECESSORE DI RENZI
Un miliardo di euro di interventi dichiarati, altri 3,7 promessi, circa 314 milioni stanziati, 150 effettivamente assegnati (quelli messi da Enrico Letta), e in buona parte non ancora spesi.
Districarsi tra i numeri degli interventi per l’edilizia scolastica annunciati dal governo è impresa ardua.
Di sicuri, per dire, ci sono solo i tagli finora subiti: 879 milioni di euro tra il 2008 e il 2013 (limitandosi alle sole scuole superiori).
Il precursore è stato Letta, poi il piano per l’edilizia scolastica è stato ripreso da Matteo Renzi e abbellito dagli slogan modello Twitter.
Le risorse sono state senza dubbio incrementate, ma stare dietro ai pagamenti effettuati non è facile: i numeri si ripetono e si mischiano, ogni sito ne riporta diversi e la distonia tra le cifre promesse e gli interventi realizzati è spesso notevole.
Premessa, stando ai dati del Censis, dei 41 mila edifici scolastici esistenti, il 32 per cento ha bisogno di interventi urgenti: 24 mila hanno impianti non funzionanti, novemila intonaci che cadono a pezzi, 7.200 devono fare i conti con coperture e tetti da rifare; 3.600 necessitano invece di interventi sulle strutture portanti.
Sul risanamento di questo panorama disastrato Matteo Renzi ha puntato buona parte delle sue carte, tanto da affidare la cabina di regia dell’operazione al fedelissmo Filippo Bonaccorsi, ex dirigente dei trasporti del Comune di Firenze.
A luglio scorso il governo ha annunciato un “cambio di rotta epocale” e dichiarato investimenti per poco più di un miliardo, divisi in tre capitoli: #scuolebelle (450 milioni per le piccole manutenzioni), #scuolesicure (400 milioni per la messa in sicurezza degli edifici) e scuole-nuove (244 milioni per 404 nuove strutture subito cantierabili). Basteranno?
Il fabbisogno stimato è superiore ai 10 miliardi, tanto più che a tutt’oggi non esiste neanche una schedatura precisa degli edifici esistenti: l’anagrafe nazionale — che secondo il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini doveva partire già a luglio scorso — è stata rinviata a giugno.
E poco dopo l’insediamento, il premier aveva parlato di 3,5 miliardi “già disponibili”, salvo poi ridimensionare di molto l’importo. realisticamente si tratta di 672 milioni per il 2014, di cui solo 270 davvero a disposizione.
Stando ai dati, a oggi per i piccoli interventi di manutenzione (#scuolebelle) sono stati spesi solo 150 milioni di euro (per 7.751 plessi) dei 244 messi sul piatto dal decreto del Fare del governo Letta.
“Di quelli ne sono arrivati circa 100 milioni (per 7 mila plessi, sui 37 mila coinvolti, ndr)”, spiega Giorgio Germani, presidente dell’Anquap, l’associazione dei direttori amministrativi scolastici.
Soldi vincolati a un meccanismo complesso perchè il governo ha deciso che i lavori dovevano essere effettuati dalle stesse ditte che si sono aggiudicate gli appalti Consip per la pulizia.
Il motivo è semplice: si tratta infatti delle stesse che hanno assorbito 12 mila lavoratori socialmente utili, che in qualche modo vanno impiegati.
“L’intento era buono — continua Germani — ma così le scuole sono obbligate a far fare i lavori a ditte inadeguate. Un peccato perchè erano le uniche risorse affidate agli Istituti. Delle altre non è arrivato molto”.
Formalmente la prima tranche di pagamenti doveva terminare nel 2014.
Stando ai dati del Miur, però, a novembre scorso dei 150 milioni stanziati ne erano stati pagati solo 44,6 (per altri 44 era quasi pronto il decreto).
Il capitolo più corposo riguarda però gli interventi #scuolesicure: 400 milioni stanziati dal Cipe, per 18 mila edifici, grazie all’allentamento del patto di stabilità .
Cosa è stato fatto?
Andando a vedere nel dettaglio il monitoraggio del governo, si scopre che tutti gli interventi sono stati effettuati sempre con i soldi di Letta.
I cantieri finanziati dal governo Renzi non sono ancora partiti, perchè — spiega il Miur — il termine per presentare i progetti è scaduto solo a fine dicembre.
Non solo, l’esecutivo all’ultimo ha deciso di non versare l’Iva ai 500 Comuni che avevano già effettuato i lavori con le vecchie risorse, facendo infuriare i sindaci.
Sul lato degli stanziamenti, comunque, il conto finale è di 314 milioni già allocati, e 89 ancora da assegnare.
“Quest’anno saranno aperti altri 1600 cantieri”, ha assicurato Giannini. Poi ci sono le #nuovescuole: su 454 opere previste, 198 sono state concluse, 187 avviate (30 da pochi mesi) e 69 ancora sono ancora in progettazione.
Per raggiugere i 3,5 miliardi ipotizzati — sempre sulla carta — da Renzi, il governo ha annunciato altri 300 milioni con il “piano Inail” (non ancora stanziati) e a gennaio ha varato il “Decreto Mutui”, autorizzando le Regioni a stipulare mutui trentennali (40 milioni l’anno) grazie a un finanziamento della Banca europea degli investimenti.
Doveva partire il 15 febbraio, ma la scadenza è stata posticipata a marzo: la bollinatura della Corte dei Conti, infatti, non è ancora arrivata e molte Regioni sono in ritardo nella consegna dei piani.
Dulcis in fundo, il caos normativo.
Con la fine virtuale delle province, Regioni e città metropolitane si rimpallano la delega. Nel 2013 il governo non ha messo un euro per la messa in sicurezza degli edifici (a Napoli, il Sindaco Luigi De Magistris lo ha scoperto poco dopo la nascita della Città Metropolitana).
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
L’EX DEL CDA: “LASCIAI PER GLI ENORMI CONFLITTI D’INTERESSE…. “I CONSIGLIERI SI AFFIDARONO 220 MILIONI CON DISINVOLTURA”
Al caffè Michelangelo, l’unico bar nel centro storico di Laterina, si gioca a carte. Scopa. La posta è
qualche bicchiere. Qui ancora si paga a consumo.
“Il caffè correggilo a dieci centesimi che ho giusto un euro”, sono le richieste tipo dei pensionati presenti.
Ai tavoli, tra un’imprecazione e l’altra, qualcuno bofonchia delle sorti di banca Etruria. Ma i commenti si limitano alle spallucce, nel tempo che serve a mischiare e ridistribuire le carte.
Eppure questo è il paese della famiglia Boschi.
Nella piazza su cui affaccia il bar c’è la chiesa in cui Maria Elena è cresciuta e che tutt’ora frequenta, accanto il Comune di cui Stefania Agresti, mamma del ministro, è vicesindaco. Li conoscono tutti, i Boschi.
Qui nel 1948 è nato Pier Luigi, diventato prima latifondista, poi presidente di Confcooperative, consigliere della Camera di Commercio fino al 2013 e l’anno successivo vicepresidente della banca d’Etruria nella quale il fratello di Maria Elena, Emanuele, ha fatto un’ottima carriera.
Entrato poco prima del 2010 oggi è un dirigente con un contratto quadro di secondo livello e percepisce anche un compenso premio che in banca chiamano “personam”.
È il numero due dell’ufficio incagli, quello da cui passano i crediti che non si riescono a recuperare e finiscono nel pozzo dei deteriorati.
Voce che per l’Etruria è da anni la più importante a bilancio. Dal 2012, per l’esattezza
Da piccolo istituto a gigante dai piedi d’argilla
Da qui inizia la storia che trasforma la banca dell’oro in banca del buco con 2,8 miliardi di sofferenze e un patrimonio ridotto a poco meno di 20 milioni.
Storia ricostruita da Bankitalia nell’ispezione terminata nel 2014 e che ha poi dato avvio all’inchiesta della Procura di Arezzo nei confronti dei vecchi e nuovi vertici per vari reati – tra cui ostacolo alla vigilanza – aperta dal procuratore capo, Roberto Rossi. Storia che inizia nel 2012 quando ancora bastava un aumento di capitale per tentare di recuperare le perdite che già ammontavano a 1 miliardo 260 milioni di euro. L’aumento andò in porto ma gli ispettori di Banca d’Italia, all’epoca già ad Arezzo, ebbero da ridire: verificarono che molti affidamenti inferiori ai 300 mila euro concessi con crediti chirografari, cioè senza garanzie, non erano stati riportati e conclusero che i fondi deteriorati erano sottostimati del 19,7%.
C’erano dunque altri 136 milioni di fondi elargiti e persi. Ma l’istituto mostrava ancora solidità .
I 342 milioni di capitale sociale erano garantiti da 252 milioni di azioni in mano a circa 60 mila soci e il titolo nel febbraio 2012 valeva 3,92 euro.
Etruria sembrava dunque essere riuscita a digerire l’esborso di 120 milioni di euro per acquistare la banca privata fiorentina Federico del Vecchio, cassaforte della borghesia toscana, pagata ben 80 milioni più di quanto stimano da San Marino.
Sembrava aver superato anche l’acquisizione della banca Lecchese, l’acquisto di 14 sportelli di Unicredit per oltre 40 milioni e persino l’incorporazione di ConEtruria ed Etruria Leasing.
In quel 2012 non era più la banca di mutua popolare nata nel 1882 radicata nel territorio e all’agricoltura, non era neanche più la banca dell’oro, legata allo sviluppo degli orafi aretini, sembrava diventata un gigante rispetto alle origini.
Sembrava.
Il cda guidato da Giuseppe Fornasari – con vice Lorenzo Rosi e tra i consiglieri Pier Luigi Boschi — porta a bilancio 1,5 miliardi di sofferenze.
Il 25 febbraio 2013 il titolo che un anno prima valeva 3,92 euro, crolla a 1 euro e 20 centesimi. Ad aprile la singola azione scende sotto l’euro.
Per rimanere a Piazza Affari con un valore non troppo ridicolo il consiglio decide di dare il via a un’operazione cosiddetta di raggruppamento: a ogni 5 azioni sarà corrisposta una sola azione.
Il passaggio avviene il 29 aprile 2013 e il titolo chiude a 0,93 centesimi. In pratica il valore reale delle singole azioni era inferiore ai 20 centesimi. Banca d’Italia interviene nuovamente.
Impone il rinnovo del cda e caldeggia un “matrimonio” con un istituto capace di assorbire le perdite dell’Etruria.
Nel maggio 2014, con il titolo a 0,70 centesimi, si fa avanti la popolarediVicenzaconun’offerta pubblica di acquisto vantaggiosa: 1 euro ad azione. Il cda però rifiuta.
Nel frattempo il board aveva quasi cambiato volto. In realtà , ha tra l’altro contestato Palazzo Kock nel decreto con cui l’11 febbraio scorso ha commissariato l’istituto, è cambiato solo il presidente: non più Fornasari ma Rosi.
Che però era vice di Fornasari. Mentre il numero due, Pier Luigi Boschi, era già consigliere nel 2011.
Verso la class action per tutelare i piccoli azionisti
Insomma, secondo gli ispettori di Banca d’Italia non è stata attuata l’invocata discontinuità .
E oggi, con i commissari a controllare i conti, anche ad Arezzo molti fanno spallucce, come al caffè Michelangelo di Laterina.
“Doveva essere commissariata un anno fa”, ne è certo Vincenzo Lacroce. Quando la procura dispose le perquisizioni.
“Io lo dissi allora e lo ripeto oggi: doveva arrivare prima Banca d’Italia”. Lacroce parla con cognizione di causa.
Non solo è stato per oltre venti anni ispettore di Palazzo Kock, ma da quando è in pensione guida l’associazione amici di banca Etruria, è socio e azionista della popolare e nel 2014 gli è stato proposto di entrare nel cda. Ma rifiutò. Un altro profondo conoscitore della banca è Rossano Soldini.
Imprenditore, Soldini ha un pacchetto personale di 150 mila azioni dell’Etruria (Boschi, per dire ne ha meno di 600) e fece il suo ingresso nel cda nel 2007 ma nel 2012 lasciò “dopo aver scoperto gli enormi conflitti di interessi di vari consiglieri”, ricorda.
“Denunciai oltre 220 milioni di euro che i consiglieri si affidavano con disinvoltura, poi l’elezione di Fornasari con 8 voti a favore e 7 contrari ma tra i favorevoli venne conteggiata la preferenza di un consigliere che non avrebbe potuto votare perchè superato l’ammontare degli affidamenti”.
Insomma “per me era impossibile rimanere in consiglio”. Ora “dobbiamo pensare a una class action e tentare di restituire la banca agli aretini, ai cittadini, a questo territorio”.
Sottrarla, dice, “a chi l’ha condotta qui mischiando le carte”.
Un po’ come al caffè Michelangelo di Laterina, sempre che i commissari di Bankitalia riescano a trovare il modo di organizzare un’altra mano.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
CONFLITTO DI INTERESSI PER LOTTOMATICA: AFFITTA MACCHINE ED E’ CONCESSIONARIA
Che l’affare sia ghiotto lo dimostrano le forze in campo.
Anche stavolta i signori del gioco si sono mossi per tempo, e strappato un regalo dalle enormi potenzialità , soprattutto per qualcuno.
Quello, per intenderci, contenuto in due righe del decreto di riordino dei giochi, uno dei tanti attuativi della delega fiscale: l’obbligo di sostituire entro due anni tutto il parco slot in circolazione.
Oggi se ne contano circa 350 mila ma attraverso vincoli più stringenti, il governo punta a cancellarne almeno centomila, il resto andrà sostituito per procedere a una “modernizzazione”.
Con cosa? Con le più grandi Vlt, le videolottery che funzionano a jackpot e con importi (e vincite) molto più alti.
Risultato: da qui al 2017 si spalanca una affare da 250 mila apparecchi, che fa gola a tanti, ma è alla portata di pochi colossi.
Le bozze finali sono custodite gelosamente, la norma, però, — assicurano fonti di governo — è nel testo definitivo, previsto per il prossimo Consiglio dei ministri.
Chi ha seguito l’iter dei lavori parla di un testo su cui nelle ultime settimane si sono concentrate le attenzioni dei grandi big del settore, a partire dal leader di settore Lottomatica.
E su chi quelle norme le ha elaborate: la direzione affari legali dei monopoli di Stato, guidata da Italo Volpe, ex capo del legislativo del ministero dell’Economia.
È qui che le bozze vengono studiate in contatto con gli uffici di Via XX settembre. L’attenzione dei colossi non è casuale.
Metà delle videolottery, infatti, sono distribuite da Novomatic (45% del mercato), colosso austriaco da 20 mila dipendenti e 3,5 miliardi di fatturato, una piccola parte (circa il 13 per cento) da Inspired, azienda quotata alla borsa di Londra, il resto da Spielo, società canadese solo sulla carta, perchè controllata da Gtech, a sua volta acquisita nel 2007 proprio da Lottomatica.
Che così gioca in due campi, da un lato produce e affitta i costosi apparecchi, dall’altro riscuote la raccolta come concessionario.
Da settembre, l’azienda guidata da Marco Sala — e controllata da De Agostini — si è affidata a un lobbista di grande esperienza come Giuliano Frosini, manager di rito bassoliniano, con ottime entrature nel giglio magico di Matteo Renzi e vecchia conoscenza di Volpe.
Anche Novomatic gioca in prima persona, visto che è esercente e gestore di sale gioco. Ora per loro si apre un affare da miliardi di euro
La norma è duramente contestata dai Cinque Stelle, che parlano di regalo alla lobby dell’azzardo.
Tanto più che fino a due settimane fa non figurava nelle bozze in circolazione. Sulla carta, la misura è giustificata da esigenze di controllo.
Le Vlt, infatti, sono collegate in rete e possono essere controllate da remoto.
Per installarle, poi, serve l’autorizzazione della questura.
In pratica, assicura il governo, così si aumentano i controlli.
Secondo il senatore Giovanni Endrizzi (M5S), sono invece pericolosissime: “È come togliere la marijuana terapeutica e dare il metadone ai malati del gioco”.
La gran parte, infatti, funziona a banconote e questo crea parecchi problemi sul fronte della lotta al riciclaggio di denaro.
Tanto che, ricordano i 5Stelle, durante la missione della Commissione antimafia a Reggio Emilia, il Procuratore di Bologna e diversi prefetti hanno chiesto di estendere i certificati antimafia alle Vlt.
“Saranno di tipo leggero — assicura al Fatto il sottosegretario Pier Paolo Baretta — Non si potranno giocare importi superiori a un euro”.
Si vedrà . I dettagli sono demandati a un futuro decreto ministeriale, che dovrà chiarire anche come sarà possibile installare 250 mila macchinette (oggi sono 50 mila) nelle aree dove non esiste ancora la banda larga.
Nel 2009, Berlusconi aprì il mercato alle videolottery con la scusa di trovare le risorse per i terremotati dell’Abruzzo. Da allora lo Stato ha incassato miliardi, ma non L’Aquila, dove i soldi non sono mai arrivati.
Le associazioni sono infuriate.
Dal canto suo il governo ha ridotto l’obbligo di pubblicità ai concessionari, confermato la tassa da 500 milioni della Stabilità , e imposto un limite di sette metri quadri per apparecchio.
C’è però un comma curioso che impone a Comuni e Regioni di adeguarsi alla legge nazionale in materia di sale giochi: se confermato, farebbe decadere tutte le normative più stringenti adottate in questi anni.
Carlo Di Foggia
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
A SALERNO LO STAFF DI DE LUCA INVIA SMS PER PORTARE EXTRACOMUNITARI E MINORENNI AL VOTO
A Napoli c’è la caccia al delegato. A Salerno quella all’extracomunitario. 
È solo un modo di dire, non sono in atto faide nè spedizioni xenofobe. Sono solo le due campagne di reclutamento in corso per le primarie Pd in Campania che tra sì, no, forse e chissà , e dopo quattro rinvii, dovrebbero celebrarsi il 1 marzo tra Vincenzo De Luca, Andrea Cozzolino, Gennaro Migliore, il socialista Marco Di Lello e l’esponente di Idv, Nello Di Nardo.
La prima campagna è di palazzo: il fronte anti-primarie, composto da un gruppo di capicorrente dell’area Nord di Napoli, si sta affannando a raccogliere consensi tra i delegati dell’assemblea regionale per raggiungere il quorum del 60% sul nome di Luigi Nicolais.
In questo modo l’assemblea può annullare le primarie e candidare direttamente l’ex ministro e presidente del Cnr.
Il pomeriggio di ieri è trascorso in attesa di un cenno chiarificatore da Roma.
Ma Renzi, per ora, non si sporca le mani.
La seconda campagna è in corso a Salerno, la roccaforte di Vincenzo De Luca, il Maradona delle primarie.
Qui sono così sicuri che domenica prossima si andrà a votare per scegliere il candidato Governatore, che dal cerchio magico del sindaco emerito è partita una catena di Sant’Antonio di sms a consiglieri, assessori e dirigenti democrat per sollecitare le preiscrizioni last minute degli extracomunitari e dei minorenni all’anagrafe degli elettori. Il testo del messaggio è stato pubblicato dal quotidiano Cronache del salernitano, che lo attribuisce al sindaco facente funzioni Enzo Napoli, ex capo staff di De Luca nominato “successore” poche ore prima della condanna dell’ex viceministro.
“Sedicenni ed extracomunitari per votare alle primarie del 1 marzo devono iscriversi presso sede del Pd via Manzo entro domenica 22 con documento identità . Sabato e domenica la sede è chiusa: avvertite Enzo Luciano per far raccogliere le preiscrizioni”. L’sms riporta il cellulare di Luciano, responsabile provinciale organizzazione del Pd.
Lo abbiamo chiamato. Luciano conferma: “Sì, è vero, stiamo facendo circolare queste informazioni perchè quasi nessuno è a conoscenza che in Campania gli extracomunitari con permesso di soggiorno e i minorenni devono preregistrarsi per poter votare alle primarie: lo Statuto del Pd non lo impone, ma nella nostra regione è stato deciso così per regolamento, per evitare il ripetersi di file sospette ai seggi”.
Non è un po’ tardi per le preregistrazioni? “Il regolamento indica come termine una settimana prima del voto. Se il voto è slittato, secondo noi è slittato anche il termine”.
In quanti si sono preregistrati? “Fino a pochi giorni fa nessuno. Ora siamo su un numero inferiore ai 30”.
C’è ancora la giornata di oggi, la macchina politico-organizzativa di De Luca non va sottovalutata. Ma dal comitato organizzatore delle primarie, presieduto da Antonio Amato, fanno sapere che per loro l’anagrafe è chiusa.
E se De Luca è Maradona, Cozzolino sceglie un altro sport e si paragona ai fratelli Abbagnale.
Nel suo spot elettorale ripropone gli ultimi metri in canoa dei fratelloni pompeiani quando vinsero le Olimpiadi di Seul, e lo slogan “Andiamo a vincere”.
Ma siete sicuri che le primarie ci saranno? ”Se il Pd non ci consente di votare trucca le carte, sarebbe una vergogna — risponde Enzo Ruggiero, consigliere politico di Cozzolino – Gino Nicolais non è un candidato che possiamo riconoscere come unitario. Cancellare le primarie sarebbe un colpo di Stato”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE ULTRA’ CHE HA PATTEGGIATO LA CONDANNA NON E’ L’UNICO MANAGER ARRESTATO
«You will never understand if you are not one of us».
Il motto ultrà – «Se non sei uno di noi non potrai mai capire» – campeggia fra i post sulla sua pagina Facebook.
C’è anche una foto di Jan Robbert Bijlsma, olandese di 21 anni, seduto al tavolo di un ristorante di Campo de’ Fiori con tre amici poche ore prima degli scontri di mercoledì sera.
È uno dei tifosi del Feyenoord arrestati dalla polizia e rispediti in Olanda dopo aver patteggiato la condanna, aver preso un daspo e pagato soprattutto 45 mila euro per evitare il carcere.
«Non c’è problema, pago ed esco», avrebbe detto ai poliziotti che lo avevano portato in tribunale dopo una notte in camera di sicurezza.
Appunto, nessun problema a pagare.
Come lui – per la polizia piccolo imprenditore nel settore dell’edilizia – l’hanno fatto in altri sei.
Fra loro un paio di giovani manager di compagnie di taxi ed ecommerce, studenti, operai generici.
Molti degli hooligan che hanno devastato il centro di Roma appartengono a qualcosa di più della working class europea.
È vero, fra i sei arrestati di piazza di Spagna – tuttora in carcere – ci sono pregiudicati e spacciatori di droga, ma fra i 23 bloccati prima di loro dalla polizia spiccano gli insospettabili.
Tutti accomunati, anche dal desiderio di appartenere alla nuova ondata di hooligan olandesi. Fra chi ha tirato le bottiglie alla polizia ci sono ragazzi – Wihelmus Ralph Polman, Joy Bronkhorst, Alexander Monroolj, tutti ventenni – e persone più grandi – Michel Frank De Wee, Raymond Wols, Tobias Arjan Nowee, trentenni – con carriere già avviate.
Per i primi la scorribanda romana doveva essere una sorta di battesimo del fuoco fuori Olanda, fra i 500 scalmanati – «hooligan e non ultrà », precisano gli investigatori – che hanno seguito il primo gruppo di vandali ubriachi composto proprio dagli adulti abituati a questo genere di raid.
Non è chiaro chi degli arrestati appartenesse all’Scf, lo Sport Club Feyenoord che rappresenta il gruppo di tifosi più nutrito e famoso per gli scontri.
Ma sembra che a Roma siano scesi in parecchi.
Pagando il biglietto della partita, quello del charter e anche l’albergo, quasi sempre bed&breakfast. C’erano anche quelli della Hot Legion.
Davanti la massa di ubriaconi, dietro gruppetti di 10-12 teppisti con il coltello in tasca a caccia di romanisti. Loro no, non avevano alzato il gomito.
A piazzale delle Belle Arti avanzavano a piedi verso l’Olimpico guardandosi le spalle. Giubbotti di pelle, jeans, scarpe griffate.
«Un operaio qualsiasi non se li può permettere, nè qui nè in Olanda», dicono i poliziotti.
E fra chi ha danneggiato la Barcaccia ci sono proprio loro.
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
NON UN PARTITO, MA NEMMENO QUALCOSA DI ORIZZONTALE
Maurizio Landini si candida? Fonda un partito? Si butta in politica? Lascia la Fiom? 
Alt: informazione e dibattito politico corrono troppo, cercano scorciatoie laddove invece servono riflessione e approfondimento.
Maurizio Landini non si candida, non fonda un partito, non si butta in politica, non lascia la Fiom.
Nulla quaestio? Troppo rumore per nulla?
No, con l’intervista di oggi al Fatto Quotidiano, Landini dice molto di più.
E non sorprende che il rullo compressore dei media minuto per minuto non riesca a coglierlo, impazzendo dietro viottoli che portano fuori strada.
Il senso delle parole del segretario della Fiom si ritrova però nelle riflessioni di quelle reti sociali, movimenti, associazioni che – anche dialogando con Landini – sono già al lavoro in Italia per dar vita a quel “laboratorio sociale” citato nell’intervista al Fatto. Non un partito, ma nemmeno qualcosa di orizzontale alla ‘centro sociale’.
Qualcosa di organizzato. Tipo Podemos in Spagna.
Per mettere su qualcosa di simile in Italia ci vorrà del tempo, lo sanno tutti gli attori in campo, già impegnati in un percorso sul tema, fatto di incontri pubblici e assemblee. Lo sa Landini quando dice che “è ora di sfidare democraticamente Renzi” che applica “il programma di Confindustria senza che nessun italiano abbia potuto votarlo”.
Lo sanno i suoi interlocutori giovanissimi che già lavorano oltre il sindacato, non sentendosi rappresentati dalla Cgil, precari che tentano tra le difficoltà di dare vita a laboratori sociali nelle città metropolitane, centri di assistenza molto embrionali per chi lavora senza un contratto, chi non ha diritti, chi non pensa assolutamente che i diritti siano garantiti dal contratto a tutele crescenti del Jobs Act.
C’è tutto questo mondo dietro le parole di Landini.
Non c’è l’orizzonte di una lista elettorale, non ci sono i quadri di un partito già bell’e formato, non c’è nemmeno un laboratorio sociale già pronto per l’uso.
C’è un un’idea, più che un’idea: un pensiero. Che si poggia sul fatto che i tempi sono cambiati e il sindacato così com’è non basta più.
Non funziona: perchè se indice uno sciopero per chiedere che in fabbrica il sabato sia onorato come festa e non sacrificato sul lavoro, gli operai non seguono.
Perchè in una fase di crisi come questa, chi ha un lavoro, se lo tiene stretto e lavora anche i festivi, il giorno e la notte, lasciandosi sfruttare per non perdere il pane.
Se c’è bisogno del pane, alle rose nessuno ci pensa. Non sono fondamentali per campare.
Ed è da qui che parte Landini: dal ruolo sgonfiato del sindacato oggi, anche della sua Fiom. Sgonfiato dalla crisi che riesce a infilare lavoro alleggerito dai diritti laddove prima non era consentito dagli stessi lavoratori.
E se il sindacato non funziona più, c’è il rewind: si torna indietro, come quando si scendeva in piazza per conquistare il diritto di sciopero, per dire. Punto e a capo.
Naturalmente, c’è anche un po’ di effetto Tsipras in tutta questa discussione.
C’è l’esempio greco che parla di un partito alla lotta con l’Europa dell’austerity e non di un laboratorio sociale, ma che dice che con la forza del consenso e delle urne anche chi sembra debole in partita può spuntarla.
E c’è l’esempio di Podemos, il movimento spagnolo nato dalle acampandas contro l’austerity, candidato a vincere le elezioni del prossimo autunno a Madrid, almeno stando ai sondaggi che lo registrano vincente su socialisti e conservatori.
Ci può essere come punto di arrivo la lista e la candidatura, il partito e la rappresentanza democratica in Parlamento.
Ma è un punto di arrivo.
Per ora, le parole di Landini sono un sasso nello stagno della sinistra italiana.
Non vogliono scuotere un dibattito politico fatto di battute e tweet, ma muovere in avanti una prospettiva storica che sembra tornata indietro agli anni delle lotte per i diritti nel mondo del lavoro.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“IN QUALE LOGGIA MASSONICA DI TUO PADRE TI HANNO DETTATO LE RIFORME? SEI UN ESSERE SPREGEVOLE, SOLO CHIACCHIERE, DISTINTIVO E INSIDER TRADING”
Maurizio Gasparri non l’ha presa affatto bene.
E’ una lunga domenica costellata dagli insulti quella del vicepresidente del Senato, preso di mira dal presidente del Consiglio Matteo Renzi.
A far arrabbiare il senatore di Forza Italia è una battuta, fatta dal premier durante il suo intervento all’iniziativa del Pd sulla scuola.
La governance della Rai va cambiata, sostiene Renzi: la legge che regola l’attuale sistema è la legge Gasparri: “La Rai è un pezzo dell’identità culturale ed educativa del Paese. E allora non può essere disciplinata da una legge che si chiama Gasparri”.
Gasparri reagisce rabbiosamente su twitter: “Sei di una abissale ignoranza, privo di basi culturali, solo chiacchiere distintivo e insider trading”.
E poi aggiunge: “In quale loggia massonica di tuo padre ti hanno dettato le presunte norme per scuola e banche?”.
Non si placa, Gasparri: “Sei davvero una persona spregevole, torna nella loggia del babbo”.
Non è finita: “Renzi è un vero imbecille”.
“Alla Folletto – risponde a un utente – faceva lo sporco nel sacchetto”.
E poi: “Con decreto (sulle popolari, ndr) ha favorito speculazioni, ha un padre di cui vergognarsi, è un arrogante, finirà¡ male politicamente”
(da “Huffingtonpost”)
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