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PRIMARIE PD CAMPANIA, QUARTO RINVIO

Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile

DE LUCA NON SI RITIRA E IL PD VOLA VERSO LE PRIMARIE-SUICIDIO

“Ci trasciniamo da prima di Natale, e siamo quasi in vista della Pasqua. Per fortuna che oggi è carnevale e possiamo buttarla in burla.”
La battuta sulle primarie in Campania – che ieri sono state rinviate per la quarta volta (si terranno, o meglio, si dovrebbero tenere, non più domenica prossima, ma il 1 marzo) – circolava ieri ampiamente nel pd napoletano, non importa neanche più chi l’abbia detta per prima (probabilmente la deputata Luisa Bossa), ma descrive a metà  ciò che rischia il partito democratico dopo la figuraccia in Liguria (brogli e silenzio tombale del leader), una burla che però è anche un suicidio collettivo.
Nel momento in cui scriviamo (domani chissà ) i contendenti principali rimangono tre, in mezzo a faide inestirpabili e esiti imprevedibili: Andrea Cozzolino, potente democratico napoletano, molto insediato in città  (e nelle disperate periferie), da sempre capace di mobilitare truppe consistenti, anche al centro di enormi polemiche (non solo per i cinesi e le primarie annullate nel 2011); Vincenzo De Luca, il potentissimo sindaco di Salerno, al momento decaduto per via di una condanna a un anno per abuso d’ufficio (ma pende il suo terzo ricorso); e Gennaro Migliore, che è stata l’unica carta trovata da Renzi per provare a scardinare un minimo gli insediamenti di correnti e sottocorrenti (nel napoletano si arriva anche a sei-otto sottocorrenti dentro il partito).
Il problema è che Migliore – che è comunque il primo tentativo che Renzi fa sui territori per rompere un po’ con gli assetti di potere locali – è debole, almeno se De Luca non si ritirerà  e deciderà  di aiutarlo. La qual cosa, nonostante il pressing di Luca Lotti (che gli ha fatto balenare un posto da sottosegretario, o un cda di una partecipata), non è finora avvenuta.
Lotti stavolta sta fallendo, col vecchissimo osso duro De Luca, che insiste nel dire «chiedere a me di ritirarmi è come chiedere a Maradona che sta facendo la finale della Coppa Campioni: te ne vai in panchina?».
E anzi, attacca: «Con questo ulteriore rinvio di copriamo di ridicolo».
Dice che solo se Renzi convincesse Raffaele Cantone a candidarsi lui si farebbe da parte. Ma Cantone resiste e dunque, per ora, il suicidio collettivo può andare in scena.
Renzi non le vuole, queste primarie. Ma il tempo e le idee per evitarle latitano.

(da “Huffington Post”)

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INTERVISTA A FINI: “LA DESTRA DI OGGI E’ LONTANA MILLE MIGLIA DA AN”

Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile

“SE LA DESTRA SI RIDUCE A SALVINI E MELONI, RENZI GOVERNERA’ PER DIECI ANNI”… “TANTI ELETTORI DI DESTRA NON VOTERANNO MAI LEGA”

“La destra in vent’anni è cambiata perchè è cambiato il Paese», parola di Gianfranco Fini. E “se il leader della destra del futuro sarà  Salvini, Renzi, l’asso pigliatutto, resterà  al governo per dieci anni”.
Presidente Gianfranco Fini, dell’idea che, vent’anni fa, portò la destra al governo, cosa resta oggi?
“Alleanza Nazionale è stata la dimostrazione che può esistere una destra che ha cultura di governo. Rispetto alla storia precedente, quella del Movimento Sociale, la grande trasformazione non fu soltanto quella relativa ad alcuni principi programmatici, che sono quelli del congresso di Fiuggi, ma fu nella volontà  di dimostrare che chi votava a destra non aveva solo un ruolo di rappresentanza e di opposizione”.
Come avvenne?
“Grazie all’alleanza che si creò con Forza Italia e la Lega. Ci fu una congiuntura favorevole: la nascita di FI, l’alleanza con Berlusconi, con la Lega e con Casini”.
La differenza tra il Msi e An?
“Il Msi era una formazione figlia di un’epoca in cui la politica era basata sulle ideologie. An segnò uno dei primi momenti postideologici. Leo Valiani, che certamente non era sospettabile di simpatie per la destra, scrisse testualmente: a Fiuggi può nascere il partito della Nazione. Ironia della sorte la stessa definizione che oggi Renzi applica al Pd. La differenza tra il Msi e An è collegata all’evoluzione storica del Paese. Un po’ la stessa differenza che intercorreva tra il Pci e il Pds”.
E la destra che c’è oggi?
“Purtroppo è mille miglia lontana da questa fisionomia che aveva An. Perchè oggi la destra è rappresentata da tre soggetti: Forza Italia che è un asset aziendale, poi i Fratelli d’Italia che si sono ridotti ad essere una costola della Lega, con posizioni sempre più antieuropeiste e sempre più improntate ad una polemica sull’immigrazione clandestina. E poi c’è la Lega, una destra minoritaria, protestataria, di stampo lepenista, una destra che può raccogliere dei voti, ma che rappresenta un’assicurazione sulla vita di Renzi, il quale governerà  per altri dieci anni, se la destra avrà  come baricentro la Lega”.
Perchè Salvini ha successo?
“Il consenso leghista al nord c’è sempre stato e c’è. Io ho molti dubbi che ci sia un consenso altrettanto rilevante al centrosud, dove c’è la corsa sul carro del vincitore, da parte di segmenti del ceto politico”.
E i sondaggi?
“I sondaggi confermano che c’è una crescita: Salvini è l’unico attore protagonista, FI è talmente confusa nella linea politica e talmente condizionata dagli interessi di Berlusconi, da perdere progressivamente credibilità . Altri soggetti non ce ne sono e Salvini riempie questo spazio. Ma attenzione: incontro elettori che mi dicono che non voteranno mai per la Lega, qualche esponente politico, qualche consigliere fa un pensierino a candidarsi. La distinzione tra ceto politico ed elettori è fondamentale”.
Lei è sempre un convinto bipolarista?
“Il bipolarismo non c’è più: da qualche anno è sulla scena un terzo polo, rappresentato da Grillo. Ma qui siamo in presenza di un asso pigliatutto: il Pd, che si allarga sempre di più verso il centrodestra e c’è l’incapacità  di contrapporre, da parte del centrodestra, una fisionomia programmatica e una prospettiva”.
Ma che differenza c’è, oggi, tra destra e sinistra?
“Le differenze ci sono, però non sono più nette come un tempo: la sinistra era comunista e la destra era liberal-democratica. Una volta era bianco o nero, oggi ci sono mille sfumature di grigio. Oggi per la destra l’interesse nazionale è perfettamente compatibile nell’ambito di una identità  europea, per la sinistra questa identità  europea finisce per prevalere”.

Antonio Angeli
(da “il Tempo”)

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IL GRANDE INGANNO DIETRO L’AGONIA DELL’ILVA: IL GOVERNO ALLA RICERCA DI TRE MILIARDI

Febbraio 20th, 2015 Riccardo Fucile

POCHI CREDONO CHE L’IMPIANTO ABBIA UN FUTURO E I SOLDI DEI CONTRIBUENTI FINIRANNO ALLA BANCHE

Basta andare a Taranto e farsi una passeggiata lungo la ventina di chilometri degli invalicabili recinti dell’Ilva, con i suoi 1500 ettari — le dimensioni di una media città  italiana — l’acciaieria più grande d’Europa.
Chiunque capirebbe che i politici, burocrati e manager impegnati ogni giorno nelle concitate riunioni romane sul destino dell’azienda sono tessitori di un grande inganno. Basta guardare la gigantesca rete che Emilio Riva, il tycoon siderurgico morto l’anno scorso, fece issare attorno al parco minerali per proteggere il quartiere Tamburi dalle polveri cancerogene alzate dal vento.
Può una rete fermare la polvere?
“Sì, se il calibro della rete è inferiore a quello delle polveri”, spiega un autorevole ingegnere cercando di non ridere. Il calibro delle particelle pm10 è inferiore a dieci millesimi di millimetri: l’unico modo di proteggere il Tamburi sarebbe stato fare al parco minerali un cappottino di Goretex su misura. La taglia è 75 ettari.
A Taranto la rete per fermare la polvere è la misura di tutto.
Può una popolazione sentirsi dire che la rete fermerà  la polvere senza perdere il controllo dei nervi? Sì.
La maggioranza dei tarantini da decenni tace e subisce la logica folle della storia.
L’Ilva sta morendo e il governo, fingendo di curarla, ne accompagna distrattamente l’agonia.
“Torno a Natale”, aveva detto Matteo Renzi a settembre, nel suo unico frettoloso passaggio, poi è andato a sciare a Courmayeur.
La messa in scena ha un solo risultato possibile, un ingente passaggio di denaro dalle tasche dei contribuenti a quelle dei creditori dell’Ilva in dissesto finanziario, in primo luogo naturalmente le banche.
L’agonia clandestina,   come in un racconto di Buzzati
Viene in mente Sette piani, il racconto di Dino Buzzati da cui Ugo Tognazzi trasse un celebre film, Il fischio al naso.
Ricoverato per un banale controllo, l’industriale lombardo, accompagnato da sorrisi e frasi rassicuranti, parte dal piano terra e viene spostato gradualmente fino al settimo, dove morirà .
Così l’Ilva da tre anni attraversa un incubo di piani di risanamento, decreti legge, commissariamenti e subcommissariamenti, e ogni volta qualcuno annuncia che è la volta buona.
Intanto la fabbrica, formalmente sotto sequestro, cade letteralmente a pezzi.
Al suo capezzale un plotone di medici pietosi: tre commissari governativi, tre custodi giudiziari, un custode amministrativo, un commissario per le bonifiche, e con loro Andrea Guerra, consigliere per l’industria di Renzi.
Dovrebbero risolvere un’equazione impossibile: tenere in vita un’azienda che inquina, perde 30 milioni al mese, viene abbandonata dai clienti e ha 3 miliardi di debiti.
Il 26 luglio 2012 intervenne la magistratura arrestando lo stato maggiore dell’Ilva, a cominciare dai Riva. La fabbrica fu messa sotto sequestro come si toglie la pistola dalle mani del serial killer, per impedire la prosecuzione del reato.
Non fu uno sconsiderato blitz ecologista. Le indagini andavano avanti da anni. Da mesi il Noe di Lecce (Nucleo Operativo Ecologico), cioè i Carabinieri e non Greenpeace, rilevava quantità  sconcertanti di veleni che l’acciaieria produceva con arrogante noncuranza.
Era il Noe a chiedere al procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio, urgenti “misure cautelari”. Sebastio aveva già  ottenuto due volte dai giudici la condanna di Riva per inquinamento, nel 2002 e nel 2007.
L’Ilva non è un paradiso. In vent’anni ha avuto 50 incidenti mortali in azienda. Tuttora premia con un buono acquisto da 100 euro all’Auchan gli operai dei reparti con un basso numero di “infortuni indennizzati”.
E siccome è difficile credere che un operaio abbia bisogno dell’incentivo per stare attento a non rompersi un braccio, è possibile che quel premio incoraggi le mancate denunce.     Non lavorava in paradiso neppure Francesco Zaccaria, gruista volato in mare da 60 metri con la sua cabina nell’area Impianti Marittimi il 28 novembre 2012.
Le Tv dettero la colpa alla tromba d’aria “assassina” che quel giorno travolse Taranto, ma al processone “Ambiente svenduto” sono imputati anche alcuni dirigenti accusati di omicidio colposo per la morte di Zaccaria.
Nell’estate 2012, furono però messe in scena la commedia della sorpresa e quindi la farsa dell’emergenza, condizione necessaria per il passo logicamente successivo: non fare niente. L’emergenza era costituita dai magistrati che “all’improvviso” dicevano basta al reato di inquinamento, flagrante e sfrontato.
“Non si può uccidere così un’azienda decisiva per il Paese”, tuonavano gli industrialisti. “Bisogna salvare 17 mila posti di lavoro”, urlavano sindacalisti di ogni colore.
I magistrati che avevano deciso il sequestro degli impianti inutilmente provarono a difendersi dall’accusa di seminare miseria: come arrendersi a quel malinteso senso di responsabilità  secondo il quale, a fronte di una soddisfacente dose di prosperità  economica, si può fissare una quantità  accettabile di malattia e morte?
Il partito industrialista allora guidato dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini (in seguito arrestato per altro tipo di inquinamento, quello dei suoi conti in banca) sancì l’ovvio: lavoro e salute possono convivere.
La traduzione pratica del sacrosanto principio è stata che si possono fare gli interventi di risanamento degli impianti compatibili con il conto economico.
Cioè il poco o niente fatto da Riva dal 1995 al 2012. L’importante è sfornare a getto continuo piani, progetti, protocolli d’intesa, lettere d’intenti, appendici, atti aggiuntivi, note a margine. Se potessimo monetizzare ogni nuovo nome per pezzi di carta inutili, l’Italia non avrebbe debito pubblico.
Giovedì 12 febbraio, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, imputato assieme ai Riva e ai loro presunti complici nel processo “Ambiente svenduto”, ha offerto alla città  un saggio mirabile dell’arte dell’inerzia.
Con il commissario alle bonifiche Vera Corbelli ha solennemente firmato un nuovo protocollo d’intesa che finalmente darà  il via alle bonifiche. Non che mancasse un accordo tra commissario e Comune, ma Corbelli ha detto che quello firmato dal suo predecessore non funzionava.
“Mi sono insediata lo scorso agosto e ho cominciato a comprendere la situazione di Taranto”, ha detto Corbelli che è forestiera. Molto determinata: “Il governo vuole investire, il premier Renzi l’ha detto: partiamo da Taranto”.
Il sindaco, parimenti focalizzato sull’operatività , ha detto: “Basta con gli impegni, adesso passiamo ai fatti concreti”. Dopo tre anni, era ora.     Partono le bonifiche,     in dosi omeopatiche
Ed ecco i fatti concreti. Dei 110 milioni stanziati tre anni fa dal governo per le bonifiche fuori del perimetro aziendale finalmente si spenderanno i primi due: bonifica delle aiuole del quartiere Tamburi, quelle da anni vietate al gioco dei bimbi.
Su un totale di 3,6 ettari (lo 0,1 per cento della superficie da bonificare), verranno sostituiti con terra pulita i primi 30 centimetri di terreno.
Un milione di metri cubi di terra inquinata, a 2 euro al metro cubo. Si può stimare che a Taranto uguale trattamento lo meritino un paio di miliardi di metri cubi di terra inquinata: fanno 4 miliardi di euro.
A chi ha chiesto che senso abbia bonificare mentre l’Ilva continua a spargere i suoi veleni, i tecnici del Comune hanno risposto che tanto, per tornare all’inquinamento di oggi, ci vorrebbero 150 anni alle emissioni attuali: centocinquanta anni.
Taranto è dunque davvero avvelenata. Non dipende dai magistrati talebani il divieto di allevare le mitiche cozze del Mar Piccolo, che da secoli venivano squisite grazie a sorgenti sommerse di acque dolci.
Adesso arrivano diossina, benzo(a)pirene e tutti gli altri veleni che hanno inquinato la falda acquifera.
Neanche il divieto di pascolo per un raggio di 20 chilometri intorno all’Ilva è un’invenzione giustizialista.
Due settimane fa, la Asl di Taranto ha trovato pieni di diossina i 64 bovini dell’allevatore Giuseppe Chiarelli, di Massafra, dieci chilometri dall’Ilva. Subito è partito l’ordine di abbattimento dei capi di bestiame, mentre il Pd di Massafra, ostentando sorpresa, ha chiesto l’immediata, drammatica convocazione del consiglio comunale.
Comunque si giri, il discorso non sta in piedi.
Un mese fa il siderurgico di Cremona Giovanni Arvedi, in corsa per acquisire l’Ilva, in audizione al Senato, ha detto: “Taranto deve risolvere per primo il problema ambientale, bisogna coprire il parco minerali (un miliardo di euro, ndr) e installare l’aspirazione totale delle cokerie, che producono benzo(a)pirene e pm10.
Bisogna rendere l’Ilva pulita e farla andare al massimo”.
Il conto dei siderurgici esperti è presto fatto. Per rimettere in carreggiata l’Ilva occorrono da subito: 300 milioni per coprire le perdite dei prossimi 12 mesi, 500 per ricostituire le scorte, il cosiddetto capitale circolante, 300 per dare una sistemata a impianti abbandonati a se stessi che ormai producono acciaio scadente, e poi 200 milioni per rifare l’altoforno 5, un paio di miliardi per adeguare gli impianti alle prescrizioni dell’Aia (autorizzazione integrata ambientale).
I contribuenti pagheranno, le banche incasseranno
Siamo a 3,3 miliardi che servono alla Newco, cioè la nuova società  statale che prenderà  in affitto l’azienda. In più dovrà  pagare l’affitto al commissario Piero Gnudi, che non avrà  altri proventi per pagare i creditori dell’insolvenza da 3 miliardi.
E quanto sarà  il canone? Nessuno ne parla, perchè è il tema più imbarazzante.
Alcuni esperti sostengono che per un impianto che macina perdite al ritmo di 30 milioni al mese, l’affitto non può che essere simbolico.
Però si tratta di una fabbrica che, costruita nuova, costerebbe 20 miliardi: il governo può sempre trovare una perizia che stimi l’equo affitto anche in 4-500 milioni.
Denaro dei contribuenti che, senza ragione, verrebbe iniettato direttamente nelle casse dei creditori, in particolare le banche.
Dei 3 miliardi di debiti dell’Ilva, infatti, 1,45 miliardi sono riferibili alle banche, di cui 900 milioni fanno capo a Intesa Sanpaolo.
Se Guerra ripetesse il miracolo dell’acciaio di Stato riuscito nel Dopoguerra a Oscar Sinigaglia, tra tre o quattro anni potrebbe privatizzare l’Ilva risanata, ricavandone alcuni miliardi che andrebbero a Gnudi, cioè, di nuovo, ai creditori. I contribuenti non rivedrebbero più i soldi pubblici spesi per l’Ilva, ma l’azienda e i posti di lavoro sarebbero salvi. Purtroppo lo scenario più realistico è un altro.
L’Ilva non si risolleverà  perchè non ha più manager capaci: per guidare la città  dell’acciaio, con i suoi 11 mila dipendenti diretti e i 5 mila indiretti, ce ne vogliono tanti. Poi non c’è investimento pubblico in grado di ricomprare i clienti perduti.
Lo stesso Arvedi rivela di non comprare più dall’Ilva le abituali 500 mila tonnellate all’anno (sarebbero state il 10 per cento della produzione 2014) perchè la qualità  non è più all’altezza.
Sarà  difficile trovare acquirenti per una fabbrica sotto sequestro che continua a inquinare e per la quale non sono esclusi nuovi capitoli giudiziari, visto che i Carabinieri non smettono di rilevare superamenti dei limiti. I concorrenti non si strapperanno i capelli se chiuderà  un produttore da 9 milioni di tonnellate, visto che l’Europa ha una sovracapacità  produttiva di 30 milioni.
Gli ambientalisti non si dispiaceranno se con l’Ilva chiuderà  anche la fabbrica del veleno. Il governo potrà  dire di aver fatto di tutto per salvare ambiente e posti di lavoro, e darà  la colpa, nell’ordine: ai magistrati, agli ambientalisti, ai politici locali e ai sindacalisti.
E tutti insieme, quelli che oggi fanno finta di non sentire, non capire e non vedere, ci spiegheranno, attorno al 2020, quali sono gli errori da non ripetere.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MAI CON SALVINI: A ROMA NASCE UN CARTELLO CHE VA IN PIAZZA CONTRO LA MANIFESTAZIONE DELLA LEGA

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

UNA MANIFESTAZIONE CHE AVREBBE DOVUTO ORGANIZZARE LA “DESTRA CHE NON C’E'” CONTRO RAZZISTI, POLTRONISTI, LADRONI PADANI   E VENDUTI VIENE COSI’ REGALATA ALLA SINISTRA

Il 28 febbraio Matteo Salvini, la sua Lega e Casapound non saranno i soli a scendere in piazza a Roma. Loro saranno in piazza del Popolo.
Mentre in corteo da piazza Vittorio fino a Sant’Andrea della Valle, sempre in centro, praticamente dietro al Senato (ma l’arrivo è da decidere con la Questura), ci saranno i MaiconSalvini, nuovo cartello nato apposta per l’appuntamento del 28 febbraio, già  lanciato sui social come hashtag, insieme a #Romanonsilega e a un’intera campagna anti-razzista curata dal vignettista ZeroCalcare, ma densa anche di ironia, come quella di una foto taroccata dei Clash col cartello: MaiconSalvini.
Sono centri sociali, associazioni lgbtq, antirazziste, migranti, comitati di lotta per l’acqua pubblica, sindacati di base, alcune forze politiche come Rifondazione.
E’ dall’inizio di febbraio che fanno assemblee molto partecipate alla Facoltà  di Lettere della Sapienza per organizzare il loro 28 febbraio, più altre iniziative che lo precederanno per “destare l’attenzione dell’opinione pubblica sui pericoli che il progetto politico di Salvini porta con sè”, scrivono.
Ieri, l’ultima assemblea a Lettere e la decisione di lanciare anche un appello “artisti, insegnanti, lavoratori del mondo della conoscenza e semplici cittadini”.
L’invito: “…ad aderire al nostro appello, condividerlo e rilanciarlo, a girare brevi clip video e foto in cui raccontino il loro perchè #MaiConSalvini, che ci aiutino a far viaggiare la campagna e che siano al nostro fianco il 28 febbraio…”.
Hanno già  aderito i 99 Posse ed Elio Germano, che hanno girato dei video per l’occasione.
“Pensiamo che Roma non possa essere utilizzata come una passerella elettorale da personaggi che nel corso degli anni l’hanno continuamente denigrata, definendola ‘ladrona’ e o anche peggio”, è il ragionamento che ha portato alla scelta di scendere in piazza.
L’idea è di “dare vita ad un processo partecipativo che sia al contempo capace di far vivere il rifiuto e la netta opposizione che la nostra città  deve dimostrare in questa occasione”.
“Vogliamo dimostrare che in Italia esiste ancora un argine alla propaganda populista che viene diffusa da Salvini e Casapound in Italia, dalla Le Pen in Francia e da Alba Dorata in Grecia — spiegano i ragazzi di ‘MaiconSalvini’ — Le politiche del governo Renzi non piacciono nemmeno a noi e non ce lo deve venire a dire Salvini che proviene da 20 anni di berlusconismo, che ha prodotto la Bossi-Fini sull’immigrazione e la legge Biagi sul lavoro. Vogliamo anche infilarci in un meccanismo mediatico che mette in rilievo solo i messaggi di Salvini che lascerebbe morire la gente in mare e che vuole convincerci che saremo invasi dall’Isis con i barconi dei migranti…”.
Ma il 28 febbraio non è che l’inizio. I ‘MaiconSalvini’ promettono di organizzarsi anche per un’eventuale visita di Marine Le Pen a Roma, annunciata da Salvini per la prossima primavera.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DROGA, TANTI SOLDI E GIOIELLI: IL TESORO DELLE OLGETTINE

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL BOTTINO SEQUESTRATO ALLE RAGAZZE DEL BUNGA BUNGA: ECCO COME BERLUSCONI HA PAGATO IL SILENZIO DI 21 TESTIMONI: IN UN ANNO HA SPESO UN MILIONE E OTTOCENTOMILA EURO

Abiti e borse griffati, gioielli, migliaia di euro in banconote da 500, perfino nove grammi e mezzo di shaboo, la metanfetamina arrivata dalle Filippine che sta diventando molto di moda a Milano.
E, soprattutto, migliaia di file, e-mail, sms e messaggi WhatsApp contenuti nei telefoni, nei computer, negli iPad.
È ricco, il bottino delle perquisizioni effettuate martedì alle 21 ragazze del bunga-bunga. Ora è iniziato il lavoro di analisi, realizzato dalla squadretta di polizia giudiziaria guidata da Mario Ciacci, insieme ai pm Luca Gaglio e Tiziana Siciliano, coordinati dall’aggiunto Pietro Forno ma con la supervisione diretta dello stesso procuratore Edmondo Bruti Liberati, che passa da una stanza all’altra dei suoi sostituiti.
Alla droga trovata a casa di una delle ragazze non danno gran peso: è per uso personale.
È il resto che interessa. Perchè prova che i soldi, tanti soldi — almeno 1,8 milioni di euro all’anno, tutti in contanti — continuano a passare da Silvio Berlusconi alle testimoni che hanno raccontato in aula che il bunga-bunga di Arcore era solo un gioco innocente, al più uno spettacolino di burlesque.
Il 2014 era parso un anno tranquillo, le feste di Arcore sembravano dimenticate e il patto del Nazareno pareva aver ridato a Berlusconi dignità  d’interlocutore politico.
Ma la squadretta di Ciacci lavorava. Pedinamenti. Foto e video ripresi di nascosto. Intercettazioni telefoniche.
Così davanti ai pm si è ricostruito il flusso dei soldi che arrivavano a compensare, secondo l’ipotesi d’accusa, le false testimonianze delle ragazze.
Prima, a partire dal febbraio 2011, c’era la “paghetta”, 2.500 euro al mese, tracciabili e dichiarati, che finivano nelle tasche di una trentina di Arcorine.
“Hanno ricevuto”, si legge nei decreti di perquisizione, “per molti mesi, a cavallo dei processi, una sorta di stipendio mensile dall’imputato”.
A fine 2013 lo “stipendio” si interrompe e, a inizio 2014, Berlusconi versa alle ragazze una “liquidazione” di 25 mila euro per chiudere la faccenda.
Ma non si chiude niente. Dopo qualche mese, le ragazze sono tornate a batter cassa presso il mite ragionier Giuseppe Spinelli.
E “Spinaus” (interrogato martedì per sette lunghe ore) ha ricominciato a pagare: fino a 5 mila euro aveva autonomia di spesa, per cifre superiori chiedeva il via libera al “Dottore”, come rispettosamente chiama Berlusconi. Il via libera arrivava.
E le buste gialle piene di banconote da 500 euro hanno ripreso a passare dalle mani di “Spinaus” alle borse Prada o Luis Vuitton delle ragazze.
Così una di loro, Francesca Cipriani, accumula dentro una cassetta di sicurezza ben 45 mila euro, tutti in biglietti da 500.
Un’altra, la mitica Marysthell Garcia Polanco che ballava ad Arcore travestita da Ilda Boccassini, aspettava in Svizzera 10 mila euro, ma alla frontiera i doganieri, avvertiti da un uccellino, ne trovano meno di 5 mila nelle borse del suo fidanzato, che — seguito e fotografato — aveva speso il resto nel suo felice shopping in piazza San Babila e dintorni. Barbara Guerra occupa, senza pagare un euro, la villa da un milione di euro disegnata dall’archistar Mario Botta e costruita a Bernareggio, in Brianza.
Riconducibile a Berlusconi, che nella sua generosità  usa spesso il metodo “non ci pensare più”: presta soldi o beni con termini lunghissimi per la restituzione, che poi non chiede più.
Che continui a pagare è ormai confermato. Ora i pm devono provare, mettendo insieme telefonate e WhatsApp, che i soldi alle ragazze non sono l’aiuto di un amico generoso, ma lo “stipendio della corruzione giudiziaria”.
Tutte andavano da “Spinaus”, lasciando una scia di sms e WhatsApp.
Tutte tranne una: Karima El Maharoug, in arte Ruby. Per lei trattamento speciale.
Più soldi, anche a botte da 15 mila euro per volta, che le arrivavano a Genova attraverso intermediari, amiche disponibili, conoscenti gentili.
Sotto la supervisione, secondo l’accusa, del suo primo difensore, messo al suo fianco da Berlusconi nel 2010: l’avvocato Luca Giuliante.
Rimasto negli anni una sorta di tutore, che le consigliava spesso moderazione, le suggeriva sobrietà , le chiedeva di spendere meno.
Con scarsi risultati: Ruby spende e spande. Vestiti, scarpe, accessori. Spende ben 7 mila euro per la festa di compleanno della figlia Sofia. Ne passa 14 mila al nuovo fidanzato che deve comprarsi una moto.
Ordina un abito su misura dal sarto Gianni Campagna. Viaggia da Genova a Milano in taxi.
Paga 90 mila euro una vacanza per due alle Maldive.
Perchè Ruby continua a godere di un trattamento speciale? I pm un’idea se la sono fatta. Se ora, oltre all’idea, comporranno il puzzle delle prove, non decollerà  soltanto il processo Ruby 3, in cui l’ex presidente del Consiglio è accusato, in concorso con la ventina di ragazze perquisite martedì, di corruzione in atti giudiziari.
Ma cambierà  faccia anche il ricorso della procura in Cassazione contro la sentenza d’appello, secondo cui Berlusconi non sapeva che Ruby fosse minorenne.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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VERONA, L’IMPRENDITORE LEGATO AI CLAN E L’ASSESSORE DI TOSI: “GLI HO TROVATO I VOTI”

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI TRA LA COSCA CROTONESE, GLI IMPRENDITORI E L’ASSESSORE DELLA GIUNTA LEGHISTA: “HO MESSO DI MEZZO IL SINDACO”

“Ho messo in mezzo anche il sindaco”. A parlare è Marco Arduini, il dentista che faceva da mediatore tra l’amministrazione comunale di Verona e gli imprenditori calabresi ritenuti dagli inquirenti legati alla ‘ndrangheta.
Il sindaco è il leghista Flavio Tosi il cui nome è finito nell’informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri di Crotone che, nel gennaio 2012, decise di pedinare il segretario veneto del Carroccio in occasione di una sua trasferta in Calabria.
Ci sono decine di intercettazioni nell’informativa dei carabinieri sui rapporti tra il suo assessore comunale di Verona Marco Giorlo e gli imprenditori Giardino, da anni residenti in Veneto ma originari di Isola Capo Rizzuto dove sono considerati contigui alle cosche.
Una brutta storia di appalti pilotati, voti e, soprattutto, tanti soldi pubblici su cui la famiglia calabrese voleva mettere le mani.
Vicende su cui la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro vuole fare chiarezza.
Telefonate e incontri dai quali emerge l’appoggio elettorale dei calabresi all’assessore Giorlo, ma anche il fatto che Flavio Tosi sarebbe stato debitamente informato delle pretese dei Giardino che non puntavano solo alla gestione di un centro sportivo e alla “sostituzione di tutte le illuminazioni a Verona”.
Volevano diventare proprietari pure di un asilo comunale.
E per farlo si erano rivolti a Marco Arduini, il dentista che (dagli elementi in mano agli inquirenti) sembra avere avuto l’hobby del mediatore tra i politici che hanno bisogno di voti per essere eletti e gli imprenditori affamati di appalti.
“Se era possibile — dice Alfonso Giardino al ‘dentista’ amico dell’assessore Giorlo — sull’asilo avevo pensato una cosa… di investimento in pratica, se si poteva collaborare ma come proprietario però… perchè so che questi asili… Partecipare proprio come, comprarlo hai capito, cioè l’asilo”.
Un’idea che piace ad Arduini il quale non esita a rispondere positivamente ai desiderata dell’imprenditore calabrese: “Si, ma si può. Sono aperto a tutto io. Allora, io adesso ho messo in mezzo anche il sindaco, tramite… e poi a loro gli fa solo piacere… anche io gliel’ho detto ‘guarda che una parte siamo disposti ad assorbirlo”.
Giardino ha paura di non essere preso sul serio: “Ma sì, io non sto scherzando, ma guarda che è un affarone, un asilo è un affarone”.
“Eh be, — replica il ‘dentista’ — adesso, va bene ma domani ne parliamo con Marco (l’assessore Giorlo, ndr)”.
Poco prima era stato Franco Giardino a informare il cugino Alfonso che, per l”affarone’ dell’asilo, il loro amico al Comune aveva interessato il primo cittadino di Verona: “Lo stava acchiappando anche per il fatto dell’asilo… che si dovevano incontrare anche con Tosi”. L’uomo chiave dentro il Palazzo Comune è l’assessore allo Sport Marco Giorlo.
La trascrizione delle intercettazioni telefoniche e ambientali ancora ha molti “omissis” e questo lascia pensare che i carabinieri hanno in mano molto di più delle informative depositate dalla Dda di Catanzaro nel troncone calabrese dell’inchiesta “Aemilia”.
Tuttavia è già  emerso che gli imprenditori di Crotone hanno sostenuto l’assessore Giorlo nella campagna elettorale per le comunali con la promessa di accaparrarsi alcuni appalti di Verona. Ne parlano i due imprenditori il 4 luglio 2012 quando Alfonso Giardino dice al cugino Vincenzo: “Quello che mi ha salutato era lui, era l’assessore, hai capito? Il Signore mi è testimone è lui, ho mangiato con lui vedi. Se ne sta andando ora, hai capito che mi ha dato pure Enzì (Vincenzo, ndr), che mi ha dato pure un centro sportivo nelle mani Enzì, hai capito?… Sono andato e l’ho visto. Mi ha detto ‘se vuoi a fine mese chiudi il contratto ed è tuo’.
“Non ti sto parlando di banane Enzì, ti sto parlando di fatti, questo qua però noi lo abbiano aiutato Enzì che Fronzo (si tratta di Alfonso lui stesso, ndr) l’ha aiutato davvero a questo cristiano, l’ho aiutato davvero e te lo posso giurare dove, se si trova alla poltrona si trova per me questo che gli ho trovato non so quanti voti. Quanti gliene ho tirati fuori non hai nemmeno idea tu, mi sono massacrato giorni e giorni però ora vedi grazie a Dio è riconoscente, mi ha detto: ‘Io per i Giardino faccio tutto, per i Giardino perchè a me mi hanno aiutato’. Mi ha detto lui siccome è responsabile di tutti i centri sportivi di Verona, di tutti, sono i suoi, sotto le sue mani… È una persona seria”.
Le settimane passano e delle tante promesse, a fine luglio 2012 solo il centro sportivo sembra possa finire in mano agli imprenditori di Isola Capo Rizzuto, che iniziano ad avere qualche dubbio sull’assessore, per il quale tanto si sarebbero spesi durante la campagna elettorale per il Comune di Verona.
“Domani glielo dico — è la frase intercettata dai carabinieri sul telefono di Alfonso Giardino — Marco (Giorlo, ndr) per i fondelli noi non ci facciamo prendere da nessuno… Noi non siamo Marco il ‘dentista’. Perchè lui ha dato una parola e quella parola la deve portare a termine, non si deve tirare indietro. E che facciamo qua. È andato sopra il trono e si dimentica di quelli che lo hanno mandato sulla poltrona”.
E sempre nella stessa intercettazione, espressamente l’imprenditore fa capire che dietro di lui c’è la “famiglia” che aspetta risposte dal Comune di Tosi: “Siamo disperati, non sappiamo cosa dobbiamo combinare, e noi abbiamo tutti questi zii che quando li vedo mi devo nascondere. Ci deve tirare fuori il lavoro. Che vuoi fare: giardinaggio, pulizia… tira fuori il lavoro, hai capito? Centro sportivo e come si deve, che ci mettiamo tutti la dentro a lavorare, però noi abbiamo cristiani sulle spalle a cui abbiamo dato una parola ed io per te ho fatto la figura del pagliaccio, chiaro, chiaro…”.
Intanto Jacopo Berti, il candidato del Movimento 5 Stelle a governatore del Veneto, dopo la pubblicazione delle intercettazioni chiede al primo cittadino di fare un passo indietro: “Tosi si deve dimettere, buttiamo fuori la mafia dal Veneto e chi ce l’ha fatta entrare. Dalle carte dell’ichiesta ‘Aemilia’, sulla mafia al nord, emerge un quadro disgustoso del quale il segretario regionale della Lega Nord Tosi è il protagonista”.

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PREFETTO E QUESTORE SE NE VADANO: ROMA LASCIATA IN MANO A DELINQUENTI UBRIACHI

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

MARINO FURIOSO, ALFANO NON SI FA TROVARE, POLIZIA MAL DISPOSTA

La devastazione portata a Roma dai tifosi olandesi del Feyenoord si propaga fino al Campidoglio. Le crepe, in questo caso, sono tutte politiche, ma simbolicamente hanno lo stesso peso di quei pezzi di marmo staccati da una delle fontane più celebri del mondo.
Durissimo il sindaco di Roma Ignazio Marino, che nelle sue varie dichiarazioni non nasconde la rabbia nei confronti di prefetto e questore.
“La gestione della sicurezza ha falle grandi e intollerabili, ieri ci sono stati altri episodi di violenza, stamani Prefettura e Questura hanno assicurato che era tutto sotto controllo, abbiamo visto cosa è successo”, si sfoga il sindaco a Sky Tg24.
Con Angelino Alfano, titolare del Viminale, Marino spiega di “non essere riuscito a parlare”.
Marino se la prende con questura e prefettura: “Roma devastata e ferita. In contatto con prefetto, questore e ambasciatore d’Olanda. Non finisce qui”, rincara la dose su Twitter.
I danni del passaggio degli hooligans sono ancora da contare, ma la loro gravità  è sotto gli occhi di tutti.
La Barcaccia – la celebre fontana di Piazza di Spagna appena restaurata – è stata scheggiata nel candelabro centrale, oltre che riempita fino all’orlo di rifiuti. Danneggiati anche 15 delle 26 vetture di superficie che Atac ha messo a disposizione, seguendo le indicazioni della Questura, per il trasporto dei tifosi del Feyenoord dal punto di raccolta di Villa Borghese, Piazza delle Canestre, fino allo stadio.
“Ho sentito il vice ambasciatore dell’Olanda a cui ho detto che il mio suggerimento è di stracciare in faccia a questi tifosi il passaporto. In questa città  non sono ospiti graditi”, aggiunge il sindaco commentando le devastazioni compiute dai tifosi del Feyenoord a piazza di Spagna.
“Ci sono uomini, carabinieri, poliziotti, che ogni giorno fanno il loro dovere, ma qui si tratta dei vertici, di chi prende le decisioni, di chi decide che bisogna stare sulle scale di piazza di Spagna invece che a difesa della Barcaccia”.
I vertici, secondo il sindaco, “hanno delle responsabilità “. Marino specifica di non essere riuscito a parlare con il titolare del Viminale: “il ministro dell’Interno non era raggiungibile perchè mi è stato detto che è all’estero”.
Dopo le devastazioni della nottata di ieri, questi teppisti avrebbero dovuto essere accompagnati a calci nel culo in aeroporto e rimpatriati a spese della loro ambasciata, non permettergli di restare in città .
Se fossero stati italiani a causare questi incidenti all’estero avrebbero giustamente trascorso un mese in cella e qualcuno sarebbe tornato su una sedia a rotelle.
Altro che Isis a sud di Roma, la teppa la facciamo entrare in pieno centro con tutti gli onori: una vergogna di cui qualcuno adesso deve rispondere, togliendosi dai coglioni.

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BARCACCIA, DANNEGGIATO IL CANDELABRO CENTRALE: IL GIOIELLO DI PIAZZA DI SPAGNA ERA STATO APPENA RESTAURATO

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

PER SISTEMARE IL CAPOLAVORO DEL BERNINI LO STATO AVEVA APPENA SPESO 200.000 EURO

Il candelabro centrale della Barcaccia di piazza di Spagna è stato danneggiato.
La fontanta è’ stata riconsegnata solo qualche mese fa, bianca e pulita, dopo un anno di restauri costati circa 200mila euro, la Barcaccia, capolavoro seicentesco di Pietro Bernini, presa d’assalto e danneggiata dai tifosi olandesi del Feyenoord.
Il gioiello, che si trova ai piedi della scalinata di Trinità  dei Monti, impreziosisce piazza di Spagna, interamente pedonale dal 4 agosto scorso.
E’ il primo esempio di fontana concepita interamente come un’opera scultorea, allontanandosi dai canoni della classica vasca dalle forme geometriche.
La Barcaccia deve il suo nome, secondo una versione popolare molto accreditata, alla presenza sulla piazza di una barca in secca portata fin lì dalla piena del Tevere del 1598.
“Profondo sdegno per quanto avvenuto oggi pomeriggio a Piazza di Spagna e per l’oltraggio che alcuni nostri monumenti, come la Barcaccia, simbolo storico di questa città , hanno subìto”. Lo dichiara in una nota l’Assessore alla Cultura e al Turismo Giovanna Marinelli.
“Stiamo verificando con la Sovrintendenza Capitolina i danni arrecati dai tifosi olandesi. Da una prima analisi risulta danneggiato il candelabro centrale della Barcaccia, restaurata e inaugurata lo scorso settembre. Nelle prossime ore l’area intorno alla fontana verrà  recintata e l’acqua prosciugata per un controllo dettagliato. Verifiche andranno fatte anche per la Scalinata di Trinità  dei Monti e per l’intera piazza. Il nostro patrimonio e la nostra cultura sono stati oggi profondamente offesi”.
L’opera fu commissionata nel 1627 da papa Urbano VIII Barberini, che la volle ai piedi della scarpata su cui sorgeva la chiesa della Trinità  dei Monti, quando ancora la celebre scalinata non era stata eretta.
Alla sua costruzione non si esclude abbia partecipato anche il figlio di Pietro, Gian Lorenzo Bernini. L’opera, infatti, potrebbe essere stata ultimata da quest’ultimo dopo la morte del padre nel 1629.
La fontana è composta da una vasca a forma di imbarcazione che raccoglie l’acqua che fuoriesce da due grandi soli – collocati internamente allo scafo a prua e a poppa – e quella che zampilla da un piccolo catino centrale. L’acqua straripante dai fianchi della barca, aperti in modo da offrire l’impressione che stia affondando, viene raccolta da un bacino sottostante nel quale confluiscono anche i getti provenienti da bocche di finte cannoniere poste all’esterno della prua e della poppa, ai lati dei grandi stemmi papali caratterizzati dalle api, simbolo della famiglia Barberini.

(da “Huffingtonpost“)

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FACCE DA CULO: I SITI OLANDESI SE LA PRENDONO CON LA POLIZIA ITALIANA PER L’INTERVENTO “PESANTE”, NON CON LA TEPPAGLIA ORANGE

Febbraio 19th, 2015 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATA OLANDESE INVECE ASSICURA: “PUNIREMO I COLPEVOLI, L’ITALIA CONTI SU DI NOI”

Tifosi con il volto insanguinato, oppure stesi a terra, bloccati dai poliziotti.
Così i siti olandesi descrivono quanto sta accadendo a Roma, messa a ferro e fuoco dai supporter del Feyenoord.
Alcuni, dal de Volkskrant al de Telegraaf, si concentrano sulla multa di 45mila euro data a un gruppo di tifosi olandesi.
Mentre l’Ad.nl accusa la polizia di essere intervenuta in modo “molto pesante” e sceglie una foto molto eloquente sull’azione delle forze dell’ordine.
Solo il Dutchnews apre con l’immagine di una piazza di Spagna ridotta ad un campo di battaglia. Ma il titolo è sempre sulla multa.
Per l’addetto stampa dell’Ambasciata d’Olanda, la polizia è stata dura, ma gli ultras “sconsiderati”.
Aart Heerimpe ha detto che alcuni tifosi del Feyenoord a Roma erano “sconsiderati che si sono comportati in modo disdicevole” e “rispettiamo quindi le decisioni delle autorità  italiane”.
“Di solito la polizia olandese è un po’ più morbida ma qui c’era veramente gente sconsiderata”, ha commentato.
“Le buone notizie sono che qui a piazza di Spagna le finestre sono ancora tutte intere e non ci sono stati accoltellamenti, ma questi tIfosi si sono comportati in modo disdicevole”, ha ammesso l’addetto stampa.
Alla fine una posizione ufficiale dell’Ambasciata olandese: “Il calcio deve essere una festa dove non c’è posto per la violenza. Le autorità  italiane possono contare sulla completa collaborazione e l’impegno dell’Olanda per far sì che i colpevoli vengano puniti”.

(da “Huffingtonpost“)

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