Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
“LAVITOLA ALLORA SI PRECIPITAVA CON DENARO CONTANTE: DUE MILIONI DI EURO IN PIU’ RATE”
“Compravendita dei senatori? E’ la peggiore vicenda di malcostume politico della storia dell’Italia
repubblicana e io me ne sono fatto portatore“.
Sono le parole di Sergio De Gregorio, l’ex senatore reo confesso, che l’11 febbraio ha deposto al Tribunale di Napoli nel processo che vede imputati Silvio Berlusconi e Valter Lavitola, accusati di averlo pagato milioni per passare dal centrosinistra al centrodestra.
L’ex parlamentare, eletto con Idv e poi passato al Pdl, nella sua lunghissima deposizione ha ricostruito tutti i passaggi di quella che lui stesso ha definito la ‘compravendita dei senatori’.
“Ho pattuito con Berlusconi” — afferma — “di passare allo schieramento di centrodestra in cambio di 3 milioni di euro di cui uno corrisposto sotto forma di finanziamento al ‘Movimento Italiani nel mondo’ e il resto in contanti, somme consegnatemi in varie rate da Lavitola, che mi disse che la ‘provvista’ avveniva attraverso conti esteri”.
E spiega: “I soldi me li ha dati sempre Lavitola personalmente, impacchettati dentro una cartellina e avvolti da pagine di giornali. Mi faceva una telefonata. Andavo io alla sede dell’Avanti oppure veniva lui nei pressi di Palazzo Madama e mi consegnava i soldi”.
De Gregorio rivela: “Se c’era un ritardo inspiegabile nei pagamenti, per i quali io pressavo, non mi presentavo in Aula, il che scatenava il panico tra i senatori di Fi. A quel punto, Lavitola si precipitava per darmi i soldi”.
L’ex senatore ha ricordato che il primo contatto con Berlusconi avvenne agli inizi del 2007, in una clinica dove De Gregorio era ricoverato per una colica: “Il Cavaliere venne a trovarmi, era convinto che il governo Prodi sarebbe andato a casa. Io dissi che sarei andato in Aula anche in barella”
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE GENERALE L’ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE PER LE MIGRAZIONI: “TRITON NON BASTA, MARINA ITALIANA EROICA CON MARE NOSTRUM”
“Nel canale di Sicilia non abbiamo assistito a una tragedia, ma a un crimine. Triton non basta: ha un raggio di intervento troppo limitato e troppi pochi mezzi a disposizione”.
A parlare da Ginevra è William Lacy Swing, tra i numeri uno dell’immigrazione mondiale. Il direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) critica l’Europa che “deve passare dal controllo delle frontiere al salvataggio di vite umane” e plaude agli italiani “eroici” e all’operazione Mare nostrum: “Ciò che è stato realizzato con questa operazione è stato impressionante”.
Direttore si parla forse di 300 morti nel canale di Sicilia. Come commenta l’ennesima tragedia?
“Secondo quanto appreso dal nostro staff a Lampedusa, è ancor peggio di una tragedia: è un crimine, uno dei peggiori che abbia mai visto in 50 anni di carriera. Le organizzazioni di trafficanti agiscono con impunità e centinaia di persone stanno morendo. Il mondo deve reagire”.
La tragedia poteva essere evitata?
“In questa circostanza è emerso chiaramente come gli italiani si siano comportati in modo eroico, quando all’inizio di questa settimana la Guardia costiera ha effettuato una operazione di soccorso molto coraggiosa, lontano dalla costa e in condizioni di mare proibitive. Nonostante l’assenza di Mare Nostrum, hanno comunque soccorso oltre 100 persone che si trovavano sul primo di una serie di gommoni partiti dalla Libia. Quello che è successo in seguito e che ha portato a un totale di oltre 300 vittime dimostra quanto sia necessario rafforzare le operazioni di salvataggio di vite umane nel Mediterraneo”.
Cosa si può fare per evitare ulteriori stragi?
“La priorità è salvare le vite di coloro che purtroppo cadono nelle mani dei trafficanti in Libia e altrove e si trovano ad affrontare una pericolosa traversata in alto mare. Sono state 170.100 le persone arrivate in Italia nel 2014. L’anno scorso a gennaio arrivarono 2171 persone, quest’anno 3528. È già evidente che la fine di Mare Nostrum non porterà a una diminuzione del flusso di tanti disperati che fuggono da gruppi armati o da persecuzioni. Gli arrivi via mare in Europa sono la diretta conseguenza di situazioni di crisi che non accennano a migliorare. Basti pensare alla guerra in Siria, alla crisi libica, alla presenza di Boko Haram in Nigeria, a ciò che accade in Iraq, ma anche a tante situazioni di instabilità economica. Sono tutte crisi umanitarie che non saranno risolte nel breve periodo. Con Mare Nostrum il Mediterraneo era pattugliato in modo ampio, ora non lo è più. Occorre dar vita a un meccanismo di ricerca e soccorso più efficace. Se la comunità internazionale è stata capace di porre termine alla pirateria lungo la costa della Somalia, può essere sicuramente in grado di salvare migranti che sono mandati a morire in mare dai trafficanti di persone”.
Quali sono i limiti e le criticità di Triton?
“L’operazione di controllo delle frontiere finanziata dalla Ue, Triton, ha un raggio di intervento geograficamente troppo limitato e ha troppi pochi mezzi a disposizione. Il focus deve essere la ricerca e il salvataggio in mare e non il controllo delle frontiere”.
Era meglio l’operazione Mare nostrum?
“Mare Nostrum ha portato avanti un compito altamente umanitario e ha salvato quasi 200.000 persone, tra cui molte donne e bambini. Nonostante 3279 migranti siano morti nel Mediterrano l’anno scorso, ciò che è stato realizzato con questa operazione è stato impressionante”.
L’Europa fa abbastanza per soccorrere in mare?
“È urgente che l’Europa modifichi le priorità , passando dal controllo delle frontiere al salvataggio di vite umane. L’Europa deve essere pronta a fornire assistenza a coloro che rischiano le loro vie in mare, ampliando il limite geografico dell’operazione Triton”.
L’Italia ha delle colpe?
“L’Italia ha fatto un grande sforzo con l’operazione Mare Nostrum, e sta ancora salvando vite umane solo grazie alla Guardia Costiera e a quelle ormai poche navi della marina Militare che ancora pattugliano il Mediterraneo”.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
ERANO ALL’APERTO E ZUPPI D’ACQUA, MA LO SPAZIO AL COPERTO ERA INSUFFICIENTE
Per loro, abituati a esaminare corpi mutilati, bruciati, gonfi d’acqua, il compito questa volta è stato
perfino più straziante.
«Intatti, senza un graffio, sembrava che dormissero. Ventinove ragazzi uccisi dal freddo». Loro sono gli uomini del Gabinetto regionale della polizia scientifica, appena rientrati a Palermo dopo avere esaminato i cadaveri dei migranti assiderati nel viaggio di ritorno sul gommone della Guardia costiera di Lampedusa che era andato a prenderli nel mare in tempesta.
A oltre 120 miglia dall’isola e a un tiro di schioppo dalla costa libica.
Il mare in tempesta
Tirati a bordo vivi, felici della morte scampata in mare, pronti a fare a pugni per salire prima degli altri sulla motovedetta della salvezza.
Una barca di 27 metri, dove al coperto possono stare non più di dieci uomini, diventata la loro tomba.
Temperatura di 3 gradi, mare forza 8, vento a 60 nodi, il mare che entrava dentro a ogni onda, nessun riparo se non la temporanea ospitalità a turno nel vano della tolda di comando, la coperta isotermica come un orpello inutile.
«Solo tre di loro indossavano giubbotti – raccontano gli uomini della Scientifica – gli altri avevano addosso tutto il guardaroba che possedevano, come fanno sempre i migranti che non possono portare bagagli. Biancheria, magliette, golf, pantaloni, uno strato sopra l’altro. Ai piedi al massimo ciabatte. Tutto inzuppato d’acqua, abbiamo dovuto faticare per togliere i vestiti ed esaminare i corpi alla ricerca di qualche elemento utile per l’identificazione: una cicatrice, un segno particolare…».
Le tasche piene di biglietti
Ma i 29 morti di freddo – tranne un ivoriano di 31 anni che aveva con sè la carta d’identità ed è riuscito a salvare almeno il nome – avevano addosso ben poco di particolare.
Una sfilata di corpi intatti, qualcuno con una mazzetta di euro nascosta nelle mutande, qualcun altro con un biglietto con i numeri di telefono da chiamare all’arrivo.
I soccorritori si sono resi conto solo all’arrivo che erano morti, credevano che dormissero. Soccorritori che hanno messo in gioco la loro stessa vita e hanno fatto rotta verso Lampedusa, con condizioni del mare proibitive, nonostante la Libia fosse a poche miglia. Avrebbero potuto chiedere al Comando generale l’autorizzazione a riparare nel porto più vicino e restare alla fonda, come vuole la legge del mare.
In un paio di ore di navigazione si sarebbero messi tutti in salvo.
E invece sono tornati indietro, affrontando un viaggio di oltre 20 ore contro le sei dell’andata. E con un motore mezzo in avaria.
La tragica scoperta
Sono in tanti, sommessamente, con il rispetto dovuto a gente che ha rischiato di morire, a dire che è stato un errore, mentre altri sostengono che non ci fosse altra scelta: la Libia è un Paese nel caos, senza più interlocutori affidabili.
Salvatore Caputo, 66 anni, infermiere volontario del Cisom, il corpo di soccorso dell’Ordine di Malta, era a bordo di quella motovedetta.
«Siamo partiti verso le tre del pomeriggio di domenica – racconta – dopo avere ricevuto l’allerta dalla centrale operativa e siamo arrivati nei pressi del primo gommone verso le otto e mezza di sera, con il vento che soffiava a 75 chilometri orari e i naufraghi che si accalcavano e si calpestavano per salire a bordo per primi. Dopo qualche ora, verso le 4-5 di mattina, il primo di loro non ha retto al freddo e agli sforzi del viaggio ed è morto». Via via, è toccato agli altri 28, nelle ore interminabili del viaggio verso le coste italiane. «Solo una volta, arrivati a poche miglia dal porto di Lampedusa – aggiunge Caputo – è stato possibile iniziare la conta dei cadaveri. Siamo approdati lunedì pomeriggio, ho avuto una crisi di pianto. Sono crollato, come molti vicino a me»
Le bare senza nome
Le bare sono arrivate a Porto Empedocle, accolte dal prefetto di Agrigento Nicola Diomede. Saranno tumulate nei cimiteri del comprensorio che hanno risposto all’appello della solidarietà .
Dentro le bare i ragazzi sono nudi, i loro vestiti laceri e duri come il cartone messi in una busta al loro fianco: difficile perfino rivestirli dopo l’esame dei cadaveri.
Gli uomini della Scientifica hanno scattato fotografie, hanno preso le impronte digitali, estratto il Dna, tolto e schedato i pochi oggetti che avevano con sè. Reperti che saranno portati nel laboratorio dell’antico palazzo in via San Lorenzo, periferia di Palermo, che ospita il Gabinetto regionale della polizia.
Accanto a quelli dei 366 morti del 3 ottobre 2013, nel mare dell’Isola dei Conigli.
Ancora in gran parte fantasmi, senza nome nè storia.
Laura Anello
(da “La Stampa”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
VINCE LA RIVOLTA POPOLARE CONTRO LA REALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI COMUNICAZIONI SATELLITARI DELLA MARINA AMERICANA
Il Muos è pericoloso per la salute dei cittadini.
Con questa motivazione i giudici del Tar di Palermo hanno accolto il ricorso presentato dal Comune di Niscemi (Caltanissetta) contro la realizzazione del sistema di comunicazioni satellitari della Marina militare statunitense che sorge in contrada Ulmo.
Nella sentenza della prima sezione del Tribunale amministrativo regionale, presieduta da Caterina Criscenti, si legge che lo “studio dell’Istituto superiore di sanità costituisce un documento non condiviso da tutti i professionisti che hanno composto il gruppo di lavoro e — fatto ancor più significativo — risulta non condiviso proprio dai componenti designati dalla Regione siciliana, Mario Palermo e Massimo Zucchetti“.
I due esperti, con una loro autonoma relazione allegata allo studio Iss, evidenziano, fra l’altro, che rimangono aperte le valutazioni predittive in campo vicino, per le quali la stessa relazione principale dell’Iss dà atto trattarsi di un campo molto esteso vista la dimensione delle antenne e di non avere a riguardo informazioni specifiche. Inoltre, non sarebbe stata ben indagata nello studio Iss neppure la reale dimensione del rischio alla salute”.
L’impianto, in corso di realizzazione da parte della Marina militare statunitense, inizialmente è stato avversato anche dal presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta, che aveva sospeso i lavori, in attesa di un’analisi da parte dell’Iss.
Arrivate le valutazioni dell’Istituto, la Regione aveva ridato l’autorizzazione all’impianto.
Non solo: la sentenza dei giudizi amministrativi non solo sottolinea che l’autorizzazione paesaggistica concessa nel 2008 “sarebbe irrimediabilmente scaduta”, così come il nulla osta dell’Azienda Foreste demaniali, ma evidenzia la mancanza anche di “indagini preliminari circa le interferenze del Muos rispetto alla navigazione aerea relativa all’aeroporto di Comiso e studi in materia di tutela della salute dalle esposizioni elettromagnetiche e di tutela ambientale”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
UN SALTO ALLA CAMERA CON IL SOLITO ATTEGGIAMENTO PROVOCATORIO DA GUAPPO IN LIBERA USCITA
Giovedì 12 febbraio nella notte, dopo l’aggressione di alcuni deputati del Pd ai deputati di Sel (era in
corso la seduta-fiume sulle riforme costituzionali), è comparso alla Camera il premier Matteo Renzi.
Ci si aspettava che intervenisse per rasserenare gli animi o per rispondere nel merito posto dalle critiche dell’opposizione, ma è rimasto silente tutto il tempo. A parole.
Ma con i comportamenti e i gesti ha comunicato tutto il tempo.
Ha preso scherzosamente a microfonate il ministro Delrio, ha chiacchierato con la Boschi, ha guardato ostentatamente con sorrisi di scherno e con fare di sfida alcuni deputati dell’opposizione, ha continuato a darsi il cinque con il suo “cerchio magico”, da Carbone a Bonifazi, si è aggirato tra i banchi dei deputati diffondendo buffetti e battute.
Fregandosene del dibattito in corso e non rispondendo agli inviti ad intervenire per chiarire gli aspetti controversi della riforma costituzionale ha fatto dell’altro.
Con un atteggiamento che a Napoli, chiamerebbero da guappo, a Roma da coatto e a Firenze da bullo.
Un atteggiamento provocatorio. Un paio di volte si è fatto portare dagli uffici della presidenza il foglio con i tempi (pochi) rimasti a disposizione dell’opposizione per intervenire in aula, rimirandoli soddisfatto.
Era interessato a sapere quando si chiuderà la riforma della Costituzione-trattata come un decreto-legge- non a confrontarsi con il Parlamento.
Renzi si è laureato con una tesi su Giorgio La Pira, uomo sobrio, misurato, dialogante, capace di stabilire ponti, sincero e leale.
Non si capisce cosa abbia imparato Renzi, scrivendo quella tesi. Il premier ha dichiarato un paio di giorni fa: “Se vogliono lo scontro, lo avranno”.
La Pira avrebbe detto al contrario: “Se vogliono il dialogo, lo avranno”.
Giulio Marcon
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA MINORANZA PD: “NON SI VOTANO LE RIFORME CON UN’AULA MEZZA VUOTA, OCCORRE DIALOGO NON PROVE DI FORZA”… E IN FORZA ITALIA C’E’ CHI NON CONDIVIDE IL MURO CONTRO MURO
“Deriva autoritaria”, “vedrete i sorci verdi” e “votatevi da soli questo obbrobrio di riforme”.
Le forze dell’opposizione – Fi, M5s, Lega, Sel, FdI ed ex 5 Stelle – annunciano l’abbandono dell’aula mentre la maggioranza è determinata ad andare avanti ad oltranza sul nuovo Senato.
Il Pd però si spacca, come anche Forza Italia.
Di fatto, imploso il patto del Nazareno, le tensioni sulle riforme non fanno altro che portare a galla le divisioni interne alle due forze politiche.
Nella minoranza dem c’è chi appoggia l’Aventino e fa sapere che non parteciperà alle votazioni. E’ il caso di Pippo Civati e Stefano Fassina che si chiamano fuori.
Sul ddl Boschi è ancora scontro a Montecitorio.
Frasi durissime arrivano da Renato Brunetta, capogruppo a Montecitorio di una Forza Italia che al Senato questa riforma l’ha già approvata: “Denunciamo – dice invece oggi – la deriva autoritaria che, nel metodo e nel merito, la riforma costituzionale e la legge elettorale hanno assunto in questa fase della vita politica del Paese. Un colpo mortale alla democrazia parlamentare”.
E poi: “Abbiamo deciso di non partecipare ai lavori dell’aula. Altro che Aventino, vedranno i sorci verdi”.
Ma nel partito non tutti sono d’accordo, e le insoddisfazioni emergono all’istante: in via di costituzione un fronte di deputati a favore del rientro in aula.
Pare, peraltro, che anche alla riunione dei deputati Fi ci sia stata una discussione particolarmente accesa.
Tra i deputati ‘pro confronto’, Saverio Romano, Maria Stella Gelmini, Elena Centemero e Stefania Prestigiacomo.
“Piuttosto che non farle, le votiamo da soli”, replica in un primo momento il capogruppo democratico alla Camera, Roberto Speranza, a pochi minuti dall’assemblea del partito alla quale interviene anche Matteo Renzi, salvo poi ritentare una mediazione dinanzi a un muro contro muro che avrà come effetto d’impatto un emiciclo parzialmente vuoto.
Renzi continua a parlarsi allo specchio: “Qui c’è un derby tra chi vuole cambiare l’Italia e chi vuole rallentare il cambiamento”.
Parole che stoppano sul nascere le richieste di una fetta del partito.
Soltanto poco prima, infatti, era stato il dissidente dem Alfredo D’Attore ad anticipare la linea della minoranza: le riforme non si possono fare a colpi di maggioranza – aveva detto -, sì al dialogo col M5s.
Ecco perchè, durante l’assemblea con Renzi, a ribadire il concetto espresso da D’Attorre è il deputato Gianni Cuperlo che propone di aprire alla richiesta del Movimento 5 Stelle di votare a marzo l’articolo 15 del ddl Boschi, quello sul referendum. “Non possiamo votare le riforme – ha spiegato Cuperlo – con l’aula mezza vuota”.
A riunione conclusa, gli fa eco Fassina: “E’ inaccettabile votare” le riforme “da soli, abbiamo fatto il capolavoro politico di ricompattare tutte le opposizioni”.
Ed è a questo punto che Speranza ci riprova con un appello al M5s collocandosi con le sue dichiarazioni a metà strada tra la posizione del premier e quella della minoranza dem: “Non siamo soddisfatti – sottolinea il capogruppo -, un’aula con i banchi vuoti non è l’aula che vogliamo. Abbiamo i numeri per andare avanti anche da soli, ma penso che sia un errore”. Tra i banchi delle opposizioni è rimasto un deputato per gruppo per non far decadere gli emendamenti delle minoranze.
Le quali, nel frattempo, decidono di rivolgersi pure al capo dello Stato.
L’iniziativa la prende il forzista Brunetta che contatta il segretario generale del Quirinale, Donato Marra, per sondare la disponibilità di Sergio Mattarella a ricevere una delegazione di deputati ‘scontenti’.
E’ sempre Brunetta a far sapere che, bontà sua, alla fine il presidente della Repubblica ascolterà le opposizioni, gruppo per gruppo, da martedì.
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOTTO IDEOLOGO 15 ANNI FUORI CORSO SPIEGA AI BEONI PADAGNI LE DIFFERENZE TRA LA L’ITALIA E LA GRECIA
Gaffe patetica del segretario e leader della Lega Nord Matteo Salvini, noto uomo di cul-tura ed esperto
di economia e politica internazionale, forte dei suo trascorsi all’università .
Nel senso dei 15 anni fuoricorso senza riuscire a conseguire uno straccio di laurea.
Nel corso di una serata di presentazione del suo libro “Salvini dalla A alla Z” (collana umoristica) a Seriate, in provincia di Bergamo, a cui ha partecipato anche il giornalista-conduttore Paolo Del Debbio, Salvini ha spiegato la differenza tra l’Italia e la Grecia.
Parlando appunto del Paese governato da Tsipras, Salvini argomenta: “Il problema dell’Italia è che non è la Grecia. La Grecia che c…o c’ha? Il Partenone, qualche isoletta e del formaggio. Noi abbiamo l’industria, abbiamo la piccola e media impresa, l’artigianato, i tre quarti delle opere d’arte del mondo…”.
Non ha probabilmente voluto infierire citando la grappa italica (quella di cui puzzerebbe il suo alito secondo Cecchi Paone) e i formaggi padagni nostrani.
Per fortuna ha evitato sillogismi tra la “magna Grecia” e la mangiatoia leghista che ha visto inquisiti decine di consiglieri negli scandali delle spese pazze in varie regioni del Nord.
Peccato che abbia perso l’occasione per spiegare come mai la Lega abbia rinunciato di costituirsi parte civile contro Belsito dopo che l’ex tesoriere aveva accusato Salvini di essersi intascato 20.000 euro in nero dal presidente dell’Ente aeroportuale di Milano.
Magari lo farà quando parlerà della Tanzania.
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
APPELLO A MATTARELLA CHE FA IL DEMOCRISTIANO E NON RICEVE NESSUNO… E’ IL LOGICO FINALE DI UNA RIFORMA INFAME
Dopo le botte, l’Aventino.
Messa così, la concatenazione degli eventi che stanno portando alla riforma della Costituzione ha un suono sinistro.
Ma è la ricostruzione empirica degli eventi. Perchè nella notte sono volati pugni, spinte, schiaffoni, con l’infermeria a soccorrere due contusi e il vicepresidente Roberto Giachetti sotto cortisone per il crollo delle corde vocali.
Poi, nella mattinata, la situazione è ulteriormente precipitata.
“O ci date una capigruppo o usciamo dall’aula”, ha tuonato Renato Brunetta di buon mattino. Quando Laura Boldrini ha concesso un’interruzione della seduta fiume per consentire ai presidenti dei vari schieramenti di fare il punto e tentare una mediazione tra l’intransigenza del governo e l’ostruzionismo delle opposizioni, il clima sembrava essersi rasserenato.
Forse era stata solo la stanchezza a placare gli animi.
Perchè, nell’ufficio della presidente, al primo piano di Montecitorio, l’aria era incandescente. Dopo un’ora è stata la vicecapogruppo del M5s Francesca Businarolo a infilare l’uscita e a sbottare: “Questa riforma non la appoggiamo, non la condividiamo e non la voteremo e usciremo dall’aula”.
Un Aventino in pieno stile, dopo che per tutta la giornata di ieri i grillini, pur rimanendo in Aula, non avevano partecipato alle votazioni.
Una situazione ancora più tesa, perchè anche Sel, Lega e probabilmente Forza Italia assumeranno la stessa decisione.
Insomma, si prefigura uno scenario in cui tutte le opposizioni disertano l’aula e la maggioranza tira dritto nel votare la riforma dell’architettura dello stato.
Non un’immagine bellissima. Con, per di più, anche la minoranza Democratica a fare la voce grossa per la totale incomunicabilità con la stanza dei bottoni in cui sono asserragliati i renziani.
È stato Roberto Speranza a mettere una pietra tombale sul possibile compromesso avanzato dal M5s.
Mettiamo da parte l’articolo 15 (quello che norma i referendum) e riapriamo il capitolo a marzo, con un clima più sereno. “Avanti con la seduta fiume, al massimo lo si può accantonare e votare alla fine” il massimo che ha concesso il capogruppo del Pd. Stop.
Una fine che potrebbe riguardare non solo la trattativa sulla riforma del Senato, che Forza Italia vuole portare all’attenzione del Capo dello Stato, al quale chiederà un incontro.
Perchè Matteo Renzi ha fatto capolino stanotte, verso le due e mezza, nell’emiciclo. E si è fermato a parlare con alcuni deputati forzisti.
“Sono otto mesi – ha detto il premier secondo quanto viene riferito da più fonti – che le riforme sono bloccate alla Camera. Se questa Camera non riesce a votare le riforme prendo atto che la legislatura è finita e si va a votare, a me va benissimo”.
Fine dei giochi?
Forse Renzi dimentica che non decide lui se si va o meno al voto…. delirio di onnipotenza
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
FALLO DI FRUSTRAZIONE DEI DEPUTATI DEL PD CHE PERDONO LA TESTA
All’inizio della legislatura nessuno aveva fatto caso a quella linea di faglia che separa, poco sopra la metà ,
l’ultimo blocco a sinistra dell’aula di Montecitorio.
Nei banchi più in basso, siedono i vendoliani di Sel.
Nelle ultime file verso la piccionaia, invece, i cugini del Pd.
Tutti eletti nel febbraio 2013 nella stessa coalizione, “Italia bene comune”, guidata da Bersani e Vendola.
Col passare dei mesi quella linea di faglia si è fatta sempre più visibile e calda: da cugini, Pd e Sel sono diventati avversari, poi nemici, fino alla mezzanotte di venerdì, quando quella linea è diventata la trincea di una rissa, non solo verbale.
Alla fine, il bilancio parla di due espulsi e due feriti.
I due contusi sono entrambi vendoliani, l’abruzzese Gianni Melilla e la pugliese Donatella Duranti.
Entrambi, intorno all’una di notte, sono arrivati all’infermeria di Montecitorio: per lui solo una borsa si ghiaccio per la botta alla mano, per lei una fasciatura alla spalla e una robusta dose di Voltaren.
Tra gli espulsi il piddino Emiliano Minnucci e l’ex leader Fiom Giorgio Airaudo, protagonista di una cavalcata in piedi sopra i banchi per raggiungere la zona rossa dello scontro con i dem.
La bagarre è scoppiata mentre parlava il capogruppo di Sel Arturo Scotto, che si è ironicamente complimentato con il Pd per il “capolavoro politico” di queste sedute notturne per la riforma costituzionale, costantemente scandite da risse, polemiche e tensioni.
Dai democratici che siedono sopra Sel, a quel punto, è partita una raffica di proteste e di insulti all’indirizzo di Scotto.
Daniele Farina di Sel ha risposto a tono e in pochi istanti si è arrivati al contatto fisico con Minnucci e altri democratici.
Nel frattempo Airaudo, da alcune file più sotto, gridando “pezzi di m….”, ha cercato di raggiungere l’epicentro della rissa, ma è stato fermato dallo stesso Scotto e da Melilla.
Il quale sedeva accanto alla sua vicina Donatella Duranti una fila sotto la faglia dello scontro. “Nessuna scazzottata”, racconta Melilla ad Huffpost. “C’è stata una rissa, in tanti sono arrivati, chi per separare, chi per partecipare…”.
Ressa, non rissa, precisa Melilla. “Sia io che Donatella Durati abbiamo cercato di calmare le acque e siamo rimasti colpiti. Ma è stata colpa della confusione, dei banchi di legno dove è facile prendere una botta. Nessuno ci ha aggredito intenzionalmente”.
“Il problema”, spiega Melilla, “non è fisico ma politico. Siamo stati eletti nella stessa coalizione, mai avrei immaginato che saremmo arrivati a questo, alle aggressioni. Io non ho visto e non ho subito schiaffi o cazzotti, ma c’era moltissima cattiveria nelle parole e negli atteggiamenti. Dal Pd c’è stato un fallo di frustrazione nei nostri confronti”.
Nella mattinata di venerdì, alla ripresa della seduta, la fasciatura di Duranti era già sparita. “Sto bene, per fortuna non è stata una lussazione ma sono una contusione”, racconta Duranti. “Io ero seduta al mio banco, all’improvviso ho sentito un forte dolore alla spalla. Non so dire chi mi ha colpito, ma è chiaro che noi di Sel siamo stati aggrediti da quelli del Pd, che sono passati dalle parole ai fatti”.
Nell’ottobre scorso, in Senato, un episodio simile durante la discussione sul Jobs Act. A finire in infermeria, in quel caso, la senatrice Pd Emma Fattorini, con una contusione al polso presa mentre cercava di fermare la cavalcata della capogruppo Sel Loredana De Petris verso i banchi dem.
(da “Huffingtonpost“)
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