Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA NOTTE PORTA SCOMPIGLIO: A MONTECITORIO SUCCEDE DI TUTTO
La notte porta scompiglio. Pugni e insulti da stadio (“pezzo di merda”) tra un esponente del Pd e un suo collega di Sel, deputati M5s sui banchi a gridare ‘onestà , onestà ‘, seduta sospesa e un clima tesissimo.
Se qualcuno pensava che la seduta fiume alla Camera sul ddl Riforme dovesse calmare gli animi dopo una giornata convulsa è rimasto deluso.
Prima l’accordo sfiorato tra M5s e Pd, poi le tensioni a Montecitorio e, infine, la scazzottata tra deputati di Sel e di Pd.
La miccia alla ripresa dei lavori dopo la prima sospensione.
Prende la parola il capogruppo di Sel Arturo Scotto, critica l’operato del M5s (“Complimenti, non avete fatto parlare neanche l’opposizione”) e del Pd (“Ha fatto un capolavoro”) e si scatena la bagarre. Urla e insulti.
Per i vendoliani la colpa del clima di tensione è dei dem, che non ci stanno e reagiscono.
“La prendono male” spiega a ilfattoquotidiano.it Liliana Ventricelli (Pd), presente al momento della zuffa.
“Uno di loro (si riferisce a Daniele Martini, ndr) si gira con tono di sfida verso un parlamentare del Pd (Luigi Taranto, ndr), provando a dargli un ceffone.
La tensione sale a livelli altissimi — è la ricostruzione dell’esponente dem — Ho visto saltare su un banco Giorgio Airaudo (SeL). Aggiunga anche che tra uomini sale anche il testosterone”.
Airaudo cerca di raggiungere un collega posizionato due file sopra il capogruppo di Sel. Volano pugni. E’ zuffa.
La cugina di Matteo Renzi (la deputata Pd Elisa Simoni) finisce per terra nella zuffa. Che ha un bilancio dei ‘feriti’: due deputati di Sel (il segretario di presidenza Gianni Melilla e Donatella Duranti) hanno dovuto ricorrere alle cure dell’infermeria della Camera. Il primo ha avuto una ferita a una mano, la seconda ha una spalla dolorante.
Il tentativo di mediazione del M5s e il no del Pd
L’antefatto, però, è tutto in un colpo di scena avvenuto poco prima, quando inaspettatamente Riccardo Fraccaro (M5s) ha lanciato la mediazione che avrebbe permesso di superare l’ostruzionismo di M5s: accantonare l’articolo 15 del ddl, riguardante il referendum, e votarlo a marzo, assieme al voto finale sul testo.
La proposta ha ricevuto un sostanziale “niet” dal capogruppo del Pd Roberto Speranza, il quale ha ricordato sia la contrarietà del Pd all’emendamento di M5s di un referendum senza quorum, sia la contrarietà ad un “ricatto” al Parlamento.
Roberto Giachetti espelle i deputati dei 5 Stelle
Benchè sul merito del referendum senza quorum nessun gruppo sia d’accordo, comprese le opposizioni, queste hanno invitato il Pd ad accettare l’idea dell’accantonamento.
La seduta si stava svolgendo ordinariamente alla presenza di una schiera di commessi presenti in aula, visti i boatos di una occupazioni da parte di M5s.
Questi hanno invece inscenato improvvisamente una bagarre, gridando ritmicamente in aula “onestà , onestà “, e battendo i faldoni degli emendamenti sui banchi, impedendo così il prosieguo del dibattito e dei voti.
Il vicepresidente Roberto Giachetti ha espulso uno dopo l’altro ben cinque deputati Pentastellati. Giachetti ha perso la pazienza definendo “inaccettabile” il comportamento di M5s: “Neanche ai tempi del fascismo si impediva di parlare”. In questo clima, come una scintilla, è scoppiata la rissa.
Fiano (Pd): “Caos è colpa dei 5 Stelle”. Di Battista: “Loro si picchinao, noi siamo squadristi?”
Dopo l’inevitabile sospensione dell’aula, alla ripresa il relatore Emanuele Fiano ha accolto la mediazione di M5s, dicendosi d’accordo sull’accantonamento dell’articolo 15,
Ma era troppo tardi, e Fraccaro ha replicato definendo “una presa in giro” l’apertura di Fiano. A notte inoltrata, all’1,30 è arrivato anche Matteo Renzi, visti i mal di pancia all’interno del Pd.
La minoranza ha chiesto per oggi una assemblea del gruppo per esprimere il “malumore” per il “pantano” in cui è finita la riforma.
Richiesta concessa: parteciperà anche il premier. L’inizio è previsto alle 13.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA RICERCA DELL’APPOGGIO DELL’ANGELO AZZURRO
Berlusconi gioca il tutto per tutto per stringere un patto con Alfano, per tenere dentro Salvini e salvare il
salvabile alle regionali. Dal Veneto alla Campania.
Sarà la prova del nove per la tenuta della sua leadership.
Tant’è che, dopo la minaccia di sospensione dal partito, tira un altro colpo a Raffaele Fitto, imponendo d’autorità un candidato nella «sua» Puglia.
Vuole spingere con tutte le sue forze l’ex governatore fuori da Forza Italia. E non fa nulla per nasconderlo: «Raffaele deve adeguarsi, deve rispettare le regole del partito, altrimenti è bene che vada e che lo faccia prima delle Regionali», è lo sfogo che l’ex Cavaliere consegna ai tanti che vanno e vengono per tutto il giorno da Palazzo Grazioli, dai fedelissimi Toti, Bergamini, Rossi, Ghedini, al coordinatore pugliese Francesco Amoruso.
Il timore, non confessato, è che un’eventuale disfatta al voto di maggio nelle sette regioni – fosse pure con la conferma dell’unico uscente forzista Caldoro a Napoli – consenta ai dissidenti di chiedere ben più che l’azzeramento dei vertici: la sua testa. L’ultimo sondaggio consegnato allo staff berlusconiano sulle regioni al voto non è confortante.
Il dato più soddisfacente si registra proprio in Campania, dove Fi si attesterebbe al 21 per cento, ben oltre la media del 13-14 nazionale, ma per vincere occorre molto di più. E altrove è un disastro, dal 4,5 della Toscana al 7,8 del Veneto.
È una guerra dei nervi. In un partito già logorato dal recente strappo al patto del Nazareno.
Nelle seduta fiume di ieri, solo poco più della metà delle postazioni forziste si accendeva durante le votazioni.
Ieri intanto la scelta del candidato in Puglia dopo aver incontrato il solo coordinatore locale Amoruso. E la scelta del leader per fronteggiare Michele Emiliano cade su Francesco Schittulli, oncologo ed ex presidente della Provincia di Bari, assai gradito all’Ncd.
Fitto non fa una piega. Si limita a dire che Schittulli è suo «amico », che sul suo nome non c’è nulla da eccepire, ma che ancora una volta il problema è il metodo: lui e la sua corrente avevano invocato invano le primarie.
Stamattina l’ex governatore pugliese tornerà alla carica con una conferenza stampa alla Camera, mentre resta confermata la kermesse del 21 a Roma con cui tornerà a sparare a palle incatenate contro la gestione del partito.
«Mi auguro che Fitto non se ne vada, ma nemmeno che il suo diventi un bombardamento continuo al gruppo dirigente fine a se stesso – avverte il consigliere Giovanni Toti – Adesso o Fitto fa la sua proposta oppure viene da pensare che ci sia dietro qualcosa». La minaccia di sospensione entro due settimane resta in piedi.
Proprio Toti, con Deborah Bergamini, ha incontrato ieri sera nella stanza del governo di Montecitorio il leader Ncd Angelino Alfano.
Si lavora a un incontro con Berlusconi per la prossima settimana.
Il ministro ha risposto con la battuta che ripeteva ai suoi nel pomeriggio: «Siamo così importanti adesso per le regionali e per la Campania? Ma non eravamo un partito dell’1,6 per cento?»
Il loro orientamento sarebbe quello di presentare candidature autonome. Ed è un avvertimento per fronteggiare il veto contro di loro annunciato dal capo del Carroccio. Quanto alla Campania, «usciamo da una giunta con Caldoro, ma lì molto dipenderà dalla coalizione, dalla presenza della lista Salvini – ragiona Alfano – e da quel che accadrà in Veneto, per esempio ».
Perchè, per dirla con Quagliariello, Campania e Veneto per l’Ncd «camminano insieme ».
E dunque, o l’intesa di centrodestra si farà in quelle due regioni, oppure non si farà da nessuna parte.
A quel punto, addio al loro 8-9 per cento in Campania, decisivo per Caldoro.
Così, Berlusconi si ritrova stretto fra tre fuochi: Salvini e Alfano agli antipodi e Fitto sul fronte interno.
Ieri, prima di imbarcarsi per Milano, si mostrava fiducioso coi fedelissimi: «Convincerò Salvini ad accettare l’intesa con l’Ncd in Campania. Del resto, Zaia in Veneto ha bisogno dei nostri voti».
Ma è tutto appeso a un filo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROCURA INDAGA SUI MOVIMENTI ANOMALI DEI TITOLI A RIDOSSO DEL SàŒ AL DECRETO
Dopo la Consob, anche la Procura di Roma vuole fare chiarezza sulle presunte operazioni anomale avvenute prima del 16 gennaio, data dei primi rumors sulla riforma delle banche popolari, ma anche sulla fuga di notizie che ha preceduto l’approvazione del decreto dello scorso 20 gennaio.
La norma prevede l’obbligo per le banche popolari, con un attivo superiore agli 8 miliardi di euro, di trasformarsi in spa.
Tra gli istituti coinvolti c’è anche la ormai commissariata Banca d’Etruria, di cui il ministro Maria Elena Boschi è azionista e suo padre Pier Luigi vicepresidente.
Prima che la bozza del governo sulle popolari fosse approvata, però, la stampa più volte si era occupata della riforma, con parecchie indiscrezioni.
È intervenuta la Consob, il cui presidente Giuseppe Vegas è stato chiamato in audizione alla Camera lo scorso 11 febbraio.
Proprio questa audizione adesso diventa fondamentale per le indagini della Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo di cui sono titolari direttamente il Procuratore capo Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Nello Rossi.
La magistratura capitolina partirà da un elemento rivelato dallo stesso Vegas: prima dell’approvazione del decreto — ma quando già circolavano indiscrezioni — una serie di “soggetti hanno effettuato acquisti prima del 16 gennaio, eventualmente accompagnati da vendite nella settimana successiva”, creando così “plusvalenze effettive o potenziali di tale operatività stimabili in 10 milioni di euro”.
La presunta soffiata sul decreto, oltre far arricchire qualcuno, avrebbe fatto anche impennare il valore delle azioni di alcune banche: “Dal 3 gennaio al 9 febbraio — continua Vegas alla Camera — i corsi delle banche popolari sono saliti da un minimo dell’8 per cento per Ubi a un massimo del 57 per cento per Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio”.
Così le indagini della Procura di Roma partiranno proprio dalla Banca d’Etruria, che da tempo si trova in serie difficoltà , tanto che la riforma delle popolari per alcuni è stata vista come un aiuto del governo a papà Boschi.
Intanto ieri, in una nota, la banca aretina fa sapere che “Sulla base di tali dati risulta ampliata la situazione di insufficienza patrimoniale del gruppo rispetto ai requisiti prudenziali” anche se al momento è impossibile “dare dettagli sulla situazione”.
Per adesso l’inchiesta romana quindi è contro ignoti ma, spiega un investigatore, “le ipotesi di reato ravvisabili potrebbero essere quelle di insider trading”.
La Procura ha chiesto documenti alla Consob e farà la stessa richiesta a Bankitalia. La magistratura potrebbe anche chiarire la vicenda che si intreccia con i rumors che hanno anticipato l’approvazione del decreto e che ha come protagonista Davide Serra, il finanziere amico del premier Matteo Renzi.
Vegas la ripropone in audizione alla Camera, basandosi soprattutto sugli articoli di giornale che ne hanno dato conto. Il presidente della Consob parte dal 3 gennaio, quando uscirono “indiscrezioni più precise relative alla possibile riforma delle Banche Popolari e della loro trasformazioni in spa”.
Da quel momento sono stati scritti diversi articoli sul decreto, fino al 24 gennaio quando è stata pubblicata la notizia di presunte speculazioni sulle popolari da parte di intermediari con base a Londra che per conto dei propri clienti avevano effettuato consistenti acquisti di azioni delle banche popolari.
Azioni che poi sono state cedute sul mercato nei giorni successivi all’annuncio della riforma, “beneficiando — sottolinea Vegas — sia dei rialzi sia degli elevati volumi di scambio.”
Poi il presidente Consob, riportando un articolo di Libero del 20 gennaio, aggiunge: “L’indiscrezione, ripresa anche da altri articoli di stampa fa riferimento al Fondo Speculativo Algebris, fondato da Davide Serra. Alcuni articoli di stampa danno risalto a un workshop avente ad oggetto il cambiamento della normativa italiana sul credito cooperativo, che si sarebbe tenuto negli studi londinesi del Fondo Algebris, nei giorni precedenti l’annuncio (16 gennaio 2015) da parte del governo della volontà di voler riformare il sistema delle Banche Popolari, rilanciando indiscrezioni sulla operatività sospetta sulle azioni popolari che sarebbe stata registrata proprio con ordini di acquisto, poi seguiti da decise vendite, sulle azioni delle popolari nella City”.
Nei giorni successivi Davide Serra ha precisato di non aver fatto acquisti sulle Popolari nel 2015 con il Fondo Algebris.
Poi, con un tweet, ha commentato spiegando che “Algebris Investments, ha investito sin dalla sua nascita, nel 2006, nel settore bancario e assicurativo italiano, in particolare dal marzo 2014 ha una posizione importante, inferiore al 2%, in una banca popolare italiana (in aumento di capitale) incluse le Banche Popolari”.
Adesso però a fare chiarezza su tutto ciò che è avvenuto prima dell’approvazione del decreto, ancora non trasformato in legge, sarà la magistratura.
Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
DAL RESOCONTO DEI LAVORI PARLAMENTARI RISULTA CHE NON SI È VISTA Nà‰ ALLA CAMERA Nà‰ AL SENATO
Dove era Maria Elena Boschi il 20 gennaio, mentre il Consiglio dei ministri approvava la trasformazione
delle banche popolari in società per azioni?
Non ai lavori della Camera nè a quelli del Senato, come risulta dai resoconti stenografici delle rispettive aule.
Il decreto approvato durante la riunione dell’esecutivo, va ricordato, ha coinvolto la banca dell’Etruria di cui il ministro è azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente e il fratello Emanuele è dipendente.
Nei giorni precedenti l’approvazione del decreto, le popolari e in particolar modo l’Etruria furono interessate da forti acquisti anche dall’estero.
Con plusvalenze potenziali quantificate dal presidente Consob Giuseppe Vegas in 10 milioni di euro che hanno spinto l’autorità che vigila sulla Borsa e la Procura di Roma ad aprire un’indagine.
Il Fatto diede notizia degli acquisti anomali che interessarono le popolari, sollevò il dubbio che qualcuno dai Palazzi avesse confidato all’esterno l’approssimarsi del via libera del governo al decreto e sottolineò il possibile conflitto di interessi di Boschi. Dopo aver più volte tentato di contattare il ministro, il 27 gennaio abbiamo ricevuto e pubblicato una sua lettera: “Caro direttore, il suo quotidiano si rammarica del fatto che io non mi sia astenuta durante il voto in Cdm sul decreto legge che riguarda la trasformazione delle Banche Popolari in Spa. Non mi sono astenuta, è vero, ma prima di gridare allo scandalo basterebbe capire il perchè: non mi sono astenuta semplicemente perchè non ero presente a quella riunione. E non ho partecipato perchè ero impegnata in Parlamento nel percorso di riforme costituzionali e sulla legge elettorale”.
Nel frattempo Camera e Senato hanno pubblicato i resoconti stenografici dei lavori del 20 gennaio 2015.
A Montecitorio il ministro Boschi non si è vista. Tanto che alcuni deputati di opposizione si lamentarono dell’assenza.
Arturo Scotto, capogruppo dei deputati di Sinistra ecologia e libertà , commentò: “Il governo ci dica, visto che sono due giorni che non vediamo da queste parti Boschi, se si stia già ragionando sul Renzi-bis”.
Erano giorni in cui il patto del Nazareno traballava, ma si rinsaldò rapidamente visto che proprio grazie ai voti di Forza Italia passarono alcuni emendamenti all’Italicum.
E Palazzo Madama? La seduta si è aperta alle 16:31 e, sempre da quanto risulta dal resoconto stenografico pubblicato sul sito, è stata immediatamente sospesa dalle 16:34 e aggiornata alle 17:34.
Boschi è intervenuta pochi minuti dopo l’apertura, intorno alle 17:40.
Nel frattempo il Consiglio dei ministri, che si è svolto a Palazzo Chigi , a breve distanza dal Senato, si è aperto alle 15:45 e chiuso alle 17:20.
Il ministro era sicuramente impegnato in altre riunioni.
Nel primo pomeriggio, a quanto riportato dalle agenzie di stampa, si trovava a Palazzo Madama insieme al premier Matteo Renzi per incontrare i parlamentari del Pd in vista del voto sull’Italicum.
Poi ha rilasciato due brevi interviste a Sky e a Rai News.
Contattata telefonicamente dal Fatto, per conto del ministro ieri ha risposto il suo portavoce che ha confermato che nonostante non fosse in aula Boschi era comunque in una stanza di Palazzo Madama e qui è rimasta fino alla ripresa dei lavori.
Dunque non ha preso parte al Consiglio dei ministri.
Il commissariamento della popolare dell’Etruria — deciso mercoledì da Banca d’Italia per il “grave deterioramento del patrimonio” dell’istituto di credito che vede ai vertici Pier Luigi Boschi — ha legittimato ulteriori dubbi: il provvedimento, che ha preso la forma del decreto legge soltanto pochi giorni prima del Consiglio dei ministri, può rivelarsi infatti un aiuto prezioso per la popolare.
Fratelli d’Italia ha chiesto le dimissioni del ministro, Forza Italia minaccia barricate, i deputati della Lega Nord hanno presentato un’interrogazione chiedendo di conoscere con urgenza “le ragioni del commissariamento, anche in funzione di possibili incompatibilità , o conflitti di interesse, che esistevano, per questioni parentali, tra un componente del consiglio di amministrazione di Banca Etruria e un componente del governo”.
Insomma: sarebbe utile rendere noto il verbale delle presenze al Cdm del 20 gennaio così da cancellare ogni dubbio sulla totale estraneità del ministro Boschi.
Verbale che stranamente finora non è stato reso pubblico.
Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
RINUNCIA AL RECUPERO DEI FONDI
L’aula del consiglio regionale della Toscana ha bocciato la risoluzione proposta dall’opposizione per impegnare la giunta guidata da Enrico Rossi ad attivarsi anche in sede legale per recuperare “le somme irregolarmente riscosse” da Chil Post, l’azienda del padre di Matteo Renzi, nella quale il premier è stato dirigente per dieci anni, dal 2004 al 2014.
La vicenda è nota. L’azienda di famiglia ha beneficiato del fondo per le Pmi attraverso Fidi Toscana, la finanziaria della Regione, a garanzia di un mutuo da 496 mila euro acceso nel 2009 con la banca Cooperativa di Pontassieve.
La proprietà di Chil poi passa di mano due volte. E cambia anche sede, lasciando la Toscana e trasferendosi a Genova.
Comunicazioni che non sono state fornite a Fidi e per questo, stando da quanto la stessa finanziaria ha accertato, avrebbe perso i benefici della garanzia.
Ma quando nel 2013 viene dichiarata fallita (Tiziano Renzi è indagato per bancarotta fraudolenta) la banca batte cassa e ottiene da Fidi il versamento di 263.114,70 euro. Fidi a sua volta si rivolge al Tesoro che stanzia dal fondo centrale di garanzia 236 mila euro.
Ma come ha ricostruito a gennaio il Fatto Chil non aveva i requisiti.
Lo stesso avvocato di Fidi ha inviato alla Regione un documento in cui invita la giunta “ad agire” per recuperare i fondi.
Il capogruppo di Fratelli d’Italia e candidato governatore, Giovanni Donzelli, ha fatto sua la causa e presentato la risoluzione in consiglio regionale che però è stata bocciata dai consiglieri del Pd: 17 voti contrari.
Eppure l’assessore al credito e al lavoro Gianfranco Simoncini ha annunciato di aver scritto a Fidi affinchè sia la finanziaria a valutare cosa fare.
Quasi scontato il commento di Donzelli, che annuncia: “Ognuno deve assumersi la responsabilità delle scelte che compie: invieremo il dossier Fidi-Chil alla Corte dei Conti, comprese le singole votazioni di ogni consigliere”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’AZIENDA POTRA’ ATTUARE L’80% DELLE PRESCRIZIONI SCEGLIENDO QUELLE MENO RILEVANTI…. I CREDITI VENGONO TUTTI CONGELATI, L’INDOTTO IN GINOCCHIO NON VEDRA’ UN EURO
È stata la giovane senatrice marchigiana Camilla Fabbri, renziana di ferro con più di un pensiero alla
candidatura per la presidenza della regione alle elezioni di primavera, a risolvere al governo lo spinoso problema.
È lei infatti la prima firmataria dell’emendamento al decreto sull’Ilva che chiarisce l’incerto articolo 2, formulato da estensori poco avvezzi alla scrittura di leggi.
E adesso, dopo che la commissione Industria del Senato ha approvato l’emendamento Fabbri, i senatori M5S notano che “il governo ha ottenuto l’avallo all’ennesima porcata”.
Il testo originario del decreto diceva che il piano di prescrizioni ambientali per la grande acciaieria inquinante di Taranto “si intende attuato se entro il 31 luglio 2015 sono realizzate, almeno nella misura dell’80 per cento, le prescrizioni in scadenza a quella data”.
Non si capiva l’80 per cento di che cosa, visto che le prescrizioni dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) sono oltre 400, ma solo alcune delle quali decisive, complesse e costose.
L’emendamento Fabbri aggiunge la parola “numero”, così è chiaro che si intende l’80 per cento di prescrizioni delle quali una vale l’altra.
L’Ilva potrà attuare l’80 per cento delle prescrizioni scegliendo quelle meno rilevanti e lasciando indietro quelle più importanti e costose.
“Apporre un cartello di pericolo diventa equivalente a coprire i parchi dei minerali”, dicono i senatori grillini.
Per farsi un’idea basterà sapere che coprire i parchi minerali (quelli da cui si diffondono le polveri cancerogene che stanno martoriando Taranto) costerebbe almeno un miliardo di euro.
In pratica, con l’emendamento approvato due sere fa, l’attuazione delle prescrizioni ambientali dell’Aia diventa per l’Ilva sostanzialmente facoltativa, e questo indica con precisione in che modo il governo vuole perseguire la compatibilità tra siderurgia e ambiente, lavoro e salute.
L’altro nodo delicato del decreto Ilva è quello delle fattura non pagate alle imprese dell’indotto .
Si tratta, solo per l’area tarantina, di circa 150 milioni di euro che stanno mettendo in ginocchio decine di imprese e in pericolo 4-5 mila posti di lavoro.
Con la partenza dell’amministrazione straordinaria, scattata lo scorso 21 gennaio, i crediti vengono tutti congelati nella cosiddetta procedura concorsuale, cioè nello stato d’insolvenza gestito sotto la supervisione del Tribunale di Milano.
In questo modo i crediti delle aziende dell’indotto saranno forse pagati tra qualche anno.
Questa è la regola fissata dalla legge Marzano a cui si è fatto ricorso, e adesso si cerca un modo per concedere alle imprese dell’indotto una sorta di deroga che eviti il loro quasi automatico fallimento.
Tra i più arrabbiati ci sono gli autotrasportatori di Taranto, che vantano crediti per 15 milioni di euro e sono decisivi per la vita dell’Ilva visto che con i loro camion consegnano circa un terzo della produzione ai clienti dell’azienda.
Indietro di sei mesi con i pagamenti e con la prospettiva di non essere pagati per anni, gli autotrasportatori sbarcano oggi a Roma per una rumorosa protesta a piedi davanti a palazzo Chigi, visto il prevedibile divieto di presentarsi nella capitale al volante dei loro Tir.
La speranza degli autotrasportatori di Taranto è di essere ricevuti da Matteo Renzi.
Vedremo.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
STUDIA LE CARTE CON I SUOI LEGALI E CONTESTA LO STATUTO: “L’UNICO ABUSIVO E’ BERLUSCONI, NON E’ MAI STATO ELETTO PRESIDENTE”
Fitto resiste. Fitto rilancia.
Fitto, il capo dei ribelli ormai vuole farlo impazzire: “Berlusconi fa finta di non capire, lui e quelli attorno che soffiano sul fuoco. Mi vuole cacciare? Non riuscirà a cacciare nessuno”.
È già pronto, il ribelle, non solo alla battaglia politica, a un tour nell’Italia — a partire dall’iniziativa del 21 a Roma — all’insegna dell’“azzeriamo tutto”.
È pronto pure alla battaglia in tribunale, cartoffie e carte bollate.
Se Berlusconi proverà ad espellerlo: “Qua — ripete ai suoi — è tutto farlocco, pure lo statuto”. Analizzato, sottolineato, studiato già dai suoi avvocati. Carta canta.
Berlusconi pare allergico pure alle regole interne.
I legali di Fitto ci guidano tra le norme.
L’articolo 55 è quello che regolamenta “il provvedimento disciplinari”. Così recita: “Ogni iscritto che ritenga sia stata violata una norma dello statuto o che sia stata commessa un’infrazione disciplinare o un atto lesivo dell’integrità morale del Movimento, può promuovere con ricorso scritto il provvedimento davanti al collegio dei Probiviri competente”.
Come accadde ai tempi di Fini, nell’allora Pdl. Peccato che nel passaggio dal Pdl a Forza Italia, i probiviri non siano mai stati nominati. Non ci sono.
Attenzione, non è roba da poco. Perchè, sempre secondo lo statuto all’articolo 52, devono essere “eletti” dal Consiglio Nazionale, procedura non breve.
E senza i probiviri, è impossibile espellere qualcuno. O sospenderlo.
“Ma chi vuole cacciare”, ripete Fitto, “qua è tutto farlocco”.
Tutto farlocco perchè, secondo i ribelli, non è valido non solo questa o questa norma, ma lo statuto.
Riesumata Forza Italia, non è stato votato da un congresso.
Anzi, da quando è stata riesumata Forza Italia, non è stato fatto nessun congresso.
Non è un caso che — basta andare sul sito di Forza Italia e scaricare il documento — sulla copertina c’è scritto: “Statuto di Forza Italia 1998, approvato dall’Assemblea nazionale del 18 gennaio 1997. Con modifiche apportate dal Consiglio nazionale del 4 luglio 1997, del 20/21 febbraio 1998, dal congresso nazionale del 16 aprile 1998, dal consiglio nazionale del 20 luglio 1998 e dal congresso nazionale del 27/28/29 maggio 2004”.
Ecco, dopo la riesumazione, è stato mai votato? Per i fittiani no, per il cerchio magico fu approvato per acclamazione a un consiglio nazionale.
Certo è che non si è fatto mai alcun congresso.
“Tutto illegittimo” sostiene Fitto coi suoi. E se proprio il gioco si fa duro, ecco lo sfregio. Farlocco pure il presidente Silvio Berlusconi.
Carta canta, all’articolo 19: “Il presidente del Movimento Politico Forza Italia è eletto dal Congresso Nazionale secondo le modalità previste dal regolamento”.
Ma il congresso non si è fatto: “L’Epurator è abusivo” mormorano i ribelli. Abusivo e non solo.
Prosegue l’articolo: “In caso di dimissioni o impedimento permanente del Presidente, il comitato di presidenza convoca il consiglio nazionale per provvede alla sostituzione temporanea”.
Che si intende per impedimento? Stato di salute o pure i servizi sociali a Cesano Boscone sono impedimento.
Ecco, si affilano le armi. Casomai la rissa arrivasse in tribunale. Tragedia, farsa, chissà . Dall’epurazione alle comiche finali il passo è breve.
Un azzurro ammesso a corte dice: “Berlusconi ha un solo modo per liberarsi di Fitto, perchè non riuscirà a cacciarlo. Ed è quello di fondare un altro movimento, tanto il marchio Forza Italia rimane a lui”.
Dal Che fai, mi cacci? al Sai che c’è, mi caccio.
Qualche settimana fa, nel corso di una assemblea con i parlamentari la buttò così, quasi per gioco: “Con questa legge elettorale il centrodestra deve andare per forza unito. Sarebbe una follia andare frazionati al voto. Dobbiamo presentarci con una lista unica”. Il nome, fatto come esempio in quella sede è “Lega delle Libertà ”. Pare che il nome non sia ancora stato registrato, almeno così raccontano fonti autorevoli, ma la suggestione aleggia. Prematuro, forse. Prima ci sono le regionali.
Raffaele Fitto aspetta il cappotto di Forza Italia per marciare sul quartier generale. Berlusconi aspetta che Fitto perda in Puglia per dirgli che non vince neanche a casa sua. Si va avanti così, ormai è irrecuperabile.
Che fai, mi cacci o Mi caccio?
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
BERLUSCONI VENDE UN PEZZO DI MEDIASET, SFRUTTANDO UN PREZZO DI BORSA PIU’ ALTO CHE MAI…OSSIGENO PER LE CASSE FININVEST
Il Nazareno è morto, il momento è propizio per vendere. 
Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi, collocherà circa 92 milioni di azioni di Mediaset, pari al 7,79% del capitale, scendendo al 33,4% della controllata.
Una mossa che non gli farà perdere il controllo, restando azionista di riferimento del Biscione. Ma l’obiettivo è capitalizzare, fare cassa.
Con l’attuale valore in Borsa delle azioni Mediaset, che varia tra 4,06 euro e i 4,262 euro del prezzo di chiusura odierno, l’incasso per la famiglia di Arcore a questi valori si aggira tra i 373 e i 392 milioni di euro.
Il collocamento delle azioni avverrà attraverso una procedura di ‘accelerated book building’.
Un’operazione veloce, quindi, ma che comporterà uno sconto massimo del 4,7% sul prezzo di chiusura. Poco male, vista la crescita esponenziale del valore delle azioni Mediaset da due anni a questa parte.
Cioè quando sono nate le larghe intese del governo guidato da Enrico Letta: a quei tempi, un’azione valeva sul mercato 1,9 euro, oggi quasi il triplo.
La risalita è stata graduale ed è culminata con la stipula del Patto del Nazareno: a febbraio 2014 le azioni valevano 4,2 euro. Come oggi, grossomodo.
Se si tiene conto che la partecipazione nella tv di Cologno è in carico a 1,09 euro, la plusvalenza lorda per Fininvest potrebbe toccare, con questa operazione, la punta massima di 290 milioni.
Ora che il Patto del Nazareno è morto (o comunque moribondo), l’occasione, quella giusta, per cedere quote consistenti della partecipazione in Mediaset potrebbe non presentarsi più. Non a questi prezzi di favore.
D’altro canto per il Cav, oltre alle valutazioni politiche, ci sono quelle economiche da fare.
Come il fisiologico calo degli incassi derivanti da Publitalia: come ricordava il Fatto qualche giorno fa, solo nel 2007 Publitalia ’80 incassava 3 miliardi di euro, ora arriva a stento a due.
Un’emorragia continua nei conti di casa Berlusconi. E che non si può sottovalutare. Basti pensare che l’ultima volta che il Cav ha ceduto parte delle azioni del Biscione risale a 10 anni fa.
Come ricorda Repubblica, “nell’aprile 2005, all’indomani di una sonora sconfitta alle elezioni regionali, Fininvest, che allora deteneva direttamente e indirettamente il 50,99% di Mediaset, aveva avviato il collocamento di 197 milioni di titoli ordinari Mediaset, pari a circa il 16,68% del capitale sociale”.
La motivazione ufficiale della Holding è che la liquidità consentirà di “proseguire nel rafforzamento della struttura finanziaria e patrimoniale della società e di agevolare eventuali investimenti in un’ottica di diversificazione del portafoglio azionario”. Ovvero, fare cassa per poi reinvestire in nuove attività imprenditoriali.
Oppure per rimpinguare un po’ le casse di Fininvest, certamente poco floride in questi ultimi anni.
Si tratta infatti di una indispensabile boccata d’ossigeno per la finanziaria, i cui conti a fine 2013 evidenziavano un rosso di 428,4 milioni dopo quello di 285 milioni di fine 2012.
A zavorrare il bilancio, oltre alla sentenza sul Lodo Mondadori, anche svalutazioni e oneri di ristrutturazione.
La decisione di cedere parte dell’azionariato arriva dopo l’indiscrezione di Dagospia, prontamente smentita dall’interessato, di possibili dimissioni di Fedele Confalonieri dalla presidenza di Mediaset.
“Fantasie”, le ha bollate. Eppure è noto come il Fedele compagno di Berlusconi abbia sempre criticato la scelta del leader di Forza Italia di andare allo scontro frontale con il premier Matteo Renzi, soprattutto in un periodo in cui il suo partito ha superato il Pd per divisioni interne e voci di scissioni.
Uno scontro da cui Mediaset avrebbe ben poco da guadagnare.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA GRANDE MENZOGNA E’ DURATA LO SPAZIO DI UNA STRAGE… CI LAMENTIAMO PR 100 MILIONI DI SPESE COM MARE NOSTRUM, QUANDO SOLO LA BANDA FIORITO SI E’ FREGATA 21 MILIONI
I dettagli del naufragio e del calvario dei 460 migranti partiti sabato scorso su quattro gommoni dalla Libia li conosciamo dai racconti dei pochi superstiti (le vittime, dicono, potrebbero essere più di 300 ma, ammonisce la Procura, «non ci sono riscontri»).
Ove, come più spesso accade, non ci siano superstiti, non c’è racconto e, in definitiva, non c’è problema.
Quale che sia il conto finale delle bare (29 son già sulla terraferma) pare svelarsi lo scopo non dichiarato dell’operazione Triton: risolvere la questione epocale delle migrazioni nel Mediterraneo semplicemente ignorandola.
Pattugliare a trenta miglia dalla costa un braccio di mare largo quasi duecento miglia è infatti come non farlo per nulla.
Quando, il 1° novembre, venne varata l’operazione Triton, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sorrise alle tv: «L’Europa per la prima volta scende in mare! A presidio della frontiera mediterranea!».
Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, gli diede sostegno pur rassicurando i più sensibili (è cresciuta nel Pd): «Il soccorso in mare non viene meno, l’Italia non si volterà indietro».
Ora, contando di nuovo morti e dispersi, possiamo dire che non è andata così.
Mare Nostrum, con le navi della Marina italiana spinte sino alle coste libiche, ha salvato oltre centomila vite dopo il doppio naufragio dell’ottobre 2013, quando a centinaia annegarono proprio davanti agli scogli di Lampedusa.
Nacque dunque sull’onda dell’emotività e dell’emergenza: come tutto ciò che si riesce a decidere in un Paese altrimenti immobile.
Quando emergenza ed emotività cominciarono a scemare, quando gli orrori della jihad islamica iniziarono a proiettare assurdi bagliori sinistri su quel fiume di poveretti che proprio dalla jihad e dalle guerre scappava, quando insomma la propaganda prese il posto della pietà , Mare Nostrum ebbe i giorni contati.
Apre le porte ai terroristi, si farneticò. Aumenta gli afflussi (quest’ultima affermazione è smentita dall’Alto commissariato per i rifugiati: nel gennaio del 2015, senza Mare Nostrum, gli arrivi via mare sono stati il 60 per cento in più del gennaio 2014).
I vertici della Marina italiana si sono battuti in solitudine per proseguire i salvataggi in alto mare fino a prendersi accuse di insubordinazione: perbacco, era tempo che Triton entrasse in scena e Mare Nostrum in archivio!
L’Italia era riuscita a coinvolgere la riottosa Europa!
Ora sappiamo che l’Europa sulle questioni extracontabili (quelle politiche, vere) non esiste ancora.
Triton era una finzione.
Siamo soli, più che mai, davanti al consueto dilemma: accettare da nazione adulta un ruolo nel Mediterraneo, che porti fino alle spiagge libiche un nostro avamposto di umanità e legalità , o continuare a versare lacrime di coccodrillo quando le correnti ci trascinano a riva qualche cadavere?
Certo, Mare Nostrum costava 9 milioni al mese: tanti. Poi dipende sempre da come si spendono.
Per dire: la banda di Franco Fiorito, Er Batman del Lazio, se ne fece fuori 21, di milioni, tra teste di maiale, ostriche e festini.
Gli altri briganti di Rimborsopoli non sono stati da meno.
Qualche risparmio, suvvia, possiamo pur farlo.
(da “il Corriere della Sera”)
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