Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
L’IMPORTANTE E’ CHE NON SUPERIATE IL 3%
Ieri, all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti, Matteo Renzi non c’era, come sempre quando c’è poco da ridere.
Si spera però che la ministra Madia, casomai ci avesse capito qualcosa, gli abbia fatto un sunto della relazione del presidente Raffaele Squitieri: “Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso nel quale l’una è causa ed effetto dell’altra” e oggi “il pericolo più serio per la collettività è una rassegnata assuefazione al malaffare, visto come un male senza rimedi”.
Il presidente Mattarella assentiva. Speriamo che se ne ricordi quando gli arriveranno sul tavolo per la firma il decreto delegato sui reati fiscali e, se mai il ministro Orlando riuscirà a scriverlo, il ddl sui reati contabili: due provvedimenti che sono frutto dell’“assuefazione al malaffare” che non riguarda solo “la collettività ”, ma anche e soprattutto il governo.
Cosa sono infatti le “soglie di non punibilità ” (sei o sette nel decreto fiscale, a partire dal famigerato 3% sull’imponibile dichiarato, e almeno tre nel “nuovo” falso in bilancio) se non la presa d’atto che i delinquenti sono troppi per punirli tutti, dunque bisogna mettersi d’accordo e salvare quelli che delinquono solo un po’?
Viene in mente la vecchia battuta di Enzo Biagi sulla ragazza “un po’ incinta”.
Ora il Consiglio dei ministri emenderà il decreto di Natale e forse leverà dalla franchigia del 3% la frode fiscale, lasciandovi però l’evasione: a quel punto chi si spaccava la testa a escogitare gli artifizi e raggiri tipici della frode per non farsi beccare potrà tirare un sospiro di sollievo: gli basterà non dichiarare fino al 3% dell’imponibile dichiarato, o meglio ancora dichiarare un imponibile di fantasia per far sì che ciò che intende evadere stia sotto il 3% e la farà franca.
Quanto al falso in bilancio, ieri Liana Milella spiegava su Repubblica che le soglie di impunità non si toccano, sennò salta lo storico accordo siglato giovedì fra il ministro Orlando e il suo sottosegretario dell’Ncd Enrico Costa (una specie di Ribbentrop-Molotov post litteram).
Resta da decidere se la soglia resterà al 5 o al 3 o al 2% del risultato d’esercizio al lordo delle imposte, e che accadrà a chi sta sotto.
Varie opzioni: a) niente; b) una sanzione interdittiva; c) una pena attenuata.
Essendo uomini di principio, però, i nostri eroi sulla soglia non transigono: taroccare i bilanci un po’ alla volta è cosa buona e giusta, altrimenti si crea un pericoloso precedente e poi dove andremo a finire.
A questo punto, non si vede perchè limitare le soglie ai reati finanziari.
Fissato il principio, davanti al legislatore si spalancano praterie sconfinate. Per la rapina in banca, ad esempio, perchè non prevedere una soglia di non punibilità pari al 3% dei soldi contenuti nelle casse e nei caveau?
“Mani in alto, questa è una rapina depenalizzata! Quanto avete? Cento milioni? Benissimo, datemene 3 e un bacio sopra!”.
Niente sirene, allarmi, inseguimenti, sparatorie. Tutto pulito.
Ma anche per lo scippo ai pensionati: “Scusi, vecchina, quanto ha ritirato di pensione? 500 euro? Perfetto, me ne dia 15 senza tante storie”.
Il segreto, anzichè rapinare un solo pensionato di tutta la pensione, è rapinarne qualche centinaio per identico importo, avendo cura di non oltrepassare la soglie pro capite.
Per i furti in casa sarà più complicato: bisognerà calcolare il 3% del valore dell’argenteria, dei quadri, dei gioielli e della cassaforte e lasciare lì il resto.
Più facile per gli assalti ai supermercati: nello scaffale degli alimentari, su 100 salami, prelevarne fino a tre; idem in quelli di elettrodomestici, computer, stereo ecc.
Per i ladri d’auto, sono consigliabili i parcheggi con almeno 30 vetture posteggiate.
Per il plagio, il segreto è copiare un po’ alla volta, non tutto subito.
Per i reati sessuali, meglio non pensarci.
Per gli attentati terroristici, scegliere città molto popolose eliminando massimo tre cittadini su 100.
Nei sequestri di persona, si raccomanda di rapire un solo bambino di famiglia numerosa.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
A PROPOSITO DELLA LISTA DEGLI EVASORI IN SVIZZERA
Nella ormai celebre lista di evasori innamorati della Svizzera non si trova traccia di pesci piccoli, smaniosi
di sottrarre qualche sommetta alla rapacità dell’erario.
I dirottatori di denaro pubblico appartengono tutti alla categoria dei multimiliardari, ai quali i soldi delle tasse non servono affatto.
Alcuni casi sono persino schifosi, come quello dell’ex premier socialista (!) Papandreu che di giorno piangeva miseria per il popolo greco e la sera imboscava vagonate di euro in un conto segreto intestato alla madre.
Ma in genere questa sfilata di teste coronate e di teste montate si caratterizza per una disponibilità economica superiore a qualsiasi esigenza e, forse, decenza.
Se sei un campione di Formula Uno, una rockstar o il padrone del Banco Santander e possiedi mille fantastiliardi, cosa ti cambia lasciarne la metà al fisco?
Te ne restano comunque cinquecento, con i quali potrai provvedere ampiamente ai bisogni tuoi e dei tuoi cari per le prossime trentotto generazioni.
Il resto lo rimetti in circolo a vantaggio della comunità , per migliorare quei servizi di cui peraltro anche tu fruisci.
Non è questione di moralismo, ma di un minimo sindacale di senso civico, oltre che di riconoscenza nei confronti della vita e delle persone meno fortunate di te che, avendoti eletto a loro punto di riferimento, hanno contribuito a renderti ultraricco.
L’avidità è una bestia feroce, specie quando si abbina con la megalomania.
Ma nella mia sconsolante ingenuità pensavo che avesse un limite — il centesimo lingotto d’oro, il terzo aereo privato — oltre il quale anche l’accumulatore più accanito intravedesse l’esistenza del prossimo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
argomento: Costume | Commenta »
Febbraio 11th, 2015 Riccardo Fucile
ALTRI DUE BARCONI CON 200 PROFUGHI A BORDO SONO AFFONDATI PER IL RITARDO NEI SOCCORSI A CAUSA DI CHI HA VOLUTO ABOLIRE MARE NOSTRUM
Altri morti nel Canale di Sicilia.
E questa volta i migranti che non ce l’hanno fatta sono almeno 203: si tratta della tragedia più grave — almeno tra quelle di cui si ha notizia — dopo il drammatico naufragio del 3 ottobre 2013 in cui morirono 366 persone più altre 20 che ufficialmente risultano ancora disperse.
La conferma arriva da Carlotta Sami, portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che ha raccolto le testimonianze dei nove naufraghi soccorsi da un rimorchiatore a oltre cento miglia da Lampedusa e arrivati poche ore fa sull’isola. “Complessivamente erano tre i gommoni con i migranti a bordo”, ha spiegato Sami all’Adnkronos, “su uno c’erano anche i 29 profughi poi morti assiderati e i 76 superstiti. Su altri due gommoni c’erano più di 210 persone. Di queste ne sono state tratte in salvo solo nove”.
Secondo il racconto dei superstiti ai mediatori culturali, su un gommone c’erano 105 immigrati e sull’altro 107.
“Uno dei due è affondato e l’altro si è sgonfiato davanti provocando il panico a bordo”, hanno spiegato.
I nove superstiti sono stati tratti in salvo dal rimorchiatore che poi li ha trasportati a Lampedusa. Non solo: in mattinata Sami ha riferito che secondo alcuni superstiti c’era una quarta imbarcazione, con a bordo un centinaio di persone, che è stata travolta dalle onde. “Questo però — ha detto a LaPresse — lo stiamo verificando”.
Superstiti: “100 persone a bordo di un quarto gommone”
Un altro gommone con un centinaio di migranti a bordo sarebbe disperso. Lo hanno riferito due dei nove superstiti della tragedia che erano sull’ultimo natante partito dalla Libia.
I barconi salpati dalle coste nordafricane, dunque, sarebbero stati in tutto quattro. Uno, con 105 migranti 27 dei quali sono poi morti per assideramento, è stato soccorso da due mercantili; altri due gommoni con 105 e 107 profughi sono stati invece capovolti dal mare in tempesta e nove superstiti sono stati raccolti da un rimorchiatore.
Del quarto gommone, con un altro centinaio di migranti, si attendono conferme.
In base agli ultimi dati del ministero dell’Interno italiano, nonostante le temperature ancora invernali nel mese di gennaio i migranti che hanno attraversato il Mediterraneo sono stati 3.528 contro i 2.171 del gennaio 2014 (170mila nell’intero anno), mentre nel nello stesso mese del 2013 erano stati solo 217.
Il principale paese di partenza dei migranti è stato, anche il mese scorso, la Libia, che sta vivendo una crisi interna sempre più complicata. Ma la maggior parte dei migranti sbarcati a gennaio risulta originaria di Siria (764), Gambia (451), Mali (436), Somalia (405) e Eritrea (171).
Unhcr e le ong contro Triton: “Inadeguata nella ricerca e soccorso”
Martedì il sindaco dell’isola, Giusi Nicolini, dopo la morte per assideramento di ventinove migranti a 110 miglia dall’isola, aveva ricordato la strage dell’autunno 2013 dicendo che “i 366 morti di Lampedusa non sono serviti a niente, le parole del Papa non sono servite a niente” e “siamo tornati a prima di Mare Nostrum“, la missione di salvataggio della Marina militare avviata dal governo Letta il 18 ottobre 2013 e terminata il 1 novembre, quando è stato sostituito dall’intervento europeo di controllo delle frontiere Triton.
D’accordo l’Unhcr, secondo cui Triton “non fornisce in modo adeguato la capacità di ricerca e soccorso. Se le operazioni non verranno condotte in modo idoneo, ci si dovranno aspettare altre tragedie di questo genere”.
L’Alto Commissariato chiede che l’Ue “fornisca all’Italia un sostegno adeguato di modo che possa far fronte agli arrivi di persone che attraversano irregolarmente il Mediterraneo”.
Anche le organizzazioni non governative Ai.bi., Amnesty International Italia, Caritas, Centro Astalli, Emergency, Fondazione Migrantes, Intersos, Save the Children e Terre des Hommes puntano il dito contro Triton, che si è rivelata “inadeguata come unica misura per la gestione dei flussi migratori” e “limitata nel portare soccorso ai migranti in mare”.
“Occorre aprire immediatamente — affermano le Ong — canali sicuri e legali d’accesso in Europa, per evitare ulteriori perdite di vite in mare e gestire un fenomeno ormai stabile e probabilmente in aumento“.
Contemporaneamente, le organizzazioni chiedono all’Italia e all’Unione europea di rafforzare ulteriormente le operazioni di ricerca e soccorso in mare e di avviare politiche che garantiscano la protezione e la tutela dei diritti umani di rifugiati, migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo.
Oggi il trasferimento dall’isola e delle salme dei morti assiderati
Oggi intanto le ventinove salme verranno trasferite dall’isola a Porto Empedocle (Agrigento). Il Prefetto di Agrigento Nicola Diomede sta coordinando le operazioni per dare una sepoltura alle vittime.
Già una ventina di comuni della provincia ha risposto all’appello. Due migranti verranno sepolti ad Alessandria Della Rocca, due ad Aragona, due a Burgio, due a Cammarata, tre a Canicattì, quattro a Cianciana, uno a Favara, due a Grotte, due a Montallegro, due a Palma di Montechiaro, uno a Porto Empedocle, uno a Ribera, due a Santo Stefano di Quisquina e tre a Sciacca.
Ieri sono stati ascoltati fino a tardi i 75 superstiti.
Gli uomini della Squadra mobile di Agrigento e della Polizia scientifica di Palermo hanno interrogato quelli che si trovavano a bordo dell’imbarcazione soccorsa.
Dai primi racconti emerge che il gommone su cui erano stipati gli oltre cento profughi è rimasto in mare per tre giorni e che quasi subito ha cominciato a imbarcare acqua. Ai superstiti è stato chiesto di fare un elenco delle persone e dei compagni di viaggio per avere una lista completa dei nomi e cognomi.
Uno solo dei cadaveri, un ivoriano di 31 anni, è stato identificato. L’età media delle vittime è tra i 18 e i 25 anni.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
“NON VOGLIAMO MORIRE LEGHISTI”
La paura è un vento che arriva dal Nord: “Stella, non possiamo consegnarci così a Salvini, che facciamo
passiamo dagli schiaffi di un Matteo a quelli di un altro Matteo? Spiegacelo, se la linea la dà Salvini noi ce ne andiamo nella Lega”.
Stella è Maria Stella Gelmini, che oltre ad essere una delle berlusconiane più alte in grado è anche coordinatore regionale della Lombardia.
Il suo telefono bolle, nel primo giorno di opposizione di Forza Italia. Sindaci, coordinatori di Forza Italia delle province, consiglieri a Milano e al Pirellone sfogano la paura nella cornetta.
Lo stesso accade a Paolo Romani, nel suo ufficio a palazzo Madama.
Quello che una volta si sarebbe chiamato “il territorio” pensa che Berlusconi ha gestito la “svolta” con scarsa lucidità , perchè un conto è rompere il Nazareno, un conto è consegnarsi all’altro Matteo: “A questo punto — è il leitmotiv di giornata – andiamo direttamente nella Lega, almeno ci ritagliamo un ruolo lì invece di fare gli scendiletto qui”.
Perchè Salvini si muove con la stessa “arroganza” del Matteo a palazzo Chigi: “Nomi e linea — dichiara a metà mattinata — li diamo noi”.
Parole che hanno alimentano un’atmosfera surreale tra gli azzurri.
Nessuno lo sa con certezza, ma il sospetto è che Berlusconi domenica sera a cena abbia sbracato del tutto.
E oltre alle tre regioni gli abbia offerto la guida del centrodestra, o di ciò che ne resta. Matteo nel ruolo di “goleador”, Berlusconi in quello di regista.
Alla bouvette Daniela Santanchè prende un caffè senza zucchero.
Sorride: “Per fare il circo ci vogliono le tigri, non le gattine”.
Di ruggiti se ne sentono assai pochi.
Pure uno come Renato Brunetta, abituato ai toni alti e alle raffiche verbali, a un certo punto pare un moroteo: “Stiamo facendo opposizione selettiva”.
A tre metri di distanza, da un capannello esce la traduzione: “Selettiva? La verità è che il gruppo non tiene e ognuno vota come diavolo gli pare. Lucetta verde, lucetta bianca, lucetta rossa. Il voto tricolore. Siamo ridicoli”.
Ci sono almeno tre sottogruppi: quello di parlamentari che fa riferimento a Verdini, quello di Fitto e i berlusconiani nelle varie sfumature.
Lo spettacolo è surreale.
Alcuni votano scientificamente l’opposto di quello che indica la Centemero a cui è stato affidato l’ingrato compito.
Fabrizio Cicchitto parlando con un collega, fotografa così l’andamento: “Se la Centemero dice che piove, una parte del gruppo, vota contro dicendo che c’è il sole. Se dice che c’è il sole, quelli dicono che piove”.
Si vede che stavolta non è come le altre.
Un ruggito del capo e gli altri che si gettano nel combattimento. Gruppo frantumato, poche dichiarazioni contro Renzi. Preoccupazione per le camice verdi di Salvini.
Nel suo bunker Berlusconi pronuncia parole di fuoco verso il “ragazzo” che lo ha ingannato sul Colle.
Minaccia vendette. Fantastica battaglie epocali: “Quello è un pericolo per il paese, va fermato”.
L’ordine è recepito dagli house organ di famiglia, dal Giornale a Mediaset. In Parlamento più che ruggiti, direbbe Daniela Santanchè, si sentono miagolii.
Segno che neanche la presa di Berlusconi sui suoi è quella di una volta.
“Siamo al delirio” è la frase più dolce che dicono i suoi, ma a microfoni spenti. Salvini pone condizioni, già tratta Forza Italia come un cespuglio e il territorio esplode.
E Berlusconi, chiuso ad Arcore col suo cerchio magico, pare non rendersene conto. Gelmini, Romani, Gasparri e il grosso dei parlamentari cercherà di contenerlo in vista dell’assemblea dei parlamentari di mercoledì: “Tra un Nazareno meno supino a consegnarci a Salvini — è il loro ragionamento — c’è una via di mezzo. E c’è una via di mezzo pure nei toni verso Renzi. Due mesi fa il Giornale titolava Forza Renzi e oggi lo paragona a un sanguinario come Valentino Borgia”.
In parecchi, anche tra gli alti in grado hanno chiamato Denis Verdini, chiuso in un granitico silenzio nel suo ufficio a San Lorenzo in Lucina.
I nemici di una settimana fa diventano nuovi potenziali alleati.
È uno dei tanti paradossi. Spiegano i ben informati: “Il grosso del gruppo dirigente di Forza Italia, a partire da Romani, non voleva la rottura del Nazareno. Lavorava per un Nazareno dove non comandasse Verdini, non per andare in piazza con Salvini contro gli immigrati”.
Ad applaudire i suoi ruggiti.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL DECRETO FERMO ALLA CAMERA, LA RAGIONERIA VUOLE BLINDARE IL TESTO CON UNA CLAUSOLA DI SALVAGUARDIA
In teoria, il tempo è strettissimo.
Entro il 12 febbraio il Parlamento deve dare il via libera, non vincolante, ai primi due decreti attuativi del Jobs Act, approvati dal governo prima di Natale.
E mentre sul nuovo contratto a tutele crescenti il parere della Commissione Lavoro arriverà domani, sul decreto sugli ammortizzatori sociali è stallo.
Manca il via libera della Commissione Bilancio, che a sua a volta attende il semaforo verde della conferenza Stato-Regioni ma soprattutto la garanzia della Ragioneria Generale dello Stato su uno dei nodi più controversi, quello della clausola di salvaguardia sugli ammortizzatori sociali.
Nel proprio dossier, l’Ufficio Bilancio della Camera ha sollevato esplicitamente la questione. Tema che, coincidenza quasi beffarda, riguarda l’articolo 18 del decreto, che si occupa delle coperture finanziarie del provvedimento.
Per finanziare il nuovo sussidio di disoccupazione Naspi, As.Di (assegno di disoccupazione) e Dis.Coll (l’indennità per gli ex co.co,co), il governo ha previsto nella legge di stabilità risorse per 2,2 miliardi nel 2015 e 2016 e 2 miliardi per il 2017.
In sostanza, ha rilevato il dossier della Camera, perchè è stato posto un limite di capienza a un diritto che in teoria potrebbe essere esercitato da una platea superiore da quella stimata inizialmente dal governo?
La questione pare tecnica ma rischia di nascondere una brutta sorpresa.
Per assicurare che tutti possano beneficiare dei nuovi ammortizzatori sarebbe necessaria una clausola di salvaguardia che garantisca che anche in caso di utilizzo di tutte le risorse accantonate, il riconoscimento del sussidio sia garantito comunque.
Che siano nuove imposte, o tagli di spesa, o altro, è presto per dirlo.
Ma fonti parlamentari spiegano che la Ragioneria per dare il suo via libera definitivo chiederà la previsione della salvaguardia.
Il 3 febbraio scorso la Ragioneria di fronte a questi rilievi non ha risposto direttamente, lasciando aperta la questione, ma prima del via libera del provvedimento alla fine la clausola dovrebbe essere inserita.
Anche perchè soltanto per la cassa integrazione in deroga, i cui criteri di accesso sono diventati di fatto molto più restrittivi, lo scorso anno il governo ha speso circa 2,5 miliardi.
E se la nuova Naspi è destinata ad assorbire il vecchio strumento, estendendo comunque il numero di possibili beneficiari, le risorse messe da parte dal governo potrebbero non bastare.
Qualcosa quindi, il governo dovrà inventarsi.
Difficile, però, che possa agire sul fronte delle imposte dirette visto che sui prossimi tre anni gravano già delle pesantissime ipoteche, con aumenti programmati delle aliquote che potrebbero valere oltre 20 miliardi alla fine del triennio.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
E FA I NOMI DI NOCCARATO, DAVICO E CARIDI
“Vedo molte persone che sono preoccupate di sfangarla fino al 2018. Chi sono questi? Quelli che soffrono
per un eventuale scioglimento anticipato della legislatura”.
Così Vincenzo D’Anna, senatore di Gal (Grandi Autonomie e Libertà ), costola a Palazzo Madama di Forza Italia, annuncia nuovi passaggi a sostegno del governo Renzi.
A partire dai suoi colleghi di Gal, come “Naccarato, Davico e Caridi che già votano per il governo”.
Poi c’è il gruppo di Area Popolare (Ncd-Udc), nel quale — continua D’Anna — “c’è un nucleo duro di calabresi e siciliani, molto interessati al ministero del Sud che è una riedizione riveduta, peggiorata e scorretta della Cassa del Mezzogiorno”.
Gli ex M5S?
“Io — risponde D’Anna — ho parlato con alcuni di loro e li vedo molto preoccupati per la fine anticipata della legislatura”.
Poi il senatore campano, molto vicino a Raffaele Fitto, su Denis Verdini sottolinea: “E’ ovvio che, se il cerchio magico di Berlusconi vuole farlo fuori, si organizzerà per legittima difesa. Verdini è uno che ha trafficato per anni con le liste elettorali e qualche senatore e deputato, che io chiamo incappucciati, al momento opportuno li tirerrà fuori, come sono venuti fuori i voti per l’elezione di Mattarella”
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Parlamento | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
PER RENZI I RISCHI POSSONO ARRIVARE DALLA CRISI ECONOMICA E DAL CASO GRECO
Il rischio di scivolare da una subalternità all’altra è concreto.
Ma è ancora più vistoso il disorientamento che le oscillazioni di Silvio Berlusconi possono provocare tra militanti ed elettori di FI.
Passare in pochi giorni dal patto del Nazareno con Matteo Renzi ad un«patto di Arcore» con il leghista Matteo Salvini «per fermare il premier» è più di una giravolta. Sottolinea quanto sia stata dura la sconfitta dell’ex Cavaliere nella partita del Quirinale; e come la nostalgia delle vecchie alleanze possa portare Berlusconi nelle braccia di un populismo che lo indebolirà ulteriormente.
Anche perchè l’abbraccio con la Lega, che Il Mattinale, bollettino di FI alla Camera, definisce «a 360 gradi», viene invece accettato da Salvini con cautela.
È la prudenza di chi si sente in vantaggio, teme ripensamenti improvvisi, e vuole trattare da posizioni di forza.
La richiesta a Berlusconi di appoggiare candidati del Carroccio alla presidenza di tutte le regioni del Nord è il pedaggio da pagare.
In passato, bilanciava il primato dell’allora Cavaliere nel governo nazionale. Ora, potrebbe certificare il ruolo di FI come portatrice d’acqua di un’opposizione a guida leghista.
Per questo bisogna capire quanto sia definitiva la svolta.
Palazzo Chigi sembra considerarla tale. E prende le contromisure.
Il lungo incontro tra Renzi e il ministro dell’Interno e leader del Ncd, Angelino Alfano, è una sorta di controcanto alla cena di Arcore tra FI e Lega.
Mostra una collaborazione di governo che si rinsalda dopo le tensioni seguite all’elezione di Sergio Mattarella come capo dello Stato.
E bilancia il passaggio di Berlusconi all’opposizione dura, sebbene con qualche margine di ambiguità ; e il rifiuto di Salvini di presentarsi alle regionali accanto al simbolo «governativo» del Ncd.
Sono istantanee di un’area politica in via di disgregazione.
E conferme dei margini crescenti di manovra che Renzi può sfruttare.
Ormai, la riforma elettorale è al punto di arrivo, quella del Senato potrebbe cambiare; ma in entrambi i casi è il presidente del Consiglio ad avere il timone.
E può usarlo magari per venire incontro alla minoranza del Pd; o per attrarre nella propria orbita gli scontenti di FI o del Movimento 5 Stelle in Parlamento: voti che sarebbero ben accetti, in particolare al Senato, nonostante l’ombra di manovre trasformistiche.
I pericoli per il governo arrivano da fuori, dalla crisi economica europea.
Il fatto che una Grecia alla disperata ricerca di crediti abbia tirato in ballo l’Italia per indicare un altro Paese a rischio di bancarotta, è preoccupante.
Se la situazione greca dovesse avvitarsi quel giudizio maldestro potrebbe riaffiorare in Europa, e sovrastare i numeri del governo Renzi in Parlamento.
Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Forza Italia | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
E IN ALTRE ZONE D’ITALIA NON VA MEGLIO
Se un amico di Napoli vi confida che vuole emigrare in Polonia, non chiedetegli se è diventato matto: per
come vanno le cose l’idea potrebbe quasi avere senso.
Secondo i dati dell’ Istituto di statistica europeo, aggiornati al 2011, il reddito medio dei napoletani è ormai inferiore a quello dei polacchi.
Nei primi si ferma a 16.100 euro l’anno, mentre per i secondi è più alto di 300 euro. L’area d’Europa con il PIL più alto è invece la parte occidentale di Londra, cuore finanziario della Gran Bretagna, dove la media supera i 150mila euro.
Ma in Italia c’è chi è messo ancora peggio.
Nella provincia di Medio Campidano, in Sardegna, il reddito è di 11.200 euro l’anno: poco meno che in Bulgaria.
Seguono Caserta e Agrigento, intorno ai 13mila e qualche centinaio di euro in più rispetto a un abitante medio della Romania.
Resta forte la divisione nord-sud, anche se in quest’ultimo spicca la provincia di Catanzaro che supera i 20mila euro l’anno — fatto praticamente unico nel meridione —, mentre al centro si distingue Rieti; chi vi abita ha in media un reddito più basso di quello dei vicini.
Roma è un caso a parte. Essere il centro della burocrazia italiana, con il relativo carico di retribuzioni elevate, non può che portare a risultati maggiori: un elemento che in qualche misura sposta i redditi — ma non per forza quanto poi si produce davvero — verso l’alto.
Al nord invece i milanesi hanno un reddito medio di 45.600 euro, quasi il doppio della media europea.
Un valore senz’altro elevato, ma forse neppure troppo per quello che dovrebbe essere il centro della borghesia produttiva italiana.
Senza neppure arrivare a Londra, in cui i tanti stranieri della City finanziaria renderebbero il confronto poco sensato, basta andare in Francia o in Germania — a Monaco, Parigi o Bonn — per trovare diverse aree in cui il reddito si aggira o supera i 60-70mila euro a persona.
I dati non considerano solo quanto le persone producono, ma tengono in conto anche il diverso costo della vita.
Affitti più alti e beni più economici, servizi a buon mercato o meno: tutti fattori che nella vita concreta contano almeno quanto lo stipendio che riceviamo.
Si tratta del modo più accurato per capire qual è il reale tenore di vita delle persone in un regione piuttosto che in un’altra.
Come succede di consueto quando si calcola il PIL, è inclusa anche una stima (più o meno accurata) dell’evasione fiscale.
Eppure basta tornare qualche anno indietro per capire come i problemi italiani siano tutt’altro che nuovi.
La crisi non ha fatto che pesare su un sistema già affaticato — in alcune zone più che in altre.
Basilicata, Puglia e Calabria, per esempio, già prima della recessione del 2008 crescevano poco — meno dell’1% l’anno.
Emilia Romagna, Marche e Lazio avevano invece un ritmo più elevato, intorno al 2%. Il motore pare inceppato da tempo: già intorno al 2002-2003 in diverse regioni il reddito ha fatto un salto indietro, per poi calare a picco dal 2008.
In Molise la recessione ha fatto più danni: fino al 2011 l’economia è decresciuta in media del 2,9% l’anno; meno in Campania, con una caduta dell’1,8%.
Seguono Calabria (-1,7%), Sicilia e Basilicata (-1,6%).
Quando gli altri cadono — magra consolazione — anche restare fermi è un segnale positivo. È il caso di Lombardia e provincia di Bolzano, dove invece le cose sono rimaste stabili oppure la diminuzione è stata minima.
Guardando a come vanno le cose provincia per provincia abbiamo un quadro più dettagliato, ma anche meno recente — per il momento i dati arrivano solo al 2011.
Che napoletani e siciliani abbiano recuperato qualcosa, nel frattempo?
L’unico modo per farsi un’idea è guardare a come sono andati i paesi nel loro complesso.
Anche così, però, l’Italia resta quella che fa peggio. Non solo l’economia non recupera quanto aveva perso dall’inizio della recessione, ma continua a cadere ancora.
Nel 2012 e 2013 la crescita media è stata molto negativa: la Spagna arretra ma meno, Francia e Germania crescono — molto poco — mentre nel Regno Unito va abbastanza meglio.
Nulla di impressionante, certo, eppure nel regno dei ciechi l’orbo è re.
Dunque è ancora vero che i napoletani guadagnano meno dei polacchi?
Una cosa è certa: negli ultimi due anni questi ultimi sono andati avanti, mentre l’Italia è tornata ancora più indietro. Non solo il divario potrebbe essere rimasto, ma ci sono buone ragioni per pensare che sia aumentato
Chi più in fretta, chi trascinando i piedi, resta il fatto che diversi paesi stanno cominciando a uscire dalla crisi.
Molti, ma non l’Italia.
Chissà che l’amico napoletano non abbia tutti i torti.
(da “L’Espresso“)
argomento: Napoli | Commenta »
Febbraio 10th, 2015 Riccardo Fucile
DA UN MESE AL VIMINALE OPERA UN NUCLEO DI 20 SPECIALISTI, OTTIMI CONOSCITORI DELL’ARABO
Un mese fa, la strage di Parigi. Dopo tanti segnali premonitori – in Gran Bretagna, in Belgio, in Olanda, nella stessa Francia – si materializza l’incubo del terrorismo islamista nel cuore dell’Europa.
Una cellula che si risveglia dal suo sonno apparente e uccide. Da quel momento è allarme rosso in tutte le Capitali europee.
E siccome è il web la prateria dove si dibatte e si lanciano messaggi, ecco che gli operatori del Servizio polizia postale e delle comunicazioni si ritrovano in prima linea.
Al Viminale da un mese è all’opera giorno e notte un nucleo di 20 specialisti, capaci di muoversi tra i siti Internet, ma allo stesso tempo ottimi conoscitori dell’arabo e pratici di ogni sfumatura che connota i gruppi jihadisti.
In questo lasso di tempo hanno identificato ben 400 tra siti, blog, forum, pagine di social network, video che inneggiano al jihad e che costituiscono una seria minaccia per il nostro Paese.
La rivista ufficiale della polizia italiana, “Polizia moderna”, ha potuto intervistare con garanzia di stretto anonimato un’operatrice della task force.
Racconta: «A parte il fatto che in pratica la mia vita si svolge davanti al pc, e che siamo arrivati a monitorare qualcosa come 400 piattaforme elettroniche, uno dei riflessi immediati è stato l’aumento esponenziale dei contatti e delle comunicazioni con Interpol e Europol: a volte basta alzare il telefono per scambiare un’informazione o comunicare un intervento da fare. Proprio in questi giorni attraverso Interpol, ad esempio, abbiamo avuto una serie di segnalazioni relative a Ask.fm, un social molto usato, perchè rispetto agli altri garantisce l’anonimato degli utenti. Ci hanno comunicato che diversi adolescenti di 14-15 anni postavano la presenza di ordigni in diverse città italiane, da Roma a Venezia da Milano a Reggio Calabria e Palermo. Quasi sicuramente si trattava di “ragazzate”, ma di questi tempi nessuna minaccia può essere trascurata e così attraverso il territorio, gli autori delle frasi sono stati rintracciati e convocati in questura assieme ai genitori».
Sono i social network uno degli ambiti virtuali più controllati, ma non solo.
«La tattica seguita dai militanti jihadisti – dice Roberto Di Legami, primo dirigente del Servizio polizia postale e delle comunicazioni – è quella di condurre una “guerra di percezione”, dove la politica e la propaganda occupano il primo posto, utilizzando il potere della tecnologia e di Internet per minare l’autorevolezza dei governi occidentali e per convincere gli utenti della Rete ad unirsi alla jihad.
E’ però da tenere presente che sulla Rete il terrorismo è un fenomeno molto dinamico, all’interno del quale i siti web mutano costantemente, appaiono all’improvviso e, di frequente, si trasformano per poi sparire rapidamente e riapparire ancora, con una url diversa».
Stante la caratteristica “molecolare” della minaccia, i cyber-poliziotti preferiscono seguire l’attività dei siti pericolosi piuttosto che farli chiudere.
Pare una scelta investigativa intelligente, forse anche obbligata.
«Fino a oggi – riprende il racconto dell’operatrice anonima – abbiamo oscurato una ventina di siti che avevano sede in ogni parte del mondo, anche negli Stati Uniti e in Russia. Due di questi erano perfino in lingua cinese».
Nel jihad virtuale in prevalenza si parla arabo, con le immaginabili complicazioni legate ai tanti dialetti.
«Una volta venuta alla luce una traccia da seguire, sarà compito della Digos svolgere le necessarie attività investigative, come nel caso dello studente turco Furkan Semih Dundar espulso dal nostro Paese nelle scorse settimane. E’ un compito delicato e il peso della responsabilità a volte diventa difficile da sostenere. Hai sempre paura che qualcosa ti sfugga, e il pensiero ricorrente è che magari nel momento in cui ti stacchi dal computer per andare via, proprio là , nel deep web si sta materializzando una nuova minaccia».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
argomento: polizia | Commenta »