Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile
“SCELTA CIVICA” DEVE CONTINUARE, ANDARSENE 48 ORE PRIMA DEL CONGRESSO E’ DI CATTIVO GUSTO”
«Trovo tutto questo, come dire?, di cattivo gusto»
Onorevole Alberto Bombassei, titolare della Brembo (sistemi frenanti), vicepresidente di Confindustria, dirigente di Scelta civica, il partito di Mario Monti: ce l’ha con gli otto colleghi che hanno scelto il Pd?
«Per me, una sorpresa totale. Con tutto il rispetto e l’amicizia, fare questa scelta quarantotto ore prima del congresso di Scelta civica! Ci sono rimasto male. Ma non sono gli unici fuori luogo».
Anche Matteo Renzi?
«Noi abbiamo appoggiato il suo governo in modo trasparente e lui l’altra sera in tv ha detto: “Non so se Scelta civica esiste ancora…”. Renzi ha un atteggiamento guascone, sprezzante nei confronti delle rappresentanze politiche minori. Delega ogni riforma a una “maggioranza bullesca”»
Perchè gli otto suoi colleghi hanno guardato verso il Partito democratico?
«Molti di loro sono politici di professione, spero non siano condizionati da uno spirito conservatore, anche della loro posizione. Li stimo e mi rifiuto di pensare che ci sia opportunismo».
All’interno del grande Pd conteranno più di adesso?
«Più ci si diluisce e meno si conta: è una legge della fisica».
Lei, invece, andrà domani al congresso di Scelta civica (ciò che ne resta)?
«Andrò al congresso. Non salto da un posto all’altro per mantenere la poltrona. E spero che domenica si decida di andare avanti con il progetto di Mario Monti : una casa comune per liberali, riformisti, cattolici e laici»
Nonostante i sondaggi che vi danno intorno all’1 per cento?
«Penso che dobbiamo rinegoziare la nostra presenza nella maggioranza di governo: nessuna obbedienza cieca a chi dice di schiacciare il bottone rosso o quello verde. Se questo non è possibile, ripensiamo pure tutto, a 74 anni non ho velleità di fare carriera politica»
Quali contenuti dovreste portare al governo?
«Il problema è la disoccupazione. Renzi ha fatto molto per il lavoro, ma se si vuole mantenere l’Italia un Paese industriale si deve ridurre il costo del lavoro e quello dell’energia, vanno defiscalizzate le nuove attività industriali»
Lei è anche favorevole al recupero della «concertazione» con Confindustria e sindacati?
«Renzi è il primo presidente del Consiglio deciso a sostenere cambiamenti senza il condizionamento nè di Confindustria nè del sindacato. Ma non riconoscere a questi organismi il ruolo di rappresentanza è un eccesso di opportunismo politico: genera risentimenti e rischia di lasciare macerie».
Lei restò molto colpito dal messaggio di Renzi a Letta: «Enrico stai sereno», poco prima di prenderne il posto a Palazzo Chigi.
«I vertici di Scelta civica avevano da poco rinnovato la fiducia a Enrico Letta… Nel nostro mondo, non politico, questo comportamento non è ben considerato. Scrissi a Letta una lettera di scuse».
Ci sono errori che lei può imputare a Monti?
«Ha scelto l’impopolarità nel nome del bene del Paese. Monti non aveva il fisico, lo stomaco per digerire critiche ingiuste che nell’altro mondo, quello dell’economia e dell’impresa, non sono così comuni».
L’alleanza con Luca Cordero di Montezemolo è presto finita.
«Montezemolo rappresentava un pezzo di Paese importante, era appena stato un buon presidente di Confindustria. Certo, al momento di candidarsi, fece un passo indietro…».
La storia di Scelta civica è il fallimento dell’impegno della società civile in politica?
«In qualche modo io mi sento respinto dal mondo politico. Non ci si improvvisa politici, ma i politici non possono improvvisarsi finanzieri o economisti: si poteva e si doveva fare squadra in modo equilibrato».
Lei è stato uno dei finanziatori di Scelta civica. Che cifra ha investito? È pentito?
«Non ho impegnato cifre trascendentali, sono restato al livello di altri imprenditori. No, non sono pentito, credevo nel progetto».
Non è stato molto presente in Parlamento, intorno al 30 per cento delle sedute.
«Cerco di esserci quando mi sembra utile. E quando ci sono sto attento, mentre la maggioranza dei deputati fa i fatti suoi al computer. Potrebbe essere più efficiente il lavoro là dentro, grandi sono le perdite di tempo».
Andrea Garibaldi
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile
NON PRODUSSE MAI QUELL’EQUITA’ E CRESCITA CHE AVEVA PROMESSO, MA CON LUI L’ITALIA RITROVO’ UN POSTO NEL MONDO E CI LIBERO’ DELLA NARRAZIONE MORALE DEL BUNGA BUNGA
Entra nel Pantheon italiano dei magnifici fallimenti o, se preferite, degli sconfitti vincenti il senatore a vita Mario Monti.
Abbandonato da tutti i parlamentari di Scelta Civica torna nel suo ruolo naturale di cavaliere solitario.
E scatena i soliti bulletti, non solo del twitter, che si sentono spiritosi chiamando “Sciolta civica” il suo dissolto partito.
Si accaniscono sul vinto e irridono quel suo famoso loden – lo stile della dignità – al quale invece l’Italia smemorata deve molto.
Monti le ha infatti impedito di cadere più in basso della Grecia, che non aveva la dannazione morale del bunga bunga. E il paese si innamorò del suo loden, non per servilismo, ma perchè non ne poteva più del doppiopetto di Caraceni sopra il girocollo nero.
E accettò anche il rigore commosso ma super accademico della ministra Fornero per disgusto del folclore e della tavernetta che mettevano in scena Tremonti, Sacconi e Brunetta dandosi a vicenda del cretino.
Abituati a tutte le rovine, non ci scandalizziamo certo del piccolo Olimpo di deità minori, da Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua Buitoni a Pietro Ichino, da Andrea Romano a Irene Tinagli, da Gianluca Susta a Linda Lanzillotta a Stefania Giannini che, cambiando cavallo, danno un tocco in più di malinconica grandezza al tramonto di un leader che cade senza far rumore.
Entra nell’aristocrazia dei perdenti un altro di quelli che «non ha portato all’incasso il biglietto vincente della lotteria», e vuol dire che ha rifiutato la fortuna, non ci ha saputo fare con il potere, al punto da farsi imprigionare – ricordate? – da Pieferdinando Casini che lo trattava come già aveva trattato il suo maestro Forlani. Casini vestì di doroteismo la famosa sobrietà di Monti, ne fece un “Forlani international” con le competenze di economia che nella vecchia Dc erano limitate al parastato.
Lo convinse infine che un suo partito avrebbe conquistato la maggioranza assoluta. Ingenuità ? Vanità ? Ambizione?
Si sa che il potere sornione modella i caratteri. Caricato di crisma e carisma anche dal Vaticano di allora, dai soliti sognatori di una destra liberale e dai vedovi della Democrazia cristiana, pensò davvero di riparare i torti che la Politica aveva subito e restituirle l’onore, cacciare la casta dal tempio, erigere fortezze alla virtù.
Povero Monti, la “volpe e il lione” hanno imbrogliato e divorato pure lui.
Adesso che è finita, neppure un tremolio di Borsa ha salutato la sua ritrovata solitudine, ed è vero che è ormai abbastanza forte la solidarietà dell’economia e dei partner internazionali ma è anche vero che persino i mercati sanno che Monti ha stropicciato da sè il suo bel loden.
Nè lo spread ha vibrato per il disastro della sua personale ingegneria partitica. E forse tutto cominciò quando anche lui si consegnò ai ruffianesimi che Bruno Vespa riserva a tutti i potenti.
Prima volava solo da Lilli Gruber, che è il massimo dello chic e della sobrietà , soprattutto in collegamento da qualche posto misterioso ma autorevole.
Poi si dissipò nel frequentare tutti gli studi televisivi, perdendovi ogni volta un po’ di stile. E in campagna elettorale si mise addirittura a inseguire Berlusconi: da Vespa promise di abbassare le tasse, dalla Bignardi prese in braccio un cagnolino che chiamò Empy …
Così il loden risultò sempre più goffo e nessuno credette più al suo «obbedisco per spirito di servizio». Come gli altri tecnici, saggi, professori ed esperti italiani anche lui si era fatto contagiare dalla televisione come da un’infezione:
Monti non era come l’Italia aveva immaginato Monti.
E tuttavia rimane vero che quando volava in alto l’Italia attaccò a quelle ali le sue ultime speranze, le sue residue ambizioni, la voglia di ripartire verso nuovi approdi. Monti arrivò al capezzale dell’Italia con lo spread che, avendo superato quota 500, era un termometro impazzito e ogni giorno qualche agenzia di rating ci declassava e i commentatori internazionali temevano il contagio ma ridevano del nostro collasso: non ci concedevano neppure la pietà .
Ebbene, Monti fu individuato proprio perchè, come diceva Guido Carli «i mercati hanno una veduta di breve periodo e sono sensibili all’autorevolezza personale di alcune figure» e «per un governo la fiducia è tutto».
E infatti l’Italia con lui ritrovò un posto nel mondo, si liberò di quella nuvola di sudicio che non rimandava più al valore latino della seduzione ma al disvalore dell’impotenza depravata.
Fu questo la famosa sobrietà di Monti: la rivincita della grammatica, della buona educazione, del gusto misurato, della competenza, delle lingue straniere parlate con proprietà , e soprattutto del rigore.
Ma non produsse mai quell’equità e quella crescita che pure il rettore della Bocconi aveva promesso.
Non so se ora che ha consumato tutto, tranne lo scranno solitario da senatore a vita, Monti si senta liberato innanzitutto da se stesso o se invece pensi ancora di essere stato derubato della sua vittoria.
«Non è vero che mi hanno lasciato, io ero uscito già prima di loro» ha detto ieri sera negando l’evidenza dell’abbandono e recitando una solitudine scelta e non subita. Sicuramente mentre si autoesilia «in quel popoloso deserto che chiamano Senato» non merita la derisione ma l’onore delle armi e forse la più bella aria d’addio per un perdente, quella di Mozart: «Soave sia il vento» che se lo porta via.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile
HA DISDETTO IL PATTO DEL NAZARENO E ORA PUO’ COSTARE A SILVIO PIU’ DI VERONICA LARIO
In attesa di cambiare verso all’Italia (e anche all’Europa, figuriamoci), Matteo Renzi sta cambiando verso
al principio di non contraddizione.
“Visto che nel Patto del Nazareno c’erano solo la riforma elettorale e costituzionale?”, cinguetta da qualche giorno dopo aver fatto eleggere dall’apposito Parlamento un “presidente condiviso” fra sè e sè.
E sguinzaglia i renzini ma soprattutto le renzine in tutti i talk show a ripetere il mantra: visto che il Patto del Nazareno come l’han raccontato i gufi non esisteva? Seguendo la logica aristotelica, è un po’ come se il maresciallo Badoglio, quando il 13 ottobre 1943 dichiarò guerra alla Germania, nostra alleata fino a un minuto prima, avesse aggiunto con aria di sfida: “Visto che il Patto Roma-Berlino-Tokyo era un’invenzione dei crucchi e dei musi gialli?”.
O come se Buffon, quando ha ufficializzato il legame con la D’Amico, avesse dichiarato: “Visto che le mie nozze con Alena Seredova erano solo un gossip dei giornali antijuventini?”.
Siccome carta canta, il Fatto aveva pubblicato un’inchiesta a puntate di Fabrizio d’Esposito su quel misterioso incunabolo chiamato Patto del Nazareno, che sia Renzi sia il portavoce forzista Toti assicuravano esistere in forma scritta e sottoscritta dai due contraenti, R&B.
Ascoltando varie fonti, mai smentite, ne aveva ricostruito non il testo (più segreto del papello di Riina), ma il contenuto.
In sintesi, oltre all’Italicum e al Senato dei nominati: protezione degli interessi Mediaset, riforme condivise della giustizia e al Quirinale tutti tranne Prodi (TTP). Un Patto non fra il Pd e FI, che anzi servono come portatori d’acqua e donatori di sangue.
Ma fra Renzi e B., unici contraenti e beneficiari.
Finora è stato scrupolosamente rispettato: Mediaset non ha avuto nulla da temere, anzi molto da guadagnare; le riforme della giustizia, più che condivise (taglio delle ferie ai giudici), erano addirittura copiate da quelle di B.(falso in bilancio) quando non peggiorate (condono fiscale sotto il 3% dell’imponibile e altre soglie di impunità ); Prodi, per il Colle, non è stato neppure considerato (a parte Civati e, sia pure al secondo posto dopo Imposimato, gli iscritti 5Stelle).
Mattarella non era nella black list di B., che anzi a fine 2014 aveva fatto sapere di essere disposto a votarlo se solo Renzi gliel’avesse chiesto.
Invece, per ricompattare il Pd, l’ha fatto annunciare dal vice Guerini (“si parte con Mattarella e si arriva con Mattarella”) alle 22 del 28 gennaio, alla vigilia del primo scrutinio e dell’incontro decisivo col Caimano.
Una tagliata di faccia che B. avrebbe pure potuto incassare in cambio di ben altri incassi. Ma il suo partito già in ebollizione no.
Sulle prime B. ha fatto la faccia feroce, minacciando di non concedere nemmeno un voto dei suoi a Mattarella: “Usciremo tutti dall’aula al quarto scrutinio”.
Poi ha ripiegato sulla via mediana della scheda bianca. Così erano tutti contenti: quelli che nel segreto dell’urna volevano votare Mattarella (un centinaio fra alfanidi, fittiani, verdiniani, poltronisti e collaborazionisti vari) e quelli che non volevano votarlo. Tutto è finito a tarallucci e vino con la telefonata del Caimano al neopresidente che l’ha invitato al suo insediamento al Quirinale.
Ora FI è in pezzi e B. non sa che pesci pigliare.
E Renzi in poche ore gli fa il quadro completo di quel che potrebbe capitargli in caso di separazione: 50 milioni in più da pagare sulle frequenze, falso in bilancio con soglie basse e procedibilità d’ufficio, niente frode nel condono e nuova maggioranza con un’imbarcata di scilipoti sfusi che lo trasformerebbe in un pelo superfluo della politica.
Una causa di divorzio da far impallidire quella con Veronica (semprechè Renzi non dica che le nozze fra Silvio e Veronica erano un’invenzione dei gufi e dei rosiconi).
Ps. Mercoledì paventavo i primi segni di rincoglionimento da direzione. Il primo è già arrivato: non ho ringraziato uno dei direttori più preziosi della mia carriera, Paolo Flores d’Arcais. Però me ne sono accorto da solo, quindi per chiamare l’ambulanza aspettate un altro po’.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 7th, 2015 Riccardo Fucile
LA FIEREZZA DI UN POPOLO E LA MOLLEZZA DELL’EUROPA
Sono rimasto colpito dalla fierezza con cui il popolo giordano ha reagito all’esecuzione del pilota arso vivo dai boia del Califfato.
Le immagini delle manifestazioni di piazza catturano gesti composti e sguardi asciutti, rivolti verso un punto lontano.
Nel comportamento dei familiari, dei soldati e dei civili non si respira isteria, ma una rabbia fredda che si appoggia a una terribile volontà .
Talvolta il desiderio di vendetta sa sprigionare una forza ammaliante.
Persino il piccolo re, finora conosciuto soprattutto per essere il marito della regina, appare trasfigurato e pronto alla pugna come un antico cavaliere.
Guardando quei volti e quegli occhi ci si accorge di quanto l’Europa sia ormai lontana dal frequentare certe pulsioni.
Settant’anni di pace ininterrotta l’hanno trasformata, per fortuna e per sempre, in qualcosa di diverso. Di più molle, forse, ma di più evoluto.
Non è disposta a morire e a dare la morte, nemmeno per opporsi a una banda di fanatici che intende sterminarla.
La ragione viene in soccorso, rammentando quanti vasi di Pandora gli americani hanno scoperchiato negli ultimi anni in Medio Oriente con la loro smania di menare le mani.
Alla furia giordana gli europei sentono di potere offrire un supporto morale, logistico e (con moderazione) economico.
Qualche aereo, ma neanche un uomo.
Assistono alla guerra dichiarata dall’Isis al resto del mondo come gli spettatori di un film.
Consapevoli — è successo a Parigi giusto un mese fa — che in ogni momento il cattivo può uscire dallo schermo e puntare l’arma contro la platea.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROSSIMA SETTIMANA LE RIFORME APPRODANO IN AULA: SE BERLUSCONI NON RICOMPONE IL PATTO DEL NAZARENO, VERDINI CALERA’ LA MASCHERA
C’è un motivo se, quando Berlusconi lo ha chiamato giovedì, lui ha garbatamente declinato l’invito a
pranzo.
Nè ha accettato l’invito ad Arcore per questo week end.
Perchè per Verdini non è una questione di mozione degli affetti. Certo, la voce mielosa di Silvio gli ha fatto piacere, segno che il rapporto umano resta.
Ma il chiarimento che vuole è politico. Per la prima volta, tra i due, aleggia l’ombra di una rottura. Anche se non immediata.
E c’è una dead line temporale, nella testa del toscanaccio che conosce troppo bene Silvio e sa che è capace di clamorose inversioni tattiche e sconfessioni di se: “Denis aspetta una settimana, poi si muoverà per tutelare il Patto del Nazareno”.
È questo che sussurra un parlamentare che lo ha sentito più volte.
Il segnale, uno dei tanti, lo ha dato il senatore di Gal Giuseppe Ruvolo, detto Peppe: “Il mio pronostico è che nascerà il gruppo del salva-patto del Nazareno”.
Berlusconi e Verdini si scrutano, ponderano le mosse.
Con l’attenzione di chi non vuole fornire all’altro il pretesto per un affondo. È così che l’ex premier pare aver messo il silenziatore a quelli del cerchio magico.
Giovanni Toti ha disdetto la partecipazione a Otto e Mezzo prevista per giovedì, la Rossi non dà più interviste.
Perchè la prima cosa che Denis vuole vedere in questa settimane è se continueranno gli attacchi verso di lui dalle donne del cerchio magico, che definisce in modo assai poco signorile.
E se sul Nazareno Berlusconi passerà dagli sfoghi ai fatti, dando l’ordine di votare contro le riforme da martedì alla Camera.
Perchè le parole sono incendiarie. Dopo che gli hanno portato la notizia dell’emendamento su Mediaset e sul falso in bilancio, ha pronunciato frasi di fuoco con Renzi, questo “ragazzo” che prima ha tradito i patti e poi si è messo a usare metodi da “dittatore”.
Con il cerchio che gli sta attorno — sempre pronto ad applaudire — si è pure detto certo che si voterà ad ottobre, che sarà in campo e batterà Renzi. E quindi, linea dura.
Tanto che ha chiamato parecchi esponenti dell’ala a lui vicina di Ncd, per capire quando strapperanno col governo.
Ecco, se da un lato Verdini ha i suoi “responsabili” di governo, Berlusconi prepara i “responsabili” di opposizione: “Certo — andava dicendo l’ex premier – con l’umore di chi si prepara alla pugna – che Salvini è stato geniale a Porta a Porta. Quando Alfano gli ha detto abbiamo votato Mattarella per la persona, Matteo gli ha risposto ‘ma quale persona, lo avete votato per la poltrona”.
C’è tutto un gruppo legato a Cicchitto, Lupi, Quaglieriello e Nunzia De Girolamo che spinge per portare Ncd a un appoggio esterno o a un’apertura della crisi.
Mentre sempre dentro lo stesso partito c’è un gruppo di 11 senatori legati a Castiglione e Viceconte che fece sapere che avrebbe votato Mattarella a prescindere. E che ora ha a cuore il prosieguo della legislatura. Molti del gruppo sono legatissimi a Denis Verdini.
Quelli di Gal al Senato, il gruppo di Ncd.
Più girano le voci di strappi più aumentano i soccorritori, come sa bene innanzitutto Renzi. E come sa l’inventore del metodo responsabili, Verdini. Il quale sa anche che un passo falso oggi lo farebbe additare a Corte come l’ennesimo traditore e come uno che trama alle spalle.
E invece l’obiettivo, fino a martedì quando le riforme approderanno in Aula, è ricomporre il Patto del Nazareno. E se Renzi ci prova con le cattive, mandando segnali su Mediaset e non rispondendo a telefono ai nuovi mediatori tipo Toti o Romani o la Bergamini, ci sono i vertici aziendali che ci provano con le buone.
Ennio Doris, uno che parla solo nei momenti cruciali, al Corriere dice: “Il patto tra Berlusconi e Renzi è cosa buona per il paese”.
E Confalonieri in questi giorni gioca di concerto con Letta e Verdini, il “duo tragico” messo sotto accusa da Maria Rosaria Rossi.
E chissà se in fondo su questa storia la verità non sta nell’analisi che fanno del giro stretto del premier: “Tutto questo casino è perchè Toti, Romani e la Bergamini vogliono prendere il posto di Verdini nel negoziato con Renzi. Quindi è un problema di riflettori, non di politica. Certo che Berlusconi, se non lo capisce, sta messo malissimo. Peggio per lui, noi i numeri ce li abbiamo”.
Il noi comprende anche Verdini. Che si prepara a un capolavoro.
Osservare da dentro Forza Italia la nascita di un “gruppo salva patto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
AL POSTO DELLA LANZETTA GIRANO I NOMI DELLA PARIS, DELLA FINOCCHIARO O DELLA ASCANI
Un posto nel governo val bene la lealtà sulle riforme. 
Mentre il patto del Nazareno traballa, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha bisogno di un Pd compatto sulla riscrittura della Costituzione.
E così mette sul piatto il ministero degli Affari Regionali, che fa gola a parecchi nel partito, a cominciare dai Giovani Turchi, l’area che fa riferimento a Matteo Orfini e al ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Ma anche i bersaniani scrutano con attenzione l’evoluzione degli eventi.
“Si tratta di una questione che riguarda la maggioranza del partito”, liquida il discorso un deputato vicino a Pier Luigi Bersani.
Tuttavia un altro autorevole esponente del partito rivela: “Tra Mattarella e riforme, alcuni chiederanno una ricompensa”, alludendo proprio alla casella liberata da Maria Carmela Lanzetta.
Peraltro il progetto di Renzi prevede l’ampliamento delle funzioni degli Affari Regionali, che diventerà il ministero del Mezzogiorno.
Un piatto che ingolosisce ancora di più le correnti del Pd, tagliando fuori l’ipotesi di trasferire un’altra renziana nel governo.
A Palazzo Chigi stanno ragionando sui poteri da attribuire al nuovo dicastero, che prima di tutto avrebbe un ruolo simbolico per il rilancio del Sud.
Il dossier, comunque, è sul tavolo dell’ex rottamatore che ha già approntato la strategia: prima vuole il via libera alle riforme senza troppi capricci; dopo manterrà la promessa.
Una donna per il su
Dalla teoria dei posti da occupare, si passa ai nomi delle aspiranti ministre.
Il derby sarà tutto al femminile, giocato tutto sul versante sinistro.
Nella partita i Giovani Turchi vogliono avere un ruolo da protagonisti: dopo essersi contati sul voto per il Colle e dopo aver fatto esercizio di fedeltà , cercano la monetizzazione. In questo quadro presentandola candidata naturale: Valentina Paris, 33 anni, attuale responsabile Enti Locali nella segreteria del Pd.
L’identikit della candidata, del resto, è stato tracciato: serva una donna — per mantenere inalterata la presenza femminile nel Consiglio dei ministri -che sia meridionale e possibilmente giovane.
Appaiata a Paris c’è la siciliana Anna Finocchiaro, che riceverebbe un riconoscimento per aver gestito il percorso delle riforme nella commissione del Senato della quale è presidente.
“Per lei la ricompensa sarebbe più che giustificata…” sintetizza un esponente della minoranza.
La “ditta” in stand-b
Una cosa è certa: i bersaniani non faranno pressioni sul nome di Finocchiaro, che dopo i suoi trascorsi da fedelissima dalemiana è sulla strada della conversione al renzismo.
Una posizione che la allontana dall’area riconducibile all’ex segretario del Pd. Che per ora attende passi avanti dal presidente del Consiglio sulla trattativa. Peraltro nessuno vuole correre il rischio di scommettere su una parlamentare di lungo corso, penalizzata dal dato anagrafico.
“Finocchiaro non rappresenta di certo il nuovo, come vuole Renzi. E potrebbero spiegarle che è fondamentale che segua l’iter delle riforme lasciandolo a mani vuote”, spiegano fonti interne al Pd.
Ma questo non si può dire ora: bisogna evitare i mal di pancia prima delle riforme.
Sui nomi che circolano, comunque, arrivano conferme indirette dall’area renziana: “I profili sono corrispondenti a quello che occorre”.
Tra le pretendenti, nelle vesti di outsider, c’è Enza Bruno Bossio, calabrese di rito dalemiano ormai riconducibile all’area dei Giovani Turchi.
Una soluzione a metà strada tra le anime del Pd. “Una dalemiana turcheggiante”, viene definita la parlamentare da un suo collega di partito. Forse un buon compromesso.
Enrico può stare seren
Il jolly, infine, è Anna Ascani, deputata fedelissima di Enrico Letta.
Si tratta di un asso nella manica renziana: la parlamentare, componente della commissione Cultura a Montecitorio, è giovanissima con i suoi 27 anni.
Ma in questo passaggio contano molto i sommovimenti interni al Pd.
I Giovani Turchi e i bersaniani andrebbero su tutte le furie di fronte alla nomina di una lettiana, che essendo umbra è anche troppo poco “meridionale” per il ministero del Mezzogiorno.
Infine, Letta— come D’Alema — non è disponibile a recuperare il rapporto con Renzi. “Non sono mai stato meglio in due anni”, ha confidato Letta ad alcuni interlocutori in Transatlantico nei giorni del voto per il Quirinale.
Un messaggio per dire che lui sta bene così, non necessita di altro.
E quindi la sua piccola area del Pd non è interessata a trattare per un posto di governo.
Stefano Iannaccone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
NON VOGLIO DIFENDERMI DA SOLA, VOGLIO ESSERE DIFESA DA CHI HA IL DOVERE DI FARLO, NON VOGLIO CHE CHI UCCIDE UN UOMO DIVENTI UN EROE NAZIONALE, NON VOGLIO UN FAR WEST DOVE IMPROBABILI SCERIFFI DECIDANO SULLA VITA DEGLI ALTRI
Chi uccide un altro essere umano non è mai un eroe. In nessun caso, a maggior ragione se lo ha fatto per sbaglio e di quello sbaglio risponderà alla legge e alla sua coscienza.
Chi spara sa quello che fa, sa che le conseguenze della sua azione potrebbero rivelarsi ben più gravi di quanto ipotizzi premendo un grilletto.
Chi rompe paga, e i cocci, purtroppo, sono suoi.
Non può essere legittimato, almeno nel mio paese, un uomo che si difende sparando.
Anche se ha un fucile legalmente detenuto, anche se è lui per primo vittima degli spari di un gruppo di rapinatori cialtroneschi. Se lo fosse non sarebbe l’Italia: sarebbe il Far West.
E nel Far West quella che vigeva era la legge del più forte, di quello che aveva la mira migliore, quello più veloce a estrarre la pistola dalla fondina.
Chiunque oggi innalzi quel benzinaio a eroico giustiziere, in una discutibile logica del chi fa da sè fa per tre, non capisce che Dottor Jeckyl e Mr Hide erano le due facce della stessa medaglia, erano la traduzione letteraria di un bipolarismo che in un paese civile non può essere ammesso. Per nessuna ragione. Il rischio che si corre, legittimando politicamente quello che è accaduto in Veneto, è autorizzare (più o meno consapevolmente) ogni cittadino a impallinare chiunque violi la sua proprietà .
Ci sono poliziotti e carabinieri e giudici e legislatori chiamati a tutelare i diritti di ognuno, non servono revolver e furore.
E non vale l’attenuante dell’esasperazione che arma la mano delle persone perbene: pacifici cittadini che in un giorno di ordinaria follia si fanno giustizia da sè.
Non vale nemmeno la scusa di uno Stato distratto, della burocratica lentezza (dovuta ad una garantista presunzione d’innocenza) dei tribunali e della scaltra intelligenza di bravi avvocati.
Perchè poi, a voler essere onesti, coloro che oggi hanno fatto di questo assassino per errore l’eroe dell’operoso Triveneto, sono gli stessi che invocano il rispetto delle leggi da parte di tutti, in primo luogo di tutti gli altri.
Come se a loro spettasse il compito di stabilire quando è giusto e quando non lo è rispettare quella serie di norme alle quali siamo tutti sottoposti.
Come se esistesse una sospensiva del Codice Penale se a imbracciare un fucile e uccidere un essere umano è qualcuno che loro reputano legittimato a farlo.
Nei messaggio di solidarietà a un uomo che ne ammazza un altro si nasconde, e neanche tanto bene, un incitamento alla violenza inaccettabile da un privato cittadino, inammissibile da un personaggio politico.
È una questione di responsabilità e se chi mi amministra, o ambisce a farlo, non ne è dotato che si dedichi ad altro.
Non a gettare il mio paese e la mia vita nella confusione di un’anarchica giustizia secondo la quale io ho il diritto di difendermi da sola.
Io non voglio difendermi da sola: io voglio essere difesa dalle persone che hanno il dovere di farlo.
Io non voglio che in Italia chi uccide un uomo, anche per errore, diventi un eroe nazionale.
Io non voglio che i rapinatori finiscano ammazzati per strada, circondati da un’aureola di sangue. Io voglio che vengano arrestati, processati e condannati a una pena insindacabile.
Io non voglio che la rabbia trasformi l’Italia in un Far West dove una serie di improbabili sceriffi piantano i loro sudici stivali sul diritto alla vita di ognuno di noi.
Deborah Dirani
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
ARRESTATO SEI VOLTE PER TANGENTOPOLI, OGGI E’ SOTTO INDAGINE PER CORRUZIONE: MA AD ALESSANDRIA LO PREMIANO METTENDOLO AL VERTICE DI UNA SOCIETA’ PUBBLICA
Corsi e ricorsi storici, in un paese che sembra incapace di smarcarsi dai suoi difetti. 
Perchè è difficile non rimanere stupiti di fronte alla nomina di Bruno Binasco al vertice di una fondazione pubblica piemontese.
Durante Mani Pulite Binasco ha fatto avanti e indietro da San Vittore.
Era lui l’uomo che per conto del potente imprenditore delle autostrade Marcellino Gavio gestiva i rapporti con la politica, quegli leciti e quelli meno: in un solo anno è stato arrestato sei volte. Tra l’altro, descrisse al pool la consegna di un miliardo di lire a Primo Greganti, il celebre Compagno G tornato sulla scena per le mazzette dell’Expo.
Ma Binasco da Tangentopoli è uscito con la fedina penale immacolata: tra assoluzioni e prescrizioni, se l’è cavata con un’unica condanna definitiva.
Per la quale è stato formalmente riabilitato, grazie alla procedura di legge.
Non è che le sue frequentazioni con i tribunali appartengano al passato. Ora è sotto processo per corruzione a Monza, per quello scandalo di bustarelle, appalti ed autostrade che ha travolto il leader lombardo del Pd Filippo Penati.
E nello stralcio torinese di quella vicenda, nell’ottobre 2013, è stato condannato in primo grado a otto mesi per appropriazione indebita: per i giudici avrebbe prelevato soldi da società dei Gavio per versare una liquidazione in nero a Giorgio Ardito, ex politico Pd ed ex dirigente della Sitaf, che gestisce l’autostrada Torino-Bardonecchia.
«Abbiamo fatto appello e siamo in attesa del processo, abbiamo fiducia», afferma l’avvocato Umberto Giardini che lo difende insieme al collega Alessandro Mazza.
Vicende sulle quali in tanti ad Alessandria hanno preferito chiudere gli occhi.
Perchè i rappresentanti di enti locali, camere del commercio e della fondazione della Cassa di risparmio cittadina lo hanno scelto per il vertice della Slala, organismo che si occupa della logistica e dei trasporti in quelle che sono le zone dei Gavio.
L’idea di nominare Binasco è emersa nel consiglio generale del 17 novembre scorso.
L’ex presidente della Provincia di Genova e attuale vicepresidente della Carige Alessandro Repetto stava lasciando la presidenza della Slala e Pier Angelo Taverna, presidente della Fondazione della Cassa di risparmio (“azionista” di peso), ha proposto l’affidamento del ruolo al manager, «figura professionale nota e di grande esperienza nel settore logistico e già in passato dirigente di importanti imprese del settore», si legge nel verbale.
Nessuno dei consiglieri ha sollevato rilievi particolari.
Tuttalpiù qualcuno ha chiesto la nomina di un presidente proveniente dagli enti locali, mentre Rocchino Muliere, sindaco Pd di Novi Ligure, ha evidenziato «che per cercare il dialogo con gli operatori privati la nomina di Bruno Binasco sarebbe certamente determinante».
Non una parola sulle inchieste per corruzione del passato e sui processi in corso.
Lo ha fatto invece il consigliere comunale di Alessandria Domenico Di Filippo (M5S) che ha chiesto al sindaco Rita Rossa, presente a quella riunione della Slala, «quali siano stati i criteri che hanno determinato l’appoggio del Comune di Alessandria all’elezione del Presidente di Slala, nome significativo dell’imprenditoria, purtroppo anche delle cronache giudiziarie riguardanti i legami fra il mondo degli affari a quello della politica».
Rita Rossa è una veterana della politica piemontese, scena che cavalca sin dai primi anni Novanta grazie all’esperienza del padre Angelo, un esponente di punta del Psi e presidente del consiglio regionale.
Lei è stata vicepresidente della provincia e infine è stata eletta sindaco con il sostegno di tutto il centrosinistra. Ma sul nome di Binasco è convinta di avere rispettato ogni norma.
«Innanzitutto è una carica non onerosa, non percepisce il gettone. È una forma di servizio al territorio – dichiara a “l’Espresso” – Poi la fondazione fa solo programmazione, non maneggia finanziamenti nè media con la politica».
Rossa sostiene che siano stati rispettati requisiti «molto severi», basati su quelli delle governance bancarie, controllati dal prefetto: il presidente non deve trovarsi in situazione di decadenza e ineleggibilità , non deve essere sottoposto a misure di prevenzione o di sicurezza, e non deve avere condanne passate in giudicato o sentenze di applicazione della pena.
«All’atto di presentazione ci è stato detto che questi criteri sono stati rispettati», conclude.
Andrea Giambortolomei
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL FRATELLO DI RICCARDO: “MIO NONNO ERA UN GRANDE CARABINIERE, NON COME QUEI QUATTRO CIALTRONI CHE HANNO AMMAZZATO MIO FRATELLO”
“Giovanardi? Dice falsità . E’ un vigliacco, perchè prima insulta e poi si nasconde dietro l’immunità parlamentare”.
Sono le parole pronunciate a “La Zanzara” (Radio24) da Andrea Magherini, fratello di Riccardo, l’ex calciatore di 39 anni, morto nel marzo 2014 durante un arresto.
Andrea risponde alle dichiarazioni choc fatte dal senatore Ncd Carlo Giovanardi proprio ai microfoni della trasmissione radiofonica (“Riccardo Magherini è morto perchè era strafatto di coca”).
E spiega: “Giovanardi cita la consulenza tossicologica che a un certo punto si discosta totalmente dall’autopsia, firmata dal medico legale, che parla di asfissia. Questa perizia tossicologica è stata fatta da un farmacista, il professor Mari, e da sua moglie, la dottoressa Bertol, che è una biologa. Entrambi quindi non possono esprimersi sulle cause di morte, non essendo medici. E non solo: la Bertol lavorava come consulente di Giovanardi”.
Andrea Magherini puntualizza: “Io e Riccardo siamo cresciuto nel culto di mio nonno, che è stato carabiniere e ha fatto due anni di campo di concentramento con la divisa. Un grande carabiniere, non come questi 4 cialtroni che hanno ammazzato mio fratello. Lui quella notte chiedeva solo aiuto, era terrorizzato, addirittura ha abbracciato i carabinieri quando sono arrivati”.
E aggiunge: “”Excited delirium”? E’ una sindrome che in Italia non è mai esistita, hanno fatto morire anche Federico Aldrovandi di questa sindrome “politica” inventata negli Usa per motivare i fermi violenti della polizia. Io non nego che mio fratello facesse uso di cocaina, ma non era strafatto, come dice Giovanardi: aveva solo lo 0,3% di droga nel suo corpo”
(da “il Fatto Quotidiano“)
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