Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
SALVINI A GENOVA: COME 400 PERSONE DIVENTANO 1500 PER GLI ORGANIZZATORI… MA LA BALLA VIENE SMENTITA DAI FATTI
Che tra i regali natalizi messi in conto ai contribuenti ci fossero anche vini pregiati, oltre a ricevute di
pranzi a base di ostriche al Cafè de Turin di Nizza, soggiorni nei fine settimana in rinomate località turistiche e persino la ricevuta di un motel del Pavese, non è un mistero, si inquadra nel clima delle festività .
Si tratta dell’insieme dei fatti accertati dalla GdF nell’inchiesta sui rimborsi per cui sono indagati i tre consiglieri regionali della Lega in Regione Liguria (tre su tre).
Non vorremmo che proprio una bottiglia di vino di troppo fosse all’origine dell’infortunio degli organizzatori leghisti in occasione del comizio tenuto ieri da Salvini a Genova al Teatro della Gioventù.
A fronte di una scarsa affluenza (inferiore a quella del Bossi dei tempi migliori, per capirci), pari in realtà a circa 400 persone, “a detta degli organizzatori”, come ci tiene a precisare “il Secolo XIX”, gli amici dell’alpinista Rixi preferiscono arrampicarsi sugli specchi e parlano di “1500 presenti divisi su tre sale”.
In realtà Salvini ha parlato in una sala che contiene 368 persone + 3 portatori di handicap (evitate battute, grazie…).
Considerando qualche persona in piedi si arriva a 400-430 persone a stare larghi.
Va beh, direte, ma hanno detto che vi erano altre due sale per contenere gli altri 1.000-1100.
Peccato che non vi siano “altre due sale”, intanto, ma una sola.
E che questa contenga appena 100 persone + tre disabili (come da link seguente:
http://www.tkcteatrodellagioventu.it/tkcteatrodellagioventu/affittaTkc.html
Totale massimo 500 persone, ammesso che la seconda sala (che non è attigua) fosse stata attrezzata alla bisogna, in che non ci risulta.
Anche perchè sarebbe incomprensibile il motivo per cui qualcuno avrebbe dovuto sedersi in un saletta deserta quando Salvini era altrove.
Ci sorge un sospetto: non è che la terza misteriosa sala collegata fosse quella della gelateria del vecchio sodale Belsito, a 15 metri dal teatro della Gioventù, ma che pare tutti i leghisti abbiano evitato anche per solo un caffè (che ingrati, dopo l’aiuto economico che Belsito aveva elargito a suo tempo per aprire nuove sedi del Carroccio).
Va beh, anche considerando i 100 antagonisti che in fondo sempre per dimostrare il loro affetto a Salvini sono venuti, resta sempre un buco di 900 persone.
Non resta che chiedere una rogatoria internazionale alla Francia.
Magari erano in veste di clandestini a Nizza al cafè de Turin a gustare crostacei dopo che alla frontiera li avevano respinti come indesiderati.
Come hanno fatto i genovesi, in fondo.
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
I FEDELISSIMI A VERONA: “FLAVIO QUI VINSE CON IL 37%, LA LEGA PRESE SOLO L’11%, IL LEADER E’ LUI”
«Tre anni fa alle comunali la Lista Tosi ha preso il 37%, la Lega l’11%. E’ chiaro che il catalizzatore dei consensi è lui».
Per capire cosa spinga Flavio Tosi ad andare fino in fondo in quella che ormai sembra diventata una battaglia personale, bisogna partire da Palazzo Barbieri.
Qui, nella sede del Comune di Verona che si affaccia su piazza Bra, il capogruppo della Lista Tosi, Massimo Piubello, sostiene più o meno quello che tutti pensano in città : può esistere un Tosi anche senza Lega.
Lo dice anche il diretto interessato: «Non cerco scissioni. Ma so che un piccolo, modesto consenso personale in Veneto Flavio Tosi ce l’ha».
E quindi: «Potrei candidarmi governatore».
Non è ancora la dichiarazione finale di guerra, ma poco ci manca. Perchè Tosi si dice pronto a correre contro Zaia «se loro continuano a non rispettare lo statuto, che sulle liste prevede l’autonomia della Liga».
E visto che “loro”, cioè la Lega di Salvini, non intendono mollare, quasi sicuramente andrà a finire così, con un doloroso addio.
La giunta multicolore
Ma al di là dello scontro con la Lega, le motivazioni che spingono Tosi sono essenzialmente due: una pratica e una politica.
Quella pratica è che tra due anni scadrà il suo secondo mandato da sindaco.
Quella politica è che l’esperienza in Comune lo ha convinto che può farcela anche senza la Lega. O almeno così crede.
Perchè qui a Verona il suo sostegno va dagli ex Fiamma Tricolore (come il capogruppo Piubello) fino ai centristi (come il suo vice Stefano Casali), i leghisti sono una minoranza.
Nella sua lista c’è persino un radicale.
«Una coalizione perfetta» dicono i tosiani. «Un minestrone ormai scaduto» ribatte Michele Bertucco, battagliero capogruppo del Pd. Che punta il dito contro «una giunta debole costruita attorno a un uomo forte».
Bertucco la spiega così: «Il criterio di selezione degli assessori è stato molto semplice: i più votati. E così il recordman delle preferenze, Vito Giacino, è diventato vicesindaco e assessore all’edilizia privata. Il secondo più votato, Marco Giorlo, assessore allo Sport. Poi però un anno fa Giacino è stato arrestato per tangenti (ora è ai domiciliari, ndr), mentre Giorlo si è autosospeso dopo le accuse (non dimostrate, ndr) di essere il tramite con le cosche calabresi».
La famiglia leghista
L’altra sera, al consiglio della Liga Veneta, il segretario veronese del Carroccio, Paolo Paternoster, si è schierato contro la linea Tosi.
Un gesto significativo, ulteriore sintomo di rottura.
Ma va detto che i consiglieri comunali eletti con la Lega sono quasi tutti col sindaco.
Sono solo 4 (contro i 15 della lista Tosi) e l’unico salviniano è Luca Zanotto.
Capogruppo è Barbara Tosi, che è anche sorella di Flavio e dunque sta con lui senza se e senza ma: «Stiamo solo cercando di far rispettare le regole» ripete.
Della stessa linea anche papà Diego, 76 anni, consigliere di circoscrizione, ovviamente leghista. Almeno fino a quando lo sarà il figlio Flavio. E a conferma del fatto che per Tosi la Lega è davvero la sua famiglia, va ricordato che la sua compagna è Patrizia Bisinella, senatrice del Carroccio.
«Sto vivendo questa fase con molta apprensione – si sfoga -. Flavio sta solo rivendicando un suo diritto, ma mi viene da pensare che vogliano farlo fuori perchè lui non si allinea al pensiero unico».
Il Nero, il marxista e il doroteo
In queste ore è lei la persona più vicina al sindaco, ma non solo. Un grande peso ce l’hanno pure Fabio Venturi (ex An), che segue in prima persona la fondazione Ricostruiamo il Paese (ieri era con Tosi in Sicilia, terra elettoralmente corteggiata anche da Salvini), e Andrea Miglioranzi, un passato da skinhead, un presente da presidente della municipalizzata dei rifiuti. Non è un mistero che le idee politiche del Tosi di dieci anni fa erano certamente più a destra di quelle attuali.
E allora perchè oggi è l’unico leghista che guarda al campo moderato, e governa come tale, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “doroteo”?
Gli osservatori della politica veronese fanno notare che dietro questa conversione potrebbe esserci lo zampino di Roberto Bolis, “il marxista”.
Il portavoce, già dirigente del Pci e giornalista dell’Unità , è uno dei più fidati consiglieri di Tosi. Si sono conosciuti a Venezia quando Tosi era assessore in Regione.
Chissà se ci torneranno.
Marco Bresolin
(da “la Stampa“)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
SARA’ META’ POLITICA E META’ LIFE-STYLE
Il nome del direttore ormai ristretto a una rosa di pochi eletti, l’ok dei giornalisti al piano di assunzione
di una parte della vecchia redazione (25 su 56), il progetto di massima sul restyling del giornale, l’idea del ritorno in edicola il 25 aprile, giorno non scelto a caso.
Nove mesi dopo (era il 30 luglio del 2014 quando fu stampato l’ultimo numero) potrebbe, il condizionale è comunque d’obbligo, (ri)nascere una nuova Unità .
L’Unità dell’era Renzi.
“Un’Unità renzian-popolare” racconta chi ha avuto la possibilità di interloquire con l’editore sul giornale che sarà .
Quarantotto pagine, una prima parte, il cosiddetto primo sfoglio, dedicato alle notizie di attualità : politica, economia, cronaca, sport.
Una seconda parte invece, presumibilmente 24 pagine, interamente concentrata sul life style: una sorta di grande contenitore sulle tendenze della società .
Suddivisione, tra hard e soft news, fortemente voluta dall’editore, Guido Veneziani, che ha costruito i suoi successi proprio sulla forza del nazional-popolare.
La società editrice che fa capo all’imprenditore calabrese, la Gve, ha infatti nel suo portafoglio oltre una quindicina di settimanali che spaziano da temi religiosi (Miracoli) al self-made per casalinghe (Uncinetto), passando per il puro gossip (sono suoi Stop, Top, Vero, Rakam).
Società editrice di successo la Gve nel 2013 per numero di copie vendute (830mila) era seconda solo a Mondadori (2,4 milioni) e alla Cairo Comunication (1,7 milioni).
L’anima gossippara del Veneziani editore ha fatto storcere il naso non solo ai giornalisti della “vecchia” Unità ma anche a quei lettori affezionati all’idea di un giornale politico e di partito fedele alle idee del fondatore Antonio Gramsci.
Passioni e volontà a parte, l’Unità che fu è stata però costretta a chiudere i battenti, spazzata via dai costi altissimi e dai debiti accumulati: nel 2013 la perdita è stata di 20 milioni di euro con un passivo di oltre 32 milioni.
Senza contare la richiesta di circa 30 milioni di euro per i 120 ricorsi giudiziari, cause perse dall’Unità .
Alcuni giornalisti si ritrovano anche a dover pagare di tasca loro i risarcimenti per le condanne di cause di diffamazione che il giornale aveva perso.
Quattro di questi rischiano il pignoramento della casa.
Un disastro finanziario a fronte di una tiratura alta, le copie giornaliere vendute negli ultimi mesi di vita sono state poco più di 18mila a giugno scese 16mila a luglio.
Alla Nie, la società editrice messa in liquidazione, ogni numero costava dai 700 agli 800 mila euro.
Terminate a luglio le pubblicazioni era dunque cominciata la fase due: la ricerca da parte del Pd, di qualcuno che fosse interessato a rilanciare il giornale.
Dopo mesi di voci e identikit di possibili acquirenti l’unica vera e concreta offerta arrivata sul tavolo del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è stata quella di Veneziani. Una cordata composta dallo stesso editore, socio di maggioranza al 60%, insieme a due soci di minoranza: il costruttore lombardo Massimo Pessina, al 35% e il restante 5% alla Fondazione Eyu, un acronimo che sta per Europa-Youdem-Unità e che fa capo direttamente al Pd e che garantirebbe la continuità politica del prodotto.
La prima offerta prevedeva l’affitto per tre anni della testata per 90 mila euro mensili e il suo ritorno in edicola.
Offerta però che, non includendo l’acquisto del ramo d’azienda, non obbligava l’editore a reimbarcare i vecchi dipendenti.
La reazione prima del Cdr dell’Unità e l’intervento poi del Tribunale fallimentare di Roma avevano di fatto obbligato Veneziani a riformulare una nuova proposta che indicasse anche il numero di giornalisti della vecchia Unità che il nuovo editore aveva intenzione di riprendere.
Metà , 25 su 56, assunti con contratti in deroga al contratto nazionale dei giornalisti (2000 euro il minimo, 2300 il massimo a prescindere dalla qualifica) è stata la contro offerta a cui i giornalisti in un referendum convocato giovedì 6 marzo hanno risposto positivamente: 44 i si, 6 i no, 7 gli astenuti.
Incassato il parere positivo della redazione ora Veneziani dovrà attendere la decisione del Tribunale fallimentare di Roma, il cui giudice per uno strano caso del destino di cognome fa De Renzis
Superato questo ultimo scoglio, avverrà così l’ingresso dell’Unità nella Gve, la Guido Veneziani editore, o in una nuova società .
I passi successivi saranno poi la nomina un direttore che colloquierà i giornalisti della vecchia testata e si preparerà a guidare il lancio del primo numero.
Obiettivo, come detto: 25 aprile. Ora la domanda che molti si fanno è: per l’Unità è davvero arrivata la #voltabuona?
Una risposta sicura ancora non c’è, di certo il nuovo giornale sarà il prodotto dell’era Renzi.
Con buona pace di chi rimpiange Antonio Gramsci.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
COLLETTA DEI CLUB, POI TAVECCHIO CONVINCE I GIOCATORI GIALLOBLÙ A TORNARE IN CAMPO
Le urla dentro, un gran silenzio imbarazzato fuori.
Sono le due facce del piano predisposto dalla Lega Serie A per soccorrere il moribondo Parma.
In via Rosellini c’è un convitato di pietra: la Guardia di Finanza arrivata dal capoluogo emiliano per acquisire documenti utili ai giudici del fallimento e all’inchiesta.
Tra i militari in borghese, i presidenti sfilano in silenzio all’ingresso e all’uscita dall’assemblea.
Dentro la stanza in cui si vota però si discute animatamente. “Scene pittoresche”, le definisce il direttore generale dell’Atalanta Pierpaolo Marino, l’unico loquace della truppa.
La sostanza è che c’è la disponibilità per aiutare la società ducale dopo l’udienza del 19 marzo, quando con ogni probabilità il Parma verrà dichiarato fallito e si individuerà un curatore.
Al momento del voto si astengono Roma, Napoli e Sassuolo, dice no il Cesena mentre gli altri danno parere favorevole, compreso il club emiliano rappresentato dal direttore sportivo Antonello Preiti che entrando in assemblea quasi si giustifica per la sua presenza. “Mi hanno obbligato a venire”, dice.
Poi si passa al quanto la Lega sia disposta a fornire: sul piatto ci sono quasi 5 milioni di euro lordi, soldi provenienti dal fondo nel quale vengono accantonate le multe ricevute dalle società .
Non hanno una destinazione precisa, in passato ad esempio sono stati usati per costruire un campo a Scampia e uno a Cagliari.
La domanda è semplice: “Se si dovesse decidere la continuità dell’esercizio, li prestiamo al curatore fallimentare per pagare una parte degli stipendi?”.
E qui le posizioni si irrigidiscono.
Perchè la Juventus non è d’accordo e sulle stesse posizioni si allinea il Napoli, con un Aurelio De Laurentiis che — raccontano — discute piuttosto animatamente e ribadisce poi le sue posizioni su Twitter.
Ma stanziare virtualmente la somma è una necessità . È la carta che il presidente della Figc Carlo Tavecchio, giocatore protagonista di questa partita, spende nella trattativa con i calciatori del Parma nel centro sportivo di Collecchio.
Arriva il sì con quindici voti favorevoli. Bisogna salvare l’immagine del campionato— “un po’ già falsato” scappa perfino a Marino — e a sedare l’irritazione di Sky, che della A detiene i diritti con Mediaset e ha pagato per trasmettere un campionato che in una lettera inviata al presidente di Lega Maurizio Beretta non ha esitato a definire “irregolare”.
Nelle stanze in cui si decide se il Parma verrà aiutato o no, i 650 milioni che l’emittente di Rupert Murdoch sta pagando ai club pesano. Eccome.
E anche se si crea un pericoloso precedente destinato a fare giurisprudenza, il Parma deve tornare a giocare dopo due partite rinviate.
Di mezzo restano solamente i calciatori.
La situazione che Tavecchio si trova di fronte a Parma non è tranquilla, nonostante abbia in mano un “assegno” da 5 milioni che andrebbe a coprire una parte delle restanti mensilità e l’ok arrivato dal Gruppo operativo sicurezza sulla disponibilità dello stadio Tardini irrobustisca l’ipotesi che si giochi.
I giocatori sono diffidenti. La situazione si scioglie in serata, arriva l’ultimo sì anche se resta la delusione dello spogliatoio gialloblù. Parma-Atalanta si gioca.
Hanno messo la toppa, ma per il futuro saranno necessarie nuove regole per evitare nuovi clamorosi casi.
“Il modello di controllo per quanto riguarda la competenza della Lega ha funzionato e continua a funzionare. Le posizioni del Parma in Lega, infatti, sono coperte”, dice il presidente Beretta. Che non ci sia una veduta comune è chiaro.
Secondo il presidente del Genoa, Enrico Preziosi, “i meccanismi attuali non sono sufficienti. Se è successo questo, dovremo porre rimedio alla parte non funzionante del meccanismo”.
Per Maurizio Zamparini, presidente del Palermo la “situazione del Parma non è incredibile”.
Si potrebbe quasi non parlarne: “È incredibile il megafono mediatico. Se una società è gestita male, fallisce, tutto qui”. Muti tutti gli altri.
Le urla arriveranno se e quando decideranno di inasprire i controlli.
Andrea Tundo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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