Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
UNA RIFORMA AFFRETTATA PER NON AVER SAPUTO “LEGGERE” IN TEMPO L’INDIGNAZIONE MONTANTE NELL’OPINIONE PUBBLICA”
C’ è un «non detto» piuttosto esplicito, sebbene non detto, nelle parole con cui il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha accompagnato ieri a Montecitorio l’approvazione del disegno di legge sulla nuova prescrizione nel processo penale.
Una riforma che lui avrebbe preferito inserire all’interno di quella più complessiva su tempi e modalità di indagini e dibattimenti, ma la Camera ha deciso di anticiparne il varo. Ufficialmente – ha spiegato il Guardasigilli – perchè c’erano altre proposte sullo stesso argomento che bisognava comunque votare; ufficiosamente – non ha spiegato, ma ha lasciato intendere – perchè s’è creato nel dibattito politico e tra i cittadini un clima di allarme, se non di vero e proprio scandalo, per i reati dichiarati estinti a causa del troppo tempo necessario ad accertarli in via definitiva (l’ultima resa, su Calciopoli, è della notte prima del voto).
Insomma, s’è dovuto accelerare sull’onda della pubblica opinione che stava diventando pubblica emozione, alla quale la politica – in questo caso il Parlamento – ha voluto affrettarsi a dare risposte.
Mettendo in conto, per ammissione del governo, che nel prossimo passaggio al Senato bisognerà aggiustare qualcosa se nel frattempo lo stesso Senato avrà approvato la riforma sulla corruzione, che inciderà a sua volta sui termini di prescrizione per quel tipo di reati. Una sorta di approvazione «con riserva», quindi.
Seppure implicitamente, il Guardasigilli ha ammesso una certa soggezione della politica al dibattito extra istituzionale che rischiava di lasciarla indietro, con conseguente esigenza di fare in fretta, anche se non nel migliore dei modi.
Tuttavia è difficile sostenere che approvare una legge «fuori contesto» per non trovarsi in difficoltà di fronte al montare di scandali e riprovazione generale sia un buon modo di legiferare.
Farne colpa all’opinione pubblica sarebbe però sbagliato; semmai è la politica a non aver saputo leggere quel che stava accadendo, trovandosi costretta a rincorrere.
Giovanni Bianconi
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
ALTRO CHE “TROPPE FERIE”: ECCO COSA C’È SOTTO L’ULTIMA USCITA DEL MINISTRO
Un apprendistato gratis oppure pagato al 10 per cento del dovuto. 
Per capire che quella del ministro Giuliano Poletti sulle vacanze scolastiche — “sono troppi tre mesi” — non è una boutade tra le tante, basta andarsi a leggere i testi dei provvedimenti legislativi in via di approvazione.
Due, in particolare: il terzo decreto attuativo della legge delega chiamata Jobs Act, quello sulle “Tipologie contrattuali” e il disegno di legge che riforma la scuola.
Se letti all’unisono i due documenti offrono un’idea molto precisa del rapporto tra scuola e lavoro immaginato dal governo Renzi e dell’obiettivo di far lavorare di più i giovani in età di studio, di pagarli meno, molto meno o, addirittura, di non pagarli per niente.
Non siamo proprio al ritorno a Oliver Twist ma, anche nei riferimenti immaginifici — “i miei figli scaricavano le cassette al mercato”, dice il ministro Poletti — si conferma che il progetto sociale dell’attuale governo è il ritorno alla stagione antecedente al 1970, alla conquista dello Statuto dei lavoratori ma anche alla stagione dei diritti sociali.
Quando il ministro dice che “non si distruggerebbe” un ragazzino se invece “di stare a spasso per le strade della città va a fare quattro ore di lavoro”, dice qualcosa che ha già impostato sia nel Jobs Act che nel disegno di legge sulla Scuola.
Il terzo decreto attuativo del Jobs Act, quello che deve ancora passare in Parlamento — e che è ancora nei cassetti del governo come se la fretta iniziale fosse esaurita — è finito sotto i riflettori soprattutto per la parte che riguarda la soppressione delle tipologie lavorative “precarie” (in realtà , solo i Co.co.pro., l’associazione in partecipazione e il job sharing).
In quel testo, però, c’è un articolo, il 41, che introduce “l’apprendistato per la qualifica, il diploma e la specializzazione professionale”.
Il fine è quello di “coniugare la formazione sul lavoro effettuata in azienda con l’istruzione e formazione professionale svolta dalle istituzioni formative”, cioè gli enti di formazione.
Questo apprendistato riguarda i giovani “che hanno compiuto i 15 anni di età ” e la durata del contratto “è determinata in considerazione della qualifica o del diploma da conseguire” e non può essere superiore ai tre anni oppure a quattro nel caso del diploma professionale.
Per attivare la tipologia lavorativa, i datori di lavoro sottoscrivono un “protocollo” con l’istituzione formativa a cui lo studente è iscritto in base a uno schema definito da un decreto ministeriale che definisce anche il contenuto e “l’orario massimo del percorso scolastico che può essere svolta in apprendistato”.
I profili sono poi regolati dalle regione. Ognuna delle quali ha stabilito livelli di formazione annua differente: sono 1.000 ore in Emilia Romagna, 990 in Piemonte, Toscana e Liguria ma scendono a 400 in Lombardia e Campania.
Secondo il Jobs Act, la formazione esterna all’azienda “non può essere superiore al 60% dell’orario per il secondo anno e del 50 per cento per il terzo e quarto anno”.
Quanto alla retribuzione, “per le ore di formazione svolte nella istituzione formativa” il datore di lavoro “è esonerato da ogni obbligo retributivo”.
Per quanto riguarda invece, le ore di formazione a carico del datore di lavoro, “è riconosciuta al lavoratore una retribuzione pari al 10% di quella che gli sarebbe dovuta”.
Trattandosi di un apprendista, si tratterebbe comunque di una retribuzione inferiore di almeno due livelli di categoria di quelli di un dipendente regolare.
Nella legislazione vigente, per la qualifica e per il diploma professionale, si riconosce una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonchè delle ore di formazione “almeno nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo”.
Il peggioramento è evidente.
Lo completa quanto previsto dal disegno di legge su “La buona scuola” dove, all’articolo 4, si parla di “Scuola, lavoro e territorio”.
In questa sede si prevedono 400 ore di alternanza scuola-lavoro (200 per i licei) negli istituti tecnici; L’alternanza è prevista nei periodi di sospensione dell’attività didattica (Natale, Pasqua, estate) e viene inserita la possibilità dei contratti di apprendistato per la qualifica.
Finora le sperimentazioni avviate non hanno funzionato.
Anche per questo, nella Buona scuola, sono previsti 100 milioni per finanziare gli incentivi alle imprese.
Studiare meno, lavorare tutti.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
DOVEVA ROTTAMARE I PEGGIORI VIZI, HA FINITO PER PROTEGGERLI E DIVENTARNE CONNIVENTE
Ma Renzi se lo ricorda perchè è diventato Renzi? Lo sa o non lo sa perchè tanta gente s’è fidata e, in parte, continua a fidarsi di lui? Pensa davvero che sia perchè ha omaggiato la Confindustria della libertà di licenziare?
O perchè vuole riempire il nuovo Senato di consiglieri regionali e di sindaci mai eletti per fare i senatori e la nuova Camera di portaborse e sottopancia nominati dai segretari di partito?
Forse un ripassino delle famose Leopolde, specie le prime, quand’era solo sindaco, gli gioverebbe.
Sentirebbe il professor Luigi Zingales dire, nel 2011: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza è solo quinta”.
E sentirebbe se stesso ribadire: “Noi vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”.
Lupi s’è dimesso perchè suo figlio aveva trovato un paio di lavori grazie alle conoscenze del padre.
Ma poi s’è scoperto che i suoi vice Nencini e Del Basso de Caro sono lì grazie a Incalza: siccome, per legge, li ha nominati il premier, perchè non li rimuove?
Poi ci sono i sottosegretari indagati: lo stesso Del Basso, Faraone, Barracciu, De Filippo e Castiglione.
Il quinto è dell’Ncd ed è inquisito da poco. Ma i primi quattro sono del Pd ed erano già indagati (peculato per presunto uso privato di rimborsi pubblici) quando Renzi li nominò. Almeno per loro, non se la può cavare — come ha fatto l’altroieri — invocando “il garantismo” e “il principio di Montesquieu: se consentiamo di stabilire un nesso tra avviso di garanzia e dimissioni diamo per buono il principio per cui qualsiasi giudice può iniziare un’indagine e decidere sul potere esecutivo”.
Il garantismo nonc’entra nulla: è il diritto di ogni imputato di difendersi con tutte le garanzie nel processo, non certo di entrare nel governo.
I governanti non devono avere pendenze giudiziarie in base ai principi di precauzione e di opportunità , per evitare tre pericoli: che un possibile autore di reati maneggi denaro pubblico commettendone altri; che un esponente dell’esecutivo venga poi condannato, mettendo in imbarazzo il suo governo; che nella PA si diffonda l’impressione che il peculato e l’abuso sono infortuni sul lavoro, quindi pazienza.
Il povero Montesquieu c’entrerebbe qualcosa se qualcuno avesse detto che i cinque sono colpevoli e devono andare in galera: noi abbiamo soltanto scritto che possono accontentarsi di restare in Parlamento, lautamente pagati da noi.
Anche perchè il contributo dei suddetti al governo del Paese non rifulge di particolare luminosità .
Chiunque abbia sentito parlare Davide Faraone, al pensiero che sia sottosegretario all’Istruzione prova un senso di umana pietà per gli insegnanti, gli studenti, i prèsidi, i genitori e i bidelli.
Ieri Francesca Barracciu ha voluto darci un saggio del suo eloquio in un misterioso idioma non indoeuropeo che rende tragicomico il suo incarico di sottosegretario ai Beni Culturali.
Rispondendo ad Alessandro Gassmann, che le aveva chiesto gentilmente di sloggiare dalla “poltrona pagata da noi” finchè non avrà risolto i suoi impicci con la giustizia, la Barracciu ha risposto testualmente: “Lei intanto che impara fare attore, può evitare far pagare biglietto cinema per i suoi ‘film’?”.
Dal che, congiuntivi a parte, non si comprende chi obblighi la Barracciu a pagare il biglietto dei film di Gassmann.
Se non perchè è indagata, Renzi potrebbe rimuoverla almeno per come scrive.
Poi ci sarebbe il ministro dell’Interno Alfano, che a parte il fatto di essere Alfano e di aver combinato tutto quel che già sappiamo, ha appena sostenuto che una legge sulle pensioni di reversibilità per le coppie gay ci costerebbe “circa 40 miliardi di euro”. Vaccata sesquipedale: il costo sarebbe mille volte più basso (44 milioni a regime nel 2027, solo 1 milione nel 2016).
Perchè la sicurezza degli italiani dev’essere affidata a questo allocco?
Ecco, chi sperava in Renzi questo chiedeva: che desse finalmente cittadinanza anche in Italia all’articolo 6 della Dèclaration della Rivoluzione francese: “I cittadini sono ugualmente ammissibili a tutti gli incarichi e impieghi pubblici, senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”.
Di recente Michele Ainis ricordava sul Corriere al Pd l’elezione al Csm di una tizia priva dei titoli, infatti subito decaduta.
L’ultimo bando per il direttore del Museo egizio di Torino non cita l’egittologia fra le competenze richieste, e per chi gestisce gli scavi di Pompei l’archeologia è un optional.
Il governatore lombardo Maroni ha nominato presidente di Lombardia Informatica un esperto di antifurti.
E da tre anni il Garante della privacy è un dermatologo: il pd Antonello Soro.
Nel governo Renzi — notava Ainis — “c’è (c’era, ndr) una farmacista agli Affari regionali, un’imprenditrice della moda sottosegretario all’Istruzione, un laureato in Lettere viceministro dell’Agricoltura.
Ma la stessa laurea è un optional: alla Camera non è laureato il presidente della commissione Trasporti, al Senato quelli delle commissioni Finanze e Sanità .
E la commissione Ambiente è presieduta da un odontoiatra”.
Le pendenze penali, poi, non sono un handicap ma fanno curriculum.
Anche nell’Italia di Renzi, il sistema di selezione delle classi dirigenti rimane quello di Mel Brooks in Mezzogiorno e mezzo di fuoco: il cattivo che deve arruolare una sporca dozzina interroga i curricula dei candidati: “Precedenti penali?”. Il primo risponde: “Stupro, assassinio, incendio doloso, stupro”. E lui: “Hai detto due volte stupro”. “Sì, ma mi piace tanto lo stupro!”. “Ottimo, firma qua. Avanti il prossimo… Precedenti penali?”. “Atti di libidine in luogo pubblico”. “Non è mica tanto grave”. “Sì, ma in una chiesa metodista!”. “Ah carino! Arruolato, firma qua!”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
L’ATTORE E LA LITE SU TWITTER
“Ero d’accordo con quello che Matteo Renzi diceva da sindaco di Firenze, non condivido niente di
quello che fa da presidente del Consiglio”. Alessandro Gassmann, professione attore, si toglie qualche sassolino dalle scarpe.
Ma non perchè sia diretto interessato: “Non faccio politica, la leggo e l’ascolto”. L’occasione è una lite via Twitter con la sottosegretaria Francesca Barracciu, indagata per peculato.
Lei è andato giù senza mezze misure con la sottosegretaria Barracciu. Le ha chiesto di dimettersi su Twitter. Voleva dirle che è una ladra?
No, non mi permetterei mai in assenza di una condanna definitiva. Che però aspettasse l’esito dell’indagine e nel frattempo si autosospendesse dalla carica che ricopre. Sarebbe stato grave rimanere in silenzio. Barracciu chiarisca la sua posizione poi rientri nella squadra di governo.
Difficile: Barracciu è diventata sottosegretaria perchè l’indagine era ingombrante, altrimenti sarebbe stata governatore in Sardegna, comunque candidata. Non lo sapeva?
Sì, lo sapevo. Per quello le ho scritto. Ma ho ottenuto il risultato.
Nel senso?
Che la sottosegretaria con delega ai Beni culturali, e sottolineo la carica che ricopre, nella risposta ha dimostrato tutta la sua arroganza. Ma è quello che volevo. Ha risposto che avrei dovuto imparare a fare l’attore prima di chiedere il biglietto agli spettatori.
Ce l’aveva solo con Barracciu o con l’intero mondo renziano?
No, in realtà chi mi legge ha capito benissimo: io ce l’ho con tutti, senza distinzione. Questo Paese sta morendo di corruzione, ce ne rendiamo conto? Penso di sì. E allora è arrivato il momento di far sentire la nostra voce. Io lo faccio attraverso il blog che ho sul fattoquotidiano.it   e in tutte le occasioni che mi si presentano. Anche su Twitter. Le ho dato un consiglio intelligente, lei ha risposto da arrogante. È indagata per peculato, 80 mila euro che avrebbe speso in benzina per i suoi giri in Sardegna. Forse là girava su uno yacht, non in auto, perchè 80 mila euro sono soldi.
Renzi gira in elicottero.
Lì volevo arrivare. Non è moralmente corretto. Il Paese si spegne e il presidente del Consiglio si sposta in elicottero. La cultura, quello che doveva essere il fiore all’occhiello di questo governo, nelle promesse, ha preso il volo.
Ha visto che la Barracciu si è scusata? Ha detto di aver risposto in maniera affrettata. Ha dato la colpa alla frenesia di Twitter.
Mi fa piacere, perchè ne usciva davvero male. Al tempo stesso però non cambio idea: tutte le persone che ricoprono un ruolo di responsabilità e sono indagate devono farsi da parte. Quando avranno chiarito le loro posizioni torneranno ai loro ruoli. Adesso no.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA SOTTOSEGRETARIA E LO STRAFALCIONE IN 140 CARATTERI
Una nuova stella brilla all’orizzonte: si chiama Francesca Barracciu.
In realtà non è proprio nuovissima. Se ne parla da tempo (ovviamente) non per meriti particolari, ma poichè indagata per peculato nell’ambito della maxi-inchiesta della Procura di Cagliari sui fondi ai gruppi regionali.
L’avviso di garanzia le è costato la candidatura alle Regionali, ma le è anche valso un posto da sottosegretario ai Beni Culturali: rottamazione vera.
Degna espressione del renzismo, pensiero debole e saccenza sbarazzina, la simpatica Barracciu ha tuonato ieri — su Twitter, il parco-giochi preferito dai renziani — contro Alessandro Gassmann.
L’attore aveva osato chiederne le dimissioni, come milioni di italiani.
Lei però non ha gradito e ha risposto piccata.
Così piccata che nessuno ha capito granchè del suo strano idioma.
Testuale: “chiarirò tutto a fondo. lei intanto che impara a fare l’attore, può evitare far pagare biglietto cinema per i suoi “film”? grazie”.
Forse un grammelot, forse il solito post-paninarismo. O magari un complotto del T9.
Tanti, in Rete, hanno infierito sulla Barracciu.
Tra questi Luca Bizzarri: “Ma è sottosegretaria ai beni culturali di che Paese? Dalla prosa non si capisce”.
La Barracciu è adusa a tali performance: lo scorso dicembre, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della morte del poeta Sebastiano Satta, lo confuse ripetutamente con Salvatore.
E sì che erano entrambi sardi, proprio come la 49enne Barracciu. La quale, al tempo, incolpò l’entourage: “Una leggerezza del mio staff”.
Lo stesso elegantissimo — e credibilissimo — scaricabile adottato da Mary Star Gelmini dopo il tunnel dei neutrini e dal totemico Francesco Boccia dopo aver sostenuto che gli F35 sono “elicotteri” che “spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane”.
È però probabile che, stavolta, la Barracciu non accamperà scuse ma si intesterà il tweet: poichè privo di senso compiuto e al contempo saturo di arroganza, Renzi le farà quasi sicuramente i complimenti.
Andrea Scanzi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
CALTAGIRONE, L’INCHIESTA SUL “CARA” DI MINEO
E dire che non lo volevano. E pensare che quando nel 2011 l’allora premier Berlusconi e l’allora
ministro dell’Interno Maroni vennero a visitarlo e annunciarono che quella mega struttura di Mineo, ormai abbandonata dagli americani di Sigonella, sarebbe diventata il Cara (Centro accoglienza per richiedenti asilo), più grande d’Italia, poco ci volle che alzassero le barricate: «Qui non vogliamo migranti – dissero gli amministratori dei comuni della zona – potrebbero portare malattie e causare problemi di ordine pubblico».
E invece, man mano che le procure di Catania e Caltagirone vanno avanti con le rispettive inchieste, dal Cara di Mineo, che ospita oltre tremila richiedenti asilo, l’unica malattia emersa è quella del malaffare: non dei migranti ma di chi li dovrebbe assistere
Le risorse
Una delle due inchieste della procura di Caltagirone sull’«affare Cara» riguarda l’uso di risorse destinate al centro e usate invece per sagre e manifestazioni locali e per l’assunzione, sia nel Cara sia nelle strutture del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) della zona, di decine, forse centinaia di persone, imparentate con politici e amministratori dei 9 comuni che aderiscono al Consorzio «Calatino Terra d’Accoglienza»
Il Consorzio gestisce il Cara e il ricco budget; l’ultima gara d’appalto, 97 milioni in tre anni, è stata giudicata «illegittima» dal presidente dell’autorità anticorruzione Cantone ed è da mesi sotto la lente della Dda di Catania, che ha avviato l’indagine dopo aver ricevuto dalla procura di Roma atti dell’inchiesta su “Mafia Capitale” con, al centro, il ruolo di Luca Odevaine, il quale aveva un incarico anche al Cara di Mineo.
E’ in questa inchiesta che sarebbe indagato anche l’attuale sottosegretario all’agricoltura Giuseppe Castiglione (Ncd), ai tempi in cui da presidente della provincia di Catania fu soggetto attuatore della gestione del Cara (Castiglione nega di aver ricevuto un avviso di garanzia).
La procura di Caltagirone ha aperto questa seconda indagine, al momento «contro ignoti», dopo una serie di esposti anonimi e di denunce e dopo l’acquisizione di atti: il procuratore Giuseppe Verzera deve far luce sull’uso di una parte dei fondi per l’assistenza ai migranti, usati invece per contribuire all’organizzazione di manifestazioni come una sagra dell’uva a Licodia Eubea, la festa di Santa Lucia a San Cono, il Natale di Mirabella Imbaccari, il presepe vivente di Vizzini: solo nell’ultimo anno 200mila euro destinati a “progetti di integrazione” dei migranti, in minima parte utilizzati per i richiedenti asilo, «in scena» come partecipanti o spettatori.
L’occupazione
C’è poi il capitolo assunzioni. Attorno al business Cara-Sprar, controllato dal Consorzio, ruotano un migliaio di posti di lavoro.
Molti occupati sono imparentati con sindaci, assessori ed ex assessori di tutti gli schieramenti.
Posti di lavoro che, in comuni piccoli come questi, possono spostare i voti sufficienti a fare eleggere un candidato o un altro.
Fabio Albanese
(da “la Stampa”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
NEI QUARTIERI EST DELLA CITTA’ LE GIOVANI RONDE DEI CLAN TERRORIZZANO GLI ABITANTI
Accade spesso che realtà rincorra, superandola, la creazione cinematografica.
Vedendo il video diffuso dai carabinieri della compagnia di Torre del Greco si resta talmente increduli da credere di stare guardando un mafia-movie.
I commenti che in pochi minuti sono giunti sui social network ovunque tracciavano un’interpretazione: «Sembra Gomorra ». L’espressione “sembra un film” descrive qualcosa di straordinario e spettacolare. Talmente spettacolare da ricordare l’esagerazione filmica, da non poter essere considerata un evento reale.
Questa espressione nasce da un equivoco, la differenza tra film e realtà è solo questione di diottrie.
La vicinanza al dettaglio spesso è possibile solo in una costruzione scenica e per questo motivo quando un evento, che sia un terremoto o un omicidio, viene ripreso nei suoi dettagli immediatamente fa pensare a un film.
Perchè la realtà la immaginiamo antagonista della tv o del cinema, la pensiamo distante o non catturabile. La realtà che percepiamo è fluida e, accade sempre, distante. La immaginiamo possibile da registrare solo nella memoria.
La ricostruzione invece la sentiamo lenta, vicinissima e rassicurante. La realtà ci spaventa, la ricostruzione ci incuriosisce.
Questi sono i vecchi codici ma sempre più non è così. Le telecamere nascoste e la capacità degli obiettivi rendono possibile raccontare la realtà nel dettaglio talmente preciso che spinge spesso a far credere alla messa in scena dinanzi a un fatto reale osservato.
La precisione con cui la realtà viene narrata ribalta i canoni che abbiamo descritto prima e crea immediatamente un effetto cospirazione in molti osservatori.
Pensiamo: la cronaca non può esser descritta e ripresa così bene. Immaginiamo che la realtà sia diversa e crediamo quindi che sia stata costruita o ricostruita.
La tendenza a considerare tutte le immagini dei “falsi” costruiti nasce dalla diversa percezione che abbiamo della realtà che immaginiamo confusa, non scenica. Anche questo è falso.
La realtà spesso è assai più scenica della sua ricostruzione fantasiosa ma non solo, sta cambiando la dialettica tra schermo e realtà .
La presenza disseminata di telecamere, cimici; la diffusione di dispositivi in grado di riprendere tutto con precisione riscrive l’immaginario a cui si appella il cinema.
Si vive e si recita alla stessa maniera, ci si influenza vicendevolmente e spesso inconsapevolmente.
Non c’è bisogno di possedere talento registico o cinematografico, gli smartphone hanno la capacità di catturare foto di qualità o video raramente sfocati, quindi anche sul piano della qualità realtà e finzione iniziano a essere immagini identiche.
Quindi bisognerebbe ribaltare il commento, quando si guarda la tv o un film al cinema bisognerebbe dire “sembra la realtà ”.
Il rapporto tra film e realtà è lo stesso che passa tra una tela e una fotografia, certo dipende dallo stile del pittore e del fotografo ma nell’obiettivo della ricostruzione sceni- ca non c’è un calco della realtà ma la realizzazione di una profondità .
Guardando questo video si ha la sensazione di una sorta di prova scientifica di quanto si era raccontato nella serie Gomorra.
Il video dei carabinieri mostra una tipica scena di inseguimento sugli scooter, uno dei camorristi al posto del passeggero spara in aria, poi spunta sulla destra una sentinella che spara correndo, persone che stanno scappando e un bambino alla sua sinistra. Lungo la traiettoria dello sparo c’è una persona che fugge terrorizzata.
Scappano tutti, uomini e animali, si vede un cane, forse un gatto, fuggire. “Sembra Gomorra”, titolano i primi siti mentre scrivo. In realtà ci si è accorti di tutto questo attraverso il racconto, ma scene come queste ci sono sempre state, ma non avevano cittadinanza nell’attenzione nazionale.
Il video mostra come dopo la sparatoria la vita torni normale, come se si mettesse in conto che per le strade di Ponticelli ci si può imbattere uno scontro tra bande e che, nel caso, bisogna semplicemente accelerare il passo.
Non vedete una somiglianza con l’abitudine di chi vive sotto il tiro dei cecchini? Alcune scene di “Gomorra, la serie” del resto, sono girate a Ponticelli.
Questa è la guerra dimenticata del paese che qualche volta viene ripresa dalle telecamere nascoste e costringe quindi per un attimo a non voltarsi. Una guerra che abbiamo deciso di narrare oltre l’emergenza e con lo strumento dell’arte.
D’istinto mi verrebbe da dire: ma non ero io ad aver inventato queste cose? Non eravamo stati noi con la serie ad aver esagerato, sporcato la città ? È la realtà che ora in molti tenderanno a liquidare dicendo che succede ovunque, che ci sono più reati in Belgio che in Italia, che in fondo lo stesso sta accadendo anche a Buenos Aires o Parigi ma che si insiste su Napoli per mangiarci sopra.
È quell’omertà alleata dell’impotenza (o forse della codardia) che genera questi commenti. Qui non c’è da sottovalutare questi episodi, qui c’è solo da ribadire che il Sud vive un abbandono, assenza di progetto, assenza di risorse, assenza di visione, assenza di attenzione.
Il lamento del Mezzogiorno verrà descritto come se fosse soltanto un languido lamento e un’infantile richiesta d’attenzione e assistenza.
Qui si consuma un dramma che abbiamo iniziato a sopportare come il più ordinario dei modi di vivere. Naturalmente queste cose accadono, ma quel meccanismo che fa immaginare una realtà spaventosa e la trasforma in una ricostruzione curiosa crea una pericolosa distanza.
Queste immagini rischiano di essere percepite come messa in scena di una guerra lontana che non interessa, tutto diventa sopportabile e al massimo attira la curiosità di un video visto come decine di altri sullo smartphone postato da qualche amico.
La realtà non è peggiorata dal suo racconto ma, al contrario, la sua rappresentazione ne restituisce i codici e prova a darle un senso.
Il punto è un altro: se si rimane solo spettatori hanno fallito sia l’arte del cinema e della fiction sia il video diffuso dai carabinieri di Napoli.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
UN ESEMPIO DI COERENZA MELONIANA: IL SI’ ALLA NUOVA LEGGE SULLA PRESCRIZIONE DOPO AVER VOTATO IN PASSATO LA TESI OPPOSTA
Partiamo dal disegno di legge che è passato oggi alla Camera: cosa prevede?
Una prescrizione più lunga per tutti i reati e in particolare per quelli di corruzione.
L’aula della Camera ha approvato la riforma della ex Cirielli con 274 sì, 26 no, 121 astenuti.
Hanno votato a favore Pd, Fratelli d’Italia, Per l’Italia-Centro democratico e Scelta civica.
Pollice verso, invece, da Lega, Forza Italia e Psi.
M5s, Sel e Area popolare (Ncd-Udc) si sono astenuti.
Ora il testo passerà all’esame del Senato, dove il ministro Andrea Orlando non ha escluso modifiche dopo il pressing (e l’ira) degli alfaniani.
Che cosa prevedeva la vecchia normativa per dover essere modificata?
La ex Cirielli tagliava i termini di prescrizione per la gran parte dei reati.
Si tratta della contestata riforma del 2005, che venne approvata dall’allora maggioranza di centro-destra, dopo quattro letture tra Camera e Senato e le proteste dell’opposizione, dei magistrati e degli avvocati penalisti.
Era stata battezzata “salva-Previti”, perchè sembrava tagliata su misura per l’allora senatore azzurro alle prese con il processo Imi-Sir.
Ma all’ultimo momento fu approvata una norma transitoria che escludeva l’applicazione delle nuove norme ai processi in corso (anche se poi Previti ottenne gli arresti domiciliari per effetto di un’altra norma della ex Cirielli che escludeva il carcere per un ultrasettantenne, in presenza di precise condizioni).
La riforma Cirielli aveva cambiato il sistema di calcolo della prescrizione: mentre prima esisteva un termine di prescrizione base per fasce di reati (uguale per esempio per tutti i reati a cui dovesse essere applicata una pena tra i 5 e i 10 anni), con le norme introdotte nel 2005 il termine doveva corrispondere al limite massimo della pena edittale prevista per il singolo tipo di reato.
Si era poi ridotto dalla metà a un quarto l’aumento della prescrizione che ricorre per le varie interruzioni (per esempio dopo la sentenza di primo grado).
Il risultato complessivo è stato che mentre per i reati gravi che hanno pene elevatissime la prescrizione e’ diventata lunghissima, era stata invece drasticamente ridotta per la maggior parte degli altri illeciti penali.
Alcuni esempi: la ricettazione e’ passata da 15 a 10 anni; la calunnia e la falsa testimonianza da 15 a 7 anni e mezzo, una soglia bassa condivisa allora anche dai reati di corruzione (poi la legge Severino ha cambiato la materia aumentando le pene). Numeri che fecero parlare l’allora presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, di un’amnistia mascherata e il Csm di una riforma “dagli effetti devastanti”.
Ma l’aspetto più divertente della vicenda è che l’intestatario della legge che porta il suo nome, l’on. Cirielli, e che allora aveva sostenuto quelle norme per delega del Pdl, oggi ha sostenuto l’esatto contrario per conto di Fratelli d’Italia.
Un caso unico di chi vota per abrogare se stesso.
Non ci credete?
Ecco cosa ha detto oggi in aula il “fratello d’Italia”: “Noi siamo sostanzialmente favorevoli a questo provvedimento e anzi ringraziamo il ministro Orlando perchè nelle condizioni politiche in cui opera sta cercando di fare passi in avanti. Bisogna riconoscere che nel panorama di questi ultimi venti anni è l’unico ministro che sta facendo dei passi avanti anche rispetto ai ministri di centrodestra che non hanno operato nessuna riforma concreta e hanno fatto battaglie mediatiche per evidenti fini secondari”.
In pratica parlava di stesso, ma non era certo l’unico “fratello” ad aver fatto un triplo salto carpiato: nel 2005 erano tutti schierati per ridurre la prescrizione secondo gli imput berlusconiani, oggi, in cerca di una nuova verginità , eccoli pronti a votare per la prescrizione lunga nei casi di corruzione.
Fino all’estremo sacrificio di perdere la faccia.
Forse per rimediare e non farsi riconoscere contano su photoshop.
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Marzo 24th, 2015 Riccardo Fucile
UN ESEMPIO DI COERENZA MELONIANA: IL SI’ ALLA NUOVA LEGGE SULLA PRESCRIZIONE DOPO AVER VOTATO IN PASSATO LA TESI OPPOSTA
Partiamo dal disegno di legge che è passato oggi alla Camera: cosa prevede?
Una prescrizione più lunga per tutti i reati e in particolare per quelli di corruzione.
L’aula della Camera ha approvato la riforma della ex Cirielli con 274 sì, 26 no, 121 astenuti.
Hanno votato a favore Pd, Fratelli d’Italia, Per l’Italia-Centro democratico e Scelta civica.
Pollice verso, invece, da Lega, Forza Italia e Psi.
M5s, Sel e Area popolare (Ncd-Udc) si sono astenuti.
Ora il testo passerà all’esame del Senato, dove il ministro Andrea Orlando non ha escluso modifiche dopo il pressing (e l’ira) degli alfaniani.
Che cosa prevedeva la vecchia normativa per dover essere modificata?
La ex Cirielli tagliava i termini di prescrizione per la gran parte dei reati.
Si tratta della contestata riforma del 2005, che venne approvata dall’allora maggioranza di centro-destra, dopo quattro letture tra Camera e Senato e le proteste dell’opposizione, dei magistrati e degli avvocati penalisti.
Era stata battezzata “salva-Previti”, perchè sembrava tagliata su misura per l’allora senatore azzurro alle prese con il processo Imi-Sir.
Ma all’ultimo momento fu approvata una norma transitoria che escludeva l’applicazione delle nuove norme ai processi in corso (anche se poi Previti ottenne gli arresti domiciliari per effetto di un’altra norma della ex Cirielli che escludeva il carcere per un ultrasettantenne, in presenza di precise condizioni).
La riforma Cirielli aveva cambiato il sistema di calcolo della prescrizione: mentre prima esisteva un termine di prescrizione base per fasce di reati (uguale per esempio per tutti i reati a cui dovesse essere applicata una pena tra i 5 e i 10 anni), con le norme introdotte nel 2005 il termine doveva corrispondere al limite massimo della pena edittale prevista per il singolo tipo di reato.
Si era poi ridotto dalla metà a un quarto l’aumento della prescrizione che ricorre per le varie interruzioni (per esempio dopo la sentenza di primo grado).
Il risultato complessivo è stato che mentre per i reati gravi che hanno pene elevatissime la prescrizione e’ diventata lunghissima, era stata invece drasticamente ridotta per la maggior parte degli altri illeciti penali.
Alcuni esempi: la ricettazione era passata da 15 a 10 anni; la calunnia e la falsa testimonianza da 15 a 7 anni e mezzo, una soglia bassa condivisa allora anche dai reati di corruzione (poi la legge Severino ha cambiato la materia aumentando le pene).
Numeri che fecero parlare l’allora presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, di un’amnistia mascherata e il Csm di una riforma “dagli effetti devastanti”.
Ma l’aspetto più divertente della vicenda è che l’intestatario della legge che porta il suo nome, l’on. Cirielli, che allora aveva sostenuto quelle norme per delega del Pdl, oggi ha sostenuto l’esatto contrario per conto di Fratelli d’Italia.
Un caso unico di chi vota per abrogare se stesso.
Non ci credete?
Ecco cosa ha detto oggi in aula il “fratello d’Italia”: “Noi siamo sostanzialmente favorevoli a questo provvedimento e anzi ringraziamo il ministro Orlando perchè nelle condizioni politiche in cui opera sta cercando di fare passi in avanti. Bisogna riconoscere che nel panorama di questi ultimi venti anni è l’unico ministro che sta facendo dei passi avanti anche rispetto ai ministri di centrodestra che non hanno operato nessuna riforma concreta e hanno fatto battaglie mediatiche per evidenti fini secondari”.
In pratica parlava di stesso, ma non era certo l’unico “fratello” ad aver fatto un triplo salto carpiato: nel 2005 erano tutti schierati per ridurre la prescrizione secondo gli imput berlusconiani, oggi, in cerca di una nuova verginità , eccoli pronti a votare per la prescrizione lunga nei casi di corruzione.
Fino all’estremo sacrificio di perdere la faccia.
Forse per rimediare e non farsi riconoscere contano su photoshop.
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