Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX VICESINDACO DI SEDRIANO DENUNCIA: “IL SEN. GARAVAGLIA VOLEVA CHE IL COMUNE NON AGISSE CONTRO LA SOCIETA’ DELL’ALTA VELOCITA’ IN CAMBIO DI 500.000 EURO”… LA MOGLIE DELL’EX SENATORE ERA NEL CDA DI UNA AZIENDA INTERESSATA AI LAVORI
“Ereditammo una cava abusiva, dalla quale erano stati scavati 320 mila metri cubi di ghiaia utilizzati nel cantiere Tav, senza che il Comune ricevesse in cambio nè soldi, circa 400mila euro, nè compensazioni ambientali. Si fece avanti l’assessore regionale Massimo Garavaglia, che era senatore della Lega Nord, per chiederci di non procedere contro il consorzio Cav.To.Mi. (la società che ha costruito una tratta lungo l’asse Milano-Torino del treno super veloce, ndr) e di rinunciare alla procedura sanzionatoria da 3 milioni di euro. In cambio Garavaglia si sarebbe attivato per farci avere 500mila euro con la ‘legge mancia’”.
A parlare è Adelio Pivetta, ex vicesindaco di Sedriano, primo comune lombardo sciolto per mafia nell’ottobre 2013.
Lo dichiara in tribunale di Milano, dove è in corso il processo sui rapporti fra la ‘ndrangheta e la politica lombarda, che vede coinvolto l’ex assessore regionale del Pdl Domenico Zambetti (accusato di voto di scambio mafioso) e l’ex sindaco di Sedriano Alfredo Celeste (Forza Italia, imputato per corruzione).
L’attuale assessore regionale vicinissimo al presidente Roberto Maroni conferma in parte la circostanza risalente al 2009.
Chiamato mercoledì 1 luglio a deporre dai legali della difesa e incalzato dal Pm antimafia, Giuseppe D’Amico, Garavaglia dichiara: “E’ vero, partecipai a un incontro a Sedriano e sconsigliai di intentare una causa contro il Tav, queste cose non portano da nessuna parte”.
Perchè un senatore della repubblica chiede a un amministratore locale del suo partito di desistere dall’ottenere giustizia rispetto al torto subito da Tav?
“Vincere la causa sarebbe stato impensabile. Consigliai di trovare un accordo”.
Però sulla promessa di far piovere su Sedriano 500mila euro Garavaglia, all’epoca vicepresidente della commissione Bilancio del Senato e responsabile economico della Lega, nega: “Non ne ho mai parlato”.
Ma l’avvocato dell’ex sindaco di Sedriano, Giorgio Bonamassa, legge gli eventi in altro modo: per lui Garavaglia fu grande sponsor della Tav fin dagli anni ’90, quando era sindaco di Marcallo con Casone (1999-2009), uno dei comuni interessati al passaggio del treno super veloce.
Nel corso dell’interrogatorio spuntano due società a maggioranza pubblica: Scr e E2Sco, nei cui Cda compare Renzo Pravettoni, patron di Ecoter, un colosso nel mondo delle escavazioni, ma compare anche Marina Roma, moglie di Garavaglia.
Le società lavorano molto negli anni del Tav.
In entrambe è il comune di Marcallo a fare la parte del leone, possedendo il 25 per cento delle azioni.
Quando il Tav viene inaugurato, il conto da pagare è di 2,7 miliardi di euro.
Secondo Garavaglia il treno super veloce porta progresso e lavoro. Già .
Però lascia anche in eredità sette cave abusive (sequestrate dalla Procura di Milano nel 2008) tra Cornaredo, Arluno, Ossona, Boffalora, Magenta, Sedriano e Marcallo: siti utilizzati per l’Alta Velocità e poi riempiti con rifiuti pericolosi come cemento, amianto e plastica.
Risultato: 84mila metri cubi di scorie di edilizia inquinante da mercurio, piombo e benzopirene finiscono sotto terra.
Una notte, a Sedriano, i cittadini chiamano i vigili: “Da un campo stanno uscendo fumi colorati”. Gli agenti non ci credono. Si recano sul posto. Ed è tutto vero.
Dietro il business della cave abusive e dei rifiuti tossici c’è la ‘ndrangheta, come emerge da diverse inchieste.
Ersilio Mattioni
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
NELLE TRATTATIVE TRA TSIPRAS E L’ASSE FRANCO-TEDESCO L’ITALIA TRATTATA COME UN MAGGIORDOMO
È solo al termine del lungo incontro col ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan che Matteo Renzi
rompe il silenzio, diventato quasi assordante, per mettere nero su bianco le sue parole sulla Grecia: “Ci sono due cantieri — scrive su facebook – da affrontare rapidamente nelle capitali europee e a Bruxelles. Il primo riguarda la Grecia, un paese che è in una condizione economica e sociale molto difficile. Il secondo, ancora più affascinante e complesso, ma non più rinviabile, è il cantiere dell’Europa”.
E in vista dell’Eurogruppo di martedì aggiunge: “Ricostruire un’Europa diversa non sarà facile, dopo ciò che è avvenuto negli ultimi anni. Ma questo è il momento giusto per provare a farlo, tutti insieme. L’Italia farà la sua parte. Se restiamo fermi, prigionieri di regolamenti e burocrazie, l’Europa è finita”.
Parole che suonano, dopo lo tsunami greco, come un modo per ammantare l’attesa di un sapore di strategia politica.
Perchè è chiaro che il boccino dell’iniziativa non è a palazzo Chigi, ma è tornato lungo l’asse franco tedesco.
Che, in fondo, il nostro premier, raccontano quelli in contatto con lui, soffre. Nell’inner circle tendono a minimizzare l’assenza di Matteo Renzi dal vertice bilaterale franco-tedesco: “Non è un’esclusione, i contatti sono costanti”.
Ma la sensazione è che il risultato del referendum greco abbia fatto piombare l’impianto strategico del governo italiano in acque incognite.
Perchè, nella partita di poker greca, il premier aveva puntato tutto sulla vittoria del sì, sia pur con prudenza nelle uscite pubbliche.
E ancora domenica, a risultato caldo, a stento aveva trattenuto il suo disappunto sul governo greco, colpevole di aver scherzato col fuoco: “Alexis — questo il senso del suo ragionamento consegnato ai fedelissimi — dice che ha vinto ma non sa a cosa va incontro con questa sua linea”.
Decisivi, nella correzione di linea da “falco” a “mediatore”, sono stati i contatti col Colle.
Renzi e Mattarella si sono sentiti più volte nella giornata di domenica, perchè il capo dello Stato è preoccupato davvero.
E non è un caso che, proprio domenica sera Mattarella sia uscito con un comunicato mentre Renzi e tutto lo stato maggiore del governo ha preferito tacere: “La Grecia — ha detto il capo dello Stato — fa parte dell’Europa e nei confronti del suo popolo non deve mai venir meno la solidarietà degli altri popoli dell’Unione”.
Tradotto: occorre mediare, mediare e ancora mediare per evitare lo scenario più devastante: la Grexit. È da questo insieme di fattori — l’isolamento rispetto all’asse franco-tedesco, le preoccupazioni di Mattarella — che il premier fa di necessità virtù. Matteo Renzi è, innanzitutto, un situazionista, capace di passare in pochi mesi da nemico del rigore – quando invocava lo sforamento del tre per cento — a principale alleato della Merkel nei confronti di Tsipras, al punto da ricordare a qualcuno l’atteggiamento di Berlusconi con Bush.
Ora si posiziona per una nuova sterzata tattica.
Negli ultimi giorni, racconta chi gli sta attorno, ha avuto contatti con Tsipras che gli avrebbe garantito che “farà di tutto per rimanere nell’euro”.
E le dimissioni Varoufakis suonano come una conferma in tal senso. Adesso se si apre un varco grazie a Hollande, il premier è pronto a infilarcisi proponendosi come mediatore.
E indossando i panni del socialista mediterraneo. Se invece prevarrà la linea dei falchi della Bce, il premier italiano si è tenuto i margini di manovra per nascondere dietro a Tsipras le difficoltà dell’Italia.
E invocare, pure lui, la fine dell’Europa del rigore.
Perchè è vero che, nel corso dell’incontro di due ore a palazzo Chigi, ancora una volta Padoan ha rassicurato sul fatto che il rischio contagio non riguarda l’Italia, e non solo per merito dell’ombrello di Draghi ma perchè i fondamentali sono a posto e soprattutto tutte le riforme più volte sollecitate dall’Europa sono state fatte o si stanno facendo, dal lavoro alla pubblica amministrazione.
Ed è anche vero che, al momento, il rischio Grexit non è ancora diventato l’urgenza, ma appare — al massimo — uno scenario di medio periodo.
Tutto vero però già si intravedono i segni di un ottobre difficile: “Per la prossima legge di stabilità — dicono fonti vicine al dossier — si parte da -20 miliardi, nel senso che vanno trovati soldi per alcuni buchi, per le clausole di salvaguardia e per coprire gli effetti delle sentenze della consulta su pensioni e pubblico impiego. Non sarà drammatico, ma se si balla a livello europeo è difficile immaginare una finanziaria espansiva”.
Ecco, anche per questo il premier si tiene margini di manovra, consapevole che il destino al momento non pare nelle mani del governo italiano.
Dice il viceministro Enrico Morando: “La gestione tecnica della vicenda è problematica perchè non si conoscono intenzioni del governo greco, e comunque nella gestione tecnica è decisivo il ruolo di Draghi. Politicamente o c’è un salto di qualità sul versante del rilancio dell’unità politica e fiscale dell’Europa, altrimenti il rischio è che le porte che si spalancano sono molto rischiose”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
NELLA SPESA SULL’ISTRUZIONE, PEGGIO DI NOI SOLO LA GRECIA
È impietoso il rapporto Ocse, che boccia l’Italia su vari fronti, tra cui la scuola, l’età media dei dipendenti pubblici, la spesa per il welfare e la sicurezza sociale, l’utilizzo di internet per il dialogo tra cittadini e pubblica amministrazione.
La spesa per sicurezza sociale costituisce in media il 32,4% della spesa totale dei governi dei paesi Ocse ed e’ “particolarmente elevata nei paesi nordici e in Lussemburgo, Francia, Germania, Giappone, Austria e Italia. Dove rappresenta oltre il 40% della spesa totale del governo”.
Lo scrive l’Ocse nel rapporto ‘Government at a glance’.
L’Italia, sottolinea ancora l’Ocse, e’ inoltre uno di quei Paesi dove la quota totale della spesa per il welfare e’ aumentata dall’inizio della crisi (toccando il 41,3% nel 2013) a causa del forte aumento della disoccupazione
Italia maglia nera per la spesa per l’istruzione, peggio solo Grecia
L’Italia, emerge dal rapporto, e’ il penultimo Paese dell’Ocse per spesa per l’istruzione come quota della spesa pubblica totale: appena l’8% a fronte di una media Ocse del 12,5%.
Fa peggio solo la Grecia, con il 7,6%.
I paesi che investono di piu’ nell’istruzione sono invece Islanda (16,9%), Israele (16,3%), Lettonia (15,7%) ed Estonia (15,4%).
Non solo, dalle statistiche dell’Ocse risulta anche che l’istruzione e’ la voce della spesa pubblica che ha subito la maggiore riduzione percentuale (-1,6%) negli anni dal 2007 al 2013, quelli della crisi.
Nello stesso periodo, a fronte di un aumento della spesa per il welfare del 3,9%, la spesa militare risulta scesa di appena lo 0,1%.
Gli italiani poveri rischiano di restare senza cure mediche
L’Italia e’, insieme a Grecia e Ungheria, il Paese dell’area Ocse dove i cittadini piu’ poveri incontrano le maggiori difficolta’ nel permettersi le spese mediche.
“In tutti i paesi europei le persone con bassi redditi nel 2013 hanno avuto una probabilita’ maggiore di riportare necessita’ mediche non curate rispetto alle persone con alto reddito e questo gap e’ particolarmente elevato in Ungheria, Italia e Grecia”, si legge nel rapporto, “il motivo piu’ comune citato e’ rappresentato dai costi”.
I dipendenti pubblici piu’ vecchi? Sono in Italia
L’Italia e’, insieme a Belgio e Spagna, il Paese dell’area Ocse con l’eta media piu’ elevata tra i dipendenti dell’amministrazione statale centrale.
E’ quanto scrive l’Ocse nel rapporto ‘Government at a Glance’.
Nel 2009 in Italia la percentuale di dipendenti dello Stato centrale con un’eta’ inferiore ai trent’anni si e’ aggirata tra l’1% e il 2%, la piu’ bassa di tutta l’area. Dall’altra parte della classifica il Cile, dove i dipendenti del governo under 30 sono addirittura il 28%, al di sopra della media nazionale.
Italia penultima per uso web in interazioni con P.A.
L’Italia resta in fondo alla classifica Ocse per utilizzo di Internet da parte dei cittadini per interagire con la Pubblica amministrazione.
Secondo i dati dell’organizzazione parigina, nel 2014 il 20% degli italiani hanno usato il web per chiedere informazioni o formulari, e l’11% per inviare formulari compilati. Un dato che colloca il nostro Paese al penultimo posto nell’area Ocse, davanti al solo Cile (7,3% e 8,9% rispettivamente). In testa alla graduatoria si collocano i Paesi scandinavi, in cui l’uso di Internet per ottenere informazioni è superiore al 75%, con un picco dell’81% in Norvegia.
Nettamente più diffuso, invece, l’uso del web per interagire con la pubblica amministrazione da parte delle imprese: nel 2014, sempre secondo i dati Ocse, il 77,7% delle aziende italiane hanno richiesto informazioni o moduli via Internet, e il 58% hanno inviato moduli compilati online.
Autorita’ vigilanza reti in Italia tra le piu’ robuste del mondo
(da “il Secolo XIX“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
DAL 51% DEL 2006 AL 48% DEL 2010 SINO AL 28% ODIERNO
La scelta del Governo Tsipras di affidare ai cittadini greci, con il referendum di domenica 5 luglio,
la decisione sulle misure decise dall’UE è stata considerata giusta dal 56% degli italiani.
Di parere diverso è il 25% degli intervistati, mentre quasi un quinto non esprime un’opinione in merito. È uno dei dati che emerge dal Barometro Politico dell’Istituto Demopolis sul rapporto tra l’opinione pubblica e l’Europa.
Cresce in Italia la disaffezione verso le istituzioni comunitarie.
La fiducia dei cittadini nell’Unione Europea — secondo i dati dell’Istituto Demopolis — passa dal 51% del 2006 al 48% del 2010, sino al 28% odierno.
“L’incerta gestione della crisi economica ed occupazionale, il recente atteggiamento di molti Paesi verso l’immigrazione, ma anche la crisi greca di questi ultimi giorni — afferma il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento — stanno incidendo sempre più sullo storico sentimento europeista degli italiani: si rileva un calo di fiducia di 20 punti in cinque anni. Un dato, per l’Italia, simile a quello rilevato oggi nel Regno Unito”.
Il bilancio di 13 anni di moneta unica non è ritenuto positivo, soprattutto per il modo in cui è stato gestito.
L’Euro non piace, ma soltanto il 31% degli italiani sarebbe comunque favorevole ad un ritorno alla lira.
Secondo il sondaggio condotto da Demopolis, uscire dall’Euro appare rischioso: si teme che uscirne sarebbe peggio.
Quasi i 2/3 degli italiani appaiono convinti che il nostro Paese, fuori dalla moneta unica, sarebbe troppo debole per competere da solo sui mercati mondiali, correndo il rischio di una forte instabilità economica.
“Sono sostanzialmente tre — spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento — i profili dell’opinione pubblica nel rapporto con l’Europa: appena 1 intervistato su 10 appare convinto della necessità delle attuali politiche economiche dell’UE; il 31% si dichiara propenso all’uscita dall’Euro. Il 59%, la maggioranza assoluta degli italiani, manifesta un profilo europeo, ma piuttosto critico: crede nell’Europa unita, ma — conclude Pietro Vento — vorrebbe un cambio di rotta nelle rigide politiche di austerity imposte dall’Unione negli ultimi anni”.
(da “L’Espresso“)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA NON SONO LE PENSIONI GRECHE: IN MEDIA SONO SOTTO I 700 EURO E IL 48% DELLE FAMIGLIE SOPRAVVIVE GRAZIE A QUELLE… DA QUANDO E’ SOTTO IL CONTROLLO UE LA DISOCCUPAZIONE E’ AUMENTATA DEL 160%, IL 40% DEI GRECI VIVE NELLA MISERIA E 800.000 PERSONE NON HANNO PIU’ ACCESSO ALL’ASSISTENZA SANITARIA
Per capire in quale contesto è maturato l’esito del referendum greco, è sufficiente affidarsi ai numeri di un Paese che di europeo, forse, oggi ha solo la moneta.
Da quando la Grecia è entrata nel vortice della crisi finanziaria, finendo sotto la vigilanza della Trojka, la disoccupazione è aumentata del 160%: oggi tre milioni e mezzo di greci lavorano (anche) per sostenere i 4 milioni e settecentomila connazionali inattivi.
La scarsa disponibilità di denaro è tale che ogni mese il servizio pubblico è costretto a tagliare l’approvvigionamento elettrico a trentamila tra famiglie e imprese.
Per il 48,6% delle famiglie la pensione è l’unica fonte di reddito. E la pensione media, in Grecia, è inferiore ai 700 euro.
La crisi non ha risparmiato neppure quelli che il ricco Nord Europa considera — giustamente – servizi essenziali: 800.000 persone non hanno accesso alla sanità , quasi il 40% della popolazione vive, di fatto, nella miseria, i casi di depressione clinica sono quintuplicati in sei anni.
Questo è il Paese che ieri è andato alle urne.
Votando nè contro l’Europa, nè a favore di Tsipras. Ma, molto più banalmente, a favore della propria sopravvivenza.
Sbaglierebbe oggi l’Europa se seguisse la linea dell’oltranzismo, miope e incosciente, indicata dalla Germania.
E la stessa cancelliera Merkel dovrebbe interrogarsi di fronte alle perplessità che iniziano a diffondersi anche all’interno dei confini tedeschi: «La Grecia è il Paese che ha varato il numero più alto di riforme durante la crisi», ha sentenziato pochi giorni fa la banca Berenberg a proposito del diktat dei creditori di Atene, mentre il direttore del think tank Diw si è spinto ad affermare che «il debito greco è insostenibile, l’Europa deve riconoscerlo e accettarne la ristrutturazione».
Il tempo per reimpostare una trattativa che salvaguardi tutti (la Grecia, la moneta unica, la tenuta dell’Unione europea) c’è.
Restituire lo schiaffo al popolo greco non servirebbe a nulla.
A Bruxelles lo sanno, ma lo sanno soprattutto a Francoforte: ed è proprio dalla Bce che, c’è da scommetterci, arriverà la spinta a evitare la catastrofe.
Difficilmente, infatti, Draghi abbandonerà le banche greche al loro destino, spianando la strada a scenari inediti e dal potenziale distruttivo.
L’auspicio è che l’Europa lo segua sulla strada della ragionevolezza. Ha ancora senso chiedere più austerità a un Paese stremato dalla recessione? Questa dovrebbe essere la prima domanda del prossimo summit europeo.
Tutte le altre riflessioni sulla Grecia che deve dare prova di credibilità , cancellare l’onta di un passato fatto di bilanci falsificati, assistenzialismo ed evasione fiscale e rimettersi in gioco in modo trasparente, restano naturalmente valide.
Questa sarà la vera sfida di Tsipras.
Ha vinto la battaglia del referendum, è vero, ma ora li aspetta un’altra e ben più importante: salvare la Grecia ripartendo dal dialogo.
Francesco Ferrari
(da “il Secolo XIX”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
PRONTI PER L’AIUTINO A RENZI, MAI I NUMERI SONO ALEATORI
«Non so perchè vi ostiniate a chiamarlo “verdiniano”, visto che non è che siamo tutti fedelissimi di
Denis. Ma questo gruppo pronto a votare le riforme del governo Renzi al Senato, nei prossimi giorni, nascerà . Sia chiaro che rimaniamo all’opposizione, eh? Ma sarà un’opposizione, come dire, responsabile…».
All’ombroso riparo dai trenta e passa gradi di Santa Maria a Vico, provincia di Caserta, il senatore Vincenzo D’Anna ammette che per l’annuncio del pacchetto di mischia che dall’opposizione metterà al sicuro la madre di tutte riforme renziane è ormai questione di poco.
I numeri? «Undici, forse dodici di noi», risponde l’ex custode dell’ortodossia di Nicola Cosentino, da poco uscito da Forza Italia.
Sulle motivazioni, invece, D’Anna si dimostra più preciso: «Berlusconi è al crepuscolo, Salvini si papperà tutto. Quanti forzisti hanno voglia di farsi comandare da gente improbabile tipo Maria Rosaria Rossi?».
Da Arcore, dove Berlusconi guarda con grande distacco ai movimenti del ramo del Parlamento da cui è stato estromesso dopo la condanna, si ostenta una calma quasi olimpica.
Che oscilla tra una tendenza negazionista («Verdini non ha i numeri») e l’inguaribile ottimismo della casa («Soltanto uno, nel caso, lo seguirà »).
Quell’uno, di cui tutti fanno il nome, è Riccardo Mazzoni. Che assieme ad altri due «Riccardi» (Villari e Conti) compone il terzetto dei forzisti su cui si addensano i sospetti dei più.
«Ora non saprei che dirle», dice Mazzoni, verdiniano da sempre. Poi però dice più di una cosa: «Risentiamoci dopo martedì. Quando avremo ascoltato il discorso di Anna Finocchiaro in commissione Affari costituzionali, ci saranno degli elementi di più»
La prima commissione del Senato, infatti, è lo specchio vivente di tutte le difficoltà del governo. Il pallottoliere recita 14 a 14.
Mazzoni è decisivo. «Sia chiaro, come ha fatto il Pd con Tocci, potrebbero anche sostituirmi in commissione. Di certo, il momento della verità sulle riforme», e anche sulla legislatura, «è previsto col voto dell’Aula».
L’ora della transumanza, insomma, potrebbe scattare a breve.
Accompagnata da una serie di punti interrogativi che adesso tengono i senatori col fiato sospeso.
È sicuro che Berlusconi ostacolerà l’uscita di alcuni dei suoi? E se sfruttasse la transumanza in altro modo, magari tentando la disperata difesa del «così fan tutti» proprio mentre è sotto processo per compravendita di senatori?
La partita si gioca nella parte centrale dell’emiciclo. Dove siede la coppia composta da Manuela Repetti e Sandro Bondi, dove si sono sistemati i fuoriusciti del M5S, dove hanno preso casa gli ex leghisti.
Il senatore centrista Paolo Naccarato, che di questo limbo del Senato è da sempre un ottimo Virgilio, allarga le braccia: «Io sono il capo degli stabilizzatori, e questo lavoro lo faccio gratis. Se Renzi e la Boschi continuano a dialogare e accettano modifiche alla riforma, allora il premier entrerà nella storia come l’uomo che ha abolito il bicameralismo perfetto.
“In caso contrario», aggiunge, «non voglio neanche pensare a quello che accadrà in Senato. Ce l’avete presente la maionese impazzita? Ecco, una maionese impazzita».
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
LA DEFEZIONE DI 15 IRRIDUCIBILI E’ DATA PER SCONTATA, GOVERNO IN AFFANNO
I suoi “no” Matteo Renzi li ha già fatti recapitare ai venticinque dissidenti della sinistra dem.
Di allargare le competenze del nuovo Senato, ad esempio, non se ne parla. E di rallentare il percorso del ddl Boschi neanche.
Sul bicameralismo, sostiene, indietro non si torna.
Siccome però la battaglia si annuncia campale, il premier continua a ripetere di essere pronto a discutere. Se alla fine si dovrà andare alla conta, che almeno non sia lui a fornire l’impressione di voler rompere.
L’obiettivo, piuttosto, è concedere qualcosa alle “colombe” della sinistra dem. Per spaccare la falange dei venticinque oltranzisti.
Il nodo, e sarà così per settimane, resta quello del Senato elettivo.
Il massimo che Palazzo Chigi può accettare è racchiuso nel pacchetto Boschi-Quagliariello: un listino di senatori scelti tra i candidati per i consigli regionali.
Una novità da inserire nelle norme transitorie, da definire poi con legge ordinaria.
Sul punto Renzi continua a ripetere di volersi «confrontare senza pregiudizi ». Troppo poco, almeno per una quindicina di irriducibili dem.
Un gruppo nel “gruppo dei 25”, con il coltello tra i denti.
La partita a scacchi è appena cominciata. E l’opposizione interna è disposta a giocare il tutto per tutto.
Ieri, per dire, i firmatari del documento hanno concordato una strategia di marketing politico da mettere in pratica nelle prossime ore. Vogliono diffondere sui social network un “Bignami” delle modifiche al ddl Boschi.
Con una premessa che serve a proteggersi dalle accuse del renzismo più ortodosso: «Frenatori? Avanti con le riforme».
L’opuscolo raccoglie le istanze della minoranza e rilancia, naturalmente, il Senato eletto dai cittadini. Eletto direttamente, si sgolano. «Senza pasticci».
L’ala più moderata – capitanata da Maurizio Migliavacca – è la meno ostile a un accordo.
Il progetto è scambiare il via libera a un’intesa con un patto di legislatura che tenga il Pd al riparo da nuovi strappi.
E gli ambasciatori renziani lavorano ai fianchi proprio i più “ragionevoli”.
«Piena disponibilità al confronto – ripete il vicesegretario Lorenzo Guerini -. Ma non si riparte da capo». Non basterà all’ala dura.
È quella dei quattordici che si autosospesero nel 2014, in occasione della sostituzione in commissione di Chiti e Mineo. Oltre ai due “epurati”, l’elenco comprende Chiti e Corsini, Gatti e Micheloni, Tocci e Casson.
Anche tra i renziani, a dire il vero, c’è chi spinge verso il muro contro muro.
Il ministro delle riforme ha in mano un elenco. Prevede che alla fine il pallottoliere sorriderà a Palazzo Chigi. Con la defezione di una quindicina di senatori, è il calcolo, alla maggioranza basterebbero cinque o sei parlamentari dell’opposizione per ottenere il via libera al provvedimento.
E i verdiniani, si sa, già si sbracciano per attirare l’attenzione del premier. Che intanto polemizza pure con Diego Della Valle: «Ci sono alcuni storici imprenditori che hanno un po’ di mal di pancia. Tutto utile, il loro mal di pancia non mi fa venire il mal di testa». A Renzi, in serata, arriva una frecciata da Matteo Orfini sul caso-Roma: «Sbagliò a criticare Marino. Il premier deve aiutare la capitale nel suo sforzo di rilancio».
C’è un’ultima incognita, capace di cambiare il corso degli eventi: Piero Grasso.
È possibile che il presidente del Senato geli le speranze della minoranza, dichiarando blindato l’articolo due del ddl. Quello sull’eleggibilità , per intenderci.
Ma la domanda più delicata è un’altra: permetterà al governo di ritoccare l’eleggibilità emendando altri articoli del provvedimento?
«Lo spero, ma non è detto. E a quel punto – ammette con un briciolo di preoccupazione Quagliariello – la situazione potrebbe complicarsi…».
Tommaso Ciriaco
(da “la Repubblica”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
“L’EUROPA SI E’ PERSA PER STRADA, SE NON DIVENTA UN’AUTORITA’ FEDERALE SARA’ FATTA A PEZZI DAGLI STATI”
Alle 10 della sera, dopo aver seguito lo scrutinio, Romano Prodi è tranchant: «Diciamo la verità , il
risultato del referendum greco in queste proporzioni non se lo aspettava nessuno. Non è più tempo di rinvii, l’ora è adesso: la Grecia sta scoppiando e se l’Europa non trova una soluzione, non è più credibile. Alla svelta si apra un tavolo per un compromesso in Grecia, ma al tempo stesso l’Europa ne apra un altro, più grande: abbandoni la dottrina di questi anni, perchè altrimenti – stiamo attenti – altri casi-Grecia si susseguiranno fino alla distruzione del disegno europeo. O realizziamo una autentica autorità federale europea, una Europa federale, con un governo e un Parlamento forti, oppure le forze nazionali, che sono diventate dominanti rispetto alle istituzioni comunitarie, ridurranno l’Europa a pezzi».
Per cinque anni presidente della Commissione europea, ancora ascoltato da alcune delle più influenti cancellerie, da tempo Romano Prodi denuncia l’affievolimento dello spirito comunitario, la debolezza della leadership europeista della cancelliera di Germania e in questa intervista a “La Stampa” racconta come in prima persona abbia contrastato la deriva che poi ha portato alla crisi greca.
Dopo l’avventura greca, l’Europa potrà essere la stessa?
«No, non potrà essere la stessa, ma a salvare l’Europa, una volta ancora, sarà una forza esterna che ci costringerà ad un compromesso».
Gli Stati Uniti?
«Gli Usa e la Cina temono entrambi un evento deflagrante. Hanno paura che uno sfaldamento progressivo dell’euro provochi una nuova tempesta in tutto il sistema economico e politico mondiale. Ancora una volta, come è accaduto in Iraq, in Ucraina e in altri scenari, l’Europa vedrà condizionate le sue decisioni da spinte esterne: americani e cinesi faranno di tutto per salvare l’euro. Ma sarà l’ulteriore dimostrazione che l’Europa ha perso la sovranità su se stessa».
Lei ha avuto di recente incontri al massimo livello in Cina: sono davvero così preoccupati anche loro?
«Sì ed è una preoccupazione che ho riscontrato in tutti gli incontri ufficiali che ho avuto. Loro, proponendosi come potenza ascendente e pur restando affascinati dagli Stati Uniti, sono interessati alla formazione di contrappesi al dollaro e sono convinti che l’euro sia di aiuto nel loro cammino».
Le premesse della crisi greca si consumarono durante la sua presidenza della Commissione europea?
«Ricordo la notte nella quale chiesi a Francia e Germania di rispettare i parametri e loro risposero no, accampando le loro prerogative nazionali. E quando dissi che sarebbe stato utile istituire una sorta di Corte dei Conti europea risposero che era una spesa inutile. La Grecia è entrata nell’euro perchè ha potuto ingannare vergognosamente sui dati reali della propria economia».
Morale di quella storia?
«Se ci fosse stata una forte autorità federale, probabilmente Atene non sarebbe mai entrata nell’unione monetaria, o sarebbe entrata ad altre condizioni. Invece noi non abbiamo voluto un’autorità federale. Abbiamo delegato ogni potere ai leader nazionali, che sono ostaggi dei loro problemi di politica interna».
Lei in tempi non sospetti parlò di stupidità dei parametri stabiliti una volta per tutte a Maastricht: è giunto il tempo di cambiarli?
«Quando li definii stupidi, in tanti mi saltarono addosso, ora ricevo continui riconoscimenti internazionali per quella affermazione. Ma ricordo con piacere quel che mi disse allora Helmut Kohl: dovresti ricordare che Roma non è stata fatta in un giorno, ora consolidiamo l’euro. Un grande leader che stava dentro un disegno politico».
Dice il premio Nobel Paul Krugman che l’euro è una camicia di forza da allentare: condivide?
«Se l’Europa non si autoriforma è un pane cotto a metà e se non c’è intenzione di cuocerlo tutto, avrebbe ragione Krugman. Ma la risposta ora è nelle mani della Germania. Non resta che sperare che non diventi profezia, la speranza a suo tempo espressa da Joschka Fischer: “La Germania non affondi l’Europa, sarebbe la terza volta in cent’anni”».
Tutte le colpe sempre della Germania?
«Alla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti divenuti potenza mondiale, misero a punto il piano Marshall, senza preoccuparsi come l’Italia spendeva quei fondi. La Germania è un paese che è leader, per le sue virtù, ma non lo vuole riconoscere, rendendosi conto della convenienza globale e coinvolgere tutti».
Oltre a restituire un’Europa impotente, non trova che in questa stagione abbiano assunto un peso sproporzionato istituzioni non politiche?
«Certamente sì. Che cosa c’entra la troika in questa faccenda? Che cosa c’entra il Fondo monetario internazionale che interviene nella comunità più ricca del mondo, quale è ancora l’Europa? Decisivo è stato il ruolo svolto per evitare il disastro dalla Bce, che però non ha un ruolo politico».
La settimana che ha preceduto il referendum ha mandato in scena l’impotenza europea?
«La settimana che abbiamo alle spalle è significativa, perchè, appena il presidente francese Hollande ha accennato ad una possibile trattativa allo scopo di sdrammatizzare il referendum, i tedeschi hanno concluso che non era il caso di parlare con i greci se non dopo i risultati. A quel punto nessun altro leader ha più aperto bocca».
Fabio Martini
(da “la Stampa”)
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Luglio 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO FINANZIARIO ANALIZZA TUTTI GLI SBAGLI DELLA CAMPAGNA PER IL SI’ AL REFERENDUM GRECO
A spianare la strada alla vittoria del “No” al referendum greco sono stati anche i tanti errori commessi dal fronte del “Sì”, sia all’interno della Grecia che a livello europeo. Ne è convinto Wolfgang Mà¼nchau, presidente di Eurointelligence ed editorialista del Financial Times e del Der Spiegel.
In un editoriale sul Financial Times, Mà¼nchau punta il dito contro gli errori — “alcuni secondari, altri monumentali” — commessi dai principali protagonisti della campagna del “Sì”.
Tre, secondo Mà¼nchau, sono particolarmente evidenti.
“Il più grande — scrive l’editorialista — è l’intervento chiaramente coordinato di diversi politici europei di lungo corso, che all’unisono hanno ripetuto che una vittoria del ‘No’ avrebbe portato alla Grexit, a un’uscita della Grecia dall’Eurozona. Uno di questi era Sigmar Gabriel, ministro dell’Economia tedesco e capo del Partito Socialdemocratico di Germania (Spd). Ha addirittura raddoppiato le sue minacce subito dopo l’uscita dei risultati. I greci hanno correttamente interpretato queste minacce come un tentativo di interferire con il processo democratico del loro Paese. La notizia la settimana scorsa che funzionari dell’Eurozona avevano cercato di bloccare l’ultima analisi del Fondo Monetario Internazionale sulla sostenibilità del debito non li ha certo aiutati […]. Il resto dell’Europa ha dato l’impressione di voler manipolare il referendum, e di non preoccuparsi neanche di nasconderlo”.
Quanto al secondo errore madornale, la campagna del “Sì” — sempre secondo Mà¼nchau — ha fallito nello spiegare come il programma di salvataggio sarebbe potuto funzionare dal punto di vista economico.
“Il referendum greco — scrive Mà¼nchau — ha unito economisti con visioni molto diverse sul funzionamento del mondo, tra cui Paul Krugman, Jeffrey Sachs e Hans-Werner Sinn. Non c’è nessuna teoria economica accreditata che sostenga che un’economia in depressione da otto anni abbia bisogno di un nuovo round di austerity per arrivare a un miglioramento economico”.
Il terzo “monumentale” errore, scrive ancora Mà¼nchau, è stata l’arroganza.
I sostenitori del “Sì” pensavano di avere la situazione in pugno.
“Ciò che ho trovato più irritante — prosegue l’editorialista — è stato l’argomento che la Grexit porterebbe a catastrofe economica, come se la catastrofe non fosse già avvenuta. Se sei stato disoccupato per gli ultimi cinque anni, senza alcuna prospettiva lavorativa, non fa differenza se i soldi che non hai sono denominati euro o dracme”.
(da “Huffingtonpost”)
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