Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL RACCONTO AGLI INQUIRENTI DEL FIORISTA TESTIMONE CONFERMA LA VERSIONE DELLA QUINDICENNE
«Eccolo, è lui, è passato correndo fortissimo, arrivava da via Sabotino e ha svoltato in via Monte Santo, questione di pochi secondi».
Dopo quelle del ristorante, anche le telecamere esterne del chiosco di fiori tra via Sabotino e via Monte Santo in Prati hanno ripreso la fuga di Giuseppe Franco, il militare di 31 anni accusato di aver stuprato una quindicenne la sera del 29 giugno. «La polizia ha voluto vedere i filmati – conferma il negoziante – noi siamo aperti tutta la notte, gli agenti lo stavano ancora cercando, gli abbiamo indicato la direzione che aveva preso».
L’inseguimento
Sono le 23.46, la violenza si sarebbe appena consumata nei pressi della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio, la ragazzina è corsa a raccontare tutto alle amiche, la madre di una delle due si fionda in strada e comincia l’inseguimento.
«Alto, molto muscoloso, pantaloncini corti», Franco viene individuato praticamente subito. In un primo video delle telecamere di zona, diffuso venerdì, si distingue nettamente il marinaio allontanarsi spedito, dietro la donna che cerca di tallonarlo mentre la vittima crolla in un pianto disperato abbracciata ad una delle coetanee. Franco sta correndo verso il fioraio, Botros Mohsen Youssef, la cui testimonianza è ora agli atti degli inquirenti: «Sentivo delle urla – racconta – poi ho visto quest’uomo correre velocissimo, indossava una maglietta e dei bermuda, non sapevo cosa fosse successo mi sono solo scansato perchè andava molto forte, all’inizio ho pensato a un incidente o a un furto, cioè a una persona che stava scappando».
L’«esca» della bicicletta
«Pochi minuti dopo – continua Botros – è arrivata qua anche una donna in bicicletta, ho pensato che fosse la madre perchè ha fatto sei, sette giri del quartiere mentre continuava a chiedermi “dov’è andato, ditemi dov’è, lo devo trovare, da che parte è andato”, io ho indicato via di Monte Santo e poi è arrivata la polizia, non ho fatto in tempo a chiamare io il 113 perchè era già pieno di lampeggianti».
Alla fine, Franco non l’ha ritrovato la madre ma gli uomini della Squadra Mobile: “l’esca” della bicicletta, parcheggiata dal militare e recuperata dal fratello Mario – indagato per favoreggiamento – la mattina successiva, ha permesso agli agenti di risalire all’abitazione dei due.
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’AVVENTURA DI UNA VITA: DAL PADRE FASCISTA DI SINISTRA ALLE IMMERSIONI IN TUTTO IL MONDO
Mentre osservo la placida rotondità del volto mi torna alla mente Robert Byron, viaggiatore
inglese che non solo amava viaggiare per non stare fermo, ma trovava nel viaggio la sola consolazione al detestabile incalzare della civiltà .
Anche Folco Quilici rientra nella categoria dei viaggiatori.
Una pedagogia ovattata, a volte cartolinesca, spesso sincera, a tratti avventurosa, ha accompagnato le sue incursioni nel mondo.
Chi è davvero quest’uomo che ha attraversato deserti, addolcito foreste, solcato mari, ammansito squali, reso l’esotico un pràªt à¡ porter per paradisi televisivi capaci di gustare l’intelligenza di un documentario? Gli siedo davanti.
Gli dico: ogni volta che penso a lei non posso fare a meno di immaginarla con bombole e muta mentre si immerge in qualche mare del globo. Ha mai pensato al significato dell’immersione?
Mi guarda come se la domanda non lo riguardasse. Poi capisco che è un problema di comprensione uditiva. Infila l’apparecchietto. Sorride.
Ed è come se la vita dopo un fermo immagine riprendesse a scorrere. Sono affascinato da chi sa scendere nelle profondità , sia del mare che della terra.
«Pensa che sia lì il segreto della vita?»
Penso che la fatica di immergersi, per bipedi abituati all’orizzontalità , sia qualcosa che valga la pena indagare.
«Non mi tirerà fuori la questione dell’inconscio. Tutta la vita ho viaggiato per dimenticare il mio inconscio. Certo, non è la stessa cosa immergersi in una vasca da bagno e in un mare infestato dagli squali. Se l’ho fatto è stato esclusivamente per dare un’emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l’inedito, l’irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona!»
È mutata la sensibilità . Il messaggio.
«No, guardi, è mutato il “format”. Oggi il leone o l’orso bianco li devi vedere minacciati dalla sparizione per fotografarli. Tra un po’ neppure quello. Abbiamo trasferito le nostre ansie, le nostre paranoie sul mondo animale. Lo abbiamo antropologizzato».
Non è che lei non umanizzasse?
«Ma non fino a questo punto. Si passano intere giornate per filmare due moscerini che fanno sesso. La voce fuoricampo grave o insinuante racconta l’atto. La presa di possesso. L’orgasmo. La morte in agguato. Non sai mai se stai in un film di Hitchkock o alla rappresentazione scollacciata del Bagaglino. Mi dispiace. Tutta la mia attività di documentarista – e ne ho fatte di cose che non mi piacevano – è sempre stata guidata dal sogno di bambino: scoprire, meravigliarsi, fantasticare”.
Dove è nato?
«A Ferrara. Nel 1943 la nostra casa fu distrutta da una bomba. Non esplose. Come un pugno gigantesco l’attraversò tutta. Si salvò, in parte, solo la biblioteca di mio padre».
Letterato?
«No, giornalista. Nello Quilici: direttore del Corriere Padano ».
Un leghista ante litteram?
«Ma no, un fascista di sinistra. Molto legato a Italo Balbo. Lo chiamò per quell’ultimo dannatissimo volo. Accennò a una missione. Si sfracellarono sotto il fuoco amico della contraerea italiana».
Provi a fornire qualche dettaglio.
«Cosa vuole sapere?»
Fu un incidente?
«Non si è mai chiarito. Sorvolavano Tobruk. Il trimotore entrò in un corridoio vietato. Si abbassò, forse sconsideratamente, e alla fine venne colpito. Scese giù, dicono i testimoni, in fiamme. C’era Balbo. E c’era mio padre. Era il 28 giugno 1940. Fu un attentato? Un complotto? Un errore? È difficile da spiegare. Papà teneva un Diario che fu ritrovato. Mancano le ultime quattro pagine. Cosa c’era scritto? Ho tentato di ricostruire tutto questo».
Perchè?
«Perchè è stata la mia ossessione. Ogni volta che ascoltavo qualche testimonianza era come se avvertissi le urla dentro quell’aereo colpito. Voci straziate che ho immaginato e che mi hanno accompagnato per anni nel dolore e nella rabbia. Ricordo quando apprendemmo la notizia».
Dov’era?
«A Ferrara. Venne a trovarci Michelangelo Antonioni. Giovane. Elegante. Silenzioso. Mi abbracciò. Strinse me e miei fratelli. Scriveva per il Corriere Padano . Mio padre gli aveva dato una rubrica di cinema. Ferrara pareva una città irreale. Nel caldo incombente di quei giorni Michelangelo scrisse che udì la voce di una contadina pronunciare in dialetto: “I dis ch’è mort Balbo”. È probabile che morì per i contrasti con il Duce».
Restaste a Ferrara?
«No, dopo un po’ sfollammo in un paesino sopra Bergamo. In una casa di campagna dove mio padre ogni tanto andava. E lì per la prima volta lessi un lungo racconto sul mare. Venti mesi a caccia di balene , si intitolava. Non era ancora il tempo di Melville. Ma quel libro – impolverato e seminascosto – mi aprì un mondo sconosciuto e affascinante. Anche se non ne sei consapevole c’è sempre un momento in cui le cose iniziano. Il mio rapporto col mare fu lì che ebbe origine. Poi giunse la liberazione».
Cosa fece?
«Ci trasferimmo a Roma. Era il 1945, avevo 15 anni. Feci in tempo per iscrivermi al Tasso. Non so se Roma mi piacesse. Era disperatamente frenetica. Un’estate andammo da uno zio a Levanto. Giornate quiete davanti a un mare bellissimo. Lo zio era un uomo curioso. Un sognatore passivo. Non chiese nulla solo che la sera gli raccontassi ogni volta un film diverso. Alla fine il repertorio si esaurì. Cominciai a inventare storie marine, popolate di pesci enormi e di onde gigantesche».
Era il mare che tornava.
«Tornò davvero quando vidi un ufficiale americano con pinne e maschera scendere in acqua. Mi avvicinai e dopo un po’ gli chiesi se poteva prestarmele. Fu così che tentai la mia prima immersione. E da allora ho dovuto attendere la vecchiaia per smettere».
È stato tra i primi, forse il primo, a raccontare cosa accadeva in quei mari vicini e lontani.
«Tutto cominciò con delle foto subacquee che piacquero a Ulrico Hoepli. Poi venne il primo film: Sesto continente .Era la prima volta che la gente vedeva i fondali marini. Gli squali. Impiegai un anno a girarlo. Sul Mar Rosso. Il film andò a Venezia. Avevo 24 anni e mi sembrava che la fortuna avesse cominciato a prendermi sul serio».
Dopo c’è stata una lunga e onorevole carriera.
«Lunga sì, con alti e bassi».
C’è qualcosa di cui si pente?
«Il mio lavoro ha tenuto conto di qualche compromesso. Sotto ricatto di un produttore girai per esempio Dagli Appennini alle Ande . Fu un viaggio bellissimo. Ma realizzai un brutto film».
Ricatto perchè?
«Chi ha i soldi spesso vuole metter bocca. Ma non tutti i produttori erano così. Goffredo Lombardo, che finì protestato, è quello con cui ho lavorato meglio. Tra le tante cose girai con lui Tikoyo e il suo pescecane ».
Fu un film di grande successo.
«Goffredo, che aveva ereditato la Titanus, mi disse: ho letto un libro che parla di un’amicizia tra uno squalo e un ragazzo. Potrebbe diventare un film? Goffredo amava il mare e mi propose di girarlo alle Antille. Gli dissi guarda che la storia funziona se l’ambientiamo in Polinesia. Facemmo un sopralluogo e alla fine partimmo. Il problema era lo squalo e chi avrebbe sceneggiato la storia».
Lo squalo perchè?
«Dovevamo addomesticarlo. Decidemmo di usare uno squalo finto. Fu Amilcare Rambaldi a realizzarlo. La prova generale avvenne nel mare di Ponza. Un disastro. Andava a fondo e per poco non morirono affogati i tecnici che dovevano assisterlo. Rambaldi era imperturbabile. Noi disperati. Disse semplicemente: non vi preoccupate ve lo spedisco a Tahiti. E così fece».
E a quel punto?
«Lo esibimmo sulla piazza principale nella curiosità degli isolani. Intanto la sceneggiatura era completata ».
Chi la scrisse?
«Italo Calvino. Gliela chiesi e dopo qualche insistenza riuscii a vincere la sua ritrosia. Gli piaceva quell’atmosfera fantastica da favola oceanica. Mi disse soltanto che lo squalo avrebbe dovuto strizzare l’occhio. Quello di Rambaldi a momenti neanche apriva la bocca. Decidemmo di usare un piccolo squalo vero. In quei posti è abbastanza normale che i bambini giocassero con questi animali. Buttammo in una piscina uno squalo tigre. Lo filmammo. Era totalmente disinteressato a noi».
E strizzò l’occhio?
«Be’ sì. Chiuse l’iride e poi la palpebra. Sono tra i pochi pesci dotati di palpebra».
Con Calvino ha lavorato ancora?
«Per il mio programma L’Italia vista dal cielo gli chiesi di scrivere il testo sulla Liguria. Arrivarono poche pagine intense, chiare, bellissime. Parlavano di una regione complicata, cresciuta in altezza e in lunghezza. E di mille paesini inserrati l’uno nell’altro per proteggersi dal pericolo che arrivava dal mare. Oggi le acque sono un pericolo ben diverso. Ma Italo aveva capito tutto».
Lo dice con una certa ammirazione.
«Ho amato sia lui che Sciascia. Due forme di introversione e di genialità . Ma Sciascia era certamente più generoso ».
Nel senso?
«Rassegnato alla natura umana. I suoi silenzi non nascevano dal sospetto verso l’altro. Ma da una condizione tragica. Perciò se ne fregava. Chiedi e ti sarà dato. Italo, del quale divenni un po’ amico, era esasperato dai rapporti con le persone. Un giorno gli dissi che mi sarebbe piaciuto portare sullo schermo Il barone rampante o Il visconte dimezzato. Mi guardò come se lo avessi insultato. Non devi chiedermelo mai più. Sono storie che devono restare sulla carta, disse con una voce rabbiosa che non ammetteva repliche».
Difendeva il suo lavoro.
«Ma sì, lo capisco. E poi, come seppi, prima di me decine di registi avevano chiesto la stessa cosa. Comunque ci rimasi male. Sono stato anche molto amico di Fernand Braudel che ha collaborato al mio lavoro sul Mediterraneo. Era una persona eccezionale. Generosa. Ironica. Disponibile a valutare le idee degli altri. Ho imparato molto dal suo lavoro di storico. Chi invece era insopportabile per tutta la sua prosopopea, era Jacques Cousteau. Lo conobbi e per tutto il tempo lo sentii sparlare di tutti e ribadire che lui era il migliore».
Forse nell’esplorazione dei mari lo era.
«Era bravo. Ma grazie ai mezzi illimitati che gli forniva la marina francese. Quello che io ho realizzato è sempre stato frutto di sforzi economici pazzeschi. Oggi se mi guardo indietro mi vedo come uno che ha interpretato un certo modo di viaggiare. Non c’era ancora il turismo di massa. Ma c’era già l’immaginario di massa. Sono stato in mezzo a queste due esigenze».
C’è stato in che modo?
«Mi mettevo nella condizione del bambino. Per capire gli altri. Per dir loro: ecco, guardate cosa c’è lontano dalle vostre case. Li invitavo a sognare. Ma per sognare devi educare la curiosità . Una volta a Roma conobbi un cacciatore di savana. Vidi che sparava su delle fotografie della fidanzata. Poi si calmò.A quel tempo volevo girare un film sui popoli primitivi dell’Africa. E la conversazione finì su questo. Lui mi disse che aveva conosciuto una popolazione di pigmei che cacciava il bufalo e l’elefante con l’arco e le frecce. E poi mi disse: c’è una donna che vive in Somalia. Una bianca che può aiutarti nelle tue ricerche. Quella donna divenne mia moglie ».
E il film?
«Fu girato: L’alba dell’uomo . Raccontai un continente straordinario che oggi non c’è più. Anna, mia moglie, aveva il padre che viveva in Somalia. Fu ucciso in una delle ricorrenti stragi a Mogadiscio. Penso che quelle terre siano incapaci di prendere sonno. Non dormono più. Ma non vivono neanche più. Mi piacerebbe oggi raccontare tutto questo».
Perchè non lo fa?
«Perchè tranne qualche gloriosa prefazione nessuno più mi dice: Folco raccontaci una nuova storia. Non sono patetico. Ho un grande archivio. In parte donato ad Alinari. Dei figli che stanno avendo successo. E intatto è restato l’amore per Anna. Presto ci trasferiremo in campagna. Venderemo la casa romana. Non ho più molte cose che mi legano a questa città . Dove potrei immergermi, in quale acqua che non sia quella stantia del tempo che passa?»
Cosa vorrebbe dalla vecchiaia?
«Accidenti, cosa vorrei? Ho finito di scrivere un romanzo. Uscirà in ottobre. Ho ancora fame di volti e di luoghi. È la fame che sogno. Che continuo a vedere come lo squalo con le cinque fila di denti e la pupilla dilatata. Mi strizza l’occhio. Mi dice: non temermi. È la prima cosa che ricordo quando mi sveglio al mattino».
Antonio Gnoli
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DELLA NEW YORK UNIVERSITY E DELLA LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: “STOP ALLE ELITE ECONOMICHE”
«Ogni giorno che passa dimostra come le èlite politiche e burocratiche europee siano del tutto cieche sia sulle cause della crisi economica greca sia sulle sue possibili soluzioni. Sono abbagliate dalla stessa ideologia che nel 2008 ha portato alla crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti: il neoliberismo. Ancora una volta si bada al guadagno di breve termine e non si scorgono gli effetti di lungo periodo delle proprie scelte. Evidentemente, sbagliando, non sempre si impara”.
Questa l’impietosa diagnosi del sociologo americano Richard Sennett, professore alla New York University e alla London School of Economics, che da tempo denuncia i vizi di una politica ripiegata sul presente
Professor Sennett, che cosa sarebbe l’Europa senza la Grecia?
«L’eventuale uscita della Grecia dall’eurozona non implicherebbe soltanto delle gravi ripercussioni sul piano economico. Avrebbe anche e soprattutto un immenso significato simbolico. Al netto della complessità e delle differenze, l’Unione europea ha senso soltanto come progetto politico ben radicato in una cultura condivisa. E la radice di questa cultura non può che essere la Grecia e l’idea di democrazia. Se l’Europa lo dimentica, è fatale che finisca in mano a banchieri e burocrati».
Se siamo arrivati a questo punto, però, una parte di responsabilità grava anche sui governi greci…
«È vero, ma secondo me oggi il vero problema non è tanto il debito, che in termini assoluti sarebbe stato facilmente gestibile dalla Ue. Il vero problema, quello che ci ha condotto fin qui, sono la Troika e la cultura neoliberista che porta avanti. Il capitalismo finanziario mette in ginocchio non più soltanto il lavoro, ma anche la politica. Al punto che gli Stati rischiano di fallire come un’azienda qualsiasi. Per scongiurare quest’esito, dal 2010 la Grecia sta attuando le ricette imposte dal Fondo Monetario e il risultato è chiaro a tutti: un’economia ancora più depressa ».
Non ritiene che il premier greco, convocando il referendum, sia venuto meno alle proprie responsabilità ?
«No. Credo invece che il referendum rappresenti sempre, e tanto più in questo caso, una positiva occasione di esercizio della sovranità popolare. Non mi faccio illusioni sulle conseguenze del voto. So bene che se vincesse il “no” e la Grecia uscisse dall’eurozona, i cittadini greci incorrerebbero in una fase di sofferenza terribile, simile a quella subita dall’Argentina qualche anno fa. Sarebbe un disastro economico per tutte le fasce sociali, specie per quelle più deboli. Eppure, se io fossi un elettore greco, voterei sicuramente per il “no”. Non è più tollerabile essere comandati da un potere illegittimo. Meglio poveri che sudditi».
Pensa che le conseguenze politiche ed economiche del voto si faranno sentire anche nel resto d’Europa?
«Credo che tutte le economie più fragili dell’eurozona, Portogallo in testa, saranno esposte al rischio di un contagio finanziario. Ma ciò che più mi preoccupa sono i contraccolpi politici di quanto sta accadendo. In Gran Bretagna, ad esempio, un eventuale default greco offrirebbe l’ennesimo argomento a chi sostiene che il progetto dell’Unione Europea è insostenibile. La sfiducia cresce. E allora dopo Grexit, è probabile che esploda il pericolo Brexit».
Giulio Azzolini
(da “la Repubblica”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
MANIPOLAZIONE MEDIATICA: “NEI CENTRI URBANI IL NO E’ AL 70%, FACCIAMO USCIRE UN SONDAGGIO FAVOREVOLE”
Avreb bero potuto tito larlo «come mani po lare una cam pa gna refe ren da ria». Invece il docu mento
top secret del fronte del sì per influen zare il voto è defi nito in maniera più neu tra: «Note stra te gi che per il referendum».
Il vade me cum a uso interno di Nea Demo cra tia (il par tito di cen tro de stra dell’ex pre mier Sama ras), tre pagi nette affi date a una società di mar ke ting, risale con ogni pro ba bi lità a gio vedì, visto che parla della mani fe sta zione del giorno prima, e
testi mo nia delle enormi dif fi coltà in cui si trova il fronte del sì.
Lo sce na rio che dipinge non è quello uffi ciale di gior nali e tv: «Le per sone in eta’ dina mica, dai 25 ai 55 anni (spe cial mente quelli tra i 35 e i 45), sono per il no e nei cen tri urbani il no è al 70%. A favore del sì sono i pen sio nati e la pro vin cia», ma si ammette che per sino «il 10% degli elet tori di Nea Demo cra tia è per il no».
La prio rità per i soste ni tori dell’accordo con i cre di tori inter na zio nali è una stra te gia per con qui stare gli indecisi.
Innan zi tutto, «dob biamo pun tare su donne, sui gio va nis simi e su quella parte di votanti di Syriza che pro viene dal Pasok», sti mata intorno al 30 per cento degli elet tori del par tito al governo.
«È soprat tutto a loro che dob biamo rivol gerci», sot to li neando «l’isolamento inter na zio nale del paese e il fatto che Rus sia e Cina pren dono le distanze dalle scelte del governo greco», si legge nel documento.
Inol tre, per pro vare a recu pe rare con sensi nelle ultime ore di cam pa gna refe ren da ria, è neces sa rio che «i mes saggi della nostra comu ni ca zione siano con vin centi e soprat tutto ascoltati».
La stra te gia è chiara: stop alla sovrae spo si zione dei poli tici, in par ti co lare quelli di Nea Demo cra tia che hanno appli cato i Memo ran dum e non sareb bero ascol tati, ed evi tare ogni con fronto diretto con Tsi pras, che sarebbe per dente.
Al con tra rio, «è il momento dei cit ta dini», fatta ecce zione per i sin daci di Atene e di Salo nicco, Gior gios Kami nis e Yan nis Bou ta ris (che si sono schie rati per il sì insieme al Pre si dente della Repub blica Pro ko pis Pavlopoulos).
Per loro, con si de rati più popo lari, non c’è nes suna pre clu sione a spen dersi pub bli ca mente, anzi la loro pre senza va incen ti vata. Biso gna fare in modo, invece, che in tele vi sione gli espo nenti di Syriza ven gano «messi a con fronto con gior na li sti, rap pre sen tanti del mondo pro dut tivo, degli agri col tori e delle asso cia zioni dei commercianti».
La linea è quella di evi tare il con fronto poli tico diretto, che sarebbe per dente e por te rebbe solo acqua al mulino del no: «Non è il momento di pren dersi una rivin cita per le ele zioni perse a gen naio e va sot to li neato il carat tere nazio nale e non di par tito del referendum».
Altro punto cen trale della stra te gia anti-Syriza: enfa tiz zare le code alle ban che e nei
super mer cati, per chè «gli exit poll mostrano che quando vanno in onda que ste imma gini i con sensi per il sì rad dop piano».
Attra verso un uso sapiente delle imma gini di dispe ra zione gli stra te ghi del mar ke ting con tano di recu pe rare un altro 10 per cento.
Una tabella mostra chi ha la meglio nello scon tro tra alcune parole chiave: se si usa l’argomento euro-dracma, ad esem pio, pre vale il sì, vice versa non pagano la con trap po si zione Grecia-Europa, misure con tro Memo ran dum e men che meno Tsi pras con tro Sama ras o altri politici.
Si arriva infine agli argo menti e punti chiave delle ultime ore di cam pa gna refe ren da ria: il
turi smo, con si de rato «fon da men tale», cosa acca drà il giorno dopo la vit to ria del no e dove fini ranno i risparmi depo si tati in banca (un gior nale della destra tito lava ieri, appunto, sul pre lievo for zoso sui depo siti oltre i 20 mila euro), evi tando la domanda «di chi è la colpa se le ban che sono chiuse», per chè su que sto punto le per sone sono divise e «le que stioni tec ni che sono dif fi cili da spie gare».
Se pro prio qual cuno dovesse tirare in ballo l’argomento, «noi dob biamo rivol gerci ai cit ta dini con una sem plice domanda: con quale governo le ban che hanno chiuso?»
Un ulte riore pro blema riguarda la vola ti lità dell’opinione pub blica: è dif fi cile anco rare in maniera cre di bile i cam bia menti d’umore verso il sì per chè gli inde cisi cam biano spesso idea.
Dun que biso gna far appa rire «una dina mica sta bile a favore del sì, mai con per cen tuali simili per chè la gente è molto sospet tosa nei con fronti di chi fa le rile va zioni, che con si dera una parte del sistema».
Venerdì 3 luglio, ultimo giorno utile per la pub bli ca zione, dovrà com pa rire un son dag gio che mostra in maniera chiara il van tag gio del sì, senza che esso possa «essere messo in discussione».
È quello che è acca duto, dopo il passo falso del gior nale con ser va tore Kathi me rini il giorno pre ce dente, che aveva dato i sì in van tag gio ed era stato smen tito a stretto giro di posta dallo stesso isti tuto demo sco pico al quale la rile va zione era stata com mis sio nata.
Il son dag gio pub bli cato ieri dal quo ti diano To Eth nos (di pro prietà del con te stato magnate dei media Gior gos Bobo las, pro prie ta rio anche di Mega tv, impe gnata in una feroce cam pa gna anti-Syriza) è diven tato la prin ci pale noti zia per i media di tutto il mondo, oscu rando per sino i numeri, quelli sì impres sio nanti, della piazza ate niese che lo stesso giorno si è stretta attorno a Tsi pras e al suo governo.
Angelo Mastrandrea
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
VIAGGIO NELLA CLASSE MEDIA ATENIESE ALLA VIGILIA DEL VOTO
“Perchè non abbiamo paura di perdere tutto? Noi abbiamo già perso tutto. Non c’è più niente da perdere, e quindi niente di cui avere paura”.
A scegliere il salotto di un secondo piano di un appartamento di Peristeri, periferia ovest di Atene, si direbbe che il no si prepara a un netto trionfo al referendum di domani. Mihalis, Marios, Voula, Dimitris, Aggeliki, Thomas e Dina, sparsi tra sedie e divano, hanno le idee molto chiare su come votare.
Ma è Voula a trovare la sintesi perfetta per chi in questi giorni ha cercato di ingabbiare la consultazione in una scelta tra euro e dracma, tra Europa e isolamento. “E’ molto semplice. Domani si scontra chi non ha più niente da perdere contro chi ha qualcosa da difendere”.
È questo il dilemma che tormenta la classe media greca.
Chi era in difficoltà prima della crisi oggi vede in Tsipras l’ultima speranza, chi era molto ricco e ha retto l’urto dell’austerità voterà sì, anche se guarda con paura a cosa potrà succedere lunedì.
Ma tra questi due mondi c’è un blocco sociale che si è fratturato a metà come dopo un terremoto dal 2010 in poi.
Una parte, franando verso una povertà mai conosciuta, un’altra – medio alta – che ora guarda al sì come l’ultimo salvagente per proteggere le proprie vite.
Con questa lente, quella della classe media greca, la situazione greca deflagra in tutta la sua complessità .
Da qualche settimana ormai compare sui muri della capitale greca questa scritta. “Per favore, non salvateci”.
I cinque anni di austerity hanno colpito in modo sì quasi indistinto, ma trasformando una fetta di popolazione, che pur non vivendo nell’agio poteva garantire la propria sopravvivenza con serenità , in un’enorme massa che dopo essere stata spogliata dei propri beni, è stata privata anche della speranza.
Al punto che mentre qualcuno comincia a sventolare lo spettro del bail-in, il prelievo direttamente dai conti correnti delle banche, anche chi con la crisi ha perso quasi tutto si confessa, con orgoglio, guardandoti negli occhi: “Che cosa importa perdere 3-4mila euro, tutto quello che abbiamo, se rischiamo di perdere il futuro?”
Marios ha un possente fisico ricoperto di tatuaggi che nasconde una sorprendente gentilezza.
Pensa di sposarsi il prossimo anno, ma aspetta tempi migliori. “Non voglio pensare di arrivare a 35 anni senza poter avere una famiglia e lasciare la casa, mettiti nei miei panni, posso avere paura di votare no?”.
Eppure una vittoria del no rischia di significare il collasso definitivo del sistema bancario, un indebolimento della posizione di Tsipras.
“E’ il contrario, saremo più forti, spiega Thomas, 63 anni e 12.000 giorni di lavoro alle spalle. Perchè in Grecia il pensionamento si conta per numero di giorni.
“Il 75% dei greci vuole restare nell’euro e restarci con dignità , l’Europa non potrà non tenere conto dell’esito del voto”.
Per una città che si appresta a segnare una svolta non solo alla propria storia ma a quello dell’intera Unione Europea, sarebbe quasi lecito aspettarsi caos, confusione e tensione.
Ma anche le file ai bancomat, dove il prelievo è limitato ai 60 euro – 50 nei molti sportelli in cui sono esauriti le banconote da 20 euro – la gente attende pazientemente in fila il proprio turno. Dove non c’è la fila c’è poco da festeggiare: i soldi sono già finiti.
“Perchè andiamo così lontano Spyros?”. Spyros, la guida, ha 29 anni. Si dirige quasi alle porte della capitale. Molti anni fa i benestanti hanno lasciato il centro e hanno comprato casa fuori. Questa non è periferia”, spiega.
Eppure Cholargos, nella punta nord -ovest della cartina della città , sembrerebbe quasi ai confini della mappa urbana. Qui c’è quella parte di città aggrappata alla speranza. Tra chi ha tutto da proteggere e chi non ha nulla da perdere c’è chi pensa a qualcosa da difendere.
Il cugino di Spyros, suo omonimo, lavora per una grande compagnia straniera che si occupa di registrazione delle navi.
Uno dei pochi settori privati, quello armatoriale, che -pur spesso al riparo dal fisco ellenico- garantisce un numero consistente di posti di lavoro.
“Siamo la più grande società del nostro settore, ma ho sentito che in caso di vittoria del no vorrebbero spostare il grosso delle attività a Cipro, sarebbe un disastro per la nostra economia”, spiega al tavolo di uno dei tanti bar che popolano il quartiere.
Alle due del pomeriggio, ci sono pochi posti liberi. “Se vuoi avviare un’impresa in questo Paese, apri un bar. Vai sul sicuro”, dicono un po’ scherzando, un po’.
Il business privato per l’economia greca è praticamente irrilevante rispetto all’enorme settore pubblico.
Ma la sola e ultima possibilità per ribaltare questo squilibrio, per una parte dei greci, passa dal sì. “Chi sostiene il no non sa a cosa sta andando incontro. Quella di Tsipras è una trappola, sta illudendo i greci che esista una sorta di scenario positivo in caso di no”.
Mentre parla squilla il telefono. Ascolta, poi si rivolge agli altri al tavolo preoccupato: “Avevate soldi lì dentro?”, chiede facendo il nome di un’importante banca greca. Dall’altra parte della conversazione, un amico impiegato in quello stesso istituto e atteso di lì a poco, chiama per dare forfait. Ci sono “grossi problemi”.
Vassilis 31 anni, architetto, non ha dubbi, voterà sì. Mio padre lavora in una grossa impresa tecnica, non voglio mettere in pericolo quello che abbiamo costruito”. Proteggere quel poco che c’è.
Non è ricchezza, nemmeno benessere forse. Spyros, la guida, parla del padre, ex capitano di grandi navi, recentemente scomparso. In Grecia i lavoratori hanno maggiore libertà nel scegliere l’importo futuro della propria pensione, versando più contributi.
“Non siamo dei privilegiati. Mio padre ha lavorato tutta la vita, facendo sacrifici, per garantirsi proprio un certo tenore di vita a lui e alla sua famiglia. Dall’inizio alla fine dell’austerity la pensione è diminuita di 1000 euro, da poco meno di 2500 di partenza”.
Facile immaginare un no al referendum di domani. Eppure voterà sì domani. Non per respingere le ricette del passato, ma per tenersi stretto quel poco di futuro che resta. “Questi sono i sacrifici di un padre, di una famiglia normale. C’è chi si augura il collasso delle banche, io no. Non voglio perdere tutto”
Flavio Bini
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
GLI SPOT TV SONO TUTTI PER IL SI’, LE SCRITTE SUI MURI TUTTE PER IL NO…IL PROPRIETARIO DI “SKAI” E DEL PANATHINAIKOS FA CAMPAGNA PER L’EUROPA, I TIFOSI DELLA SUA SQUADRA VOTERANNO CONTRO
La divisione non è tra destra e sinistra, è tra l’alto e il basso della società , tra chi ha ancora
qualcosa da perdere e chi nulla.
E si spera che Vendola, Grillo e Luciana Castellina, che si sono portati ad Atene per sostenere Tsipras, non si accorgano che una robusta parte del fronte del No è apertamente fascista o nazionalista; anche la curva del Panathinaikos era di estrema destra, fino a quando nel 2008 la polizia uccise un giovane tifoso, provocando una mutazione anarchica.
Le èlites ateniesi votano per restare in Europa; gli agricoltori, che non hanno mai pagato una dracma di tasse in vita loro e adesso sono terrorizzati dall’Iva al 23%, vedono l’Unione come la peste.
Nelle terrazze di Monastiraki, dove la bella gioventù ascolta musica lounge e beve martini con vista sul Partenone, si parla d’altro.
Al mercato del pesce di Odos Athena, strada dedicata alla dea, le discussioni sono preoccupate e arrabbiate.
Il venditore di polipi – lunga barba bianca, rosario tra le mani, espressione ieratica – insospettabilmente attacca: «Voi credete che ce l’abbiano con noi. Ma vi sbagliate. Ce l’hanno con voi. La Merkel spera che vinca il No, perchè punendo la Grecia, di cui non le importa nulla, vuole che l’Italia, la Francia, la Spagna capiscano chi comanda».
Al nome Merkel il vicino di banco sputa per terra.
La moglie si affaccia: «Lei è italiano? Allora mi spiega perchè l’Italia ha un debito pubblico molto più grande del nostro, e a voi non vi caccia nessuno?».
L’unico sostenitore dell’Europa è Coldreu, il garzone albanese, che però non può votare: «Se vince il No, qui crolla tutto, e io mi trasferisco in Italia. Mio fratello lavora a Brescia, e mi dice che Brescia è la città più ricca del mondo».
«Tutti a Brescia!» dice ridendo Pyo, che è venuto qui a scaricare pesce dal Darfur, e dice che noi europei non abbiamo idea di cosa sia la povertà .
A sentir parlare italiano, si avvicina un vecchio. Racconta che lui era piccolo ai tempi della seconda guerra mondiale e dell’occupazione, e ricorda bene che gli italiani erano molto diversi dai tedeschi, rispettavano le donne e amavano i bambini; un soldato di nome Antonio gli portava tutti i giorni metà della sua razione di cibo.
Siccome oggi è come se fossimo in guerra, il vecchio insiste per fare a metà del suo panino.
Lacrime di orgoglio e di commozione.
Il Politecnico è in via 28 Ottobre, che commemora il No dei greci all’ultimatum del Duce. Questa piccola università nel 1973 fu l’epicentro della rivolta contro i colonnelli, qui si è versato sul serio il sangue per la libertà , e oggi è mortificante la povertà culturale degli striscioni legati alla cancellata.
Banchieri tutti strozzini, politici tutti ladri. «Da Atene a Chiomonte, il sabotaggio è amico della lotta. Firmato: No Tav». Questi invece sono spagnoli: «Ni culpables ni inocentes, anarquistas simplemente».
Altri scavalcano Tspiras a sinistra: «Siamo contro il referendum, contro le leggi, contro qualsiasi limite». «Campeggio antinazista all’isola di Thassos: solo 110 euro». Fuori dal Politecnico ci sono più poliziotti che studenti: spiegano che gli anarchici si rifugiano qui dopo gli scontri, e loro devono vigilare in vista della lunga notte del referendum.
Anarchici, e partigiani del No, sono anche i tifosi dell’Aek. Pure la bellicosa curva del Paok Salonicco vota «Oki», per un altro motivo: il salvatore del club, l’oligarca Ivan Savidis, è mezzo russo.
Ha presentato lui Putin a Tsipras. E’ socio del «club della dracma»: magnati che hanno i soldi all’estero e in caso di uscita della Grecia dall’euro se la comprerebbero volentieri; Savidis ad esempio dopo la squadra di Salonicco vorrebbe anche il porto. Lo fronteggia l’ex capitano, Theodoros Zagorakis, campione d’Europa nel remoto anno olimpico 2004, ora europarlamentare di Nea Demokratia e partigiano del Sì. Vota per l’Europa pure la curva dell’Olympiakos, per rispetto del presidente Vangelis Marinakis: al Pireo è previsto il record dei Sì.
Atene è piena di cronisti stranieri alla ricerca di reminiscenze liceali: il centauro Varoufakis, Tsipras kalos kagathos, il polymekanos Samaras dalle molte astuzie come Ulisse: i greci quelli veri ci guardano come fossimo matti.
L’impressione è che il No vincerebbe largo, se non fosse per le banche chiuse.
Anche il governo ammette che ci sono soldi fino a lunedì, poi si vedrà . Restano tranquilli soltanto i paesini della Grecia profonda, dove banche non ce ne sono, i pochi risparmi sono al sicuro alla Posta, e il No sarà massiccio.
Il Financial Times prevede sinistramente un prelievo secco del 30% sui conti sopra gli 8 mila euro; la presidente delle banche Louka Katseli smentisce, ma nessuno le crede più.
Solite code ai Bancomat, e ognuna ha la sua troupe cinese o americana che filma i greci mentre contano le banconote. Quelle da 20 sono quasi finite, il prelievo massimo sarebbe di 60 euro ma spesso ci si deve accontentare di 50.
Il motociclista Varoufakis annuncia di aver costituito un gabinetto di guerra: «Abbiamo carburante per sei mesi e medicine per quattro»; subito gli ospedali dicono che non è vero, le medicine bastano appena per 30 giorni.
Non si può comprare un libro su Amazon, una canzone su ITunes, un biglietto aereo con Paypal. Auto danneggiate e mai riparate.
Sui palazzi pubblici solo bandiere greche; le uniche bandiere con le stelle d’Europa sono delle ambasciate.
Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
SERVILISMO VERSO LA LEGA, FAVORITISMI, REGOLE CHE CAMBIANO SECONDO CONVENIENZA, CAPOGRUPPO NOMINATO SENZA VOTAZIONE
Se qualche elettore di centrodestra si era illuso che Giovanni Toti, presidente per caso della Regione, avrebbe “cambiato verso” alla gestione del potere ligure pare si stia ricredendo piuttosto velocemente.
Ormai la base stessa di Forza Italia non nasconde nei commenti la profonda delusione per i comportamenti e le scelte operate dal Gabibbo bianco, compresi grossolani errori nella composizione della sua Giunta.
La prima accusa è di essersi circondato da un ristretto Cerchio magico, composto dal suo vicino di casa (Giacomo Giampedrone, sindaco di Ameglia), dall’amica della moglie Italia Cavo (la moglie di Toti, Siria Magri, era la sua capa in Mediaset), il coordinatore regionale Sandro Biasotti e la protetta di quest’ultimo Lilli Lauro, risultata non eletta.
La seconda accusa riguarda indirettamente proprio Lilli Lauro: per far posto a lei, Toti ha costretto alle dimissioni da consiglieri (diventano assessori) proprio Giampredone e la Cavo, entrati in Regione con il Listino.
Perchè due dimissioni per far entrare la Lauro? Perchè prima di lei nel listino c’era un altro leghista, Franco Senarega, noto intimo di Salvini nelle sue escursioni a Recco.
Così alla fine Toti, pur di far entrare in Consiglio regionale Lilli Lauro, ha regalato un posto alla Lega.
L’ennesimo favore al Carroccio che si prende tutti gli assessorati chiave (dalla Sanità con la protetta di Maroni, Sonia Viale, alle infrastrutture con l’inquisito Rixi), dopo aver ottenuto pure la presidenza del Consiglio regionale con l’altro indagato Bruzzone.
Mentre Toti piazza l’indagato Marco Scajola al Welfare.
Altre accuse a Toti riguardano il fatto che le regole debbono valere per tutti: . se si adotta il criterio che chi viene nominato assessore deve dimettersi da consigliere, il principio dovrebbe essere rispettato da tutti.
Se deve essere nominato un capogruppo si deve votarlo, non imporlo dall’alto.
I dirigenti dovrebbero essere informati delle decisioni senza doverle leggere sui giornali, visto che Toti fa tutto in gran segreto con il suo cerchio magico.
Per non parlare della serie di gaffes che inanella: l’ultima quella di scrivere a Renzi contro la decisione della Commissione europea di non finanziare il Terzo Valico (peraltro giustamente, visto che non è trans-nazionale).
Ma come, Forza Italia è nel Ppe, hai Tajani che è vicepresidente e invece che fare pressione sui tuoi, stai a scrivere a Renzi che non c’entra una mazza?
Nel frattempo l’alleato Fratelli d’Italia, dopo aver fatto eleggere l’inquisito Matteo Rosso, designa Berrino e non Fidanza come assessore in quota, dopo una votazione in cui la direzione si spacca in due.
Alla fine La Russa parla con stampa di “larga convergenza” sul nome di Berrino: se un solo voto di differenza è una “larga convergenza” basta saperlo.
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI E’ A FAVORE DELLE MISURE IMPOSTE DA BRUXELLES, MA SI FIDA DELL’EUROPA SOLO IL 49%
Il referendum promosso dal leader greco Tsipras rappresenta un vero e proprio guanto di sfida
lanciato alle istituzioni europee e sta tenendo con il fiato sospeso i cittadini per le implicazioni che potrebbe avere sul futuro dell’Ue.
In attesa di conoscere l’esito delle urne, con il sondaggio odierno abbiamo voluto verificare le opinioni degli italiani rispetto a questo importante appuntamento.
La maggioranza (53%) prevede che, indipendentemente dal referendum, la Grecia riuscirà ad accordarsi con l’Unione Europea, onorando i propri impegni per restare nell’euro, mentre un italiano su tre (31%) è pessimista e ritiene che la Grecia alla fine sarà costretta a dichiarare un fallimento e a uscire dalla moneta unica.
Parlando di Grecia talora viene evocato un effetto domino che potrebbe toccare anche l’Italia, da tempo alle prese con il risanamento finanziario e una difficile politica di riforme strutturali per poter far fronte agli impegni con i partner europei.
L’Italia è spesso considerata sullo stesso livello della Grecia nonostante vi siano profonde differenze, basti pensare al Pil o al numero di imprese (4,4 milioni).
Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma oltre 70% degli italiani lo ignora. Non stupisce quindi che di fronte alla vicenda greca il 55% degli italiani pensi innanzitutto al rischio che questa crisi potrebbe colpire anche l’Italia, come già avvenne nella primavera del 2011 e il 16% sia preoccupato per i crediti che l’Italia vanta sulla Grecia, che potrebbero non essere onorati causando un buco nei nostri bilanci pubblici.
Solo il 15% si mostra tranquillo perchè ritiene che l’Italia sia oggi un Paese economicamente più solido della Grecia.
La crisi greca sta mettendo a dura prova l’Ue minandone la credibilità e mettendo in discussione il suo ruolo politico.
Secondo quasi tre italiani su quattro (72%) l’Europa esce da questa vicenda più debole, perchè non sembra capace di trovare soluzioni che tengano assieme tutti i Paesi mentre solo il 14% è di parere opposto e la ritiene più forte, perchè si rafforza il concetto che con l’unificazione tutti i Paesi devono cedere una parte della propria sovranità .
Ma cosa succederebbe in Italia se fossimo chiamati a votare per un referendum come quello greco?
La maggioranza (51%) voterebbe a favore delle misure imposte dall’Europa, pur di evitare il fallimento dell’Italia e l’uscita dall’euro, mentre il 30% voterebbe contro, correndo il rischio di ritornare alla lira, fortemente svalutata.
Gli elettori del Pd (83%) e quelli centristi (67%) sarebbero nettamente a favore del sì, mentre a favore del no risulterebbero gli elettori di Forza Italia (48%), del Movimento 5 Stelle (48%) e soprattutto i leghisti (56%), anche se una significativa minoranza dei rispettivi elettorati paventerebbe l’uscita dall’euro.
In occasione della crisi greca del 2011 la fiducia degli italiani nei confronti dell’Ue ha subito un brusco calo passando dal 72% al 53%.
Oggi la fiducia si è ulteriormente ridotta e si colloca ai livelli più bassi di sempre (49%).
Non va dimenticato che la vittoria di Tsipras nel gennaio scorso era stata salutata positivamente dal 54% dei nostri connazionali animati dalla speranza di attenuare la politica di austerità per favorire la crescita, di ridefinire le politiche comunitarie e di cambiare i rapporti tra gli Stati membri.
Indipendentemente dall’esito delle urne, l’Europa rischia di uscire ulteriormente ammaccata dal referendum greco.
È un’Europa perennemente a metà del guado nel processo di integrazione: vissuta come tecnocratica, arcigna e distante, concentrata sulle tematiche economiche e assente dai temi più sentiti dai cittadini come lavoro, istruzione e ricerca, sanità , pensioni, ambiente, immigrazione
Troppo spesso si dimenticano i motivi che stanno alla base della costruzione dell’Ue e tra gli italiani manca una riflessione non tanto su ciò che possiamo guadagnare stando in Europa, quanto su ciò che possiamo portare in Europa.
Sembra giunto il momento di un nuovo mito fondativo e di leader europei coraggiosi, visionari e dotati di grande capacità politica.
Ma è proprio ciò che manca ai nipoti di Schuman, Adenauer e De Gasperi.
Nando Pagnoncelli
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
A RIFIUTARE IL VOTO OGGI SONO I BEN INFORMATI
Sembra che non ci si ricordi già più dell’astensionismo clamoroso alle elezioni del 31 maggio in alcune tra le più importanti regioni italiane, la Toscana, la Liguria, il Veneto, la Puglia, la Campania, le Marche, l’Umbria.
Il problema è stato furbescamente rimosso.
È il diritto di voto, non il suo uso, a dare il potere sovrano ai cittadini, vien detto: anche se gli elettori sono tre su mille i risultati della consultazione hanno ugualmente valore. Ineccepibile.
Non si tiene però in alcun conto l’esistenza e l’essenza della società nazionale che in pratica rifiutando il voto cancella se stessa, la sua forza comunitaria e nel vuoto lasciato dal fallimento della politica cerca di risolvere i suoi problemi come può.
Dopo la seconda guerra mondiale e il fascismo fu una festa il giorno del voto.
Potevano votare anche le donne, finalmente, l’anello forte della catena sociale che in quegli anni aveva retto con coraggio la sorte delle famiglie, gli uomini al fronte, le città distrutte, la miseria, la fame.
Per decenni il voto è stato considerato un obbligo sociale o anche un’abitudine, più o meno sentita, da non rompere.
La caduta è di questi ultimi anni: in maggio è andato ai seggi un italiano su due e quello dell’astensione è diventato il primo partito del Paese.
Le differenze col passato sono sostanziali.
A non votare, un tempo, erano, con gli anarchici, tradizionali nemici del sistema, coloro che rifiutavano le regole della democrazia, i qualunquisti di sempre, gli analfabeti del vivere collettivo, quanti ritenevano che i politici sono, senza eccezione, tutti uguali nel malfare ed era quindi inutile prender parte a quella tenzone.
Gli astensionisti di oggi, se si ascoltano le voci dell’opinione pubblica, i giornali, i blog, i talk-show, anche se ospitano ossessivamente le stesse persone lottizzate, se si ascolta la radio e si va sul tram o sul metrò, si ha, naturalmente senza alcuna scientificità , la risposta.
L’astensionismo è ora in buona parte di opinione, ben cosciente, ne sono protagoniste persone informate che leggono libri e giornali, non sono nè antipartito nè antipolitica, non sono indifferenti per nulla, conoscono i problemi, ne sono le vittime.
È un astensionismo di protesta il loro, interclassista, critico, gonfio di risentimenti, di rancori, di delusione, nei confronti delle promesse non mantenute, delle parole in libertà che si sentono ogni giorno.
È l’astensionismo doloroso di milioni di persone che hanno creduto nei valori della democrazia conquistati con tanta fatica, con il sangue, siglati da una Costituzione scritta da uomini di prim’ordine, svillaneggiata dal ventennio berlusconiano fino a oggi.
Viene considerata un inciampo da una classe dirigente che si ritiene in buona parte all’avanguardia, da governanti inadeguati, senza storia e senza cultura, abili tattici del vivere quotidiano, privi di una visione del mondo rotto e corrotto, da ricostruire non con l’autoritarismo, gli ultimatum, l’ottimismo di maniera privo di fondamento, l’incapacità di mediazione, essenziale nell’arte della politica.
L’astensionismo può essere una malattia mortale che mette a rischio la stessa democrazia, apre la via ai populismi d’accatto, agli estremismi travestiti da moderatismi apparentemente indolori.
Riguarda tutte le opinioni politiche, soprattutto la sinistra che in passato andava compattamente e orgogliosamente al seggio. La Toscana e l’Emilia-Romagna sono l’esempio del vento cambiato.
Gli elettori di sinistra si son trovati a dover votare per un partito, il Pd, con il quale non si sentono più consonanti, un partito personale con una politica divenuta centrista che ha fallito i suoi progetti: conquista di parte dell’elettorato di centrodestra conservando l’elettorato di sinistra.
Risultato: la fiducia in Renzi, secondo il recentissimo sondaggio di Nando Pagnoncelli, è scesa dal 70 per cento dei consensi avuti dopo le mitiche elezioni europee al 36 per cento di oggi.
Mentre i gruppi e i movimenti alla sinistra del Pd, divisi in mille rivoli, sono incapaci di dare un volto unitario ad almeno due milioni di persone prive di ogni rappresentanza politica
Non bastano gli slogan e i tweet per risolvere, con la velocità del velodromo, problemi come il lavoro, le disuguaglianze sociali, le tasse, la riforma della scuola – ha fatto perdere al Pd milioni di voti –, la burocrazia, gli sprechi, la corruzione che dilaga in tutti gli angoli della società , la Mafia capitale che fa rabbrividire anche chi ha studiato i poteri criminali.
Sono queste, più o meno, le ragioni del non voto e del rifiuto.
I problemi vanno affrontati senza oltranzismi, con umiltà .
È necessario rendere partecipi di un possibile ricominciamento i cittadini assenti, dar loro speranze prive di inganni.
La scheda è il segno della libertà se la legge non è una truffa e rispetta i diritti degli elettori .
Corrado Stajano
(da “il Corriere della Sera”)
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