Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
A SPESE NOSTRE: IL TRUCCHETTO DELL’ASSUNZIONE FITTIZIA NELL’IMPRESA PATERNA
Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. 
Un tesoretto che, secondo le stime de Il Fatto, dovrebbe aggirarsi sui 48 mila euro. Soldi versati dalla Provincia e dal Comune (cioè dai contribuenti) di Firenze negli anni 2004-2014.
Da più di un anno, sono stati liquidati dalla società della famiglia Renzi al suo ex dirigente in aspettativa e sono sul conto corrente del premier.
Il dato è contenuto nel bilancio della società (controllata dalle sorelle Matilde con il 56% e Benedetta con il 36% e dalla mamma Laura con l’8%) depositato da poco.
Il Fatto ha raccontato come Renzi abbia costruito insieme con i suoi familiari questo tesoretto e un’invidiabile anzianità pensionistica.
Non grazie a un decennio di sudato lavoro, ma in forza di scelte furbe: l’assunzione nell’azienda di famiglia 12 anni fa, alla vigilia della candidatura alla Provincia, poi la cessione del ramo d’azienda da parte del padre alla mamma nel 2010, con il salvataggio del tfr di Matteo in un’altra società di famiglia, mentre il resto dell’impresa è poi fallita nel 2013 a Genova.
Infine il bel gesto delle dimissioni all’inizio del 2014, dopo che la storia era stata scoperta dal Fatto, con l’incasso dell’intera somma.
Alla fine, i Renzi hanno fatto pagare alla collettività il tfr che ora Matteo ha ritirato: circa 48 mila euro lordi (la somma percepita sarà più bassa per via della tassazione). Non è possibile essere più precisi perchè Renzi non ha voluto rispondere alle domande del Fatto al suo portavoce per sei giorni: mediante sms, e-mail e whatsapp. Dal bilancio 2014 della Eventi 6 Srl, risulta che l’azienda ha pagato nel 2014 tfr per 60.787 euro ai dipendenti (Renzi e un’altra collega) che hanno lasciato la società . Nell’ottobre 2010, il tfr accumulato da Matteo Renzi, nelle casse della Eventi 6, era pari a 28 mila e 326 euro e il Comune di Firenze ha versato per lui, alla stessa società , altri 14 mila e 938 euro nel periodo 2010-2013.
Quindi fanno 43 mila e 264 euro esistenti al 28 febbraio 2013 ai quali vanno aggiunti i versamenti per l’ultimo anno da sindaco per arrivare appunto a circa 48 mila euro.
La cronologia è nota ai lettori del nostro giornale, meno a quelli dei grandi quotidiani: Renzi il 28 ottobre 2003 è stato candidato dal suo partito di allora alla presidenza della Provincia di Firenze.
Un giorno prima, il 27 ottobre, l’allora segretario provinciale della Margherita è stato assunto dall’azienda di famiglia, Chil Post Srl che, per anni, lo aveva mantenuto nella posizione di collaboratore coordinato e continuativo (pagato 18 mila euro lordi nel 2003).
Matteo Renzi era anche socio — con il 40% delle quote — della Chil e, il 17 ottobre 2003 (evitando così di farsi assumere in una società di sua proprietà ), ha ceduto le quote alla madre, mentre la sorella Benedetta ha venduto le sue al babbo Tiziano. Dieci giorni dopo, l’ex socio Matteo è diventato unico dirigente della Chil Post.
La stranezza è che mamma e papà scoprono di avere bisogno del figliolo proprio quando Matteo ha deciso di fare per 5 anni il presidente della Provincia.
Mentre le due sorelle, che tirano la carretta, restano cococo.
La scelta di mamma e papà Renzi ha un effetto immediato: grazie allo Statuto dei lavoratori, Renzi beneficia dei contributi figurativi.
Così il presidente della Provincia eletto nel giugno del 2004(e poi il sindaco di Firenze)ha diritto al versamento dei contributi da parte dell’ente locale ai fini della pensione e del tfr.
Solo per otto mesi, da ottobre 2003 a giugno 2004, i contributi per Matteo sono stati pagati dalla sua famiglia, poi, per 10 anni, solo dai contribuenti fiorentini.
Dopo che il Fatto scopre lo scandalo, Renzi decide di dare le dimissioni dalla Eventi 6 nei primi mesi del 2014.
Un gesto del quale gli abbiamo dato atto che, però, porta con sè questo “effetto collaterale” favorevole per le tasche del premier.
Ci sono però similitudini con il caso di Josefa Idem. L’ex ministro fu assunta nel 2006 dall’associazione sportiva del marito, pochi giorni prima di essere nominata assessore a Ravenna. Per otto mesi aveva ottenuto i contributi figurativi dal Comune come Renzi. Per lei il pm di Ravenna, Angela Scorza, ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa aggravata: a ottobre ci sarà l’udienza preliminare. L’ex ministro ha offerto anche la restituzione dei contributi al Comune. Renzi non risulta essere mai stato indagato. Nel frattempo è divenuto premier, non ha mai offerto la restituzione dei contributi versati (circa 200 mila euro e non i miseri 8 mila e 600 di Idem) e ora incassa anche i 48 mila euro (circa) del tfr. Non sarà il caso di ridare ai fiorentini almeno quelli?
Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
PENA TROPPO BREVE PER FAR SCATTARE LA SOSPENSIONE
Ha patteggiato 2 anni e dieci mesi per corruzione, pena confermata dalla Cassazione, è ancora ai domiciliari ma riceverà comunque il vitalizio dopo la lunghissima esperienza da amministratore regionale.
Il buen ritiro di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto e attuale deputato di Forza Italia (con annesso stipendio), sarà lautamente finanziato dallo Stato nonostante la condanna definitiva rimediata dopo il coinvolgimento nell’inchiesta sulle tangenti per il Mose.
Poco importa, infatti, che in ben tre gradi di giudizio si sia provato come Galan debba restituire 2,6 milioni di euro alla collettività : quella pena infatti è troppo breve per trasformarsi in una mannaia sul vitalizio dell’ex governatore.
Merito, come racconta Repubblica, della legge regionale veneta 47 del 2012 che accoglie il decreto Monti, negando ogni emolumento per i condannati per reati contro la pubblica amministrazione, “ai sensi degli articoli 28 e 29 del codice penale”, cioè le stesse norme che prevedono come l’interdizione scatti dai tre anni di pena in su.
Ecco quindi che gli servizio affari legislativi del consiglio regionale Veneto si è trovato costretto a scrivere, nel parere chiesto dal presidente Roberto Ciambetti, che “non potrà non verificarsi , da parte della struttura regionale incaricata della loro esecuzione il sussistere delle condizioni per la materiale corresponsione delle diverse componenti del trattamento indennitario differito”.
Cioè la Regione deve pagare Galan, che in caso contrario gli può anche fare causa.
Pronto ad incassare il vitalizio anche Renato Chisso, consigliere regionale e assessore di Galan e Luca Zaia,condannato a 2 anni e sei mesi e accusato di aver ricevuto 6 milioni di euro di tangenti.
Per lui i contabili della Regione Veneto hanno già fatto i conti: 80.558,88 euro all’anno e un tfr da 96.244,87 euro.
Denaro che non potrà essere sequestrato nonostante a Chisso siano stati confiscati 2 milioni di euro, mai trovati dalla Guardia di Finanza.
Il motivo? I soldi del vitalizio arriverebbero successivamente rispetto alla pena.
Fabio Tonacci
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
I PARASUBORDINATI SONO LA CATEGORIA PIU’ POVERA
Chi sta peggio dei lavoratori atipici? Gli atipici in pensione. 
Stando ai calcoli dell’Inps percepiscono un assegno medio da 160 euro al mese.
Loro sono quelli che, per almeno 20 anni di lavoro e stipendi striminziti, hanno versato i contributi alla gestione separata dell’ente previdenziale italiano, nella cassa dei parasubordinati perchè erano inquadrati come co.co.co, contrattualizzati a progetto, parasubordinati o collaboratori esterni.
Finalmente sono andati in pensione, ma avranno davvero poco tempo per rilassarsi, perchè con un assegno da 160 euro dovranno darsi (ancora) da fare per arrivare a fine mese.
A rivelare gli importi in questione è Tito Boeri, presidente dell’Inps, che ha deciso di pubblicare sul sito www.inps.it il monitoraggio dei flussi di pensionamento relativo al 2014 e al primo semestre di quest’anno.
Come prevedibile, i parasubordinati sono la categoria più povera.
Complessivamente il traguardo del buen retiro è stato raggiunto da 326mila ex lavoratori parasubordinati e nel 2014 la pensione è stata raggiunta da 26.294 di loro, altri 13.531 ci sono arrivati nei primi sei mesi di quest’anno.
Tutte pensioni di vecchiaia, guadagnata cioè per raggiunti limiti di età , mentre nessuno ha ottenuto una pensione di anzianità , quella che si conquista sgobbando per 41 e mezzo per le donne e 42 anni e mezzo per gli uomini.
L’età dei pensionati atipici è piuttosto alta, 68 anni, sono per lo più uomini (73 per cento) e la metà di loro proviene dal Nord Italia, mentre solo un decimo risiede al Sud o nelle isole.
Quanto prenderanno di pensione i precari? L’Inps ha elaborato per l’Espresso online un’analisi puntale della previsione pensionistica di due lavoratori.
I problemi dei futuri pensionati atipici sono due e hanno origini storiche.
Innanzitutto l’aliquota versata dai precari nella loro cassa previdenziale è inferiore rispetto a quella pagata dai colleghi che un contratto vero e proprio ce l’hanno.
Nel 1996, quando è nata la gestione separata, i primi co.co.co versavano all’Inps il 10 per cento del loro stipendio lordo, poi il 27 per cento ed entro il 2016 l’aliquota sarà alzata al 30 per cento. Comunque meno rispetto al 33 per cento versato dai lavoratori dipendenti.
Per i collaboratori il calcolo della pensione si fa esclusivamente con il metodo contributivo (cioè dividendo il totale dei contributi versati per un coefficiente di aspettativa di vita) e se nei primi anni di lavoro i soldi accantonati nel fondo Inps sono pochi si finirà per scontare questa carenza quando si andrà in pensione.
Ecco perchè Tito Boeri sarebbe favorevole all’introduzione di un contributo di solidarietà da parte dei pensionati di oggi a quelli di domani, che nel frattempo devono fare i conti con un secondo problema.
Infatti quando l’atipico perde il lavoro smette anche di versare la quota previdenziale all’Inps e rischia così assegno pensionistico groviera, con un sacco di buchi contributivi.
La nostra previdenza è strutturata in modo che pochi abbiano tanto e, negli ultimi anni, la spesa per le pensioni sta ingessando sempre di più l’economia, penalizzando chi ancora non ha raggiunto l’età .
Mentre sul fronte dell’invalidità , il divario Nord-Sud è abissale
In autunno Tito Boeri invierà ai lavoratori dipendenti la busta arancione con all’interno un calcolo di quando si potrà andare in pensione e a quanto ammonterà l’assegno.
Dal 2016 sarà inviata anche ai parasubordinati. Ma farsi un’idea della pensione a dimensione di precario è già possibile usando il calcolatore online elaborato da Itinerari Previdenziali, comitato scientifico dell’economista Alberto Brambilla, in collaborazione con la società informatica Epheso e il Mefop, la società del ministero dell’Economia per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione.
Ad esempio, un collaboratore a progetto quarantunenne, con alle spalle 13 anni di contributi e un reddito che si aggira attorno ai 15 mila euro lordi all’anno, andrà in pensione a 69 anni e 3 mesi.
Ponendo che la sua carriera sia già piuttosto assestata e dunque non preveda particolari aumenti di retribuzione (al punto che l’ultima busta paga si assesterà intorno ai 19.500 euro), nella peggiore delle ipotesi (cioè con una crescita del pil nazionale dello 0,5 per cento) percepirà un assegno di 13 mila euro.
Gloria Riva
(da “L’Espresso”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
RIVOLUZIONE IN BUVETTE DOPO L’AFFIDAMENTO A UNA DITTA ESTERNA
Addio alla macchina del caffè, alle pentole, allo shaker dei cocktail, per passare alla cornetta del telefono: quattro dei diciotto addetti alla buvette di Montecitorio lasceranno quanto prima il bar della Camera riservato ai deputati che si affaccia sul Transatlantico e a una decina di passi dall’Aula.
Saranno trasferiti al centralino della Camera, sulla base di una delibera dell’Ufficio di presidenza, che “trasformerà ” in commessi i restanti 14.
Alla fine di maggio i questori di Montecitorio Stefano Dambruoso (Sc), Paolo Fontanelli (Pd) e Gregorio Fontana (Fi) avevano deciso di avviare la procedutra per il “passaggio di professionalità d’ufficio” per tre cuochi (“coordinatori del reparto Cucina”) e quindici banconisti (“coordinatori dei servizi di ristoro” che prestano servizio alla buvette, uno dei luoghi simbolo della Camera, il bar per i deputati i cui prezzi ora sono sostanzialmente in linea con quelli di qualsiasi bar del centro di Roma.
“Tale decisione — ha spiegato all’ufficio di presidenza Laura Boldrini chiedendo di avallare il trasferimento dei dipendenti della buvette ad altra mansione — discende dall’impossibilità di assicurare un efficiente funzionamento dei servizi di ristorazione a gestione diretta a causa di una rapida riduzione dell’organico registrata a partire dal secondo semestre 2014″, un “fuggi fuggi” scatenatosi quando già si presagiva l’arrivo del tetto alle retribuzioni di tutti i dipendenti della Camera.
La buvette fino ad ora era l’unico punto di ristoro gestito direttamente dalla Camera: il ristorante dei deputati e le mense, infatti, sono state da tempo affidate ad una ditta esterna.
La delibera approvata prevede, in particolare, che le 18 unità di personale interessate al passaggio di professionalità “siano destinate, sulla base dell’attitudine rilevata, alla professionalità di assistente parlamentare” (con la corrisponente qualifica), nonchè “in un numero massimo di quattro al centralino trelefonico, con la corrispondente qualifica di coordinatore di reparti”.
L’atto approvato prevede, poi, che si tenga conto per il trasferimento della “propensione manifestata da ciascun dipendente interessato al cambio di professionalità ”, che sarà comunque sottoposto ad colloquio.
Per accertare l’attitudine di un banconista abituato da decenni a fare caffè e a servire cocktail, bevande e tramezzini a rispondere al telefono ed a trasferire le “onorevoli chiamate”.
Roberto Grazioli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
NEL SUO RACCONTO MOLTE FALSITA’
Da alcuni giorni gira su internet una foto rilanciata dall’ex ministro Giorgia Meloni, in cui si vede
una pila di vaschette di cibo abbandonate per terra.
Racconta Meloni che il cibo in questione sarebbe stato gettato in strada dai migranti ospiti del centro di accoglienza allestito a Eraclea Mare (Venezia) dalla cooperativa Solaris.
La storia in questione è vera ma contiene una dose considerevole di inesattezze.
1) Lo Stato italiano spende 30 euro al giorno per ogni immigrato ?
La storia dei 30 euro che, secondo la vulgata di una certa parte politica, sarebbero dati ogni giorno agli immigrati, è falsa: lo Stato italiano non dà soldi agli immigrati ma agli enti incaricati di gestire i centri di accoglienza.
La storia dei 30 euro nasce da una (volutamente?) errata interpretazione dei bandi delle prefetture per la gestione dei centri, che prevedono un tetto massimo di spesa di 35 euro a persona accolta.
Si tratta di un bando, quindi per vincerlo le cooperative presentano progetti a costi ribassati, con una diretta ripercussione sulla qualità dei servizi.
Agli immigrati non viene dato neanche un euro in contanti ma un buono o una carta prepagata per un valore di 2,50 euro al giorno (ma la cifra non può superare i 7,50 al giorno per nucleo familiare, quindi se si è in quattro si ricevono soldi per tre persone e basta).
Inoltre viene consegnata una tessera telefonica da 15 euro all’ingresso nel centro. Nel resto dei 35 euro (se va bene) deve starci tutto: vitto, alloggio, pulizia, affitto dei locali, vestiario, ecc.
2) Lo Stato dà i soldi agli immigrati invece che alle famiglie italiane ?
Non è vero. Lo Stato non sposta fondi destinati alle famiglie italiane per darli agli immigrati. I fondi in questione sono stanziati in compartecipazione dell’Unione Europea, che prevede un finanziamento dei progetti di accoglienza.
Se non ci fossero immigrati da accogliere non ci sarebbero quei soldi, quindi non potrebbero essere destinati ad altri fini i ogni caso.
3) Il 90% degli immigrati non ha diritto all’asilo politico ?
Un’altra bufala, grande quanto una casa: secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero degli Interni (risalenti a febbraio 2015) le richieste d’asilo accolte sono il 51% del totale.
Il 49% dei richiedenti asilo non ottiene lo status di rifugiato, non il 90%. ù
Francesco Zaffarano
(da “La Stampa“)
Per quanto riguarda la protesta dei profughi la situazione non è quella che la Meloni vorrebbe far apparire.
Le proteste sono rivolte alla cooperativa Solaris che gestisce il residence di accoglienza, ma i problemi sono molteplici e non riguardanti solo il cibo.
Stiamo parlando di Eraclea Mare, una piccola frazione e località turistica del Veneto appartenente al Comune di Eraclea.
Secondo l’accordo Stato-Regioni, in quella località dovevano essere ospitati 13 profughi, invece in data 13 luglio 2015 erano 250 nel solo residence Mimose
I profughi protestavano già a inizio luglio in merito alle scarse condizioni igieniche e sanitarie, al sovraffollamento e alla scarsità degli alimenti forniti: il cibo non è sufficiente per tutti.
Un giornalista che ha potuto visitare il sito testimonia: “Non vogliono più rimanere con questa cooperativa perchè la cooperativa sta mangiando alle loro spalle. Ci sono circa 8 persone per appartamento, le camere non sono pulite e sono loro stessi che si occupano di pulirle, anche se dovrebbe essere la cooperativa a farlo, è un loro compito. Non hanno l’elettricità nelle camere e sono costretti a stare nei corridoi se vogliono un po di luce durante la sera. Quando uno è malato gli danno al massimo del paracetamolo e non gli fanno delle visite complete .”
Prima di parlare, insomma, bisognerebbe sapere di cosa si parla.
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
“MA NON RINNEGHIAMO IL NOSTRO PASSATO”… IL GRUPPO E’ DI 10 SENATORI E SI CHIAMA ALLEANZA LIBERALPOPOLARE-AUTONOMIE
“Rassicuriamo gli amici della sinistra Pd: nessuno di noi ha il desiderio, la voglia di iscriversi al Pd”: il senatore Denis Verdini, presenta al Senato il suo nuovo gruppo parlamentare Alleanza liberalpopolare-autonomie (Ala) e mette a tacere i sospetti di una vicinanza alla maggioranza.
Replicando a Roberto Speranza, che ha parlato di “film dell’orrore” in un caso di avvicinamento al Partito Democratico, Verdini afferma: “Ricordi di essere stato il macchinista, l’operatore degli ultimi film dell’orrore. Gli è dato di perdere la vista, ma non la memoria, come il macchinista di ‘Nuovo cinema paradiso’. Lui ha fatto tutte le trattative (per il Nazareno), senza scandali”
Uno degli obbiettivi dichiarati della nuova formazione politica è quello di fare arrivare in porto le riforme costituzionali: “Il ddl Boschi va approvato così com’è e se non venisse approvato si rivà nel pantano”.
Verdini rivendica, quindi, l’impegno per mandare avanti le riforme: “Nella nostra componente c’è chi ha votato le riforme e c’è chi non lo ha fatto ed è libero di mantenere questa posizione. La gran parte però le hanno votate dall’inizio sia in Senato che alla Camera. Io ricordo che abbiamo fatto le riforme insieme ad altri ma non sono le riforme di altri su certi punti certe c’è la nostra identità “.
Nuovo gruppo.
Con Verdini ci sono altri nove senatori: Lucio Barani, presidente; Riccardo Mazzoni, vicepresidente vicario; Eva Longo, vicepresidente; Giuseppe Compagnone, tesoriere; Vincenzo D’Anna, portavoce; Ciro Falanga, segretario d’Aula; Riccardo Conti, Pietro Langella, Antonio Scavone.
Doloroso strappo con Fi.
Uno strappo, quello da Silvio Berlusconi, che arriva non senza dolore: “È uno strappo e come tutti gli strappi addolora e fa male. Quando non ci sono identità di vedute nessuno finisce o muore, uno vede le cose in maniera diversa. Ho una grandissima lealtà che mi lega a Berlusconi, ma vediamo le cose in maniera diversa”.
Parlando dell’ex Cavaliere , ha aggiunto che “lui è sempre stato in questi 20 anni lungimirante, però questo non significa che sempre si vedono le stesse possibilità . Come tutti gli strappi fanno male, il dolore uno se lo tiene e tira fuori l’ottimismo. La nostra storia legata a Berlusconi è straordinaria e fa male parlarne. Non ne vogliamo parlare, parliamo di quello che facciamo”.
Nasce anche associazione.
Al Senato, dunque, nasce ufficialmente un nuovo gruppo con leader Denis Verdini, capogruppo Lucio Barani e portavoce Vincenzo D’Anna. Barani ha annunciato che è stata spedita la lettera al presidente Pietro Grasso con la comunicazione della nascita del nuovo soggetto. “Oltre al gruppo abbiamo costituito anche un’associazione di cui io sono il presidente”, ha detto ancora Verdini.
Completare legislatura Costituente.
“Veniamo tutti dal Pdl, non rinneghiamo nulla, non abbiamo alcun desiderio di iscriverci al Pd, anche perchè da toscano, se avessi voluto lo avrei fatto da giovane…”, ha esordito Verdini nella conferenza stampa in Sala Nassiriya. Verdini ha anche specificato che scopo della nuova formazione è “portare a termine la legislatura costituente”, volta a dare una cornice moderna all’impianto istituzionale dello Stato e quindi alle riforme in discussione a Palazzo Madama: “Vogliamo essere liberi di completare la legislatura Costituente come avevamo iniziato. Poi c’è una prospettiva politica che è nelle nelle cose e che ritiene che l’area moderata sia il centro del Paese. Il centro determina sempre la vittoria dell’una o dell’altra parta ma per determinarla deve avere la libertà di potersi muovere senza pregiudizi e realizzare le riforme con una maggioranza allargata significa dare stabilità agli elettori”.
Italicum.
Per Verdini, l’Italicum è una legge che in questo particolare momento “va bene, perchè contiene in sè una grande modernità , ovvero la sera delle elezioni la lista che vince governa per cinque anni”.
Detto questo, l’Italicum “può essere modificato una volta che sarà approvato il ddl Boschi”. Per il leader di Ala, dunque, “l’Italicum può anche essere modificato, ad esempio sul premio alla lista da assegnare invece alla coalizione, perchè c’è ora una incongruenza tra il premio di maggioranza alla lista e gli sbarramenti”.
Gruppo alla Camera forse a settembre.
È prossima la formazione del gruppo anche alla Camera? Alla domanda posta mentre lascia la sala Nassirya del Senato, Denis Verdini replica: “Non lo so, non lo so, vedremo a settembre”.
In precedenza, tuttavia, il capogruppo a palazzo Madama Lucio Barani non aveva escluso la possibilità di un’accelerazione, con ‘battesimo’ a Montecitorio già la prossima settimana.
L’ipotesi, però, sembra difficile per mancanza di numeri: servono, infatti, venti deputati a Montecitorio per costituire un gruppo.
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
SOSPESO L’AUTISTA DEL VIDEO-DENUNCIA
Christian Rosso, l’autista di bus che qualche giorno fa aveva pubblicato un video su internet per
spiegare le condizioni di lavoro della categoria è stato sospeso a tempo indeterminato dall’Atac, l’azienda del trasporto pubblico romano.
La notizia è stata data dallo stesso giovane ai suoi colleghi mentre è in corso un sit in di protesta in Campidoglio cui partecipano un centinaio di autisti.
L’autista, come riporta l’agenzia di stampa Omniroma, è arrivato accolto da applausi e urla, e si è messo al centro delle scale con un fazzoletto sulla bocca. “Non mi riconosco nei sindacati, nè nei partiti. Adesso l’unica soluzione è Grillo. Vogliono mettere il bavaglio a tutto, ci vogliono tappare la bocca”, ha spiegato Rosso.
“Non mi sono pentito – ha aggiunto – perchè ho informato i cittadini che l’autobus non passa, che non ci sono i mezzi. Io ero stato aggredito nel 2008 con un taglierino, per 1.200 euro non si può rischiare così. Dicono che lavoriamo poco, io non posso chiedere la 104 per mia madre, che è considerata assenza”.
“È assurdo, alla sottoscritta che ha detto e messo su Facebook cose peggiori hanno dato solo giorni di sospensione, la troika romana deve capire che Christian non è solo. Il M5s è l’unico che se arrivasse al potere potrebbe risanare l’Atac”, ha dichiarato la leader della protesta Micaela Quintavalle, di Cambiamenti.
Risaliti in piazza del Campidoglio, gli altri autisti si sono tolti la camicia azzurra dell’Atac in solidarietà a Rosso, urlando “Christian”.
“Divergenza” Marino – Esposito.
Si registra una prima divergenza tra il sindaco di Roma Ignazio Marino e il neo assessore Stefano Esposito. Al primo cittadino i giornalisti chiedono un commento sull’autista Atac sospeso dall’azienda: “Questa domanda la poteva fare a un politicante del secolo scorso, non a me. Io non mi occupo di amministrazione delle aziende ma di selezionare le persone che devono poi avere la responsabilità strategica delle aziende come gli assessori che a loro volta scelgono i dirigenti e i cda delle aziende di loro competenza. In questa città , purtroppo, in passato è accaduto e continua ad accadere che quando qualcuno deve essere punito o licenziato arrivi la telefonata del politico che dice ‘No, ha fatto la campagna elettorale’. A me non me ne frega niente che ha fatto la campagna elettorale di uno di destra o di sinistra. Se fa bene fa bene, se fa male viene giudicato per quello che fa”.
Subito dopo, arriva il commento di Esposito: “Invito l’amministratore delegato dell’Atac a valutare forme diverse di sanzioni”, ha detto il neoassessore ai Trasporti di Roma Capitale.
La maggior parte degli autisti appartiene alla sigla Cambiamenti-M410, nata due anni fa in contrasto con l’azione dei sindacati.
Hanno affisso degli striscioni che recitano: “Per nascondere la verità c’hai messo contro un’intera città “, e “false promesse e video messaggi, sono questi i veri disagi”. Partecipano al sit molti lavoratori della linea Roma-Ostia, da sempre una delle tratte ferroviarie cittadine in condizioni peggiori.
A manifestare ci sono anche una ventina di utenti facenti parte del Comitato pendolari Roma-Lido. Chiedono mezzi più efficienti e denunciano “una situazione indegna per chi viaggia e per chi lavora”.
Vorrebbero incontrare il neo assessore ai trasporti, Stefano Esposito, che ieri ha sottolineato di aver già preso contatto con i principali sindacati del trasporto pubblico della città .
“Ieri il neo assessore Esposito ha detto che si prenderà tre mesi di tempo – spiegano i lavoratori – ma tre mesi non ci sono. Lui e ‘pinocchio’ Marino vogliono dare Atac in pasto ai privati dopo averci fatto firmare un accordo vergognoso ma che prevedeva la permanenza di Atac in house fino al 2019: il trasporto è un servizio pubblico e ha bisogno di rimanere tale. Il nostro obiettivo è che il servizio rimanga pubblico, Marino scenda e venga a parlare con noi lavoratori e utenti o riceva una delegazione, perchè se è in buona fede è disinformato”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
CAOS NEL PD, ZANDA FURIOSO CON LA SERRACCHIANI
Tra Palazzo Chigi e Palazzo Madama, l’operazione ‘salvare il soldato Azzollini’ è entrata nel vivo lunedì, a ridosso del voto dell’aula sulla richiesta di arresto della procura di Trani nei confronti del senatore di Ncd.
Operazione gestita dal capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda insieme al sottosegretario Luca Lotti, fidatissimo consigliere di Matteo Renzi.
Insomma, la decisione presa oggi dall’aula del Senato di respingere la richiesta dei pm non è affatto una sorpresa in casa Dem, sebbene sulla carta sia avvenuta all’ombra di due incognite: il voto segreto e la libertà di voto assegnata da Zanda al gruppo Pd. Eppure ora, a voto fatto e arresto respinto, in casa Dem volano gli stracci.
Renzi si mantiene distante. Almeno fino a quando sarà possibile.
Il salvataggio di Azzollini è un ‘non-delitto’ senza lasciare impronte.
O almeno era questo l’intento al quartiere generale Pd.
Si vedrà se è riuscito, visto il caos che si è scatenato nel Pd. Zanda lascia filtrare di non aver deciso tutto da solo, come è logico che sia nei rapporti tra un capogruppo e il suo partito.
I renziani più vicini al premier giurano che su questa storia “il governo non c’entra niente”. Eppure – come anticipato dal Foglio, quotidiano molto vicino a Matteo Renzi – già da ieri si sapeva che Azzollini sarebbe stato salvato e che in aula il Pd avrebbe osservato libertà di voto.
Nessuna indicazione di partito, coscienze libere di rispettare l’indicazione della giunta per le immunità , favorevole all’arresto, oppure di respingerla.
Tanto da spaccarsi, con un rapporto di 40 (favorevoli all’arresto) a 60 (contrari), più o meno, ma del tutto trasversali. In questa storia non c’è la solita trama di scontro tra renziani e non renziani: entrambe le fazioni sono miste. C’è però lo scontro tra favorevoli e contrari.
Ci sono le argomentazioni di Pietro Ichino, rientrato nel Pd proprio per via di Renzi, che si dice “sconcertato” dalla debolezza dell’impianto accusatorio dei giudici.
E ci sono anche quelle di Luigi Manconi, che renziano non è mai stato, che pure spiega il suo no all’arresto sottolineando che sì, contro Azzollini c’è il “fumus persecutionis” e non ci sono ragioni per chiederne l’arresto: “Nulla tra le carte trasmesse lascia intendere che il senatore Azzollini voglia sottrarsi al giudizio, inquinare le prove o commettere nuovamente il reato di cui è accusato”.
Insomma, a dispetto della decisione della giunta, sconfessata oggi dall’aula, sono queste le argomentazioni sulla base delle quali Renzi e i suoi fanno valere le ragioni del no.
Ma l’aspetto mediatico, il rischio ‘gogna’, è un’altra cosa. Ed è questo che spinge Renzi a correre ai ripari.
E’ per questo che subito dopo aver messo in porto l’operazione salvataggio, il vicesegretario Debora Serracchiani si dissocia, dice che avrebbe “votato sì”.
E di fronte ai tre senatori di minoranza Dem (Fornaro, Gatti e Pegorer) che le chiedono perchè “non abbia parlato prima”, rincara: “Su Azzollini non abbiamo fatto una bella figura, dovremmo chiedere scusa”. Panico.
Al Senato si scatena la rabbia contro il vicesegretario. Zanda è furioso.
Tutta la responsabilità cade su di lui, a cascata. E poi: Serracchiani parla a nome di Renzi o in maniera autonoma? E’ la domanda che gira nei corridoi di Palazzo Madama.
Di certo, Serracchiani tende a distinguersi, tra i renziani c’è chi dice stia lavorando ad un suo ‘gruppetto’, simil-corrente.
Ma è altrettanto ovvio, spiegano fonti vicine al premier, che Serracchiani non parla per danneggiare Renzi. Tanto più che chiedendo al Pd di scusarsi, lancia la palla proprio nel campo del segretario.
E non è detto che il leader Dem non accolga. Potrebbe anche parlare di scelta sbagliata del Pd su Azzollini. Potrebbe.
Insomma, un po’ come quando, mesi fa, sull’onda della condanna della Corte di giustizia Ue per le “torture” perpetrate dalla polizia sui noglobal della scuola Diaz di Genova al G8 2001, il presidente del Pd Matteo Orfini chiese le “dimissioni dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro da Finmeccanica”.
Renzi lasciò correre. De Gennaro è ancora lì.
C’è chi lo chiama “gioco delle parti” per resistere alla bufera grillina che naturalmente si sta abbattendo sul Pd.
I più maligni parlano di “diverse parti in commedia”, finchè passa la bufera. Più o meno siamo lì.
I renziani però giurano che non c’è un retroscena politico di questa storia. “Tanto più che su Azzollini Ncd non ha minacciato di far cadere il governo — dice una fonte renziana — Alfano ha scaricato il senatore. Chi invece si è attivato molto in Senato è stato Schifani, che ha chiamato uno per uno i senatori per chiedere il voto contrario all’arresto…”.
Alle possibili ricadute sul governo, nessuno crede nel palazzo. Men che meno ora che Denis Verdini ha annunciato la nascita del suo nuovo gruppo al Senato, scialuppa di salvataggio per il governo.
Però, spiegano fonti Dem renziane, è vero che “ormai Renzi flirta con l’elettorato moderato di centrodestra”.
In vista di possibili alleanze alle amministrative e magari anche in vista di una possibile modifica all’Italicum, che i centristi chiedono da mesi e che per ora Renzi non accoglie, pur conoscendo i limiti della sua legge.
Si vedrà . Resta il ‘pasticciaccio brutto’ del Pd, frantumato anche sul caso Azzollini.
E pensare che, agli inizi di giugno, quando si seppe della richiesta di arresto, il primo istinto dei Dem fu di dire sì.
Tanto che subito cominciarono a ipotizzare possibili sostituti di Azzollini alla presidenza della Commissione Bilancio del Senato.
Orfini fu addirittura esplicito: “Inevitabile che il Pd voti a favore dell’arresto”. Poi, di fronte alla furia di Ncd, corresse: “Vanno prima studiate le carte”.
Da allora è passato più di un mese, Azzollini ha fatto il ‘buon gesto’ di dimettersi dalla presidenza della Bilancio, in giunta hanno studiato le carte e molto hanno arricciato il naso: non convince.
Però poi hanno votato sì. Capitolo chiuso?
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
IL NO ALL’ARRESTO DI AZZOLLINI “E’ UN ALTRO DURO COLPO ALLA QUESTIONE MORALE”
“Una vergogna”. Di più: “Si è voluto salvare uno della casta”. 
Ci va giù duro il senatore del Partito democratico, Felice Casson, dopo che l’Aula di Palazzo Madama ha votato contro la richiesta di arresto per Antonio Azzollini (Nuovo centrodestra), ex presidente della commissione Bilancio del Senato accusato dalla Procura di Trani di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere nell’inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza.
‘No’ arrivato anche grazie ai voti del suo partito, nonostante lo scorso 8 luglio la Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama presieduta da Dario Stefà no (Sel) — di cui lo stesso Casson fa parte — avesse votato a maggioranza (13 a 7) per il ‘sì’ alla misura cautelare.
Ecco perchè oggi l’ex magistrato, contattato da ilfattoquotidiano.it al termine della votazione, non riesce a nascondere la propria amarezza.
“È un altro duro colpo alla questione morale”, dice.
Il senatore si era già autosospeso temporaneamente dal partito quando il Pd a ottobre 2014 aveva votato contro la richiesta della Procura di Trani di utilizzo delle intercettazioni di Azzollini nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta maxitruffa del porto di Molfetta.
Senatore, cosa è successo?
Era prevedibile che sarebbe andata a finire così e che l’Aula avrebbe salvato Azzollini. Di fatto, è in corso un tentativo di cambiare le norme aggirandole e senza modificarle secondo le regolari procedure parlamentari.
In che senso?
Nel caso specifico bisognava valutare solo se vi fosse o meno il fumus persecutionis, invece si è andati oltre.
Cioè?
Si è voluto tutelare un componente della Casta.
Questo voto, fra l’altro, ha sconfessato il lavoro svolto dalla Giunta per le autorizzazioni, di cui lei è componente, che aveva votato a maggioranza per il “sì” all’arresto
Certamente. Anche se la Giunta è un organo istruttorio e le decisioni finali spettano all’Aula. Il voto segreto crea degli ulteriori meccanismi perversi. E lo si è visto anche stavolta.
Come considera la decisione del capogruppo del Partito democratico al Senato, Luigi Zanda, di invitarvi a votare secondo coscienza?
Personalmente, la reputo una scelta del tutto incomprensibile. Ma il perchè di questo atteggiamento dovete chiederlo a lui…
Un’altra volta il rischio di elezioni anticipate ha preso il sopravvento su tutto il resto?
Credo che ci siano ragioni più profonde di questa. Prima fra tutte l’istinto autoassolutorio della Casta. Ma non solo. Si tratta infatti dell’ennesimo messaggio lanciato alla magistratura nel tentativo di tirar fuori dai guai tutti coloro che sono coinvolti in vicende processuali.
È l’ennesimo duro colpo alla questione morale da sempre sbandierata dal Pd?
Non c’è dubbio.
Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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