Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
“COSTA TROPPO? TAGLIAMO I PROFITTI, DIECI MILIONI DI ITALIANI NON POSSONO PERMETTERSI UN’ASSISTENZA ADEGUATA”
“Dieci milioni di italiani non possono curarsi come dovrebbero perchè non possono permetterselo”.
Parte da questo dato l’analisi che Gino Strada ha affidato ad un post pubblicato sul suo profilo Facebook nei giorni in cui impazza il dibattito sull’opportunità dei maxi tagli alla sanità annunciati per dare respiro ai conti dello Stato: “Quanto deve costare la ‪sanità ‬?” si chiede il fondatore di Emergency: “A mio avviso, l’unica risposta intelligente (e carica di giustizia) è: quanto serve, quanto serve per curare al meglio le persone che ne hanno bisogno. Tutte. Idealmente, non un euro in più, nè un euro in meno”.
Poi continua: “La spesa sanitaria italiana è di poco superiore ai 100 miliardi di euro annui. Troppi? Pochi? Chissà . La spesa sanitaria è però il costo per lo Stato, o meglio per la collettività , del ‘sistema sanitario’, non è quanto viene speso per curare le persone. C’è molto di più in quei 100 miliardi l’anno. Certamente ci sono un uso poco razionale delle risorse e la dannosa ‘medicina difensiva’ a dilapidare danaro pubblico“.
A pesare sulla spesa sanitaria, sottolinea Strada, è proprio il profitto: “C’è però una cosa nella sanità che costa più di tutto il resto e che viene ostinatamente censurata: il profitto. In tutte le sue forme, nelle strutture pubbliche come in quelle private ‘convenzionate’, che ormai da noi funzionano esattamente nello stesso modo. Aziende, non più ospedali. Il profitto stimato nel settore della sanità si aggira attorno ai 25 miliardi di euro annui. E se si iniziasse a tagliare da lì?”
Con i soldi risparmiati — conclude Strada — dando vita ad ospedali non-profit, cioè a strutture che abbiano come obiettivo le migliori cure possibili per tutti e non il pareggio di bilancio, si potrebbe ricostruire una vera sanità pubblica, cioè un servizio totalmente gratuito, di alta qualità … e molto meno costoso”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
E ALLA FINE SI COLPIRANNO I MALATI E NON GLI SPRECHI
Rivoluzione nella sanità , cambia tutto per esami di laboratorio, radiografie, Tac e risonanze
magnetiche.
Ma anche per terapie riabilitative e per i tradizionali ricoveri ospedalieri.
Dopo il patto per la salute, recepito dal decreto enti locali, arriveranno entro un mese i protocolli del ministro Lorenzin.
La sintesi è che dovremo pagare di tasca nostre molte prestazioni fino ad oggi gratuite. Vediamo quando e perchè.
A QUALI ESAMI O RADIOGRAFIE AVREMO DIRITTO GRATUITAMENTE?
«Dottore, lei sa quel mio scompenso cardiaco, è vero che abbiamo fatto l’ecocardiografia a febbraio, sono passati sei mesi, ma io non mi sento molto bene. Che dice? Non è il caso di ripeterla?».
La richiesta del paziente è quanto di più naturale: un po’ di ansia, la necessità di essere semplicemente rassicurati, oppure la percezione reale di un sintomo.
Sta al medico decidere, ovvero stava al medico. Da quando entreranno in vigore, tra circa un mese, i nuovi protocolli- Lorenzin che mantengono a carico dello Stato solo analisi di laboratorio e radiografie ritenute «appropriate » cioè utili, il medico dovrà attenersi a precise disposizioni patologia per patologia, accertamento per accertamento.
E se prima, ad esempio, avrebbe potuto prescrivere, 3-4 o anche più ecocardiografie all’anno, in futuro potrebbe doversi limitare ad una-due.
Lo stesso potrebbe valere per le analisi per colesterolo e trigliceridi: se si ripeteranno prima di cinque anni dovranno essere pagate di tasca propria.
Spesso l’ansia, più o meno giustificata, dei pazienti si somma con i timori del medico e allora la spesa lievita: è il caso classico del mal di schiena che fa scattare in molti casi la risonanza magnetica.
Le regole della professione di Ippocrate dicono che in «scienza e coscienza » il medico debba individuare i «segni di allarme», poi aspettare qualche settimana e, se il paziente peggiora, procedere all’accertamento.
Anche in questo caso, il ministero dovrà stabilire tempi standard tra la presenza del sintomo e l’accertamento, introdurre criteri di età e soprattutto individuare la patologia sospetta che dà diritto all’analisi gratuita: se si indaga per una semplice ernia si pagherà , mentre con tutta probabilità resteranno a carico del sistema sanitario nazionale i sospetti oncologici oppure le complicanze post-chirurgiche.
CHE COSA CAMBIA PER I MEDICI DI FAMIGLIA? E CHE RISCHI CORRERANNO?
Comunque sarà bene abituarsi all’idea che in futuro riceveremo più di “no” dal nostro medico di base.
Difficile tentare di fare pressione sul medico: se non rispetterà i protocolli, per compiacere il paziente o perchè vuole mettersi al riparo da grane giudiziarie, rischierà un taglio della propria remunerazione.
Chi ha una mutua privata o un’assicurazione potrà sempre cavarsela, gli altri no. Rimarranno a coltivare il tarlo poco sopportabile dell’ansia e della preoccupazione. Ma c’è anche il caso che il sintomo sia vero e venga sottovalutato: allora la questione diventa assai delicata.
Mani legate per i medici?
I protocolli non sono ancora noti ma è il concetto di «standard» che fa già discutere. Contrastare la prescrizione facile è piuttosto complicato: «Due pazienti che hanno la stessa patologia non sono uguali, possono esser affetti da altre malattie concomitanti: insomma solo il medico può decidere ciò che è meglio per il paziente», spiega Costantino Troise segretario dell’Anaao (medici ospedalieri).
«È importante che i criteri di appropriatezza seguano le evidenze scientifiche e non siano applicati in maniera burocratica altrimenti rischiano i pazienti, i medici e l’intero sistema sanitario», osserva Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe.
CHE LIMITI CI SARANNO ALLE TERAPIE RIABILITATIVE?
L’altra partita sulla quale dovremo abituarci a grandi cambiamenti, è la riabilitazione: di solito si pensa alla fisioterapia, ma è necessaria anche per patologie oncologiche e dell’apparato respiratorio.
La prescrive il medico ospedaliero dopo un intervento o un ricovero: fino ad oggi non ci sono limiti, con i nuovi protocolli di appropriatezza, le sedute saranno circoscritte a seconda della reale e presunta necessità del paziente.
Ad esempio, la protesi d’anca, patologia piuttosto diffusa, che oggi può richiedere anche un mese e mezzo di terapie riabilitative potrebbe essere ridotta a seconda di età , gravità e altri parametri.
SARANNO RIDOTTE ANCHE LE DEGENZE OSPEDALIERE TRADIZIONALI?
Aspettiamoci pure, sperando fortemente di non incapparci, meno ricoveri ospedalieri classici e maggiori degenze a casa propria.
Ci sono già 108 patologie che possono essere curate a casa con l’ausilio del Day-Hospital (vene varicose, sincope, disturbi dell’apparato digerente ecc.): il pronto soccorso ti prescrive la cura e ti rispedisce a casa applicando, dove funziona, una forma di assistenza a domicilio e, con una via vai di ambulanze per la città , medicazioni e cure giornaliere.
Ma se oggi ci sono dei margini di tolleranza percentuali fino al 40 per cento: da domani potrebbero non esserci più.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
SALTA IL LAVORO UN NETTURBINO SU SETTE, GUASTO IL 40% DEI CAMION
Dopo le polemiche mondiali su Roma la sporca, le spazzatrici dell’Ama sono passate a Trastevere.
Eppure le collinette di sacchetti, tre neri per l’indifferenziata, cinque azzurri con chiusura in rosso per le plastiche, sono ancora lì. Di nuovo lì.
In via Natale del Grande, dall’altra parte del supermercato Panella.
Una composizione di sacchetti è davanti al ristorante specializzato in bufala di via di San Francesco a Ripa, altri di fronte al portone del civico 141.
Lì il deposito all’esterno dei rifiuti dura da vent’anni esatti: è una sorta di mostra d’arte permanente. Sacchi di rifiuti in via dei Salumi. Trespoli diventati discariche, i contenitori in ghisa voluti da Francesco Rutelli, in piazza dei Ponziani.
Sono, per natura, portacarte con quattro bocche d’ingresso per le confezioni dei gelati e i pacchetti di sigarette, ma ai loro piedi crescono ancora sacchi neri.
I trespoli in ghisa, a Roma, sono diventate calamite per piccole Malagrotte di quartiere.
Sotto la fontanella di San Michele bottiglie di plastica, altra spazzatura imbustata in via Titta Scarpetta, neri indifferenziati davanti all’alberghiero Gioberti.
Ingombri in via della Renella, via delle Pellicce, cinque sacchetti ai piedi delle luxury rooms Bcb: saranno luxury, ma nessuno li toglie. Non si vede un commerciante, in questi vicoli che ospitano una movida internazionale, spazzare davanti al negozio.
La titolare della libreria per bambini di Santa Cecilia solo allontana con la scopa gli scontrini gettati a terra. Via dal suo ingresso, due metri più in là . Doppia discarica in vicolo Moroni, a destra e a sinistra. Nelle traverse i cassonetti condominiali sono tutti chiusi con il lucchetto, simbolo di un rapporto castrato tra Roma e lo spostamento dei suoi rifiuti
In centro storico le già pessime cose sono peggiorate proprio dal 15 giugno.
Regole cambiate un’altra volta: niente esposizione del sacco, si torna al prelievo dentro l’androne, il cortile.
Qualcuno non lo sa, molti affidano la busta dei rifiuti alle badanti rumene ignare di orari e regolamenti, altri sono disinteressati e basta. Gabbiani e ratti bucano i sacchi con una protervia ormai affermata. «Quegli uccelli ti fissano a sfidarti », giura un commerciante.
Ritirare il “porta a porta” impiega più uomini e quelli che ci sono in strada – in strada, perchè dei 7.800 assunti dell’azienda municipalizzata ambiente molti sono imboscati – non bastano. Nelle sei ore di contratto (1.400 euro al mese la paga base, più straordinari e notti) non si riescono a ritirare gli scarti dei negozi. Il macellaio di riferimento per la borghesia locale: «L’Ama mi ha detto di lasciar perdere con il vetro, la plastica, la carta e di buttare tutto insieme ». Il titolare di un’antica caciara citata sulle guide gastronomiche: «Al quinto giorno di avanzi tenuti nel retrobottega il fetore era tale che ho spostato tutto per strada. Da me l’Ama non passa, ho scoperto che non sono neppure nelle loro liste. La pizzeria a fianco sì, io no»
Il cattivo funzionamento dell’azienda è tutto dentro la crisi d’immagine della città capitale. «I nostri capi non conoscono il territorio, prendono le decisioni con google maps», raccontano gli spazzini che, abbronzati, in piazza San Cosimato attendono di ripulire il mercato alimentare.
Nei primi quattro mesi dell’anno la tassa sui rifiuti a Roma è stata evasa per 8 milioni, ma un’aliquota consistente degli evasori sono famiglie che hanno provato a “iscriversi a ruolo” e gli uffici li hanno respinti.
La municipalizzata romana ha subito due recenti terremoti, che ne hanno compromesso un’efficienza mai allo zenit.
La novità logistica è stata la chiusura della discarica di Malagrotta, il buco dell’immondizia più grande d’Europa gestito per 38 anni da Manlio Cerroni, ora, superati gli ottanta, costretto a rispondere di una lunga serie di reati da monopolista del rifiuto.
Ma il terremoto che ha squassato l’Ama è stata la parentopoli del periodo Alemanno sindaco- Panzironi amministratore, e il processo che ne è seguito.
Dal 4 giugno 2009 al 7 settembre 2010 – anni di piena crisi economica, di dimagrimento a forza della cosa pubblica – l’Ama ha assunto in quattro tranche altri 1.087 uomini: 443 autisti, 624 operatori ecologici, venti interratori-seppellitori. Per 841 la procura ha ipotizzato il falso o l’abuso.
Lo scorso 27 maggio Franco Panzironi, già ad a 350 milioni l’anno, è stato condannato a 5 anni e 3 mesi. Con lui l’ex direttore del personale, l’ex presidente della commissione esaminatrice, l’ex capo del settore legale. Sono tutti usciti dall’azienda pubblica.
Non è facile, però, ricostruire sulle macerie dei processi.
Anche perchè il lungo viaggio per il rientro dal debito con le banche (l’esercizio 2013 si è chiuso con un utile di 741 mila euro) si è realizzato risparmiando su manodopera e mezzi.
La stessa azienda ha rivelato ad aprile che il 40 per cento delle macchine era ferma in rimessa, così anche un quarto delle spazzatrici. Ancora oggi le assenze riguardano – tutti i giorni – un lavoratore su sette.
L’azienda municipalizzata di Roma sta vivendo una lunga fase di transizione che dovrà portarla verso una quotidianità di riciclo e recupero.
Con Malagrotta chiusa, oggi bisogna affidare gran parte dei rifiuti della capitale all’esterno. In Emilia, in Lombardia, in Friuli, nel resto del Lazio.
Al primo intoppo della macchina che distribuisce spazzatura romana al resto d’Italia la capitale va in crisi.
I sei impianti che Ama controlla hanno bisogno di una forte revisione per entrare in una modernità europea. Maccarese, l’unico per il compost, riesce a trattarne 30 mila tonnellate l’anno: i romani ne producono 100 mila.
Anche Rocca Cencia dovrebbe trattare i rifuti, ma spesso li ammassa sul piazzale d’ingresso perchè non c’è più spazio dove metterli. Sorgerà qui l’ecodistretto, la prima città dei rifiuti che chiuderà sul posto il ciclo. Sarà pronto tra due anni, però. “Ogni 100 tonnellate di rifiuti, l’85% sarà rimesso sul mercato”, dice Daniele Fortini che guida l’Ama da gennaio 2014.
L’ex sindaco di Orbetello ha ottenuto dal sindaco di Roma Ignazio Marino il mandato per un intervento duro.
A giugno ha licenziato quattro dipendenti: due sorpresi a rubare, due a giocare a tennis e fare shopping quando dovevano assistere parenti in difficoltà .
Dice che vuole licenziare.
Cecilia Gentile e Corrado Zunino
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
L’ALIBI PER RIMANERE INERTI E LAMENTOSI
La proposta di cominciare la bonifica di Roma dal marciapiede davanti a casa propria, avanzata
dall’attore Alessandro Gassmann, sta facendo emergere per contrasto un altro tipo di italiano.
Il signor Mi Rifiuto, figura trasversale che va dai commentatori dei giornali di destra all’archetipo dell’intellettuale di sinistra, il professor Asor Rosa.
La sua tesi è che il cittadino non deve sostituirsi ai netturbini perchè già paga le tasse. Questo richiamo al ruolo virtuoso delle imposte nel Paese che vanta il maggior numero di evasori fiscali suona vagamente surreale.
Ma pur di non prendere in mano una ramazza e sentire la città come cosa — e casa — sua, il signor Mi Rifiuto è pronto a sciorinare tutto il repertorio dello scaricabarile. Ironizza sul fatto che Gassmann abbia lanciato il suo appello dal Sudamerica, dove sta lavorando, anzichè precipitarsi qui con guanti e paletta.
E sposta l’attenzione sugli stranieri che sporcano la città , fingendo di non sapere che l’essere umano si adegua al panorama circostante e che, come a nessun italiano verrebbe in mente di straziare di cartacce un immacolato parco londinese, così è comprensibile che un inglese non si senta in colpa se imbratta una piazza di Spagna già ridotta a ciofeca.
Le obiezioni del signor Mi Rifiuto, formalmente ineccepibili, sono alibi per continuare a rimanere come siamo: inerti e lamentosi.
Ignorano l’effetto contagioso dell’esempio.
Chi contribuisce in prima persona diventa più geloso del bene comune e più esigente verso gli amministratori.
«Pulisci davanti all’uscio di casa e tutta la città sarà pulita», recita un proverbio cinese o forse scandinavo.
Sicuramente non italiano.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
LE SPARATE DI RENZI E I FAVORI AI SOLITI NOTI
L’approvazione del jobs act, una delle riforme necessarie e urgenti di questo governo, era stata seguita da un’uscita del presidente del consiglio: “ora gli imprenditori non hanno alibi per assumere”
Si è visto poi come sono andati i fatti: si assume perchè ci sono gli sgravi.
Ora, per mantenere la promessa di abbassare le tasse alle imprese, si taglia sulla sanità pubblica: sono soldi per trasformare l’Italia, grazie a detassazioni incentivi, come la Slovenia. O l’Albania. Il paradiso per gli imprenditori.
La campagna contro i sindacati segue lo stesso percorso.
La rivoluzione copernicana in questo consiste: il taglio al servizio pubblico non riguarda solo la sanità , ma anche il settore dei trasporti.
Con la privatizzazione di Trenitalia, quali saranno i rami su cui il privato investirà ?
Quelli dei pendolari o quelli redditizi dell’AV?
L’obiettivo è rendere il paese attrattivo per gli investimenti.
Un giorno forse riusciremo a rendere più attrattivo il paese per gli italiani.
(da “unoenessuno.blogspot”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI HANNO DIRITTO AD AVERE SERVIZI DECENTI ALL’ALTEZZA DELLE IMPOSTE CHE PAGANO?
Dopo il raccontino su un giorno di ordinario Frecciarossa, sono stato alluvionato dai messaggi di
amici e lettori impazienti di denunciare le proprie disavventure, simili o addirittura peggiori, sui leggendari “trasporti pubblici” in quest’estate italiana.
È come se fosse saltato il tappo di un’esasperazione troppo a lungo covata e repressa, che ha trovato finalmente uno sfogo pubblico dopo tanta rabbia silenziosa.
Chiunque abbia una storia simile da raccontare in treno, in autobus,sulla metro o in aereo, può inviarcela in poche righe a segreteria@ilfattoquotidiano.it  e la pubblicheremo, magari corredata da qualche foto scattata con l’iPhone ai mesti display delle stazioni e degli aeroporti che segnalano ritardi di 100, 200, 300 minuti, fino alle 20 ore di attesa del volo Firenze-Palermo che ieri spopolavano sul web.
Qui non si tratta di fare del qualunquismo a buon mercato intonando il solito“Piove, governo ladro”, ma di dare voce a una rivolta contro i disservizi pubblici che tutti, dai “responsabili” menefreghisti agli utenti rassegnati, considerano un accidente inevitabile, connaturato col Dna italiota.
Una rivolta che, in un Paese meno cinico e assuefatto del nostro, avrebbe già provocato uno sciopero di massa: se arrivo in stazione e il mio treno è in ritardo di un’ora, io salgo senza pagare e faccio verbalizzare il motivo della mia protesta; se il controllore mi applica — per cambiare il biglietto dalla seconda alla prima classe che sul sito web risultava esaurita e invece si scopre semivuota — la multa di 8 euro oltre al sovrapprezzo, io non pago e motivo il senso del mio gesto; se, per un errore materiale di data o di orario sul biglietto, il controllore anzichè correggere la svista mi infligge una multa di 50 euro e mi insulta pure, io non pago e metto tutto nero su bianco. Finchè, a comportarsi così, saranno pochi rompipalle isolati, non cambierà nulla. ùMa, se la rivolta sarà di massa, i vertici aziendali dovranno preoccuparsi e provvedere.
Si tratta di rimettere le cose nel giusto ordine: il cliente ha sempre ragione, a meno che non voglia fare il furbo rubando una corsa gratis (nel qual caso, nessuna pietà ); e il consumatore ha tutto il diritto di ricevere servizi decenti, all’altezza delle imposte che paga (se le paga: se invece evade, non dovrebbe poter entrare in un ospedale pubblico, accedere a un’autostrada, salire su un autobus o una metro, mandare i figli in una scuola statale, e così via).
Oggi invece nel Paese di Sottosopra — come lo chiamava Giorgio Bocca- noi cittadini siamo considerati (e finiamo per considerarci noi stessi) sudditi a cui infliggere qualunque angheria e sopruso, da una classe dirigente che non dirige un bel nulla, se non i propri lauti stipendi.
E pretende che paghiamo cari e salati i nostri errori, anche se in buona fede, mentre chi dovrebbe dare il buon esempio sbaglia continuamente e dolosamente, e non ne paga mai lo scotto.
Ricordate la campagna forsennata dei politici e della stampa al seguito contro le toghe, al grido di “Chi sbaglia paga”? Ha prodotto un aborto di responsabilità civile dei magistrati che li ha messi tutti sotto scacco, con la minaccia di azioni civili per danni per le indagini e i processi che fanno.
E il governo continua a sfornare decreti per riaprire stabilimenti inquinanti e stragisti che i giudici chiudono per tutelare la salute e la vita a operai e residenti.
E la stampa confindustriale (praticamente tutta) attacca ogni giorno quei giudici, minacciati di cause miliardarie per danni che non basterebbero mille vite per ripagare. La domanda è: e i politici quando pagano?
A quando una bella legge sulla responsabilità civile di ministri e legislatori che metta sul loro conto i danni incalcolabili dei loro abusi, ruberie, inefficienze, sprechi e leggi sballate?
La Corte di Strasburgo ha appena condannato l’Italia (cioè lo Stato, cioè noi) a pagare i danni alle vittime delle sevizi e alla scuola Diaz durante il G8 di Genova e a due omosessuali perchè i nostri politici inetti — unici in Europa — sono riusciti a non introdurre il delitto di tortura e a non riconoscere i diritti delle coppie gay, così come non fanno nulla sul diritto d’asilo, lo ius soli, l’omofobia e l’Imu agli istituti religiosi con scopo di lucro.
Chi paga? I politici?
A quando una bella legge sulla responsabilità civile di ministri e legislatori che metta sul loro conto i danni incalcolabili dei loro abusi, ruberie, inefficienze, sprechi e leggi sballate?
Ora vogliono vietarci di registrare i nostri colloqui con terzi per paura che ci vada di mezzo qualche signorino della Casta con la mazzetta in bocca o il mafioso in casa. Altra legge incostituzionale e contraria alla giurisprudenza di Strasburgo, che verrà presto rasa al suolo.
Chi pagherà ? I politici? No, sempre noi. Contenti noi…
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PIEPOLI-LA STAMPA: IL PREMIER SCIVOLA AL 35% MA RIMANE IL PIU’ GRADITO, LANDINI SECONDO AL 26%
La fiducia degli italiani nella ripresa economica cresce, più che in altri Paesi europei. Quella in Matteo Renzi, invece, arretra.
Tanto da far scendere il segretario Pd al quinto posto nel confronto con gli altri leader Ue.
Il premier è tornato al 35%, ai livelli delle Politiche 2013, quando era «solo» il sindaco di Firenze e il principale antagonista interno al Pd.
Con lui sta un italiano su tre.
È lontano il 58% rilevato all’epoca del suo insediamento al governo, lontanissimo il 67% registrato subito dopo le Europee 2014.
Governare ha un prezzo in termini di popolarità . Da quel boom elettorale è un calo costante e il premier è sceso alle spalle di Tsipras (61%), Merkel (56%), Cameron (46%) e Rajoy (36%).
Dietro di lui, tra i principali leader, solo Franà§ois Hollande (22%).
In realtà , secondo lo studio «Lo stato dell’opinione pubblica» realizzato dall’Istituto Piepoli per «La Stampa», i dati rilevati settimanalmente evidenziano una piccola inversione di tendenza.
È stata registrata subito dopo la promessa del taglio delle tasse sulla prima casa (nella rilevazione del 13 luglio aveva toccato il 33%).
Solo un annuncio, per ora, ma l’effetto sull’opinione pubblica c’è stato.
Il sorpasso di Landini 
Nonostante il calo, Renzi resta comunque il leader politico più apprezzato in Italia. Meglio di lui soltanto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: la fiducia nel Capo dello Stato è al 61% (in occasione del suo insediamento era molto più alta, al 75%).
Poi viene Salvini, sempre stabile al 25% (il suo partito invece è al 16%), solo di un punto sopra Beppe Grillo.
Attenzione, però: pur non essendo un politico, Maurizio Landini li supera entrambi (26%). Mentre Berlusconi ormai ha il consenso solo del 13% degli italiani.
Nelle intenzioni di voto il Pd si conferma primo partito al 33,5%, praticamente solo un punto e mezzo sotto il premier.
Un anno fa il divario era di circa 20 punti, segno che l’effetto-Renzi sul partito si sta azzerando.
Restando alle intenzioni di voto, l’intero centrosinistra non supera il 38%: con l’Italicum, anche in caso di un listone unico, non scatterebbe il premio di maggioranza.
Servirebbe il ballottaggio: col centrodestra se si presentasse unito (la somma dei partiti è al 33,5%), con il M5S (24,5%) se Salvini, Berlusconi & C. andassero separati.
La top ten dei ministri
I primi dieci ministri più amati superano tutti Matteo Renzi: sul podio Pier Carlo Padoan (53%), Graziano Delrio (52%), Dario Franceschini e Maurizio Martina (entrambi al 50%). Solo sesto posto per Maria Elena Boschi (43%), a pari merito con Orlando e Pinotti. Nella top ten non c’è traccia di Alfano.
La paura di viaggiare
Lo studio mette a confronto anche un altro indicatore, Esi, che misura il «sentiment» economico, vale a dire il clima di fiducia nei confronti degli indicatori economici. Dall’inverno 2014 a oggi, l’Italia è il Paese in cui l’indice è aumentato di più (+7,6%), portandosi a un livello superiore alla media Ue.
Discorso opposto se si parla dei timori legati alla situazione internazionale. Il 32% degli italiani ha paura di andare all’estero (un anno fa era il 17%) e il 31% teme i viaggi in aereo (+4% in un anno).
Marco Bresolin
(da “La Stampa“)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
“INGENEROSO” LO SFOGO DEL FONDATORE DEL PARTITO
Come nella famosa battuta scritta da Truffaut in «Effetto notte», per Emma Bonino sembra valere la regola che parlar male di chi ha occupato tanta parte della tua vita è come parlar male di se stessi.
«Non dico niente. Non aggiungerò una parola. E sarà pure un brutto spettacolo, come dite voi. Ma fa male lo stesso. Non sono di legno».
Rabbia, dolore, e la comunicazione si chiude.
La rottura, furiosamente cercata da Pannella, è scoppiata nel rilancio dei media.
Marco è ingeneroso, il senso di quella risposta irata, a caldo domenica sera sulle quote versate mensilmente a un partito cui peraltro la leader storica, magari risparmiandosi le riunioni, dà grande visibilità .
Il silenzio
Già lunedì, Bonino rifiuta di spiccicar parola con Radio Radicale. Comprensibile il dolore, e poi forse – chissà – come si fa a rispondere a uno che protesta di non riuscire a farsi ricevere da Mattarella «mentre lei se vuole ci riesce in 5 minuti», quando proprio lui al Colle c’è già andato due volte?
A uno che dice di aver fatto il tuo nome a Napolitano per la designazione a ministro degli Esteri quando invece quel 27 aprile del 2013 Napolitano chiuso allo Studio alla Vetrata col premier in pectore Enrico Letta ha aspettato 40 minuti il tuo sì perchè prima Pannella voleva rifletterci bene?
Chi scrive se lo ricorda bene perchè raccolse, il giorno dopo, lo stupore estenuato del Colle: nessuno s’era mai immaginato la necessità di un “via libera” di Pannella… Comunque, invece, «Pannella espelle Bonino dai radicali», hanno titolato semplificando i siti web di tutt’Italia.
Ma è dal lontano 1967, grazie allo statuto vergato da Sergio Stanzani Ghedini che dal Partito Radicale non può esser espulso, radiato o anche solo punito proprio nessuno. Sarebbe, ovviamente, un controsenso con la natura stessa dei radicali.
Lo strappo
Ma a Emma quella patente Pannella l’aveva già tolta il 24 aprile: Bonino andò a trovarlo in ospedale, ricoverato in fin di vita s’era rimesso e nel giro di 24 ore aveva indetto un nuovo sciopero della fame, con telecamere convocate in rianimazione.
Lei si imbufalì, cercò di contrastarlo, non ci riuscì e se ne andò sbattendo la porta. «Emma non ha la visione radicale», commentò lui col piglio di chi cerca come Molière la morte in scena.
Lei lo venne a sapere, da allora – pur continuando a ripetere in pubblico «come dice sempre Pannella…» – ha evitato confronti diretti (eccezione, raccontano al partito, quando Pannella fece pressione per avere un contatto diretto con la Santa Sede).
Poi, forse, c’è anche un sottaciutissimo scontro politico: Pannella avrebbe voluto avventurarsi in una lista radicale alle scorse europee, da organizzare al volo e senza un quattrino per la campagna elettorale… Però, dice Emma agli amici, «questo è stato un fulmine a ciel sereno».
Per quanto proprio sereno l’orizzonte non fosse, inutile accumular nubi.
Meglio tacere. Anche se, è il timore diffuso tra i radicali che han pure fatto apposita riunione, non passerà come un temporale estivo.
Son due vite che da tempo han preso strade diverse e non comunicano più.
Antonella Rampino
(da “La Stampa”)
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Luglio 29th, 2015 Riccardo Fucile
MERCATO IN CRISI ED ESPORTAZIONI FERME: COSI’ IL SETTORE AGRICOLO AFFONDA
Da una parte il luglio record, con gli italiani che consumano il 30 per cento di frutta in più rispetto al
2014.
Dall’altra la crisi del settore e dei frutteti, dove una pianta su tre è andata perduta negli ultimi quindici anni.
E poi i costi della filiera, con i prezzi che si alzano del 500 per cento dal campo alla tavola.
Ha tanti volti la storia recente della frutta italiana, così com’è stata raccontata — ieri a Milano, tra i padiglioni di Expo 2015 — da Coldiretti.
Ma il dato è prima di tutto economico: senza export l’Italia che coltiva non sopravvive. Non bastano la ricchezza e la varietà offerte dalle nostre terre.
Con il mercato interno che si è ristretto per la crisi, le vendite verso l’estero diventano fondamentali. Specie per la frutta, che in Italia cresce tanto e bene ma altrove (leggi: in Nord Europa) molto meno.
Rischio speculazione
Dal 2000 a oggi a scomparire sono stati una pianta di limoni su due, quattro peri e peschi su dieci, tre aranci su dieci, oltre un melo su quattro.
Si è passati da 426 mila a 286 mila ettari coltivati a frutta, proprio mentre le importazioni dall’Italia crescevano del 37 per cento.
«Un trend drammatico — dice il presidente Roberto Moncalvo — che ha effetti pesanti sul piano economico e occupazionale per le imprese agricole. Occorre intervenire per promuovere i consumi interni e sostenere le esportazioni, che sono rimaste pressochè le stesse di quindici anni fa. E va frenata la speculazione: sul campo la frutta viene sottopagata, sotto i costi di produzione, e poi venduta anche a cinque o sei volte tanto».
Il nodo russo
Costerà pure troppo, ma tra i banchi del mercato la frutta sembra più popolare che mai, almeno per questo secolo.
In un luglio record, complice il caldo, la spesa per frutta e verdura ha superato per la prima volta quella per la carne: 99,5 euro per famiglia al mese, contro 97 euro per filetti e braciole.
«Nel settore ci sono dei punti di forza clamorosi, ed Expo è l’occasione anche per mostrarli ai 140 Paesi presenti», dice il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina.
Che ammette tutti i guai legati al blocco delle importazioni verso la Russia, imposto da Putin il 7 agosto 2014.
«Siamo in un passaggio delicato, con tanti prodotti da gestire a fronte della situazione. Nell’ultimo Consiglio agricolo europeo l’Italia ha ottenuto un risultato importante: sarà la Ue a ritirare 50 mila tonnellate di prodotti italiani — per la prima volta anche frutta fresca di stagione — e aiutare così le aziende in difficoltà ».
La qualità non basta
Eppure problemi e ostacoli non vengono solo da lontano.
Molti dipendono anche da limiti tutti nostri.
«Dobbiamo essere umili: la qualità non basta. I prodotti bisogna saperli vendere, e c’è chi lo fa meglio di noi».
È la provocazione di Sergio Fessia, commerciante piemontese che seleziona frutta e verdura per i negozi Eataly del nord Italia.
«I contadini non sono sciocchi: piantano quando possono guadagnare. E negli ultimi anni ci sono stati casi di peschi tagliati, in Emilia e Piemonte, con i frutti attaccati al ramo. Non conveniva nemmeno raccoglierli. Se non esporta, l’agricoltura chiude. E oggi il Nord Europa compra frutta in quantità , ma spesso da Paesi che sanno vendere meglio — Spagna in primis e poi Francia — e anche quando offrono qualità inferiore e prezzi più alti. A volte le nostre aziende sono troppo piccole per evadere ordini che arrivano anche a duemila quintali: ecco perchè serve l’umiltà e la capacità di unirsi e fare consorzi più forti».
Stefano Rizzato
(da “La Stampa“)
argomento: economia | Commenta »