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AFFITTOPOLI AL COMUNE DI CATANIA: PREZZI STRACCIATI PER IMMOBILI CONCESSI AI PRIVATI

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

CENTINAIA DI METRI QUADRI IN PIENO CENTRO AFFITTATI AL PREZZO DI UN MONOLOCALE DI PERIFERIA

Immobili da centinaia di metri quadrati affittati al prezzo di un monolocale di periferia, magazzini enormi con canoni di locazione più simili a quelli di un garage, stabili che ospitano interi hotel al costo di tre appartamenti.
È una vera e propria Affittopoli quella che va in scena a Catania, dove il comune cede da anni i suoi immobili e terreni a canoni di locazione che definire stracciati è un eufemismo.
Un elenco del comune che contiene 74 casi in cui figurano lotti da migliaia di metri quadrati, ceduti in locazione con contratti pluriennali in cambio di cifre irrisorie rispetto all’estensione.
Si comincia con   i cinquecento metri quadrati in viale Vittorio Emanuele da Borbida affittati dalla clinica Humanitas nell’ottobre del 2012, quando il comune di Catania era ancora guidato dal Pdl e dal sindaco Raffaele Stancanelli.
Un contratto fino al 2018 e un affitto da 4.600 euro all’anno, circa 383 euro al mese, in pratica come la pigione pagata per un monolocale.
“Il lotto affittato ad Humanitas è un terreno incolto, nei pressi della sede della clinica: in generale però il resto degli immobili sono affittati con contratti stipulati dalla vecchia amministrazione. La nostra intenzione è ridiscutere i canoni di affitto al rialzo, quando scadranno”, fanno sapere dall’ufficio stampa del comune di Catania.
In effetti tutti i contratti di locazione sono stati stipulati negli anni precedenti al 2013, e cioè prima che alla guida della città  dell’elefantino tornasse il sindaco Enzo Bianco, dopo 15 anni di strapotere del centrodestra.
Il polo oncologico Humanitas, intanto, era finito agli onori della cronaca pochi giorni dopo aver stipulato quel contratto d’affitto, durante la campagna elettorale per le regionali del 2012: è dalla sua sede, infatti, che partono telefonate indirizzate ai malati di tumore, con l’invito a votare Luca Sammartino, candidato dell’Udc (oggi è nel Pd), e figlio di Annunziata Sciacca, direttore sanitario della clinica.
In seguito Humanitas sarà  al centro di un caso esploso al governo regionale, quando la giunta di Rosario Crocetta finisce sotto attacco per una delibera che aumenta i posti letto al centro oncologico.
Quello di Humanitas è, però, solo uno delle decine di casi dell’Affittopoli catanese.
La catena di hotel Nh, per esempio, affitta 15.312 metri quadrati in viale Kennedy, sul lungomare della Playa: un contratto trentennale (iniziato nel 2001 scadrà  nel 2031), per 63.544 euro all’anno, ovvero circa 5.200 euro al mese per una lussuosa catena alberghiera.
Basta fare una rapida ricerca sui siti specializzati in valutazioni immobiliari, per vedere come in quella zona di Catania gli affitti medi si aggirino sui 3,26 euro al mese ogni metro quadrato: nel caso dell’immobile di viale Kennedy, il prezzo giusto sarebbe 48 mila euro al mese, quasi nove volte rispetto a quello pagato da Nh hotel. Sempre alla Playa la Ymca tour paga 10.305 euro per ben 2.955 metri quadrati.
Economico anche il trattamento riservato alla farmacia Di Salvo di via Felice Fontana: 3.165 euro per 50 metri, un canone da 250 euro, davvero irrisorio se comparato agli incassi medi di una farmacia.
La lista degli affitti continua con l’Eni: ben 1.192 metri quadrati tra viale Ruggero di Lauria e via Alcide de Gasperi.
Costo della maxi locazione? 26.500 euro all’anno, e cioè 2,200 euro ogni trenta giorni, quando in quella zona — secondo il portale specializzato borsinoimmobiliare.it — i magazzini dovrebbero essere affittati a 4,19 euro al mese ogni metro quadrato, e nel caso dell’Eni si tratterebbe quindi di 4.994 euro, più del doppio rispetto a quanto paga adesso l’azienda del cane a sei zampe.
Che non è l’unica società  petrolifera che beneficia di ottimi trattamenti dal comune etneo. L’Erg, infatti, paga 11.420 euro l’anno per 1.843 metri quadrati presi in affitto sulla tangenziale: circa un terzo rispetto ai 30 mila euro del reale valore di quella locazione.
Affitti vantaggiosissimi anche per le società  di autotrasporti: la Gmc Internacional Trasporti, per esempio, spende 7.975 euro l’anno, e cioè 664 euro al mese, per tremila metri quadrati nella zona industriale Pantano.
Spende 1.128 euro, invece, la Sila Immobiliare, per un 1.474 metri quadrati in via san Giuseppe La Rena: il prezzo congruo per uno spazio simile sarebbe di almeno 4mila euro al mese.
Molto diffusi anche gli accordi stipulati dal comune con autorivenditori. È scaduto da pochissimo il contratto della Craivan spa, che vendeva soprattutto mezzi della Jeep e della Chrysler nel suo mega spazio da 3.120 metri quadrati di via Messina: tra il 2009 e il 31 maggio del 2015 ha pagato d’affitto appena 1.637 euro al mese, e cioè cinquantadue centesimi a metro quadrato, quando il valore esatto è calcolato in 3,73 euro.
Quasi lo stesso sconto ottenuto dalla Locauto, che per 2.032 metri quadrati in via Sebastiano Catania, paga 7.247, 3 euro all’anno.
“Speriamo che la nuova giunta interrompa questo trend: Catania negli ultimi anni è stata terra di saccheggio. Noi vorremmo che partisse anche un’azione di monitoraggio dei beni del comune, non solo quelli dati in locazione, ma anche quelli affittati”, commentano dall’associazione catanese Tavolo delle Imprese.
Perchè se da una parte il comune etneo cede i suoi immobili ai privati a prezzi stracciati, dall’altra è costretto ad affittare altri spazi: che però paga profumatamente.
Succede per esempio con un immobile in via Manzoni, che — secondo il giornale locale Meridionews   — versa in condizioni fatiscenti, e che il comune ha affittato per sei anni a 80mila euro l’anno: il totale fa 480mila euro, per un locale che ne vale meno della metà . Come dire che il comune di Catania non solo è un ottimo ed economico padrone di casa, ma è anche un inquilino puntualissimo: a guadagnarci sono sempre i privati che hanno la fortuna di fare affari con l’amministrazione etnea.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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NOMINE RAI, CAMPO DALL’ORTO A UN PASSO DALLA NOMINA A DIRETTORE GENERALE

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

SI LAVORA ANCORA SUL PRESIDENTE

Sarà  Antonio Campo Dall’Orto il nuovo Direttore generale della Rai.
Nella terna che comprendeva inizialmente Andrea Scrosati e Marinella Soldi, alla fine Matteo Renzi ha scelto il fondatore di Mtv Italia, già  dato in questi giorni tra i papabili per ricoprire il ruolo.
Una decisione, riferiscono fonti del governo, maturata nelle ultime ore, e che riempie una delle due caselle principali del risiko delle nomine.
Fornendo anche indicazioni precise sul profilo che si sta cercando di individuare per l’altro ruolo chiave, quello del Presidente.
Essendo Dall’Orto un uomo e considerato molto vicino al Presidente del Consiglio, va da sè che si stia lavorando sul nome di una donna, per l’alternanza di genere, e che sia il più possibile di garanzia.
Anche per una questione meramente numerica, visto che per il vertice apicale è necessario il via libera dei due terzi della commissione di Vigilanza.
La maggioranza dispone di 22 voti, che potrebbero arrivare ad un massimo di 23 o 24. Lontani dai 27 necessari.
Fondamentali, dunque, i 7 componenti di Forza Italia (potrebbero scendere a 6 per il riequilibrio chiesto da Pietro Grasso), a meno che, all’ultimo, non si voglia tentare una rischiosa operazione con il Movimento 5 stelle (sono 6, ma potrebbero ridursi a 5).
La scelta di Campo Dall’Orto potrebbe essere messa all’ultimo in discussione solo se sul profilo del Presidente la partita s’ingarbugliasse, e si dovesse virare su un profilo completamente diverso.
Allora le carte verrebbero rimescolate.
La conferma ufficiale, ad ogni modo, la darà  Maria Elena Boschi. Che incontrerà  oggi pomeriggio alle 17.00 i parlamentari Dem per fare il punto della situazione.
E comunicare i nomi per il Cda. Presidente e Cda inclusi.

(da “Huffingtonpost”)

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SPESE PAZZE REGIONE LIGURIA: CHIESTO IL PROCESSO PER RIXI E BRUZZONE (LEGA) E ROSSO (FRATELLI D’ITALIA)

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

SONO 25 I RINVIATI A GIUDIZIO, SCAGIONATO SCAJOLA… SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL “VATE” LEGHISTA, VICE NAZIONALE DI SALVINI E ASSESSORE IN REGIONE… TOTI CIRCONDATO DA INQUISITI

La Procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio per 25 fra consiglieri (o ex) regionali e tesorieri dei vari partiti presenti nell’assemblea durante il periodo 2010-2015.
Sono accusati a vario titolo di peculato e falso e nel mirino del pubblico ministero Francesco Pinto sono finiti i rimborsi pubblici chiesti per spese che agli occhi degli inquirenti nulle avevano a che fare con l’attività  politica.
In particolare, i pm chiedono di processare anche Edoardo Rixi (Lega Nord), eletto nel nuovo consiglio e nominato assessore allo Sviluppo economico nella nuova giunta di centrodestra guidata da Giovanni Toti, e Matteo Rosso (ex Forza Italia, ora Fratelli d’Italia), pure lui fresco di ri-elezioni e uomo di peso della nuova maggioranza. Accuse pesanti anche nei confronti di Francesco Bruzzone (Lega), che ha ri-conquistato il seggio alle ultime elezioni ed è il nuovo presidente del consiglio regionale.
La Procura ha invece chiesto l’archiviazione per Marco Scajola (Forza Italia, rieletto in consiglio e neoassessore all’Urbanistica) e Renzo Guccinelli (Pd), che nel periodo 2010-2015 aveva ricoperto il ruolo di assessore allo Sviluppo economico.
L’elenco dei politici raggiunti dalla richiesta di rinvio a giudizio
Michele Boffa, Massimo Donzella, Nino Miceli (Pd) e il tesoriere dei dem Mario Amelotti; Matteo Rosso (passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia), Raffaella Della Bianca (passata al Gruppo misto e poi tornata in Forza Italia); Franco Rocca, Alessio Saso e Gino Garibaldi (Ncd), Rosario Monteleone e Marco Limoncini (Udc), Edoardo Rixi, Francesco Bruzzone e Maurizio Torterolo (Lega Nord); Aldo Siri (Lista Biasotti), Ezio Chiesa e Armando Ezio Capurro (Noi con Burlando), Matteo Rossi (per quasi tutto il mandato in Sel), Alessandro Benzi (da Sel al Gruppo misto), Giacomo Conti (Federazione della sinistra), Luigi Morgillo, Marco Melgrati e Roberta Gasco (Forza Italia); Stefano Quaini e Marylin Fusco per la militanza in Diritti e Libertà  (accusa aggiuntiva a quella per il periodo trascorso nell’Idv).
La casistica delle spese contestate è infinita e spazia dai ristoranti di tutta Italia, agli alberghi, ai pacchetti di sigarette, ai gratta e vinci, a profumi, antiquariato, libri.

(da “il Secolo XIX”)

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CARO MARINO, ALMENO QUESTE 4 COSE LE PUOI FARE

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

LA RETORICA DELLA CITTà€ COME IRRIMEDIABILE CASINO È DA INTERESSI OPACHI… IL SINDACO DEVE METTERE IN DISCUSSIONE IL MODELLO DI GOVERNO BASATO SOLO SULLA SPECULAZIONE

Attraverso la nebbia di polemiche interessate, se non in malafede, si possono vedere alcuni fatti utili a capire il presente e il futuro della capitale d’Italia.
Il primo è che la retorica di Roma come perenne e irredimibile casino è alimentata da interessi opachi.
Il secondo è che il sindaco Ignazio Marino è un marziano solo quando scollega i neuroni della ragion politica e si dimentica da dove viene.
Il noto chirurgo è stato portato al Campidoglio dalle cosche vincenti di una guerra per bande che da decenni si contendono il potere di spolpare le casse comunali e che l’inchiesta Mafia Capitale ha solo in parte smascherato.
Non risulta che Marino abbia sconfitto alle primarie del 2013 contendenti forti come Paolo Gentiloni e David Sassoli con i voti di un popolo di onesti in rivolta.
I gruppi di potere interni ed esterni al Pd che lo hanno sostenuto condividono con le bande rivali buona parte della responsabilità  del debito accumulato negli ultimi 15-20 anni dal Comune, 10 miliardi di euro che lo Stato si è accollato solo in parte e grazie ai quali i 2,8 milioni di cittadini romani sono i più tassati d’Italia.
Il terzo fatto, corollario del secondo, è che la diffusa voglia di far fuori Marino non è provocata da una sua sfida aperta al malaffare politico-imprenditoriale che domina Roma, ma semplicemente dal suo rifiuto — episodico e talvolta addirittura inconsapevole — di assecondarne i disegni.
Ragione più che sufficiente, sia detto tra parentesi, per difendere Marino a oltranza, preferendolo di gran lunga a qualche compiacente prefetto che qualcuno starà  già  selezionando per normalizzare il Campidoglio (e sul significato di “normalizzare” ci siamo capiti).
Il quarto fatto è che la più grave colpa da attribuire a Marino è di non aver fatto — in mezzo a mille annunci a effetto — quelle poche e decisive cose che i suoi predecessori di ogni colore non hanno mai voluto fare per non mettere a rischio la “stabilità  politica”delle loro amministrazioni e soprattutto non mettere in discussione un modello di governo basato sulla speculazione e contro il buon senso.
Che sia Marino o qualcun altro, il sindaco di Roma potrebbe rapidamente cambiare il volto della città  realizzando un’agenda di cose urgenti, possibili e risolutive.
Ce le siamo fatte elencare da quattro persone competenti e autorevoli, non legate a interessi politici, che da anni osservano con passione e incredulità  l’infinitamente occhiuta devastazione della Città  Eterna.
Buche, stadio e piano regolatore
Paolo Berdini, ingegnere e urbanista, da sempre denuncia il secondo sacco di Roma perpetrato negli ultimi 15 anni che ha consentito alla speculazione fondiaria di far esplodere quartieri periferici senza servizi e senza collegamenti.
Basti pensare che in questi anni la popolazione residente al di fuori del raccordo anulare (un anello con circa 20 chilometri di diametro) è passata dal 18 al 30 per cento del totale: “Sono 800 mila persone, segregate in molti casi, dopo che l’Atac ha tagliato per ragioni economiche le linee di autobus, in quartieri di sepolti vivi”.
Secondo Berdini bisogna bloccare il piano regolatore fatto approvare dal sindaco Walter Veltroni nel 2008 dal consiglio comunale nell’ultima notte in cui era in carica .
“Molti danni sono già  stati fatti, ma quel piano consente ancora di costruire in periferia 35 milioni di metri cubi, cioè abitazioni per 300 mila persone che non ci sono. E poi basta con le grandi opere, Marino ha dato il via libera al nuovo stadio della Roma, e per ripagare i costruttori del sacrificio ha autorizzato nuovi edifici per un milione di metri cubi. Adesso è ricominciata la novella delle Olimpiadi, grande abbuffata per la speculazione fondiaria con alla guida i soliti noti, da Giovanni Malagò a Luca di Montezemolo, quello dei grandi lavori di Italia ’90”.
Dopo i no, un grande sì alla sistemazione delle strade.
“Le mitiche buche che affliggono Roma derivano in parte dai rapporti perversi con le ditte che fanno la manutenzione, che arrivano a lucrare fino al 50 per cento dell’appalto. Ma rimane il fatto che il Comune da solo non ce la può fare”.
Roma ha il doppio degli abitanti di Milano, ma il comune è sette volte più grande.
Per la precisione il suo territorio è vasto come la somma di Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Catania e Palermo.
La rete stradale vale 5500 chilometri, quanto tutta la rete autostradale nazionale.
“Deve intervenire il governo, non c’è altro da fare, serve un miliardo all’anno per dieci anni, inutile girarci intorno, e sono soldi che un comune non avrà  mai”.
Traffico, trasporti     e pendolari
Anna Donati, esperta di trasporti, ex parlamentare verde, ex consigliere della Fs, oggi impegnata con il Kyoto Club, da oltre vent’anni osserva i tentativi di risolvere i problemi del traffico a Roma.
“Due cose in generale. Non ci sono scorciatoie, ci vogliono dieci anni. Poi, i problemi più grossi non li risolve il sindaco ma il governo: in Italia dal 2010 a oggi il contributo al trasporto pubblico locale è stato tagliato da 7 a 5 miliardi. Il contributo che dà  la Germania al suo sistema è circa il doppio . Quanto alle Fs, si decidano a utilizzare i binari liberati dall’alta velocità . C’è la vecchia linea per Napoli, verso Pomezia: mettano un treno ogni 15 minuti. Chi vive fuori dal centro spesso è costretto a usare l’auto, bisogna fare qualcosa ricordando che ogni giorno i servizi pubblici su Roma portano 900 mila persone, tutta l’alta velocità  in Italia 150 mila”.
Per scoraggiare il mezzo privato bisogna dunque che funzioni quello pubblico.
“Il consiglio comunale ha appena approvato il nuovo Piano generale dei trasporti per Roma. Ci sono cose buone, vanno attuate subito. Bisogna aumentare la velocità  commerciale dei bus, quindi più corsie preferenziali, semafori intelligenti, car sharing, anche più biciclette, perchè no? E poi la cosa più complicata, il sistema della logistica urbana delle merci che aiuti i trasportatori a lavorare meglio ed eviti la coda dei furgoni fermi in doppia fila per scaricare”.
E le metropolitane?
“La Metro C va terminata perchè è utile. Ma attenzione: Roma è molto estesa, a bassa densità , la metropolitana si giustifica in poche zone, per il resto sono più utili i tram”.
Infine la cosa più urgente: “Bisogna che il comune predisponga subito un app per telefonini che organizzi l’accoglienza dei turisti per il Giubileo, che ti dica dove parcheggiare l’auto, con quali mezzi pubblici puoi entrare in città , che preveda l’addebito su carta di credito per parcheggi o biglietti. Tutto ciò che nelle altre grandi città  è normale”.
Arte, cultura e patrimonio: ieri oggi e domani
Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale, è molto presente nella discussione sul futuro dell’Italia. Le sue idee su Roma poggiano su due pilastri.
Il primo: la pedonalizzazione dei Fori imperiali va fatta ma non basta. Il secondo: il futuro della città  va costruito valorizzando il passato e non distruggendolo.
Non si tratta di imbalsamare il centro storico facendone un museo. Al contrario: “Penso alla vita della città  come sovrapposizione di strati che comincia nel passato e pensa al futuro. Roma ha la responsabilità  di fondare la soluzione dei suoi problemi sulle impegnative eredità  del passato”. Per questo la pedonalizzazione dei Fori non basta.
“Limitandosi a eliminare il traffico dall’area archeologica centrale si rischia di trasformarla in un suk travolto da venditori ambulanti e improbabili gladiatori. Serve invece una progettazione complessiva. Un architetto paesaggista deve ridisegnare spazi e funzionalità  dell’area facendone un pezzo vivo della città  capace di darle nuova linfa vitale. È un tema mai affrontato concretamente nella pluridecennale discussione sui Fori”.
Il secondo punto indicato da Settis riguarda il lavoro in corso per un accordo tra le due sovrintendenze, quella comunale e quella statale, che fino a oggi si sono divise si dividono la competenza sul patrimonio della Capitale: “Il rischio che vedo, e che comunque va evitato, è che in questo accordo la ricerca archeologica e la tutela non abbiano il primo posto ” .
U n esempio di attualità  riguarda i lavori per la Metro C, destinata ad attraversare il centro storico da piazza Venezia fino al quartiere Prati: “A me piace esprimermi su questioni che conosco in dettaglio, e non è il caso della Metro C. Però posso dire, in linea di principio, che i ritrovamenti archeologici possibili in quell’area sono sicuramente di tale importanza che non ci si può permettere il rischio di distruggerli. Non si tratta di ostacolare la modernizzazione, semmai di ripensare il sistema della circolazione e il rapporto tra la vita dei cittadini e il corpo della città . Il trasporto veloce si può organizzare per esempio attorno a un sistema di metropolitane leggere di superficie di cui si parla da decenni”.

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LE LEGGI PROMESSE E MAI APPROVATE

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DAL CONFLITTO D’INTERESSI AL REATO DI TORTURA, DALLO IUS SOLI ALLE UNIONI CIVILI: IL PROGRAMMA A COSTO ZERO CHE DESTRA E SINISTRA HANNO DIMENTICATO

Disperse nel mare magno dell’attività  parlamentare; annunciate, presentate e poi ancora annunciate e presentate come nuove.
Sono i disegni di legge desaparecidos, che da mesi, anni o decenni occupano le cronache politiche senza mai tradursi in realtà .
Qui di seguito ne elenchiamo alcuni a costo zero o quasi, di quelli cioè per cui non si può nemmeno dire che non ci sono i soldi: finiscono sul binario morto per disattenzione, forse, o più probabilmente per non irritare questo o quel partito, questa o quella corporazione. “Primo sopravvivere”, diceva Giulio Andreotti.
TORTURA
Se ne parla da sempre e almeno dal G8 di Genova 2001 dovrebbe essere una priorità  per qualunque governo. Tanto più che il 7 aprile la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che quella della scuola Diaz di Genova fu tortura e ha condannato l’Italia perchè non punisce il reato.
Eppure, nonostante l’Italia abbia ratificato nel 1988 l’apposita convenzione Onu, il reato nel codice italiano non c’è. I ddl, infatti, naufragano di legislatura in legislatura: anche stavolta, quando sembrava tutto fatto, il testo arrivato in Senato per il via libera definitivo, è stato modificato il 7 luglio con un compromesso al ribasso (la tortura sussiste solo nel caso di “violenze reiterate”, e quando si produce una sofferenza psichica “verificabile”).
Il pm simbolo del G8, Enrico Zucca, ha definito il testo — a cui le forze dell’ordine si oppongono strenuamente — “inutile” perchè “non punirebbe la Diaz”.
Ora, ammesso che Palazzo Madama lo approvi, dovrà  tornare alla Camera in autunno, quando il Parlamento sarà  impegnato con la Finanziaria.
UNIONI CIVILI
Oggi, in Europa occidentale ci sono solo due Paesi che non hanno una legge che regolamenti il matrimonio o le unioni civili tra persone dello stesso sesso: Italia e Grecia.
Ormai se ne discute da 30 anni. La prima proposta di legge fu presentata nel 1988 dalla deputata socialista Alma Agata Cappiello: mai discussa.
L’8 febbraio 2007 il ministro della Famiglia Rosy Bindi e quello delle Pari Opportunità  Barbara Pollastrini fecero approvare dal Cdm i “Dico” (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi): riconoscimento delle coppie omosessuali ed eterosessuali non sposate, e nuovi diritti per la successione, la pensione e i contratti di affitto.
Poca roba, ma tanto bastò per una manifestazione oceanica di cattolici contrari: il Family day a Roma (12 maggio 2007). Non se ne fece nulla.
In tempi più recenti, sotto Enrico Letta solo chiacchiere, mentre Matteo Renzi ne ha promesso l’approvazione a più riprese fin dalla campagna per le Primarie 2013. Oggi in Parlamento c’è — fermo almeno fino a settembre — il ddl Cirinnà .
Due settimane fa il premier ha promesso una soluzione entro l’anno, ma l’aveva fatto anche nel 2014. Non è neanche una questione di costi, visto che il Mef ha chiarito che per garantire la reversibilità  della pensione bastano sei milioni l’anno.
E la legge sull’omofobia? Approvata alla Camera a settembre 2013, è dispersa in Senato.
IUS SOLI
Cècile Kyenge è stata massacrata da giornali e partiti della destra quando, appena nominata ministro per l’Integrazione da Enrico Letta, spiegò che la sua priorità  sarebbe stata il passaggio dallo ius sanguinis (cittadinanza se figlio di un cittadino italiano) allo ius soli (cittadinanza per nascita) temperato: in sostanza si diventa italiani se si è vissuti qui fin da piccoli facendo le scuole e tutto il resto.
Se n’era già  parlato nel governo Prodi del 2006-2008, ma ad oggi niente legge. E dire che il tema è sembrato assai caro a Matteo Renzi. Seguite la cronologia.
Nel marzo 2012,da sindaco di Firenze, firmò una legge di iniziativa popolare sul tema. “Chi nasce in Italia, deve essere cittadino italiano,il parlamento approvi lo ius soli”, diceva a giugno 2013.
Poi, a fine novembre,candidato alla segreteria Pd: “Ci sono battaglie che vanno fatte, lo ius soli è una di queste”.
E ancora, a gennaio 2014: “Sullo ius soli non ci tarperanno le ali”.
A febbraio, nel discorso di insediamento da premier alla Camera: “Lavoreremo per ottenere un compromesso sull’immigrazione”.
Maggio: “La soluzione che individueremo entro fine anno sarà  un criterio che consenta lo ius soli legato ad un ciclo scolastico”.
Siamo al gennaio 2015: “Dopo le riforme costituzionali, toccherà  allo ius soli temperato”.
Ad oggi siamo al testo base presentato in commissione, peraltro da una deputata della minoranza del Pd, Marilena Fabbri.
CONFLITTO D’INTERESSI
In teoria la legge ci sarebbe. In pratica è quella, approvata nel 2004, che porta il nome dell’ex ministro Franco Frattini: prevede — caso unico in Europa — che la punibilità  per il conflitto d’interessi arrivi solo nel momento in cui subentra un conflitto, non se è già  esistente all’assunzione della carica.
Il tema era già  nell’agenda di Mario Monti, ma non se ne fece nulla visto che Berlusconi era in maggioranza, poi a marzo 2013 una proposta di riforma   fu presentata dal deputato Pd Gianclaudio Bressa, seguita da altre quattro di Pd, M5s e Sel.
Un anno e mezzo dopo, i testi sono stati affossati tutti insieme.
Il 7 maggio scorso poi, euforica per aver incassato il sì all’Italicum, il ministro Maria Elena Boschi annunciò in pompa magna: “Il conflitto di interessi lo porteremo in Aula già  nelle prossime settimane”.
Due settimane dopo fu più precisa: “A giugno alla Camera”.     Il 16 luglio — stando a quanto trapela — si sarebbero conclusi i lavori del comitato ristretto incaricato di elaborare un testo. Quale? Dio solo lo sa.
DEPISTAGGIO
Il 24 luglio, Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, ha ricordato le rassicurazioni ricevute negli ultimi due anniversari da Graziano Delrio e Giuliano Poletti sui risarcimenti ai familiari e sull’introduzione del reato di depistaggio: “Nessun governo si era mai permesso di venire il 2 agosto a Bologna a far delle promesse senza mantenerle.In trentacinque anni non è mai successo”.
Oggi, nessun esponente del governo parlerà  nella piazza antistante la stazione, per ricordare i 35 anni della strage.
Un ddl peraltro — e Bolognesi ne è stato relatore — esiste ed è pure passato alla Camera: introduce il reato di depistaggio con le aggravanti se commesso da un pubblico ufficiale. Solo che dal Senato, dove sonnecchia da un anno, non uscirà  tanto facilmente, anche se l’iter è ripartito giusto in questi giorni.
L’aria del 2 agosto, d’altronde, sembra svegliare il governo: giusto venerdì i superstiti delle stragi rimasti invalidi all’80% si sono visti riconoscere la pensione già  prevista da una legge del 2004.
PRESCRIZIONE
A novembre 2014, all’indomani della sentenza della Cassazione sul disastro Eternit in Piemonte, Matteo Renzi prometteva: “Mai più prescrizione”.
Deve essersene dimenticato visto che l’unico — faticoso e parziale — intervento che ha portato a casa riguarda i reati di corruzione.
Sul tema Eternit, in realtà , il premier potrebbe rivendicare almeno la legge sugli ecoreati, che introduce il delitto di “disastro ambientale”: solo che secondo il pubblico ministero del processo, Raffaele Guariniello, il nuovo testo non cambia nulla (“il processo finirebbe comunque in prescrizione”).

Carlo di Foggia e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA LOBBY DELLE POSTE E IL MALLOPPO DELLE MULTE

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

NON VUOLE MOLLARE IL MONOPOLIO E CHIEDE DI SPOSTARE LA LIBERALIZZAZIONE AL 2019… LA CONSEGNA DELLE CONTRAVVENZIONI VALE 300 MILIONI L’ANNO

Che pacchia le multe e i processi per le Poste.
Per consegnare le contravvenzioni agli sventurati automobilisti che se le sono beccate e i 28 milioni di atti giudiziari generati da 9 milioni di processi l’anno, le Poste ci guadagnano così tanto e per di più in beata solitudine, senza il disturbo di nessuna concorrenza imponendo il prezzo che vogliono, che ormai ci si sono affezionate come una madre con i figli.
Non vorrebbero perderli a nessun costo e in questo accaldato mese di agosto faranno di tutto per scongiurare la separazione.
L’amministratore Francesco Caio e i suoi, già  impegnati con il tour de force della quotazione in Borsa prevista per l’inizio di autunno, saranno costretti a moltiplicare gli sforzi rinunciando alla sdraio e all’ombrellone per organizzare anche una disperata battuta di lobby all’ultimo politico per mantenere con le unghie e conidentilaconsegnadimulte e atti giudiziari.
Che sono un mercato ricco e sicuro del valore di almeno 300 milioni di euro l’anno, conosciuto in gergocome“riservalegalesugli atti giudiziari”.
E sulla cui sopravvivenza o soppressione il Parlamento voterà  alla ripresa di settembre nell’ambito del decreto per la Concorrenza.
Le due cose, la quotazione e la riserva legale, sono intrecciate.
Per Caio la riserva significa non solo mantenere in casa un mercato comodo in regime di monopolio, ma creare condizioni migliori per la quotazione potendosi presentare agli investitori con un boccone appetitoso. In pratica e secondo la migliore tradizionale italiana, il viatico per la privatizzazione in corso è ancora una volta il consolidamento di un monopolio.
Proprio questa settimana l’amministratore di Poste consegnerà  alla Consob il piano per la quotazione e c’è da giurarci che in quel documento la parte riguardante la faccenda della riserva legale sarà generica.
Perchè la partita è aperta e nonostante le cose non si stiano mettendo bene per le Poste, Caio spera di recuperare in volata.
Di recente, nel corso di un’audizione parlamentare davanti alle Commissioni Attività  produttive e Finanze dedicata alla concorrenza, l’amministratore delle Poste si è fatto coraggio azzardando la richiesta: la possibilità  di mantenere per altri 3 anni e fino al 2019 il monopolio sulle multe e gli atti giudiziari chedovrebbe scadere il 10 giugno 2016.
Caio sa benissimo che la sua richiesta rasenta la temerarietà . Per tanti motivi.
Il primo è che in Europa il mercato della consegna delle multe e dei documenti giudiziari è libero ovunque tranne in Italia e altri due paesi: Polonia e Portogallo.
Il secondo sta nel fatto cheda almeno 6 anni l’Antitrust considera un’anomalia il monopolio delle Poste, auspicando un suo superamento.
Proprio l’Antitrust nel 2013 ha approvato una delibera specifica sull’argomento (la numero 728) in cui chiarisce che il prezzo preteso dalle Poste per la consegna degli atti giudiziari è del 100 per cento superiore al costo.
I prezzi imposti ai comuni e alle amministrazioni pubbliche sono da amatori: si va da un minimo di 7euro ad un massimo di 19.
Dipende dal tipo di atto da consegnare, dal suo volume e peso, dalla zona interessata.
Costano di più, ovviamente, i recapiti in zone periferiche e di meno quelli nelle città  e ancora di meno quelli nella stessa città  di spedizione.
Secondo l’Antitrust i prezzi praticati dalle Poste sono da 4 a 5 euro superiori a quelli di un potenziale mercato. Detto in altro modo: con gli atti giudiziari le Poste guadagnano da metà  a circa un terzo più del dovuto.
Caio sa inoltre che il governo per le Poste ha già  abbondantemente dato nei mesi passati. L’amministratore dell’azienda pubblica e Matteo Renzi avevano concordato un patto non scritto: Renzi si impegnava a varare una serie di provvedimenti favorevoli alle Poste, compreso l’aumento delle tariffe.
In cambio Caio prometteva di rinunciare senza strepiti alla riserva sugli atti giudiziari tanto che il 20 febbraio, Renzi in conferenza stampa aveva annunciato fiducioso il suo superamento.
Il governo ha mantenuto gli impegni: ha garantito alle Poste altri 260 milioni di euro per lo svolgimento del servizio universale (la consegna della corrispondenza in ogni parte del paese, anche a costi superioriai ricavi) nonostante le Poste da anni snobbinoquesto impegno e lo trattino con la mano sinistra.
Poi il governo ha concesso che dal primo ottobre la posta ordinaria prenda il posto della prioritaria con un aumento tariffario da 0,70 a 0,95 centesimi, mentre la prioritaria diventerà  un espresso (2 giorni per la consegna) costando fino a 3 euro.

Daniele Martini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA LIBERTÉ FRANCESE FA SCAPPARE IL RE SAUDITA

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

DOPO LA PETIZIONE DI 150.000 ABITANTI DELLA COSTA AZZURRA, IL RE SALMAN ABBANDONA LA FRANCIA E LA SPIAGGIA CHE AVEVA “PRIVATIZZATO”… CON LUI TORNANO IN ARABIA 600 PERSONE

Fa i bagagli prima del previsto Salman Bin Abdelaziz, re dell’Arabia Saudita che stava trascorrendo le vacanze nella sua lussuosa villa di Golfe Juan, in Costa Azzurra. Probabilmente spinto dalle polemiche ricevute per la chiusura della spiaggia adiacente alla sua dimora, il sovrano è partito alla volta di Tangeri, Marocco, con un volo privato.
La permanenza del re saudita nel piccolo comune di Vallauris (Golfe-Juan) era infatti passata tutt’altro che inosservata: a pochi giorni dal suo arrivo, la rappresentanza diplomatica dell’Arabia Saudita aveva richiesto la chiusura della spiaggia di La Mirandole, posizionata subito al di sotto della villa del sovrano – insieme al permesso per costruire un collegamento diretto tra l’abitazione ed il lungomare.
Voluta a quanto pare per motivi di sicurezza, la privatizzazione a scopo personale di uno spazio pubblico non è andata giù ai francesi.
Piogge di critiche e proteste sono giunte da parte degli abitanti della Costa Azzurra e dei rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, soprattutto dai sindaci dei comuni della zona.
Con una petizione online che ha raccolto più di 150.000 firme, l’opinione pubblica ha espresso il suo dissenso nei confronti delle scelte di Salman Bin Abdelaziz, e allo stesso modo si sono orientate le dichiarazioni degli esponenti politici. Jean Noel Falcou – esponente della lista civica Anticor06 e promotore della petizione riassume con queste parole il fulcro del problema: “Ricordiamo che questa zona naturale, come tutto il dominio pubblico marittimo è un bene comune inalienabile di cui devono poter beneficiare tutti, abitanti del luogo, turisti, francesi, stranieri”.
Secondo quanto riportato dall’ambasciata saudita in Francia, Salman aveva previsto di soggiornare in Costa Azzurra sino al 20 agosto.
Le critiche ricevute per la poco democratica gestione degli spazi sembrano aver sortito effetti positivi, almeno per i francesi: nonostante non si abbia ancora avuto conferma delle ragioni della sua partenza, decisamente in anticipo rispetto ai suoi piani il re saudita ha abbandonato la dimora francese, portandosi appresso buona parte del seguito di circa 1000 persone che lo stava accompagnando nelle sue vacanze.
La spiaggia di La Mirandole, recintata con delle transenne all’arrivo del re Salman, è stata quindi riaperta ai bagnanti – ora di nuovo pubblica, come sarebbe sempre dovuta essere.

(da “Huffingtonpost”)

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