Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
APERTO 10 MESI FA, IL DIBATTIMENTO DI FATTO NON E’ ANCORA INIZIATO… UNA CONDANNA PORTEREBBE ALLA SUA DECADENZA DA GOVERNATORE IN BASE ALLA LEGGE SEVERINO… RIGUARDA LA VICENDA DEI CONTRATTI A DUE “FAVORITE”
Il processo non rischia la prescrizione. Ma la strategia difensiva di Roberto Maroni, imputato per le
ipotizzate pressioni per far ottenere contratti a due fedelissime, sembra voler allontanare il più possibile nel tempo il giorno della sentenza: il giudizio si è aperto il 30 novembre 2015 e a poco meno di 10 mesi non è stato ancora dichiarata l’apertura del dibattimento.
Ma perchè? La posta in gioco è altissima: una condanna — su cui scommette così tanto il Pd lombardo che, stando ad Affaritaliani.it, pare si stiano preparando già i comitati elettorali — innescherebbe la legge Severino.
Uno dei due reati contestati al governatore leghista, ovvero l’induzione indebita (l’altro è turbata libertà nel procedimento), prevede in caso di verdetto di responsabilità la sospensione e la decadenza dalle cariche pubbliche.
Tra un legittimo impedimento e un’astensione, tra un rinvio per elezioni e un po’ di melina sul calendario, il processo iniziato il 30 novembre 2015 è ancora alle battute iniziali e il dibattimento non è stato ancora dichiarato aperto.
Grazie a una tattica dilatoria — del tutto legittima — che ricorda quella berlusconiana, guadagnare tempo e ancora tempo.
A mettere in fila i fatti il nastro di questa storia registra un’altra possibilità .
L’affaire delle fedelissime sistemate con due contratti (prorogati a processo iniziato) diventa cronaca giudiziaria il 14 luglio 2014.
La notizia delle indagini si arricchisce subito di un rumor. Nel corridoio al quarto piano del Palazzo di Giustizia dopo l’estate comincia a circolare la notizia di un possibile interrogatorio di Maroni, pronto a chiarire tutto e subito. Ma passa un anno. L’incontro, fissato a fatica con il pm Eugenio Fusco, salta all’ultimo momento perchè a detta del difensore la notizia si era diffusa tra i cronisti e l’interrogatorio doveva “avvenire a riparo delle telecamere”.
Ma perchè un anno di trattative e poi nulla di fatto? Il legale sostiene che il tira e molla sia durato solo due settimane “da 14 luglio al 1 agosto”. A questo punto è la stessa difesa a chiedere il giudizio immediato.
Ma tra questa richiesta e la prima udienza il 30 novembre per Maroni — rinviata perchè il difensore aderiva all’astensione proclamata dall’Unione delle Camere penali — arriva la condanna a 4 mesi per Christian Malagone, ex dg di Expo.
Il processo slitta poi ancora di quattro mesi e arriva alla data del 3 marzo 2016 per riunire le posizioni degli imputati divise dalla scelta del rito da parte delle difese.
In primavera sembra che il dibattimento possa iniziare, ma l’udienza viene aperta e richiusa con slittamento al 5 maggio per un legittimo impedimento del difensore (impegnato in altri procedimenti) e dello stesso imputato.
In questa occasione c’era stato un botta e risposta tra accusa e difesa sul calendario del dibattimento, perchè i legali degli imputati avevano fatto presente ai giudici di avere impegni concomitanti per una serie di date che erano state individuate.
Ad un certo punto il pm di Milano Eugenio Fusco, che in passato si è occupato si processi come Parmalat e Antoveneta — era intervenuto dicendo: “Sono solo quattro imputati per due capi di imputazione, è un ‘processetto’ e se si vuole si possono esaurire i miei testi fissando udienze in una sola settimana”.
“Lo ha detto lei che è un ‘processetto’” aveva risposto Aiello. “I processi si devono fare, piccoli o grandi che siano” aveva poi chiosato il presidente del collegio Oscar Magi.
Ma anche il 5 maggio non si era celebrato il processo perchè il governatore, capolista a Varese per ordine del Consiglio Federale del Carroccio come avvenuto per Salvini a Milano e Calderoli a Bergamo, aveva chiesto e ottenuto un rinvio al 23 giugno.
In prossimità del periodo feriale quindi era state fissate solo due udienze con la prospettiva che da settembre sarebbe stato celebrato il processo ogni giovedì.
E invece no. Si farà così solo da gennaio perchè anche ieri l’udienza, stando alla cronaca fatta dalla agenzie di stampa, è stata vivace.
Tra eccezioni e calendario difficil
Doveva parlare il solo pubblico ministero in replica alle eccezioni sollevate dalla difesa, ma i legali hanno più o meno chiesto parola e sollevato altre questioni come quella sulla inutilizzabilità delle intercettazioni.
In primis l’avvocato Di Capua, che insieme allo stesso Aiello difende Giacomo Ciriello, capo della segreteria di Maroni, sulla questione della “ministerialità ” del reato (Maroni era responsabile del Viminale quando fu intercettato nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica che ha poi generato questa inchiesta, ndr) e poi lo stesso Aiello che si era riservato di presentare documentazione ma poi ha parlato della inattendibilità di Lorenzo Borgogni (ex manager di Finmeccanica che aveva parlato di una presunta tangente alla Lega Nord che ha portato a un’inchiesta poi archiviata).
Per il difensore le conversazioni sono “inutilizzabili” perchè disposte nell’ambito di un altro procedimento (Finmeccanica, appunto) e il pm avrebbe dovuto “trasmettere gli atti al Tribunale dei ministri”.
A questo punto Aiello ha chiesto un “gentleman agreement” affinchè il pm rinunciasse alle intercettazioni. Richiesta rispedita al mittente. Il Tribunale si è ritirato in camera di consiglio e ha quindi respinto tutte le eccezioni della difesa.
A questo punto qualche tensione in aula — riporta l’Ansa — si è verificata anche quando si è trattato di decidere il calendario.
Tensione che ha portato il giudice Guadagnino ad annunciare che da gennaio il processo si terrà (di nuovo) ogni giovedì, e far slittare, per impegni professionali di Aiello (che rappresenta la Regione parte civile nel processo sulle tangenti nella sanità a Monza) e di un altro difensore, l’udienza del 22 settembre nella quale si sarebbe dovuto conferire l’incarico a un perito per la trascrizione delle intercettazioni.
Incarico che quindi verrà conferito in una nuova udienza programmata per il prossimo 6 ottobre, mentre il 20 ottobre si comincerà con i testi dei pm.
Insomma il dibattimento di fatto non è stato ancora dichiarato aperto. E il giudizio entrerà nel vivo, impedimenti permettendo, solo in autunno inoltrato quasi a un anno della prima udienza.
Giovanna Trinchella
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
LE MOSSE DI RUOCCO, TAVERNA E LE ALTRE… UN FINTO-INTEGRALISMO CONTRO VIRGINIA
“Le rivoluzioni a metà sono peggio dei partiti». È stata la frase di Roberto Fico (che ha taciuto per mesi dinanzi alla deriva del Movimento, ma anche frenato alcuni degli istinti peggiori dei suoi colleghi di direttorio), che infine ammetteva la deriva opaca, a rompere ogni argine.
A quel punto è successo questo: si stanno agitando tutti gli altri. I finti-integralisti; e tutte le altre.
Strategia zero, sia chiaro: arduo attribuirne una a personaggi come Roberta Lombardi, Carla Ruocco, Paola Taverna, che non sia l’umore e un calcolo mediatico (come ne posso uscire io?); ma anche il potere, o meglio, quote di potere dentro il Movimento romano.
La Faraona, come chiamano Lombardi, ha vissuto male l’ascesa della Raggi, e ora prova a strumentalizzarne le difficoltà .
Ma le sue uscite non sono segno di forza, o di copertura da parte di Grillo: sono piuttosto fughe in avanti, anche fuori tempo, se vogliamo.
Lombardi non può far cadere la Raggi (i consiglieri comunali in quota Lombardi – poco meno di una decina su 29 – non mollerebbero mai la poltrona), ma condizionarla e tenere le sue fette di potere.
Uno, le commissioni capitoline, dove ha piazzato di tutto, e controlla quelle più importanti, patrimonio, bilancio, urbanistica.
Due: quando Lombardi invoca lo spirito delle origini va compreso che lei (non la Raggi) è l’interlocutore, attraverso Marcello De Vito, di una potente rete di vecchio potere sindacale romano (dalla Cisl ai sindacati di base: pacchetti di voti) non certo in linea con le promesse anti-lottizzazione del Movimento.
Tre: Italia 5 stelle, la manifestazione in programma a Palermo il 24-25 di questo mese, ormai giunta alla terza edizione, continua a far riferimento a un Comitato (non a un’associazione); ma i comitati sono strumenti giuridici per eventi ad hoc, che nascono e muoiono.
L’iban dell’ultimo Italia a 5 stelle (a Imola) è invece uguale a quello del Comitato per Palermo.
E chi ne era, allora, il rappresentante legale? Roberta Lombardi.
Avere soldi, organizzare eventi (anzi: l’Evento), con rendiconti non bene dettagliati, come quello sul 2015 pubblicato sul blog di Grillo, significa ovviamente contare: e questa è la vera strategia lombardiana: il sottopotere (per dire, il palco di San Giovanni 2013 costò 110mila euro, quello più piccolo del Vday di Genova il doppio).
Insomma, la grande accusatrice della Raggi pare politicamente più attaccabile di lei.
Non vuol dire però che la sindaca possa stare tranquilla, anzi.
Troppi (e troppe) la odiano, nel suo partito (sì, partito).
In questa guerra colpisce il ruolo quasi sincronizzato di un’altra donna, che di Virginia Raggi parla malissimo, a tutti e ovunque, per le più svariate ragioni.
Carla Ruocco, che ieri s’è subito associata al post della Lombardi («abbiamo gli anticorpi per respingere i virus che hanno infettato il movimento»), è assai legata all’ex assessore Marcello Minenna; il quale a sua volta nei suoi colloqui privati sta dicendo fuoco e fiamme contro Raggi e Di Maio.
È un eufemismo affermare che l’ex assessore non auguri loro il miglior successo. Ci sono anche questi grumi, dietro le uscite anti-Raggi.
A proposito di Di Maio. Se c’è qualcuno che, bene o male, è stato tenacemente a fianco della Raggi, a modo suo, e certo piazzandole spesso suoi nomi, è il pericolante aspirante leader: è lui – non Lombardi, non Ruocco – che avrebbe tutto da perdere da un disastro Raggi.
Il che mette in gioco un’altra donna in questa faida: Paola Taverna. Un tempo assai vicina a Di Maio, poi scavalcata nelle preferenze umane del vicepresidente della Camera, non apprezza più Di Maio, non ama la Raggi, e è furiosa perchè le stavano per lasciare in mano il cerino della mail con cui la sindaca la informava dell’indagine sulla Muraro.
La mail è uscita, scaricando alla fine tutta la responsabilità su Di Maio; ma non è stata la Taverna; anche se questa è un’altra storia.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
ALLA FESTA DELL’UNITA’ RENZI E SMURAGLIA INFIAMMANO I 4000 PRESENTI
E dire che sembravano vecchi semi infermi con la camicia rossa e il fazzoletto tricolore al collo, innocui
nostalgici che avevano ingannato l’attesa con bicchierini di amaro, e buste di plastica in testa per timore della pioggia.
Altrochè, non è acqua che è piovuta, perchè quelli dell’Associazione partigiani erano agguerriti come nelle migliori mitologie.
Eccoli i veri monelli della serata, noncuranti delle raccomandazioni ecumeniche del moderatore, Gad Lerner.
Hanno fischiato, hanno interrotto, hanno urlato, hanno invitato il presidente del Consiglio ad andare a casa, gli hanno buttato in faccia l’accusa di essere un gran bugiardo.
Guarda un po’: ecco chi giocava in casa, non Matteo Renzi, che sarebbe il segretario del partito titolare della Festa, non i suoi sostenitori che le cronache annunciavano in arrivo a centinaia, convocati dal Pd per spuntarla nell’applausometro.
Giocava in casa Carlo Smuraglia, ben al di sopra dei suoi novantatrè anni, nessun timore, nessuna smania di imbonire l’avversario, nessuna piacioneria.
E nonostante il bell’eloquio novecentesco, che talvolta suonava come Tito Schipa in discoteca, il presidente dei partigiani ci ha dato dentro, non era serata da sconti, ha detto in faccia al dirimpettaio che la sua riforma fa orrore, stravolge lo spirito della Resistenza e dei padri costituenti.
Lì avremmo giurato che Renzi avrebbe riproposto la fascinazione generazionale, utilizzata soltanto poche ore prima in televisione: voi avete fatto la storia, adesso lasciatela fare a noi (sintesi nostra un po’ enfatica).
Niente, bassi bassi e schisci schisci perchè siamo pur sempre a Bologna, la città dove la memoria, compresa quella più abbellita, non si annacqua.
E nemmeno funzionano le ottime tattiche del fair play, che spingono il premier a zittire i suoi quando danno sulla voce a Smuraglia e anzi, basta un sussurro, una protesta da niente e Renzi dice no, non si fa così, rispetto per chi ha un’idea diversa dalla nostra ma a cui siamo accomunati dai valori fondanti.
La curva antirenziana ha da ridire anche lì, si alzano buu, si inveisce in forma gutturale. Per chi è abituato alla solidità tetragona del partito – del partito che era, forse – una serata così ha avuto i toni della guerra intestina.
E per la cronaca – anche se non doveva essere una partita da televoto – gli applausi al premier sono stati i più scroscianti, i più numerosi, i più compatti, ma era tutto il resto a lasciarci ad occhi sbarrati.
Ci sono più diritti, dice Renzi, ed è una sommossa verbale. Il premier le ha provate tutte, le capacità non gli mancano, ma non era cosa.
Da matti: neanche il richiamo antifascista ha funzionato in questa festa e in questa città che l’antifascismo se lo mangia a colazione.
Volevo sentire qualche parola dall’Anpi, ha detto Renzi, quando il biografo di Giorgio Almirante ha scritto che sono un traditore che va messo al muro.
Dove eravate, chiede Renzi. Ma nulla, non riesce ad agganciare le simpatie mancanti, signore su con gli anni saltellanno nervose, indossano t-shirt con la scritta «Costituzione» fatta a brillantini e urlano basta, vattene.
E che doveva succedere? Che Smuraglia, sempre che ne avesse bisogno, ha preso coraggio, si è fatto quasi sprezzante, ha ironizzato sul futuro del premier dopo la (eventuale) sconfitta, e come stessero andando le cose è stato chiaro quando Gad Lerner, col vento in poppa, ha citato Paolo Prodi (uno dei fratelli di Romano), e cioè la riforma come un «bitorzolo sulla Costituzione».
E allora restiamo così, ha chiuso Renzi, con questa specie di enorme macchinario arrugginito che sono le istituzioni, se vi piace.
Magari non sono la maggioranza, ma gli piace, eccome.
Mattia Feltri
(da “La Stampa”)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
FISCHI, APPLAUSI, CONTESTAZIONI: IN UN CLIMA DA DERBY SI AFFRONTANO LE DUE ANIME DELLA SINISTRA
Quello che va in scena alla festa dell’Unità di Bologna è lo scontro tra due popoli divisi e lontani.
Nel tanto atteso “duello” tra il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia e il presidente del Consiglio Matteo Renzi sul referendum costituzionale ad avere voce in capitolo sono principalmente le 4mila persone accorse per assistere al dibattito.
Ognuno ha i suoi supporter. Ed è in un clima da stadio, dove il dialogo viene spesso interrotto da fischi e urla da parte del pubblico, che Renzi e Smuraglia si confrontano, moderati da Gad Lerner, sulla consultazione che si terrà a novembre.
I partigiani sono accorsi in massa ma anche il Pd si è cautelato, dopo le contestazioni ricevute alla festa dell’Unità di Catania, chiamando a raccolta tutti i 300 comitati per il Sì della regione.
Il clima, più delle stoccate lanciate dai due relatori, definisce il tenore e l’importanza del confronto.
Non è stata quindi l’occasione per appianare le divergenze emerse violentemente a maggio scorso, quando il ministro Boschi mandò su tutte le furie i partigiani facendo una distinzione tra quelli veri e quelli iscritti all’Anpi.
“Il nostro statuto dice che tra gli obiettivi c’è quello di difendere e chiedere l’attuazione della Costituzione, nello spirito con cui la votarono i costituenti. E la riforma danneggia il Paese e stravolge lo spirito della Carta Costituzionale”, afferma Smuraglia lanciando la prima frecciata al premier.
Mentre Renzi replica arriva la prima interruzione da parte di uno spettatore che dalla platea grida: “Vai a casa”.
Il premier, rivolgendosi direttamente al contestatore, ribatte che “c’è una procedura semplice: finchè c’è la fiducia del Parlamento io rimango”.
Quanto al referendum, “si può votare sì. Si può votare no. Ma dire che è in gioco la democrazia è una presa in giro nei confronti degli italiani”, afferma Renzi.
Smuraglia e il premier snocciolano quelli che a loro parere sono i punti di forza e i punti deboli della riforma firmata Boschi: il presidente dell’Anpi nota come non sia chiara l’elezione del futuro Senato nè tantomeno le sue funzioni, Renzi ribatte che “vengono ridotte le poltrone e non gli spazi democratici”.
Si parla di Italicum: per Smuraglia legge elettorale e riforma sono strettamente legati, Renzi afferma ancora una volta di essere pronto a modifiche se arrivano proposte dalle opposizioni: “Anche se un po’ mi costa – confessa – perchè ritengo l’Italicum un’ottima legge, essendo copiata dalla legge dei sindaci”
Una parte del dibattito viene spesa per parlare dell’inversione di rotta di Renzi rispetto a quanto annunciato mesi fa sul suo destino in caso di vittoria del No: “Renzi, dicendo che se perdeva andava a casa – dice Smuraglia – si è accorto di aver assunto una posizione pericolosa. Ora hanno cambiato versione: prima Confindustria, poi gli Usa e ieri anche un altro paese europeo ci dicono che se vince il No sarà la catastrofe”.
Renzi fa mea culpa: “Pensavo che quella frase fosse un atto di responsabilità , in estate tutto il Pd mi ha detto di non parlarne più perchè l’argomento stava oscurando il dibattito referendario: quello che sia giusto fare lo tengo per me, ma dico che questa riforma può rendere l’Italia più agile”
“I deputati non sono diminuiti. Ma pensi che sia stata una cosa semplice fare quello che per anni si è solo promesso e mai realizzato? Non ho memoria di tuoi atti parlamentari in cui hai proposto di dimezzare il numero dei parlamentari, non era semplice evidentemente”, attacca poi Renzi riferendosi al passato parlamentare di Smuraglia.
Ma è quando Renzi parla di lavoro che il clima si riaccende: “Io avrei tutto l’interesse a dire quello che è stato fatto negli ultimi due anni: in questo paese negli ultimi due anni ci sono più diritti per tanti e per tutti”, afferma ma subito viene interrotto dai fischi di una parte del pubblico.
“Andate a dire a due persone dello stesso sesso se hanno meno diritti”, ha aggiunto ricevendo applausi. “Se ci sono 580mila posti di lavoro in più, dovete dire grazie a chi ci ha creduto”, ha poi detto Renzi ricevendo ancora altri fischi.
Smuraglia non si scompone mai durante il dibattito, Renzi invece alza più volte la voce e si rivolge direttamente a quella parte di pubblico che lo contesta.
All’inizio del dibattito Renzi aveva assicurato: “Quella del Pd sarà sempre la casa dell’associazione partigiani, anche quando siamo in profondo disaccordo”.
Alla fine del confronto, il dubbio che sia in atto un trasloco però sorge.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL COMUNE DI ZERFALIU NON PUO’ ASSUMERE E GLI AMMINISTRATORI TENGONO PULITE PIAZZE E STRADE
Un’impiegata comunale risponde al telefono: “Il sindaco? Stamattina non è in ufficio, sta pulendo le
piazze”.
Tutto vero: di fronte alla chiesa di questo piccolo paese della Sardegna c’è una squadra di operai non troppo specializzati ma molto volenterosi.
Il primo cittadino usa la scopa, l’assessore il compressore, il padre del vicesindaco pulisce le condotte fognarie, aiutato da un consigliere comunale e da un altro gruppetto di amici.
Si inizia presto perchè oggi in piazza c’è il mercatino e quando arrivano le massaie tutto deve essere già pulito.
A Zerfaliu il Comune non ha più un operaio: l’ultimo è andato in pensione sei mesi fa e le assunzioni sono bloccate. “C’è di peggio: contavamo di mettere in campo una squadra di lavoratori socialmente utili ma non possiamo fare nulla – protesta il sindaco Pinuccio Chelo – Siamo bloccati dalla burocrazia e da alcuni impiegati che non fanno il loro dovere e non ci consentono di avviare i progetti per il lavoro”.
Il centro di questo piccolo paese è ben tenuto e ordinato: i lavori di sistemazione di strade e piazze sono stati completati da poco. Ma la pulizia era carente.
Nei prossimi giorni ci sarà la festa in onore di Padre Pio e le piazze dovranno presentarsi al meglio.
“I nostri cittadini hanno diritto ad avere un paese pulito e decoroso – dice il sindaco – L’aspetto che ci fa più rabbia è che in Comune abbiamo in cassa circa 150 mila euro da destinare ai progetti di inserimento sociale: in un anno avremmo potuto far lavorare una cinquantina di disoccupati e assicurare decoro al centro abitato”.
Una dipendente in malattia ha bloccato i progetti e le assunzioni, il sindaco e gli assessori non ci possono far nulla.
Poi c’è il problema del patto di stabilità : un milione e mezzo di avanzo di amministrazione bloccato in banca e impossibile da spendere.
“Non avevamo altre possibilità – dice l’assessore Sandro Murtas – Rimboccarci le maniche, perchè la gente da noi si aspetta risposte concrete, non pasticci burocratici”. Le signore che vanno a fare la spesa approvano: “Bravo sindaco, tu sei davvero un sindaco operaio”.
Nicola Pinna
(da “La Stampa”)
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Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
NIENTE POLITICI SUL PALCO, TUTTA SOCIETA’ CIVILE… 1800 PERSONE DI CAPIENZA, NESSUN POSTO RISERVATO… DIVERSE SORPRESE E UNA ATTENTA REGIA CON SILVIO ALLA FINESTRA
Follow the money. Sul corrente intestato all’associazione “L’Italia che verrà ” da qualche giorno arrivano versamenti, da imprenditori, professionisti gente interessata al progetto.
L’associazione – nuova e dal nome tutto politico – è quella di Stefano Parisi. E il progetto è quello che Mr Chili, ex candidato sindaco di Milano presenterà domani, a Milano, allo spazio Megawatt, sotto una grande scritta Energie per l’Italia, Idee per riaccendere il paese.
E che assomiglia molto a un nuovo movimento, una newco separata e distinta da Forza Italia, nelle cui casse non entrerà un euro.
Niente politici sul palco, tutta società civile, location fatta apposta per le tv, con la regia dell’evento affidata — e questa pare davvero una metafora — ad Alessandro Banfi, ex direttore di Tgcom 24, Mediaset.
La cui informazione, negli ultimi tempi, è molto filo-governativa.
Nel ruolo di presentatori il primo giorno Giuseppe De Bellis, vicedirettore del Giornale e il secondo Giancarlo Loquenzi, direttore Radio Rai.
Saranno loro a dare la parola ai mitici esponenti della mitica “società civile” che, dal palco, esporrà le Idee per l’Italia. Che al momento, non si capisce se saranno anche le idee per Forza Italia.
Un azzurro che ha parlato col Cav spiega: “Parisi si è allargato, perchè doveva fare il manager e si è messo a fare il leader, ma Berlusconi è pragmatico. Vede come va. Se riesce, punta di lui, se fallisce si tiene Forza Italia”.
Lui, Parisi, stimatissimo a corte da Gianni Letta, aprirà la convention con un saluto e chiuderà sabato alle 12. E ha curato nel dettaglio la scaletta dell’evento.
I pezzi grossi – soprattutto della Milano che conta – arrivano sabato. Prima parleranno Claudio De Albertis, presidente Ance — i costruttori — e Piergaetano Marchetti, lo storico notaio di Rcs, Antonio Gozzi, presidente di Federacciai.
Poi gli economisti: Veronica De Romanis, Nicola Rossi, già con D’Alema a palazzo Chigi, poi vicino a Montezemolo e Monti.
In mezzo giovani ricercatori iperliberisti dell’Istituto Bruno Leoni.
E la giornalista Annalisa Chirico, in qualità di presidente di “Fino a prova contraria – Until proven guilty”, il movimento “per una giustizia giusta ed efficiente” nato lo scorso marzo a Villa Taverna, sotto gli auspici dell’ambasciatore John R. Phillips. Un’associazione favorevole al Sì al referendum, in nome della la stabilità che favorisce investimenti.
Posizione che formalmente non è quella di Parisi. Formalmente, perchè informalmente anche nel giro renziano stretto vivono l’evento con favore, perchè è chiaro che quello è “un centrodestra con cui si può parlare”.
Ecco gli altri ospiti di un parterre senza troppi colpi di scena, molto milanese, attorno al quale lo staff di Parisi ha alzato un muro di riservatezza: Massimo Gandolfini, il presidente del Family day, che fino a poche settimane fa era vicino al mondo leghista; altro cattolico di peso Giancarlo Cesana, ex responsabile di comunione e liberazione, ex presidente del Policlinico, figura di spicco del mondo di Cl, espressione dello zoccolo duro di Don Giussani.
E poi i giovani: Giacomo Lev Mannheimer, figlio d’arte del noto sondaggista; Elisa Serafini, ricercatrice, ma nota soprattutto perchè era uno degli ospiti fissi della trasmissione Announo di Giulia Innocenzi. Si mise in evidenza attaccando Travaglio, guadagnandosi la simpatia di Giuliano Ferrara.
C’è anche qualcuno tra i manager, come dicono a Milano, del mondo di Corrado Passera, come Marco Morganti, amministratore delegato di banca prossima, in un parterre che ha la tipologia umana più di una nuova Scelta civica che del berlusconismo.
Idee sacconiane sul lavoro, cattoliche sulla famiglia, a parlare di libertà di educazione ci sarà suor Monia Alfieri.
Già trapelata la presenza di Maryan Ismail, di origine somala, candidata del Pd alle elezioni comunali di Milano, che però ha sbattuto la porta in faccia al Pd perchè avrebbe deciso di interloquire con la parte più minoritaria e ortodossa.
La sala ricorda un’arena. I dirigenti di Forza Italia e degli altri partito che andranno non troveranno nessun posto riservato. 1800 persone di capienza.
Come nelle tradizioni: sala piccola rispetto all’affluenza programmata, per ottenere l’effetto “pienone” e “bagno di folla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
IL DIRETTORIO E’ SPACCATO E TRA I PARLAMENTARI C’E’ CHI PARLA ORMAI DI “LOSCHI FIGURI IN CAMPIDOGLIO”…I CASI MARRA E ROMEO HANNO ALLONTANATO ANCHE GLI ELETTORI
Ormai non gli danno pace. Altro che passo di lato come lui avrebbe voluto. 
Beppe Grillo, quasi un giorno sì e uno no, è costretto a fare un passo in avanti per sedare le risse a ripetizione che scoppiano tra tutti contro tutti.
Nell’ultimo intervento sul suo blog si legge: “Virginia non si tocca”. Nel prossimo chissà .
Il post arriva dopo l’ennesima giornata di passione per il Movimento 5 Stelle. Il Direttorio è puntualmente scavalcato dagli eventi, non interviene nelle vicende romane, non dà la linea politica e in pratica non ha più voce in capitolo, essendo tra l’altro diviso al suo interno.
In queste condizioni – secondo alcuni ben informati – rischia anche di saltare, nel senso che è sempre più annacquato.
L’ultima lite tra comari, per usare una formula da Prima Repubblica, lessico rispolverato da Alessandro Di Battista e dai grillini negli ultimi giorni, è stata tra Roberta Lombardi e Virginia Raggi.
A seguire Grillo è intervenuto contro Lombardi perchè in questo momento, secondo il leader, il Campidoglio va tutelato senza se e senza ma perchè è da qui che doveva iniziare, secondo i programmi, la scalata verso Palazzo Chigi.
Senza che nessuno lo sapesse, Lombardi ha sferrato un attacco frontale alla sindaca di Roma: “La trasparenza è un valore del M5S, sono sicura che il sindaco Raggi pubblicherà subito i pareri dell’Anac in suo possesso sulle nomine di Marra e Romeo”. E poi ancora: “Qualcuno (Marra ndr) si è autodefinito ‘lo spermatozoo che ha fecondato il Movimento’. Io penso che la definizione esatta sia ‘il virus che ha infettato il Movimento’. Ora sta a noi dimostrare di avere gli anticorpi”.
Quasi subito arriva la condivisione su Facebook di Carla Ruocco, anche lei in rotta con Raggi da quando l’assessore al Bilancio Marcello Minenna ha lasciato l’incarico in polemica con il sindaco e con il ‘raggio magico’ guidato appunto da Marra.
Nei corridoi di Montecitorio, i deputati grillini sono sempre più confusi e in balia degli eventi: “La verità — dice più di qualcuno — è che ci vorrebbe Gianroberto Casaleggio”, che per i 5Stelle è sempre stato la Cassazione, colui che decideva e bloccava sul nascere correnti e fazioni, che adesso invece stanno proliferando.
A Lombardi, per esempio, si accoda anche il deputato Mimmo Pisano che parla di “loschi figuri” in Campidoglio: “Mi auguro che Virginia sappia reagire prontamente ed in autonomia ma mi auguro anche che i consiglieri eletti con il M5S si facciano sentire. È opportuno che esprimano pubblicamente la loro opinione su questa faccenda”.
Ma non finisce qui.
Il giorno prima era stato Roberto Fico, condiviso da tanti “ortodossi” del Movimento, a lanciare un avvertimento dopo che Di Battista ha parlato di “governo di scopo”: “M5S non accetta compromessi”.
Il componente del Direttorio, in rotta con Di Maio e Di Battista, nonchè con Raggi, se la prende quindi con i traditori della rivoluzione.
La rottura, che sembra insanabile, all’interno del Direttorio, nasce dalla mail scritta da Paola Taverna a Luigi Di Maio per informarlo che l’assessore Paola Muraro era iscritta nel registro degli indagati. Mail che il leader in pectore, almeno fino a dieci giorni fa, non ha condiviso con gli altri membri.
Da qui ha avuto inizio una crisi senza precedenti che non è stata superata neanche con l’arrivo di Grillo a Roma la scorsa settimana e con la manifestazione a Nettuno.
Anzi, da allora è stato tutto un precipitare. Lombardi lunedì scorso è andata a Milano per parlare con Davide Casaleggio della kermesse Italia a 5Stelle, ma i due hanno affrontato anche il caos Roma
L’ex componente del mini-direttorio capitolino, che due mesi fa si è sfilata, neanche a dirlo in polemica con il sindaco, ha fatto presente al figlio del fondatore M5S tutte le sue perplessità e riserve sulla gestione del Campidoglio.
Ma sia Davide Casaleggio sia Beppe Grillo le hanno chiesto di mantenere la calma e di evitare ulteriori strappi in un momento così difficile e alla vigilia della due giorni palermitana.
Ma lei, quando ha letto dell’affare tra Marra, allora dirigente del Campidoglio per le politiche abitative, e Sergio Scarpellini, costruttore romano da sempre inviso al Movimento, non si è più trattenuta.
Ed è qui la genesi del post con cui ha attaccato ferocemente la sindaca. Un’invasione di campo che per Grillo non ci sarebbe dovuta essere, anche perchè da giorni il leader chiede ai parlamentari di lasciare piena autonomia alla Raggi. È Grillo in persona a vigilare e per il momento la difende pur vedendone i limiti.
A spostare l’ago della bilancia, nell’immediato, potrebbe però essere la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024.
Per i vertici del Movimento, la questione è dirimente: il no, sbandierato in campagna elettorale, dal Campidoglio deve arrivare forte e chiaro. Su questo anche Grillo è deciso a non transigere e l’intero Direttorio sembra essere d’accordo, senza divisioni di sorta.
Da Raggi non è ancora arrivata una parola chiara e l’assessore Adriano Meloni ha addirittura dichiarato che ‘sarebbe bellissimo ospitare’ i Giochi, mentre Daniele Frongia starebbe lavorando sottotraccia in questo senso.
Se la sindaca dovesse cambiare idea rispetto a quanto promesso in campagna elettorale, allora lo strappo potrebbe diventare decisivo.
Anche per Grillo.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA MERKEL HA MANTENUTO LA PAROLA… A FINE AGOSTO GLI ARRIVI SONO STATI MENO DELL’ANNO SCORSO, 107.089 CONTRO 116.141 DELLO STESSO PERIODO 2015: CERTIFICATO CHE “L’INVASIONE” E’ UNA BALLA… DI CERTO C’E’ SOLO LA VERGOGNA DI QUEI PAESI DELL’EST CHE ALZANO MURI, MA CHE QUANDO ERANO INVASI PIETIVANO L’AIUTO DELL’EUROPA
C’è un nuovo accordo tra Germania e Italia per l’emergenza migranti.
Il governo della cancelliera Angela Merkel si è impegnato direttamente con il nostro Paese per farsi carico ogni mese di 500 profughi che saranno trasferiti dai centri di accoglienza italiani.
Fanno 6.000 migranti all’anno, se l’accordo verrà rispettato.
Una quota che non risolve del tutto la congestione record del sistema di accoglienza gestito dal Viminale, ma di sicuro servirà ad alleggerire la situazione di affollamento dei Cara, degli Sprar e dei Centri di prima accoglienza.
L’intesa è stata raggiunta tra i funzionari dei Dipartimenti immigrazione dei due Paesi, ed è frutto dell’incontro di Ventotene dell’agosto scorso tra Merkel, il premier Matteo Renzi e il presidente francese Fracois Hollande.
Una delegazione italiana si è incontrata a Bruxelles con la controparte tedesca tre giorni fa, per definire i dettagli di quello che, nei fatti, è un discreto passo avanti. Finora, infatti, il Piano Junker di ricollocazione negli altri paesi dell’Unione europea dei rifugiati che si trovano in Italia e in Grecia è stato un clamoroso flop.
Lanciato nel settembre del 2015 con grande enfasi, prevedeva per l’Italia il trasferimento di 39.800 richiedenti asilo in due anni. Ad oggi, ne sono partiti appena 1.200.
Adesso si procederà in questo modo.
Il governo tedesco è disposto ad accogliere 500 profughi al mese, da prendere nel bacino degli iracheni, dei siriani e degli eritrei. Cioè quelli che di sicuro hanno diritto alla protezione internazionale perchè in fuga da conflitti e dittature.
Le autorità italiane, mese dopo mese, inviano a Berlino tutte le carte relative ai candidati che hanno indicato la Germania tra i luoghi di destinazione, allegando la domanda di asilo presentata in Italia, requisito indispensabile per il trasferimento. Appena arriva l’autorizzazione al trasferimento, i profughi saranno accompagnati sugli aerei e mandati in Germania.
In ogni caso il fenomeno sarebbe gestibile se tutti i Paesi europei facessero il loro dovere: al 30 agosto 2016 sono stati registrati 107.089 migranti arrivati in Italia via mare, contro i 116.141 alla stessa data di un anno fa. §
Nessuna invasione, quella è solo il miserabile alibi di chi pensa solo al proprio egoismo, ma che quando erano invasi dalle truppe sovietiche pietivano l’aiuto dell’Europa.
Allora i profughi erano loro, ma si fa presto a dimenticare.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
E POI DICONO DI COMPRARE PRODOTTI ITALIANI… SEQUESTRATE 5000 DOSI DI FARMACI ILLEGALI, CONTRAFFATTE LE MARCHE APPLICATE AGLI ANIMALI
Somministravano anabolizzanti ai bovini piemontesi delle loro aziende destinati al macello e alle
tavole di tutt’Italia.
Il nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Torino ha denunciato sette persone, tra veterinari, titolari e tecnici dell’azienda agricola Chiabotto che gestiva almeno 26 allevamenti tra Cuneo, Novara e Alessandria.
Le Fiamme gialle hanno scoperto che agli animali venivano somministrati farmaci al cortisone e steroidi sessuali fatti arrivare dalla Cina.
Per impedire che i movimenti dei bovini venissero tracciati e che le sostanze anabolizzanti fossero rilevate, sostituivano anche le marche auricolari, ovvero gli “orecchini” con il codice applicati sui capi di bestiame, e tutti i loro documenti.
Nella vicenda sono coinvolte sette persone: I tre proprietari degli allevamenti di 36, 50 e 62 anni, il medico veterinario che ha permesso la somministrazione dei farmaci e i tecnici di 57 e 45 anni che hanno eseguito materialmente le pratiche illegali.
L’ultima indagata è un’impiegata di 44 anni che ha falsificato i documenti per portare gli animali al macello.
Durante le indagini, che hanno già portato al rinvio a giudizio di tutti gli indagati, sono state sequestrate 5mila dosi di farmaci arrivati dalla Cina, decine di anelli auricolari per il riconoscimento degli animali e diverse ricette in bianco firmate dal veterinario.
Gli indagati sono tutti accusati di concorso in adulterazione di sostanze alimentari pericolose per la salute pubblica.
Carlotta Rocci
(da “La Repubblica“)
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