Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
LA CDU AL 34,4%, SPD AL 31,2%, VERDI AL10,9% FANNO IL “CIAONE” AD AFD
La Cdu, il partito cristiano-democratico della cancelliera Angela Merkel, si è confermata prima forza nelle elezioni Comunali svoltesi ieri in Bassa Sassonia dove i populisti dell’Afd sono rimasti ben sotto la quota del 10%.
La formazione “Alternativa per la Germania” (Afd), formazione che a livello regionale aveva superato per la prma volta la Cdu una settimana fa in Meclemburgo facendo leva sul tema dei migranti, si è fermata al 7,8%: quindi sotto l’11,9% ottenuto alle più recenti elezioni comunali cui aveva partecipato (in Assia a marzo)
La Cdu, primo partito in Bassa Sassonia dall’inizio degli anni Ottanta, ha ottenuto il 34,4%, in calo rispetto al 37,0% di cinque anni fa.
Sono arretrati anche il partito socialdemocratico (Spd) che ha ottenuto il 31,2% (rispetto al 34,9% della precedente tornata del 2011), i Verdi (10,9% rispetto al 14,3%).
Sono cresciuti i Liberali della Fdp (4,8% rispetto 3,4%) e il partito di sinista della Linke (3,3% dopo 2,4%). Nel capoluogo Hannover Spd e Verdi hanno perso la maggioranza che avevano dal 1989.
In crescita anche l’affluenza al 55,5% dei 6,5 milioni di elettori chiamati alle urne.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
LA SCOPERTA DELL’AZIENDA DOPO AVER IMPOSTO LE VISITE MEDICHE… ORA CHI HA ORDINATO I CONTROLLI E’ STATO FATTO FUORI DAI CINQUESTELLE: C’E’ UN NESSO CON IL 70% DI CONSENSI CHE IL M5S HA TRA IL PERSONALE ATAC?
“Miracolo” a Roma: dopo una visita decine e decine di dipendenti Atac ritenuti “malati” sono
miracolosamente guariti.
La storia è raccontata dal Messaggero che spiega come l’azienda di trasporti romana abbia recentemente visitato, tramite medici aziendali e del Cispi, buona parte dei 160 dipendenti (su 11mila) che avevano dichiarato di avere problemi fisici tali da rendere impossibile il lavoro come conducenti o operai delle officine.
Di questi, dopo le visite mediche, l’80% è “miracolosamente risultato ideoneo”.
“Neanche a Lourdes succedono cose del genere”, scherza un funzionario dell’Ufficio personale dell’Atac. Una cosa è certa: nella sede della partecipata romana dei trasporti, anche chi diffida dei miracoli avrebbe modo di ricredersi.
È successo infatti che quasi tutti i dipendenti che per anni avevano evitato i faticosi turni alla guida di un bus o di un treno della metro grazie al certificato di «inidoneità », dopo la visita medica finalmente pretesa dall’azienda, sono risultati completamente «riabilitati».
Le disabilità temporanee? Sparite.
Ci sarebbe da organizzare pellegrinaggi, se non fosse che l’ormai ex capo del Personale della municipalizzata, Francesca Rango (dimissionaria anche lei, insieme al direttore generale Marco Rettighieri e all’amministratore unico Armando Randolese) abbia creduto poco a queste guarigioni di massa.
Anzi, a dirla tutta ha sospettato una truffa ai danni di Atac e dell’Inps. Per questo, insieme a Rettighieri, qualche settimana fa ha presentato un esposto alla Procura di Roma” scrive il Messaggero.
Sempre il quotidiano romano fornisce le cifre:
Tra gli oltre 11mila dipendenti di Atac, in 160 avevano problemi fisici tali da rendere impossibile il lavoro come conducenti o operai delle officine.
“Per questo l’azienda li aveva ricollocati dietro una scrivania, decisamente più confortevole rispetto al sedile di un bus.
Fino a quando, i vertici di Atac (che in settimana verranno sostituiti dall’assemblea dei soci) hanno deciso di avviare una serie di controlli straordinari.
Mettendo in campo sia i medici aziendali sia quelli del Cispi e ricorrendo a tutti gli strumenti previsti dal decreto ministeriale 88/1999, quello che prevede l’«accertamento dell’idoneità fisica e psicoattitudinale del personale addetto ai pubblici servizi di trasporto».
Alle visite mediche si sono sottoposti oltre cento dipendenti con «inidoneità temporanee». E l’80% è risultato in perfetta forma, tanto da tornare subito in cabina o in officina”
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
MA NON E’ STATA LEI A PORTARE IL FIGLIO IN CAMPIDOGLIO COME UN’ICONA? DI CHE SI LAMENTA?… E I SUOI COLLEGHI, PRONTI A GIUDICARE TUTTO E TUTTI, NON SONO ALLA STESSA STREGUA DI AVVOLTOI?
Il buongiorno del lunedì la sindaca lo dedica ai giornalisti: Virginia Raggi filma i cronisti e poi via Facebook si sfoga contro i reporter che l’aspettano sotto casa. “Buongiorno a quei poveri giornalisti che aspettano ore e ore sotto casa mia…Cosa vi hanno ordinato di “catturare” oggi? Un dito nel naso, i capelli fuori posto, mio figlio che magari fa i capricci per dire che sono una madre snaturata? Mi fate un po’ pena a dir la verità : tutta la vostra vita passata ad aspettare che qualcuno “inciampi”.
E poco dopo, sempre sul suo profilo privato, aggiunge: “Per ridere (siamo all’assurdo). Un fotografo dopo il post su Facebook: c’è gente che ci odia! È contenta sindaco? È contenta?. Beh… Se pubblicare una foto di voi sotto casa, può portare a tanto, forse non è solo “merito” mio. E immaginate cosa potrebbe accadere se pubblicassi il video del buongiorno quotidiano! La trasparenza è anche questa: che le persone sappiano come fate vivere non tanto me, ma mio figlio (che non ha alcuna responsabilità in questa follia che state creando). P.s. Ho un’altro video di giornalisti che scattano foto mentre porto Matteo al centro estivo e mentre esco dal centro estivo
E sul web ironia e sfottò per l’errore grammaticale della sindaca che ha scritto “un’altro” con l’apostrofo.
Sfoghi a parte, sarà una settimana intensa per la prima cittadina.
Nei prossimi giorni potrebbe essere sentita dai pm l’assessora ai Rifiuti, Paola Muraro, e la procura acquisirà tutte le carte della commissione Ecomafie.
Solo a questo punto si saprà se la sua posizione in giunta resterà o meno la stessa. Poi c’è il rebus giunta: restano scoperte ancora 4 caselle e Raggi dovrà esaminare una decina di curricula per trovare l’assessore al Bilancio.
Il vicesindaco arrivato in Campidoglio ha escluso che la nomina possa essere fatta in giornata.
Dopo il video e il messaggio pubblicato su Facebook, sono state immediate le reazioni.
“La sindaca Raggi invece di amministrare Roma impiega il suo tempo ad insultare giornalisti e fotoreporter colpevoli di fare il loro mestiere – attacca Francesco Giro, senatore di Forza Italia – Se la sindaca non vuole i giornalisti fra i piedi (ma non era costei alfiere della trasparenza?) c’è un solo modo: cambi mestiere, si dimetta. Roma e i romani non hanno bisogno di una sindaca inadeguata e in preda ad una crisi di nervi. E non è stata proprio la sindaca ad esibire il figlio minorenne ai flash dei fotoreporter che oggi insulta? Allora perchè oggi si lamenta? Un esibizionismo al quale non si è sottratto neppure il marito che su Facebook ci ha informato con dovizia di particolari sul mènage familiare. Evidentemente credevano nel palazzo del Campidoglio di vivere un gioco a tinte rosa. Ma ora è un incubo. Allora basta con l’ipocrisia e i piagnistei. La sindaca sia la prima a lasciare fuori il figlio piccolo da questo agone politico mediatico invece di insultare i professionisti della stampa. Si vergogni!”. Interviene l’ordine dei giornalisti dopo i post della Raggi. “Il sindaco – spiega Enzo Iacopino interpellato dall’agenzia Dire – dovrebbe avere consapevolezza che la sua privacy è attenuata. Ed è doverosamente sotto i riflettori. Dall’altra parte, i giornalisti dovrebbero fare informazione, non gossip”.
Difende i giornalisti, il presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito.
A chi gli chiedeva un commento sulla stampa, accusata in queste ore di fare “pena”, De Vito ha sottolineato: “Assolutamente no, talvolta penso che si esageri però ho rispetto del vostro lavoro, ovviamente”.-
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
BOLLETTE PIU’ LEGGERE SFRUTTANDO L’EMERGENZA DELLA CAPITALE, RICAVI PER 5 MILIARDI DI EURO
Cinque alveari di api sotto la ciminiera. «Li abbiamo messi per dimostrare la buona qualità dell’aria e
il miele è ottimo», spiega Lorenzo Zaniboni, direttore del termoutilizzatore più grande d’Italia.
Mentre a Roma, Napoli, Palermo e in decine di altri comuni i rifiuti sono un incubo, a Brescia sono una ricchezza.
La multiutility A2A, di cui i comuni di Milano e Brescia hanno insieme la metà delle azioni, ha chiuso il 2015 con ricavi per quasi 5 miliardi di euro.
Trasformando la spazzatura in energia e calore ha reso Brescia la città più teleriscaldata d’Italia e con la bolletta energetica e la Tari più basse (-35% rispetto alla media nazionale).
Anche in Lombardia tutto iniziò dall’emergenza: la discarica piena.
Come Malagrotta oggi a Roma, così a Milano 20 anni fa il sito di Cerro arrivò a saturazione. Fu costruito l’inceneritore di Silla e oggi Milano con il 55% è una delle metropoli europee con più raccolta differenziata.
Cassonetto col bancomat
Nel ’95 il comune di Brescia avviò il termovalorizzatore e oggi per aprire il cassonetto in cui gettare la spazzature i cittadini hanno una tessera. In pratica ogni rifiuto è tracciato.
«Senza responsabilità individuale non può crescere la raccolta differenziata», sostiene Gianluigi Fondra, assessore alla Tutela ambientale -. Abbiamo più isole ecologiche pro capite di qualunque altra città con l’obiettivo di riciclare tutto ciò che non occorre bruciare».
Persino le polveri raccolte nelle strade dalle spazzatrici automatiche diventano bitume. «La filiera trasforma in una risorsa il problema dello smaltimento», evidenzia il presidente del gigante nato dalla fusione delle aziende municipalizzate di Milano e Brescia. Un sistema a ciclo completo che parte dalla raccolta e, attraverso il trattamento, trasforma la spazzatura in energia.
Dal 2009 anche ad Acerra funziona un impianto gemello per l’emergenza Napoli. Resta fuori Roma che con 500 milioni potrebbe dotarsi di un suo termovalorizzatore ma nè la Regione a guida Pd nè il Campidoglio in mano ai Cinque stelle intendono fare il passo.
Non che a Brescia manchi chi vuole spegnere l’inceneritore per l’impatto ambientale. «Inquiniamo 70 volte meno del traffico automobilistico e 40 volte meno del riscaldamento domestico – ribattono i tecnici alle centraline di rilevamento -. Ed è l’ultima tecnologia disponibile. Il Regno Unito ha avviato la costruzione di 10 impianti come questo per la produzione di energia dai rifiuti e l’impatto sulla salute delle nostre emissioni nell’aria è meno di un centesimo rispetto agli impianti industriali».
Deficit di incenerimento
Nei Paesi più virtuosi (Danimarca e Olanda) la quantità di energia prodotta dai rifiuti è sei volte superiore all’Italia.
Brescia e Milano con una mano pagano tariffe agevolate per lo smaltimento e con l’altra incassano dividendi dalla spa nata dalla fusione delle municipalizzate.
Al Campidoglio costa 40 euro a tonnellata trasportare i rifiuti fino a Brescia e altri 90 farli bruciare.
La discarica di Malagrotta è stata chiusa senza che venisse individuato un sito alternativo per le emergenze. A Roma i rifiuti restano per terra, in assenza del termovalorizzatore e di alternative.
Il Lazio ha un fabbisogno attuale di incenerimento di 773 mila tonnellate e, da gennaio, la capacità degli impianti di Colleferro e San Vittore sarà di 480 mila tonnellate: un deficit di trattamento di 280 mila tonnellate.
E così i rifiuti di Roma continueranno a viaggiare, a caro prezzo, verso Brescia e Nord Europa.
Nella capitale una famiglia di 3 persone in un appartamento di 70 metri quadri paga 300 euro all’anno di tassa sui rifiuti. A Brescia 238.
Gli accordi di filiera industriale per la riduzione degli imballaggi, a Roma sono utopia.
Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
LA QUOTA DI ABBANDONO RAGGIUNGE IL 45%
La Commissione Ue mostra che l’Italia nel 2013 ha una delle quote di abbandono universitario più alte in Europa (45%), e una delle più basse di laureati fra i 30 e i 34 anni.
Nella distrazione generale, il Paese sta vivendo un’esperienza che ne mette in pericolo il ruolo nella competizione globale dei prossimi decenni: l’istruzione superiore è arrivata alla crescita zero.
Per la prima volta dal 1945 il numero dei laureati disponibili per le imprese sta smettendo di crescere. E aumenta il numero dei laureati italiani che lascia ilnostro Paese.
Germania, Gran Bretagna e Svizzera sono le prime destinazioni chehanno assorbito un terzo dei nostri migranti.
Manuela Croatto, una funzionaria dell’Università di Udine, ha capito che un diaframma invisibile era caduto il giorno in cui ha letto questo post su Facebook: «Ho mentito ai miei sulla laurea e ora il passo più grande è inscenare la discussione della tesi. Mi rivolgo a quanti di voi sono nella mia stessa situazione: se qualcuno volesse organizzare la propria proclamazione, potremmo organizzare una finta cerimonia».
Presto sono arrivate le risposte: «Mi trovo nella stessa situazione» o «Vi prego aiutate anche me, sono disperata».
Croatto, che gestisce l’orientamento per gli studenti, di recente ha trovato anche un sito di consigli su come far credere ai genitori che assisteranno a una vera discussione di tesi. Tre volte negli ultimi tempi si è dovuta occupare di ragazzi intrappolati nelle loro storie di lauree fittizie.
Il rettore di Udine, Alberto De Toni, ha finito per offrire un servizio dell’ateneo per la consulenza psicologica a chi entra in questo labirinto di bugie
Questi sono sintomi acuti, però non isolati.
La Commissione Ue mostra che l’Italia nel 2013 ha una delle quote di abbandono universitario più alte in Europa (45%), e una delle più basse di laureati fra i 30 e i 34 anni.
Nella distrazione generale, il Paese sta vivendo un’esperienza che ne mette in pericolo il ruolo nella competizione globale dei prossimi decenni: l’istruzione superiore è arrivata alla crescita zero.
Il sorpasso polacco
Per la prima volta dal 1945 il numero dei laureati disponibili per le imprese sta smettendo di crescere.
Resta fermo ai livelli più bassi nel confronto internazionale, mentre altri Paesi a reddito alto o medio-basso hanno imboccato la direzione opposta.
L’Ocse di Parigi mostra che la popolazione laureata in Francia o in Germania cresce almeno il doppio più in fretta che in Italia e la sua incidenza è già molto superiore (vedi grafico).
In Polonia nel 2014 vivevano 5,6 milioni di diplomati delle università , come in Italia, ma il sorpasso ormai è inevitabile. In Irlanda o in Corea del Sud l’intensità dell’istruzione superiore nella società è tripla, e in aumento costante.
Non è solo un fenomeno dei Paesi avanzati. La Cina nel 2014 aveva già 74 milioni di laureati e ai ritmi attuali tra non molti anni quattro cinesi su dieci usciti dai licei si iscriveranno all’università ; a metà del prossimo decennio la Repubblica popolare potrebbe raggiungere una quota di laureati superiore al 13% di questo Paese. Il rischio che il sistema industriale italiano si trovi spiazzato ben oltre l’universo del basso costo è tutt’altro che remoto: economie dove il lavoro resta più a buon mercato stanno iniziando a competere nella conoscenza, nelle tecnologie, e sulla parte alta del valore aggiunto.
Fuga all’estero
Non è questa, per la verità , la storia che emerge dalle statistiche ufficiali. Sulla base dei dati Istat, la Fondazione Leone Moressa di Mestre mostra che l’incidenza dei laureati nella popolazione italiana starebbe in effetti continuando a crescere: dal 12,9% del 2014 al 13,3% dell’anno scorso.
L’istituto statistico italiano non mente, però dispone di informazioni incomplete a causa della difficoltà di tenere il conto dei laureati italiani che si trasferiscono all’estero. Proprio questo è uno dei fattori che contribuisce di più alla crescita zero dell’istruzione superiore nel territorio nazionale
L’Istat stima che negli ultimi anni aveva una laurea circa una persona ogni quattro fra quelle hanno lasciato l’Italia per lavorare altrove.
Più difficile per l’agenzia è però calcolare l’entità di questi deflussi, perchè la qualità dei suoi dati dipende da una scelta che molti non compiono se non dopo molti anni di emigrazione: iscriversi all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero.
L’Istat può tenere conto di loro solo in quel momento, eppure alcuni indizi permettono di misurare che le uscite dal Paese sono probabilmente circa tre volte più delle 145 mila stimate nel 2015.
Germania, Gran Bretagna e Svizzera sono le prime destinazioni per gli italiani che espatriano e, secondo le statistiche ufficiali, negli ultimi anni hanno assorbito circa un terzo dei nostri migranti.
Chi arriva in Germania, nel Regno Unito o in Svizzera deve registrarsi subito per poter ottenere il codice fiscale, l’assistenza sociale o il medico di famiglia, anche se non si cancella dall’Italia.
E i numeri sugli immigrati italiani in mano alle amministrazioni di Berlino, Londra e Berna sono in media tre volte e mezzo più alti di quelli che registra l’Italia.
La Germania è il caso più estremo: secondo l’Istat sono poco più di 17 mila le persone trasferitesi verso la Repubblica federale nel 2014, ma l’omologa agenzia tedesca ne conta oltre quattro volte di più
Istruiti ma poveri
Questi dati permettono di stimare ragionevolmente che in un anno come il 2015 siano usciti dall’Italia circa 100 mila laureati, ne siano entrati circa 27 mila (su 273 mila nuovi arrivati nel Paese) e altri 65 mila siano morti.
Con queste forze in azione, i 212 mila nuovi diplomi dell’ultimo anno – stima Alma Laurea – basterebbero a far salire la quota di laureati sulla popolazione italiana di appena lo 0,12%. C’è però un problema: i 50 mila iscritti in meno all’università in questi anni produrranno presto una flessione nel flusso dei nuovi diplomi e questa può portare il tasso di crescita dei laureati allo zero-virgola-zero-qualcosa.
Nel frattempo le tecnologie nei sistemi produttivi globali si fanno sempre più sofisticate, i concorrenti dell’Italia sempre più decisi a dominarle.
Per un giovane, la scelta di smettere di studiare può apparire razionale: il salario medio d’ingresso di un laureato triennale è crollato da 1.300 euro del 2007 a 1.004 euro del 2012, se e quando trova lavoro. Ivano Dionigi, presidente di Alma Laurea, sottolinea quanto sia paradossale che un bene scarso come la conoscenza in Italia venga remunerato tanto poco.
Di certo, sulla scala di un Paese sta diventando un atto di masochismo collettivo: in Italia solo le imprese più aperte al contributo dei laureati – come dimostra un nuovo studio di Fadi Hassan del Trinity College e altri – stanno tenendo il ritmo della competizione con il resto del mondo.
Le altre molto meno.
Federico Fubini
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
IL LEADER VUOLE UNA NUOVA STRUTTURA… INSUFFICIENTE L’IPOTESI DI RITIRARE LE DELEGHE
Uno scossone all’orizzonte dopo le polemiche e le liti. I Cinque Stelle vogliono ripartire da zero e lo fanno dalle fondamenta. I cocci della vicenda romana hanno lasciato il segno. Profondo.
Nel Movimento in questi giorni sta maturando una riflessione collettiva e condivisa, che ha toccato anche Beppe Grillo e Davide Casaleggio.
Una riflessione che – secondo le indiscrezioni – avrebbe del clamoroso: un addio al direttorio.
I motivi
La mossa sarebbe solo il preludio a un ripensamento della struttura del M5S ed è dettata da una duplice considerazione: da un lato i pentastellati si stanno espandendo (i Comuni amministrati ora sono qualche decina e non più pochi casi sparuti, le ambizioni sono quelle di una formazione di governo), dall’altro la cabina di regia in questa gestione delle vicende romane ha mostrato crepe evidenti.
Il mancato coordinamento, la fuga di notizie, l’arroccarsi su posizioni a volte inconciliabili tra loro ha di fatto sancito la fine di questa fase politica del Movimento. Inizialmente si era valutata l’idea di ritirare le deleghe principali (enti locali e meet up) a Luigi Di Maio, Roberto Fico e Alessandro Di Battista, ma l’opzione sarebbe sembrata ai vertici aleatoria, insufficiente per ricompattare i cinque deputati, finiti anche nel mirino dei senatori.
Oltretutto ci sarebbe un altro (doppio) nodo: si vorrebbe creare una rete più capillare per gestire i rapporti con gli enti locali e aumentare il numero di persone coinvolte nella gestione del M5S.
I tempi
Grillo, in sostanza, chiede una scossa, quel «bagno di umiltà » evocato anche da alcuni esponenti della prima ora.
Il progetto è quello di azzerare la struttura per dare vita a una nuova organizzazione e a una nuova fase (non è ancora chiaro se i parlamentari si dimetteranno dal loro ruolo, come sembra più probabile, o se il garante interverrà in qualche modo).
Le valutazioni su quello che sarà il Movimento post-direttorio sono ancora allo studio, ma – visti anche i cambiamenti allo statuto che si stanno ultimando in questi giorni – è chiaro come i pentastellati abbiano tempi stretti.
L’idea di dare una risposta forte per ricompattarsi e l’esigenza di avere un quadro chiaro prima della kermesse di Italia 5 Stelle in programma tra meno di due settimane a Palermo fa sì, gioco forza, che quella che inizia oggi sia una settimana decisiva per sancire i nuovi equilibri. Non è un caso che il weekend sia stato fitto di incontri e contatti tra i parlamentari.
La creazione
Sono trascorsi meno di due anni dal novembre 2014 quando Grillo annunciò via blog di «essere un po’ stanchino» e diede vita al direttorio.
Da allora molte cose sono cambiate, ma per certi versi le parole del garante sono ancora attuali. «Dobbiamo ripartire con più energia ed entusiasmo – scriveva –. Il M5S ha bisogno di una struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale. Questo è un dato di fatto».
Grillo nel frattempo ha tentato il suo «passo di lato», ma gli eventi degli ultimi mesi lo stanno riportando al centro della scena. La sua voce è stata determinante nel gestire la crisi.
Appare improbabile possa esserci un suo ripensamento dell’ultima ora sulla fine del direttorio. Ciò che è certo, invece, è che il peso dei cinque deputati che ne fanno parte è cresciuto con il tempo e, anche con una nuova struttura, avranno un ruolo di primo piano (e potranno ancora assecondare le loro aspirazioni per la leadership pentastellata)
Il riserbo
Nel Movimento sull’argomento c’è il massimo riserbo, la parola direttorio sembra quasi un tabù e i commenti si limitano solo a manifesti di buone intenzioni. «Speriamo di dare una svolta a questa situazione», dicono alcuni glissando riferimenti alle novità in arrivo.
«Siamo ottimisti, ripartiremo presto con il piede giusto», sostengono (lasciandosi andare a un mezzo auspicio) i più.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
E’ IL REGISTA DELLA COMUNICAZIONE, MA ORMAI LA SUA INFLUENZA SI E’ ESTESA A MOLTE AREE… DAL GRANDE FRATELLO ALLA CORTE DI LELE MORA
Nel bel mezzo della bufera che sconvolge il Movimento, lui sembra aver stretto un patto con il
demonio.
Rocco Casalino, 44 anni, ingegnere elettronico, semidio talebano dell’ortodossia grillina, è infatti oggetto di un fenomeno tutto particolare: più nei Cinque stelle aumenta il caos, e più il suo potere invisibile cresce.
Per il capo dei capi della comunicazione M5S, colui che porta nel mondo il verbo di Casaleggio, è una danza sul bordo dell’effimero.
Col delirio di Roma, poi: figurarsi. Ma intanto, dai e dai, il suo ruolo pare assurto a parodia dell’investitura di un cavaliere medievale: “Coordinatore della Comunicazione Nazionale, Regionale e Comunale del Movimento Cinque stelle, Portavoce e Capo comunicazione del Gruppo M5S al Senato”.
Così recita la più recente definizione ufficiale di ciò che fa, da lui diffusa a destra e a manca. Accipicchia.
Non vi sono ormai aree del movimento sulle quali Casalino non abbia un ascendente. Via via s’è fatta universale, tra i parlamentari, la platea di quelli che rispondono: «Chiedi prima a Rocco».
C’è chi arriva a definirlo spin doctor, chi al contrario argomenta l’incapacità a grandi strategie.
Ad ogni buon conto, lui parla poco, scrive ancora meno – vanta sei lingue straniere, gli invidiosi sostengono zoppichi giusto in italiano – ma via WhatsApp si fa intendere alla perfezione.
La sua missione di penombra corre parallela a quella più arruffata e allegra del popolo dei militanti, e in fondo anche degli eletti: mentre gli altri festeggiano o discutono, conquistano voti o li perdono, lui – l’anima oscura – se ne sta dall’altro lato della sala, pronto a mettere in scena il prossimo gioco, il prossimo espediente.
Una volta è la gara del silenzio o l’arte della fuga, come nei giorni più neri del caso Muraro, quando non si trovava parlamentare disposto a dire alcunchè; un’altra è l’effetto uomo invisibile, come accadde al senatore Alberto Airola nei momenti difficili delle Unioni civili, quando Casalino in pratica lo fece sparire dai radar; in taluni casi speciali – come per esempio quando scoppiò il caso di Quarto – sono pure i quattro cantoni, anzi tre (Di Maio, Fico, Di Battista), spediti contemporaneamente su diverse reti tv a parare i colpi.
Quale che sia quello prescelto, il gioco sarà eseguito con cortese e spietata determinazione.
Perchè Casalino, col suo passato trash tra scuderia di Lele Mora e litigate in tv, notorietà e oblio, ha un passo cinico che gli dà una misura d’assoluto in ciò che fa.
Se tace, se mente, se giura vendetta: indietro non torna.
Del resto è così, raccontano, che entrò nelle grazie di Gianroberto Casaleggio: con una esibizione di fedeltà talmente marcata da non poter esser ricambiata altro che con incondizionata fiducia.
Anche se poi altri, nemici del popolo di certo, la spicciano così: «È solo ruffianeria». Ha funzionato alla perfezione, comunque. Casalino è alla fine il più longevo dei comunicatori, li ha fatti fuori tutti: Caris Vanghetti, il primo che introdusse i grillini alla Camera, Daniele Martinelli, che durò pochissimo, e poi Nicola Biondo, Claudio Messora, di cui cominciò come vice.
Pugliese nato in Germania, cresciuto e diplomato nella bianca Ceglie Messapica (Brindisi), laureato a Bologna, ha vissuto dieci anni a Milano e per questo tutt’ora si definisce milanese. È stato marchiato a fuoco dalla partecipazione alla prima edizione del Grande Fratello, quella condotta da Daria Bignardi.
I Cinque stelle sono la sua seconda, o terza, incarnazione, ma la televisione è da sempre il suo specchio, la telecamera il suo metro. Ai tempi del GF Casalino l’ha subìta: poi ha lavorato per dominarla. Ci ha messo quindici anni a passare da uno status all’altro e oggi è lui a concedere la presenza del grillino in un certo studio televisivo, o evento giornalistico in genere.
Esempi a iosa, dei suoi diktat o “regolette” memorizzati da autori e giornalisti: «pollaio mai», «niente contraddittorio», «per i big solo faccia a faccia», fuori gli altri ospiti, in studio ce ne possono essere «massimo tre», «massimo quattro»; il Cinque stelle deve essere l’unico di opposizione; e comunque per i politici, come per i giornalisti, vi è una black list di indegni (per esempio personaggi come Daniela Santanchè e Maurizio Gasparri sono vietatissimi).
Raccontò Casalino al “Quotidiano di Puglia”, nel lontano 2000, che nella casa del Grande Fratello, «le telecamere rappresentavano qualcosa di soprannaturale, un dio che ti controlla».
Di qui l’evoluzione: nella vita dei Cinque stelle, ora è Casalino che controlla. In un completo capovolgimento di fronti (da controllato a controllore) di uno che da ragazzo ha dato la propria vita in pasto alle telecamere e adesso, per contratto, manda in televisione le facce e le reputazioni altrui. Con l’ambizione finale di essere diventato lui, il grande occhio che tutto vede e giudica. Un semidio, appunto.
Ce ne è abbastanza, per abbozzare la trama di una specie romanzo di formazione, tra reality, social e blog? E dire che tante volte Casalino ha invocato il diritto all’oblio: «Non giudicatemi per quello che sono stato, ma per quello che sono».
Eppure, altro che inchiodarlo: il passato è la sua chiave di volta, è ciò che l’ha mandato avanti. Altro che ingegneria. Tanto più che poi lui quasi sempre di televisione si è occupato: oltre a Mediaset, ha lavorato per Vero Tv, Telenorba, Telelombardia.
Quando approdò ai Cinque stelle, se ne giustificò: «Sono un giornalista televisivo, purtroppo, e questo mi porta a dover andare spesso in televisione: sono praticamente in onda da dodici anni tutti i giorni, solo che su televisioni minori», chiariva nel dicembre 2012, quando il Movimento lo rifiutò come candidato in Lombardia. Ancora, in effetti, discettava di ex grandi amori cubani davanti alle telecamere di Vero tv, chiarendo di aver “capito che mi innamoravo senza razionalizzare”.
Con la calata a Roma, appresso a Vito Crimi, dal 2013 in poi ha smesso. Conquistandosi la fiducia dei Casaleggio e anche, di riflesso, quella del cofondatore Grillo (che lo chiama “Casa”) al punto – dicono – da convincerlo ad andare ospite da Vespa, nel 2014, e riuscendo poi persino a non farsi poi cacciare per il madornale errore strategico e comunicativo.
Che poi era solo l’inizio di una serie: visto con gli occhi di oggi, una bazzecola.
Susanna Turco
(da “L’Espresso“)
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Settembre 12th, 2016 Riccardo Fucile
UNA SERIE DI SGARBI E POI LA MEDIAZIONE….GALLONI O CANZIO AL BILANCIO?
Domenica pomeriggio, dal Campidoglio inviano un delegato a parlare con la comunità ebraica.
Neanche il tempo di prendere le misure delle critiche piovute su Virginia Raggi dal segretario della Cei monsignor Nunzio Galantino e dal Vaticano, via Osservatore Romano, che c’è un altro incidente istituzionale da scongiurare.
In realtà le critiche dalla Santa Sede sono state poi ammorbidite dal sostituto della segreteria di Stato Angelo Becciu («diamole il tempo di lavorare») e da monsignor Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia pontificia («nessuna frizione») anche per evitare accuse di ingerenza.
Al ghetto ebraico, nel centro della Capitale, invece da giorni si parla apertamente dello «sgarbo» del Comune.
In realtà , sono una sequela di episodi, e non tanto l’assenza di Raggi al Festival della cultura ebraica, sabato sera, lo stesso giorno del forfait in Vaticano.
La sindaca si è voluta ritagliare un week-end in famiglia, per rifiatare lontana dalle telecamere, e al suo posto è andato il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito.
Passi per questa visita mancata: quello che davvero non è andato giù alla comunità ebraica è che Raggi non abbia trovato il tempo di portare il saluto di Roma, il 6 settembre, al feretro di Enrica Zarfati, l’ultima delle ebree romane sopravvissute all’orrore di Auschwitz-Birkenau.
Non c’era lei, ma, fatto ancor più grave, non c’era nessuno del Comune.
Una mancanza che è diventata macroscopica agli occhi della comunità del Tempio Maggiore di Lungotevere Cenci perchè è venuta subito dopo la gaffe della foto sbagliata di Settimio Piattelli, nel tweet di omaggio di Roma Capitale a uno degli ultimi testimoni dell’Olocausto, scomparso lo scorso 27 agosto a 95 anni.
In questi giorni convulsi di guerriglia politica nel M5S sono passati in secondo piano alcuni messaggi a distanza tra gli ebrei romani e il Campidoglio.
Di mezzo ci sono promesse e progetti comuni da confermare come le gite delle scuole ad Auschwitz.
La comunità vuole incassare certezze, come ha spiegato il presidente della Fondazione Museo della Shoah Mario Venezia dopo l’intervista al quotidiano israeliano Yedioth Ahronot in cui Raggi confermava la realizzazione del Museo a Roma.
Gli annunci non bastano: «Alcune settimane fa abbiamo chiesto alla sindaca un incontro – ha ricordato Venezia – e siamo in attesa che ci riceva, anche in considerazione di appuntamenti importanti che sono ormai alle porte come il prossimo 16 ottobre, giorno in cui celebriamo il ricordo del tragico rastrellamento del ghetto di Roma».
Da quanto si apprende in Campidoglio, a breve sarà fissata una data nella fitta agenda della sindaca ancora alle prese con il dossier nomine.
Confermato che domani conosceremo il nuovo assessore al Bilancio, pare che la partita si giocherà tra Mario Canzio, Ragioniere generale dello Stato fino al 2013, e Nino Galloni, economista con posizioni critiche sull’euro molto apprezzato dai 5 Stelle a cui due mesi fa lui stesso inviò la propria disponibilità ma condizionata «a un progetto senza compromessi».
Tramontata la suggestione di chiamare Antonio Di Pietro – l’ha definita «una panzana» – c’è un’altra casella importante da riempire.
Ed è quella del capo di gabinetto.
Circola il nome di Antonio Meola, oggi segretario generale della Città metropolitana di Napoli, ruolo che fino al 2014 ha ricoperto al Comune di Firenze, a stretto contatto con l’arcinemico dei 5 Stelle Matteo Renzi.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Settembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
PER IL 53% DEGLI ITALIANI DI MAIO DOVREBBE FARSI DA PARTE… RAGGI: PER IL 41% PUO’ ANDARE AVANTI, PER IL 34% SI DEVE DIMETTERE PERCHE’ HA MENTITO
I problemi che hanno coinvolto la giunta di Roma hanno scalfito non poco l’immagine della sindaca
Virginia Raggi e di uno dei leader del MoVimento 5 stelle ovvero Luigi Di Maio.
Secondo un sondaggio di ScenariPolitici per HuffPost, il 53% degli intervistati, non elettori di M5s, boccia Di Maio e i suoi tentennamenti a proposito della conoscenza o meno dell’indagine che pende sull’assessore all’Ambiente, Paola Muraro.
Per più della metà degli italiani infatti Di Maio “ha dimostrato di non essere in grado di rappresentare il MoVimento 5 stelle e dovrebbe farsi da parte”.
La pensa esattamente al contrario il 53% dei simpatizzanti di M5s, affermando che il vicepresidente della Camera “è assolutamente estraneo alle vicende ed è tutta una bolla dei media perchè lo temono”.
Anche Raggi non esce bene dal caos che ha interessato la sua giunta.
Secondo il 41% degli intervistati la sindaca di Roma “dovrebbe andare avanti, ma scusandosi coi romani e facendo un rimpasto della giunta. Per il 34% addirittura “dovrebbe dimettersi perchè ha mentito ai romani”.
(da “Huffingtonpost”)
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