Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
AVEVA CHIESTO L’INTERVENTO DELLA POLIZIA CONTRO UN CRONISTA CHE VOLEVA INTERVISTARLO… DUBAI ATTIVA L’INTELLIGENCE ITALIANA E ALLA FINE IN CARCERE FINISCE IL COGNATO DI FINI
Con l’inganno ha fatto arrestare, a Dubai, un giornalista italiano però la sua mossa si è
rivelata un boomerang e alla fine dietro alle sbarre è finito lui, Giancarlo Tulliani, cognato dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, accusato di riciclaggio e su cui pende un mandato di arresto da parte della procura di Roma.
È finita così la latitanza dorata di Tulliani.
Giovedì scorso il cognato di Fini accompagna la fidanzata all’aeroporto di Dubai. Nel frattempo nello scalo arriva il giornalista Daniele Bonistalli, inviato della nuova trasmissione di Massimo Giletti su LA7 con il compito di trovare Tulliani e cercare di intervistarlo.
Il cronista è da cinque giorni a Dubai ed è sulle tracce di Tulliani.
L’incontro però è casuale. Il cronista lo vede, mette mano alla telecamera e si dirige verso di lui. Tulliani sbotta. Non vuole avere nessun colloquio con il giornalista.
Allora va verso l’ufficio della polizia dell’aeroporto e riesce a fare arrestare il cronista.
Un incubo per Bonistalli. Il giornalista si ritrova in una cella dell’aeroporto di Dubai. A questo punto, però, accade l’imponderabile.
Perchè si attiva l’intelligence italiana e Bonistalli, dopo una giornata dietro le sbarre, viene scarcerato.
Il suo posto in cella lo prende però Tulliani. La polizia aveva fatto un controllo sui suoi documenti e si era accorta che nei suoi confronti l’Italia aveva spiccato un mandato di arresto. E così dal 2 novembre Tulliani è detenuto col rischio di essere estradato in Italia. Anche perchè l’accusa finta contro il giornalista avrebbe infastidito e non poco le autorità di Dubai.
Tulliani è al centro di un’indagine della procura di Roma, in cui è coinvolto lo stesso Fini, su una presunta attività di riciclaggio riconducibile a Francesco Corallo, il “Re delle slot”. Per i magistrati a Tulliani va attribuita una “strategia criminale reiterata”, agevolata da contatti politici e dalla sua capacità di muoversi a livello internazionale che giustifica la detenzione in carcere.
(da “la Repubblica”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
I NUMERI DELLE REALI ASSEGNAZIONI: SOLO IL 7% DELLE CASE POPOLARI E’ ASSEGNATO A EXTRACOMUNITARI, ESATTAMENTE 142.000 SU 2 MILIONI… E RESTANO 7 MILIONI DI ALLOGGI PRIVATI SFITTI
Il fenomeno migratorio è ovunque accompagnato da timori sulla equa distribuzione dei servizi di welfare.
In Italia uno dei più sentiti riguarda l’assegnazione delle case popolari, sia per la forte visibilità a livello locale, sia perchè il patrimonio immobiliare pubblico del nostro paese è scarso.
Le assegnazioni sono di competenza dei singoli comuni e si basano soprattutto su criteri di reddito, prendendo però in considerazione anche gli eventuali elementi di disagio sociale nei nuclei familiari (come presenza di anziani, disabili, genitori separati con figli). È una realtà frammentata che rende difficile ottenere dati complessivi a livello nazionale. Dati ufficiali di Federcasa (2014) indicano 770mila alloggi in locazione, più 50mila a riscatto e 108mila alloggi non residenziali in locazione.
Nelle città medio-grandi la presenza degli stranieri nelle case popolari si concentra in alcuni quartieri e dà luogo a contenziosi condominiali legati anche a diversi stili di vita. Nell’opinione pubblica si è così radicato l’assioma secondo cui la presenza degli immigrati nelle case popolari è sovradimensionata, penalizzando le fasce più povere della popolazione italiana.
Questa convinzione ha portato molti comuni a introdurre tra i criteri di assegnazione la residenza da alcuni anni (in alcuni casi è condizione indispensabile), che penalizza pure gli italiani provenienti da comuni limitrofi.
Sono intervenute anche alcune regioni, con normative che in genere si attestano sui cinque anni di residenza (coincide con il permesso di soggiorno di lunga durata previsto dalla normativa europea).
La Lombardia chiede inoltre di dimostrare di non essere proprietari di casa nel paese d’origine, elemento non sempre facile da provare (specie per i titolari di protezione internazionale, che non possono fare richiesta alle autorità del proprio paese).
Numerosi piccoli comuni, soprattutto in Veneto, hanno adottato regolamenti che richiedono più di dieci anni di residenza.
Si tratta di timori giustificati? E quali provvedimenti si possono adottare per evitare l’ennesimo conflitto tra poveri?
In realtà , il confronto tra stranieri residenti e presenze nelle case pubbliche trascura (spesso volutamente) il contesto di partenza, almeno per tre elementi chiave.
Prima di tutto, la differenza di reddito. Dai dati relativi alle dichiarazioni 2016, si ricava che mediamente un contribuente straniero dichiara 13.629 euro annui, contro i 21.386 degli italiani: una differenza di quasi 8mila euro medi, con picchi di 10mila euro in alcune regioni, specie al Nord.
In secondo luogo, gli stranieri spesso non dispongono della rete familiare e di conoscenze che per gli italiani rappresenta un’ancora di salvezza nei periodi di difficoltà (basti pensare al ruolo di garante nell’accesso al mutuo).
Il terzo elemento, riguarda la proprietà della casa: secondo un’indagine della Banca d’Italia (2014), tra gli stranieri solo il 23,4 per cento è proprietario dell’abitazione principale, contro il 78,6 per cento degli italiani.
Ecco dunque spiegato perchè la partecipazione degli stranieri ai bandi per l’assegnazione di case popolari è molto più alta, avvicinandosi spesso alla metà del totale.
Alcuni anni fa, il comune di Bologna aveva calcolato che mediamente presenta la domanda per un alloggio pubblico una famiglia straniera su cinque, contro una sola famiglia italiana su cinquanta.
I criteri legati al reddito fanno sì che nelle graduatorie le famiglie straniere risultino spesso ai primi posti, con percentuali che al Nord arrivano attorno al 30 per cento degli alloggi disponibili.
In realtà , se consideriamo le reali assegnazioni agli stranieri le percentuali risultano alquanto ridimensionate, principalmente per il fatto che gli alloggi residenziali pubblici sono quasi sempre di piccole dimensioni, mentre le famiglie straniere sono di norma numerose.
Si aggiunge poi il problema dello scarso ricambio, per cui molti beneficiari (e a volte i loro figli e nipoti) mantengono la casa popolare anche una volta persi i requisiti, penalizzando i nuovi richiedenti.
La ricerca Federcasa ha calcolato la presenza di 142mila stranieri “extracomunitari” su due milioni di inquilini totali (7 per cento), mentre sono 413mila gli anziani sopra i 65 anni e 145mila i disabili.
Anche aggiungendo un 20 per cento in più di possibili presenze rumene (paese comunitario), il totale degli stranieri si attesta sull’8,5 per cento del totale, di fatto in linea con l’incidenza degli stranieri residenti oggi in Italia (8,3 per cento).
L’allarme sulle presenze straniere nelle case pubbliche appare quindi fortemente esagerato, con chiare motivazioni politiche.
Allo stesso modo, l’ipotesi di graduatorie separate è irrealizzabile per evidenti presupposti di incostituzionalità .
Anche la regola dei cinque anni di residenza ha dato risultati parziali e ne darà sempre meno perchè ormai la maggioranza dei cittadini stranieri possiede il requisito.
In un paese con circa 7 milioni di alloggi sfitti (Istat, censimento 2011) la soluzione non può essere quella di nuove costruzioni, ma va ricercata in accordi tra Anci, singoli comuni e associazioni di costruttori per permettere di ampliare il patrimonio di alloggi popolari, a costi non proibitivi, partendo da quelli già esistenti e ampliando le agevolazioni fiscali per i contratti a canone concordato, che in alcune città sono già la maggioranza.
(da “la Voce.info”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
MENTRE LA CITTA’ RIBOLLE DI PROMESSE MANCATE, C’E’ CHI VUOLE INSERIRE IN GIUNTA ASSESSORI POLITICI
Chiara Appendino ha negato ieri di aver ricevuto l’avviso di garanzia dalla procura di
Torino per i fatti di piazza San Carlo e la morte di Erika Pioletti.
Eppure da ieri il tam tam parla di venti avvertimenti in arrivo per chi è al vertice di Comune, Enti strumentali, Questura e Prefettura .
La Appendino è già indagata per lesioni come atto dovuto in seguito alle querele presentate da chi si è ferito gravemente in piazza, ma questa seconda tegola dovrebbe abbattersi presto sulla testa della sindaca in una situazione particolare.
È infatti ancora aperta la ferita dell’addio del capo di gabinetto Paolo Giordana per l’enorme fesserie di aver chiesto di togliere una multa a un amico.
Giordana però non era soltanto un uomo dell’amministrazione, ma rappresentava per Chiara anche il parafulmine della consiliatura e il suo consigliere più stretto.
Ritrovarsi senza di lui e dover fronteggiare la tempesta giudiziaria e mediatica non è il massimo per la sindaca.
Gli avvisi di garanzia dovrebbero arrivare lunedì a urne in Sicilia (e a Ostia) chiuse: il Corriere della Sera scrive che i due filoni investigativi confluiranno in un unico faldone d’inchiesta e oltre alle accuse di omicidio e lesioni colposi si ipotizzerà , in punta di diritto, la «cooperazione» involontaria fra i vari soggetti.
“In altre parole, i pm sosterranno che gli indagati, violando l’obbligo di controllo, avrebbero cooperato a causare il disastro di piazza San Carlo pur senza volerlo. A essere chiamati in causa saranno, quindi, i vertici istituzionali, dirigenti e funzionari che si sono occupati dell’organizzazione dell’evento,delle misure di sicurezza presenti in piazza e della gestione dell’emergenza, con particolare riferimento all’ordine pubblico. Ed è in questo contesto che, tra i destinatari del provvedimento, ci sarebbe anche il questore, Angelo Sanna”.
Di certo c’è che Grillo e il MoVimento 5 Stelle torinese e nazionale faranno da scudo alla sindaca in modo compatto.
Il cambio di regole sugli avvisi di garanzia per gli eletti la mette al riparo da qualunque procedimento automatico, e d’altro canto la Appendino non aveva mai firmato i “contratti” con il M5S che invece hanno firmato a Roma e firmeranno in Regione Lazio. Ma, racconta oggi Paolo Griseri su Repubblica, il fronte interno continua a non essere tranquillo:
Dopo il 3 giugno il gruppo consiliare ha preteso e ottenuto di avere un suo rappresentante in giunta. Alberto Unia, commerciante di prodotti biologici, è oggi assessore all’ambiente ed è il vero commissario politico dell’amministrazione. Le voci dicono che presto verrà seguito da altri assessori politici in sostituzione degli attuali tecnici.
Così, uscito di scena il braccio destro Giordana, personaggio sui generis ma certo non grillino, gli uomini e le donne dell’Algoritmo acquistano un peso sempre maggiore nell’amministrazione torinese.
La scelta di non sostituire Giordana lasciando vacante l’incarico di capo di gabinetto (uno dei candidati era proprio Unia) sembra un tentativo di Appendino di sottrarsi all’abbraccio stringente del Movimento.
Su altri versanti le cose non vanno meglio.
«Vi abbiamo votato siamo ancora senza casa», hanno gridato il 26 ottobre gli abitanti del quartiere delle Vallette, periferia Nord della città .
Lì dove un anno e mezzo fa aveva fatto il pieno di voti, Appendino è stata interrotta durante una conferenza stampa. Ha dovuto incontrare i protagonisti della protesta facendo slittare di mezz’ora gli appuntamenti successivi.
Non le è andata meglio lunedì scorso, in consiglio comunale, con i sindacati dell’azienda dei trasporti Gtt a contestarla sotto le finestre e la delegazione salita a illustrare le ragioni della protesta estromessa dalla sala.
Momenti difficili. Lo scontro sul futuro della società dei trasporti, indebitata per mezzo miliardo, è tutto politico. Per evitare il conflitto con l’ala dura del Movimento Appendino resiste all’idea di una privatizzazione che appare inevitabile. In alternativa ci sarà il commissario.
Ecco quindi che la Appendino, così come la Raggi a Roma, potrebbe traballare a prescindere dalla sua maggioranza.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA COMICITA’ INVOLONTARIA DEI GRILLINI TORINESI
Il MoVimento 5 Stelle di Torino decide di avvolgere sotto una fitta coltre di comicità involontaria la sindaca Chiara Appendino.
Con audacia e sprezzo del ridicolo, infatti, il gruppo consiliare del M5S in città ha deciso di postare un meraviglioso status che andiamo ad apprezzare riga per riga:
È abbastanza triste notare che molti organi di stampa si sono sostituiti alla procura, inscenando processi mediatici e pensando di fare i magistrati.
Quindi, quando il leader del M5S Luigi Di Maio dice che un politico raggiunto da un avviso di garanzia “si deve dimettere in 5 minuti”, trattasi di sana dialettica politica. Quando invece la stampa anticipa una notizia sulla sindaca di Torino, si tratta di processo mediatico.
Da 2 giorni si parla di ‘avvisi di garanzia in arrivo’, di ‘vertici della Città indagati a tutti i livelli’ ma, fino ad ora, nessun atto è stato notificato dalla procura che non ha neanche rilasciato alcuna dichiarazione
Stiamo assistendo a un giornalismo che non può definirsi di inchiesta ma che sta solo alimentando un clima di paura e di sospetto e, speriamo, non perchè siamo alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale in Sicilia.
Insomma, un giornalismo che fa sapere che un politico è indagato diffonde paura e sospetto.
Ma allora perchè il M5S ha chiesto le dimissioni di De Luca, le dimissioni di Maria Elena Boschi (nemmeno indagata) e quelle di Matteo Renzi, di Federica Guidi e di Maurizio Lupi (un piccolo esempio) soltanto in base a notizie di stampa?
Forse perchè quelli erano nemici politici mentre la sindaca Appendino è appoggiata dal M5S?
E giusto per aggiungere un tocco di surreale al tutto, ecco il presidente del consiglio comunale Fabio Versaci che parla di “attacco mediatico subito in questi 2 giorni dalla stampa locale (dove ormai si parla di preavviso di garanzia )” che “mi fa venire il vomito”.
Ora, a parte che di preavviso di garanzia ha parlato Marco Travaglio oggi sul Fatto, è incredibile che Versaci dice che qualcuno “spera di mandarci a casa solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto elettorale” quando il M5S, a Roma con Marino, ha fatto la stessa identica cosa per due anni consecutivi, chiedendo le dimissioni del sindaco “per il proprio tornaconto elettorale”?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA MAMMA DELLA VITTIMA: “NON STUDIA PIU’, LE SCUOLE LO RIFIUTANO”… LE FOTO DELLE SEVIZIE GIRAVANO NELLE CHAT DI MOLTI ADULTI… LA LURIDA FOGNA DELLE “PERSONE PERBENE”
Alle violenze dei piccoli, sono seguite quelle dei grandi. 
«In paese ripetono che è colpa mia, che sono incapace d’essere un genitore, a loro non sarebbe successo, hanno figli forti e vincenti che non si fanno sottomettere, figurarsi diventare vittime dei bulli. Lo so d’avere delle colpe: non mi sono accorta in tempo e questo non mi dà pace, non ci dormo. Uno che cresce nei minuscoli luoghi di provincia impara presto le dinamiche: nel bene ma spesso nel male, con la caccia morbosa alle streghe, l’isolamento, l’accanimento contro chi non è potente e non dev’essere rispettato. Mio figlio me l’hanno rovinato. Lo rifiutano perfino le scuole». Il Corriere ha incontrato la mamma del quindicenne prigioniero di una banda di coetanei che per settimane l’avevano picchiato, trascinato con una catena al collo, tenuto a testa in giù sospeso in riva a un canale e stuprato.
A marzo, quattro arresti dei carabinieri di Vigevano. Le persecuzioni erano avvenute in una frazione ai margini della città .
Gli abusi via chat
I balordi, che si divertivano poi a sfasciare i treni dei pendolari, appartengono a famiglie che si usa definire perbene.
«Conosco le madri, i padri. Ci incrociamo in strada eppure non hanno mai chiesto scusa». Non è stato facile parlare con questa donna. Non s’è negata: è che fa due lavori, in una cooperativa di pulizie e come cameriera, e di tempo ne avanza poco. «Mio marito, camionista, sta spesso fuori casa e anch’io, il nostro ragazzo, figlio unico, forse l’ho trascurato… Ma ho un doppio impiego per necessità e non per divertimento. All’epoca, all’inizio delle violenze, mi avevano chiamato da scuola per segnalare vagamente che litigava di continuo. Strano, mi dissi: un tipo bonaccione che tra elementari e medie non aveva dato il minimo dei pensieri. Ovvio che ho sottovalutato e che quei fatti lasciavano degli indizi».
Per andare alla fermata del bus che l’avrebbe portato a scuola, il quindicenne usciva con largo anticipo.
Avanzava tra le case a rilento, guardingo, con l’obiettivo di individuare da lontano gli aguzzini e provare a nascondersi.
«La fotografia di lui… violentato… è girata su tanti telefonini, anche di adulti, sulle chat, ma nessuno ha ritenuto opportuno informarmi. Forse ci avranno riso. Quando ho visto le immagini, ho denunciato. Sono stati bravi i carabinieri e continuano a esserlo: nei giri di pattuglia, danno un’occhiata nel caso incrocino mio figlio per assicurarsi che non succeda qualcosa di brutto».
Silenzi e rifiuti
Restano rari, gli avvistamenti. «Ormai si è chiuso in casa… Un mese dopo gli arresti, avevo insistito per farlo tornare in classe. Un altro errore: lo prendevano in giro, continui accenni allo stupro, decine di frasi volgari, di insulti, l’avevano eletto a zimbello e bersaglio. Dov’erano i professori? Ha frequentato il primo anno di istituto tecnico, quest’estate ci abbiamo riflettuto e abbiamo deciso di andarcene e provare con l’alberghiero. Alla preside ho esposto il caso di mio figlio, lei ha confidato che in classe avrebbe trovato compagni problematici e ha consigliato di non iscriverlo nemmeno. Allora mi sono messa alla ricerca di un’altra scuola, ne ho trovata una ma non lo convinceva e infatti l’ha mollata immediatamente. È aggressivo, non ascolta nè me nè mio marito, alza la voce. Si è chiuso in se stesso e certi giorni ho il timore, il terrore, forse la convinzione, di averlo perduto».
La «sentenza»
L’operazione contro il branco era stata condotta dall’allora comandante di Vigevano, Rocco Papaleo, oggi comandante provinciale di Cremona.
Papaleo aveva dipinto il quadro d’una famiglia umile, che fatica, non avvezza alle lamentele e alle esagerazioni. «Ogni tanto mi incespico pure sulle parole e sul buon italiano, non sono nata per parlare… Non ho idea di cosa sia la vendetta, in verità fatico anche ad augurarmi che la giustizia faccia il suo corso… Perchè, vede, tanto in paese i responsabili di questa storia siamo mio figlio e io, hanno emesso una sentenza, forse pago il fatto di aver denunciato, secondo molti di aver addirittura tradito la comunità ».
Il Tribunale dei minori di Milano sulla base di prove schiaccianti aveva motivato gli arresti con l’accusa di concorso in violenza sessuale, riduzione in schiavitù, stato di incapacità procurato mediante violenza.
Roberto Grittini è il difensore del quindicenne: «I loro legali non si sono neanche fatti avanti per offrire un risarcimento. Un risarcimento minimo, un risarcimento morale, beninteso, un tentativo… Zero. Come se non esistessimo. Anzi, per quelle famiglie è come se non fosse mai esistito proprio nulla».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO ENTRA AL RISTORANTE E VEDE QUATTRO GIORNALISTI CHE CENANO: “O NOI O LORO”… IL PROPRIETARIO E GLI ALTRI GRILLINI BASITI, ALLA FINE I CRONISTI DIMOSTRANO LA CLASSE CHE LUI NON HA
È venerdì sera. Verso le undici finisce l’ultimo comizio M5s di una campagna elettorale vissuta con i nervi a fior di pelle.
È in Sicilia infatti che Luigi Di Maio si sta giocando il tutto per tutto: prendere l’isola per poi conquistare Palazzo Chigi.
Beppe Grillo e i suoi decidono di andare a cena. Scelgono un ristorante nella centralissima Palermo, a pochi metri dal teatro Massimo, dove si è appena concluso il comizio di tutti i big M5s a sostegno di Giancarlo Cancelleri.
Entrano nel locale e restano basiti: “Che ci fanno i giornalisti qui? Chi li ha avvertiti?”. Nessuno.
Tre cronisti, in attesa di un quarto, arrivati da poco nel locale al termine della manifestazione, avevano appena ordinato da mangiare.
Il proprietario aveva appena raccontato loro che il suo locale ha sempre portato fortuna ai politici siciliani: “Sapete, sta per arrivare Grillo, hanno prenotato per venti persone. Qui il venerdì sera, dopo i comizi di chiusura della campagna elettorale, è sempre venuto chi poi ha vinto le elezioni. Sono venuti nell’ordine Cuffaro, Lombardo, Crocetta e adesso Grillo. Chissà …”.
Passano pochi minuti ed entra Luigi Di Maio. Piuttosto arrabbiato, riconosce i cronisti seduti al tavolo ed esclama con arroganza: “Non è possibile cenare qui, o noi o loro”. E un altro dello staff aggiunge: “Ci avete seguito”.
Quest’ultima frase difficilmente può corrispondere alla realtà dal momento che i giornalisti erano già seduti al tavolo e solo una volta arrivati hanno saputo che sarebbero giunti anche i pentastellati.
l nervosismo del candidato premier è evidente. Complice lo sprint finale di questa campagna elettorale siciliana, l’attesa del responso delle urne e, come se non bastasse, il confronto televisivo che Di Maio avrà con Matteo Renzi martedì in tv.
Alla spicciolata arrivano tutti i big, ci sono Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista, Giancarlo Cancelleri.
Qualcuno, indifferente e non curante della presenza dei giornalisti, si siede serenamente al tavolo ma poi Di Maio ribadisce il concetto: “Non possiamo cenare dove ci sono i giornalisti, ce ne andiamo”.
Il titolare resta incredulo. Non prende parte, ha tutta l’aria di chi, pur gestendo da molto tempo un ristorante nel cuore della politica siciliana, non ha mai assistito a una scena simile.
I giornalisti decidono di andare via e di lasciare il ristorante ai grillini: “Non vi preoccupate, andiamo via noi. Siete in venti, noi siamo quattro. Non è giusto nei confronti del titolare”.
Uno dello staff ribatte: “Ci avete seguito anche a Rimini…”. È vero, in quel caso si era sparsa la voce di una festa dopo “Italia 5 Stelle” in un locale pubblico e non di uso esclusivo M5s, dove anche i cronisti si erano aggiunti.
A Palermo si è trattato di un caso e poi il nervosismo 5Stelle ha fatto il resto.
Lo staff comunicazione, a tarda notte, prova a sminuire l’accaduto: “Luigi (Di Maio ndr) è stanco stanco stanco. Cercate di capire, dopo tre mesi di Sicilia…”.
Sarà anche stanco per il comizio e per avere girato la Sicilia, ma questo dovrebbe essere quasi nulla per un leader che vuole governare l’Italia.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ALBERTINI: “DORMIVA SUL PAVIMENTO, NON HA MAI DIMENTICATO LA SUA GENTE”… “E’ UN’ICONA DELL’AFRICA, HA SCELTO DI DONARSI ALLA SUA GENTE”
“L’Africa è stata la memoria che gli ha permesso di conquistarsi quello che era
diventato: un fuoriclasse liberiano, il primo africano a sollevare il Pallone d’oro. Non l’aveva mai annullata. Ne era orgoglioso”.
Il prossimo presidente della Liberia potrebbe essere lui, George Weah, attaccante del Milan dal 1995 al 2000.
Al suo secondo tentativo di raggiungere la presidenza del Paese, Weah sembra vicino al traguardo con un netto distacco sull’avversario, il vicepresidente Joseph Boakai.
Non avendo raggiunto il 50 più 1 di preferenze, i due andranno al ballottaggio il 7 novembre. Forse. Perchè, sulla scia della recente esperienza storica kenyana, la Corte suprema liberiana sta vagliando una petizione che potrebbe annullarlo per brogli elettorali e presunte interferenze da parte della presidente premio Nobel per la Pace, Ellen Johnson Sirleaf.
Rimane comunque il favorito. E celebrato già come vincitore dai suoi ex compagni di squadra
A raccontarcelo con ironia, dovizia di particolari e grande affetto, il centrocampista Demetrio Albertini, suo compagno di squadra ai tempi del Milan.
Che tipo di rapporto avevate?
“Abbiamo giocato insieme per cinque anni. Abitavamo vicini e spesso tornavamo insieme a casa in macchina”.
Di cosa parlavate?
“L’italiano di George era pessimo – ricorda ridendo Albertini – E per questo lo prendevamo tutti in giro. Ma lui aveva un suo modo di comunicare talmente speciale e carismatico che incantava tutto il gruppo. La lingua italiana diventava un dettaglio. Misterioso e schivo. Tendeva a stare in disparte. Andava coinvolto, stimolato.”
Perchè?
“Non era certo per una questione razziale. Il suo migliore amico era l’attaccante Marco Simone. Aveva rapporti uguali con tutti, neri e bianchi. Non faceva gruppo. Dispensava pillole di saggezza che erano sempre stralci di parabole africane. Non andava mai tronfio del benessere raggiunto. Gli era ben presnete nella memoria, che in Liberia le cose andavano diversamente. Valorizzava quello che aveva. E il suo meraviglioso sorriso era il suo modo di comunicare.”
Cosa ricorda di George e del rapporto con la sua terra?
“Aveva un legame fortissimo con le sue origini. Come ho visto in pochi altri calciatori neri, più legati al Paese ospitante. Forse Eto’o era come lui. George dormiva quasi sempre per terra. Il materasso non era abbastanza duro”.
Nato e cresciuto nella baraccopoli di Clara Town, a Monrovia, George è stato tirato su dalla nonna paterna insieme ad altri 15 bambini. Non c’era certo lo spazio per un materasso. Di necessità virtù, qualità degli africani. “Nei cinque anni passati insieme non ricordo un momento in cui non abbia mostrato l’orgoglio africano, liberiano. Un senso di appartenenza che lo portava a restituire al suo Paese quello che aveva ricevuto dalla vita “.
In che modo?
“Malgrado avesse la possibilità di giocare con la Nazionale francese, scelse quella liberiana, con cui collezionò 59 presenze e 16 gol, arrivando ad allenarla. Ne pagò interamente la trasferta una volta. Ha sposato una donna americana e il suo tempo libero lo trascorreva tra Stati Uniti e Liberia. In Africa era un’icona. Quando arrivava era ‘festa nazionale’. Un esempio. A parte fare da testimonial ovunque lo chiamassero, George dedicava due giorni a settimana a ricevere chiunque avesse bisogno di parlargli. Le porte di casa sua erano aperte. Ascoltava i loro problemi e dove poteva interveniva. Sentiva la responsabilità di essere un simbolo per il suo Paese. Non si è mai sottratto”.
Lei, Albertini, cosa ha pensato quando le è arrivata la notizia della sua candidatura a presidente
“Viste le sue qualità , non mi ha sorpreso. La sua indole è quella di donarsi. Ma la prima volta, ammetto di essermi sorpreso. Non aveva la stoffa del politicante. Era per la gente, con cui non aveva mai perso il contatto”.
La politica non si fa anche e soprattutto partendo da strade e piazze?
“Sì. Ma non è abbastanza. Essendomi occupato di politica sportiva, so cosa vuol dire. Niente a che fare con lo sport. Ma questa volta è diverso. Lui è cambiato”.
In che senso
“La prima volta si è buttato nella campagna elettorale perchè è stato spinto dalla sua gente. Ora, a distanza di 12 anni, si vede che ha fatto un percorso politico”.
Lo voterebbe?
“Assolutamente. So chi è. Non è un giudizio sul politico, ma sulla persona”.
Lo slogan politico della campagna di George è ‘Il cambiamento’. Il vostro, ai tempi del Milan, qual era?
“Fece il giro del mondo. Lo coniammo insieme e lui lo disse ai microfoni di una televisione dopo lo scudetto del ’99: ‘Ciao a tutti, belli e brutti'”.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
PRIMA A FACCIA IN GIU’ DALL’AMMEZZATO, POI NON VEDE IL GRADINO DEL MARCIAPIEDE
Fabrizio D’Esposito sul Fatto di oggi mette insieme un esilarante articolo sulla cena tra Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni in appoggio alla candidatura di Nello Musumeci.
Il climax dell’articolo è perfetto, visto che alla fine racconta di una doppia caduta di Vittorio Sgarbi:
Si parla di Milan e di Sicilia, evitando la prospettiva nazionale. La faccia di Berlusconi ricorda quella di Totò che grida nella casbah: “Io qua non ci volevo venire”. Il film è Totò le Mokò.
Per fortuna che c’è Vittorio Sgarbi, oltre che Cesa. A mezzanotte e mezza, l’imbolsito critico d’arte, assessore alla Cultura in pectoredi un’eventuale giunta Musumeci, riceve una telefonata. È una donna. Fissano un appuntamento di lì a poco e tutti lo guardano, invidiosi.
Non il leader leghista fidanzato con Elisa Isoardi, volto Rai. “Beato te Salvini che fai l’innamorato fedele”.
Sgarbi saluta, esce dall’ammezzato e a metà delle scale precipita a faccia in giù. Bestemmia, si rialza, si ferma al banco del pesce e divora qualcosa di vivo.
La coda della preda gli spunta dalla bocca.
Poi lascia il ristorante e non vede il gradino del marciapiede.
Un altro tonfo. Che notte.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
POVERTA’, PAURA E ZERO COMIZI A NARDODIPACE, IN CALABRIA… 1359 ABITANTI, COMMISSARIATO DUE VOLTE
Non ci sono comizi e altoparlanti gracchianti, sui muri non ci sono manifesti, l’unico è
in piazza vicino al municipio, è quello stampato dalla prefettura con le liste e i nomi dei candidati.
In questo clima quasi irreale Nardodipace, il Comune delle Serre calabresi della provincia di Vibo Valentia, si prepara a tornare al voto dopo il secondo scioglimento per infiltrazioni mafiose della sua storia.
Le ultime ore di campagna elettorale si consumano al chiuso delle case.
È qui che si conquista la vittoria, famiglia per famiglia, voto per voto. I candidati fanno la spola tra le tre frazioni del paese alcune distanti tra loro anche decine di chilome tri di tornanti e strade già ghiacciate.
Si arriva anche nel vecchio centro abitato, abbandonato dopo l’alluvione del 1951, dove sono rimaste a vivere appena sei famiglie.
Tutti, dicono, andranno a votare. «Siamo stanchi – ci spiegano – dei commissari non hanno fatto niente per noi».
La terna prefettizia è stata vissuta come un corpo estraneo al paese, attenta alla gestione ordinaria e poco, è la critica, alle esigenze dei cittadini.
C’è un episodio che tutti raccontano: la gelata dello scorso inverno ha fatto saltare le tubature e il paese è rimasto per giorni senz’acqua.
«Con un sindaco che conosce il territorio non sarebbe successo», sostengono. Domani potranno finalmente tornare alle urne dopo una campagna iniziata nel peggiore dei modi.
Poche ore dopo l’ufficializzazione delle candidature qualcuno prima ha lasciato una bottiglia di benzina sul cofano di un ex assessore e poi ha dato fuoco alla motoape della famiglia di un candidato. Un segnale chiaro per far capire che al di là delle apparenze molto ruota attorno a queste elezioni. Per esempio, ci fanno notare, in ballo c’è la gestione dei fondi del piano del governo per la valorizzazione dei piccoli Comuni.
E poi c’è il business del taglio dei boschi. Tanti soldi e le ingerenze della criminalità organizzata in questo comune hanno già portato a due commissariamenti.
Ufficialmente le liste sono tre. Una, però, chiamata «Per Nardodipace» è una lista civetta creata solo per evitare l’eventualità di un’unica lista il che avrebbe comportato l’obbligo di raggiungere il quorum del 51%.
A contendersi la poltrona di sindaco saranno Antonio De Masi già sindaco per dieci anni e Piero Tassone.
Quest’ultimo è il candidato dell’ex primo cittadino Romano Loielo già candidato alle scorse Regionali con Fratelli d’Italia e soprattutto sindaco dei due scioglimenti nel 2011 e nel 2015. Hanno fatto campagna elettorale fianco a fianco e anche l’ultimo giorno lo hanno passato assieme.
§Nessun imbarazzo: «La gente è con noi – ci dice Tassone – perchè sa quanto abbiamo fatto in questi anni».
In cerca di impresentabili si è mossa anche la commissione parlamentare antimafia che nelle scorse settimane ha sentito il prefetto di Vibo Valentia Guido Longo.
«I nostri candidati – assicura Loielo – sono tutti giovani e non hanno niente a che fare con la ‘ndrangheta». Su i suoi rapporti finiti nel mirino della commissione d’accesso replica secco: «Gli scioglimenti sono procedure amministrative dove non è prevista difesa, è molto meglio avere un processo penale almeno ci si può difendere».
L’altro tema caldo della campagna elettorale è stato il lavoro. Nel paese dove c’è almeno un operaio forestale per famiglia, Antonio De Masi propone un ricetta dal sapore antico: assistenzialismo. «Guardi che non è mica una parolaccia. Il corpo della comunità è troppo debole prima di camminare sulle proprie gambe ha bisogno di ossigeno».
Ma in paese c’è bisogno di tutto. Non c’è una palestra neanche per i più piccoli. «Qualche tempo fa – ci racconta Fabrizio studente di architettura – avevamo creato un’associazione ma non abbiamo un posto dove riunirci. Anche la chiesa è disastrata».
L’unico luogo di ritrovo è il bar. «Passiamo i pomeriggi buttati lì», ci dice Alberto. Ha compiuto 18 anni da qualche mese fa e ha scelto di candidarsi. «Non voglio emigrare, voglio trovare un lavoro qui, so che mi dovrò accontentare ma sento troppo il legame con la mia terra». Per salire in consiglio comunale basteranno 40 voti, «Ce la farò – dice Alberto – perchè i ragazzi andranno tutti a votare, sono quelli che hanno ancora speranza».
(da “La Stampa”)
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