Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
FU PROVENZANO O NO A VENDERLO AI CARABINIERI? NON LO SAPREMO MAI
U Curtu se ne va un anno e spicci dopo il suo compare Bernardo Provenzano, portandosi nella tomba l’altra metà del segreto dei segreti su cui la Procura di Palermo si è rotta la testa: ci fu o no trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato?
Fu il suo compare o no a venderlo ai carabinieri? Non lo sapremo mai, anche se per molti è più rassicurante pensare e raccontarsi che tutto sia filato come succede tra guardie e ladri.
Per il resto Salvatore Riina da Corleone, classe 1930, 26 ergastoli da scontare e 24 anni di carcere consumati a rimuginare, minacciare e ripetersi che a dare la vita e la morte era sempre lui, muto è rimasto fino alla fine. Muto come si conviene a un Capo dei capi e assassino feroce che, tra acido per squagliare i bambini e bombe per le stragi, non si è mai fatto mancare nulla.
Il mondo che aveva visto soccombere magistrati e poliziotti, che aveva visto saltare in aria strade e autostrade, rimase sbalordito davanti a quella faccia da contadino spaesato che la mattina del 15 gennaio 1993 accompagnò la notizia del suo arresto. Possibile che quell’omino dimesso fosse il Padrino? Certo che sì.
Provenzano, col fazzoletto per asciugare il sudore intorno al collo, era come lui.
In fondo venivano dalle stesse campagne di Corleone, e avevano fatto tutta la strada insieme prima di dividersi (forse) per darsi il cambio al vertice di Cosa Nostra. E come Zu Binnu pure lui, Totò u Curtu, era stato nascosto vent’anni, un fantasma, durante i quali si era sposato in chiesa con Ninetta Bagarella e aveva fatto tre figli. Perchè ammazzare la gente è una cosa, ma la famiglia altra cosa è.
Certo, ripensare adesso alle parole di Giovanni Falcone che definiva la mafia un fenomeno umano che in quanto tale ha un inizio e una fine, fa venire i brividi.
Come i 57 giorni d’agonia di Paolo Borsellino. Una morte annunciata. Riina se ne è andato nel giorno del suo ottantasettesimo compleanno, ma è un fatto che avesse cominciato a morire molto prima: il 30 gennaio 1992, quando la Corte di Cassazione confermò le sentenze del maxiprocesso contro Cosa Nostra istruito proprio da Falcone e Borsellino.
Fu lì che tutto si ruppe: l’alleanza con i pezzi dello Stato che fino a quel momento gli avevano garantito l’annullamento delle sentenze, e il patto con la politica che gli aveva consegnato l’isola. Fu allora che Totò u Curtu impazzì.
Dovevano pagare tutti per quello schiaffo inaccettabile, decise. E cominciò a farli fuori uno alla volta, a fargli fare la “fine del tonno”.
La verità di quello che accadde veramente in quei dodici mesi scarsi, fino al 15 gennaio 1993 e al suo arresto, se la sono equamente divisa lui e Provenzano.
Che forse lo vendette allo Stato per evitare la fine di Cosa Nostra e ne fu ripagato con la mancata perquisizione nella villa in cui U Curto era nascosto con la famiglia, ripulita dai picciotti dell’organizzazione (carta da parati compresa) prima che i carabinieri facessero irruzione scoprendo che dentro era rimasto il nulla di nulla. Insomma, storie di fantasmi maligni, di sangue e di misteri.
Riina se ne è portati parecchi nella tomba, e come al solito adesso qualcuno verrà a dire che dovremo farcene una ragione. Si vedrà . Intanto annotiamo il giorno della scomparsa di un altro Padrino. Vecchio, malato e fuori giri. Senza alcun rimpianto.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
LATITANTE PER 24 ANNI, IN CARCERE DAL 1993, HA TRASFORMATO LA CRIMINALITA’ SICILIANA IN ORGANIZZAZIONE TERRORISTICA… MOLTI MISTERI VERRANNO SEPOLTI CON LUI
L’immagine sanguinaria di Totò Riina ha fatto da sfondo alla Sicilia per oltre
quarant’anni. La sua ombra si è allungata su tutte le stragi mafiose e sui delitti eccellenti e molti misteri verranno sepolti con lui nella tomba
Fino al giorno della sua morte è rimasto il capo di Cosa nostra, unico e indiscusso dagli anni Settanta fino ad oggi, trasformando la mafia siciliana dai vecchi modi felpati e sanguinari a organizzazione terroristica-mafiosa che è arrivata pure a far la guerra allo Stato.
Attraverso vecchie immagini ormai ingiallite, che conducono alla fine degli anni Settanta, è possibile calarsi in una Sicilia d’epoca dove si possono contestualizzare uomini e fatti e anche sensazioni di una società che in gran parte non sapeva o non voleva riconoscere i mafiosi. Ma ci conviveva. Molti lo hanno fatto per convenienza e altri invece per paura.
La storia di Riina è soprattutto la storia di un gruppo di picciotti di Corleone, malridotti e spietati allo stesso tempo, che danno la scalata alla gerarchia di Cosa nostra, che fino ad allora aveva le sue regole, le sue leggi e una sia pur distorta moralità .
Teorico della violenza totale e dell’inganno sistematico, all’interno di un progetto lucidissimo quanto folle, massacro dopo massacro, Riina spazza via l’organigramma eccellente del parlamento mafioso.
Il capo corleonese cancella le regole a colpi di tritolo e come ha sostenuto il pentito Tommaso Buscetta, soltanto un potere superiore, una “entità ”, è riuscita ad assicurargli una latitanza che si è protratta per 24 anni.
Una latitanza serena. Riina l’ha condivisa con la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli: Maria Concetta, nata nel 1974, Giovanni (1976), Salvatore Giuseppe (1977) e Lucia (1980). Tutti partoriti in una clinica di Palermo (storia incredibile per un latitante di mafia ricercato da tutti) e registrati all’anagrafe. Come se fossero una famiglia normale.
Sono decine gli ergastoli a cui è stato condannato, fra questi anche quelli per l’uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i loro poliziotti di scorta. Per il maxi processo a Cosa nostra i giudici hanno inflitto al boss il carcere a vita per una serie di delitti e stragi commessi a Palermo negli anni Ottanta: l’uccisione di Michele Reina, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa e la giovane moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo; e ancora per l’autobomba che uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici e i carabinieri che lo proteggevano.
Riina ha ordinato migliaia di omicidi, molti dei quali li ha pure eseguiti di persona.
Un sanguinario che ha messo a ferro e fuoco la Sicilia. Come nell’estate di terrore del 1979 quando ha scatenato l’infermo mafioso lasciando sull’asfalto decine di cadaveri. Fra tutti quello di un servitore dello Stato, un grande poliziotto che stava con il fiato sul collo dei corleonesi. Era Giorgio Boris Giuliano, capo della Squadra mobile di Palermo. Oltre a lui Riina ha ucciso e fatto uccidere carabinieri, magistrati, sindacalisti, giornalisti, medici, funzionari regionali e politici, compreso un presidente della Regione siciliana. Vittime innocenti di un conflitto che lui ha voluto per conquistare potere e territori.
Nel 1981 la sua forza militare era ormai tale da consentirgli di eliminare a viso aperto tutti i capi delle famiglie che gli resistevano. Cominciò uccidendo il boss “don Piddu” Panno di Casteldaccia e poi il palermitano Stefano Bontate, l’uomo che offrì all’epoca protezione a Silvio Berlusconi: iniziò così la guerra di mafia, durata tre anni, che lasciò sulle strade del Palermitano circa mille morti.
Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, gli unici in grado di resistere militarmente ai corleonesi, assistettero al sistematico sterminio dei loro amici e parenti, mentre l’intera compagine mafiosa tremava davanti a Riina.
La sua latitanza è durata 24 anni e si è conclusa a Palermo il 15 gennaio 1993.
Quando il volto del capo dei capi apparve per la prima volta in televisione, il giorno dell’arresto, sorprese tutti: nessuno immaginava che un personaggio così goffo, piccolo, dagli occhi spiritati, potesse essere il mafioso feroce che le cronache giudiziarie avevano dipinto.
Riina nel 2010 parlando con suo figlio in carcere gli fa un lungo discorso. Riflette con il figlio sull’uccisione di Paolo Borsellino e critica l’atteggiamento di Giovanni Brusca che per l’attentato a Capaci ha svelato ogni retroscena, ma non ha saputo fornire indicazioni per la bomba del 19 luglio 1992. «Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l’ho saputo dalla televisione e non so niente».
A Milano durante un’udienza aveva fatto un’altra uscita, ancora più esplicita per prendere le distanze dall’ordigno di via Palestro, esploso nel luglio 1993 quando era già in cella: «Non ne so nulla, ma bisogna capire quale fosse il vero obiettivo che si voleva colpire».
Più in generale, nell’incontro con il figlio confida: «Ho detto che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po’ tutti. Perchè un po’ tutti? Perchè l’ultima parola era sicuramente la mia e quindi l’ultima parola non si saprà mai. Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l’ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest’ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po’ “avvantaggiatello”. Questa è la vita a papà : purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente… sì. Non è di tutti eh?».
E poi spiega: «Perchè anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno… non sanno, questi sbattono la testa al muro perchè non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita…».
I segreti.
La sua storia ha cercato di raccontarla, a modo suo, durante le ore di passeggio in carcere trascorse con un altro detenuto, al quale pochi anni fa ha trasferito ricordi e analisi di fatti criminali e retroscena inconfessabili che sono state registrate dalle microspie degli investigatori. Parole di un boss che hanno aperto dubbi e ipotesi su quella che è stata la stagione dei corleonesi e su quello che è stato il ruolo di Riina in fatti ancora oggi misteriosi e poco chiari.
Durante un colloquio in carcere con il figlio fatto sette anni fa lanciava un messaggio fondamentale, quello di essere ancora forte. «Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: “Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo”. Devono sapere invece… che a me non mi distruggete».
Una tenuta sintetizzata con una frase: «Facciamoci questa galera… Io a ottant’anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare».
Addio Riina.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
TRANQUILLI, IN ITALIA NON POTRA’ MAI ACCADERE
Le compagnie ferroviarie giapponesi sono note in tutto il mondo per la loro puntualità , ma lo scorso martedì un treno nella zona di Tokyo ha mancato la promessa di partire all’orario giusto dal binario: se n’è andato in anticipo, di 20 secondi.
È successo sulla linea che mette in comunicazione il quartiere Akihabara di Tokyo con Tsukuba nella provincia di Ibaraki.
Il treno sarebbe dovuto partire alle 9:44 del mattino, invece ha lasciato il binario alle 9:43:40, 20 secondi prima del previsto.
La storia dei treni giapponesi che spaccano il secondo non è un luogo comune, succede davvero, e per questo la compagnia ferroviaria ha diffuso un comunicato per scusarsi con i passeggeri per il disservizio:
Il 14 novembre scorso, alle 9:44 del mattino circa, un treno della Metropolitan Intercity Railway Company (con sede a Tokyo, quartiere Chiyoda, presidente e amministratore delegato Kokichi Yugi) ha lasciato la stazione di Minami Nagareyama con 20 secondi di anticipo rispetto all’ora indicata sull’orario. Chiediamo profondamente scusa per l’inconveniente che hanno dovuto subire i nostri clienti.
In Giappone i mezzi di trasporto pubblici sono utilizzati ogni giorno da decine di milioni di persone, soprattutto per spostarsi attraverso la grande conurbazione di Tokyo e raggiungere il loro posto di lavoro.
Molti passeggeri sincronizzano gli orologi con quelli delle stazioni, proprio per essere sicuri di prendere il treno in tempo e di non mancare le coincidenze tra un viaggio e un altro.
La puntualità dei treni permette di pianificare gli spostamenti con molta accuratezza e di risparmiare tempo.
Sulla linea interessata dal “disservizio” ci sono treni ogni 4 minuti, ma se si perde quello pianificato per il proprio spostamento si può arrivare ad accumulare un sensibile ritardo, che può diventare un problema e un motivo d’imbarazzo per gli impiegati che devono arrivare in ufficio.
(da agenzie)
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Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
“DISCRIMINATO CHI NON ACCETTA IL TAGLIO DEL SALARIO”
Illegittimi i licenziamenti di Almaviva. Lo ha stabilito l’ordinanza del giudice del Lavoro
di Roma, che “condanna la società a reintegrare gli stessi lavoratori e a corrispondere loro, a titolo di risarcimento danni” un’indennità , comprensiva degli interessi, pari agli stipendi maturati dal giorno del licenziamento fino alla reintegra. La decisione riguarda 153 lavoratori che avevano fatto ricorso, mentre per il 15 dicembre è attesa un’altra decisione che riguarda una novantina di persone.
La scelta di Almaviva, che ha complessivamente licenziato 1.666 persone nello stabilimento di Roma, “si risolve in una vera e propria illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso tfr, in spregio” alle norme del codice civile e costituzionali “ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato”. Lo scrive il giudice del lavoro di Roma Umberto Buonassisi, nell’ordinanza su Almaviva.
AlmavivaContact, “mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso – ma la impugnerà immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi”.
Lo afferma l’azienda dopo la sentenza del giudice del lavoro che ha dichiarato illegittimi i licenziamenti per 153 lavoratori. Nella nota, Almaviva ricorda che 9 giudici su 10 hanno dichiarato “pienamente legittima la condotta aziendale”.
(da “Huffingtonpost”)
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