Destra di Popolo.net

BERLUSCONI VUOLE IL GENERALE DEI CARABINIERI COME PREMIER, ABBIAMO TOCCATO IL FONDO

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

COME NEL FILM CON TOGNAZZI: IL CENTRODESTRA VUOLE I COLONNELLI, MA UN PAESE CIVILE NON SI AFFIDA A MILITARI… ESPERTO IN ANTIDOPING, IL GENERALE INIZI A FARLO AL CAVALIERE

Il candidato premier per il centrodestra?
“Ho diversi nomi – dice Silvio Berlusconi ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa -. Ma c’è una persona molto capace, a cui non ho ancora parlato: il generale dei Carabinieri Leonardo Gallitelli”. Il leader di Forza Italia lo definisce un esempio di “qualcuno che non viene dalla politica, qualcuno che possa essere visto come una garanzia come premier”.
§Comandante generale dell’Arma dal 2009 al 2015, Gallitelli, secondo Berlusconi, risponde al profilo di “persona molto capace, qualcuno che abbia fatto cose di successo”.
Nato a Taranto 69 anni fa, laureato in giurisprudenza, il generale ha iniziato la carriera militare 50 anni fa e ha fatto esperienza di comando in diverse Compagnie del Nord-est, in particolare a Torino negli anni di piombo. Poi il passaggio allo Stato Maggiore e ancora il comando provinciale di Roma, quello regionale della Campania e la guida della scuola ufficiali dell’Arma. A indicarlo come comandante generale è stato il governo guidato proprio da Silvio Berlusconi. L’indicazione fu anvanzata dal ministro della Difesa Ignazio La Russa.
Dopo i 6 anni al vertice dei carabinieri, Gallitelli ha avuto un incarico dal Coni come responsabile dell’ufficio antidoping.
Il suo nome era stato proposto da Forza Italia anche per guidare la corsa alla Regione Lazio nelle regionali del 2018, in alternativa al sindaco di Amatrice Pirozzi.

(da agenzie)

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IL DUO VINTAGE: DUE VOLTI DEL SISTEMA CHE RIMUOVONO LE SCONFITTE E S’AFFIDANO ALLE SOLITE PROMESSE

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI E BERLUSCONI NEL TEATRINO DELL’AVANSPETTACOLO COME BOLSI E VECCHI FIGURANTI

C’è un passato, eternamente uguale a se stesso, che incatena il presente, questo presente. Guardate la scena numero uno.
A Firenze, nella sua Firenze, Matteo Renzi ripropone gli ottanta euro, raddoppiandoli: “Gli 80 euro non vanno cancellati, abbiamo bisogno di estenderli innanzitutto alle famiglie che hanno figli. Quando nasce il secondo, il terzo figlio, una famiglia normale rischia di andare sotto la soglia di povertà “.
Guardate la scena numero due di questa giornata, apertura di fatto della campagna elettorale.
A Milano, nella sua Milano, Silvio Berlusconi ripromette, per l’ennesima volta: “Non solo aumenteremo la pensione minima ai mille euro ma adegueremo al valore dell’euro anche le altre pensioni”.
Poi il solito elenco, dall’abolizione del bollo auto, all’Imu sulla prima casa, e anche, sempre per gli anziani, “le cure per l’odontoiatria, le cure per gli occhi”, e — udite, udite – “facilitazioni per mantenere un cane, per esempio con un veterinario gratuito ogni quindici giorni” e, gran finale della televendita, “via l’Iva dai cibi per cani”.
Sono i volti e le parole di due “imbonitori” del Sistema, “populisti”, per usare un termine abusato, che si propongono come argine di fronte all’arrivo dei barbari.
Promesse, come metodo per fare consenso nell’Italia dello Strapaese che “vota con le tasche”, senza alcuna verifica di sostenibilità  economica, e senza un’idea nuova che cancelli la sensazione di un deja vu, si chiami “mille giorni” o si chiami “rivoluzione liberale”.
Per carità , Renzi e Berlusconi non sono la stessa cosa, per “colpe” e responsabilità  storiche.
Ed è, evidentemente, diversa l’entità  delle sconfitte e dei fallimenti che entrambi hanno alle spalle: il 4 dicembre e il default del paese del 2011.
Ma c’è, in questa riproposizione della politica come vendita al chi offre di più, un approccio comune: l’ostinata riaffermazione della propria leadership come unico punto fermo che è, appunto, tutt’uno con la rimozione della sconfitta e con essa del principio di realtà . In definitiva una incapacità  di elaborare il lutto.
E le rispettive macchine del tempo, vintage l’una, meno usurata l’altra, appaiono prive dell’antica capacità  persuasiva: stesso battutismo, quasi sempre le stesse formule, come volti di un film diventato però, improvvisamente, in bianco e nero.
Silvio Berlusconi parla del governo, del “suo” programma, come fosse condiviso con gli alleati quando invece condiviso non è, e addirittura di una squadra di governo già  decisa: tot ministri alla Lega, tot alla Meloni, tot ministri tecnici.
Anzi ne riparla, nell’ossessiva ed egolatrica ostinazione del “centrodestra c’est moi”, senza delfini, eredi, nomi all’infuori di sè e a prescindere dal giudizio degli altri, nonostante Salvini abbia già  trattato la materia come se fosse una televendita scaduta.
Matteo Renzi affoga di fatto tutte le chiacchiere sulle alleanze, sul confronto “senza tabù” sul programma, insomma sulla famosa “pagina bianca da scrivere assieme”, nell’inchiostro del già  scritto: gli ottanta euro, ma anche il jobs act, rivendicato orgogliosamente perchè “noi sì che abbiamo creato un milione di posti di lavoro” e l’intera politica economica di questi anni. Senza neanche soffermarsi tanto sul governo Gentiloni, sin dall’inizio vissuto come un ostacolo frapposto sulla via del voto, nell’ansia o speranza o illusione di riacquistare, da subito, il potere perduto. E non è un caso che gli applausi più fragorosi scattano sull’orgogliosa rivendicazione di ciò che è stato, più che sui nuovi cavalli di battaglia, come la “battaglia contro le fake news”.
Emerge, alla Leopolda, la difficoltà  di costruire una narrazione nuova, nonostante il tentativo di tenere i toni un po’ più bassi, senza attacchi sprezzanti alla sinistra.
Perchè al netto dei decibel più contenuti e degli aggettivi più misurati, la continuità  con quel che è stato (ed è stato sconfitto), è politica, non stilistica.
E, improvvisamente, si avverte la fragilità  di una impostazione che non ha più un “nemico” da combattere e un obiettivo da raggiungere.
Il paradosso, ma fino a un certo punto, è che alla Leopolda Berlusconi è tornato un avversario, destinatario di attacchi polemici, proprio su “come ha lasciato l’Italia nel 2011”.
Il Cavaliere, invece, ora che non ci sono più i comunisti, ha eletto a nuovi nemici i Cinque Stelle, “gente che non ha mai lavorato nella vita”, un po’ come diceva nel ’94 ai vecchi.
È segno che, in questa campagna elettorale, l’imbonitore più giovane insegue, in quella che pare che una sfida a due, col centrodestra primo come coalizione e i Cinque Stelle primi come partito. Come era evidente già  il 4 dicembre, verso sera.

(da “Huffingtonpost”)

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MISTER FRIULI 2017 E’ DI COLORE E AI RAZZISTI ARRIVANO LE CONVULSIONI

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

ALIOUNE DIOUF HA 18 ANNI, E’ DI CIVIDALE, GIOCA A BASKET IN SERIE A, E’ ALTO 1,98 E FREQUENTA LA QUINTA SUPERIORE

Alioune Diouf, 18enne di Cividale, è il nuovo Mister Friuli-Venezia Giulia 2017.
Ma, come in occasione della ragazza vestita con il tricolore a Mirandola, la vittoria del ragazzo non è stata accolta con unanime soddisfazione, diciamo, a causa del colore della sua pelle.
Di origini senegalesi, Alioune Diouf gioca a basket in serie A, è alto 1,98 e frequenta la quinta superiore.
E così, in calce al post su Facebook che lo incorona, si scatena la solita cagnara: “Friulano sta minchia”, dice Daniele; “Basta sta gente addirittura farli vincere cosa centrano questi qua con il nostro paese”, aggiunge Emanuele; “Ma siete seri o cosa??? I friulani sono ben altra cosa eh ,a iniziare anche da un concorso di bellezza regionale….rimandatelo in senegal va…MANDI!!!!”, fa sapere Lina; “Indubbiamente un bel ragazzo. Surclassa gli altri? Speriamo la sua vittoria non sia pilotata x motivi politici”, dice invece Piero che ci ha visto un complotto.
I commenti sulla pagina sono unanimi e tutti gridano allo scandalo in Friuli, tranne quei simpaticoni che si sono appena accorti della “sostituzione etnica”.
E il più bello è questo: “Chiaramente friulano… ma quanto sono patetici questi che venderebbero la madre pur di far notizia. Il vostro buonismo millantato ed a tutti i costi, nasconde la realtà  dei fatti: la sostituzione etnica forzosa e forzata che perpetrate da anni per annientare ogni traccia di appartenenza del proprio popolo alla propria terra. Sapete che vi dico? VIVA FORZA NUOVA, sempre!”.
Visto che il ragazzo è alto 1,98 e sembra molto muscoloso, ci vorrebbe che qualcuno glielo andasse a dire di persona.

(da “NextQuotidiano”)

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RIGOPIANO, PRESSIONE POLITICHE PER DEVIARE I SOCCORSI VERSO I RACCOMANDATI

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

LE INTERCETTAZIONI DELLA SEGRETERIA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE ABRUZZO CON GLI INTERVENTI A CUI DARE LA PRIORITA’

Le intercettazioni dei carabinieri che saranno fornite agli avvocati dei 23 indagati per la strage dell’hotel Rigopiano gettano un’ombra in più su quanto accadde lo scorso 18 gennaio.
Come riporta un’inchiesta pubblicata sul quotidiano il Messaggero, ci sarebbero state pressioni politiche nel giorno dell’emergenza per il maltempo.
Con la segreteria del presidente della regione Abruzzo che chiede uno spazzaneve per la strada di Passolanciano.
Le telefonate sono quelle che partono dalla segreteria del presidente della regione Abruzzo Luciano D’Alfonso. A parlare è Claudio Ruffini, politico di lungo corso del Pd abruzzese, all’epoca capo dello staff personale del governatore.
Anche lui, come il funzionario dell’ufficio viabilità  della Provincia Mauro Di Blasio, sembra essere il grande collettore delle richieste di intervento mediate dalla politica: prima quella strada, prima quel paese, prima quella contrada, a prescindere dalla reali ragioni di urgenza e da un ordine dalla gravità  del quadro meteo, ma solo perchè così vogliono i politici di riferimento.
Il presidente chiede che sia aperta subito la strada per Abbatteggio”, “il presidente vuole uno spazzaneve per la strada di Passolanciano”, elenca al telefono Di Blasio con il suo capo Paolo D’Incecco, dirigente del servizio viabilità .
Che quando arriva il turno della richiesta del direttore dell’hotel Rigopiano, da ore completamente isoalto, risponde bruscamente: “Quello dell’albergo non deve rompere il c…”.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: denuncia | Commenta »

“CONTINUO A DIFENDERE LA LEGALITA’, MA SONO SOLA”

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

LA PRESIDE DEL LICEO VIRGILIO: “DAGLI STUDENTI NON ACCETTO SOLDI SPORCHI”

L’occupazione, le bombe carta lanciate nel cortile della scuola, la vendita di alcoli e le notti di spasso estremo: le ultime settimane hanno esposto il liceo Virgilio di Roma a un’attenzione mediatica fortissima, anche a causa dello scontro continuo tra il Collettivo degli studenti e la preside, Carla Alfano, che a Il Messaggero dice la sua su tutta la vicenda.
È vero che gli studenti le hanno offerto dei soldi per riparare i danni arrecati alla scuola durante l’occupazione?
“Dopo aver danneggiato il sistema di allarme e antincendio e aver violato le serrature, ora si fanno belli con questa offerta di denaro: ma io non accetto soldi sporchi, ottenuti dalla vendita di alcol (nel party a pagamento organizzato durante l’occupazione, ndr)”
La Alfano, del resto, dice di sentirsi completamente isolata nel portare avanti la sua battaglia di legalità .
“Ma solo isolati anche tantissimi alunni e genitori del Virgilio, la parte sana, normale. Genitori costretti a rilasciare interviste mascherati o a darmi la solidarietà  in anonimato. Per loro continuo a combattere, sola. Ma fuori dal Virgilio non solo isolata: […] pensi che mi hanno scritto da una scuola di Milano, citando una scena de l’Attimo Fuggente e chiamandomi ‘oh preside, nostra preside’”
E sullo spaccio di stupefacenti all’interno della scuola, smentita dal Collettivo, ha un’opinione precisa:
“Non lo dico io, ma lo dicono gli inquirenti. Ci sono processi in corso, con filmati e foto inoppugnabili. Questa scuola è attenzionata da Carabinieri, digos e magistratura: io continuo a difendere la legalità , per il bene del Virgilio”.

(da “Huffingtonpost”)

argomento: denuncia | Commenta »

L’AUTOSTRADA FANTASMA CORRE TRA BRESCIA-BERGAMO-MILANO: POCHI TRANSITI E CONTI IN ROSSO

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

LA BREBEMI, CONCEPITA NEL 1996, E’ REALIZZATA CON CAPITALE PRIVATO

A pochi mesi di distanza dalla sua apertura avvenuta il ufficialmente 23 luglio 2014 sotto gli occhi dell’ex premier Matteo Renzi, alcuni attivisti di un centro sociale bergamasco si misero addirittura a giocare a pallone lungo la corsia di sorpasso, un modo goliardico per raccontare la mancanza di traffico in quella deserta lingua d’asfalto nel cuore della Pianura Padana.
A distanza di tre anni da quei giorni la Brebemi, l’autostrada A35 che con i suoi 62 chilometri attraversa il cuore produttivo lombardo tra Brescia e Milano stenta ugualmente a decollare.
L’infrastruttura concepita nel 1996, la prima realizzata in Italia in project financing con capitale interamente privato (2,4 miliardi, di cui 1,6 miliardi di prestiti tra Banca europea degli investimenti, Cassa Depositi e Prestiti e istituti di credito) viene ancora oggi soprannominata «autostrada fantasma».
Lo scrittore e giornalista Roberto Cuda ha deciso di dedicarle un libro, «Anatomia di una grande opera. La vera storia della Brebemi» (Edizioni Ambiente), uscito due anni fa e che ripercorre dettagliatamente i nodi dell’intricata vicenda.
Un appellativo poco felice che le è rimasto incollato sin dai suoi esordi: nel 2014 i passaggi erano pari a 8 mila al mese, per poi diventare 10 mila nel 2015, 14 mila l’estate scorsa e 16 mila nel giugno di quest’anno.
Numeri comunque al di sotto delle aspettative e che hanno indotto i vertici dell’infrastruttura ad apportare delle novità  necessarie.
Tuttavia, negli ultimi tempi la situazione Brebemi sembra essere leggermente migliorata. L’infrastruttura infatti ha liberato dal traffico i comuni dell’area interessata, riducendo i tempi di percorrenza e le emissioni di CO2.
Nel primo quadrimestre del 2017, secondo i dati Aiscat, il traffico dell’A35 ha segnato un +8,6%.
Una crescita che incide anche sul conto economico della società : il primo semestre di quest’anno infatti è stato chiuso con ricavi per 29,8 milioni di euro contro i 26 del secondo semestre 2016 e i 25,2 del primo semestre dello scorso anno.
Nelle scorse settimane inoltre, per rilanciare l’autostrada è stato inaugurato a Travagliato nel Bresciano, con tre mesi d’anticipo, un nuovo tracciato lungo 5,6 chilometri e che collega direttamente le autostrade A35 e A4.
Grazie a questa nuova opera la Brebemi può essere utilizzata da tutti gli utenti come strada direttissima Brescia-Milano, agevolando il traffico proveniente da Est e da Ovest.
E il raccordo (costato 58 milioni) dovrebbe drenare un po’ di traffico dall’A4. A breve, poi, apriranno due stazioni di servizio e persino i distributori di metano liquido.
I conti di Brebemi perciò migliorano, ma il bilancio resta in rosso, con un disavanzo di 49 milioni.
E nonostante gli oneri finanziari si siano ridotti (da -93,6 a -86,4 milioni), l’indebitamento complessivo pesa non poco sui conti dell’infrastruttura lombarda.
In questi anni non sono mai mancate le critiche di Legambiente che oltre ad aver bocciato (per l’ennesima volta) il progetto Brebemi, ha più volte ha alzato la voce per la distruzione dei numerosi terreni agricoli espropriati, in particolare nella Bassa Bergamasca.
A dare man forte all’associazione ambientalista anche la questione relativa al centro commerciale «Le Acciaierie» di Cortenuova, proprio in provincia di Bergamo.
Qui, in questo paese di 2 mila anime, la Brebemi ha il sapore di una storia dal finale drammatico. L’immensa struttura, sorta nei pressi di uno dei tanti caselli autostradali e costituita da ben 48 mila metri quadri fu aperta nel 2005, proprio in previsione della nuova infrastruttura. Tuttavia, complice la crisi, da tre anni giace abbandonata e con le serrande dei 175 negozi abbassate.
Un territorio ferito e maltrattato dal cemento che più volte è sceso in piazza con i suoi abitanti per protestare contro i poli logistici e le aree industriali che potrebbero presto sorgere lungo i bordi della A35.
Il condizionale è d’obbligo, perchè si tratta di uno dei tanti interrogativi che ancora oggi purtroppo rendono concreto il soprannome di “autostrada fantasma” per la Brebemi.
Una lingua d’asfalto in mezzo al deserto, dove a sfrecciare per il momento sono soltanto le polemiche.

(da “La Stampa”)

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GENOVA, GRANDI OPERE A VALLE MA A MONTE NESSUNA MANUTENZIONE, IL PERICOLO E’ SEMPRE LO STESSO

Novembre 27th, 2017 Riccardo Fucile

“LE NOSTRE CASE SONO UNA DIGA”… L’ABBANDONO DETERMINA DISSESTO E ALLUVIONI

Le ultime due alluvioni che hanno pesantemente colpito Genova, nel 2011 e 2014, hanno convinto i governi, prima con il “Piano nazionale per le città ” di Mario Monti, poi con “Italia Sicura” di Matteo Renzi, a contribuire economicamente allo sforzo di Regione Liguria e Comune per realizzare alcune opere essenziali per la riduzione del rischio idrogeologico.
Ma se a valle si procede per ridurre il rischio esondazioni, molto più difficile sembra intervenire a monte, sulle alture della città .
Dove l’abbandono contribuisce a determinare dissesto e alluvioni.
In una città  costruita in gran parte sull’alveo di torrenti e stretta tra i monti e il mare la manutenzione dei versanti e la regimazione delle acque ricopre un ruolo fondamentale, ma spesso questa viene lasciata alla libera iniziativa di volontari o ai Municipi particolarmente sensibili.
Un caso emblematico è quello del “Biscione”, lungo complesso di edilizia popolare costruito sul finire degli anni ’60 al delimitare del bosco sul Colle della Calcinara di Forte Quezzi, sopra al quartiere di Marassi in Val Bisagno, zona duramente colpita dalle alluvioni.
“Negli ultimi anni le nostre cantine sono state più volte sfondate dall’acqua, dal fango e dai detriti che sbattono contro il “biscione” che in pratica diventa una sorta di diga“, spiegano i residenti.
Qui l’alluvione del 1970 causò una frana che sradicò parte della costruzione che avrebbe dovuto interessare trenta alloggi popolari, proprio dove ora sorge la scuola materna.
“Ci sono canali che dovrebbero far scorrere l’acqua sotto alla strada — sottolinea Donato Bochicchio, del comitato per la salvaguardia del Forte Quezzi — ma quasi sempre le griglie si riempiono di pietre, tronchi e detriti, così l’acqua non trova sfogo e finisce per sfondare le cantine, il terreno non assorbe e tutto quello che succede qua sulle alture ha poi inevitabilmente una conseguenza in centro città ”.
La manutenzione del bosco e dei versanti viene quindi delegata completamente a gruppi di volontari, in alcuni casi sostenuti dai municipi, in assenza di una vera e propria pianificazione degli interventi.
Nel frattempo, proseguono i principali interventi in centro città : l’adeguamento della copertura del Bisagno (122 milioni di euro, fine lavori previsto per il 2020), la realizzazione del suo scolmatore (175 milioni, ancora in fase di progettazione) e di quello del Fereggiano (45 milioni, termine lavori previsto per agosto 2018).
“In continuità  con la scorsa amministrazione — precisa Paolo Fanghella, assessore comunale ai lavori pubblici — stiamo provvedendo e continueremo a intervenire nella prevenzione del rischio, ma non si potrà  mai parlare di rischio zero in un territorio dove storicamente si è costruito sull’alveo dei torrenti e ogni rivo può rappresentare un pericolo in caso di forti precipitazioni”.
Scopo dei lunghi tunnel sotterranei chiamati “scolmatori”, del torrente Bisagno come del Fereggiano, è quello di consentire il deflusso a mare di acqua e fango in caso di precipitazioni elevate, limitando il rischio di nuove esondazioni in centro città .
“Ma un’eccessiva attenzione per queste opere fondamentali — riflette Pietro Piana, geografo che per l’Università  di Nottingham ha studiato l’evoluzione storica di Genova proprio in rapporto con l’equilibro idrogeologico — rischia di distrarre l’opinione pubblica e far dimenticare quella prevenzione quotidiana e capillare che andrebbe progettata e portata avanti sistematicamente sui versanti e nei quartieri alti della città , dove non solo in caso di forti precipitazioni, ma ad ogni pioggia, le strade si trasformano in corsi d’acqua scendendo poi a valle e causando i disastri che abbiamo visto in occasione delle alluvioni”.
Se il Municipio Bassa Val Bisagno interviene come può, aiutando questi volontari e sollecitando gli interventi del Comune, l’assessore Paolo Fanghella chiarisce come “quella del biscione sia solo una delle oltre trecento situazioni in cui gli interventi di salvaguardia idrogeologica e pulizia di alvei e versanti non sarebbero di competenza del Comune, ma dei privati”.
In base al codice civile, infatti, nessun ente pubblico potrebbe — anche ammesso che ne abbia volontà  politica, competenze tecniche e disponibilità  economiche — intervenire in aree di competenza di privati.
Tuttavia, spesso le responsabilità  si sovrappongono e si confondono, come nel caso del bosco di Forte Quezzi: “Area di competenza di privati”, secondo l’assessore, mentre secondo i volontari che si rimboccano le maniche per prevenire disastri, l’area è “passata un anno fa dalla Regione al Patrimonio del Comune”.
Ad oggi, in ogni caso, entrambi gli scolmatori che aumenteranno la portata dei torrenti Fereggiano e Bisagno sono ben lontani dall’essere operativi, e i genovesi devono convivere con l’incubo di rivivere le devastazioni delle recenti alluvioni.
“Ma non ci sono solo gli interventi a valle — cerca di chiarire l’assessore Fanghella — il Comune è intervenuto e continuerà  a farlo anche nelle altre zone di sua competenza”. Ma in una città  dove si è edificato lungo l’alveo dei torrenti, le cui strade corrono per il 60% sopra a corsi d’acqua e, anche sulle colline, si è cementificato e costruito senza vincoli di sostenibilità  ambientale, la paura è che la gran parte delle situazioni di rischio ricadano sulla responsabilità  di privati, che neppure lo sanno e si ritrovano a scoprirlo solo quando ne devono pagare le conseguenze.
Come quando una frana spazza via le fondamenta di un condominio e i residenti, oltre al danno, si ritrovano la beffa: i lavori di rimessa in sicurezza sono a carico loro. “Certo — aggiunge Fanghella — in casi di emergenza il Comune può intervenire anche su terreni privati, ma sempre “in danno”, ovvero anticipando cifre che i residenti dovranno poi restituire”.
Insomma, ancora una volta, nel consueto ginepraio di responsabilità , non si capisce bene chi, quando e come debba intervenire, nè chi pagherà  eventuali danni in caso di nuove piogge torrenziali che i cambiamenti climatici sembra proporranno sempre più di frequente

(da “il Fatto Quotidiano”)

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