Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
EX UFFICIALE DI MARINA E MANAGER FINMECCANICA, VISSUTO IN VENEZUELA E ORA AD ABU DHABI: CONTINUA LA POLITICA SPETTACOLO
Caio Giulio Cesare Mussolini, 50 anni, ex ufficiale di Marina e manager di Finmeccanica, figlio di Guido e bisnipote del Duce. Ha vissuto in Venezuela e ora ad Abu Dhabi.
È uno dei nomi a cui pensa Giorgia Meloni per le liste di FdI. «Per ora è solo un’ipotesi. Sono qui per guardare, capire. Del resto sono sommergibilista…», dice.
Lei è nuovo, il suo cognome tutt’altro.
«Per il cognome sono stato attaccato a priori. Ho vissuto una dicotomia. Ciò che mi dicevano a scuola o su certa stampa, tutto male del fascismo, e ciò che mi dicevano a casa o alcune persone che lo avevano vissuto, tutto bene».
Come ha risolto la dicotomia?
«Studiando, capendo che ci sono state cose negative e cose positive. Che è stato un periodo complesso. Ed è un periodo chiuso».
Eppure se ne parla ancora tanto.
«Ha rappresentato l’Italia, gli slanci e le mediocrità . Il fascismo sono stati gli italiani. Questa passione per l’uomo forte, per esempio. È molto latina. E resta».
Cosa pensa di chi si dichiara ancora fascista, come CasaPound o i naziskin?
«Non sono molto addentro. Di certo rappresentano più una minaccia all’ordine pubblico i centri sociali».
E della legge Fiano?
«È anacronistica, un pretesto per non parlare dei problemi veri. Cosa fai, butti giù l’obelisco del Foro italico o “riannacqui” le paludi che Mussolini aveva bonificato?».
Dall’estero come vede l’Italia?
«Sull’orlo del baratro. Contiamo niente e Alfano è un ministro patetico».
Quando torna che nota?
«Non c’è rispetto per le regole e mancano il senso civico e il principio di autorità ».
Alessandra Mussolini ha detto che per Ostia basterebbero tre mesi del nonno.
«Una boutade. L’uomo solo non basta. Io e Alessandra abbiamo avuto un percorso diverso. Lei ha fatto l’attrice, poi è stata eletta senza esperienza. Io sono entrato in Marina, ho due lauree, parlo tre lingue».
Anche lei però conta sul potere «evocativo» del cognome.
«Il cognome può essere un’arma a doppio taglio».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LA SCELTA DI REALPOLITIK… CONSENSI A RISCHIO SENZA FASE COSTRUTTIVA
La nebbia degli slogan tradizionali vela la vera strategia. Ci sono un obiettivo e una
tentazione, nel futuro prossimo del Movimento Cinque stelle.
Con la nuova legge elettorale e con le diffidenze e le riserve persistenti, difficilmente raggiungerà percentuali tali da permettergli di governare.
L’obiettivo, dunque, è una vittoria minore ma ugualmente ambiziosa: avere seggi sufficienti per impedire che si formi un esecutivo senza o peggio contro la formazione di Luigi Di Maio e di Davide Casaleggio.
In quel caso diventerebbe prepotente la vera tentazione dei Cinque Stelle, accarezzata per non restare fuori dai giochi: appoggiare un «governo del Presidente», se di fronte al pericolo dell’ingovernabilità il capo dello Stato, Sergio Mattarella, dovesse fare un appello al senso di responsabilità di tutte le forze politiche.
È una ipotesi appena accennata, e tenuta di riserva, sapendo che gli effetti del sistema elettorale rappresentano un’incognita.
Ma tutti i sondaggi, ufficiali e riservati, concordano nel ritenere improbabile che emerga dalle urne una maggioranza.
Può darsi che in quel caso il Quirinale, dopo un incarico esplorativo senza esito, rimandi il Paese al voto: i Cinque Stelle non si metterebbero di traverso.
Oppure è possibile che chieda il sostegno a un governo plasmato nel segno dell’emergenza. In questo caso, a sorpresa potrebbe trovare la sponda dei seguaci di Beppe Grillo.
Non si tratta di un soprassalto di generosità nei confronti dell’odiata «partitocrazia». Nella scelta si indovina una buona dose di realpolitik: la consapevolezza che il Movimento deve passare da una fase di opposizione totale a una stagione più costruttiva.
Anche perchè i suoi consensi, che ormai si attestano tra un quarto e un terzo circa dell’elettorato, sono considerati in bilico: o vengono spesi in qualcosa di diverso dalla pura contestazione del passato, o rischiano di calare bruscamente verso percentuali inferiori al venti per cento.
La sfida di governo sarebbe dunque una sorta di antidoto a un ripiegamento del quale si avvertono qui e là i sintomi.
D’altronde, la designazione di Di Maio come candidato premier certifica, di per sè, la scommessa su un’uscita «moderata» dalla crisi e su un possibile approdo governativo.
Fa il paio con il ruolo marcatamente defilato assunto da Grillo nella nuova fase.
La virata in materia di moneta unica, la posizione meno ostile alla Nato, la ricerca di rapporti con le istituzioni finanziarie e con il Vaticano sono tutti passaggi obbligati per tentare di scalfire il muro di diffidenza che il Movimento si è costruito intorno; e che finora lo proteggeva ma lo isolava, anche, dal virus del dialogo con gli altri.
Il colloquio a Washington con il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, è stato del tutto casuale, è vero. Eppure ha creato un contatto prima inesistente.
È stato organizzato in fretta e furia quando Di Maio ha saputo che l’ex ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Francis Rooney, col quale si doveva vedere, tardava perchè si stava congedando da Parolin, negli Stati uniti per i lavori della conferenza episcopale americana. In due ore, con un giro febbrile di telefonate, è stato combinato un incontro in Nunziatura non col leader dei Cinque Stelle, ma con Di Maio nelle vesti istituzionali di vicepresidente della Camera; e col patto di non chiamare nè fotografi nè giornalisti: impegno rispettato.
Quel colloquio col «primo ministro» di Francesco ha permesso di alzare il livello di un viaggio che per il resto aveva seminato qualche tensione tra la delegazione grillina e l’ambasciata italiana a Washington.
L’esito di questa «strategia della moderazione» è ancora in chiaroscuro. Dentro e soprattutto fuori dai confini italiani, il pregiudizio rimane diffuso e radicato.
E quando i Cinque Stelle si accreditano come forza di governo, subito si sentono chiedere chi candideranno al ministero dell’Economia o agli Esteri.
Gli alleati occidentali vogliono essere rassicurati. E non solo. Si è saputo che di recente alcuni parlamentari del M5S si sono confrontati con una dozzina di investitori internazionali. Non è la prima volta: anche loro vogliono capire, al di là delle promesse e degli impegni verbali. Ma lo vogliono soprattutto gli italiani.
Fino a Natale Di Maio batterà , partendo da Milano, l’intero Nord. Non è tanto per calamitare voti: gli basterebbe abbassare le difese e l’ostilità nei confronti del Movimento.
Ma per smentire l’immagine di una formazione malata di dilettantismo e di estremismo, occorrerà qualcosa di più. Si tratta di bilanciare con profili più esperti e competenti una classe dirigente finora un po’ raccogliticcia; e di puntellare l’identikit troppo giovane dello stesso Di Maio.
La squadra di governo da presentare prima delle elezioni verrà calibrata su criteri diversi dal passato, almeno nelle intenzioni. Si potrebbe perfino arrivare a una sorta di preselezione prima di votare per le «Parlamentarie», che servono a formare attraverso la piattaforma digitale Rousseau di Casaleggio le liste per il Parlamento.
Sarebbe una cesura col passato, da spiegare e far digerire ai militanti. Eppure non c’è alternativa: la resa dei conti con la realtà sta arrivando anche per il primo «partito-internet».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“RENZI MI HA DELUSO, GENTILONI CANDIDATO PREMIER NATURALE”
Anche lei come Scalfari, tra Berlusconi e Di Maio voterebbe Berlusconi? “Ovviamente mi asterrei”, dice Carlo De Benedetti in un’intervista al Corriere della sera: “È una questione improponibile. Si può restare a casa, o votare scheda bianca. Berlusconi fa venire in mente quando, rovistando tra le cose vecchie, si trova un abito in disuso; e infilando una mano nella tasca spunta un vecchio biglietto del tram già obliterato”.
E “Scalfari è stato talmente un grande nell’inventare Repubblica e uno stile di giornale che farebbe meglio a preservare il suo passato”.
“Penso l’abbia fatto per vanità , per riconquistare la scena. Ma è stato un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso – aggiunge l’ingegnere -. Berlusconi è un condannato in via definitiva per evasione fiscale e corruzione della giustizia. Se non fosse per l’età , sarebbe un endorsement sorprendente per uno come Scalfari che ha predicato, sia pure in modo politicamente assai cangiante, la morale. Penso che abbia gravemente nuociuto al giornale”.
L’ingegnere parla del nuovo restyling del quotidiano: “Bellissimo, elegante, pulito, innovativo. Un giornale però non è solo latte e miele; è carne e sangue”.
E ha bacchettato la scelta di nominare un condirettore: “Ero e rimango assolutamente contrario. Nessun grande giornale al mondo utilizza questa formula”.
Renzi l’ha delusa? “Renzi – risponde – ha deluso non solo me, ma tantissimi italiani”, “ha sbagliato sul referendum, e soprattutto ha sbagliato dopo a non trarne le conseguenze”. A suo avviso, avrebbe dovuto “prendersi due o tre anni di pausa. Andare in America, studiare, imparare, conoscere il mondo.
Magari l’avrebbero richiamato a furor di popolo”.
Il candidato premier del Pd, ritiene, dovrebbe essere Gentiloni: “Ne abbiamo un gran bisogno. È stato un calmante nell’isteria della politica renziana”.
Lei voterà Pd? “Non è detto. Potrei votare scheda bianca”, conclude.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
CERTO CHE METTERE SOPRA IL LETTO IL POSTER DI SALVINI CON IL MITRA NON DEPONE A SUO FAVORE: ERA MEGLIO IN MOTO, VISTA LA VELOCITA’ CON CUI ERA SCAPPATO A BOLOGNA DI FRONTE A QUATTRO RAGAZZOTTI
Il Comandante del Sesto battaglione Carabinieri Toscana, il Tenente Colonnello
Alessandro Parisi, afferma in una nota che la vicenda della “esposizione di un vessillo rappresentante la bandiera in uso alle forze armate prussiane e di altre immagini all’interno di un locale della caserma Baldissera di Firenze“, ovvero la camerata occupata da un giovane militare del 6° Battaglione Carabinieri Toscana, è stata “immediatamente oggetto di accertamenti da parte della scala gerarchica — che ha già informato l’autorità giudiziaria militare — avviando altresì l’esame della posizione disciplinare dell’interessato, per il grave comportamento posto in essere”.
La bandiera che si vede alla finestra nel video non è propriamente nazista, ma risale all’inizio del ‘900 ed è vietata in Germania.
Viene però spesso usata in ambiti di estrema destra proprio perchè è un simbolo ambiguo che richiama la Germania imperiale.
L’immagine di Salvini con il mitra invece è tratta da Call of Salveenee, gioco che sfotte il Capitano della Lega.
Ai microfoni del Giornale Radio Rai il procuratore militare Marco De Paolis ha però spiegato che “Al momento, sulla base delle informazioni che abbiamo ricevuto non c’è nulla che faccia pensare alla violazione di una norma penale militare. Pero’ ho dato disposizioni affinchè si verifichi se invece vi siano gli estremi per configurare un qualche reato”
“La norma secondo la quale è reato esporre un vessillo che evochi il nazismo vale per i civili e non specificamente per i militari”, spiega ancora De Paolis, “per il quale dunque il militare di Firenze potrebbe essere indagato dalla procura ordinaria ma non da quella militare“.
“Penso che sia più un grande problema di natura disciplinare e culturale”, aggiunge, “la questione è capire cosa significa un simbolo del genere, soprattutto per un militare, credo che ci sia da interrogarsi sulla formazione culturale dei giovani prima e dei militari poi”.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
RICORDIAMO COSA DISSE LA CASSAZIONE: “NESSUNA PUBBLICA AUTORITA’ PUO’ DISPORRE DELLA VITA DEI CITTADINI NEPPURE PER UN MOTIVO DI PUBBLICO INTERESSE”
Molti anni fa, la Cassazione a sezioni unite scrisse che “il bene della salute (…) è assicurato all’uomo come uno e anzi il primo dei diritti fondamentali anche nei confronti dell’autorità pubblica, cui è negato in tal modo il potere di disporre di esso (…). Nessun organo di collettività , neppure di quella generale e del resto neppure l’intera collettività generale con unanimità di voti potrebbe validamente disporre per qualsiasi motivo di pubblico interesse della vita o della salute di un uomo o di un gruppo minore (…)” (sentenza cosiddetta Corasaniti n. 5172 del 6 ottobre 1979).
Proviamo ad applicare questo principio fondamentale di civiltà alle vicende dell’Ilva di Taranto.
Se leggiamo gli atti dei processi penali con le loro perizie e le loro testimonianze, una cosa appare chiara: l’Ilva ha provocato e continua a provocare danni incalcolabili alla salute dei lavoratori e degli abitanti circostanti.
A Taranto, secondo i periti giudiziari, tra il 2004 e il 2010 vi sarebbero stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno.
La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica.
“L’analisi per i quartieri Borgo e Tamburi — scrivono i periti — mostra che, nonostante la ridotta numerosità , una forte associazione tra inquinamento dell’aria ed eventi sanitari è osservabile e documentabile solo per questa popolazione”.
I primi a essere colpiti sono stati gli operai e i dipendenti dell’Ilva.
Novantotto le morti da inquinamento in 10 anni. Gli operai che hanno lavorato negli anni 70-90 hanno mostrato, si legge nella relazione dei periti, “un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%) in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50%) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e quelle cardiache (+14%)“.
Ma dagli stessi atti giudiziari appare chiara anche un’altra circostanza.
Dal 2012 a oggi, dopo che il bubbone era scoppiato, ben poco è cambiato nonostante il susseguirsi di una decina di decreti Salva-Ilva con annessi piani di risanamento ambientale, le cui prescrizioni risultano mai adempiute e sempre rinviate.
Di nuovo, ci sono i wind days, i giorni del vento da maestrale quando le polveri dal parco minerario si sollevano e le nuvole delle ciminiere dalla zona dell’Ilva vengono spinte verso i due quartieri più vicini, dove scatta il coprifuoco: non uscire di casa, chiudere le scuole, non fare attività fisica, aerare i locali soltanto tra le 12 e le 18, quando le immissioni della grande fabbrica sono minori. Il traffico viene deviato per evitare che all’inquinamento industriale si sommi quello delle auto.
Così si spegne la vita, non si spegne l’inquinamento.
E la tragedia continua. Perchè oggi a Taranto si sta profilando un inaccettabile braccio di ferro.
Da un lato i sindacati dei lavoratori, che, con la Confindustria e il governo, premono per chiudere la trattativa con la cordata di ArcelorMittal e del Gruppo Marcegaglia, ricordando che “se si dovessero spegnere gli impianti sarebbe la fine del sito di Taranto” e di 20mila posti di lavoro.
Dall’altro la popolazione, rappresentata da Comune e Regione, che non vuole pagare l’ulteriore prezzo, in salute e qualità della vita, di un risanamento ambientale senza garanzie, spostato (se tutto va bene) al 2024, con la copertura dei parchi minerari al 2020 (il piano è già stato approvato dal 2015).
Insomma, o la vita o il lavoro.
E’ questa la vergogna. Perchè in questo modo si fa ricadere tutto il peso di questa tragica scelta su due categorie incolpevoli di soggetti deboli, entrambe vittime di crimini altrui: gli abitanti e i lavoratori (che spesso sono anche essi abitanti delle zone più inquinate), costretti a combattere tra di loro.
Comunque vada, saranno loro a pagare per colpe non loro. Come finora è avvenuto.
E mentre le vittime combattono tra di loro, la maggior parte dei veri responsabili, tra prescrizioni, carenze normative, assoluzioni e cavilli vari, sono scomparsi. Nessuno ne parla più.
Proseguendo su questa strada, non ci saranno vincitori e vinti, ma solo vinti. Ecco perchè questa vicenda è una vergogna nazionale.
Nessuno Stato degno di questo nome dovrebbe permettere che si arrivi a questo punto di mistificazione e di avvilimento.
§Ed ecco perchè mi sembra pertinente il richiamo al lontano insegnamento della Cassazione del 1979. Nessuna pubblica autorità può disporre della vita dei cittadini neppure per un motivo di pubblico interesse.
In nome di questo sacrosanto principio, il popolo inquinato può e deve ritrovare la sua unità e pretendere che finalmente tutti si assumano le proprie responsabilità , politiche e umane, prima ancora che giuridiche: non solo chi per decenni ha lucrato sul mortale inquinamento dell’Ilva ma anche chi per decenni, nelle istituzioni, ha tenuto gli occhi ben chiusi.
Con la piena consapevolezza che questa tragedia non è un fatto locale ma una vergogna nazionale che deve impegnare tutti in prima persona, cittadini e istituzioni, locali e nazionali, a garantire che il diritto al lavoro non sia mai alternativo al diritto alla vita.
Gianfranco Amendola
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
LORENZIN PUNTA ALL’INTESA CON IL PD, LUPI VUOLE UNA CORSA IN SOLITARIA
Nulla di fatto. I centristi non riescono a trovare la quadra al loro interno fra chi,
come il ministro Beatrice Lorenzin, punta a stringere un’alleanza di governo con il Pd e l’ala invece “autonomista” di Maurizio Lupi.
Così la direzione che lunedì avrebbe dovuto prendere una decisione finale slitta ancora di una settimana.
Nell’ultima riunione era stato approvato quasi all’unanimità (salvo i voto contrari di Roberto Formigoni e Gabriele Albertini) un documento che dava mandato al coordinatore Lupi e al vice Gentile di «approfondire i contenuti di un’opzione che prevede la prosecuzione di un’alleanza di governo in vista della campagna elettorale o di fare un’alleanza con le forze centriste per un’eventuale corsa autonoma in vista di prossime elezioni».
Lorenzin spinge per proseguire l’intesa con il Pd di Renzi, perchè «andare da soli significherebbe danneggiare i moderati e regalare la vittoria ai populisti Salvini e Grillo». Il coordinatore Lupi, sensibile alle richieste dei lombardi e dei liguri più favorevoli al centrodestra, vorrebbe invece mantenere un profilo autonomo.
Accettando anche il rischio di non superare l’asticella del 3 per cento fissata dalla legge elettorale. In mezzo Angelino Alfano, che comunque ha deciso di non correre in un collegio uninominale ma soltanto nella quota proporzionale.
Una settimana è quindi passata invano e la decisione di far slittare la Direzione certifica l’impasse.
Lunedì si terrà soltanto la segreteria ristretta di Alternativa popolare.
(da agenzie)
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Dicembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
CINQUEMILA MILITANTI LO ACCOLGONO CON UNA STANDING OVATION… LUI BACCHETTA RENZI, ATTACCA IL PD E INVOCA DISCONTINUITA’: “IO CI SONO”… OBIETTIVO 10% MENO LONTANO
“Serve un’alternativa all’indifferenza e alla rabbia inconcludente dei movimenti di protesta, alle favole bellissime che abbiamo sentito raccontare per decenni. Tocca a noi offrire una nuova casa a chi non si sente rappresentato. Una nuova proposta per il Paese. Io ci sono”.
Così il presidente del Senato Pietro Grasso all’assemblea della sinistra unitaria che lo incorona leader della nuova formazione.
Nuova formazione che si chiamerà “Liberi e uguali”, come svelato dallo stesso Grasso al termine del suo applauditissimo discorso.
“Fare politica è un onore, non una vergogna. C’è in gioco il futuro dell’Italia e questa è la nostra sfida: battersi perchè tutti, nessuno escluso siano liberi e uguali, liberi e uguali”.
Tutti in piedi ad applaudirlo. Grasso, 72 anni, visibilmente emozionato, ha spiegato che “dare le dimissioni dal gruppo del Pd è stata una scelta politica e personale, frutto di un’esigenza interiore”.
“Ho ricevuto molte telefonate – ha raccontato – ascoltato tante persone, mi hanno offerto seggi sicuri, mi hanno chiesto di fermarmi un giro, di fare la riserva della Repubblica. Mi dispiace, questi calcoli non fanno per me”, ha detto prendendo la parola all’Atlantico live all’Eur.
“Siamo qui, culture e persone diverse, ma tutti uniti per difendere principi e valori in cui crediamo”.
E ancora: “Serve un’alternativa, e allora tocca a noi offrire una nuova casa a chi non si sente rappresentato, difendere principi e valori che rischiano di perdersi, su lavoro, scuola, diritti e doveri. Tasse più giuste e progressive, una vera parità di genere. Per tutto questo io ci sono”.
Mantenendo il suo stile, ha assicurato, lanciando una stoccata al segretario Pd Matteo Renzi: “Non aspettatevi da me, neanche in campagna elettorale, fiumi di parole. Altri sono bravissimi in questo, suggestionano con le parole. Io parlerò di cose concrete: noi faremo proposte serie. Le fake news le lasciamo ad altri…”.
“Discontinuità nella politica e nel modo di raccontarla”, dunque, e “un appello ai ragazzi: prendete in mano il vostro destino”.
“La politica è un bene comune che va curato ogni giorno”. L’impegno è partire dalle periferie per contrastare “l’onda nera” che si è manifestata recentemente a Como. “No a inaccettabili intimidazioni: mi ha colpito la rabbia di quei quattro fascisti. Fascisti, diciamolo. C’è un’onda nera che monta. A partire dalle periferie delle nostre città . E allora è da lì che dobbiamo tornare, è da lì che dobbiamo ripartire”.
“Ho scelto ottimi compagni di viaggio, ma tanti altri arriveranno. Il nostro progetto è aperto e accogliente”.
E ancora: “Il nostro è un progetto più grande di come finora lo hanno raccontato e se ne accorgeranno presto. Non facciamo scoraggiare di chi parla di rischi di sistema, favori ai populismi, voto utile. L’unico voto utile è chi costruisce speranze portando in Parlamento i bisogni e le richieste della metà d’Italia che non vota. È questo il voto utile”.
Entusiasta il giudizio di Massimo D’Alema. “Bravissimo, parole autentiche. Ottimo e abbondante. L’obiettivo 10 per cento è più vicino”.
Il clima da incoronazione era già chiaro stamattina, quando un grande applauso lo ha accolto all’arrivo in un Atlantico gremito per l’assemblea nazionale “C’è una nuova proposta” per la formazione della lista unitaria di sinistra che comprende Mdp, Sinistra italiana e Possibile.
“La partecipazione è una bella cosa. Fa ben sperare”, ha detto il leader in pectore della nuova formazione arrivando all’assemblea.
Secondo gli organizzatori, sono presenti 5mila persone, buona parte delle quali in attesa fuori dal palazzetto. Grandi applausi anche all’arrivo della leader Cgil Susanna Camusso.
Una standing ovation ha accompagnato le parole di Roberto Speranza, coordinatore di Mdp, che aprendo il suo intervento si è rivolto a Grasso, dicendo: “C’è un filo rosso fra le nostre generazioni, molti ragazzi della mia età hanno cominciato a fare politica dopo gli attentati a Falcone e Borsellino. E noi siamo orgogliosi del fatto che tu sia qui. Significa che siamo dalla parte giusta, per le stesse ragioni che mi hanno portato ad avvicinarmi alla politica”.
E ancora: “Chi siamo dovremo spiegarlo nei pochi mesi che ci aspettano prima delle politiche. Noi siamo innanzitutto quelli del lavoro, siamo il movimento del lavoro. Perciò – ha aggiunto il leader di Mdp – sono contento che ci siano Cgil, Cisl e Uil e organizzazioni dell’impresa. Il lavoro in questi anni è stato umiliato, svilito, i diritti sono stati compressi ed è esplosa la parola precarietà . Ma la parola precarietà non basta più, va usata la parola sfruttamento”.
Dal palco Civati si è rivolto a Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista. “Altri stanno allestendo coalizioni da incubo, in cui c’è dentro tutto: Minniti con Bonino, Merkel con no euro. Noi saremo rigorosi”, ha assicurato.
“C’era chi diceva ‘mai con Alfano’, patrimoniale, ius soli. E allora perchè poi va con Alfano, con chi non vuole lo ius soli, con chi quando nomini la patrimoniale gli viene un colpo? Il mio appello è: Giuliano, dove campo vai?”.
Fratoianni ha ribadito la necessità di cancellare subito l’accordo con la Libia sui migranti. “Da questa assemblea chiediamo subito la cancellazione dei vergognosi accordi di Minniti con la Libia se non vogliamo quella bancarotta dell’umanità di cui ha parlato il Papa”, ha detto, sottolineato come una “sinistra degna di questo nome deve alzare la bandiera di un welfare universalistico che non lasci indietro nessuno, in un Paese dove negli ultimi anni sono stati 11 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure perchè non se le poteva permettere”.
(da “Huffingtonpost”)
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