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“INDAGATO A SEGUITO DI QUERELA”: LA FIRMA DI DI MAIO SULLA NOTIFICA ATTESTA CHE MENTE QUANDO DICE CHE NON GLI E’ STATA NOTIFICATA

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

PER IL LUI “IL CASO E’ STATO ARCHIVIATO PER DIRITTO DI CRONACA”, MA NEL VERBALE SI FA INVECE RIFERIMENTO ALL’IMMUNITA’ PARLAMENTARE CHE GLI E’ SERVITA PER BLOCCARE L’AZIONE GIUDIZIARIA

“Non mi è stata notificata alcuna querela, ma solo una richiesta di nomina di difensore”. Reagisce così Luigi Di Maio all’accusa di aver utilizzato l’immunità  parlamentare, strumento sempre contestato dai 5Stelle, per sfuggire a una querela ricevuta dalla giornalista di Qn Elena Polidori inserita in una lista nera consegnata all’Ordine dei giornalisti.
Così, rispondendo colpo su colpo, la cronista, assistita dall’avvocato Stefano Parretta, diffonde il documento con il quale il candidato premier grillino nomina in effetti il suo legale ma dove si legge anche: “Luigi Di Maio indagato nel procedimento penale nr.23136/17 R.G. N.R. Mod.21, rubricato a seguito della denuncia querela presentata…”.
Nonostante questa documento Di Maio insiste: “Alcuni giornali continuano a sostenere che io mi sia avvalso dell’immunità  parlamentare per sfuggire alle querele di un gruppo di giornalisti. È falso. In merito alla querela ricevuta, e archiviata dal gip di Roma, i fatti sono i seguenti: la Procura non mi ha mai contestato alcun reato; non mi è stato mai notificato il decreto di archiviazione e non ho mai avuto accesso agli atti. Dunque non ho potuto nè invocare l’immunità , nè rinunciarvi. Il giudice che ha archiviato ha evidentemente ritenuto applicabile il diritto di critica, riconosciuto a tutti i cittadini”.
Nel decreto di archiviazione in realtà  si fa riferimento all’articolo 68 della Costituzione, cioè all’immunità  parlamentare, e non dell’articolo 21, ovvero del diritto di critica, non vi è traccia nel verbale.

(da “HuffingtonPost”)

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VIOLENZA SESSUALE AGGRAVATA SU UNA 14ENNE: ARRESTATO CONSIGLIERE COMUNALE DI LAMEZIA DI FORZA ITALIA

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

LUIGI MURACA, 49 ANNI, AGEVOLATO DA UNA “SITUAZIONE DI DIFFICOLTA'” DELLA VITTIMA

L’orco indossava la giacca e la cravatta e sedeva in consiglio comunale, a Lamezia Terme, fino a due settimane fa quando l’amministrazione sciolta due settimane fa per infiltrazioni mafiose.
Questa volta, però, la politica e la ‘ndrangheta non c’entrano. C’entrano abusi e violenze sessuali che la Procura contesta al consigliere nei confronti di una 14enne.
Al termine di un’inchiesta condotta dal Gico e dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e coordinata dal procuratore di Lamezia Salvatore Curcio e dal pm Luigi Maffia, in manette è finito Luigi Muraca, 49 anni, eletto nella lista di Forza Italia, vicino alle posizioni del parlamentare di Ala Pino Galati e, in consiglio comunale, componente del gruppo Alleanza civica con Mascaro.
Per lui l’accusa è violenza sessuale aggravata.
Abusi e violenze sessuali che Muraca avrebbe portato avanti agevolato da una situazione culturale di difficoltà  della vittima che, fino a ieri, difendeva il consigliere comunale negando l’evidenza.
Davanti però alle prove schiaccianti che la guardia di finanza ha raccolto, la minorenne ha ammesso gli abusi subiti confermando quanto già  i magistrati ascoltato “quasi in diretta”. Le indagini degli investigatori hanno fatto il resto confermando i sospetti degli abusi su minore da parte del consigliere comunale che è anche dipendente della Regione Calabria e che, ieri, è stato accompagnato in caserma.
Gli inquirenti gli hanno chiesto di fornire le spiegazioni su quanto emerso dall’attività  di indagine. Spiegazioni che non sono arrivate e l’interrogatorio di Muraca si è così concluso con un provvedimento di fermo per violenza sessuale aggravata.
L’indagato è stato accompagnato in carcere dove, adesso, è in attesa che il giudice per le indagini preliminari convalidi il fermo ed emetta un’ordinanza di custodia cautelare.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COME SI VINCE UNA CAMPAGNA ELETTORALE? LO SPIEGA IL COORDINATORE DEI SOCIAL DI TRUMP

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

ACQUISTO DI DATABASE DEGLI ELETTORI E CONCESSIONE DEI BIG DATA DEI SOCIAL NETWORK: SPESA 100 MILIONI DI DOLLARI… C’E’ UN PARTITO ITALIANO CHE HA FATTO UN CONTRATTO MILIONARIO

Brad Parscale, il coordinatore dei social di Trump nelle presidenziali, non ha dubbi: si prende un libretto degli assegni e se ne stacca uno da 100 milioni di dollari per Facebook e, in proporzione, per Twitter e Google e si danno le istruzioni che questi service provider eseguiranno disciplinatamente.
Le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi al supplemento Affari e Finanza di Repubblica del regista della campagna elettorale digitale del presidente americano non lasciano spazio alle illazioni e tanto meno alle fake news.
Parscale, che tra l’altro ci toglie ogni illusione sulla complicità  di Marx Zuckerberg, notando come sia stato difficile che i dirigenti del social network non si fossero accorti di una commessa da 100 milioni di dollari, spiega dettagliatamente come si costruisce un implacabile grafo sociale che coinvolga esattamente gli elettori che si vogliono raggiungere: stato per Stato, città  per città , strada per strada.
La sovrapposizione di flussi di big data provenienti da social e da data base locali, acquisiti non si precisa con quale tecnica se non con lo stesso libretto degli assegni, permette di identificare individualmente ogni singolo elettore e raggiungerlo, proprio mentre sta maturando la sua decisione di voto con una rete di volontari che fisicamente battono alla sua porta, sapendo perfettamente non solo cosa pensi ma come parla il loro interlocutore.
La tesi di Parscale viene poi resa ancora più inquietante da un’altra intervista impari proprio di fianco: a Alexander Nix, amministratore delegato di Cambridge Analytica, la tenebrosa società  britannica che supportò lo stesso Trump nella strategia elettorale.
Nix, anche lui senza nessuna contorsione o imbarazzo, descrive chiaramente la mossa vincente del presidente americano: essersi assicurato, anni prima, il più completo e ricco database con i profili di 230 milioni di elettori, con il quale grazie alla concessione dei big data da parte dei social network che erano stati pagati profumatamente, è stato possibile elaborare quelle che lui chiama esotericamente “psicometriche”, con le quale influenzare esattamente quel tipo di elettori che si volevano conquistare, negli stati strategici, nelle contee in bilico.
Siamo dunque a una svolta del gioco elettorale e della stessa democrazia così come l’abbiamo fino a ora conosciuta: più ancora degli interessi materiali, come aveva già  previsto Manuel Castells, nella società  iperconnessa contano gli stati d’animo, anzi conta la capacità  di determinare significati dell’immaginario, scriveva il sociologo catalano. Quella lezione, del tutto snobbata da una sinistra che lungo tutto il Novecento, forse inconsapevolmente, riuscì a stare in campo proprio per la sua capacità  di imporre significati nell’immaginario collettivo, è stata invece assimilata e adeguata proprio dalla squadra del miliardario reazionario divenuto presidente.
La disponibilità  di flussi inesauribili di dati individuali, creati ed elaborati da algoritmi esclusivi determinano una potenza di condizionamento che la tv non poteva nemmeno vagheggiare.
A questo punto il tema è: una potenza di tale impatto e squassante condizionamento può rimanere privata e proprietà  a disposizione solo di chi paga di più?
La stampa, la tv, ma persino il denaro sono stati come potenze sociali sottoposte a regole e vincoli di trasparenza.
La questione non è solo accademica ormai. Infatti il vero messaggio aggiuntivo che l’intervista al nostro mister Nix di Cambridge Analitica ha diffuso era che il personaggio è stato contattato mentre era in Italia.
Che si faceva nel nostro paese in piena vigilia elettorale?
Sembra che un non meglio partito italiano abbia siglato con la sua società  un contratto milionario per l’assistenza dell’imminente consultazione elettorale.
Siamo dunque, anche nel nostro paese, al combinato disposto fra libretto degli assegni e algoritmi. Vince chi usa di più e meglio i due strumenti.
Poi fra qualche anno faremo qualche bel convegno sul come e con chi furono vinte le elezioni del 2018.
A meno che qualcuno, come mostra di fare l’Agcom, l’authority delle comunicazioni, dia segni di permanenza in vita e provi addirittura a essere contemporanea agli eventi, imponendo un osservatorio sulle strategie non pubbliche della comunicazione politica.

(da “Huffingtonpost”)

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MATTEO RENZI E IL CENTROSINISTRA DIMEZZATO

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

L’IMPLOSIONE DEL CENTROSINISTRA E LE RIPERCUSSIONI ALLE URNE

«Adesso le prossime elezioni politiche sono una sfida a due tra il centrodestra e il Movimento5 Stelle»: Bruno Tabacci con il Corriere della Sera riepiloga con poche parole il fallimento della coalizione di centrosinistra certificato ieri dal doppio addio di Giuliano Pisapia e Angelino Alfano, che hanno annunciato entrambi di voler rinunciare a correre con i loro partiti e movimenti alle urne nella coalizione animata dal Partito Democratico di Matteo Renzi.
Nessuno immaginava nemmeno lontanamente che Campo Progressista e Alternativa Popolare portassero in dote tanti voti da poter ribaltare i risultati annunciati delle elezioni, ma visto che il Rosatellum è una legge proporzionale con correzione maggioritaria ogni apporto poteva essere importante nel collegio e nella competizione tra liste.
E invece il PD si trova oggi a dover fronteggiare il ritiro di Pisapia e quello di Alfano e a dover promettere una edizione in tono minore della coalizione, con una lista di sinistra che avrà  dentro ex SEL come Zedda, Smeriglio, Uras, Ragosta, Stefà no e poi una lista centrista con Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin.
Mentre la terza lista alleata sarà  quella di +Europa di Emma Bonino. Oltre ai cespugli dell’Italia dei Valori, dei Verdi e dei socialisti di Nencini.
E questo nonostante le cronache raccontino di tentativi al limite del surreale da parte di Matteo Renzi di convincere Pisapia a rimanere dentro sostenendo di aver convinto Alfano a ritirarsi.
Ha tentato da ultimo anche Paolo Gentiloni, assicurando che il governo sta lavorando con convinzione per portare a casa lo ius soli. Ma niente da fare, tempo scaduto.
«Sono stato sottoposto per mesi a uno stillicidio, non ne posso più – ha detto Pisapia nel vertice con i collaboratori più stretti, in un hotel nel centro di Roma –. Se credevano che avrei fatto da stampella al Pd, mi hanno sottovalutato. E perchè tutte queste promesse non le hanno pronunciate in pubblico?».
Lo ius soli è stata l’ultima goccia. Dopo aver proposto e sostenuto l’approvazione della legge alla Camera nonostante gli ululati di Lega ed estrema destra, Renzi si è improvvisamente accorto che nei sondaggi l’approvazione di quella legge, che di “ius soli” in senso tecnico ha solo il nome — ma è proprio quello a fare paura — avrebbe portato il PD a perdere due punti percentuali.
Una situazione surreale visto che questo tipo di conti di solito si fa prima e non dopo. E che disegna, spiega oggi Massimo Franco sul Corriere della Sera, i contorni di un partito incapace di aggregare:
Il problema è che ormai si erano delineati due campi incompatibili tra loro, e divisi da odi politici irriducibili: anche per questo nessuno si fidava delle garanzie offerte. E agli interlocutori era sempre più chiaro che a loro rimaneva il ruolo residuale dei satelliti, attirati con il miraggio di seggi sicuri soltanto sulla carta. Ma soprattutto, si è sedimentata l’impressione di una riforma elettorale fatta male e con effetti paradossali. Un Pd sicuro di tagliare le unghie al Movimento Cinque stelle e di costringere i frammenti della sinistra a trattare da una posizione di subalternità , si è ritrovato spiazzato.
Ha capito, dalle elezioni in Sicilia a ottobre, che il vantaggio della «sua» riforma andava a beneficio del centrodestra e delle sue capacità  di coalizzarsi; e che, invece dell’inseguimento nostalgico del 40 per cento delle Europee del 2014, e del 41 per cento del referendum perso un anno fa, doveva cercare rapidamente alleati.
L’operazione non è riuscita. E, segnale peggiore per il Pd, il gruppo degli scissionisti di Mdp, più SI e altri,si è compattato intorno a Grasso.
L’arrivo dei seguaci di Pisapia non aggiungerà  granchè in termini di voti; ma simbolicamente accentua l’immagine di un Pd incapace di aggregare. Renzi non sopravvaluta quanto è successo.
Al di là  delle ironie ora sarà  difficile valutare l’appeal elettorale degli uomini che la coalizione di centrosinistra vorrà  portare con sè al prossimo giro.
Pierferdinando Casini, ad esempio, dovrà  anche spiegare le facili intuizioni che avrà  chi farà  sarcasmo sulla presidenza della Commissione banche.
Beatrice Lorenzin, alfiere della campagna sulle vaccinazioni obbligatorie, si presenterà  in campagna elettorale con molti haters al seguito.
Ci sarà  poi una lista di sinistra, con i centristi di Cp, Leoluca Orlando ed ex Sel come il sindaco di Cagliari Zedda, oltre a Socialisti e Verdi: girano già  bozzetti del simbolo “Sinistra e Progresso” con un sole che ride e una rosa.
Infine, i Dem sperano di attrarre i Radicali di +Europa, che domani vedranno Gentiloni per chiedere di dimezzare le firme per presentare liste alle elezioni, ma il cui ok non è scontato. Senza Pisapia, dicono i pasdaran renziani, il leader Dem sarà  più libero di guadagnare terreno al centro.
Ma il centro è il terreno di caccia di Silvio Berlusconi, professionista del settore, e di Luigi Di Maio che si presenta alla liquefazione del sangue di San Gennaro.
Con un’incognita in più: dal 1994 gli italiani al voto hanno punito, spesso severamente, chi si presentava alle urne dopo aver governato.

(da “NextQuotidiano”)

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IL DEPUTATO LEGHISTA SICILIANO INDAGATO PER APPROPRIAZIONE INDEBITA: VAI MUSUMECI, E CINQUE!

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

A INGUAIARLO LE DENUNCE DEI LAVORATORI DELL’ENTE CHE PRESIEDEVA, SENZA STIPENDIO DA SEI MESI

Il quinto deputato adesso ufficialmente indagato è l’unico leghista dell’Assemblea regionale Siciliana, Antonino Rizzotto, detto Tony, eletto a Palermo nella lista FdI-Noi con Salvini: il reato ipotizzato è l’appropriazione indebita aggravata ai danni dei dipendenti dell’Isfordd, l’istituto di formazione per disagiati e disadattati sociali, che fino a luglio era presieduto proprio da Rizzotto, che era anche il legale rappresentante.
Iscritto nei giorni scorsi nel registro degli indagati, come scrive il Giornale di Sicilia, il parlamentare, dopo che, grazie alle indagini del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, il fascicolo è passato da ignoti a noti: a inguaiarlo sono state proprio le denunce dei lavoratori dell’ente finanziato dalla Regione, rimasti senza stipendio per sei mesi e che all’inizio di quest’anno si sono dimessi per giusta causa.
Pochi giorni fa il Servizio gestione dell’assessorato regionale alla Formazione ha revocato il primo finanziamento da 680 mila euro, che l’Isfordd dovrà  restituire.
A rischio anche la seconda tranche. Perchè, secondo un ragionamento condiviso dagli investigatori e dal pm Maria Teresa Maligno, l’ente aveva regolarmente ricevuto il sostegno pubblico per pagare impiegati, docenti, formatori e allievi, oltre ai fornitori di beni e servizi.
Se non lo ha fatto, è evidente che qualcuno quel denaro lo ha preso per sè.
Rizzotto era stato già  eletto nel 2006 all’Assemblea Regionale per MPA dell’ex Presidente Raffaele Lombardo.
Nel 2006 prese 8.149   preferenze, ora che si è candidato con Salvini di voti ne ha presi esattamente la metà : 4mila.
Il segretario regionale della Sicilia occidentale Alessandro Pagano (ex Forza Italia passato per NCD di Alfano e approdato a Noi con Salvini) aveva commentato il risultato di Rizzotto cosi: «Dimostra che Matteo ha fatto tanto in questa campagna elettorale».
Soprattutto ha scelto le persone migliori, certo.

(da agenzie)

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IL PORTAVOCE DI CASAPOUND CHE INNEGGIA AL DUCE MA PRENDEVA LO STIPENDIO DAGLI EBREI

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

GENOVA: GABRIELE PARODI E’ MANAGER DELLA COMPAGNIA MESSINA, MA CON DECENNALE RECENTE PASSATO AL SERVIZIO DELLA ZIM

Nelle scorse settimane un volantino anonimo, firmato “Lavoratori del porto di Genova” chiedeva l’intervento di Assiterminal e Confindustria ipotizzando due situazioni: la prima che la compagnia di navigazione Messina potesse finanziare Casa Pound; la seconda che un alto dirigente della stessa società  fosse un esponente di primo piano di Casa Pound
Alla prima indiscrezione rispondono così i fratelli Messina: “Non abbiano nessuna tessera di partito e non abbiamo mai finanziato Casa Pound”
Più interessante, e per certi versi sorprendente, invece, il secondo punto.
Gabriele Parodi, cinquantenne, manager di primo piano di Messina da un paio di anni, dopo esserlo stato presso altre società  e altri terminalisti, è un dirigente di casa Pound Genova.
Lui stesso il 21 ottobre sul Secolo XIX si definisce “portavoce di Casa Pound” quando annuncia che il suo partito si schiera a fianco dei cittadini di Multedo che boicottano l’accoglienza ai migranti nell’ex asilo Govone.
Ma Parodi è un personaggio particolare che si discosta dalla maggior parte dei simpatizzanti neofascisti che dopo la vittoria in Comune del centro destra sono apparsi, o riapparsi con maggior evidenza, sulla scena genovese.
Passa infatti dal gessato alla maglietta d’ordinanza della tartaruga nera, disquisisce nelle interviste di traffici portuali, mentre nella sua pagina Facebook oltre a foto con Iannone, leader di Casa Pound, e a proclami a favore dell’italianità  e contro lo “ius soli” e l’accoglienza ai migranti, o contro gli operai Fiom, ci sono anche numerosi con post inneggianti a Mussolini.
Nulla di strano per un militante di Casa Pound.
Ma il risvolto curioso è che nella sua vita da manager Parodi è stato per otto anni, fino al 2015, un alto dirigente di Zim , la società  di shipping dello stato israeliano.
Strano che allora non avesse ancora manifestato le sue opinioni politiche, anche perchè chi conosce la Zim sa bene i criteri di selezione che vengono operati prima di avere accesso alla compagnia di Stato, per non parlare dei controlli dei servizi di sicurezza israeliani che devono “certificare” il passato e le idee politiche dei nuovi assunti.

(da agenzie)

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DI MAIO OGGI CI SPIEGA COME ANDRA’ A TRATTARE IN EUROPA: CON UNA PISTOLA PUNTATA ALLA TEMPIA DEGLI ITALIANI

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

IERI SERA I PENOSI “NON SO” DELLA CASTELLI, OGGI LA ROULETTE RUSSA DI DI MAIO: PER LA SERIE AL PEGGIO NON C’E MAI FINE

Dopo la brillante performance di Laura Castelli a Otto e Mezzo in molti si staranno chiedendo qual è la posizione del MoVimento 5 Stelle sull’euro.
È impensabile che la deputata di un partito che punta a governare il Paese si rifiuti di dire cosa voterebbe ad un eventuale e ipotetico referendum sull’euro.
Ieri la Castelli dopo aver detto che “il voto non si dice” ha ammesso che — anche se l’argomento rientra nelle sue competenze (sic) — di non sapere cosa votare. Eppure il tema del referendum per l’uscita dall’euro è un vecchio pallino del M5S, come è possibile questa reticenza nel non voler dire ai cittadini qual è il programma del MoVimento su un tema così importante?
La spiegazione ce la dà  oggi Luigi Di Maio sulla Stampa.
In un’intervista con Ilario Lombardo e Mauro Zaterin il candidato premier del MoVimento 5 Stelle ha definito il referendum sull’euro “una pistola che resta sul tavolo”.
Secondo Di Maio la linea del M5S sull’Europa non è cambiata, ad essere cambiate sono le condizioni all’interno dell’Unione. Il che è vero solo in parte. Perchè se da un lato è ovvio che gli equilibri interni alla UE stiano cambiando per adattarsi al post-Brexit non è vero che sull’euro il M5S non ha mai cambiato idea.
Facciamo qualche passo indietro. Nel 2014 il MoVimento annunciava l’inizio della raccolta firme per una consultazione che si sarebbe dovuta tenere tra dicembre 2015   gennaio 2016.
Secondo i piani originari di Grillo e del M5S l’uscita dall’euro sarebbe dovuta avvenire entro i primi mesi del 2016. Il M5S aveva anche aperto un sito ( fuoridalleuro.com) per promuovere la raccolta firme. Il sito però non è più online.
Altri tempi si dirà . Tempi in cui deputati e senatori del MoVimento facevano apertamente campagna per l’uscita dall’euro senza paura di dire cosa avrebbero votato. Ma è durata poco. Luigi Di Maio ad esempio oltre al referendum consultivo sull’euro si è detto favorevole ad un Euro 2 o all’utilizzo di monete alternative (in realtà  complementari) senza spiegare però se ha in mente una riforma dell’Euro o della creazione di un’Eurozona a due velocità 
Il senso di Luigi Di Maio per le trattative internazionali
Nel frattempo il referendum sull’euro è scomparso dal programma politico del M5S mentre più di recente (magio 2017) Di Maio ha iniziato ad accarezzare il sogno di “cambiare l’Europa” invece che uscire dall’euro.
L’idea espressa nell’intervista alla Stampa è più o meno la stessa.
Di Maio crede che una volta al governo sarà  in grado di andare a battere i pugni sul tavolo europeo e ottenere in breve tempo un radicale cambiamento delle politiche monetarie e fiscali dell’eurozona.
Il che ovviamente è irrealistico, perchè in un Europa a 27 per fare questo servirebbe portare dalla nostra parte la maggior parte dei paesi membri.
Cosa che un programma sovranista e antieuropeista come quello del M5S difficilmente riuscirebbe a fare. Fatta salva l’ipotesi di disgregare l’Unione Europea. Ma allora i problemi sarebbero altri.
Minacciando il referendum sull’euro, per quanto consultivo?
«La consideriamo una extrema ratio. Mentre vedo ampi margini di contrattazione su deficit per favorire la crescita».
M5S ha detto che vorrebbe politiche espansive alla Trump. Coi nostri numeri, è difficile senza violare le regole Ue.
«Non voglio violarle. Voglio ricontrattarle, come di fatto hanno fatto Francia e Spagna. Investono nella famiglia perchè hanno sforato il tetto del 3% per il deficit. Noi non metteremo tasse sulla casa o patrimoniali».
Torniamo al referendum. La vostra credibilità  a Bruxelles sarà  sempre limitata se tenete questa pistola sul tavolo.
«Questo è chiaro. Ma l’obiettivo non è rendere felici gli altri. È fare in modo che nell’ambito dell’Ue gli interessi dei diversi Paesi si ritrovino allo stesso tavolo. È un peso contrattuale».
La meravigliosa idea di Di Maio è quella di usare la minaccia del referendum come extrema ratio per convincere che l’Italia “vuole fare sul serio”.
Se a qualcuno è venuto in mente Nando Mericoni che minaccia di “salire sul Colosseo e buttarsi di sotto” se qualcuno non lo aiuterà  ad andare in America.
Nel film però le cose non finiscono bene per il personaggio interpretato da Sordi che non solo non va negli USA ma finisce in ospedale.
Ma senza pensare ai film basta guardare cosa è successo a David Cameron.
Anche l’ex premier britannico aveva deciso di usare il referendum per l’uscita dall’Unione come arma durante le trattative. Il risultato lo sappiamo: Cameron ha sì ottenuto dalla UE quello che chiedeva ma intanto è stato costretto a indire il referendum e anche se aveva fatto campagna per il remain è stato sconfitto dai leavers
La raffinata strategia di Luigi Di Maio sull’euro
È abbastanza chiaro che sedersi ad un tavolo assieme ad altri ventisei governi minacciando di farsi saltare in aria non sia il modo migliore per ottenere quello che si vuole.
Anche perchè la pistola che Di Maio vuole “tenere sul tavolo” non è puntata contro la UE ma alla tempia dell’Italia.
Mettetevi per un attimo nei panni degli altri primi ministri europei e vi accorgerete che la situazione è disperata ma non seria.
Ma in Italia invece le cose possono andare seriamente male. In primo luogo perchè anche se il M5S fosse al governo questo non significa che avrebbe la possibilità  di condizionare l’esito di un eventuale referendum.
Molte sono le forze politiche che premono per un’uscita dalla moneta unica (in testa la Lega Nord) e anche tra gli elettori del MoVimento ci sono persone che senza dubbio voterebbero per uscire.
La situazione quindi è questa: Di Maio tiene puntata la pistola alla tempia ma non ha nè la possibilità  di posarla nè quella di non premere il grilletto.
Questo lo sanno anche in Europa e senza dubbio non mancheranno di farlo notare al futuro premier pentastellato alla prima riunione.
C’è però un altro enorme problema. Ovvero il significato e le ripercussioni che avrebbe anche solo parlare di referendum sull’euro (figuriamoci poi indirlo per davvero).
Come la prenderebbero i mercati? Se i sondaggi dovessero riportare una maggioranza stabile per la permanenza nell’euro, sui mercati non succederebbe nulla.
Se invece gli italiani si indirizzassero secondo i desiderata di M5S, Lega ed altri partiti favorevoli all’uscita, le cose andrebbero molto diversamente.
Assisteremmo ad un ritorno in grande stile al rialzo dello spread che andrebbe a colpire i titoli di debito italiani, i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle e il governo troverebbe deserte le aste, con conseguente difficoltà  nell’erogare stipendi e servizi (anche se va detto che il Tesoro ha sinora accumulato ingenti riserve che potrebbero essere usate per tamponare la situazione).
Le banche e i bancomat dovrebbero essere chiusi per evitare prelievi di massa, mentre il governo con un decreto d’urgenza dovrebbe bloccare anche i movimenti di capitali.
È difficile immaginare una campagna referendaria serena in un clima emergenziale come questo. Probabilmente la gente terrorizzata si sposterebbe nuovamente verso il “no”, ma nel frattempo il paese avrebbe pagato un prezzo salato.
Tutto grazie alla “pistola” del M5S.

(da “NextQuotidiano”)

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LA MERAVIGLIOSA FIGURA DI LAURA CASTELLI A OTTO E MEZZO

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

LA MASSIMA ESPERTA DI ECONOMIA DEL M5S CHE VUOLE UN REFERENDUM SULL’EURO MA POI DICE CHE NON SA COME VOTEREBBE

Ieri l’onorevole Laura Castelli ha avuto la bella idea di partecipare a Otto e Mezzo per parlare di economia insieme all’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli e con Alessandro Gassman a fare da contorno.
La partecipazione di Cottarelli e le sue domande molto competenti nel merito delle questioni hanno spesso evidenziato una discreta difficoltà  dell’onorevole nel fornire risposte convincenti e nel merito delle questioni.
Ma il non plus ultra si raggiunge al minuto 14 dei video, quando si parla del referendum sull’euro: la Castelli è evidentemente a favore dell’uscita dall’euro ma altrettanto evidentemente non ha intenzione di dirlo pubblicamente.
Questo la porta da un lato a partire in voli pindarici in cui afferma che l’euro è “l’unico modo per fare inflazione ormai” (…), dall’altro a trincerarsi dietro motti del tipo “il voto è segreto” per evitare di rispondere a una domanda legittima nei confronti di chi chiede un referendum, perchè di solito chi lo chiede lo fa per votare sì.
Laura Castelli: “Noi abbiamo detto che vogliamo fare un referendum sull’euro per far scegliere i cittadini, quindi…”
Lilli Gruber: “Lo proponete pur sapendo che non è possibile fare un referendum sull’euro per i trattati internazionali e perchè la Costituzione non lo prevede?”
Laura Castelli: “Ma… in realtà  non è vero. A me la politica in cinque anni ha insegnato che tutto è possibile… Non è vero che certe cose non si possono fare. Si trova sempre il modo. Noi abbiamo raccolto le firme, siamo convinti che si possa fare…
Carlo Cottarelli: “Vabbe’…. Ma siete d’accordo a uscire da soli?”
Laura Castelli: “Non si dice cosa si vota…”
Lilli Gruber: “Se voglio votare per un referendum sull’euro significa che voglio uscire”
Laura Castelli: “Ma vede, non è un tema ideologico è un tema tecnico. Il discorso sarebbe lungo…. e rientra tra l’altro nelle mie competenze. Io credo che l’euro sia stato un problema per il costo del lavoro, per la produttività  delle imprese, l’euro è diventato l’unico modo per fare inflazione ormai… Dopodichè, un conto è dire cosa vuoi fare con l’euro, un conto è dire ‘ce l’avreste un modo per?’. Dovremmo dirlo… non si può banalizzare un tema così. Oggi abbiamo un problema di sovranità , crei titoli di stato che non si riescono a vendere e allora chiama le banche…”
Lilli Gruber: “Ma insomma…lei non mi ha risposto: voterebbe Si o No al referendum che propone?!”
Laura Castelli: “Non lo so”
E della generale indecisione di Castelli si sono accorti anche i suoi fans sulla sua pagina FB che definiscono la sua esibizione “imbarazzante”.

(da “NextQuotidiano”)

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UN’ALTRA GRANDE VITTORIA DELLA GIUNTA RAGGI

Dicembre 7th, 2017 Riccardo Fucile

ANNULLATA LA GARA PER ROMA MULTISERVIZI DELLA GIUNTA RAGGI A CAUSA DEI RICORSI E DEI RILIEVI DELL’ANTITRUST

Ieri la Giunta Raggi ha messo in cascina la 748esima grande vittoria della sua amministrazione: è stata annullata in autotutela dal Dipartimento razionalizzazione del Campidoglio la gara a doppio oggetto da 475 milioni per la scelta del socio privato di società  mista pubblico-privata e per l’affidamento dei servizi di manutenzione, gestione, guardiania e pulizia delle scuole e del verde della città  indetta dalla Giunta Raggi.
Pensate, se la Giunta Raggi non fosse intervenuta per fermare le nefandezze della Giunta Raggi, la situazione sarebbe stata drammatica: la procedura di gara, che era stata ideata dall’ex assessore Colomban della Giunta Raggi per gestire il “dopo” Multiservizi, aveva ricevuto numerosi rilievi dall’Autorità  garante della concorrenza, in quanto lesiva delle norme poste a tutela della concorrenza, ed era già  stata sospesa dal Campidoglio.
D’altro canto la sindaca aveva detto che «seguire le procedure di legge richiede tempo» e che i tempi lunghi ci sono sì, ma «perchè facciamo le gare. Resistiamo alle minacce».
Ora, ci sarebbe da ricordare che qui il tempo è passato ma le procedure di legge non sono state seguite, la gara è stata annullata e le uniche minacce ricevute sono state quelle dei lavoratori a cui è stata promessa la luna e poi si sono ritrovati nel pozzo, ma questi sono dettagli.
L’importante invece è il motivo per il quale la gara è stata bocciata.
L’Antitrust, accogliendo un ricorso presentato da Confartigianato Imprese Roma e altri, aveva evidenziato diversi “vizi” in grado di inficiarne la procedura, chiedendo alla giunta Raggi di adottare entro 60 giorni iniziative per rimuoverli.
Al termine dell’istruttoria, il gruppo di lavoro capitolino ha formulato i nuovi indirizzi per l’indizione di una nuova gara, sui quali dovrà  pronunciarsi l’Assemblea capitolina.
Per la nuova gara sarà  ridefinito il perimetro dei servizi messi a bando, restringendolo al servizio integrato scolastico e lasciando fuori la manutenzione del verde della città  e delle piste ciclabili. Inoltre, saranno inseriti dei meccanismi di riduzione dei corrispettivi dovuti alla società  mista pubblico-privata in caso di mancato conseguimento di uno o più parametri qualitativi stabiliti dal capitolato speciale.
Il giorno dopo lo sciopero dei lavoratori Multiservizi, che ha provocato disagi nelle scuole della capitale, la procedura riparte dunque praticamente da zero.
Ieri amministrazione capitolina e sindacati — ha reso noto il Campidoglio — hanno firmato un verbale di accordo mentre in Campidoglio era in corso la protesta dei lavoratori. Gli indirizzi contenuti nell’intesa, ha spiegato ieri il Campidoglio, trasmessi ad Ama che controlla il 51% della società , riguardano la “ricerca di ogni soluzione idonea a garantire continuità  occupazionale e salariale nei cambi appalto, incluso quello relativo alla refezione scolastica; miglioramento delle performance aziendali che possano portare a una riduzione della pressione sugli organici; revoca immediata della procedura di mobilità  per gli impiegati e per i lavoratori addetti alle pulizie in Atac”.

(da “NextQuotidiano”)

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