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IL SINDACO DI FOGGIA AL CONVEGNO SU TATARELLA: “DONO A SALVINI L’ ASSESSORATO ALLA SICUREZZA” E IL LEADER LEGHISTA IMPALLIDISCE

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

ALL’OSCURO DELLA TRATTATIVA TRA I SUOI ESPONENTI LOCALI E LA GIUNTA DI CENTRODESTRA HA FATTO LA FIGURA DEL PIRLA CHE ALLEVA POLTRONISTI… PROVA A SMENTIRE PER SALVARE LA FACCIA, MA I SUOI CONFERMANO: LA FRITTATA SOVRANISTA E’ FATTA

Il video su Foggia Today è esilarante: ieri, al Teatro Giordano, dove il leader leghista ha partecipato alla presentazione del libro dedicato al compianto Salvatore Tatarella (assieme a Nello Musumeci, presidente della regione Sicilia, e al critico d’arte e assessore dell’Ars, Vittorio Sgarbi) il sindaco di Foggia Landella, con un guizzo ritenuto politicamente poco ortodosso, fa la “concessione”: “Caro Matteo, per rinsaldare il nostro legame, vi dono l’assessorato alla sicurezza”
Gelo e imbarazzo sul volto di Salvini, che chiama immediatamente a rapporto, dietro le quinte, i suoi consiglieri seduti tra il pubblico della sala Fedora per “chiedere conto” dell’annuncio del primo cittadino: sono secondi frenetici, tutti negano.
Il che offre materiale a Salvini per replicare con un certo sarcasmo, nel tentativo anche di allontanare l’immagine di una “Lega poltronista”, quella per cui “se vuoi i nostri voti, devi darci una cadrega”: “Non mi interessano gli assessorati,i doni me li faccio portare da Gesù Bambino”.“
L’esultanza dei minuti precedenti si trasforma in smarrimento. Qualche salviniano mostra soddisfazione: “Ben detto” dichiara a Foggiatoday il coordinatore cittadino, Silvano Contini, “la penso esattamente come Matteo”
Ma i salviniani non avevano chiesto a Landella proprio quell’assessorato? “Si ma non così.”
Insomma: se Landella pensava che il suo gesto sarebbe stato distensivo e chiarificatore rispetto ai rapporti burrascosi con i tre ex civici diventati leghisti a Palazzo di Città , si sbagliava: la sensazione è che, stante la modalità , il movimento si sia indispettito e la confusione acuita.
Ma c’è chi non ci sta a questo atteggiamento da “casco dal pero”.
“I salviniani sapevano eccome” replica a Foggiatoday Bruno Longo, il capogruppo sovranista che esprime in giunta proprio la delega da cedere a Salvini con il genero, Claudio Amorese.
Lo stesso a cui Landella si è rivolto nelle scorse settimane, investendolo del ruolo di mediatore tra le parti.
“Vedendo il muro contro muro ed essendo stato il destinatario della richiesta di aiuto del sindaco per la risoluzione della crisi, ho ceduto una parte importante dell’assessorato dei sovranisti ” conferma Longo a Foggiatoday.
E avverte: “Che sia chiaro: la risoluzione dovrà  essere politica e dovrà  avvenire alla presenza di tutti i partiti della coalizione di centrodestra, compresi i capigruppo, nell’ambito di una riunione che dovrà  tenersi necessariamente dopo il consiglio comunale di lunedì, già  martedì. In quella sede – fa sapere – chiederò la sottoscrizione di un patto che metta la parola fine a questa politica ricattatoria ed estorsiva. Nessuno deve più ritenere che questo atteggiamento di ricatto politico sia premiante. Ora basta”.“
La toppa è peggior del buco: non saremmo quindi di fronte a una donazione ma a un ricatto dei tre consiglieri passati a “Noi con Salvini”.
Forse sarebbe stato meglio tacere.

(da “FoggiaToday”)

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NON SOLO OBAMA, ANCHE TRUMP E’ CONVINTO CHE L’OFFENSIVA IMPERIALISTA DEL CREMLINO SIA REALE

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

MENTRE I POLITICI ITALIANI VENDUTI A PUTIN FANNO FINTA DI NON VEDERE, L’AMMINISTRAZIONE TRUMP E’ PREOCCUPATA E NON VUOLE PASSARE ALLA STORIA COME QUELLA CHE SI E’ ARRESA AI RUSSI

Gli Usa hanno sondato gli alleati Nato, Italia compresa, chiedendo di elaborare ed eseguire una strategia comune, per contrastare l’offensiva Russia finalizzata a destabilizzare le democrazie occidentali.
L’iniziativa, confermata a La Stampa da varie fonti autorevoli, era stata avviata dall’amministrazione Obama, e proseguita da quella di Trump, a dimostrazione del fatto che si tratta di una preoccupazione bipartisan.
Nell’intervista pubblicata ieri, l’ex vice assistente segretario alla Difesa Michael Carpenter ci ha detto che «parlavamo regolarmente con i nostri interlocutori tra gli alleati Nato, inclusa l’Italia, per discutere le operazione di influenza maligna condotte da Mosca».
Carpenter ha dichiarato di non sapere se il tema era stato trattato durante la vista alla Casa Bianca dell’allora premier Matteo Renzi, nell’ottobre del 2016, ma ha aggiunto che lo ritiene probabile.
Una fonte presente a quell’incontro conferma che in effetti il problema fu sollevato, come peraltro accadeva durante tutti colloqui con i leader europei.
L’intelligence americana infatti era arrivata alla conclusione che il Cremlino aveva lanciato un’offensiva a tappeto per destabilizzare l’Occidente e le sue alleanze, come Nato e Ue, allo scopo di promuovere i propri interessi geopolitici.
L’operazione sfruttava le caratteristiche dei sistemi democratici, come il voto e la libertà  di parola, per influenzare il dibattito con fake news diffuse dai social media, ma comprendeva anche rapporti politici diretti e corruzione.
Quindi tutti i leader europei in visita venivano avvertiti del pericolo, e invitati a fare proposte in sede Nato per una strategia comune di difesa. Lo stesso era avvenuto con Renzi, due mesi prima del referendum.
Alcuni elementi di questa strategia sono ripresi nell’articolo pubblicato su Foreign Affairs da Carpenter, insieme all’ex vice presidente Biden.
Il primo punto è rafforzare gli investimenti nella difesa collettiva, per lanciare alla Russia il chiaro segnale che qualunque intervento sul modello di quello in Ucraina non sarebbe più tollerato.
Poi si suggerisce di ridurre la vulnerabilità  dei sistemi politici, digitali, dell’informazione e della finanza, coordinando le intelligence, rafforzando le difese cyber, e monitorando col settore privato le fake news distribuite attraverso i social per bloccarle.
Quindi si consigliava di sorvegliare tanto i contatti politici diretti fra il Cremlino e i vari partiti occidentali, quanto i possibili casi di corruzione.
Questa linea non è cambiata, con la nuova amministrazione, come ha confermato il segretario di Stato Tillerson, quando due giorni fa ha ribadito che i rapporti tra Washington e Mosca non torneranno mai alla normalità , fino a quando la questione ucraina non sarà  risolta.
Si tratta di un punto dirimente non solo perchè rappresenta la prima conquista territoriale fatta in Europa con le armi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma anche perchè è stata la manifestazione finora più violenta della strategia russa volta ad avversare e destabilizzare l’Occidente.
Il presidente Trump non ama che si discuta dell’ingerenza di Mosca nelle presidenziali americane, perchè minaccia di delegittimare il suo successo, e lo espone ai rischi dell’inchiesta sulla collusione condotta dal procuratore Mueller.
Però i consiglieri intorno a lui, a partire dal direttore della Cia Pompeo, sono convinti che l’offensiva russa è reale e va contrastata, e non vogliono passare alla storia come quelli che si sono arresi al Cremlino.
Fonti autorevoli confermano che anche l’Italia è stata sollecitata a collaborare con questa strategia comune, negli ultimi mesi, e dunque in continuità  con quanto era avvenuto durante l’amministrazione Obama.
Le preoccupazioni che ci riguardano in particolare sono due: la propensione dimostrata da alcuni partiti a sostenere il messaggio di Mosca, e la storica frammentazione del nostro popolo.
Questo elemento sotto certi aspetti può rappresentare un vantaggio, perchè nei paesi dove il sistema statale è più rigido è anche più facile influenzare i cambiamenti di linea, una volta infiltrato l’elettorato e condizionato il dibattito.
Dove invece c’è più autonomia, come in Italia, conquistare una regione o un partito non garantisce il successo complessivo dell’ingerenza.
La strategia comune Nato però non è stata ancora varata nei dettagli, e questo ci lascia esposti.

(da “La Stampa“)

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QUANTO SI SOMIGLIANO LEGA E M5S

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

SWG ANALIZZA LA CURIOSA SOVRAPPOSIZIONE IN SEGMENTI ELETTORALI ANALOGHI

Un sondaggio SWG pubblicato oggi dal Messaggero analizza quantitativamente e qualitativamente un curioso fenomeno di sovrapposizione in segmenti elettorali analoghi, in particolare fra gli operai e i disoccupati.
Queste categorie al Nord in gran parte votano per la Lega e nel Centro Sud per i pentastellati.
Secondo gli ultimi sondaggi noti, il 39% degli operai preferisce il simbolo di Luigi Di Maio mentre il 20% si dichiara seguace di Matteo Salvini. Il Pd si colloca intorno al 19%.
La differenza numerica fra Lega e M5S nel consenso degli operai non deve sviare: i pentastellati drenano voti su tutto il territorio nazionale mentre le preferenze per la Lega sono concentrate nelle 5 Regioni settentrionali.
Un sondaggio SWG del 30 novembre distribuisce il podio dei consensi delle periferie con oltre 100.000 abitanti in questo modo: Pd al 25,3%; M5S al 24,5%, Lega al 20,4%. Segue nettamente distanziata Forza Italia al 13,5%.
Un altro risultato interessante del sondaggio è che soltanto il 5% degli elettori del MoVimento 5 Stelle si considera di sinistra, mentre lo slogan “Prima gli italiani”, a cui è sensibile il 30% degli elettori, colpisce buona parte dell’elettorato M5S ma anche una piccola parte di quello di Renzi e Grasso.
E questo nonostante il voto di Ostia, dove la sinistra ha dato indicazione per i 5 Stelle.

(da “NextQuotidiano”)

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LUCA DI MONTEZEMOLO CRITICA RENZI: “DOPO IL REFERENDUM DOVEVA SPARIRE”

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

“IL M5S RAPPRESENTA UN PERICOLO PER L’ITALIA, SONO INCOMPETENTI”

“Premetto che al Paese, in generale, servirebbe una classe dirigente diversa. Dopo di che io considero i Cinquestelle un pericolo per l’Italia. Non hanno esperienza e non hanno competenza”.
E’ l’opinione di Luca Cordero di Montezemolo, intervistato dal Quotidiano Nazionale. “Nel 2012 erano in tanti a chiedermi di entrare in politica. Anche i sondaggi erano incoraggianti. Non l’ho fatto. E non ho rimpianti, una legislatura dopo”, dice Montezemolo, che poi torna su Roma e sul no della sindaca Virginia Raggi alle Olimpiadi: “Io non ce l’ho con nessuno — dice — però nella Capitale ci vivo e vorrei fosse amministrata meglio. Quanto alle Olimpiadi, rifiutarle è stato un atto di pura demagogia, una grande occasione perduta”.
Montezemolo parla anche del segretario del Pd Matteo Renzi. “Al netto dei suoi difetti, è un giovane uomo coraggioso, che in una certa fase storica ha restituito speranza al nostro Paese. Ma non ha capito che in Italia bisogna unire, non dividere. Poi, quando io ero il presidente della Ferrari attorno a me ho chiamato i migliori. Jean Todt, Ross Brawn, soprattutto Michael Schumacher”.
Invece, Renzi “non ha capito che un leader deve circondarsi di gente più brava di lui. Se io avessi nominato Della Valle capo del reparto corse, solo perchè è amico mio e fa le più belle scarpe del mondo, beh, non avremmo mai vinto”.
Sta pensando a Boschi, Lotti o altri? “Mi limito a pensare, senza personalizzare, che Renzi ha fatto quell’errore lì e inoltre dopo il disastro nel referendum doveva andarsene all’estero per due anni, a studiare e a riflettere. Non l’ha fatto e ha sbagliato”.

(da agenzie)

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IL PD E LA PAURA DEI SONDAGGI

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

DEM SOTTO LA “QUOTA BERSANI”, NON SI CAPISCE SU QUALI BASI RENZI PENSI DI RIMONTARE

«Un leader non si fa impaurire dai sondaggi, ma li cambia facendo una battaglia aperta, casa per casa»: Matteo Renzi è battagliero come al solito e sprizza ottimismo da tutti i pori come d’abitudine anche di fronte alle rilevazioni di questi giorni che danno il Partito Democratico in trend negativo e il MoVimento 5 Stelle sempre più primo partito.
L’ex premier non accetta De profundis anticipati e non ha alcuna intenzione di vivere una campagna elettorale da comprimario o, peggio, da agnello sacrificale di voti in uscita verso grillini e centrodestra.
Eppure i due sondaggi pubblicati ieri da Repubblica e dal Corriere della Sera suonano invece come un campanello d’allarme nella minoranza del partito, che ritiene che la strategia del leader stia portando il partito a sbattere contro una delusione che nessuno avrebbe immaginato qualche tempo fa: prendere meno voti del 2013.
«Prima di Natale bisogna convocare una direzione sulle alleanze», avverte Cesare Damiano. A tirar su il morale dei renziani, che lamentano di avere contro anche i grandi gruppi editoriali, è l’idea che presto Grasso «non sarà  più percepito come uomo delle istituzioni, ma come leader di parte e perderà  appeal».
Sarà , ma intanto non si capisce come una difficoltà  di Liberi e Uguali possa portare voti al PD, visto che l’elettorato di sinistra interpreta in maniera piuttosto estensiva il concetto di voto utile e ad Ostia ha deciso di premiare il M5S come baluardo all’avanzata del centrodestra.
Dall’altra parte non sembra ci siano speranze per ricucire con Giuliano Pisapia, come propone oggi Ettore Rosato, padre di quel sistema elettorale che oggi potrebbe portare a un’ampia vittoria il centrodestra e il M5S a recitare il ruolo di primo partito.
Nell’intervista rilasciata oggi a Repubblica, Matteo Renzi ha aggiunto un elemento ulteriore di riflessione: quello dei collegi uninominali e delle sfide a tre (o a quattro) che aspettano il Partito Democratico.
Con buone chanches di vincere se si azzeccheranno candidati legati al territorio e capaci di farsi scegliere e apprezzare al posto di quelli catapultati o sconosciuti. Questo è vero in teoria, difficile nella pratica di un partito che insieme a qualche campione di preferenze che potrebbe tornare a portare voti importanti al partito soffre proprio di una mancata selezione di classe dirigente, come dimostrano le tantissime polemiche in cui si sono infilati i membri della direzione renziana nel loro esordio.
«Abbiamo una base di volontari unica: una rete di 61.597 responsabili di seggio. Metteremo candidati credibili e radicati. Per rispetto alla nostra gente esigo solo una cosa: che il gruppo dirigente del Pd abbia voglia di vincere. Non di partecipare», ha aggiunto Renzi.
“Mi stupisce, invece, che faccia discutere” la percentuale del Pd perchè “da tempo il Pd è sotto la ‘soglia Bersani’, sono 3 anni che il Pd perde tutti appuntamenti elettorali. Ben vagano i sondaggi se si può discutere del fatto che nel centrosinistra c’è un problema non da oggi”, ha invece infilato il coltello nella piaga ieri Pierluigi Bersani.
Nessuno però sembra avere voglia di andarsi a infilare in una nuova trattativa per alleanze che la sinistra non ha intenzione di fare, se non altro per difendere quel 7-8% che potrebbe portare andando da sola secondo i sondaggi.
D’altro canto una sinistra ha senso soltanto se alternativa a Renzi in funzione elettorale, mentre una volta andati a votare le carte potrebbero rimescolarsi da tutti i punti di vista.
StAsera Pietro Grasso farà  il suo esordio in tv da leader di ‘Liberi e Uguali’ e in trasmissione da Fabio Fazio, a quanto si apprende, dovrebbe presentare il simbolo della lista unitaria di sinistra per le elezioni.
Oggi diversi sondaggisti danno LeU vicino al 7 per cento. “Stiamo ingranando”, commenta soddisfatto Nico Stumpo. Di contro, Ipsos di Nando Pagnoncelli, assegna al Pd di Matteo Renzi il record negativo assoluto nei consensi: poco più del 24%.
Un risultato inferiore a quello di Pier Luigi Bersani nel 2013, sebbene quest’ultimo non avesse subito la scissione che il Pd renziano pare stia iniziando a soffrire in termini percentuali. Una situazione da allarme rosso, secondo la minoranza dem. Senza alleanze o desistenze il futuro è grigio.

(da “NextQuotidiano”)

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IL FLOP DELL’ANTICIPO PENSIONISTICO (APE SOCIAL E VOLONTARIA)

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

IN UN ANNO NEANCHE UN ASSEGNO PAGATO DALLO STATO, PESANO I RITARDI DEI DECRETI ATTUATIVI

Da quando è entrato in vigore l’anticipo pensionistico (con la legge di Bilancio dell’anno scorso) lo Stato non ha “staccato” neanche un assegno. Un flop in piena regola, quello dell’Ape, sia Social che Volontaria.
Ne scrive Enrico Marro sul Corriere della Sera.
L’Ape, Anticipo pensionistico, diventato legge un anno fa con la manovra di Bilancio e che doveva scattare dal primo maggio 2017 non ha ancora messo in pagamento un assegno, nè nella versione «sociale», interamente a carico dello Stato e riservata alle categorie più deboli, nè in quella «volontaria», rimessa alla libera valutazione dei lavoratori.
Secondo il Corriere, i ritardi dei decreti attuativi e i severi criteri di accesso determineranno per il 2017 l’ammissione all’Ape social solo per 18mila persone che ne hanno fatto richiesta, stando a quanto riportato da uno studio della Cgil su dati Inps.
Se si allarga l’analisi anche ai lavoratori “precoci”, la Cgil calcola che lo Stato spenderà  quest’anno circa mezzo miliardo in meno di quanto stanziato: circa 90 milioni per l’Ape sociale, contro i 300 stanziati; e 56 milioni contro i 350 destinati ai “precoci”. Il risparmio totale è di 504 milioni.
Ai quali, continua la ricerca della Cgil, se ne aggiungeranno 554 nel 2018, sempre rispetto alle risorse stanziate. Questo perchè nel 2017 verranno accolte in tutto, tra Ape sociale e «precoci» solo 31.290 domande, meno della metà  delle 66mila presentate all’Inps e circa la metà  delle 60mila che il governo aveva stimato un anno fa.

(da “Huffingtonpost”)

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ADDIO DON RIBOLDI, PRETE DEI TERREMOTATI E VESCOVO ANTICLAN: “MAI IN GINOCCHIO, SE NON DAVANTI A DIO”

Dicembre 10th, 2017 Riccardo Fucile

FU VOCE DELLE VITTIME DEL BELICE, POI IN PRIMA LINEA CONTRO MAFIA   E CAMORRA, AVEVA 94 ANNI, UNA VITA PER LA GIUSTIZIA E PER I PIU’ POVERI

Si fece voce dei terremotati del Belice, in Sicilia, che vivevano al freddo nelle baracche. Fu pastore in terra di camorra, in anni in cui i morti si contavano a centinaia.
Prete-terremoto, vescovo anticamorra: è morto monsignor Antonio Riboldi, per tutti don Antonio, vescovo emerito di Acerra (Napoli).
Il decesso oggi, 10 dicembre 2017, all’alba, a 94 anni, a Stresa, in Piemonte, presso la casa dei Rosminiani dove si trovava dalla scorsa estate. A darne l’annuncio la curia di Acerra.
Si è sempre lasciato guidare dalla «volontà  di Dio». Antonio Riboldi, nato il 16 gennaio 1923 in Tregasio, frazione di Triuggio, Brianza profonda, prete rosminiano dal 1951, avrebbe voluto insegnare.
Mentre progetta una carriera accademica, lo spediscono a fare il Parroco nel cuore della Sicilia. Lui punta i piedi: non voglio andare, ho pregato lo Spirito Santo. Risposta del superiore generale: «Non so quale Spirito Santo abbiate pregato: il mio ha detto che partiate entro quarantott’ore».
Il luogo è Santa Ninfa, valle del Belice. Ci resterà  vent’anni, dal 1958 al 1978. In realtà  doveva andarsene nel 1968. Ma arriva il terremoto. Resta, diventando ancor più di prima il pastore, la guida, la speranza di quella gente abbandonata.
Ci si mette anche la mafia: lui grida forte contro i soccorsi mancati e contro chi ruba sulla pelle dei poveri.
Porta i terremotati a Roma da Paolo VI e davanti ai palazzi della politica. Sposta macerie, rilascia interviste, guida marce di protesta. Ammetterà : «Ci fu un tempo che era scomodo portare in giro il nome Riboldi. Mi piovevano addosso insulti, insinuazioni, sospetti. Chi è questo prete? Cosa vuole? Perchè non la smette?».
Dieci anni in prima linea, senza soste.
Nel 1978, passata l’emergenza più grave, dovrebbe tornare al nord. Ma di nuovo c’è per lui un altro disegno. il futuro beato papa Paolo VI lo nomina vescovo di Acerra, nel napoletano, diocesi da anni senza guida. Terra di camorra e di povertà  estrema.
Una Chiesa da ricostruire, sullo sfondo di una sorta di terremoto permanente, fatto di degrado, paura, omertà .
Il brianzolo che sognava l’insegnamento si ritrova a guidare un popolo smarrito, bisognoso di tutto, ma profondamente buono. E lui, con il profeta Isaia, «non tacerà ». Si mette al lavoro per riportare speranza, per strappare i giovani alla camorra, per vincere le paure.
Prima la mafia, adesso la camorra. Riceve minacce, avvertimenti, attacchi. Lo Stato gli assegna la scorta.
Un vescovo sotto scorta nel sud dell’Italia. Non è facile vivere così, il suo è un popolo schiavo. E lui spiega: «Quelli del Nord queste cose le capiscono poco. Fanno di tutte le erbe un fascio, condannano. Ma non sanno che cosa significa aver coraggio, qui. Per capire queste cose bisogna viverle. Io so, per esempio, che se uno sa non lo fanno neanche respirare. Lo zittiscono prima che parli».
Altri vent’anni così, fino al ritiro per i raggiunti limiti di età , nel 2000.
Ma non tace nemmeno allora, continua a viaggiare ovunque lo invitino, a scrivere e a parlare. Non tacerà  mai, fino alla fine, il Vescovo Antonio, pastore di mafia, terremoto e camorra.
Non immaginava e non cercava una vita così. Lo Spirito Santo ha deciso per lui. S’è lasciato guidare, sempre.
Convinto che Dio non abbandona i suoi fedeli. Neanche nei luoghi più difficili e feroci.
Il Prete brianzolo — come amava definirsi — ha testimoniato il Vangelo con il coraggio di un antico profeta.
Non inginocchiandosi mai, se non di fronte a Dio.
Perchè — ha scritto Charles Peguy — «un mondo di inchini non vale la genuflessione diritta di un uomo libero».

(da “La Stampa”)

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