Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL COGNATO DI FINI SCARCERATO A DUBAI, NONOSTANTE IL MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE PER RICICLAGGIO
Giancarlo Tulliani, genero dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, torna libero dopo il pagamento di una cauzione.
Era stato arrestato all’inizio di novembre perchè le autorità emiratine hanno accolto l’istanza di scarcerazione presentata alla fine del mese dall’avvocato che lo assiste negli Emirati.
Tulliani si trovava a Dubai da mesi, dopo che era emerso lo scandalo delle «slot machines» che lo vede accusato di riciclaggio dalla procura di Roma.
Tulliani viveva a Dubai con regolari documenti di soggiorno e un’asserita attività lavorativa nel campo immobiliare (sempre lo stesso).
Con risorse sufficienti a garantirgli anche le frequenti visite della fidanzata da Roma, una dipendente dell’Atac figlia di dipendenti Atac che volava avanti e indietro con gli Emirati, in business class.
Ma all’improvviso tutto è cambiato, dopo l’episodio dei giornalisti che, avendolo rintracciato, lo infastidivano al punto da fargli chiedere l’aiuto della polizia che poi l’ha arrestato perchè su di lui pendeva un mandato di cattura internazionale.
I difensori italiani di Tulliani, Titta e Nicola Madia, da tempo gli consigliavano di rientrare in Italia, mettersi a disposizione della Procura di Roma e attendere l’esito di un processo per riciclaggio che loro ritengono infondato.
Perchè sostengono che i milioni di euro trasferiti dal «re delle slot» Francesco Corallo a Sergio e Giancarlo Tulliani sono tutt’al più una tangente figlia di altri reati: la corruzione, che nel caso andrebbe contestata a Fini e non a loro, oppure un millantato credito o un traffico illecito di influenze.
Tutto prescritto o non previsto dal codice penale all’epoca dei fatti.
Sia a Tulliani che al suo garante sono stati ritirati i passaporti, così da evitare che si allontanino dal Paese. Alla polizia ha dovuto indicare un indirizzo di residenza certo, così da essere facilmente rintracciabile. Le speranze però che rientri rapidamente in Italia si fanno sempre più labili.
Le autorità emiratine potrebbero decidere di estradarlo e consegnarlo alla giustizia italiana solo per una “cortesia istituzionale”, ma di fatto non sono obbligate. Il Parlamento italiano infatti non ha ancora approvato la ratifica del trattato di estradizione con gli Emirati arabi uniti, a differenza di quanto fatto da Dubai ormai nel 2016. Un dettaglio ben noto a Tulliani, così come ad altri latitanti di lusso che dall’Italia hanno scelto quel preciso Paese per mettersi al riparo dalla giustizia.
Da dove possano arrivare i soldi serviti per pagare la cauzione di Tulliani resta un mistero.
Di sicuro, per quel che è noto agli inquirenti italiani, il cognato di Fini aveva un conto presso la Emirates Nbd Bank di Dubai che al 18 agosto 2016 aveva un saldo positivo pari a 633.583 euro.
In parte quel denaro gli è servito per sostenere la sua latitanza dorata. Denaro intoccabile dalla giustizia italiana.
Nel corso della sua permanenza a Dubai, Tulliani aveva anche ottenuto la “resident identity card”, di fatto un documento di identità che gli ha permesso di aprire una società , ottendo così un visto di tre anni, rinnovabile.
Nel caso in cui le autorità locali decidessero di non rispedirlo in Italia, per lui ci sarebbe un’impunità assicurata per almeno i prossimi sei anni.
(da agenzie)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
AL CONFINE TRA ITALIA E FRANCIA, DOVE IL GELO E’ PERICOLOSO QUANTO LE ONDE DEL MEDITERRANEO
Neri nel bianco. Le infradito affondate. Le magliette fradicie. Le mani di ghiaccio. 
Una settimana fa hanno trovato cinque ivoriani a meno cinque, sotto la tettoia d’una centrale elettrica, quota milleotto, ottanta centimetri di neve, abbracciati nell’illusione di non congelarsi. Un’altra notte, c’era una donna incinta col bambino in braccio.
Ormai passano al ritmo di trenta al giorno. Basta il WhatsApp d’uno che ce l’ha fatta, e dai centri d’accoglienza italiani scappano tutti.
Non si passa al Brennero? Niente Ventimiglia? La nuova rotta è scalare i varchi del Piemonte e scendere le vallate di là : 693 nel 2015, dieci volte di più nel 2016, erano già 3.500 quest’estate. Alpi Express. Non c’è bisogno di scafisti della neve – solo qualcuno si fa imbrogliare dai passeur, «200 euro e ti porto io» –, tutti si fidano di qualche volontario o dei valligiani di buon cuore: a Nèvache, il paese s’è organizzato con cibo e coperte, facendo arrabbiare il governo di Parigi («perchè mettete a loro disposizione i punti di ristoro?») e ricevendo invece il sostegno di molte ong («perfino ai gatti randagi si offre una ciotola d’acqua»).
La Lampedusa delle Cozie è la stazione di Brianà§on, 10 km oltralpe. Il mare per arrivarci è l’immenso bianco del Monginevro. Scavalla tutta quell’Africa che non ha mai visto un fiocco di neve: «Non pensavo facesse così freddo», ha detto uno a chi lo soccorreva.
Quando quassù svernerà , spunterà qualche cadavere? «È già successo gli anni scorsi – dice Michele Belmondo, capo della Croce Rossa in val di Susa –, e i migranti erano molti meno. Mi ricordo che a uno han dovuto amputare gli arti in cancrena…».
Snow People. Dalla Costa d’Avorio ai costoni delle montagne, ci provano e ci riprovano.
«Non è facile bloccarli – ammette un agente di Polizia italiano –, perchè non è gente che vuole essere soccorsa, come nel Mediterraneo. Si nascondono, scappano. Senza rendersi conto di rischiare la vita».
Dalla provinciale del Melezet ai sentieri che salgono fin sulle cime, assieme a qualche cartello artigianale che indica la Francia, hanno appeso manifestini con la scritta «danger» e l’allerta in cinque lingue: «La montagna è pericolosa d’inverno, c’è rischio di morire. Per favore, non provarci».Inutile.
Molti hanno già chi li aspetta in Francia. Tutti sanno d’avere 72 ore per giocarsi l’Europa: o la va, o si ritorna veloci ai centri d’accoglienza che, per la legge italiana, entro tre giorni sono tenuti a riprendersi i fuggiaschi.
Nessuno rinuncia alla chance. La gendarmeria francese non va troppo per il sottile, come già a Ventimiglia. A Brianà§on, gli autisti dei pullman navetta per Salice d’Ulzio hanno denunciato d’essere stati bloccati dagli agenti e obbligati a caricare gratis i migranti acciuffati: senza identificazione, senza un documento, basta che li riportino al più presto in Italia…
«Non vogliamo fare i passeur – dicono –, il nostro contratto non prevede che dobbiamo caricare queste persone. Dov’è la nostra sicurezza?».
Le Alpi stanno diventando il secondo Mediterraneo, hanno protestato ieri trecento volontari sui sentieri della nuova rotta. A un certo punto si son dovuti levare le ciaspole, hanno chiamato i soccorsi: c’era un gabonese, semiassiderato, sotto un abete.
E questa è l’Europa civile?
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
IL CANE E’ RIMASTO PER ORE AL GELO ACCANTO AL CORPO, GRAZIE AL BAGLIORE DEI SUOI OCCHI E’ STATO RITROVATO… SE IMPARASSIMO QUALCOSA DA LORO, MAGARI IL MONDO ANDREBBE MEGLIO
È stato il riflesso dei suoi occhi. Le lampade frontali dei soccorritori hanno illuminato un dirupo e improvvisamente eccoli, gli occhi di Leon. Brillavano nel buio.
Era rimasto lì per ore e ore, al gelo, a vegliare il corpo senza più vita dell’uomo che lo aveva amato come nessun altro al mondo.
Leon è un golden retriever, l’uomo che ha vegliato – il suo umano di riferimento – si chiamava Marco Scrimaglio, aveva 56 anni, era ligure e quasi certamente è finito in fondo al pendio dov’è stato trovato per uno scivolone sul giaccio. Tutto questo a Limone Piemonte, in provincia di Cuneo.
Marco aveva organizzato un weekend solitario a Limonetto, frazione di Limone dove aveva una casa di vacanza. Ma domenica era atteso per pranzo dai familiari che vivono a Ventimiglia. Giuliana, la sua compagna di vita e di lavoro (gestivano assieme un’impresa edile specializzata in sicurezza autostradale), non vedendolo arrivare ha dato l’allarme.
I carabinieri che sono andati a cercarlo a casa hanno trovato le valigie già pronte all’ingresso, le stanze chiuse, l’auto parcheggiata lì vicino. E hanno ipotizzato la dinamica più probabile.
Marco deve aver preparato tutto per partire ma prima di mettersi al volante avrà pensato di portare Leon a fare una passeggiata lungo uno dei sentieri che partono dalla sua frazione.
E infatti lo hanno poi ritrovato a circa mezz’ora da casa. Gli è stato fatale il ghiaccio che si è formato nei giorni scorsi anche a bassa quota. Proprio perchè l’intenzione era quella di una passeggiata facile, Marco non aveva addosso nessuna delle attrezzature antighiaccio che usava in montagna da escursionista esperto quale era.
È scivolato per circa duecento metri, non ha avuto scampo.
Leon deve aver piantato le unghie nel ghiaccio per raggiungere il corpo senza ferirsi.
Quando gli uomini del Soccorso Alpino Piemonte e della Guardia di Finanza hanno individuato i suoi occhi era quasi mezzanotte di domenica. Il cane non ha nemmeno abbaiato, solo qualche lamento «che sembrava quasi un pianto», per dirla con i soccorritori.
Si è lasciato accarezzare, gli hanno parlato con dolcezza mentre le sue pupille luccicanti nella notte seguivano le operazioni per riportare sul sentiero il corpo di Marco Scrimaglio, l’umano della sua vita.
Ha seguito a testa bassa quella specie di corteo funebre fino a quando la salma non è partita per l’obitorio.
Marco non si muoveva mai senza Leon, lo portava con sè anche quando il sentiero era ben più impegnativo di quello affrontato per l’ultima volta. Era un appassionato di montagna e a Limonetto non c’è persona che non lo conoscesse, anche perchè – nonostante vivesse a Ventimiglia – da un paio d’anni era attivo nella Pro Loco di cui era tesoriere.
Era anche un delegato, per la provincia di Imperia, della Federazione italiana sport invernali. Insomma, non uno sprovveduto.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
CHE SI PAGHINO 48.000 EURO PER UN ALBERO DI NATALE IN QUELLE CONDIZIONI E’ DIVENTATA LA BARZELLETTA DEI MEDIA NEL MONDO
«Hanno ammazzato Spelacchio, Spelacchio è vivo»: l’ennesima troupe televisiva
presentatasi a Piazza Venezia per un servizio sull’albero di Natale della Giunta Raggi ieri è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Mentre i media di mezzo mondo, complice anche lo svuotamento di notizie del periodo natalizio, si concentra sull’albero della Val di Fiemme — Russia Today l’ha battezzato “toilet brush” — il Comune di Roma “ammette” che Spelacchio è morto e fa sapere che partirà un’indagine per accertare le responsabilità del decesso prematuro.
Secondo il dipartimento Ambiente del Comune, quello di «Spelacchio» è un destino comprensibile: «Da sempre gli alberi di Natale sono recisi e dopo le feste vanno buttati. Nessuno è mai stato ripiantato. Trasportarli con le radici comporterebbe costi spropositati e l’utilizzo di un macchinario speciale che si trova in Germania».
Nel caso specifico dell’abete rosso addobbato in queste festività 2017, «una pianta certificata Fsc (di origine sostenibile) continuano dal dipartimento capitolino — andava abbattuta per consentire la manutenzione del bosco, perchè era diventato troppo fitto».
Dall’altra parte c’è la versione del Trentino, che è ovviamente lontana da quella del Campidoglio: «Come tutti gli anni l’abete è stato tagliato, legato, trasportato, una volta sulla piazza è stato slegato e addobbato — ha spiegato al Corriere Roma Stefano Cattoi dell’Ufficio tecnico forestale della Magnifica comunità di Fiemme -. Noi non puntiamo il dito contro nessuno ma qualcosa a quell’albero è successo. È evidente. Ha subito uno stress troppo grande. In genere in quelle condizioni, come è sempre successo, un abete rosso resiste tranquillamente un mese, un mese e mezzo. E invece questa volta…».
Per questo c’è chi in Campidoglio vuole fare chiarezza. La sindaca ha chiesto ai tecnici comunali un rapporto sull’accaduto, per cercare di accertare le eventuali responsabilità . Qualche punto fermo, gli “007” del Dipartimento Ambiente, lo hanno già stabilito.
Per esempio è stato accertato che l’abete di 22 metri in Trentino era perfettamente sano, come dimostrano le varie schede tecniche vagliate alla vigilia del trasporto dagli esperti del Campidoglio. E anche le fotografie scattate prima che iniziasse il viaggio verso la Capitale mostrano un albero in piena salute.
Qui, spiega il Messaggero, dev’essere avvenuto il fattaccio: secondo le prime ricostruzioni del Comune, lungo il viaggio sarebbe stato coperto solo parzialmente, lasciando la chioma senza protezione. E per questo il grosso delle foglie sarebbe poi venuto giù.
Se così fosse, Palazzo Senatorio potrebbe davvero chiedere di applicare una penale alla ditta che si è occupata del trasporto e del montaggio, al prezzo di 48mila euro (tre volte tanto rispetto all’anno passato).
All’origine di tutto questo caso, anche se molti fanno finta di nulla, c’è The Dark Side of Spelacchio.
Ovvero il fatto che l’amministrazione, quella che “fa le gare e per questo si va lenti” secondo Virginia Raggi, ha fatto un affidamento diretto per l’albero.
L’abete avrebbe dovuto essere posizionato in Piazza Venezia appena venti giorni dopo, il 1 dicembre. Motivo per cui nella determina era prevista la possibilità di procedere d’urgenza con una procedura di affidamento diretto senza gara.
Cosa che pare essere puntualmente avvenuta.
Il giorno successivo alla determina che prevedeva l’indizione della gara è stata avviata la procedura di Trattativa Diretta che ha poi consentito l’affidamento all’Impresa “ECOFAST SISTEMA S.r.l.” del “Servizio di ritiro, trasporto eccezionale, posizionamento di n. 1 abete di 20/22metri circa per il Natale 2017 da collocare a Roma — Piazza Venezia, comprensivo di rimozione e smaltimento al termine delle festività natalizie”. Importo dei lavori: 39.899,24 IVA esclusa.
Curiosamente sotto la soglia dei 40mila euro che per legge obbligherebbero il Comune a indire una gara pubblica.
Non che per il M5S questa sia una novità , visto che qualche tempo fa nell’XI Municipio lavori per un importo complessivo pari a 270mila euro vennero affidati opportunamente frazionando gli importi in contratti di 39.900 euro per rimanere sotto la soglia dei 40 mila euro che permette di poter affidare i lavori senza gara.
A rendere ancora più interessanti le cose c’è il fatto che anche lo scorso anno fu proprio la ECOFAST ad aggiudicarsi l’affidamento per il servizio di allestimento e ritiro dell’albero di Piazza Venezia.
Anche l’anno scorso il Comune a 5 Stelle ha indetto con un certo ritardo (il 10 novembre) la gara. Gara che andò deserta e così il 25 novembre 2016 Roma Capitale si vide costretta dall’urgenza ad affidare il servizio alla ECOFAST.
Ancora una volta procedura di affidamento diretto (perfettamente legale e legittima) e senza gara d’appalto.
Senza nulla togliere alla competenza dell’azienda la decisione di ricorrere a quelli che i 5 Stelle a parti invertite chiamerebbero “i soliti noti” non è certo il segnale della “chiusura della mangiatoia”. Anche perchè dopo aver visto le condizioni dell’albero alla partenza dal Trentino c’è chi ha sollevato il dubbio che il trasporto non sia stato svolto correttamente.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
L’ALBERO ERA PARTITO IN BUONE CONDIZIONI: GLI ESPERTI DELLA VAL DI FIEMME ACCUSANO LA DITTA A CUI IL COMUNE DI ROMA HA AFFIDATO ILTRASPORTO SENZA GARA
“È morto”. Il Comune ha dato il triste annuncio: Spelacchio non ce l’ha fatta a sopravvivere con la sua enorme forza per giungere verde a Natale. È seccato prima.
La sua storia è difficile da raccontare perchè si rischia di inciampare sulle parole.
“L’abete rosso – spiega Ilario Cavada, esperto della Magnifica Comunità della Valle di Fiemme che ha fornito alla Capitale l’albero di Natale – è partito da noi già morto, nel senso che come prassi gli sono state tagliate le radici essendo impossibile altrimenti il trasporto”.
“Pur essendo di fatto morto – prosegue Cavada – l’albero è in grado di restare rigoglioso per un mese e mezzo o due, come sempre avvenuto, garantendo lo scopo estetico per cui è stato messo in Piazza Venezia”.
§Ma qualcosa non ha funzionato, se il gigantesco albero è seccato prematuramente, dopo appena poche settimane, e soprattutto prima di Natale.
“Quando è partito dalle nostre valli – spiega ancora Cavada – era in ottime condizioni, come dimostrato dalle foto. Qui è stato legato correttamente, una manovra necessaria per farlo entrare in un autoarticolato. Escludo che sia seccato così in fretta per colpa del freddo, o, come detto da qualcuno, perchè avvelenato perchè non ci sono evidenti sintomi per avvalorare questa ipotesi”.
“Quello che è successo – continua l’esperto – è che sia stata eseguita non correttamente l’operazione di slegatura della pianta una volta arrivata a Roma, procedura, questa, di estrema delicatezza perchè c’è il rischio di rottura dei rami. Ecco, a mio giudizio, e senza accusare nessuno, la causa di quel che è successo va ricercata in questa fase”.
(da agenzie)
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