Destra di Popolo.net

SI SQUARCIA IL VELO SU USTICA, UN TESTIMONE, MARINAIO DELLA SARATOGA: “ABBIAMO ABBATTUTO DUE MIG LIBICI”

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA VERITA’ SU QUELLA NOTTE DOPO 37 ANNI

Dopo trentasette anni, sul mistero della strage di Ustica si alza un altro velo. Per la prima volta un testimone diretto racconta di una battaglia aerea nel cielo del Tirreno, in cui due Phantom F-4 americani decollati dalla portaerei Saratoga in navigazione al largo di Napoli avrebbero abbattuto due Mig libici la stessa notte in cui esplose il DC9 Itavia con 81 persone a bordo.
Il testimone si chiama Brian Sandlin e nell’estate del 1980 faceva parte dell’equipaggio della Saratoga. Di più, secondo la sua testimonianza (questa sera su Atlantide – La7, ore 21,30), la sera del 27 giugno si trovava nella plancia di comando della nave: “Lanciammo i caccia, completamente armati. E al loro ritorno notammo che non avevano più l’armamento… il capitano Flatley (comandante della Saratoga), attraverso gli altoparlanti ci informò che, durante le nostre operazioni di volo, due MIG libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli”.
Sandlin, che è in pensione e vive in Texas, è pronto a ripetere tutto davanti ai magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage.
Da due anni, gli investigatori stanno cercando di identificare ufficialmente proprio la portaerei di cui quella notte parlarono più volte i radaristi della difesa aerea e nel 1999 la Nato comunicò la presenza al giudice istruttore Rosario Priore, senza tuttavia indicarne la nazionalità .
Nelle conversazioni che quella notte si intrecciarono tra le varie basi radar venne citata anche la presenza in volo di Phantom americani e dal Centro di controllo di Ciampino partirono varie telefonate all’ambasciata Usa di Roma per rintracciare l’addetto militare e capire se la sparizione della traccia del Dc9 fosse collegata ai movimenti dei caccia inquadrati dagli schermi radar.
Il racconto di Sandlin entra a gamba tesa nelle contraddizioni che da quel giorno avvolgono il ruolo della Saratoga.
Della portaerei ancorata nella rada del porto di Napoli esistono foto scattate fino alle 18 del 27 giugno e dopo le 12 del giorno 28. Ma durante la notte dove si trovava? Secondo una prima testimonianza resa formalmente nella sede del Dipartimento di Giustizia americano dall’ammiraglio James H. Flatley III davanti al giudice Priore, la portaerei si allontanò verso un punto imprecisato del Golfo o più lontano per una “prova motori”.
Poi, nella seconda testimonianza resa sei mesi dopo, il comandante della Saratoga smentì se stesso sostenendo di aver letto le carte e di essere certo che la nave non si era spostata dal porto di Napoli.
Cosa ne pensa Sandlin? “Che aveva ragione la prima volta: siamo partiti la sera e rientrati il giorno dopo. Le posso dire che ho avuto molti scambi con il capitano Flatley. Ho un’ottima opinione di lui. È stato un grande capitano. Lo apprezzo davvero tanto. Ma la prima volta non avrebbe detto: “Siamo usciti quella sera e poi rientrati” senza prima controllare”.
Anche sulla versione risibile secondo cui dalla Saratoga nulla si sarebbe visto di quello che accadeva praticamente sulla sua verticale mentre il DC9 esplodeva, perchè i radar erano stati spenti in modo da non disturbare le trasmissioni televisive nella città  di Napoli, Sandlin replica: “Mai, mai era spento. Io ho fatto carriera nella marina mercantile, sono diventato anch’io capitano; ho seguito un corso sul radar. So come funziona… Il radar non può interferire coi segnali televisivi, ma questo è molto meno rilevante rispetto al fatto che parliamo di una portaerei della marina militare americana, con 85 aerei e 5000 marinai, qualcosa che vale due miliardi di dollari. Crede veramente che nel 1980 avrebbero lasciato questo patrimonio senza una difesa adeguata?”.
E sul fatto che incredibilmente il Deck-log, il giornale di bordo della Saratoga sia stato interamente riscritto, Sandlin si mostra addirittura sconcertato:” È davvero scandaloso. È severamente proibito farlo perchè è un documento federale. In caso di errore, durante la redazione, si cancella tracciando una linea, poi si appone una sigla e si annota la correzione. Ma riscrivere l’intero giornale è pazzesco
Ma queste sono le contraddizioni del dopo. Sul momento, a bordo della Saratoga le cose andarono diversamente e del Dc9 nessuno seppe nulla perchè molto semplicemente in quell’isola in mezzo al mare non esistevano cellulari nè internet. “Abbiamo creduto al capitano sulla parola — racconta ancora Sandlin – Abbiamo creduto alla storia dei due Mig libici in assetto aggressivo che avevamo abbattuto. Eravamo militari giovani, orgogliosi di aver abbattuto due Mig: la Libia non piaceva a nessuno. Questo fu il nostro atteggiamento. Tutto l’addestramento che avevamo ricevuto doveva servire proprio a questo. Era il lavoro per cui eravamo stati preparati, dovevamo farlo e lo abbiamo fatto”.
Dei due Mig abbattuti per la verità  parlò sempre anche il colonnello Gheddafi. Attribuendo proprio agli americani la responsabilità  di quanto accaduto quella notte. Ma i sospetti si addensavano sulla Francia, e la pista dei Phantom rimase in secondo piano per tutti questi anni.
Tuttavia, l’ipotesi che sotto il DC9 volassero due caccia non identificati (due Mig) cominciò a diventare qualcosa di più quando vennero analizzati i nastri radar, dove si vedeva chiaramente una doppia traccia.
Esattamente quella doppia traccia su cui hanno lavorato in questi ultimi anni il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il sostituto Erminio Amelio, arrivando fino all’ultimo miglio però.
Senza riuscire a dare corpo allo scenario di guerra aerea nel quale entrano a pieno titolo i caccia francesi che il radar di Poggio Ballone vede decollare e puntare verso il Basso Tirreno e i caccia senza segnale identificativo che vedono i radaristi di Ciampino e attribuiscono a una portaerei americana in navigazione, perchè le loro tracce appaiono e scompaiono in mare. Come accade appunto quando c’è una portaerei operativa.
Perchè Sandlin non ha parlato fino ad oggi? “Avevo paura. Paura che qualcuno mi trovasse morto da qualche parte per overdose, o in un incidente d’auto o buttato giù da un dirupo. Sapevo che mi avrebbero ucciso se avessi parlato. Per questo avevo paura. E gli altri avranno fatto altrettanto per lo stesso motivo. Per paura di essere zittiti, per continuare a vivere tranquilli, perchè il governo non sconvolgesse le loro vite…”.
Ora invece ha deciso di aprire bocca e si augura che anche chi era con lui sul ponte quella sera lo faccia perchè “lo sapevano tutti. Era evidente, tutti l’avevano visto. Non era qualcosa che si potesse nascondere a 5000 uomini sulla nave, non è possibile mantenere un segreto del genere, a meno che non si voglia raccontare la verità . Noi avevamo visto che sotto le ali dei due F-4 non c’erano più armi. Quindi dovevano spiegarci per forza qualcosa. Quando il capitano Flatley ci raccontò dei due MIG abbattuti, prendemmo quell’informazione come la verità , chi poteva saperlo meglio di lui?”.
Già , chi?

(da agenzie)

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NEL SUD TIROLO CHE VOLTA LE SPALLE A VIENNA: “SIAMO ITALIANI DA UN SECOLO, AL MASSIMO CI SENTIAMO EUROPEI”

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

TRA I MERCATINI DI BRESSANONE INDIFFERENTE ALLA PROPOSTA DELLA DOPPIA CITTADINANZA CHE PIACE SOLO AGLI XENOFOBI AUSTRIACI E AL TRADITORE SALVINI

L’unico che sembra davvero interessato è un ragazzotto evidentemente sportivo che sfotte divertito: «Ci rimetterete un sacco di medaglie».
Se davvero gli sportivi altoatesini potranno scegliere la bandiera per la quale gareggiare, quelle sui palmarès italiano nello slittino o nello sci potrebbero davvero essere le conseguenze più gravi del passaporto austriaco che Vienna vuol concedere a tutti i sudtirolesi di lingua tedesca.
O almeno questa è l’impressione al mercatino di Natale davanti al Duomo, che come tutto il resto di Bressanone dà  l’impressione di essere appena uscito dal Dixan.
L’offensiva revanscista del nuovo governo neroblù di Vienna non sembra causare molta emozione, nemmeno fra i montanari appena scesi dal maso per vendere in città  lo speck e il vin brà»lè (però bio, qui sono tutti verdi, anche quelli che i Verdi non li votano).
Il disinteresse è perfettamente bipartisan, giovani e vecchi, sinistra e destra unite nel ritenere la sparata viennese una trovata politica meno solida della panna montata sulla Sachertorte. «Passaporto, quale passaporto? Al Brennero non ce n’è bisogno, non è più tempo di dogane. Noi siamo esseri umani del pianeta terra, e stop», spiegano Manuel, meccanico, e Benjamin, imprenditore, che per l’utopia hanno almeno l’attenuante dell’età , rispettivamente 26 e 28 anni. «Io sono italiana da 46 anni, perchè dovrei diventare austriaca?», chiede Martha, macellaia, sistemando cataste di salsicce dall’aria appetitosa.
«Io non ci vedo nessun vantaggio, sinceramente non abbiamo di che lamentarci», questo è Joseph, verdure bio. «Più che il passaporto austriaco, io aspetto quello europeo», dice Reinhold, custode del Duomo.
E Helga, dal suo banco dove vende addobbi di Natale in vetro ammiratissimi dai bambini (il Natale è la festa dei bambini e dei tedeschi, figuriamoci dei bambini tedeschi), mette il dito nella piaga: «Pagare le tasse a Vienna o a Roma? Preferisco farlo a Roma. Almeno so che ne tornano indietro di più».
Ecco il punto. Gli italiani saranno pure in Alto Adige per diritto di conquista, una volta che vinciamo una guerra, e senza nemmeno essere passati da uno dei soliti plebisciti taroccati specialità  di Casa Savoia.
Però non c’è minoranza più autonoma, foraggiata, rispettata e insomma coccolata di quella tedesca. E gli autoctoni lo sanno benissimo.
Riassume la situazione Gregor, che studia Storia a Innsbruck, ma per arrotondare vende in piazza un vino caldo buonissimo e micidiale: «Siamo italiani da un secolo, non scenderei mai per le strade per un passaporto. Macchè sovranità . Qui, sulla questione, di sovrana c’è solo l’indifferenza».
Un passante commenta cinico (infatti è chiaramente italiano): «Meglio fare i settentrionali dell’Italia che i terroni dell’Austria».
E allora la questione è davvero tutta e solo politica. Peggio: di politica austro-austriaca, con i liberali dell’Fpà¶ che, da bravi populisti, fanno a chi le spara più grosse.
«Ma così il rischio è quello di spaccare la nostra società , di mettere i sudtirolesi gli uni contro gli altri, e Vienna contro Roma», accusa Hans Heiss, storico, consigliere provinciale dei Verdi, della famiglia che gestisce dal 1773 il meraviglioso albergo cittadino, l’Elephant.
«A Vienna i popolari avevano valutato se inserire nel programma la richiesta del doppio passaporto e avevano deciso di no. È uno dei prezzi che hanno dovuto pagare ai loro nuovi alleati. Ma ai sudtirolesi queste manovre interessano poco».
Interessano invece alla Svp. L’impressione è che il partito storico della minoranza tedesca sia stato spiazzato dalla mossa austriaca, che è subito diventata uno spot per i due tosti partitini alla sua destra, la Sà¼d-Tiroler Freiheit e Die Freiheitlichen.
L’eurodeputato Herbert Dorfmann, ovviamente, non ci sta: «Non è vero, la Svp è da sempre favorevole al doppio passaporto. Del resto, l’Italia concede il suo a chiunque possa dimostrare di avere un antenato italiano dal 1861 in poi, quindi non ci sarebbe nulla di strano».
Il problema è come procedere. «A differenza dei liberali austriaci e della destra sudtirolese, noi pensiamo che non abbia senso dire: lo facciamo l’anno prossimo. Bisogna farlo invece in uno spirito di collaborazione, in ambito europeo e dopo un accordo bilaterale italo-austriaco. Da Vienna vorremmo semmai che venga inserito nella Costituzione austriaca il diritto e dovere di vegliare sulla minoranza di lingua tedesca del Sà¼dtirol».
Insomma, con tutta l’umana perfettibilità  del caso, quello dell’Alto Adige è un modello di convivenza che funziona.
Vale davvero la pena di metterlo a rischio per dare a metà  degli altoatesini un altro passaporto, oltretutto dello stesso colore di quello che hanno già ?

(da “La Stampa”)

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AUDIZIONE DI GHIZZONI: “COLLOQUI CON LA BOSCHI, MA NESSUNA PRESSIONE DA PARTE SUA”

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

“FU UN INCONTRO CORDIALE, SI PARLO’ DI UNA EVENTUALE INTERVENTO SU BANCA ETRURIA DA PARTE DI UNICREDIT, MA NULLA DI PIU'”

«Alla fine la ministra Boschi mi chiese se era possibile un intervento da parte di Unicredit su Banca Etruria, per un’acquisizione o una partecipazione nel capitale. Risposi che non ero in grado di dare una risposta nè positiva nè negativa, ma che stavamo esaminando il dossier. Ci lasciammo a fine meeting con questo accordo: l’ultima parola spettava a Unicredit, che avrebbe agito esclusivamente nel suo interesse»: Federico Ghizzoni conferma la versione di Ferruccio De Bortoli sulla storia di Maria Elena Boschi e Piazza Cordusio, escludendo “pressioni” da parte della ministra.
Poi Ghizzoni parla di una mail inviata da Marco Carrai in cui quest’ultimo gli chiede della banca, a cui lui rispose dicendo: “Ti confermo che stiamo lavorando, quando avremo finito contatteremo i vertici di Etruria per una risposta. La risposta alla banca gliel’abbiamo data il 29 gennaio 2015”.
Sulla Boschi Ghizzoni ricorda: “Fu un colloquio cordiale, non avvertii pressioni da parte del ministro Boschi e ci lasciammo su queste basi. Da quel momento in poi non ci sono stati ulteriori contatti, le strutture continuavano a lavorare su un’ipotesi di acquisizione” di Etruria.
La Boschi ha annunciato un’azione civile di risarcimento danni nei confronti di Ferruccio De Bortoli perchè nel suo ultimo libro, “Poteri Forti (o quasi)”, aveva raccontato la vicenda.
Il colloquio con la Boschi si svolse il 12 dicembre 2014. Alla richiesta di confermare quanto scritto nel libro di De Bortoli, Ghizzoni risponde: “L’incontro fu nel 2015 e nel 2014, non ho spiegato che un’altra delle ragioni per cui la ministra mi chiese se potevo valutare un ingresso in Banca Etruria erano le dimensioni della banca. Fu una richiesta che considerai abbastanza normale, ma soprattutto un CEO di una banca come Unicredit deve essere in grado di mettere in chiaro che è la banca che prende la decisione”.
«Da Boschi nessuna pressione»
Poi Ghizzoni racconta che l’analisi fu fatta dai tecnici della banca, senza alcuna pressione: alla fine si decise per il no viste le condizioni dell’istituto di credito.

(da agenzie)

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I SEGRETI DI ROBERTO FIORE, LEADER DI FORZA NUOVA

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DE “L’ESPRESSO”: LA CONDANNA PER EVERSIONE, LA FUGA ALL’ESTERO, LA PROTEZIONE DEI SERVIZI SEGRETI BRITANNICI, 240 DENUNCE IN CINQUE ANNI

Ventuno aprile 1999. All’aeroporto di Fiumicino si materializza Roberto Fiore, condannato per banda armata e associazione sovversiva come capo di Terza posizione. Dichiarato colpevole in tutti i gradi di giudizio, Fiore avrebbe dovuto scontare almeno cinque anni e mezzo di reclusione. Invece è scappato all’estero. E a Londra ha fatto molti soldi con appoggi sospetti.
Quando rientra in Italia è un uomo libero. Ricco. Pronto a guidare un nuovo movimento politico, ma con una sigla diversa: Forza Nuova.
Il passato è la veriTà  giudiziaria che l’attuale leader di Forza Nuova ha potuto ignorare dopo 19 anni di latitanza all’estero. Perchè in Italia cadono in prescrizione perfino le condanne definitive, non eseguibili per scadenza dei termini.
Fiore scappa all’estero nel 1980, a 21 anni, prima di poter essere colpito dalla retata che decapita Terza Posizione. Quando i suoi ex camerati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini vengono accusati della strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 vittime), lui è già  in Inghilterra. Al sicuro, con altri complici. Nel 1982 un giudice britannico respinge la richiesta italiana di estradizione.
Fiore e l’altro leader di Terza posizione, Massimo Morsello, restano liberi anche dopo essere stati condannati in tutti i tre gradi di giudizio.
In Italia intanto Fioravanti e la Mambro, nel tentativo di sottrarsi all’accusa per la strage, inventano un falso alibi, costruito proprio attorno a Fiore e a un altro fondatore di Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, ora ideologo di Casapound.
A Londra , nei quasi vent’anni di latitanza, Fiore e Morsello ottengono appoggi importanti e misteriosi.
La stampa inglese li accusa più volte di aver collaborato con i servizi segreti (MI6). Fiore ha sempre respinto questo sospetto, che però è confermato, nero su bianco, da un rapporto firmato nel 1991 dalla prima commissione d’inchiesta del parlamento europeo su razzismo e xenofobia.
Accuse poi rilanciate in Italia, in particolare, da due importanti esponenti di Alleanza nazionale, Enzo Fragalà  e Alfredo Mantica.
Nel dossier presentato alla commissione stragi, i due parlamentari ricordano la fortissima amicizia tra Fiore e il leader dell’estrema destra britannica Nick Griffin.
Il presidente della commissione stragi, nell’audizione del 2000, mette a verbale una domanda esplicita: «Ritiene che Fiore e Morsello fossero agenti del servizio inglese?».
E Fragalà  risponde: «Non ritengo, c’è scritto, è un dato obiettivo, mai smentito da nessuno…
D’altro canto, altrimenti come si fa a immaginare che due latitanti italiani, segnalati come pericolosi, possano costruire lì in Inghilterra un impero economico con 1.300 appartamenti?».
Oggi l’avvocato Fragalà  non può più cercare la verità  su Fiore: è stato ucciso nel 2010 a Palermo. Per i pm Fragalà  è stato ucciso da Cosa nostra perchè aveva convinto alcuni clienti a collaborare.
La mafia aveva progettato un raid punitivo per dare una lezione a tutta la categoria, ma l’aggressione fu talmente violenta che portò alla morte del legale.
Dunque Fiore, quando rientra a Roma, è un ricco estremista in doppiopetto, che non ha mai dovuto pentirsi del suo curriculum e, nella lunga latitanza, ha stretto rapporti con leader razzisti e neonazisti, servizi segreti e finanziatori rimasti nell’ombra.
Ai giovani italiani si presenta come un fervente cattolico, fedele ai valori della tradizione, perseguitato da imprecisati poteri forti.
Nato a Roma in una famiglia borghese e fascista, è sposato con la spagnola Esmeralda Burgos, padre di undici figli, contrarissimo all’aborto e all’omosessualità .
Nel 2000, pochi mesi prima della morte di Morsello, pubblica un libro con Gabriele Adinolfi (“Noi, Terza Posizione”) dove rivela che suo padre, Amedeo Fiore, combattente per Mussolini a Salò, si sarebbe «offerto volontario per il progetto, poi non realizzato, dei kamikaze italiani».
Il suo nuovo movimento, Forza Nuova, lo fonda nel 1997, quando ancora è a Londra. Lo struttura come un partito nazionale, aprendo le prime 50 sedi provinciali.
Ma già  alla fine del 1999 il capo dell’antiterrorismo, Ansoino Andreassi, sentito dal Parlamento, lo accusa di far parte di una rete internazionale di finanziatori di naziskin. Fiore smentisce e querela, ma non intimidisce il prefetto. Un poliziotto molto esperto, il primo a capire la nuova strategia del terrorista mai pentito: non sporcarsi le mani, non farsi invischiare nelle azioni violente dei giovani di Forza Nuova.
Da allora, il leader è un intoccabile: molte indagini, qualche processo, ma nessuna nuova condanna. A gestire la violenza politica sono i singoli esponenti del movimento, senza legami documentabili con il vertice, che però li difende.
La strategia del doppio binario porta Fiore a presentarsi come leader ufficiale di un partito che partecipa alle elezioni.
Alle comunali di Roma, nel 2001, il primo candidato è un nipote di Benito Mussolini. Negli anni d’oro di Berlusconi, Forza Nuova tratta alleanze elettorali con il centro-destra, con esiti alterni. Nel 2008 Fiore entra nel parlamento europeo, occupando il seggio lasciato da Alessandra Mussolini.
L’Osservatorio sulle nuove destre ha schedato una serie di reati impressionanti. Nell’aprile 1999, a Roma, vengono rinviati a giudizio 25 naziskin per violenze, minacce e istigazione all’odio razziale. Il gruppo fa parte della rete internazionale degli “hammerskin”: il presunto capo-cellula è il responsabile di Forza Nuova a Milano.
Lo stesso Fiore viene inquisito come finanziatore dei neonazisti. Ma tutte le accuse restano poi coperte dalla prescrizione.
Nel dicembre 2000, un anno dopo l’allarme di Andreassi, il neofascista Andrea Insabato resta ferito mentre fa esplodere una bomba all’ingresso del Manifesto, lo storico quotidiano comunista.
Insabato era stato il capo di Terza Posizione nei quartieri romani della Balduina e Monte Mario. «Sono un suo amico», è costretto a dichiarare Fiore a caldo, «ma con Forza Nuova non c’entra nulla».
Già  nel precedente processo per un raid antisemita, a difendere Insabato era stato il fratello avvocato di Fiore.
Negli stessi mesi, a Padova, un gruppo di neofascisti finisce in cella dopo un grosso sequestro di armi ed esplosivi: tra gli arrestati c’è un candidato di Forza Nuova alle comunali.
Nel gennaio 2003 una squadra di affiliati irrompe in una tv di Verona e si esibisce in un pestaggio in diretta di Adel Smith, un musulmano che contestava i crocefissi nei luoghi pubblici.
Nell’aprile 2004, a Bari, 15 forzanovisti vengono arrestati per una serie di raid con mazze, bastoni e catene.
Nel marzo 2005 il candidato di Forza Nuova a Siracusa viene accusato di aver organizzato attentati contro la Cgil e un ospedale.
Nell’aprile 2005 Andrea Rufino e Giovanni Marion, due soci fondatori di Easy London, la succursale italiana delle imprese di Fiore, vengono arrestati per l’arsenale di armi ed esplosivi (con fucili militari e bombe a mano) scoperto in via Nomentana a Roma.
Nel settembre 2007 tredici neofascisti, capeggiati dal responsabile provinciale di Forza nuova, vengono fermati a Rimini mentre cercano di raggiungere un centro sociale con spranghe e taniche di benzina.
Negli ultimi anni crescono soprattutto le violenze contro gli immigrati.
Un esempio recente è l’inchiesta del Ros denominata “Banglatour”, avviata dopo che 80 immigrati bengalesi erano finiti al pronto soccorso per essere stati pestati.
Secondo l’accusa i raid partivano da due sedi di Forza Nuova a Roma. Dove i minorenni venivano «addestrati a usare coltelli e spranghe in una palestra di odio e violenza»
Secondo l’Osservatorio, le vittime sono stranieri poveri, giovani di sinistra, gay e medici: in un assalto in Puglia i forzanovisti gridavano «assassine, criminali» contro le donne ricoverate in attesa di abortire.
Le uniche cifre ufficiali su Forza Nuova nel suo insieme sono state fornite due anni fa dal ministero dell’Interno: in 65 mesi, tra il 2011 e il 2016, ben 240 denunce e dieci arresti. Quattro raid al mese. Un attacco a settimana.
Fiore si è sempre proclamato estraneo a tutti i reati. Rivendica le azioni politiche, anche se apertamente razziste.
Nel 2013, ad esempio, la sezione di Macerata attacca con manifesti xenofobi la ministra Kyenge. E lui li difende: «La Kyenge dovrebbe tornare in Congo, non capisco come abbia ottenuto la cittadinanza».
Tra un’inchiesta e l’altra, Fiore ha fatto strada anche nel mondo degli affari.
I soldi, per lui, sembrano contare almeno quanto la politica. Ma sul tema economico mostra molto meno patriottismo.
In Italia risulta infatti intestatario solo di una piccola società , la Immobiliare Brighton.
Per il resto la visura camerale mostra una sfilza di cambiali e assegni non pagati.
Strano, per un imprenditore che dice di sè: «Sono 40 anni che faccio attività  economica e non mi è stato mai trovato un singolo errore».
Ad alcuni uomini vicini a Forza Nuova qualche macchia deve averla però trovata la guardia di finanza. C’è infatti un filone tutto economico e ancora riservato nell’inchiesta sui pestaggi ai bengalesi.
Nel mirino degli investigatori ci sono cinque imprenditori forzanovisti sospettati di evasione fiscale e false fatturazioni. Gli affari ufficiali di Fiore, dicevamo, sono invece quasi tutti all’estero. Si concentrano in Inghilterra, soprattutto, dove il leader di Forza Nuova è riuscito nell’ardua impresa di creare un impero finanziario mentre era latitante.
«Abbiamo cominciato lavando piatti nei ristoranti e facendo gli autisti di taxi. Poi abbiamo avviato una piccola agenzia. Ma il genio degli italiani, si sa, porta oltre».
Così lo stesso Fiore ha spiegato l’origine delle sue ricchezze: una rete di società  specializzata in viaggi-studio a Londra, forte di proprietà  immobiliari e di due marchi noti nel settore, London Orange e Easy London.
Al presunto genio italico, però, si aggiunge una massiccia dose di opacità  finanziaria. Fanno infatti riferimento a Fiore e ai suoi sodali tre strutture britanniche di trust (società  fiduciarie, dove i titolari possono restare anonimi) nelle cui casse sono affluite centinaia di migliaia di sterline.
Soldi entrati per anni come donazioni anonime. E poi finiti a società  possedute direttamente dalla famiglia del leader di Forza Nuova.
Solo negli ultimi quattro anni, per citare un caso, un trust intitolato all’Arcangelo Michele ha incassato 475 mila euro da elargizioni liberali in Gran Bretagna.
Chi ha mostrato tanta generosità  nei confronti del leader neofascista? Mistero. Di certo buona parte di questi soldi è stata poi girata a Rapida Vis, Futura Vis e Comeritresa, tutte aziende controllate dalla famiglia Fiore.
L’attività  economica del leader di Forza Nuova non è però circoscritta al solo Regno Unito.
Il patriota Fiore ha fatto rotta anche su Cipro, uno dei più rinomati paradisi fiscali europei. Per cinque anni, fino al gennaio del 2016, Fiore è stato infatti azionista della Vis Ecologia, società  che si occupa ufficialmente di «riciclo di materiali», ma che ha tutte le caratteristiche della scatola vuota: zero dipendenti, niente sito internet, sede negli uffici di uno studio di commercialisti locali.
Le visure camerali dicono che l’impresa è stata registrata a Cipro «per scopi fiscali»: risparmiare sulle tasse. Ma è impossibile sapere quanti soldi abbia gestito: la società  non ha mai depositato un bilancio. E Fiore non ha voluto rispondere alle domande de L’Espresso.
D’altronde questa non è la sua unica ambiguità .
Attraverso l’associazione Alexandrite, il neofascista romano ha di recente organizzato viaggi in Crimea di alcune imprese italiane che hanno poi deciso di trasferire lì la produzione. Non proprio il massimo per chi definisce la globalizzazione «un evento nefasto della storia».
Come l’Unione europea, di cui però Fiore ha fatto parte dal 2008 al 2009 come parlamentare, con tanto di finanziamento pubblico da 600 mila euro incassato dalla Apf, la coalizione di estrema destra presieduta dal politico romano.
Con gli stranieri, che a parole Forza Nuova vuole bloccare, intanto fa affari attraverso la società  Gruppo Italiana Servizi Postali, un’azienda privata di spedizioni che ha come partner tecnologico Western Union, il servizio di money transfer prediletto dagli immigrati.
Eppure proprio Gruppo Italiana Servizi Postali è una delle società  più importanti della galassia neofascista: tra i fondatori c’è il figlio di Fiore, Alessandro, mentre l’attuale azionista di maggioranza è l’ex candidato Beniamino Iannace, socio del leader nero in vari altri business in giro per il mondo.
Affari e proclami. Slogan per la patria e soldi all’estero. Con altri intrecci, ancora da esplorare: tifo e periferie.
Perchè molti dei giovanissimi soldati di Roberto Fiore oggi vengono arruolati tra i giovani dei quartieri di Roma Nord, San Giovanni, Appio, ma anche nelle borgate dimenticate dalla politica. E sugli spalti dell’Olimpico. Nella curva nord della Lazio, in particolare. E da qualche tempo anche tra gli ultras della Roma.
La ragazza che ha partecipato al blitz sotto le redazioni di Espresso e Repubblica, per esempio, fa parte degli Irriducibili della Lazio.
Una fetta di tifoseria che si è fatta conoscere per le posizione violente, razziste, antisemite, xenofobe.

(da “L’Espresso”)

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LA QUARTA GAMBA, BERLUSCONI SI COPRE IL FIANCO CON “NOI PER L’ITALIA”

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

QUAGLIARIELLO LASCIA, LA LORENZIN NICCHIA, RINASCE LA DC

La gestazione è stata un po’ lunga: sono servite scissioni (come quella in Ap), riunioni allargate e ristette, discussioni sul nome.
Ma alla fine, la fantomatica quarta gamba del centrodestra – di cui si parla sin da quando a luglio l’allora ministro Enrico Costa si dimise dal governo per tornare all’ovile di Arcore – ha visto la luce.
La denominazione scelta inizialmente era ‘Italia per le libertà ‘ ma poi qualcuno ha obiettato che suonava troppo simile a quel ‘Popolo delle libertà ‘ nato dal berlusconiano predellino, e alla fine la scelta è ricaduta su ‘Noi con l’Italia’.
Il simbolo della lista, scritta bianca su fondo blu con fascione tricolore, è stato presentato martedì all’hotel Minerva di Roma dai suoi ‘soci fondatori’: Raffaele Fitto, che assume anche il ruolo di presidente, Saverio Romano (vice) Maurizio Lupi (che ne sarà  il coordinatore), Flavio Tosi, Enrico Zanetti ed Enrico Costa.
Insomma, ad eccezione dell’esponente pugliese, tutti ex azzurri o montiani che in questi mesi hanno sostenuto i governi targati Pd.
In realtà , nel ruolo di ‘settimo cavaliere’ ci sarebbe dovuto essere Gaetano Quagliariello che però alla fine ha deciso di prendere le distanze.
“‘Idea’ – spiega – era disponibile a un accordo tra tutte le realtà  che si proponevano di allargare i confini del centrodestra, se si fosse trattato di un accordo federativo tra diversi e non della creazione di un nuovo partito”.
Raccontano che la rottura sia avvenuta in una riunione notturna lunedì in cui Fitto e Lupi si sarebbero presentati con gli organigrammi già  pronti e l’idea di creare un direttivo in cui sedesse un componente per ognuno dei fondatori: un organismo paritario in cui, dunque, lo stesso Quagliariello non avrebbe avuto nessun ruolo di spicco.
Della ‘quarta gamba’ ha deciso di non far parte neanche Stefano Parisi, leader di Energie per l’Italia, che però si era allontanato dal progetto già  da qualche giorno.
“Non servono cartelli elettorali di palazzo composti da chi ha governato fino a oggi con la sinistra”, osserva.
Lo stesso Parisi, tuttavia, tiene aperto ancora il dialogo soprattutto con Lorenzo Cesa che, con Mastella e Rotondi, dovrebbe dare vita ad una ulteriore lista di centro, ma sotto il simbolo scudocrociato.
“Il dialogo è ancora aperto con tutti”, assicura comunque Enrico Costa. Nonostante si tratti ancora di un cantiere, a premere perchè non ci fossero ulteriori rinvii è stato proprio Berlusconi attraverso il fidato Niccolò Ghedini, vero regista di tutta l’operazione.
Una fretta dovuta anche alla necessità  di chiudere la partita prima dello scioglimento della legislatura: nei prossimi giorni, infatti, sarà  annunciata la trasformazione del gruppo parlamentare che si chiamerà  ‘Scelta civica – Noi con l’Italia’, espediente che consente di evitare la raccolta delle firme.
Resta il difficile obiettivo del 3%, soglia minima per conquistare seggi. “Grazie a noi – assicura però Fitto – il centrodestra può raggiungere quel 40% necessario a governare”. Costa nega che si tratti di un progetto nato “in laboratorio”. “Ci chiamano quarta gamba – sostiene – perchè la coalizione ha bisogno di equilibrio e stabilità “.
Ma c’è fermento al centro, anche sul fronte di coloro che puntano a un’alleanza con il Partito democratico.
Se Lupi è tornato nel centrodestra, Beatrice Lorenzin, che dopo la separazione detiene il simbolo di Alternativa popolare, guarda al centrosinistra.
Ma chiarisce, non ha nessuna intenzione di creare una ‘ridotta’. “Non siamo la quarta gamba e non lo saremo. Se devo fare una roba di cespugli, sto a casa con i miei figli”, afferma la ministra della Salute.
“Io – spiega – sto cercando di mettere in campo qualcosa di diverso, in modo quindi da superare Ap, andare oltre, allargarci. Insomma, realizzare un nuovo progetto, un nuovo soggetto politico che manterrà  la stessa coalizione ma che sappia raccontare la straordinaria stagione di riforme”.
Come a dire ‘sono pronta a metterci la faccia e a guidare questa lista, ma non da sola’.
I suoi interlocutori in questo progetto sono Casini, Dellai, Tabacci, Bombassei, ma anche altre realtà  locali.

(da “Huffingtonponpost”)

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COMICHE NATALIZIE: A GENOVA PER IL PRESEPE LITIGANO FORZA ITALIA E LEGA E ALLA FINE NON SI FA

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

NESSUNO DEI DUE VOLEVA CEDERE ALL’ALTRO LA MOZIONE E LA PRIMOGENITURA DELL’INIZIATIVA DI ALLESTIRE IL PRESEPE IN COMUNE

Penosa lite tra Forza Italia e Lega Nord a Palazzo Tursi in Consiglio comunale ha portato al ritiro di una mozione che avrebbe impegnato il sindaco Marco Bucci e la sua giunta a «realizzare in un luogo istituzionale un presepe a cura dell’amministrazione comunale».. La mozione era stata presentata esclusivamente da Forza Italia, con prima firmataria Lilli Lauro, ma la Lega Nord ne avrebbe chiesto il ritiro pur essendo favorevole alla proposta, perchè, hanno spiegato alcune fonti, il Carroccio avrebbe voluto essere a sua volta il primo firmatario della proposta.
Ma i motivi di frizione fra i due partiti hanno riguardato anche altri argomenti nei giorni scorsi: dalla mozione della Lega Nord per l’ingresso del crocifisso in Consiglio comunale, all’ordinanza anti-alcol a Sampierdarena ad alcune dichiarazioni dei vertici della Lega Nord nei confronti di Lilli Lauro.
Il ritiro impedirà  alla maggioranza di riproporla in aula prima di Natale.
Il documento prevedeva che il Comune di Genova per il suo primo presepe istituzionale utilizzasse «possibilmente parte delle figurine storiche conservate nei musei cittadini, che potrebbero rappresentare un ulteriore forte richiamo turistico».
L’ente avrebbe dovuto inoltre «invitare le istituzioni, le aziende comunali e i dirigenti scolastici a favorire la realizzazione dei presepi negli istituti comunali e nelle società  partecipate».
Al grido de “il presepe è mio e lo gestisco io” da parte dei leghisti e dei forzisti in arme, alla fine non se ne farà  nulla.
La prossima volta si daranno legnate con i rami dell’albero di Natale?
Povera città  in mano a sedicenti politici.

(da agenzie)

argomento: Costume | Commenta »

MATTARELLA FA GLI AUGURI E LA RAGGI SI APPISOLA

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

IL TRADIZIONALE INCONTRO NEL SALONE DEI CORAZZIERI PER GLI AUGURI DI NATALE VEDE LA SINDACA IN PLATEA CHIUDERE GLI OCCHI

«Il prezioso assetto pluralistico che ci assegna la nostra Costituzione suggerisce e richiede consapevolezza dell’interesse generale. La sua piena attuazione passa anche attraverso il doveroso concorso di ciascuno alla vita istituzionale e sociale della Repubblica. Questa diffusa e comune responsabilità  repubblicana, oggi, impone il dovere di riflettere sul crinale storico in cui ci troviamo per definire un’idea del nostro Paese nel futuro». §
A dirlo è il presidente Sergio Mattarella nel consueto discorso alle Alte cariche dello Stato. «Le proposte dei partiti in campagna elettorale – ha aggiunto – siano comprensibili e realistiche se si vuole recuperare la fiducia dei cittadini riducendo anche l’astensionismo».
La più alta carica dello stato individua anche il compito di chi oggi ha responsabilità  pubbliche: «quello di elaborare linee di sviluppo sociale ed economico che rispondano» ai «profondi mutamenti, tenendo conto, ancor più che nel passato, della richiesta di maggiore qualità  della vita, dell’esigenza di sicurezza, di equità , di sostenibilità  ambientale. E’ indispensabile, in definitiva, riflettere e dotarsi di una visione sul sistema Paese, su come intendiamo svilupparlo».
«Con apprensione abbiamo registrato alcune manifestazioni di razzismo, antisemitismo, violenza, intolleranza, fanatismo: il nostro Paese dispone degli anticorpi necessari per contenere e respingere il contagio di ideologie e posizioni aberranti, condannate e superate dalla storia»
«Le prospettive dell’Italia e degli altri Paesi europei sono strettamente legate alle vicende dell’Unione. In questo senso vi è una consapevolezza diffusa tra i cittadini. È in corso un’intensa discussione sulle modalità  per rafforzare e sviluppare la costruzione europea. Si è aperta una finestra di opportunità  che va assolutamente sfruttata.
Dobbiamo concorrere a rinsaldare la fiducia all’interno dell’Unione – ha aggiunto il Capo dello Stato – fornendo al negoziato un contributo ispirato all’ambizione e al realismo. La nostra voce risulterà  tanto più autorevole quanto più sapremo fornire l’immagine di un Paese unito, stabile, determinato, capace di mantenere gli impegni assunti».
«Vi è bisogno – ha concluso Mattarella – di Europa in tutti gli ambiti: nella vicenda internazionale così come nel consolidamento di una coscienza comunitaria, a partire da quella sui valori».
«Le sofferenze sono particolarmente accentuate nei numerosi Comuni colpiti dai terremoti. Per molti nostri concittadini si tratta del secondo Natale in condizioni di disagio e difficoltà . A loro esprimiamo vicinanza e solidarietà , ribadendo l’impegno dell’intero Paese al sostegno e alla ricostruzione».
Strana atmosfera al Quirinale
Nel salone delle feste del Colle non si potevano non notare alcuni degli attori delle polemiche di questi giorni aggirarsi a distanza di sicurezza uno dall’altro.
Dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al Governatore di Bankitalia Ignazio Visco fino alla protagonista assoluta Maria Elena Boschi che ha battuto il record di permanenza lasciando il salone per ultima.
Strano clima da fine legislatura oggi al Quirinale: l’atmosfera strideva un po’ con le parole rassicuranti pronunciate poco prima da Sergio Mattarella nel salone dei Corazzieri. Il presidente della Repubblica con il premier Gentiloni al centro, compressi da mille strette di mano e saluti. Padoan e Visco più defilati e rapidissimi nell’andare via. La sottosegretaria, in pizzo verde-petrolio, itinerante tra la folla.
L’ex padrone di casa, Giorgio Napolitano, salutatissimo da tutti, dopo un po’ cede alla stanchezza e sceglie una sedia damascata verso la quale continua l’omaggio dei presenti.
Mancano l’ex premier Matteo Renzi e Silvio Berlusconi che pur erano attesi.
C’è invece la sindaca Raggi che, ripresa in un video, si fa notare per la strenua lotta a tenere gli occhi aperti durante il discorso: cala le palpebre più volte, cerca di reagire, ha un sobbalzo, prova a guardarsi intorno, ripiomba nella crisi da sonno, oscilla.
La lotta impari si conclude quando si alza con gli occhi segnati e si adegua al protocollo.
Per questa volta ce l’ha fatta (o quasi).

(da agenzie)

argomento: Costume | Commenta »

UNA GRANDE VITTORIA DELLA GIUNTA RAGGI, SPELACCHIO FINISCE ANCHE SUL GUARDIAN: “SIMBOLO DELLA DECADENZA DI ROMA”

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

L’AUTOREVOLE QUOTIDIANO BRITANNICO NE PARLA IN UN ARTICOLO DAL TITOLO: “MA QUANTO E’ BRAVA LA GIUNTA RAGGI E QUANT’E’ BELLO L’ALBERELLO”

Una grande vittoria dell’amministrazione M5S a Roma: il caso Spelacchio approda sul Guardian. L’autorevole quotidiano britannico sul suo sito web dedica un articolo e tante foto allo splendido albero di Natale della Giunta Raggi in un articolo dal titolo “’Like a toilet brush’: anger in Rome over city’s lacklustre Christmas tree”, che vuol dire in italiano “Ma quant’è brava la Giunta Raggi e quant’è bello l’alberello”.
“L’albero, che è morto e ha perso i suoi aghi due settimane dopo essere stato eretto in Piazza Venezia nella capitale, è diventato un simbolo di ciò che molti vedono come l’eterna decadenza della città  eterna”, scrive il quotidiano britannico, aggiungendo che “molti romani sui social media hanno puntato il dito per l’imbarazzo contro la sindaca Virginia Raggi, tra i protagonisti del movimento anti-establishment Cinque Stelle”. “Roma è caduta in rovina e degrado negli ultimi anni, con strade piene di buche, mucchi di spazzatura e giardini pubblici incolti dove le erbacce crescono ad altezza d’uomo”, scrive ancora The Guardian, ricordando che “anche papa Francesco ha denunciato lo stato della città ”.
L’articolo su Spelacchio è il secondo più letto della sezione. Questo è chiaramente il 7849127142esimo successo della Giunta

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Costume | Commenta »

ORA SI SCOPRE CHE SPELACCHIO NON E’ STATO “DONATO” MA PAGATO 8.000 EURO, TRASPORTO A PARTE

Dicembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

NEL BANDO SI PARLA DI DONAZIONE, MA C’E’ UN PREVENTIVO DI 8.000 EURO

L’agonia di Spelacchio è l’argomento principe delle cronache romane. Ieri la notizia dell’apertura di un’indagine da parte del Comune sulla vicenda del trasporto e degli eventuali danni subiti dall’albero, mentre Paolo Ferrara ha spiegato che ai romani non interessa questa storia ma l’efficienza nella pulizia della città  e nel trasporto pubblico, forse dimenticando che proprio nella pulizia della città  e nel trasporto pubblico non si vede alcun miglioramento tangibile nell’azione amministrativa del Campidoglio (e a certificarlo è l’agenzia del Comune con un grillino a capo).
Il Messaggero intanto oggi in un articolo a firma di Lorenzo De Cicco getta sul tavolo del dibattito il carico da 11 sostenendo che l’albero è stato pagato ottomila euro, anche se nel bando era considerato invece regalato.
La fornitura di questo abete rinsecchito e mesto è costata 8mila euro più Iva. Così si legge nel preventivo che la comunità  montana del Trentino ha spedito il 24 ottobre scorso al Comune di Roma, un documento di cui Il Messaggero è venuto in possesso. Di più: in questa «offerta preliminare» viene allegata la foto di un «esemplare di abete rosso proposto come albero di Natale».
«La storia della donazione non è partita da noi, è un’imprecisione», conferma Ilario Cavada, il tecnico della comunità  di Fiemme che ha firmato il preventivo. «Le spese le abbiamo fatte pagare».
Fonti del Comune spiegano che la somma è stata inserita nell’appalto per il trasporto della pianta e che la ditta che si è aggiudicata la commessa (a trattativa diretta) avrebbe in qualche modo fatto da intermediario.
L’albero, in ogni caso, non è stato concesso gratis, come si legge invece nella determina del Campidoglio del 13 novembre.
Il costo dell’albero è stato mimetizzato nel computo totale dei 48mila IVA compresa che sono arrivati nelle tasche della ditta che si è occupata del trasporto.

(da “NextQuotidiano”)

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