Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
150 MILIONI DI EURO PER CIRCA 450.000 ADDETTI… AUMENTI DI CIRCA 140 EURO… UNA TANTUM ARRETRATI DI CIRCA 500 EURO
Dopo nove anni di blocco dei contratti è stato sottoscritto al Ministero della Funzione Pubblica a Palazzo Vidoni, l’accordo negoziale riguardante le Forze armate, di Sicurezza e di Polizia.
Il tutto è avvenuto alla presenza dei ministri competenti, il titolare degli Interni, Marco Minniti, la titolare della Funzione Pubblica, Marianna Madia, il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il Guardasigilli, Andrea Orlando, il sottosegretario Pier Paolo Baretta per l’Economia, il sottosegretario Angelo Rughetti che ha la delega dal governo alla trattativa.
Lo ha annunciato lo stesso sottosegretario alla Semplificazione e la Pa Rughetti ricordando che si è giunti a questo risultato “dopo lo sblocco del tetto salariale, quello del turnover e le assunzioni di personale straordinarie, gli investimenti sul riordino delle carriere che ha previsto la stabilizzazione degli 80 euro, il governo, dopo lo stanziamento dei 150 milioni di euro per la specificità di poliziotti e militari, ha riavviato la stagione dei rinnovi contrattuali”.
“450mila lavoratrici e lavoratori del comparto sicurezza e difesa della #PA da oggi hanno un nuovo #contratto. Uomini e donne che ogni giorno assicurano il controllo, la tutela e la sicurezza di tutti noi e dei nostri territori”.
Questo il commento della ministra della Funzione Pubblica, Marianna Madia, che su Twitter ha annunciato la firma del nuovo contratto.
La stessa Madia, più tardi, ha confermato che “gli aumenti del nuovo contratto sono a regime, non una tantum: si va da 125 euro circa al mese per le forze armate, 136 per la Guardia di Finanza, 134 per i carabinieri, 132 per la polizia di Stato e 126 per la polizia penitenziaria. A questi ovviamente si aggiungeranno gli arretrati, che sono annuali, e pari a circa 556 euro per le forza polizia e circa 516 per le forze armate”.
Inoltre, dopo quelli per il comparto sicurezza e difesa “stiamo andando avanti con gli altri 3 contratti che mancano. Ci sono le condizioni per rinnovare il contratto a tutti i dipendenti pubblici, che sono tre milioni e trecentomila” ha concluso Marianna Madia.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
M5S 27,8%, PD 24%, FORZA ITALIA16%, LEGA 13%, LIBERI E UGUALI 6,4%, FDI 5,5%, NOI CON L’ITALIA-UDC 2,2%, BONINO 1,5%, LORENZIN 1,3%
Nel sondaggio di SWG pubblicato oggi dal Messaggero ci sono microspostamenti significativi
nelle forze in campo alle elezioni politiche del 4 marzo 2018.
Gli scostamenti però allarmano il centrodestra, che viene dato in calo, mentre il Partito Democratico recupera qualcosa e cresce il MoVimento 5 Stelle.
La percentuale del 37,3% degli indecisi non permette però di dare alcuna certezza riguardo i prossimi risultati.
Allo stato attuale il centrodestra resta saldamente in testa con il 36,7% dei consensi, anche se subisce una contrazione (-0,5%) rispetto alla scorsa settimana.
E mentre Forza Italia resta sostanzialmente ferma, calano Lega e Fratelli d’Italia che per adesso non sembrano beneficiare più di tanto della campagna elettorale e Noi con L’Italia è molto lontano dal decollo e dalla possibilità di pesare come quarta gamba.
Nella coalizione di centrosinistra il Partito Democratico cresce di quasi mezzo punto e trascina la coalizione dove +Europa di Emma Bonino è ancora lontana dal quorum (così come le altre liste di appoggio).
Chi beneficia della campagna elettorale è invece il MoVimento 5 Stelle che cresce di mezzo punto percentuale tondo tondo mentre Liberi e Uguali con Pietro Grasso perde quasi mezzo punto e sembra lontano dal raggiungimento della doppia cifra posto come obiettivo dagli aderenti.
Per “tradizione e abitudine consolidata” vota ormai una quota ridotta di elettori.
Questo gruppo di persone si posiziona, sostanzialmente, su Forza Italia (15%) e Pd (13%), mentre è poca cosa per Lega (6%) e M5s (4%).
Il “meno peggio”, il partito che, sul momento, convince un po’ più degli atri, è sempre l’ultima ancora di salvataggio per l’elettore deluso.
Un’opzione attiva soprattutto per M5s (16%), Leu (15%) e Forza Italia (13%). Pd e Lega si fermano al 9%.
E gli indecisi come si orientano?
Per loro la partita è dura. Il 29% sta cercando di capire le proposte dei partiti, per trovare quella più condivisibile. Il 22% metterà la croce sul simbolo del gruppo che darà maggiori garanzie di stabilità e governabilità e il 15% si orienterà sul “meno peggio”.
Ben pochi sceglieranno di votare in base alle scelte passate (solo il 3%), mentre il restante 31% brancola nella nebbia.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI AMATRICE FAVORISCE SOLO ZINGARETTI E DANNEGGIA SIA IL M5S CHE IL CENTRODESTRA
Un assessorato a Sergio Pirozzi in caso di vittoria del MoVimento 5 Stelle alle Regionali del Lazio.
La promessa da politico (di solito sono come quelle da marinaio) rimbalza oggi sui giornali, dal Messaggero al Fatto, e sarebbe stata fatta in occasione dell’incontro tra i due candidati dellagggente.
Ovviamente è una promessa strategica — che fonti vicine a Pirozzi bollano come fake news — perchè la candidatura del sindaco di Amatrice va a pescare sì in parte nell’elettorato di centrodestra, ma in parte anche in quello del MoVimento 5 Stelle.
Un assessorato ad hoc per la ricostruzione sarebbe l’offerta a Pirozzi, secondo notizie fatte circolare dallo staff della Lombardi.
I contatti non preludono tuttavia ad alcun ticket: le agenzie che riportavano la notizia precisavano però che il M5S, sul piano nazionale come sul piano locale, resta fermo nella sua contrarietà a qualsiasi alleanza elettorale.
Insomma, c’è un’alleanza ma non c’è, vedete questo coniglio? È un cavallo, che diamine, non ci vedete?
L’offerta a Pirozzi potrebbe però avere ripercussioni sulla corsa per la carica di governatore nel Lazio se e soltanto se l’ex allenatore dell’Urbetevere ritirasse la sua candidatura e indicasse il voto a Roberta Lombardi, che così, senza quarti incomodi, potrebbe correre più convintamente contro Zingaretti considerando l’oggettiva debolezza della candidatura di Stefano Parisi nel Lazio.
Una promessa per dopo le elezioni e in caso di vittoria invece sarebbe difficile da mantenere in ogni caso.
D’altro canto quando in Piemonte Fassino disse di aver perso a causa del voto disperso nelle liste di Grillo, l’allora leader del M5S rispose molto giustamente che avrebbe potuto ritirarsi Fassino lasciando campo libero a loro, così avrebbero vinto.
Alla stessa maniera potrebbe fare Pirozzi: chiedere di ritirarsi a Roberta Lombardi e prometterle l’assessorato alle buone idee.
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
SE IL RICORSO VERRA’ ACCOLTO SARANNO ANNULLATE LE ELEZIONI INTERNE DI MAGGIO E TORNERA’ IL SENATUR CHE E’ PRESIDENTE FEDERALE E GARANTE DEL CARROCCIO
Umberto Bossi lunedì potrebbe svegliarsi segretario della Lega Nord. 
Grazie a un ricorso che mette in dubbio la legittimità della nomina di Matteo Salvini e che è stato discusso e ritenuto fondato ieri dal giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano, Nicola Di Plotti.
La pronuncia arriverà a stretto giro: è stata annunciata entro lunedì mattina.
Il ricorso chiede la sospensione in via cautelativa della “nomina di Matteo Salvini quale segretario federale della Lega Nord”.
Se verrà accolto saranno automaticamente annullate le primarie dello scorso maggio, Salvini tornerà militante semplice e, come prevede lo statuto, l’incarico di segretario sarà ricoperto da Umberto Bossi che oggi è presidente federale e garante del Carroccio.
Il ricorso è stato presentato una decina di giorni fa da un candidato nella lista in sostegno all’assessore della Regione Lombardia, Gianni Fava, che aveva sfidato Salvini alle primarie per la segreteria della Lega.
Nelle quindici pagine presentate al giudice, il candidato denuncia irregolarità da parte di Salvini nella composizione delle liste per le primarie e di aver poi cambiato in corsa uno dei candidati, l’europarlamentare Lorenzo Fontana, vicepresidente della segreteria federale della Lega Nord e componente anche del nuovo partito “Lega per Salvini premier”, insieme a Roberto Calderoli, Giancarlo Giorgetti, Giulio Centemero e lo stesso Salvini.
Ieri all’udienza si erano presentati i cinque testimoni convocati ma il giudice ha preso tempo per leggere le memorie depositate dalle parti.
In poche ore ha deciso che non serviva analizzare altro materiale nè sentire i testimoni, annunciando la pronuncia entro lunedì mattina.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DI MEDIASET PREVEDE LO STALLO POST-VOTO E BENEDICE IL PATTO DEL NAZARENO
Berlusconi è eterno, Gentiloni è affidabile, Renzi è talentuoso.
Fedele Confalonieri è convinto che il futuro a Palazzo Chigi sia nelle loro mani, visto che le elezioni consegneranno uno stallo politico.
In un colloquio con il Fatto Quotidiano, il presidente di Mediaset benedice ancora l’intesa fra Forza Italia e Pd, anche se ora i toni da campagna elettorale li allontanano.Confalonieri non scarta mai l’ipotesi di un Nazareno bis e nomina l’esempio tedesco:
Martin Schulz ha lottato contro Angela Merkel per mesi, anche in maniera feroce. E oggi si stringono la mano per l’ennesima coalizione. Al momento Silvio e Matteo sono divisi, domani vedremo”.
Non fa pronostici, ma a Palazzo Chigi c’è un inquilino che ritiene affidabile.
“Forse quest’anno le elezioni si tengono due volte e così si va avanti con Gentiloni per qualche mese. In Spagna ha funzionato”.
Dopo Berlusconi, secondo Confalonieri, non c’è un altro Berlusconi. Non vede Marina raccogliere il testimone di Forza Italia:
“Puoi clonare le scimmiette cinesi, non il Berlusconi politico”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA DEI “GIOVANI PADANI” LOCALI… POI LA MARCIA INDIETRO DEI VERTICI: “CI DISSOCIAMO E PRENDEREMO PROVVEDIMENTI”
Un fantoccio raffigurante la presidente della Camera Laura Boldrini, con tanto di fotografia
corredata da slogan contro le politiche migratorie, un altro raffigurante il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. sono stati dati alle fiamme ieri sera dal ‘Movimento Giovani Padani’ della Lega, in piazzale Einaudi a Busto Arsizio, in provincia di Varese.
E’ accaduto durante la festa tradizionale in onore della ‘Gioeubia’, ricorrenza popolare del Nord Italia, nella quale si brucia un fantoccio in segno di buon auspicio e che nei secoli ha assunto le sembianze di una strega.
“Gioeubia 2018! Vi aspettiamo questa sera dalle 19 per il falò e risottata in centro!”, avevano scritto i giovani leghisti sulla loro pagina Facebook, sulla cui bacheca hanno postato le immagini di quanto preparato in vista del falò.
Per i vertici provinciale e cittadino della Lega di Varese, quanto accaduto è “goliardia giovanile che non voleva mancare di rispetto all’oramai ex presidente della Camera”.
I dirigenti leghisti ricordano come sia “comunque tradizione in Lombardia bruciare in questo periodo il vecchio per augurarsi un anno migliore che possa andare oltre agli aspetti negativi appena passati”.
Secondo il Carroccio varesino, “il messaggio politico voleva intendere quello di voltare pagina, così come è stato fatto negli anni scorsi con altri rappresentanti politici”.
La polizia ha comunque avviato indagini, volte al momento all’identificazione dei creatori del fantoccio e degli autori del rogo.
Si valuterà poi se nei loro confronti siano configurabili ipotesi di reato.
In serata la presa di distanza. Il coordinamento federale del Movimento giovani padani di Milano ha fatto sapere che si dissocia “nella maniera più assoluta rispetto a quanto accaduto questa sera nella piazza di Busto Arsizio”.
I vertici milanesi del movimento, sottolineano invece che il loro contrasto alle “pessime politiche del governo” avviene “con la sola forza delle idee, non con atti di violenza”.
Il coordinamento, preso atto di quanto accaduto, “provvederà a emanare provvedimenti disciplinari verso i responsabili”, recita una nota che ha valore per l’intera federazione nazionale.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
L’IRA DELLA CROCE ROSSA: DA ANNI CHIEDIAMO UN EDIFICIO
Il sole di mezzogiorno riscalda il sonno dei senzatetto disseminati sulle panchine del lungomare di Ostia. È un piacere effimero.
Quando la luce cala e il freddo gela l’asfalto, la ricerca di un riparo per passare la notte diventa una questione di sopravvivenza, ma nel quartiere sul mare di Roma, grande quanto una città , non c’è nessun tetto per i clochard.
Il «piano freddo» della Capitale, che a Ostia ha ben poco di pianificato, da tre anni si limita alle soluzioni di emergenza fornite dalla Croce Rossa: tre tende da campo, lucide e bianche, montate in un parcheggio di fronte a una scuola e a una biblioteca comunale.
Le macchine dei genitori dei bambini sfilano lì davanti alle sei di pomeriggio, finite le attività del doposcuola, mentre i primi clochard iniziano ad arrivare.
«Da tre anni troviamo le tende qui davanti», dice uno dei genitori che si ferma di fronte all’ingresso con l’auto, in attesa del figlio. «Non mi sembra nè una situazione umana per loro, nè rassicurante per noi». In effetti, spesso, gli ospiti del piccolo campo «hanno problemi di alcolismo», ammettono i volontari che prestano servizio nel campo.
«Sono quasi tutti dell’Europa dell’Est e solo qualche italiano». Pochissime le donne, nonostante una delle tre tende sia riservata proprio a loro. Chi arriva già ubriaco non può entrare, assicurano, ma lo spazio è all’aperto e quindi difficile da controllare. Non è una rarità che l’alcol riesca in qualche modo a eludere i controlli e il rischio, allora, è che si scateni un litigio, talvolta una rissa. «Servirebbe una volante della polizia fissa qui davanti», sostengono genitori e volontari, perchè «i senza tetto hanno difficoltà a relazionarsi tra loro, specie in piccoli spazi comuni come questo».
I volontari, con l’aiuto della protezione civile, preparano nel primo pomeriggio le trenta brandine in file ordinate.
Le coperte colorate, la biancheria stesa su un filo, qualche zaino logoro lasciato in un angolo, una busta di plastica trasparente in cui è stato riposto un pezzo di sapone e un rasoio: sono la testimonianza dei quindici senza tetto ospitati nei primi giorni di apertura delle tende. Il timore è che a breve, grazie al rapido passaparola che scorre sui marciapiedi, i trenta posti possano non essere più sufficienti.
Di certo, tre tende montate in un parcheggio davanti a una scuola «non possono essere considerate un «piano contro il freddo».
Più che una soluzione, è una toppa», dice senza girarci intorno Debora Diodati, presidente della Croce Rossa di Roma. «Per questo chiediamo da anni, insieme alle altre associazioni di volontariato, che venga fornito dal Comune un edificio idoneo». Una struttura confiscata alle mafie, magari, nel quartiere appena uscito proprio da un commissariamento per mafia, o una caserma, una scuola chiusa.
«Sarebbe un bel segnale», dice ancora Diodati, ma «le istituzioni non ci hanno mai ascoltati». Quanto meno, quest’anno il «piano freddo» a Ostia è iniziato in anticipo rispetto al 2017, quando le tende erano state montate a febbraio, poche settimane prima dell’arrivo della mite primavera romana. Un tetto, delle mura, e una porta aperta ai senza fissa dimora già dall’inizio di dicembre è tutto ciò che vorrebbero le associazioni di volontariato. Una richiesta rimasta inascoltata per anni.
Chi soffre maggiormente la denunciata assenza delle istituzioni sono le piccole realtà di volontariato. Ne sono sopravvissute poche.
Qualcuno, come Franco De Donno, ha scelto di entrare in politica. Qualcun altro ha gettato la spugna. La rete ha iniziato a disfarsi dopo l’inchiesta di Mafia Capitale e il commissariamento del X municipio.
Il sistema di Buzzi e Carminati aveva affondato radici velenose proprio nel mondo del sociale. Da quando il marcio si è disfatto, però, sono stati in pochi ad aver trovato il coraggio di affrontare il difficile territorio di Ostia. E senza la presenza delle istituzioni, persino la Croce Rossa Italiana finisce per arrendersi al gelo, con tre tende di plastica in un parcheggio e nulla più.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
UN POMERIGGIO CON UN GIOCATORE: “SMETTO SOLO QUANDO NON HO PIU’ SOLDI IN TASCA”… E LO STATO BISCAZZIERE ROVINA LE FAMIGLIE CHE A PAROLE DICE DI VOLER AIUTARE
Nove minuti e 42 secondi è quanto serve per giocarsi lo stipendio di un operatore di call
center. Mille euro.
Lorenzo se li fuma in una sala gioco di Rivoli, alle porte di Torino, una delle più grandi del Piemonte. Ha 46 anni e alcune imprese. Altre le ha perse, e così case, auto, oggetti di valore. È stato in cura, non ha risolto nulla. «Certi giorni gioco anche 30 mila euro. Se mi fermo è perchè non ne ho più».
Va in giro con un collirio in tasca. «A forza di stare davanti a quegli schermi ho sempre gli occhi secchi».
Un pomeriggio con lui serve a capire quanto ordinanze e leggi concepite per arginare la malattia del gioco d’azzardo rischino di stroncarne solo un angolino, oltretutto il più innocuo, lasciando indisturbati i piccoli casinò.
Le slot machine installate nei bar e nelle tabaccherie – quelle che con le nuove leggi potrebbero sparire – accettano monete da uno o 2 euro e consentono una vincita massima di 100 euro a sessione.
Ogni puntata parte da un minimo di 10-25 centesimi e può variare da 6 a 12 secondi; non si può perdere più di un euro e 50 al minuto.
Le videolottery che prosciugano il conto di Lorenzo accettano banconote fino a 100 euro, ma senza limiti, in compenso sono tarate per consentire una vincita massima di 5 mila euro a sessione, eccetto le poche volte in cui esce il jackpot di sala, che può arrivare a un massimo di 500 mila euro.
Ma soprattutto bruciano soldi a velocità impressionante.
I primi cento euro vanno via in un niente: cinque linee, puntata massima di 2 euro su ciascuna, 10 euro ogni volta che la mano si abbassa sul pulsante. Tredici colpi, dieci perdenti e tre vincenti: 20 euro, poi 40, poi 20. Un minuto e tredici secondi dopo Lorenzo ha bruciato, di fatto, 180 euro.
Non fa una piega, cambia apparecchio e anche gioco: questo si chiama Just Jewel, si tratta sempre di sperare in combinazioni di simboli, disegni, carte. Inserisce 200 euro: 85 secondi dopo il credito è zero.
Il «casinò» di Rivoli occupa una palazzina: al piano terra c’è il bingo e una sala gioco; al primo piano altre slot.
Si sta ammassati in pochi metri quadrati, gli apparecchi uno sull’altro. Eppure c’è un silenzio irreale, quasi ipnotico, rotto soltanto dai jingle degli apparecchi e i colpi dei giocatori.
Ogni volta che la mano batte sul pulsante è una puntata, massimo 10 euro. «Guardali, sono in trance». Muti, fissano gli schermi impassibili, muovono solo una mano ripetutamente per puntare e puntare ancora. Quando hanno perso tutto, con un gesto lento, si sfilano il portafogli e prendono un’altra banconota.
E quando il portafogli è vuoto, non c’è problema: al primo piano ci sono due Pos, al piano terra c’è uno sportello bancomat.
La legge che la Regione Piemonte ha approvato due mesi fa vuole bandire le slot nei bar e tabacchi a meno di 500 metri dai bancomat. Ma qui sono dentro le sale gioco ed è tutto regolare, almeno per ora.
Dopo nemmeno dieci minuti Lorenzo ha polverizzato mille euro. Accanto a lui una coppia sui settant’anni: lui seduto su uno sgabello, lei in piedi gli tiene una mano sulla spalla. Non si dicono una parola.
Quando i soldi sono finiti lei li tira fuori dalla borsa, li inserisce nella macchina e la mano di lui ricomincia a battere. Nessuna gioia per una vincita, nessuna per una perdita. Luci basse, gli addetti svuotano decine di posacenere pieni di mozziconi. Dentro questi stanzoni nessuno parla ma tutti consumano una sigaretta dietro l’altra.
Lorenzo, nel frattempo, ha puntato altri 100 euro. Ne ha vinti 600. Poi 1052. Dall’apparecchio esce una ricevuta: serve per incassare la vincita o reinvestirla nella stessa slot o in un’altra. Allora qualche volta si vince.
«Guarda che siamo sotto. Prima ne avevo persi 1400». Chi non ha la sua dimestichezza perde la bussola. Per lui no.
«Per vent’anni ho giocato nei casinò. Ero loro ospite: alberghi, cene. Ho giocato anche un milione in un colpo solo. Nel 2009 ho detto stop. Un anno dopo ho cominciato a giocare alle Vlt: pensavo fosse più facile addomesticare le mie pulsioni. Sbagliavo: perdevo la cognizione del tempo, non andavo più in azienda». Qualche anno fa ha avuto un aneurisma. «Avevo appena perso 30 mila euro, ero furioso».
Ha trascorso due mesi in ospedale. «Ho capito che dovevo rallentare, raccontavo bugie alla mia famiglia». Ha provato a curarsi. «Non è servito. Cerco di limitarmi: amici e parenti mi controllano, non gioco grandi somme anche perchè non le ho più».
Eppure continua a giocare. E a perdere. Un pomeriggio senza esagerare, 4 mila euro giocati. «Più perdi e più senti che devi recuperare. Allora alzi le puntate, giochi su più macchine. E perdi di più. Giocavo anche su quattro-cinque apparecchi contemporaneamente: 10 euro al colpo, 50 euro ogni due secondi. Sono macchine infernali: finchè erano nei casinò era un conto, ma ora sono dappertutto. Sotto casa. E per tutti. Chi gioca nei bar ci mette tempo a rovinarsi. Lì c’è il titolare, magari qualche cliente ti conosce. In queste sale chi ti vede è nel tuo stesso vortice».
Mentre i Comuni adottano ordinanze per ridurre gli orari di gioco e il Piemonte ha deciso di bandire le slot nel raggio di 500 metri dai luoghi sensibili, le sale gioco prosperano lontane da scuole e ospedali, con i bancomat all’interno, e i Pos che accettano carte di credito, i parcheggi pieni di utilitarie e le stanze invase di pensionati e gente in tenuta da lavoro.
In Italia 50 mila Vlt raccolgono giocate per circa 24 miliardi, tanto quanto le 400 mila slot dei bar.
Eppure il governo sta per autorizzare l’apertura di 5 mila nuove sale videolottery.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IN UN PANORAMA POLITICO DI “ISMI” TOCCA AI GIOVANI RICOSTRUIRNE DEI NUOVI
La costruzione post-ideologica ha funzionato come la goccia cinese: ha scavato un buco profondo nelle democrazie occidentali.
L’effetto desiderato era quello di “svecchiare” un panorama politico carico di rimandi novecenteschi ritenuti ormai desueti per applicare un nuovo sistema economico.
Uno che — auspicabilmente per chi lo ha sostenuto — non avesse la controindicazione del controllo democratico e sociale.
Invece non aver sostituito nulla alla fine delle ideologie ha sortito come unico effetto quello di rivitalizzarne due: il partito dell’ideologia inconsapevole e quello del tentativo della riscoperta.
Così, in un panorama nel quale sembra archiviata la distinzione destra/sinistra e trionfano l’arancione, il fuxia, il verde, l’amaranto, colori della politica dei frammenti che ha preso il posto di quella dei sistemi di valori, metà dei giovani italiani sono orientati ad astenersi. Di un dibattito che non si interessa di loro se non per strumentalizzarli, d’altra parte, cosa se ne dovrebbero fare?
Di una classe dirigente che pensa ancora il mondo del lavoro in termini di imprenditori e dipendenti, cosa se ne fa una generazione che sperimenta l’autosfruttamento?
Di una classe dirigente che pensa ancora che ci sia da scegliere fra il lavoro nell’industria pesante e la tutela dell’ambiente, che cosa se ne fa una generazione che si impegna a costruire dalle università e dai centri di ricerca quell’avanzamento tecnologico che permette la diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario e pure l’ammodernamento e la riconversione ecologica degli impianti?
Di una classe dirigente che pensa a come mantenere la Riforma Fornero o a come riformarla ma senza dare fastidio a nessuno, cosa se ne fa una generazione che per anni e anni lavora senza versare contributi e contemporaneamente vive delle pensioni che già ci sono?
Di una classe dirigente che concepisce la politica solo come disintermediazione o, al versante opposto, solo come centralismo democratico di fedele seguito a coloro che stanno al vertice, cosa se ne fa una generazione che mai come oggi è social, in cerca di condivisione e costruzione di reti, ma alla quale non viene insegnata l’alfabetizzazione politica necessaria a organizzarsi e autorappresentarsi?
Di una classe dirigente che ha ceduto progressivamente tutto il suo potere alle multinazionali, all’economia e alla finanza, cosa se ne fa una generazione che per i colossi della logistica ci lavora e che capisce che sono Jeff Bezos e Mark Zuckerberg i veri decisori?
Che cosa se ne potranno mai fare i giovani di chi li considera a turno dei “bamboccioni”, dei “choosy”, degli “sdraiati”, che li considera cavie per imparare, grazie alle nuove regole europee, “la durezza del vivere” (Padoa Schioppa, 2003), ma poi chiede loro di fare di più e di meglio di ciò che è nelle loro possibilità ?
Si potrebbe continuare a lungo.
Come hanno dimostrato il 4 dicembre 2016, i giovani sanno che anche la rottamazione, come tanti gattopardeschi rinnovamenti venuti prima, era uno specchietto per allodole. Arriverà anche lo smascheramento della democrazia come click online.
Aumentare a dismisura il livello di conflitto politico su questioni di forma più che di merito, etichettare tutto ciò che esce dagli schemi delle èlites come “populismo”, ha prodotto l’effetto desiderato di una fitta nebulosa.
Ma anche quello indesiderato di lasciar intravedere, nella foschia, le cose davvero importanti.
Nel trionfo della post-modernità , a circa dieci anni dalla crisi, quando l’unica ideologia lecita è rimasta la “stabilità ” così che un membro della Commissione Europea può dire impunemente che “il voto italiano è un rischio politico”, ciò che è rimasto ai giovani per orientarsi nella cosa pubblica sono le grandi idee più che le grandi coalizioni: socialismo, capitalismo, comunismo, fascismo persino.
Non stupisce che su La Stampa Letizia Tortello scriva un pezzo intitolato “Per i giovani inglesi il capitalismo è più minaccioso del comunismo”.
Gli “ismi” sono più rassicuranti dei leader costruiti in provetta, sono più eloquenti di una classe dirigente maggiormente interessata a parlarsi addosso che non agli elettori.
Gli “ismi” condizionavano il mondo, erano potenti; erano cioè tutto il contrario degli slogan dell’impotenza che usano i nostri politici, consci di aver sostenuto per troppo tempo che “non c’è alternativa” o che “ce lo chiede l’Europa” e cose del genere, per smentirsi proprio ora sperando di cavarsela.
Gli “ismi” suppliscono al vuoto della politica contemporanea offrendo un orizzonte, una bibliografia per i più colti, una serie di risultati delle ricerche su Google per i più desiderosi di immediatezza.
In un panorama politico pudico di “ismi”, in cui ciascuno sembra vergognarsi del suo, tocca ai giovani denunciarne la scomparsa e ricostruirne di nuovi.
Sono loro ad avere il potere di inserire un terzo elemento in un sistema binario: fra il neoliberismo progressista e il populismo reazionario (definizione di Nancy Fraser) inseriscono l’ecosocialismo, fra l’austerità mortificante e l’eccesso per pochi inseriscono la ricerca del benessere diffuso, fra lo status quo borghese e la guerra a tutto ciò che è società inseriscono la socializzazione delle paure e dei bisogni, fra il modello della competizione sfrenata di tutti contro tutti e quello dell’omologazione inseriscono la ricerca del sè che passa attraverso l’incontro con gli altri.
Fra la destra e la sinistra inseriscono le grandi necessità : fermare il cambiamento climatico, fermare le guerre, fermare l’impoverimento. In alcuni casi ci stanno riuscendo.
Non è un caso che la ricerca fatta sui giovani che preferiscono il comunismo al capitalismo sia stata elaborata da una società di sondaggi con sede in Inghilterra.
La spiegazione che i giovani sarebbero tradizionalmente più “estremisti” e quindi “di sinistra” non regge più: la sinistra socialdemocratica centrista europea, in più di un’occasione, ha dimostrato di possedere il suo zoccolo duro fra gli over 60 non certo fra gli under30.
Oltre ai numeri del voto giovanile strappato (per lo più) all’astensione dei casi di France Insoumise, Podemos e altri, il caso inglese è emblematico.
Il Labour Party di Jeremy Corbyn ha raccolto nel 2017 più del 60% del consenso giovanile. Come abbia fatto lo ha detto lui stesso, dal palco del Festival musicale di Glastonbury lo scorso giugno, davanti a 150mila di quei ragazzi:
“La politica riguarda le vite di tutti noi, e la meravigliosa campagna nella quale sono stato impegnato, […] ha riportato le persone in politica perchè credevano che ci fosse qualcosa in palio per loro. Ma ciò che è stato anche più motivante è stato il numero di giovani che si sono impegnati per la prima volta. Perchè erano stanchi di essere denigrati, stanchi di sentirsi dire che non contano”.
Corbyn ha capito quello che le classi dirigenti italiane non afferrano o fingono di non afferrare: la nostra generazione non ha bisogno solo di essere convinta a votare questo o quello, ma di essere persuasa.
Qui si trova la differenza anche con i qualunquisti: questi ultimi non vogliono convincere nessuno, mentre oggi più che mai è necessario farlo.
Un sistema politico che non offre ai suoi giovani nessuna battaglia che valga la pena combattere davvero, è un sistema politico morto o molto prossimo al decesso. Se non altro perchè l’effetto sperato, quello di sopire i conflitti e condannare all’accettazione, alla rassegnazione e alla solitaria frustrazione silente, sarà sostituito dall’effetto temuto: quello dello scoppio di passioni e pulsioni per altre vie.
Sono passati 40 anni dal ’68, 29 anni dal crollo del Muro di Berlino e mancano poco più di 40 giorni al voto.
Della Guerra Fredda, del ’94, di Nanni Moretti e di Sigonella, di Lenin e di Reagan, potremmo chiederci, come nel celebre ritornello di Gabry Ponte, “che ne sanno i Duemila?”: quest’anno, votano.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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