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DALLA “BAMBOLA GONFIABILE” AI DUBBI SULLO STUPRO DI FIRENZE FINO ALLE MINACCE ALLA FORNERO: I PENSIERI “NITIDI” DI SALVINI SULLE DONNE

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

SARANNO QUESTI ELEMENTI AD AVER “COLPITO” GIULIA BONGIORNO PER ASSICURARSI UNA POLTRONA IN PARLAMENTO

“C’è una sosia della Boldrini qui sul palco”, disse indicando una bambola gonfiabile, “non so se sia già  stata esibita”.
È improbabile che tra i “nitidi pensieri” che l’avvocato Giulia Bongiorno ha detto di apprezzare del suo neoleader Matteo Salvini ci sia anche questo, espresso a luglio 2016 durante la festa della Lega a Soncino.
Di certo però la decisione dell’ex legale di Giulio Andreotti con un passato in politica accanto a Gianfranco Fini sta facendo discutere.
Perchè l’impegno della Bongiorno nella difesa delle donne è ben noto, essendo dal 2007 alla guida della Onlus Doppia Difesa insieme alla conduttrice Michelle Hunziker.
E la sua adesione al progetto leghista stona, e non poco, con diverse dichiarazioni fatte dal leader del Carroccio.
Le discutibili uscite di Salvini all’indirizzo delle donne, e in particolare della presidente uscente della Camera, hanno rappresentato – e abbassato – spesso il livello del dibattito pubblico.
Basti pensare al recente caso di Firenze, dove due turiste americane avevano denunciato a settembre di essere state stuprate da due carabinieri. Vicenda che ha fatto scalpore e su cui la magistratura sta ancora cercando di far luce.
Tuttavia la posizione assunta a caldo da Salvini fu subito a difesa dei militari: “Se due di questi carabinieri a Firenze, in divisa e in servizio, hanno fatto sesso con due ragazze, anche se loro erano d’accordo, hanno fatto un errore enorme e dovrebbero immediatamente lasciare il lavoro e la divisa. Se poi si trattasse di stupro – aggiungeva Salvini – dovrebbero essere trattati come tutti gli altri infami che mettono le mani addosso a donne o bambini”.
Alla fine del suo post su Facebook arrivava però la sua opinione su tutta la vicenda: “Permettetemi però, fino a prova contraria, di avere dei dubbi che si sia trattato di uno ‘stupro’, e di ritenere tutta la vicenda molto ma molto strana. Sono l’unico a pensarla così?”, chiese quasi a voler aizzare i suoi follower a fare commenti poco edificanti.
Polemica che arrivò a distanza di qualche giorno dalla dichiarazione offensiva di un esponente di Noi con Salvini su Facebook in relazione allo stupro avvenuto l’estate scorsa sulla spiaggia di Rimini, vittima una donna polacca. “Ma alla Boldrini e alle donne del Pd, quando dovrà  succedere?”, scrisse Saverio Siorini, che di lì a poco sarebbe andato incontro all’espulsione dal movimento, misura considerata dalle deputate dell’Intergruppo per le donne “insufficiente”.
Tornando al leader della Lega, di certo non piacque al mondo femminile anche il suo attacco alla marcia delle donne con cortei in tutto il mondo a gennaio di un anno fa per protestare contro il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in più occasioni accusato di sessismo: “Che tristezza”, disse Salvini, “vedere queste cantanti multimiliardari che gridano al complotto mette una profonda tristezza. Mettessero a disposizione un po’ dei loro soldi per fare qualcosa. A sinistra se voti come piace a loro sei democratico, se non voti come piace a loro sei populista e razzista”.
Di certo a far discutere più di altre “provocazioni” è stata la bambola gonfiabile “sosia” di Laura Boldrini. Soprattutto perchè, investito dalle polemiche, non si scusò per quel paragone: “Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani. Dimettiti!” con tanto di foto e sopra la scritta “#sgonfialaboldrini”, scrisse su twitter in risposta alla presidente della Camera. Foto e hashtag che sono diventate la copertina del profilo facebook di Salvini.
Alla Sky Salvini aggiunse: “Non chiedo scusa alla Boldrini, i problemi sono Salvini e una bambola? La Boldrini è indegna come politico e come presidente della Camera, e se si dimette domani fa solo un piacere al Paese”.
Parole che fecero piovere sul leader leghista uno scroscio di critiche, anche molto dure, per le sue esternazioni definite “oscene”.
Ma Boldrini non è stata l’unica donna oggetto di violenza verbale da parte di Salvini. Su tutte svetta sicuramente Elsa Fornero, madre della riforma delle pensioni che oggi il leader della Lega si propone di abolire qualora uscisse vincitore dalle elezioni del prossimo 4 marzo. Un abbraccio “a tutte le donne”, disse intervenendo l’8 marzo 2016 a Radio 24. A tutte tranne l’ex ministra del Lavoro del governo Monti: “Alla Fornero niente mimose, bisogna tirargliele addosso”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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HASTA LA VICTORIA, PIERFERDY!

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

CASINI CANDIDATO A BOLOGNA PER IL PD: RIUSCIRA’ LA DOTTA A REGGERE LA PORTATA RIVOLUZIONARIA DELL’EVENTO?

«Ho due figli, uno bello e uno intelligente», era solito dire il famoso rappresentante della corrente dorotea della Democrazia Cristiana sinistra extraparlamentare Antonio Bisaglia riferendosi a Pierferdinando Casini e Marco Follini.
Un giudizio sostanzialmente troppo severo perchè Follini alla fin fine non si è dimostrato tutta questa gran mente, se come cartina di tornasole dovessimo prendere la capacità  di durare in politica.
La candidatura di Pierferdinando Casini a Bologna con il Partito Democratico invece dimostra che per lui il tempo è una bazzecola, un apostrofo rosa tra le parole dittatura e proletariato.
Per questo oggi non sorprende che Casini, lasciando indietro per un attimo i suoi studi sul materialismo storico di Labriola, scenda in campo per rappresentare le istanze del Sol dell’Avvenir in quel di Bologna.
Si tratta infatti della naturale conclusione di un percorso cristallino e sempre dalla parte dei lavoratori, delle loro necessità  e dei loro bisogni.
Dopo la laurea in giurisprudenza diventa prima consigliere comunale e poi deputato proprio a Bologna, avvicinandosi al noto leader DC della sinistra Arnaldo Forlani, che lo inserirà  nella direzione nazionale.
Nel 1993, quando leader del suo partito diventa il moderato Mino Martinazzoli, Pierferdinando Casini non accetta la svolta e propugna invece l’alleanza con veri comunisti come Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Umberto Bossi finchè alla fine non lascia e forma il Centro Comunista Democratico (CCD), scegliendo però di lavorare per l’affermazione del socialismo al Parlamento Europeo perchè il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione!
Nel 2001, sulle orme di Nilde Iotti e dopo la vittoria della sua coalizione, diventa presidente della Camera e l’anno dopo contribuisce alla nascita dell’Unione dei Comunisti (UDC) che tuttavia entra in rotta di collisione con gli altri leader, nel frattempo diventati troppo moderati per i suoi gusti.
Nel 2008 decide di correre da solo alle elezioni: il successivo, modesto risultato gli consente comunque di diventare l’ago della bilancia della politica italiana e di continuare a spostarne coerentemente l’asse a sinistra.
E così ecco il suo appoggio al governo del professor Mario Monti, noto intellettuale di sinistra, mentre nel frattempo si sposa con e divorzia da Azzurra Caltagirone, figlia del noto imprenditore filantropo e amico del popolo Francesco Gaetano.
Il resto è cronaca. Casini appoggia il governo Letta, con l’obiettivo programmatico della socializzazione dei mezzi di produzione e accetta a malincuore, lui così restìo ad accettare poltrone, la presidenza della Commissione Esteri, della quale si pone alla guida con piglio deciso e attenzione ai problemi del proletariato internazionale.
Appoggia anche il governo Renzi, del quale apprezza il Marx Act per il miglioramento e la stabilizzazione delle condizioni dei lavoratori italiani.
Il suo fidato Gian Luca Galletti diventa ministro dell’Ambiente, venendo poi confermato nel governo di Paolo Gentiloni, già  esponente del Movimento Lavoratori per il Socialismo (MLS), gruppo maoista di cui era segretario regionale per il Lazio (questa è vera, ndr). Pierferdinando Casini lascia l’UDC e fonda i Comunisti per l’Italia e per l’Europa, diventando successivamente presidente della Commissione Banche, la cui conduzione ferma e decisa oltre che chiaramente a favore del popolo gli spalanca le porte della candidatura a Bologna.
Ora la parola passa alla Dotta: sarà  in grado di reggere la portata rivoluzionaria di Casini o preferirà  ritirarsi nell’individualismo borghese che l’ha funestata?

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LILIANA SEGRE NOMINATA SENATRICE A VITA

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

TESTIMONE DELL’OLOCAUSTO, HA SCRITTO ALCUNI LIBRI SULLA TRAGEDIA DEGLI EBREI

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato senatrice a vita la dottoressa Liliana Segre per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale.
Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni.
Segre commenta: “Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”.
La neosenatrice prosegue ringraziando il Presidente della Repubblica: “Lo ringrazio per questo altissimo riconoscimento. La notizia mi ha colto completamente di sorpresa”.
Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere Ugo Zampetti provvederà  alla consegna al Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, del decreto di nomina. Il Presidente della Repubblica ha informato telefonicamente la neosenatrice a vita della nomina.
“A nome di tutte le comunità  ebraiche in Italia – afferma la presidente Ucei Noemi Di Segni -, esprimo la nostra commozione per la decisione del Presidente Mattarella” che “risponde esattamente alla profonda esigenza di assicurare che l’istituzione chiamata a legiferare abbia a Memoria quanto avvenuto nel passato e sappia in ogni atto associare al formalismo della legge anche l’intrinseca giustizia e rispondenza ai fondamentali principi etici, in un contesto sempre più preoccupante nel quale l’oblio rischia di divenire legge oltre che fenomeno sociale”.
Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre 1930 da Alberto Segre e Lucia Foligno. Persa la madre in tenera età , quando non aveva ancora compiuto un anno, ha vissuto unitamente al padre e ai nonni paterni. Vedova di Alfredo Belli Paci, sposato nel 1951, e madre di tre figli, attualmente risiede a Milano, in via Telesio Bernardino 16.
All’età  di otto anni rimase vittima delle leggi razziali del fascismo, quando nel settembre del 1938 fu costretta ad abbandonare la scuola elementare, iniziando l’esperienza dolorosa e terribile della persecuzione.
Il 7 dicembre 1943, unitamente al padre e a due cugini, cercò invano, con l’aiuto di alcuni contrabbandieri, di riparare in Svizzera.
Venne tuttavia catturata dai gendarmi del Canton Ticino e rispedita in Italia dove, il giorno successivo, fu tratta in arresto a Selvetta di Viggiù.
Dopo sei giorni nel carcere di Varese venne trasferita dapprima a Como e alla fine a Milano-San Vittore, dove rimase detenuta per 40 giorni. Il 30 gennaio 1944 venne deportata con il padre in Germania, partendo dal “Binario 21” della Stazione Centrale di Milano.
Raggiunto il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz, fu internata nella sezione femminile. Non rivedrà  mai più il padre, che morirà  ad Auschwitz il 27 aprile 1944. Anche i suoi nonni paterni, arrestati a Inverigo il 18 maggio 1944, furono deportati ad Auschwitz, ove furono uccisi il giorno stesso del loro arrivo, il 30 giugno dello stesso anno.
Alla selezione, le venne imposto e tatuato sull’avambraccio il numero di matricola 75190.
Durante la sua permanenza nel capo di concentramento fu impiegata nei lavori forzati nella fabbrica di munizioni “Union”, di proprietà  della Siemens, lavoro che svolse per circa un anno.
Il 27 gennaio 1945, sgomberato il campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz per sfuggire all’avanzata dell’Armata Rossa, i nazisti trasferirono 56.000 prigionieri, tra cui anche Liliana Segre, a piedi, attraverso la Polonia, verso nord. La Segre, non ancora 15enne, fu condotta nel campo femminile di Ravensbruck e in seguito trasferita nel sotto campo di Malchow, nel nord della Germania. Fu liberata il 1 maggio 1945, unitamente agli altri prigionieri, dopo l’occupazione del campo di Malchow da parte dei russi. Tornò a Milano nell’agosto 1945.
Liliana Segre è una dei 25 sopravvissuti dei 776 bambini italiani di età  inferiore ai 14 anni che furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.
Nel 1990, dopo 45 anni di silenzio si rese per la prima volta disponibile a partecipare ad alcuni incontri con gli studenti delle scuole di Milano, portando la sua testimonianza di ex deportata.
È insignita di diverse onorificenze. È Commendatore Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferitagli con motu proprio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 29 novembre 2004.
E della Medaglia d’oro della riconoscenza della Provincia di Milano, assegnatagli nel 2005. Il 27 novembre 2008 ha ricevuto la Laurea honoris causa in Giurisprudenza dall’Università  degli Studi di Trieste, mentre il 15 dicembre 2010 l’Università  degli Studi di Verona le ha conferito la Laurea honoris causa in Scienze pedagogiche.
Ha scritto diversi libri, tra cui un libro intervista con Enrico Mentana “La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah” e “Fino a quando la mia stella brillerà “.

(da “Huffingtonpost”)

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IL SINDACO DI ALASSIO CONDANNATO A 4.000 EURO DI MULTA PER DISCRIMINAZIONE RAZZIALE

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

AVEVA EMESSO UN’ORDINANZA DEMENZIALE PER INTERDIRE LA CITTA’ AI MIGRANTI SENZA CERTIFICATO MEDICO

Il sindaco di Alassio Enzo Canepa è stato condannato a quattromila euro di multa dal tribunale di Savona per l’ordinanza anti immigrati, che secondo l’accusa era da considerarsi discriminatoria.
Il sindaco alassino, che aveva ricevuto il decreto penale di condanna dal giudice per le indagini preliminari, si era opposto scegliendo la strada del processo.
Processo che si è celebrato stamane davanti al giudice Francesco Giannone.
Il pm aveva chiesto un mese di reclusione, il giudice che ha riconosciuto la colpevolezza dell’imputato ha tramutato la condanna in pena pecuniaria, riconoscendo l’atto come discriminatorio.
L’ordinanza era già  stata annullata dal tribunale civile di Genova insieme a quella analoga emessa dal sindaco di Carcare Franco Bologna.
Il sindaco ha commentato: “lo rifarei”.
Ovviamente nessuno al Viminale ha pensato bene di commissariare un sindaco che emette ordinanze razziste in violazione della Costituzione che vieta discriminazioni di ogni genere.

(da agenzie)

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L’ASSUNZIONE OBBLIGATORIA DEI DISABILI RIVELA LO SQUALLORE DI TANTE IMPRESE ITALIANE

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

“TUTTI SOLIDALI A PAROLE, POI VORREBBERO L’INVALIDO ALTO, BIONDO E CON GLI OCCHI AZZURRI”

Per i lavoratori disabili doveva essere una svolta. Ma la riforma entrata in vigore il primo gennaio si preannuncia un percorso a ostacoli.
Le piccole aziende coinvolte nella nuova norma sono già  in rivolta.
Quelle che impiegano almeno 15 dipendenti ora hanno l’obbligo (in cambio di sgravi) di assumere un lavoratore disabile, ma chi può sfugge.
La novità  doveva scattare nel 2017 ma nonostante il rinvio molte aziende sono impreparate: alcune non conoscono la normativa e altre hanno annunciato che non la rispetteranno. Poche, dunque, quelle che hanno già  le carte in regola.
Una legge sconosciuta  
Per mettersi a norma c’è tempo fino ai primi giorni di marzo. Poi scatteranno le sanzioni: 153,20 euro per ogni giorno non lavorato dal disabile che doveva essere assunto. Pagare le multe costa più dell’assunzione, ma non basta a convincere gli imprenditori.
«In tanti hanno detto che preferiranno pagare le sanzioni», svela un impiegato dell’Ufficio provinciale del lavoro di Roma.
Le regole  
Sono tutte contenute nel decreto legislativo 151 del 2015. La parola chiave della norma è il «collocamento mirato». L’azienda comunica i profili che cerca e gli uffici del lavoro si adoperano per trovare la persona più adatta.
Una logica per superare la chiamata obbligatoria del primo iscritto alla lista. «C’è molta resistenza — dice Alessandra Naddeo, dello sportello Anmil di Napoli — Ci è capitato che alcune aziende ci chiedessero profili assurdi, per esempio un interprete cinese-arabo, per poi dire che non c’è la persona adatta».
Aziende in rivolta  
Sul collocamento mirato, che sembra incompatibile con l’obbligo, insistono anche gli imprenditori. «Le persone disabili hanno il diritto di essere inserite nel mondo del lavoro ma non è corretto scaricare tutto il peso sulle aziende – protesta Confindustria – Il collocamento obbligatorio, a prescindere dalla conoscenza delle capacità  della persona disabile e delle mansioni disponibili in azienda, contraddice palesemente il principio del collocamento mirato che è il fulcro della legge».
«Dovremo individuare i profili più adatti da inserire nelle aziende – dice Luca Sanlorenzo, direttore generale dell’Api di Torino – Non dobbiamo trasformare un diritto, quello dei lavoratori disabili, in un onere a carico solo delle imprese».
La protesta dei disabili  
I lavoratori esclusi sono moltissimi. Gianni Del Vescovo, 40enne di Latina, è costretto sulla sedia a rotelle dopo un incidente in moto.
Ha una laurea magistrale in ingegneria ambientale ma è disoccupato: «Sono costretto ad accettare lavori in nero per 400-500 euro. Purtroppo in Italia c’è da sconfiggere la logica per cui siamo un peso e non una risorsa».
La nuova legge, dunque, non basta. «Spesso, infatti, siamo costretti ad avviare le azioni legali – dice Gigi Petteni della segreteria nazionale Cisl – Il lavoro è la più alta forma di inclusione ma sarebbe bello che le aziende sentissero la loro responsabilità  sociale più forte dell’obbligo di legge».
E questo sembra anche il sogno di chi ogni giorno fa i conti con la disabilità : «Per noi il lavoro è una conquista e per questo lo facciamo con più responsabilità  – dice amareggiato Franco Bettoni, presidente dell’Anmil – Ma le aziende vorrebbero l’invalido alto, biondo, con gli occhi azzurri».

(da agenzie)

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MARONI SFOTTE SALVINI SU ANDREOTTI E GIULIA BONGIORNO

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

LA BONGIORNO SBULACCA: “AD ANDREOTTI LA MIA SCELTA SAREBBE PIACIUTA”… E MARONI REPLICA: “IO E BOSSI QUELLI COME ANDREOTTI LI ABBIAMO COMBATTUTI, E’ DAVVERO CAMBIATO IL MONDO”

Roberto Maroni si è talmente ritirato dalla politica che oggi ha ritenuto in un tweet di rimarcare la sua distanza dal progetto di Lega nazionale portato avanti da Matteo Salvini.
L’antefatto è l’annuncio di Giulia Bongiorno candidata con il Carroccio e il fatto è l’intervista rilasciata dall’avvocata al Messaggero in cui l’ex difensore di Andreotti sostiene che “Siccome la Lega di Salvini, per prima cosa, ha il pragmatismo nella sua politica, credo che ad Andreotti la mia scelta sarebbe piaciuta”.
Maroni però era evidentemente in vena di litigare visto che su Twitter ha risposto: “È davvero cambiato il mondo: io e Bossi quelli come Andreotti li abbiamo sempre combattuti”.
Una bella frase che rimarca la sua differenza con Salvini e i suoi legami con il Nord che ha portato la Lega in Parlamento.
Ma non del tutto vera, visto che nel 2006, dopo la vittoria del centrosinistra alle elezioni, la Lega, votò, a partire dalla seconda votazione (nella prima scelse Calderoli) proprio il senatore Giulio Andreotti come presidente del Senato contro Franco Marini, candidato della maggioranza.
Al terzo scrutinio Marini battè Andreotti per sei voti (con cinque schede bianche e una nulla) e il giorno dopo La Padania, come ricorda Wikipedia, uscì con una foto del senatore a vita in prima pagina sormontata dal titolo mordace “Mio nonno in carriola. Meno male che doveva spaccare il centrosinistra…”.
Insomma, la Lega prima approvò la strategia di Berlusconi e poi si sfilò quando questa fallì.
E chi era direttore della Padania all’epoca?
Proprio Gianluigi Paragone, che dopo una carriera in RAI oggi si presenta alle elezioni con il MoVimento 5 Stelle.
Com’è piccolo il mondo, vero?

(da “NextQuotidiano”)

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TV SPAZZATURA: ORMEA ESEMPIO VIRTUOSO DI INTEGRAZIONE E DEL DEBBIO “TAGLIA” IL COLLEGAMENTO

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

SPERAVA NELLA SOLITA RISSA RAZZISTA, GLI E’ ANDATA MALE, TUTTI VANNO D’ACCORDO … NON ERA FUNZIONALE ALL’ISTIGAZIONE ALL’ODIO, MEGLIO CHIUDERE IL COLLEGAMENTO

Tutto era iniziato quasi tre anni fa, quando alla notizia dell’arrivo di 30 migranti in paese si era scatenato il panico: Ormea, paese della Val Tanaro in provincia di Cuneo che conta 1600 anime, era così finito sulle cronache nazionali per le barricate che avevano promesso di alzare gli abitanti, che si erano detti disposti a organizzare una colletta per dare a un albergatore del posto i cinquantamila euro che altrimenti avrebbe ricevuto dallo Stato per ospitare i profughi.
Ma il tempo ha dato ragione al lungimirante sindaco Giorgio Ferraris: l’esperimento di inserimento dei migranti sotto la tutela del Comune ha funzionato senza intoppi e adesso i ragazzi ospiti nel ricovero del paese sono a tutti gli effetti parte integrante della comunità  cittadina.
La trasmissione “Quinta Colonna” è tornata nella “città  a forma di cuore”, questo lo slogan turistico del paese per via della sua particolare conformazione geografica, per raccogliere le sensazioni dei cittadini: nella puntata andata in onda ieri sera alle 21.15 su ReteQuattro, il padrone di casa Paolo Del Debbio ha lanciato il collegamento in diretta con Ormea sul tema “Immigrazione: qui si gioca la campagna elettorale”, ma non ha trovato il solito terreno fertile con gente pronta e disponibile a scontri e litigate al limite del trash televisivo.
«Sulla base della nostra esperienza non abbiamo mai avuto nessun problema – ha raccontato Ferraris – La nostra è un’esperienza che ha persino portato benefici alla comunità ».
Al collegamento in diretta, oltre al primo cittadino, hanno preso parte alcuni cittadini di Ormea e la consigliera comunale e avvocato Serenella Omero, che ha ridicolizzato Daniela Santanchè.
Insomma, Del Debbio non ha potuto fare altro che constatare l’esperienza positiva della cittadina con i migranti e “tagliare” in fretta la diretta: «Se siete tutti d’accordo con il sindaco e non c’è nessuna voce contraria allora possiamo chiuderla qui».
Le urla e le liti fanno aumentare lo share, l’esempio di accoglienza che funziona sicuramente un po’ meno.

(da “il Secolo XIX”)

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LA CAPOGRUPPO LEGHISTA A SAVONA CHE NON HA PAGATO 14.000 EURO DI TASSE AL COMUNE E NON SI DIMETTE

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

A UNA VERIFICA SI SCOPRE CHE E’ MOROSA DA TEMPO… MA SALVINI IERI NON AVEVA DETTO CHE CHI EVADE LE TASSE DEVE ANDARE IN GALERA? ALLORA PRECISI MEGLIO: SALVO CHE NON ABBIANO LA TESSERA DELLA LEGA, IN QUEL CASO   SONO ESENTATI

Tutto rinviato al post elezioni politiche. La Lega Nord di Savona, sul “caso” di Alda Dallaglio, il capogruppo della Lega Nord in consiglio comunale a Palazzo Sisto, nella riunione di ieri sera, ha deciso di non forzare la mano chiedendo le sue dimissioni da capogruppo, come era stato ipotizzato da qualcuno.
L’antefatto, che ha determinato l’esplosione delle tensioni all’interno del Carroccio, risale agli ultimi giorni dello scorso dicembre, quando, a seguito di una serie di controlli sulla riscossione dei tributi, è emerso un debito della Dallaglio verso le casse di Palazzo Sisto di quasi 14mila euro, in qualità  di amministratore unico dell’impresa El.ge.
Si tratta del “mancato pagamento del conguaglio, dovuto alle spese per l’assegnazione di un’area del Comune, in zona Paip a Legino (dove sorge l’azienda), in diritto di superficie”, come si legge nel testo.
Da qui, la decisione della Lega di affrontare all’interno del partito la vicenda, mettendo sulla bilancia anche l’ipotesi di chiedere le dimissioni della consigliera da capogruppo del Carroccio.
Si è optato, però, per demandare agli organi superiori del partito la decisione.
«Vista la complessità  della vicenda — ha dichiarato il segretario provinciale Roberto Sasso Del Verme- si è deciso di demandare agli organi deputati, all’interno del partito, qualsiasi valutazione monitorando l’evoluzione della situazione».
La questione resta, di fatto, irrisolta e slitta ad una fase successiva, onde evitare inasprimenti all’interno del partito, a due mesi dalle elezioni politiche.
All’incontro di ieri hanno preso parte tutti gli assessori del Comune di Savona, appartenenti al Carroccio (Massimo Arecco, Paolo Ripamonti e Maria Zunato), insieme ai consiglieri, buona parte dei quali si è schierata in difesa della Dallaglio.
Un momento politicamente troppo delicato, però, per rischiare di sollevare polveroni e fratture nel partito.
Intanto Edoardo Rixi, vicesegretario della Lega, assessore allo sviluppo economico in Regione, ha dato il suo placet all’operato della Dallaglio definendola “un buon capogruppo”.
Tutto tace, quindi, almeno in apparenza, anche se la vicenda determinerà  strascichi e rancori interni al partito, in uno scontro tra chi avrebbe preferito chiudere in modo netto, con le dimissioni da capogruppo, della consigliera.
Una decisione, quella del Carroccio, duramente criticata dal Movimento Cinque Stelle. « L’ennesima, imbarazzante brutta figura della Lega Nord- il commento di Manuel Meles-. La credibilità  di questo partito, a livello locale quanto nazionale, è ridotta a zero: aveva annunciato le dimissioni, in nome della trasparenza, e si è rimangiata la parola. Un modus operandi a cui ci stiamo abituando, dalla gestione di Ata a quella della cremazione. La Lega promette e non mantiene».

(da “il Secolo XIX”)

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COSI’ L’ULTRADESTRA ITALIANA TRASLOCA SUI SOCIAL RUSSI

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

GLI ESTREMISTI ESPULSI DA FB E TWITTER FUGGONO SU PIATTAFORME ESTERE TRA PUGNALI, SVASTICHE E RAZZISMO

Minacce di morte. Insulti razzisti, pesanti e irripetibili. E poi un fiume di materiale apertamente antisemita. Foto di coltelli, passamontagna e richiami di guerra.
È la rete dell’ultradestra, con social pronti ad accogliere tutti i «patrioti» espulsi da Twitter, Facebook o Google.
Parole e manifesti che è meglio non mostrare sui canali social più noti, pena la chiusura degli account.
Lo spazio alternativo più noto è diffuso si chiama Vkontakte ed è gestito da San Pietroburgo.
Considerato oggi il social network più usato in Ucraina e in Russia, è stato fondato nel 2006 da Pavel Durov, dal 2014 il network appartiene a una serie di imprese riconducibili a uomini vicinissimi a Putin, tra i quali Alisher Usmanov, il multimilionario russo proprietario dell’Arsenal.
CasaPound, con i suoi 2288 follower, è sicuramente tra le organizzazioni politiche italiane più presenti.
Con una curiosità , che però rivela molto: la stragrande maggioranza dei post sono scritti in ucraino e sostengono apertamente la fazione nazionalista.
La galleria delle immagini pubblicate negli ultimi tre anni richiama soprattutto lo scenario ucraino e la minoranza serba in Kosovo, diventando una sorta di vetrina geopolitica. Tantissimi gli aperti riferimenti al fascismo, senza nessun timore di censure. Braccia alzate, pugnali con la firma Mussolini, fasci littori.
Il disegno di un ultras della Lazio, con in mano un pugnale e la scritta «Arremba sempre», titolo di una canzone degli ZetaZeroAlfa, è l’immagine visibile del contatto con il mondo delle tifoserie. E per essere ancora più chiari, tre coltelli incrociati, con il commento «assicurazione sulla vita».
Su Vk i gruppi antisemiti trovano facilmente spazio, senza tanti problemi.
La community «Revisionismo storico», nonostante i pochi iscritti (sessantanove, quasi tutti italiani), pubblica da diversi mesi post e immagini per negare l’esistenza dell’Olocausto. Attività  che diventa quasi frenetica a ridosso della giornata della memoria del 27 gennaio. L’iconografia utilizzata è la stessa che è possibile trovare sul sito neonazista Usa «Stormfront», colpito negli anni passati da due inchieste della magistratura romana.
Meno conosciuta è la rete gestita da una società  Usa, Gab.ai.
È nata nel 2016 ed è pensata come una comunità  del movimento radicale alt-right statunitense. Il logo è il «meme» (immagine virale usata in rete) «Pep the frog», la rana simbolo dell’estrema destra a livello internazionale.
Qui trova ospitalità  chi è stato cacciato dai network più conosciuti. L’account italiano «Celeste Bazzoli» – creato un paio di settimane fa – è riferibile a un omonimo utente di Twitter cancellato lo scorso dicembre dopo alcuni post violenti: «I coglionazzi di Twitter mi hanno bloccato e mi hanno rubato 2300 follower», commenta.
Poco prima su Gab aveva pubblicato un messaggio di aperte minacce nei confronti della presidente della Camera Laura Boldrini, allargato per l’occasione a quasi tutto l’arco costituzionale: «Boldrini, Kienge, Chaouki, Karaboue, Alfano, Renzi, Boschi, Bindi, Fiano, Grasso. Hanno devastato la nostra patria! La sentenza è già  stata emessa, vanno giustiziati».
Molti gli utenti italiani bloccati su Twitter per post razzisti, violenti o offensivi, passati al network dell’alt-right: «Benvenuto Kirios, qui si può tranquillamente dire che la Boldrini è una sguattera di Soros e nessuno ti rompe le …», scrive l’utente Autari Kà¶nig.
Gab è anche utilizzato per scambiarsi informazioni su come evitare problemi con altri social: «Se ti interessa ho trovato un modo per rientrare su Twitter N volte anche se ti sospendono in continuazione», scrive un altro utente italiano, The Jocker.
Gab è soprattutto la piattaforma di riferimento delle principali organizzazioni della destra radicale anglosassone.
Su questo social network ha trasferito il proprio account Jayda Fransen, l’autrice inglese dei video islamofobi rilanciati da Donald Trump lo scorso dicembre, suscitando la forte irritazione del governo May.
Twitter, dopo quei post, aveva chiuso le bacheche di Fransen e del partito Britain First, ritenuti canali di diffusione delle campagne di odio nei confronti di rifugiati e migranti. Oltre alla Fransen è presente sul social dell’alt-right anche Nick Griffin, vice presidente di Alliance for Peace & Freedom, il partito europeo di estrema destra fondato e diretto da Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.
Griffin su Gab parla senza grandi problemi di «genocidio bianco», diffondendo le tesi complottiste della sostituzione etnica.
Più sofisticato e complesso è il progetto dell’organizzazione della destra europea «Generazione Identitaria», presente in Italia, Francia, Austria, Germania e Gran Bretagna. Si chiama «Patriot Peer» e una applicazione dedicata ai «patrioti».
Ha una funzione di radar sociale, che permette di riconoscere e incontrare altri aderenti all’organizzazione, scansionando un codice.
Ha un’agenda di eventi – dalle «azioni dirette» ai volantinaggi – che permette di acquisire punti e accedere a funzioni riservate della app.
Il progetto è ancora in fase di sviluppo ma promette la massima riservatezza e server sicuri per tutti i militanti. Un network nero e riservato.

(da “La Stampa”)

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