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ATAC MULTATA DI 3,6 MILIONI DI EURO PER I RITARDI NELLE CORSE

Gennaio 31st, 2018 Riccardo Fucile

“FREQUENTE E SISTEMATICO MANCATO RISPETTO DELL’ORARIO DIFFUSO PRESSO LE STAZIONI E IL SITO INTERNET”

L’ATAC deve pagare 3,6 milioni di euro di multa inflittale dall’Antitrust nel luglio 2017 per una pratica commerciale, ritenuta scorretta, su corse cancellate e mancata informazione ai consumatori.
Questo ha deciso oggi il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio che ha respinto il ricorso della municipalizzata dei trasporti romana.
La parte curiosamente divertente della vicenda è che l’ATAC è di proprietà  del comune di Roma, ovvero dei cittadini romani.
Secondo la sentenza la condotta dell’Atac “legittimamente è stata ritenuta scorretta, in quanto contraria ai canoni di diligenza richiesti, nonchè ingannevole” e la tesi dell’Autorità  in merito all’ingannevolezza della pratica è “logica e adeguatamente argomentata”.
La pratica commerciale sanzionata consisteva “nel frequente e sistematico mancato rispetto dell’orario diffuso presso le stazioni e attraverso il sito Internet” nonchè nella “mancata diffusione preventiva di informazioni riguardo all’impossibilità  di effettuare determinate corse”.
Contro la sanzione è stato proposto un ricorso al TAR volto da un lato a contestare la competenza e la potestà  istruttoria e sanzionatoria dell’Autorità , e dall’altro ad escludere che la condotta sanzionata fosse una pratica commerciale scorretta.
Per il Tar “non vi è dubbio — si legge nella sentenza — che la carenza sistematica di corse nonchè la mancata, tempestiva, informativa alla stessa utenza, in ordine alla probabilità  che alcuni treni sarebbero stati soppressi, risultano idonee a fondare l’intervento dell’Autorità  Garante della Concorrenza e del Mercato”.
Premettendo poi che nel settore dei trasporti “la tutela dei consumatori-utenti costituisce un obiettivo di preminente rilievo”, i giudici amministrativi hanno ritenuto che “condivisibilmente AGCM, nel provvedimento sanzionatorio, ha osservato che ‘la soppressione delle corse, indipendentemente dalla successiva rimodulazione delle stesse, ha sostanzialmente vanificato la valenza informativa dell’orario diffuso, dal momento che esso non ha molto spesso trovato corrispondenza con la reale consistenza del servizio di trasporto ferroviario effettivamente offerto da ATAC   in tutto il periodo oggetto di osservazione”.
Infine “la carenza di diligenza di ATAC, nel non rendere in tempo utile edotto il consumatore finale del servizio di trasporto reso onde garantire allo stesso la possibilità  di decidere di avvalersi di un sistema di trasporto alternativo e diverso da quello fornito dalla stessa Società , deve ritenersi rilevante ai fini sanzionatori”; e “il provvedimento sanzionatorio contiene una sufficiente e congrua motivazione a suffragio della determinazione della sanzione”.

(da “NextQuotidiano”)

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“SE VOLETE LAVORARE, FATE GLI OPERAI”: LA LETTERA DEGLI INDUSTRIALI AGLI STUDENTI

Gennaio 31st, 2018 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA DI CUNEO SCRIVE ALLE FAMIGLIE: “PIU’ CHE AGLI IDEALI, PENSATE ALLA REALTA'”

“Qualsiasi percorso scolastico individuerete, avrete fatto una buona scelta, ma è nostro dovere come imprenditori segnalarvi le esigenze delle nostre imprese…servono operai e tecnici”.
Con una lettera aperta alle famiglie cuunesi il presidente di Confindustria Cuneo, Mauro Gola, in una lettera aperta alle famiglie, ha invitato figli e genitori che si apprestano ad iscrivere i propri ragazzi alle scuole superiori a “riflettere bene”, in sostanza, a pensare che dopo una prima fase di studi è importante guardare a quel lato del lavoro “tecnico” di cui necessitano le aziende.
Ecco la lettera integrale.

Cari genitori,
tanti di voi, si trovano in questi giorni ad affrontare una difficile decisione: la scelta della scuola superiore per il proprio figlio.
Una scelta dalla quale dipenderà  gran parte del suo futuro lavorativo, ma che spesso viene fatta dando più importanza ad aspetti emotivi e ideali, piuttosto che all’esame obiettivo della realtà .
Quella realtà , tuttavia, che si imporrà  in tutta la sua crudezza negli anni in cui il vostro ragazzo cercherà  lavoro ed incontrerà  le difficoltà  che purtroppo toccano i giovani che vogliono inserirsi nel mondo produttivo.
Ed ecco il consiglio che gli industriali cuneesi vogliono darvi.
Riteniamo che la cosa più giusta da fare sia capire quali sono le figure che le nostre aziende hanno intenzione di assumere nei prossimi anni e intraprendere un percorso di studi che sbocchi in quel tipo di professionalità .
Un atteggiamento che potrete definire squisitamente razionale, ma che sicuramente denota RESPONSABILITA’, sia nei confronti dei nostri figli, che del benessere sociale e del nostro territorio.
Nel 2017 le aziende cuneesi nel loro complesso, presi in considerazione industria, artigianato, commercio, agricoltura e servizi, hanno dichiarato di assumere circa 40.000 nuovi lavoratori.
Di questi, il 38% sono operai specializzati, il 36% tecnici specializzati nei servizi alle aziende, il 30% addetti agli impianti e ai macchinari. Il resto, marginale, sono gli altri ruoli aziendali, che sebbene fondamentali ed irrinunciabili, occuperanno poche unità .
Il nostro dovere è quello di evidenziarvi questa realtà . Perchè queste sono le persone che troveranno subito lavoro una volta terminato il periodo di studi.
Poi la scelta sarà  vostra e dei vostri ragazzi e qualsiasi percorso scolastico individuerete, avrete fatto una buona scelta perchè tutte le scuole della nostra Provincia sono eccellenti e qualificate.
I nostri uffici sono a vostra completa disposizione se vorrete più informazioni sul mercato del lavoro in provincia di Cuneo.
Da parte mia e nostra, vogliamo fare tanti auguri ai vostri ragazzi per il loro futuro, un futuro in cui il lavoro avrà  un ruolo fondamentale per il loro essere uomini e donne, componenti consapevoli e responsabili di questa società .

Il Presidente Mauro Gola

(da “Huffingtonpost”)

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ADDIO AZEGLIO, SI PUO’ ARRIVARE TERZI E VINCERE

Gennaio 31st, 2018 Riccardo Fucile

E’ MANCATO IL CT DELLE NOTTI MAGICHE

Ricordo bene, quei giorni. Quelle notti, che furono davvero magiche.
E il beffardo colpo di testa di Caniggia e poi i rigori sbagliati, in semifinale contro l’Argentina, non potranno mai cancellare la bellezza e l’allegria di quella nazionale, arrivata poi terza tra gli applausi e i rimpianti.
Erano i giorni di Italia ’90, e il mondo scopriva i dribbling e le meraviglie di Roberto Baggio, i gol di Schillaci detto Totò, che esultava con quegli occhi stupiti e spiritati, il ritmo cadenzato di Giannini, la potenza e la classe di Vialli, le parate di Zenga (a parte quell’uscita mancata su Caniggia: ma fu l’unico neo del nostro estremo difensore).
Una squadra gestita da un artigiano del pallone, da un principe della zolla, da un commissario tecnico che aveva fatto, in maniera brillante, la trafila nelle Under, prima di diventare il successore di Bearzot, il grande Vecio di Spagna ’82, ed ereditarne, quindi, la panchina dopo il fallimento del mundial messicano del 1986, quello della mano e di ogni prodezza possibile e impossibile di Diego Armando Maradona, il Borges del pelota: Azeglio Vicini, che giocò nel Lanerossi Vicenza (esordendo in A nel 1955), nella Sampdoria e nel Brescia, ma che aveva, soprattutto nel cuore e nelle vene, la passione per insegnare il calcio.
Era un maestro. Era un persona splendidamente perbene.
Se n’è andato a 84 anni, nella sua amata Brescia, lasciando un segno indelebile nel suo passaggio dai prati verdi. Il segno di un uomo preparato, giusto e onesto. Che sapeva sdrammatizzare qualsiasi situazione, che sapeva guidare i suoi giocatori con la pazienza, con il sorriso, ma anche con la fermezza di chi non ammetteva, in nessun frangente, la presunzione e la superficialità .
Da cronista, per il quotidiano Tuttosport, ho avuto modo di apprezzare la sua competenza e la sua straordinaria umanità . Era una persona semplice, arguta, ironica, che aveva il gusto, tipicamente romagnolo, per la battuta.
Quante trasferte, quanti discorsi a tirar tardi la sera, e non solo sul pallone: amava la musica, la buona letteratura, la sua terra.
La moglie Ines lo accompagnava spesso in quei viaggi in giro per stadi e sogni: una coppia d’altri tempi, splendida.
Vicini lasciò la nazionale azzurra per cedere il posto, nel ’91, a un altro romagnolo: Arrigo Sacchi. Il calcio conosceva la sua rivoluzione tattica, voltava pagina, la poesia lasciava spazio alla prosa.
Vicini fu uno degli ultimi romantici.

(da “Huffingtonpost”)

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“RENZI, UN INGRATO”: LA RESA DI VERDINI, SACRIFICATO DAL PD PER LIMITARE I DANNI

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

“PENSA DI ESSERE DE GASPERI, MA E’ SOLO UN BULLETTO DI PERIFERIA”… APPARENTAMENTO NEGATO, ALA NON ESISTE PIU’

L’ingratitudine è un sentimento e i sentimenti, si sa, non sono contemplati nel crudele cinismo della politica. Ma un uomo “infatuato e tradito” dopo quasi tre anni di amore seppur clandestino non può che sfogarsi che in questi termini: “Ho accumulato tantissima amarezza, Renzi è un ingrato, non doveva rifiutarci l’apparentamento, a maggior ragione dopo che gli avevo ribadito il mio ritiro. Più che per me, mi dispiace soprattutto per voi che mi avete seguito e avuto fiducia in me”.
È questo lo sfogo di Denis Verdini consegnato ad alcuni suoi colleghi parlamentari di Ala, il partitino parlamentare nato nell’estate del 2015 da una costola della destra berlusconiana (e non solo).
Liberali e riformisti, ma con lo stigma dell’impresentabilità  del loro leader Verdini: ben sette tra inchieste, processi e condanne per reati che vanno dalla corruzione e dalla bancarotta alla truffa.
Toscano come Matteo Renzi, Verdini è stato dapprima l’ideologo del renzusconismo, indi dell’evoluzione del Pd in Partito della Nazione.
Obiettivi inseguiti in questi anni di sostegno alla maggioranza e che di colpo sono spariti in una manciata di giorni.
Appena due settimane fa, a metà  gennaio, quelli di Ala, nemmeno venti tra senatori e deputati, erano convinti di entrare con le loro liste nella coalizione di centrosinistra.
Per farlo avevano finanche recuperato il glorioso simbolo dell’Edera repubblicana (il secondo partito più antico d’Italia, nato nel 1895) e cominciato la ricerca dei candidati sui fatidici territori. Poi lo stop.
Al Nazareno, raccontano, l’alleanza coi verdiniani sarebbe costata almeno due punti percentuali, con o senza “Denis”.
E con il Pd che continua a scendere nei sondaggi forse non era il caso di peggiorare le cose. Prosegue lo sfogo di Verdini riferito sempre da alcuni suoi colleghi: “Io con Matteo avevo un patto. Quest’estate mi ha cercato Berlusconi, era agosto, e mi ha chiesto di organizzargli la quarta gamba di centro. Gli ho detto di no, Matteo mi aveva assicurato al cento per cento che saremmo andati nel centrosinistra”.
Invece no, non è finita così. I verdiniani spiegano che per cavarsi dall’impaccio del voltafaccia, niente alleanza e niente liste nel plurinominale, il segretario del Pd avesse offerto solo due o tre posti nell’uninominale in Toscana per gli autoctoni di Ala di quella regione, Mazzoni o Faenzi o Parisi. A quel punto Verdini ha chiuso drasticamente. “E agli altri cosa gli dico?”.
Amarezza e ingratitudine. E provoca sorpresa il ritratto di Verdini — dalla fama di politico prosaico e pragmatico — come uomo “infatuato e tradito”. Innamorato di Renzi, ovviamente. Un rapporto fatto di telefonate e sms e coltivato quotidianamente con la frequentazione di Luca Lotti, la scatola nera del renzismo. Nulla da fare, alla fine.
Ieri, giorno di chiusura delle liste elettorali, Verdini se n’è stato a Firenze. Tornerà  oggi a Roma, nel suo ufficio nella sede di Ala in via della Scrofa.
E dire che un lustro fa, alla consegna delle liste per le Politiche del 2013, Denis Verdini trascorse una convulsa giornata, all’inseguimento sull’autostrada Roma-Napoli di Nicola Cosentino, fuggito con le liste forziste della Campania. Cosentino era stato escluso e Verdini era lo sherpa azzurro per conto di Berlusconi. Altri tempi, decisamente.
Tra i parlamentari di Ala nessuno si candiderà  altrove. Il loro rammarico si riversa tutto nel controverso idillio tra i due toscani, “Denis” e “Matteo”. In ogni caso, il primo non si doveva fidare troppo del secondo.
Sostiene Lucio Barani, capogruppo al Senato: “Sono ritornato ad Aulla, il mio paese. Noi di Ala siamo stati la stella cometa che ha indicato la strada delle riforme. La storia ci riterrà  protagonisti della XVII legislatura, nel bene e nel male. Da socialista e da craxiano sono fiero di avere abbattuto i comunisti carnefici di Bettino, grazie a noi il Pd si è spaccato e i carnefici sono andati via”.
Renzi? Risposta: “Qui non siamo di fronte alla politica, ma a una patologia, lo dico da medico. Si è fatto esplodere da kamikaze, ammazzando anche quelli accanto a lui come noi. Non ci ha voluti perchè non siamo servi sciocchi. Alla foce dell’Arno stanno già  preparando le imbarcazioni per andarlo a prendere e buttarlo nel fiume dopo il 4 marzo. Finirà  molto male per lui”.
Vincenzo D’Anna, altro senatore di Ala, aveva intuito già  da mesi la deriva renziana. Fu lui a parlare di un trattamento per i verdiniani da “amanti clandestini”.
A ottobre si è dimesso dal Senato e oggi è presidente dell’ordine nazionale dei biologi: “Renzi pensa di essere De Gasperi ma è soltanto un bulletto di periferia. Non ha voluto fare il Partito della Nazione ed è diventato terzo su tre. Altro che Macron”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ALESSIA D’ALESSANDRO “L’ECONOMISTA GRILLINA STRAPPATA ALLA MERKEL” CHE NON E’ STATA STRAPPATA E NON E’ ECONOMISTA

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

IL PROFILO DELLA CANDIDATA NON CORRISPONDE AFFATTO A COME E’ STATA DESCRITTA

Alessia D’Alessandro, 28 anni, residente da tempo in Germania fa parte del team di “supercompetenti” scelti personalmente da Luigi Di Maio per rappresentare il MoVimento 5 Stelle nei collegi uninominali.
La D’Alessandro sarà  candidata in Campania, ad Agropoli, dove sfiderà  l’ex sindaco di Agropoli Francesco Alfieri (salito agli onori delle cronache per la battuta di De Luca sulle fritture) e Marzia Ferraioli, docente di procedura penale all’Università  Tor Vergata e candidata per il centrodestra.
Alessia D’Alessandro non c’era ieri a Roma all’incontro di presentazione dei candidati per l’uninominale.
Di Maio l’ha definita “assistant del Management Board — Economic Council della Cdu in Germania”.
Alcuni giornali però si sono fatti prendere dall’entusiasmo e così per il Corriere della Sera la pentastellata è diventata “la candidata M5S strappata ad Angela Merkel” spiegando che “ha studiato presso Sciences Po” a Parigi dove però a giudicare dal curriculum sarebbe andata in Erasmus.
Stesso titolo anche per Il Giornale e per l’Huffington Post che la fa diventare “economista” spiegando poi che la candidata plurilaureata “lavora come staffista al Centro ricerche economiche della Cdu”.
Insomma oltre ad essere il classico cervello in fuga che tanto affascina i giornalisti e accende gli animi dei lettori la D’Alessandro non è stata “strappata alla Merkel”.
Perchè di fatto non faceva parte dello staff della Cancelleliera mentre lavorava come assistente al marketing di un’organizzazione imprenditoriale.
In qualità  di assistente al marketing è improprio quindi anche definirla “economista”, semmai è laureata in “Global economics and Management” (alla Jacobs Univesity di Brema, un’università  privata fondata nel 2001).
Non risulta che la pentastellata abbia conseguito un dottorato in materie economiche.
Il solo fatto di essersi laureata in scienze economiche non la rende un’economista.
Così come avere conseguito una laurea triennale e una specialistica non consente di definirla “plurilaureata”. Dettagli.
Quello che è certo è che la D’Alessandro ha un curriculum di tutto rispetto e il fatto che abbia lavorato per la CDU sicuramente potrà  essere d’aiuto a Di Maio nell’impostare la famosa trattativa con la pistola del referendum per l’uscita dall’euro sul tavolo.
Non si capisce però per quale motivo i giornali debbano esagerare le competenze dei candidati.

(da “NextQuotidiano”)

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L’AMMIRAGLIO VERI, CANDIDATO M5S POI COSTRETTO AL RITIRO, LASCIA TUTTI DI STUCCO: “NON SO PER CHI VOTERO'”

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

E OGGI E’ STATO SOSTITUITO CON LA IENA GIARRUSSO SENZA CHE NESSUNO LO DICESSE ALLA ROCCHI CHE ERA SUBENTRATA IERI AL SUO POSTO

“Avevo mal interpretato una regola del M5S, non mi sembrava importante”.
Così, ai microfoni de La Zanzara (Radio24), commenta la sua vicenda l’ammiraglio in congedo, Rinaldo Veri, che si è ritirato precipitosamente dalle candidature del M5S perchè consigliere comunale eletto a Ortona (Chieti) in una lista civica alleata col Pd.
“Mi sembra una regola un po’ troppo rigida” — continua l’ufficiale — “però da buon militare ho il dovere di rispettare le regole. E quindi ho ritenuto corretto ritirarmi. Ripeto: a me questo aspetto era sfuggito. Io comunque mi sono messo a disposizione per il bene del mio Paese, ho servito lo Stato per 40 anni e credevo di poter essere utile”.
Poi, alla domanda dei conduttori, Giuseppe Cruciani e David Parenzo, che gli chiedono chi voterà  il 4 marzo, l’ammiraglio dà  una risposta inattesa: “Volete sapere troppo. Non lo so, vediamo come va la campagna elettorale”.
E alle insistenze dei giornalisti che gli ricordano la sua candidatura-lampo per il M5s, Veri si accomiata e riattacca il telefono.
L’agenzia di stampa ANSA fa sapere che la “Iena” Dino Giarrusso sostituirà  per il MoVimento 5Stelle l’ammiraglio Rinaldo Veri al collegio uninominale Roma 10. Inizialmente l’ ammiraglio era stato sostituito dalla parlamentare Carla Ruocco, già  capolista al proporzionale. Giarrusso si era candidato alle Parlamentarie ma poi aveva fatto sapere di voler rinunciare il 6 gennaio scorso. Ora, secondo quanto scrive l’ANSA, ci ha di nuovo ripensato.
Intanto, contattata dall’Adnkronos, Ruocco afferma di non essere a conoscenza dell’ingresso di Giarrusso al suo posto: “Non so nulla, non mi è stato comunicato alcunchè”.
Un manicomio pentastelllato.

(da agenzie)

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LE PROMESSE IMPOSSIBILI DI LUIGI DI MAIO

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

NEL PROGRAMMA DEL M5S VI SONO MISURE CHE RICHIEDEREBBERO DECINE DI MILIARDI… E PENSARE DI TROVARE I FONDI RISPARMIANDO SUGLI SPRECHI E ‘ PURA FOLLIA (O EVIDENTE MALAFEDE)

La metamorfosi del Signor L., al secolo Luigi Di Maio, non è avvenuta in una sola notte, ma lentamente, giorno dopo giorno, fino alla pirotecnica kermesse pescarese di domenica 21 gennaio.
Nel corso della quale il giovane candidato premier 5Stelle si è impadronito del Movimento – o forse lo ha ereditato da Beppe Grillo, ridotto per l’occasione
a «megafono» – e ha sciorinato un programma di governo che avrebbe fatto la sua figura come relazione   al congresso di uno di quei partitoni che non ci sono più.
In quel documento, come avrete capito, c’è tutto e il contrario di tutto, comprese le balle che sono il sale delle campagne elettorali.
Ma per molti aspetti è assai interessante sfogliarlo visto che, per la prima volta da che esiste, il movimento prova a mettere insieme qualcosa di più delle cinque vaghe stelle programmatiche degli esordi. A quel tempo per fare proseliti contavano di più i vaffa, diciamo.
Intanto, quello che non c’è, o non c’è più.
Cassato, per esempio, il referendum sull’euro: con l’Europa matrigna si tratta, ma guarda un po’. Bene, un sano bagno di realismo.
Ma stupisce la disinvoltura con la quale
si vorrebbe far dimenticare una parola d’ordine che ha agitato le piazze per anni.
Non c’è più l’appoggio alle battaglie No Tav, e nemmeno il vangelo ambientalista legato al sogno della decrescita felice.
Ignorato il tema dell’immigrazione e pure quello, altrettanto sensibile, della lotta all’evasione fiscale che in verità  non ha mai fatto breccia nel cuore grillino: al contrario, si propone di abolire Equitalia e gli studi di settore, e certo gioiranno i piccoli imprenditori perbene, ma più ancora gli evasori incalliti con partita Iva.
Alle imprese Di Maio regala pure la chimera di 400 leggi da abolire, idea che ricorda l’allegro falò appiccato qualche anno fa dal ministro Calderoli davanti ai suoi uffici.
Foto memorabile, effetti zero.
In quanto al resto, si annuncia una generosa pioggia di denaro (pubblico).
Spicca il reddito di cittadinanza, ma senza l’enfasi del passato, un po’ ridotto, e non si sa se assorbirà    i bonus Renzi-Gentiloni. Ora fa da pendant, lato disoccupati, alla proposta delle pensioni minime a 780 euro netti.
Costo totale, una ventina di miliardi.
Ancora più corposa la sostituzione dell’odiata legge Fornero con i pilastri 41 – gli anni minimi di contribuzione per andare in pensione – e 100, somma tra età  e anni di contributi.
Che è come dire addio a buona parte dei 140 miliardi che la Fornero fa risparmiare da qui al 2020, 35 ogni anno.
Ora, è lecito sognare, ma se vuoi tenere in piedi il sistema previdenziale, il costo dei contributi devi pur scaricarlo da qualche parte.
E no, perchè lo stesso programma promette anche sgravi alle imprese (giù il cuneo fiscale) e meno tasse ai cittadini.
Doppio salto mortale.
Agli imprenditori, che sembrano i veri destinatari del nuovo grillismo versione Di Maio, si promette l’abolizione o la riduzione dell’Irap, dalla quale lo Stato incassa una ventina di miliardi l’anno; e ai cittadini, la rimodulazione delle aliquote Irpef per i ceti medi, un’altra quindicina di miliardi di minor gettito.
E visto che
ci siamo, il programma prevede pure più poliziotti, più magistrati, più professori…
A fare i conti della massaia, qui già    ci sono promesse per un centinaio di miliardi di euro. L’anno. E infatti, si dirà , è per questo che Di Maio chiede di sfondare il parametro del tre
per cento deficit-Pil concordato con l’Europa: per avere più margini di spesa.
Ma è come chiedere la luna, quel vincolo è scolpito nei trattati di Maastricht, impervio trovare un nuovo accordo, specie se il Paese è aggravato da 2400 miliardi di debito. Matteo Renzi, più accorto, si limitò   a invocare il 2,9 ma il fuoco di sbarramento fu tale che da allora   non ne ha parlato più.
Certo, tutto è possibile. Perfino   che i 5S riescano ad ammorbidire Bruxelles. Ma non a forzare la logica. Infatti, mentre si chiede di sforare il deficit, si promette un taglio del debito del 40 per cento in dieci anni, che tradotto in euro significa abbattere una settantina di miliardi l’anno.
Che sommati a quelli che si vogliono spendere…
Se vi dicono che tutti questi soldi si trovano risparmiando sulle spese superflue, non ci credete, sono chiacchiere: non c’è riuscito nessuno, nemmeno Bondi Mani
di forbice nè Cottarelli lo sbianchettatore, e neppure i sindaci grillini che, nel piccolo delle loro amministrazioni, non sono riusciti finora a risparmiare un euro.
Per quanto spregiudicato, deve saperlo lo stesso Di Maio. Che forse più che scrivere un serio programma di governo vuole lanciare un messaggio a imprese e famiglie – siamo dalla parte vostra – e un amo   a tutti gli altri partiti perchè siano loro a bocciare le sue proposte. Premessa a un’opposizione lunga e proficua.
Ma finora l’unico che gli ha risposto   è stato Matteo Salvini: quando ha saputo che non darà  il reddito di cittadinanza agli immigrati, anche   se regolari, ha invitato Di Maio
a scendere in piazza con lui. Luigi   come Donald: Italia first.

(da “L’Espresso”)

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POLTRONE GIREVOLI

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

SINDACI, GOVERNATORI ED EUROPARLAMENTARI PRONTI A MOLLARE L’INCARICO PER FARSI ELEGGERE IN PARLAMENTO

Avevano preso un impegno davanti ai loro elettori e ora sono già  pronti ad assumersene un altro senza tuttavia curarsi di onorare fino alla fine quello precedente.
Come trapezisti della politica, tentano di passare da un seggio a un altro seggio, purchè parlamentare.
Arrivano dai consigli comunali, regionali, da incarichi da governatore e dal Parlamento europeo per giocarsi un posto nella prossima legislatura nonostante avessero promesso che poi non sarebbero “andati a Roma” e che si candidavano “per restare”.
A volte la bulimia della poltrona può creare distorsioni surreali: in Calabria il consigliere regionale ex Fi Fausto Orsomarso è candidato nel listino alla Camera con Fratelli d’Italia. Se venisse eletto lascerebbe il suo posto all’ex assessore della giunta Scoppeliti Giacomo Mancini Jr, primo dei non eletti dei consiglieri nel 2014 per Forza Italia ma al tempo stesso, capolavoro della politica, candidato nel collegio uninominale di Cosenza per Montecitorio con il Partito Democratico. E pensare che è il nipote dell’omonimo statista del Psi – molto vicino a Pietro Nenni – che convinse Craxi a iniziare la Salerno-Reggio Calabria: a Cosenza gli hanno intitolato una via.
Per dire, i consiglieri di opposizione in Abruzzo sono rassegnati: la consiliatura è finita anche se si dovrebbe votare solo nel 2019 e il consiglio regionale non sarà  convocato prima delle elezioni del 4 marzo, “scelta vergognosa che descrive plasticamente lo stato comatoso di un esecutivo ormai ridotto in frantumi”, dicono da Forza Italia.
Il motivo? Il governatore Pd Luciano D’Alfonso è capolista nel listino per il Senato. In caso di elezione la legge gli mette a disposizione sei mesi per decidere l’incarico da ricoprire.
Quando iniziò a esplodere la polemica, il presidente provò a stopparla: “Sono contento di fare il presidente della Giunta regionale, lo voglio fare fino alla fine e chi mi chiede di candidarmi al Senato, quindi alle politiche, mi deve spiegare qual è la convenienza per l’Abruzzo e gli abruzzesi. Accetterò a queste condizioni”.
Avendo accettato, avrà  quindi ravvisato una “convenienza per gli abruzzesi”, senza tuttavia avvertire l’esigenza di comunicarla anche a loro.
Come in Abruzzo anche in Puglia è tutto fermo: stop ai lavori (tranne le commissioni purchè ci sia il numero legale) per 40 giorni, sono troppi i consiglieri candidati: Fabiano Amati, Marco Lacarra, Sergio Blasi, Donato Pentassuglia, Saverio Congedo, Giandiego Gatta e l’assessore Filippo Caracciolo. L’elezione di alcuni di questi candidati costringerebbe con ogni probabilità  il governatore Michele Emiliano a modificare la squadra della sua giunta. Nelle liste Pd candidata anche la presidente del Consiglio comunale di Lecce, Paola Povero.
Anche in Sardegna si rivota per le regionali nel 2019 ma il Pd candida i consiglieri regionali e presidenti di commissione Gavino Manca (plurinominale Sardegna Nord alla Camera), Antonio Solinas (uninominale Oristano) e Franco Sabatini (uninominale Nuoro alla Camera).
E Gianfranco Ganau, fra i più votati alle regionali del 2014 e presidente dell’assemblea, imputato a Sassari in procedimento penale per tentata concussione e tentato abuso d’ufficio per una vicenda che risale al periodo in cui era sindaco della città . Le storture però sono trasversali ai partiti.
A Milano dieci consiglieri comunali tentano la corsa per il Parlamento. Nella maggioranza ci prova al Senato Franco D’Alfonso (lista civica del sindaco Beppe Sala), ex assessore della giunta guidata da Giuliano Pisapia, che è stato candidato dal Pd in quota Insieme al collegio uninominale di Milano 2. Anche la consigliera Pd, Diana De Marchi, correrà  per il Senato (collegio uninominale Sesto San Giovanni).
Per Forza Italia correrà  invece Maria Stella Gelmini che a febbraio dell’anno scorso, garantiva: “Non sono un ‘big’ che si candida per poi andare a Roma. La mia scelta è Milano, e mi candido per rimanere in Consiglio comunale e portare il mio contributo di esperienza e di impegno alla città . Lavorare nell’aula di Palazzo Marino sarà  un onore”.
È candidata per la riconferma alla Camera all’uninominale di Desenzano e come capolista nel plurinominale a Brescia e Milano 1.
C’è poi il caso di Matteo Salvini, candidato premier della Lega con il dono dell’ubiquità : ha rinunciato a correre in un collegio uninominale ma è capolista in cinque listini al Senato (Calabria 1, Lazio 1 – Roma, Lombardia 4- Milano, Liguria 1, Sicilia 2). Il segretario del Carroccio è, come risaputo, anche deputato al Parlamento Europeo e, infine, consigliere comunale a Milano.
Tripletta per il “Capitano”, come lo chiamano i suoi fan.
Anche Luigi Amicone, vicino a Comunione e Liberazione nonchè fondatore di Tempi, è già  consigliere a Milano e candidato al Senato nel listino di Bologna, quota Forza Italia.
Nelle zone del terremoto, il sindaco leghista di Visso eletto nel 2014 Giuliano Pazzaglini è pronto, qualora venisse eletto, a dismettere la fascia da primo cittadino: il suo collegio è l’uninominale per il Senato ad Ancona-Macerata (con paracadute nel listino proporzionale) e dovrà  vedersela con il candidato di LeU Bruno Pettinari, legale di Nonna Peppina.
Sempre nelle Marche per il Carroccio ci saranno l’assessore di Treia Tullio Patassini, la consigliera comunale di Jesi Silvia Gregori. Anche Forza Italia attinge dal mondo dei rappresentanti del territorio: il sindaco di Cingoli, la vicepresidente del Consiglio Comunale di Macerata, la presidente del Consiglio Comunale di Urbino e altri. Ad Ascoli Piceno en plein: candidati sia sindaco che vicesindaco. Altri cittadini con la fascia tricolore candidati sono, per citarne alcuni: quello di Montefalco in Umbria (Lega), quello di Norcia e quella di Amelia (Forza Italia).
In Campania il Pd candida al Senato Stefano Graziano, già  consigliere regionale eletto nel 2015. Nel collegio vicino, in lista dopo Matteo Renzi, c’è Valeria Valente, consigliere comunale a Napoli (e deputata uscente) nonchè già  candidata sindaco (sconfitta) dei dem. Con lei c’è Mara Carfagna, anche lei consigliere a Napoli, che risulta capolista alla Camera per Forza Italia in due collegi plurinominali, quello di Napoli città  e quello della provincia nord di Napoli.
Quanto alla Regione, oltre a Graziano sono 10 i consiglieri in lizza per un seggio parlamentare: il presidente della commissione Sanità  Raffaele Topo, capolista nel plurinominale a Napoli Sud.
Anche Antonio Marciano è candidato al Senato, nel collegio uninominale Napoli-centro ovest. Nel collegio uninominale alla Camera di Santa Maria Capua Vetere è candidato Gennaro Oliviero. Eppoi, sempre in quota centrosinistra: Nicola Marrazzo, Francesco Borrelli e Maria Ricchiuti dell’Udc. Forza Italia schiera invece Flora Beneduce, coinvolta in un’inchiesta per voto di scambio insieme a Luigi Cesaro, noto al pubblico come Giggino a’ purpett, e Massimo Grimaldi. Con Fratelli d’Italia corre Luciano Passariello e l’ormai ex dopo il suo passaggio con Noi con l’Italia Alberto Gambino.
Tornando alla Liguria, singolare il caso anche di Patrizia Saccone: la più votata della Lista Toti alle comunali di La Spezia dopo aver rassegnato le dimissioni da assessore nella precedente giunta guidata dal Centrosinistra, ora corre per un posto alla Camera con Forza Italia: “Si riparte”, ha dichiarato con nonchalance.
A Savona nell’uninominale per il Senato il centrodestra ha piazzato Paolo Ripamonti, attuale assessore alla Sicurezza nel Comune; nel plurinominale Manuela Gagliardi, vicesindaco sempre a La Spezia.
C’è poi tutta la pattuglia di europarlamentari che scappano da Bruxelles: il gruppo più nutrito è quello del Pd, quattro su 31. Il presidente del Gruppo Socialisti e Democratici (S&D), Gianni Pittella si presenta in Campania 3 e al collegio uninominale del Senato in Basilicata, Nicola Caputo a Caserta, (collegio uninominale al Senato), Isabella De Monte a Udine, (collegio uninominale al Senato) e Elena Gentile, ad Andria (Puglia), anche lei al collegio uninominale al Senato.
Per gli azzurri correrà  Licia Ronzulli, ombra di Berlusconi e europarlamentare, in Puglia 2 come capolista per il Senato.
Nello stesso gruppo è presente Lorenzo Cesa (Unione di Centro), che invece si candida in Campania come capolista di Noi con l’Italia nel collegio di Nola.
Della quarta gamba del centrodestra c’è anche Raffaele Fitto, capolista alla Camera proporzionale Puglia 1 (Bari) Puglia 2 (Lecce) Puglia 3 (Taranto Brindisi).
Tra i leghisti, oltre Salvini c’è Lorenzo Fontana, candidato proporzionale a Verona provincia come capolista.
Diverso il discorso per i 15 eurodeputati del M5S, che rimarranno in Europa. Una delle regole dello statuto per le candidature è infatti quella di avere già  concluso il mandato. A chiudere l’ex sindaco di Padova, Flavio Zanonato, che dopo quattro anni a Bruxelles sarà  candidato al Senato nel collegio uninominale di Padova e della Bassa Padovana per Liberi e Uguali. “Corro in un collegio difficilissimo per difendere i valori della sinistra, dalla parte dei lavoratori, dei giovani precari e della povera gente”, ha detto Zanonato. Certa è infine la candidatura di Sergio Cofferati (LeU), ex segretario generale della Cgil, collegio Genova 3 uninominale per la Camera.
Ultimo appunto: le “poltrone girevoli” fanno presa anche sull’estrema destra.
A Trenzano, nel bresciano, il primo cittadino Andrea Bianchi è candidato alla Camera: è stato il primo sindaco eletto da CasaPound.

(da “Huffingtonpost”)

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ABOLIRE LE UNIONI CIVILI “PERCHE’ VANNO VERSO LA FINE DELL’UMANO”? LA DERIVA ILLIBERALE DEL CENTRODESTRA

Gennaio 30th, 2018 Riccardo Fucile

MA NON ERANO “LIBERALI” CERTI PERSONAGGI? LO STATO NON DOVRA’ MAI AVERE IL POTERE DI DIRCI   COSA PENSARE… IL RICONOSCIMENTO DELLE UNIONI CIVILI E’ UN DOVEROSO ATTO DI CIVILTA’

«Le unioni civili saranno abolite perchè “vanno verso la fine dell’umano”…». È la promessa elettorale del centro-destra riunitosi durante il convegno “Oltre l’inverno demografico”, organizzato il 27 gennaio a Roma da Alleanza Cattolica e dal comitato Difendiamo i nostri figli in vista delle elezioni politiche del 4 marzo
A pronunciarla, “premiata” da uno scroscio di applausi, la parlamentare Eugenia Roccella, oggi candidata con Forza Italia per la Camera in Emilia Romagna nel collegio uninominale di Casalecchio di Reno.
Alla manifestazione erano presenti anche il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri di Forza Italia, Stefano Parisi, segretario nazionale di Energie per l’Italia, il leader leghista Matteo Salvini e la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni (fonte: “L’Espresso”).
Il centrodestra, insomma, sta sempre più rischiando di scrivere una paurosa (e inaccettabile) pagina retriva…
Ma non erano “liberali certi personaggi”?
Piaccia oppure no, non saremo mai tutti uguali. Le situazioni, e le stesse persone, saranno sempre diverse ed avere una normativa capace di saper dare risposte alle variegate situazioni che la vita propone, che la stessa libertà  e natura degli individui sentono ed avvertono, dovrebbe essere la condizione minima di una società  civile.
Molti si fanno distrarre dai preconcetti, dai dogmi, dalle “astruserie di concetto”, dimenticando il valore più importante di tutti nel rapporto tra individuo e “funzione di governo”: lo Stato non dovrà  mai avere il potere di dirci cosa pensare.
Il riconoscimento delle unioni civili è stato un significativo atto di civiltà  nei confronti di chi la pensa o è diverso da noi: tornare indietro, sarebbe davvero indecoroso.

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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    • IL MONDO È IN FIAMME, E IL NOSTRO MINISTRO DEGLI ESTERI SE NE VA IN VALLE D’AOSTA PER L’EVENTO DI FORZA ITALIA “AZZURRI IN VETTA”
    • CHE COINCIDENZA: QUALCUNO, NELLA STESSA NOTTE E NELLA “MEDESIMA CAMPAGNA DI INFEZIONE” IN CUI GLI 007 ITALIANI SPIAVANO CACCIA E CASARINI, HA INFETTATO IL TELEFONO DI CANCELLATO
    • LA CINA AUMENTERÀ IL BUDGET PER LA DIFESA AL 7% NEL 2026: PECHINO PREVEDE DI SPENDERE 276,8 MILIARDI DI DOLLARI PER LA DIFESA, CIRCA TRE VOLTE MENO DEL BILANCIO MILITARE DEGLI STATI UNITI
    • GLI ITALIANI A DUBAI VOGLIONO PRIVATIZZARE L’UTILE E COLLETTIVIZZARE IL COSTO: SE NE SONO ANDATI NEL GOLFO PER NON PAGARE LE TASSE NEL NOSTRO PAESE MA, ORA CHE PIOVONO MISSILI, CHIEDONO ALL’ITALIA DI ESSERE RIMPATRIATI (SPERANDO CHE PAGHI PANTALONE)
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