Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
A UNA SETTIMANA DALL’ANNUNCIO I CONTI DELLE COPERTURE NON TORNANO… MANCANO SEMPRE DETTAGLI E NUMERI PRECISI E LE CRITICHE ARRIVANO ANCHE DA GIORNALI AMICI
Dove si trovano i soldi per realizzare i venti punti per la qualità della vita del programma del MoVimento 5 Stelle?
Ce lo siamo chiesti la settimana scorsa evidenziando come i numeri sparati da Di Maio, che assicura che le coperture ci sono eccome, siano parecchio strani.
Per tacere del fatto che nella paginetta dove vengono elencate le “coperture” del programma economico e finanziario manca una cosa fondamentale: i dettagli.
Certo, ci sono i numeri, e molti anche, ma appaiono e scompaiono in modo alquante sorprendente.
C’è chi ha detto che le coperture del M5S sono un gioco delle tre carte dove voci di spesa diventano risparmi a seconda delle convenienze. Non è così. Ci sono anche tanti conti che non tornano.
Ad esempio sul reddito di cittadinanza il M5S scrive che dovrebbe costare tra i 15 e i 17 miliardi di euro.
Un fact checking de LaVoce.info però ha calcolato che il costo complessivo della manovra sarebbe di circa 29 miliardi di euro se davvero, come scritto nel Ddl presentato dal MoVimento, si vuole tener conto dei criteri Eurostat per il calcolo della soglia di povertà relativa.
Ci sono poi altre cifre “strane”.
Ad esempio per i 5 Stelle l’abolizione — loro la chiamano prudentemente “superamento” — della Fornero costerà circa 11 miliardi di euro.
Le stime però parlano di un costo di circa 20-25 miliardi di euro l’anno.
A questi vanno aggiunti anche quelli per la riduzione delle aliquote fiscali, che secondo il M5S costerebbe 13 miliardi di euro mentre secondo i calcoli fatti da Roberto Petrini per Repubblica le tre aliquote ridotte e la no tax area a 10mila euro (oggi è a 8mila) verrebbero a costare 30 miliardi di euro.
Sabato scorso su Repubblica Roberto Petrini ha messo in fila i costi della manovra a 5 Stelle.
A fronte di una spesa dichiarata da Di Maio che si aggira tra i 70 e gli 80 miliardi di euro Repubblica calcola che il costo reale è intorno ai 125 miliardi di euro.
Ma anche tenendo buone le coperture del MoVimento 5 Stelle (30 miliardi dalla spending review e 40 dai tagli alle agevolazioni fiscali) secondo Repubblica mancherebbero all’appello circa 40 miliardi di euro, vale a dire la metà di quello che serve per attuare nella realtà il programma di governo di Di Maio.
Che le coperture elencate dal MoVimento destino qualche perplessità lo conferma anche un articolo pubblicato domenica 28 gennaio dal Fatto Quotidiano.
Il pezzo a firma di Stefano Feltri elenca alcune delle criticità già rilevate da Repubblica, ad esempio il costo del reddito di cittadinanza (per il Fatto 20 miliardi) e il gettito derivante dalla spending review.
Come è noto il M5S si richiama al Piano Cottarelli, che prevede però anche corposi tagli alle assunzioni nella Pubblica Amministrazione. però al tempo stesso propone l’assunzione di qualche migliaio di dipendenti pubblici.
Diecimila agenti delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza nelle città (ai quali si spera sia previsto di dare una dotazione di mezzi adeguata) e “altre 10mila per rafforzare le commissioni territoriali che valutano le domande di diritto d’asilo”.
Oltre a questi ventimila agenti ci sono poi da assumere 5mila amministrativi nei Tribunali e 1.400 magistrati “per rendere più efficiente e rapido il comparto”.
Feltri nota poi che sembra che la voce delle tax expenditures venga contata come copertura due volte.
La prima per coprire il superamento della Fornero la seconda per finanziare i tagli dell’Irpef.
In buona sostanza Feltri rilevava che “si tratta di tax expenditures da finanziare tagliando altre tax expenditures, ma non si sa quali“. Senza contare che una parte consistente delle coperture (10-15 miliardi) sarebbe finanziata con ulteriore deficit.
Curiosamente il M5S ha sentito la necessità di replicare solo al fact checking di Repubblica.
Questo nonostante i dubbi sollevati dal Fatto non fossero certo meno importanti.
La risposta è a cura di Lorenzo Fioramonti, il docente dell’Università di Pretoria candidato con il MoVimento.
Fioriamonti scrive ad esempio che “La riforma dell’Irpef del M5S costa invece poco oltre 13 miliardi, ma comunque Repubblica non considera che noi riassorbiamo in essa gli 80 euro che ci danno quasi 10 miliardi di coperture già pronte”.
A parte che è interessante che l’idea di coprire un taglio delle tasse eliminando un taglio delle tasse non si capisce come sia possibile.
Perchè la no-tax area fino a 10mila euro costa da sola 14 miliardi di euro.
A questo va aggiunta la riduzione delle aliquote che viene a costare — sempre secondo i calcoli de LaVoce.info — 10 miliardi: totale 24 miliardi di euro.
Fioramonti poi insiste sul punto che il M5S non è per l’abolizione completa della Fornero ma solo per un suo “superamento”.
Il fatto che a fronte di una spesa necessaria di oltre 20 miliardi il M5S proponga di spenderne poco meno della metà fa capire la portata di questa rivoluzione.
Il nodo principale rimane quello della spending review.
Fioramonti ammette che “alcuni tagli potrebbero essere considerati non equi dal M5S”. Il che vale a dire che il M5S non ha intenzione di applicare alla lettera il piano Cottarelli, proprio come non lo hanno fatto altre forze politiche (che strano!).
Eppure su 7,2 miliardi di risparmio che aveva proposto il Commissario 5 sono già stati fatti. Resterebbero solo le spese più impopolari.
Il M5S avrà la forza e il coraggio di farle?
Capitolo tax expenditures: la Corte — scrive Fioramonti — nel 2016 “aveva individuato ben 799 voci di sconto o esenzione fiscale, per un valore di 313 miliardi” e che quindi trovare 40 miliardi sarà semplice.
Ma Repubblica risponde che «Il dato che cita M5S è del 2011, allora fu la Commissione Ceriani a contare 720 voci. Le ultime stime dell’Ufficio valutazione del Senato e del Tesoro parlano di 468 misure “tagliabili” che valgono 54,5 miliardi. Voler ricavare 40 miliardi sarebbe una impresa da maghi».
Il mistero delle coperture è destinato a restare.
E scoprirlo dopo le elezioni potrebbe non essere piacevole. Nel complesso sembra che ci sia davvero qualche “buco” nelle coperture, lo ha visto LaVoce, lo ha visto Repubblica e lo ha notato anche un giornale non certo “nemico” dei 5 Stelle come il fatto.
Che siano tutti contro Di Maio?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
UN TERZO DELLE NUOVE AZIENDE AGRICOLE E’ DI UNDER 35, SIAMO PRIMI IN EUROPA
Chi l’ha detto che i giovani vogliono soltanto fuggire verso altri lidi? C’è una buona fetta di loro che
ancora si mette in gioco, in Italia.
Senza nulla togliere al problema della ‘fuga dei cervelli’, che anzi è quanto mai urgente affrontare con riforme radicali che vanno dall’Università al mercato del lavoro, i dati della Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi sono un inno all’imprenditoria che nasce e cresce in casa: nello scorso anno in Italia sono nate circa 300 imprese giovanili al giorno lungo tutta la penisola (circa 110mila), pari al 30,5% di tutte le imprese iscritte nel 2017.
Roma (8.276), Napoli (7.073), Milano (5.594) e Torino (3.312) i territori con il maggior numero di imprese giovani iscritte nel 2017, ma sono al Centro Sud i territori dove i giovani pesano di più sul totale delle nuove imprese, Nuoro (44%), Crotone (42,2%), Reggio Calabria (41,9%), Vibo Valentia (41,1%) ed Enna (41%).
La schiera dei giovani che fanno impresa in Italia supera quella dei partenti: “Stando agli ultimi dati Istat disponibili”, dicono dalla Camera di Commercio, “nel 2016, sono stati circa 61mila i giovani emigrati, tra 18 e 39 anni, che hanno trasferito la propria residenza all’estero, mentre si contano circa 114mila imprese giovanili (18 – 34 anni) che hanno aperto un’attività in proprio nel 2016”.
I giovani in Italia fanno impresa soprattutto nel settore del commercio (circa 21 mila iscrizioni), dell’edilizia (10.369), nell’agricoltura (9.850) e nel comparto dell’alloggio e ristorazione (6.124).
Ci sono alcuni esempi portati alla Villa Reale monzese in occasione del Tavolo Giovani #internazionale 2018 Cultura: nuovi modi di vivere la cultura: c’è il Museo di Arte Urbana Aumentata e la galleria d’arte online che espone giovani talenti.
E ancora la piattaforma del cinema on demand con le proiezioni richieste direttamente dagli spettatori e la “caccia al tesoro” per scoprire i beni culturali della città .
Tra le altre start up presenti, anche chi propone percorsi esperienziali per scoprire l’arte attraverso il gioco, itinerari di cicloturismo alla scoperta di paesaggi e beni culturali non abitualmente esplorati, la rete online di negozi che supporta le Non Profit del territorio e trasforma lo shopping in donazioni, il teatro come strumento per scoprire luoghi e storie dimenticate.
Dati confermati anche dalla Coldiretti, che vede un particolare dinamismo nel suo settore di appartenenza: “L’Italia con 53.475 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura, con un aumento del 9% nel terzo trimestre 2017”, dice un’analisi dell’associazione in occasione dell’apertura della Fiera Agricola di Verona.
“La presenza degli under 35 – sottolinea la Coldiretti – ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70 per cento delle imprese giovani opera in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
11 SONO VERSAMENTI DIRETTI IN SEGUITO A CONTROLLI, 7,4 ARRIVANO DAI RUOLI… MA L’EVASIONE E’ DI 110 MILIARDI, SI RECUPERA SOLO IL 15%
“Il quadro tracciato è quantomeno incoraggiante“, esulta Pier Carlo Padoan. “Il sentiero stretto sta portando i frutti attesi. La riscossione è in crescita, non è un fenomeno una tantum, ma strutturale”.
Nel 2017, ha comunicato l’Agenzia delle Entrate, l’attività di recupero dell’evasione fiscale ha portato nelle casse dell’Erario 20,1 miliardi, un aumento del 5,8% rispetto al 2016 quanto il risultato si era fermato a 19 miliardi.
In totale, va ricordato, l’evasione sottrae allo Stato oltre 110 miliardi di euro l’anno.
Sui 20,1 miliardi di recupero, poi, 6,5 miliardi sono il risultato della rottamazione delle cartelle.
Operazione che viene ricondotta dunque sotto la voce “lotta all’evasione” anche se ad aderire al pagamento a rate sono state persone che avevano ricevuto una cartella esattoriale per i motivi più disparati.
E altri 400 milioni sono l’ultima coda della voluntary disclosure, ovvero l’emersione di soldi non dichiarati allo Stato a fronte di un pagamento molto ridotto, in media il 6% delle cifre regolarizzate.
Su 20,1 miliardi, 11 sono versamenti diretti dei contribuenti in seguito a controlli.
Grazie alle lettere di compliance inviate per chiedere a chi non aveva versato il dovuto di “ravvedersi” sono stati incassati 1,3 miliardi di euro.
Il resto, 7,4 miliardi (+54%), arriva da ruoli, cioè gli elenchi inviati dalle Entrate all’ente riscossore, che dallo scorso luglio non è più Equitalia ma l’Agenzia delle Entrate — Riscossione (per la Sicilia c’è Riscossione Sicilia).
E di quei 7,4, 6,5 miliardi sono appunto il risultato della definizione agevolata i cui termini sono stati più volte riaperti per massimizzare gli introiti. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio si è trattato di un condono che “consentendo ai contribuenti di estinguere il debito di imposta al netto di sanzioni e interessi di mora finisce per premiare i contribuenti meno meritevoli e per questa via può contribuire a indebolire il senso di obbedienza fiscale della platea dei contribuenti”. In disaccordo la Corte dei Conti, secondo cui condono “è una espressione impropria perchè qui non si condona una parte del dovuto”.
La cifra ufficiale sulle somme recuperate è più bassa rispetto a quella data come sicura da Maria Elena Boschi: la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio nel settembre 2017 aveva affermato che “dagli 11 miliardi del 2014 siamo passati ai 23 miliardi di quest’anno”. Oggi, via facebook, sostiene di “aver sbagliato per difetto” perchè “i miliardi sono 25,8“.
Ma la cifra si raggiunge considerando anche quelle riscosse per Inps, Inail e enti locali, che sono estranee alle statistiche presentate annualmente dalle Entrate.
Non a caso lo stesso Partito democratico poco prima aveva twittato: “Nuovo record nel recupero dell’evasione fiscale in Italia, superati i 20 miliardi”. Mentre Democratica titola: “Recuperati 20 miliardi”.
Altri 5,7 miliardi sono frutto della riscossione per altri enti creditori: Inps, Inail, ministeri, Comuni. L’Agenzia delle entrate-Riscossione ha incassato da ruoli 12,7 miliardi, contro gli 8,8 riscossi nel 2016 da Equitalia.
Il comunicato dell’Agenzia dà conto anche del gettito spontaneo, pari a 412,6 miliardi nel 2017 a fronte dei 405 del 2016.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
IL SINDACATO IG METAL, ALLA LUCE DELLA FORTE CRESCITA DELL’ECONOMIA TEDESCA E DELLA DISOCCUPAZIONE MAI COSI’ BASSA, CHIEDE ANCHE AUMENTI SALARIALI PER 4 MILIONI DI DIPENDENTI
Una giornata di “scioperi di avvertimento” che ha coinvolto le fabbriche di Volkswagen e Ford.
Con adesione del 100%, secondo il sindacato.
Che ha annunciato nel corso della settimana astensioni dal lavoro in un totale di 275 aziende.
Dall’8 gennaio interruzioni del lavoro di alcune ore hanno colpito 785 siti industriali, tra cui quelli di gruppi come Siemens, Daimler e Porsche.
Succede in Germania e ad incrociare le braccia sono i metalmeccanici rappresentati da IG Metall, che ha proclamato lo sciopero dopo il fallimento, il 25 gennaio, delle trattative con i rappresentanti dei datori di lavoro.
E’ lo scontro più duro da quanto nel 1984 la sigla sindacale indisse sette settimane di scioperi per ottenere la riduzione della settimana lavorativa da 40 a 35 ore.
Ora, alla luce della forte crescita registrata dall’economia tedesca (pil a +2,2% nel 2017) e della disoccupazione eccezionalmente bassa, quella conquista non basta più.
I sindacalisti chiedevano, oltre ad aumenti salariali per 3,9 milioni di dipendenti del comparto metalmeccanico, la possibilità per i lavoratori di passare su base volontaria dalla settimana di 35 ore a una di sole 28 ore e al part time per due anni se devono occuparsi dei figli o dei lavoratori anziani.
I datori di lavoro hanno offerto un aumento del 6,8% ma hanno rifiutato l’accorciamento degli orari, chiedendo di poter almeno richiamare i lavoratori in caso di picchi di produzione.
Inoltre non accettano di compensare parte dei minori introiti di chi dovesse scegliere la settimana corta.
Ora l’Unione dei datori di lavoro del settore metallurgico vuole tornare al tavolo delle trattative. Anche se il presidente dell’Unione Rainer Dulger, parlando alla Bayrische Rundfunk. ha criticato gli scioperi di una giornata affermando che “sono un metodo, pianificato in anticipo, per guadagnare nuovi iscritti e farsi pubblicità “.
L’istituto Diw, riporta Reuters, ha calcolato che gli scioperi potrebbero costare alle aziende un totale di 62 milioni di euro al giorno di mancati ricavi, assumendo che circa 50mila lavoratori si fermino ogni giorno.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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