Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile
ERRATO ANCHE IL CONTO DELLE RESTITUZIONI, UN IMPIEGATO HA SBAGLIATO A FARE LE SOMME… SI PROFILA UN BEL GRUPPO MISTO NEL PROSSIMO PARLAMENTO
Perlomeno un milione, forse anche un milione e mezzo. Attraverso il solito comunicato ufficioso dello staff, il MoVimento 5 Stelle ammette che il buco nei rimborsi grillini è più ampio di quello raccontato dai giornali.
Anzi, c’è di più: potrebbe esserci stato un errore di calcolo a monte, cioè, nella cifra certificata come restituita dai parlamentari e utilizzata con le foto dell’assegnone per fare propaganda politica dai grillini.
Questo perchè, sempre secondo le spiegazioni ufficiose, a tenere il conto e a controllare (si fa per dire) era una sola persona che avrebbe sbagliato le somme sui fogli excel (speriamo che non lo facciano ministro dell’Economia, almeno).
Alla cifra di 1,4 milioni di euro — la più ampia mai calcolata — si arriva contando i 530.599 euro che sono il frutto dei tagli dei consiglieri di quattro regioni (Liguria, Emilia, Veneto e Trentino) e 606 mila euro che arrivano dagli europarlamentari, oltre a quelli messi sul conto dai parlamentari che sono stati cacciati o sospesi a tempo determinato dal MoVimento ma hanno continuato a versare.
Spiega Ilario Lombardo sulla Stampa
Tra le persone contattate dallo staff per avere spiegazioni più approfondite c’è anche un fedelissimo di Di Maio: Danilo Toninelli. Secondo l’ex collaboratore della Casaleggio, Marco Canestrari, il deputato avrebbe bonificato sempre la stessa cifra per mesi: 1996,19 euro. Così. secondo l’ex grillino, avrebbero fatto Carlo Sibilia e Vito Crimi. E anche Mario Giarrusso: 1.481,20 euro da aprile a luglio 2015.
Nei primi tre mesi il bonifico riporta il timbro della stessa data ma non il Cro, il codice che identifica la transizione.
Nel servizio delle Iene la fonte anonima che ha denunciato gli imbrogli parla di almeno 10 persone coinvolte.
Due sono Cecconi e Martelli, il terzo è il senatore Maurizio Buccarella che ieri si è autosospeso accusando i giornalisti di aver complottato contro di lui e raccontando di aver annullato i bonifici appena predisposti perchè voleva cambiare banca a causa delle commissioni troppo alte, ma poi non lo ha fatto.
Su Barbara Lezzi, altro nome finito nel mirino, c’è più prudenza. La senatrice assicura di essersi già rivolta alla banca, di essere «pienamente innocente» e di «poterlo provare».
Sempre secondo La Stampa ci sono altri servizi in arrivo da parte delle Iene: “Anche la modalità di uscita delle prossime puntate (a Mediaset usano il plurale) dovrebbe essere la pubblicazione sul sito, e non la messa in onda tv: un’interpretazione molto discutibile della norma sulla par condicio è stata usata come arma contro Mediaset”. Luca De Carolis e Paola Zanca sul Fatto Quotidiano forniscono l’identikit di alcuni sospettati e ne scagionano qualcun altro:
Si sussurra di una deputata uscente capolista nel Nord e di un suo collega romagnolo. Il sito Supernova accusa il senatore Mario Giarrusso di aver taroccato un bonifico. Ma lui replica: “Una svista del funzionario della banca”.
Al Fatto invece arrivano i bonifici della senatrice Enza Blundo: sul sito mancavano le ricevute dei pagamenti effettuati nel 2015, l’e str at to conto della banca invece dimostra che è tutto regolare.
Giarrusso in un’intervista alla Stampa ha parlato di uno scellerato impiegato di banca che, reduce da una notte di bagordi, ha sbagliato il suo bonifico.
La senatrice Lezzi ha sostenuto che Unicredit non consente di verificare online i bonifici effettuati e quelli annullati.
E mentre il conto della Rimborsopoli M5S sale a un milione nessuno si fida più di nessuno. La revoca sistematica dei bonifici arriva da «insospettabili».
Stefania Piras sul Messaggero elenca il numero dei sospetti e spiega la tecnica utilizzata per scoprirli
In tutti i casi confermano che i versamenti caricati sul sito poi si sono persi per strada. Nel sito della trasmissione sono stati pubblicati i bonifici incriminati. Quelli di Cecconi risalgono ai primi di febbraio 2016. Quelli di Carlo Martelli sono bonifici apparentemente gemelli, siglati lo stesso giorno il 10 ottobre a venti minuti di distanza e senza la spunta in cui si dichiara di voler ricevere l’esito della transazione.
Ci sono poi le strane restituzioni fotocopia di Vito Crimi, Danilo Toninelli e Carlo Sibilia.
Stesso importo per mesi, e con stipendi diversi.
Confrontando i dati con il sito Maquantospendi.it, (è un sito aggiornato fino a gennaio 2017 che paragona i dati dei rimborsi e delle restituzioni per misurare l’evoluzione delle spese grilline) si può notare come Cecconi avesse iniziato a restituire meno di quanto restituiva in media l’inerro gruppo M5S.
Così il senatore Martelli, che almeno fino a gennaio 2017 presenta alti e bassi nella restituzione.
Quindi attualmente la situazione è questa: il Movimento ha chiesto a tutti i parlamentari una certificazione di quanto versato, convocandoli oggi a Roma.
Il numero dei “furbetti” è di almeno dieci, tutti ricandidati, molto probabilmente in posizione sicura come per la maggior parte dei parlamentari uscenti.
Il M5S sostiene che in qualche modo i cacciati rinunceranno al seggio ma questo non è vero.
In primo luogo perchè alcuni, come Catello detto Lello Vitiello finito nei guai perchè ex massone, ha già fatto sapere che non si ritirerà dalla corsa nel suo collegio uninominale. In secondo luogo perchè eventuali dimissioni dovranno essere votate dalle camere di appartenenza e non è detto che vengano accettate perchè il M5S non avrà la maggioranza nè alla Camera nè al Senato.
La realtà dei fatti dice quindi che ci saranno dodici parlamentari tra Camera e Senato (i dieci dei rimborsi più Vitiello e Dessì) che saranno in Aula iscritti al gruppo misto per almeno qualche anno.
Già fuori dal M5S e senza alcuna possibilità di fare politica al di fuori dei grillini perchè altrimenti si rimangerebbero la parola data. E con le dimissioni in tasca. Uno sfregio peggiore alla democrazia era difficile immaginarlo.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile
“I CINQUESTELLE MORALIZZATORI SENZA MORALE”
Di buon mattino il segretario del Pd Matteo Renzi torna all’attacco sullo scandalo dei rimborsi che sta
scuotendo il M5s.
E così, dopo aver paragonato Luigi Di Maio a Bettino Craxi che minimizzò su Mario Chiesa, ai microfoni di Rtl 102.5 lancia un nuovo affondo: “Ci sono delle truffe evidenti, acclarate e chi ha la responsabilità dovrebbe dire come stanno le cose”.
E aggiunge: “I Cinquestelle non hanno mantenuto la promessa di diversità , sono diventati un’arca di Noè di truffatori, riciclati e scrocconi. Sono sei anni che ci fanno la morale ma ci sono truffe acclarate; si sono presentati come diversi dagli altri ma sono come tutti gli altri”.
“La vicenda in sè non è importante per i soldi che mancano – continua Renzi – il punto problematico semmai è che alla fine con questo meccanismo non si sa più chi è il candidato, ogni giorno Di Maio dice ‘questo non è dei nostri, ci vergogniamo’.
Parlo di Dessì, di Cecconi o Martelli. Hanno combinato dei pasticci ma restano in lista. Un cittadino che vuole votare 5Stelle non è che si può fidare di un tweet”.
“Di Maio – conclude l’ex premier – si tolga il dente e dica tutti insieme i nomi di quelli cha hanno truffato, altrimenti danno l’idea di considerare gli italiani un popolo di rincoglioniti. Dica la verità , ma senza farci la morale. Perchè i moralizzatori senza morale non funzionano”.
(da agenzie)
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Febbraio 13th, 2018 Riccardo Fucile
“GRAVE CHE PROPRIO I CAPORALI ABBIANO FALSIFICATO I RENDICONTI”
“Promettono lotta all’evasione e poi non riescono a controllare i rendiconti di cento parlamentari”. Federico Pizzarotti, ex del M5s e sindaco di Parma, commenta ai microfoni di Circo Massimo su Radio Capital lo scandalo sui rimborsi che sta scuotendo il Movimento.
“Che ci fosse poco controllo nei rimborsi era noto – continua il sindaco – spesso le rendicontazioni sono state usate in maniera strumentale. Quello che trovo grave è che siano proprio i ‘caporali’, quelli più visibili in tv, ad aver falsificato le rendicontazioni”.
“Trovo strabiliante – aggiunge Pizzarotti – che di questo caso se ne debbano accorgere quelli delle Iene. Forse prima di fare grandi proclami sulla lotta all’evasione, devi cominciare a far quadrare le cose internamente”.
Sollecitato, inoltre, a stabilire se abbia ragione Luigi Di Maio quando parla di “mele marce” o Matteo Renzi che paragona il leader pentastellato a Craxi che aveva definito Mario Chiesa un “mariuolo”, il primo cittadino di Parma risponde: “Non ha ragione nessuno dei due. Renzi sfrutta l’occasione per ragioni di campagna elettorale e per gli stessi motivi Di Maio minimizza. Questo dimostra sempre di più le lacune del sistema dei partiti. Del resto si vede anche dalle liste, che sono piene di fedelissimi. Tutti preferiscono gli yesman”.
Quanto all’esito delle elezioni Pizzarotti, che da parte sua dubita di votare per il M5s, afferma: “Saranno il primo partito, ma non credo abbiano i numeri per governare. E non credo neanche che siano un pericolo: sono molto più preoccupato di Trump e Berlusconi che ha fatto per 20 anni i suoi comodi. Casomai saranno immobili, come si vede a Roma”.
Per l’ex esponente pentastellato, è comunque in atto una grande trasformazione del M5s: “Il Movimento è già morto da tempo, ora tante persone lo chiamano ‘il partito di Di Maio’. Quando è scomparso Casaleggio ha perso la persona che dava la linea, il programma e la visione. Grillo si è allontanato da tempo, per stanchezza. Il M5s è diventato un’altra cosa. Anche le persone sono diverse”.
Secondo Pizzarotti Di Maio ha la stoffa del leader: “Ha scalato un movimento che non era scalabile. Ma fare il premier è un’altra cosa, forse servirebbe maturare un’esperienza di tipo gestionale in altri ambiti”.
Sul passo indietro di Di Battista, Pizzarotti conclude: “Di Maio è ‘la testa’, Di Battista rappresenta ‘il cuore’ del Movimento. Non mi meraviglierei che si fosse escluso perchè gli piace interpretare questa parte, quella in fondo più bella perchè più ludica”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
CON QUELLO CHE GUADAGNANO I POLITICI CHE VI HANNO INDOTTO ALLA PROTESTA. PRESENTATE IL CONTO A LORO: LEGA E FDI SARANNO FELICI DI FARSI CARICO DELLE SPESE
L’appello corre sul web: “A tutti gli amici che hanno firmato la petizione per aiutarci a non far diventare
l’ex asilo un centro di accoglienza, comunico che purtroppo abbiamo perso la causa e che ci hanno condannato a pagare le spese legali a Suore della neve e Cooperativa Migrantes. Vi prego di contribuire per non far gravare su chi ci ha messo la faccia in prima persona e ora si trova ad essere toccato in solido. Siamo tutti parte dei 31 firmatari del ricorso”.
Il volantino che accompagna l’appello parla di “spese legali” pari a 10.000 euro e non è ben chiaro se si riferisca alla cifra da riconoscere ai legali delle altre parti in causa o comprenda anche una quota da riconoscere al proprio legale.
Circostanza, a lume di naso, da escludere, trattandosi di un consigliere comunale di Fratelli d’Italia che avrà certamente assistito i ricorrenti a titolo gratuito, avendo partecipato con passione a tutte le manifestazioni di protesta.
Tra le righe, in una intervista a Primocanale, la portavoce del Comitato, notoriamente apartitica (essendo stata in passato candidata del centrodestra a elezioni amministrative locali) lamenta di “essere stati abbandonati” dalla politica.
Un sistema per verificarlo ci sarebbe: mandate la parcella da pagare ai consiglieri comunali e regionali che vi hanno spinto a protestare senza motivo, che hanno sfilato in testa ai vostri cortei contro il centro di accoglienza, alimentando tensioni senza senso, e che vi hanno fatto promesse senza mantenerle.
O adesso sono spariti?
Ps Per la cronaca i ragazzi ospiti del centro ora sono 32 , studiano e non hanno creato alcun problema, a detta degli stessi abitanti.
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
NUMERI SBALLATI, SVARIONI CULTURALI E FANDONIE: LA MELONI UMILIATA DAL DIRETTORE GRECO E’ IL SEGNO DEL QUALUNQUISMO, E DELL’IGNORANZA DI CERTI POLITICI
Sulla polemica legata allo sconto del museo Egizio per i “nuovi italiani” di lingua araba (“Fortunato chi parla arabo”) non ci sarebbe da tornare, per non fornire ulteriore ribalta al vuoto cosmico di certa propaganda elettorale, non fosse che per individuare il nodo vero della questione.
Anzi, i nodi che hanno fatto saltare i nervi a Giorgia Meloni e a Federico Mollicone, responsabile della comunicazione che ieri ha lanciato una minaccia programmatica: “Stia tranquillo il direttore Greco: una volta al governo, Fratelli d’Italia realizzerò uno dei punti qualificanti del proprio programma che prevede uno spoil system automatico al cambio del ministero della Cultura per tutti i ruoli di nomina”.
In piccolo, ma neanche troppo visto che parliamo della seconda istituzione più importante al mondo quanto ad antichità egizie dopo il museo del Cairo, la vicenda racchiude tutto il mix di qualunquismo, ignoranza e disinformazione che sta uccidendo questa campagna elettorale.
E le residue speranze di vedere gli italiani esprimere un voto informato il prossimo 4 marzo.
D’altra parte, testimonia anche l’Italia che reagisce in modo composto ed equilibrato a quel medesimo qualunquismo, a quell’ignoranza e a quella disinformazione. L’Italia che non si arrende alle panzane, all’avvelenamento e, in questo caso, alla stupidità pura. Un’Italia tuttavia destinata a uscire battuta e in minoranza dalle urne.
L’incarnazione di questo secondo fronte nella persona del direttore Christian Greco che venerdì scorso, quando Meloni ha terminato il suo comizietto all’esterno del museo in mezzo alle scolaresche, è sceso ad accoglierla, le ha regalato un volume sulla storia del museo, un biglietto d’ingresso e ha avuto con lei un sano e preciso scambio di battute.
Il tutto immortalato in un video di grande successo che ha evidentemente mandato su tutte le furie la leader di FdI, convinta della bontà della sua denuncia di uno sconto per cittadini di lingua araba: si tratterebbe di razzismo al contrario “nei confronti degli italiani”.
Col sorriso in faccia, Greco le ha ricordato le numerose iniziative del museo: l’accoglienza dei senza tetto, gli ottimi risultati economici dal rilancio di quattro anni fa, i lavori con gli ospedali e con le carceri. Le ha spiegato il senso di quell’iniziativa di tre mesi (“Avvicinare persone che in Egitto purtroppo non si sono avvicinate al loro patrimonio”) e ricordato i molti incentivi per tutti, italiani e no: l’ingresso per i giovani a 4 euro al giovedì, i compleanni gratuiti, gli omaggi di San Valentino.
La seconda parte della clip è dedicata agli svarioni di Meloni sulla religione islamica, sovrapposta tout court alla lingua araba, in un caleidoscopio di ignoranza che il direttore prova a raddrizzare: “Sa che ci sono 15 milioni di cristiani copti in Egitto?”. Fra numeri sballati e altre fandonie sui finanziamenti, la chiacchierata finisce con una sostanziale umiliazione della spedizione della fratellanza italica: “State usando in maniera politica” un’iniziativa del museo, chiude Greco.
La pacatezza e la competenza del direttore devono dunque aver fatto lievitare l’amarezza al quartier generale di Fratelli d’Italia che, invece di nascondere quel mestissimo teatrino nello sgabuzzino delle miserie elettorali, ha deciso di tornarci minacciando una purga culturale per giunta impossibile, e dimostrando di nuovo la propria ignoranza. Anche del proprio “nemico”: se scegli di attaccare qualcuno o qualcosa, almeno studia. Due paginette leggitele magari.
Da ormai 14 anni il museo è infatti gestito dalla Fondazione Museo delle Antichità Egizie di cui fanno parte enti privati e pubblici, dal comune di Torino alla regione Piemonte fino alla Compagnia di San Paolo e alla Fondazione Crt. Al ministero spetta un consigliere di amministrazione su cinque e dunque non c’è nessuna nomina diretta possibile nè repulisti da fare, visto che Greco è stato selezionato attraverso bando pubblico.
In quei cinque minuti scarsi si confrontano dunque due Italie.
La prima finirà probabilmente con lo strappare la maggioranza relativa dei voti, la seconda fatica invece a uscire dal peso della disinformazione e della propaganda.
Ma dimostra anche che il confronto competente e informato — di più, faccia a faccia, perchè il digitale consente un botta e risposta che il dibattito di persona spazza via — è forse l’unica strada per uscire dal vicolo cieco in cui questo Paese si è ficcato, scortato da rabbia, razzismo, pigrizia intellettuale (leggi ignoranza assoluta) e qualunquismo.
(da Wired)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
CHIEDERE SCUSA AVREBBE ALMENO DIMOSTRATO INTELLIGENZA, L’ARROGANZA IN POLITICA NON PAGA
Dopo giorni di attacchi sui giornali, in tv e sui social da parte soprattutto di Lega e Fratelli d’Italia,
Giorgia Meloni, in occasione di una gitarella elettorale in quel di Torino punta dritta verso l’ingresso del Museo Egizio, intenzionata a dirne quattro al buonista e cristianofobo direttor Christian Greco.
Il problema è che Christian Greco scende e le risponde, annientando tutte le piccole certezze della povera Giorgia.
All’accusa di discriminazione religiosa le fa notare che in Egitto ci sono milioni di copti, che sono cristiani ma parlano arabo.
All’accusa di far propaganda con i soldi pubblici le comunica che il museo non prende un centesimo di contributi statali.
All’accusa di escludere gli italiani dagli incentivi economici alla visita al museo le elenca tutte le altre promozioni in essere, per i giovani, le coppie a san Valentino, le famiglie con un figlio con meno di un anno, per i papà e le mamme nelle loro rispettive feste, persino per i possessori di biglietti Trenitalia.
Giorgia, che tra le altre cose non sapeva che la collezione esposta non è patrimonio italiano ma appartiene a Il Cairo, e che quello di Torino è l’unico museo al mondo a cui non è stata fatta richiesta di restituzione, fa scena muta.
Un successo, quello del Museo, anche supportato dai numeri, che negli ultimi 3 anni hanno addirittura subito un incremento del 500%.
Una sconfitta, invece, per la povera Giorgia, che non potendo replicare come avrebbe voluto (e soprattutto dopo esser stata smerdata pubblicamente grazie al video che ha fatto il giro di tutti i siti d’informazione del paese) ha deciso di rispondere nel più maturo e istituzionale dei modi: il pallone è mio e decido io.
Ovvero, promettendo, tramite il responsabile della comunicazione Mollicone, di cacciare il direttore una volta che il suo partito sarà al governo, grazie a uno “spoil system automatico di tutti i ruoli di nomina del ministero della Cultura”.
Peccato, Giorgia.
Peccato perchè Christian Greco è uno preparatissimo, uno che guadagnò la sua prima stagione di scavi a soli 21 anni, titolare fino ai 38 della cattedra di Archeologia Funeraria Egizia all’Università di Leida, con una trentina di pubblicazioni all’attivo e che ciononostante ha accettato di tornare in Italia, controtendenza, per dare una mano al suo paese.
Peccato perchè sotto la sua gestione i visitatori sono praticamente raddoppiati, passando dai 540.000 del 2013 al milione previsto per il 2018, con quasi dieci milioni di incassi in arrivo quest’anno.
Peccato perchè il museo ha subito un restyling imponente, durato quasi tre anni, che ha portato a diecimila metri quadrati d’esposizione con più di tremila reperti esposti, in una nuova veste moderna ed ‘europea’.
Peccato, soprattutto, che tu non lo possa cacciare. Perchè il museo, dal 2004 e per trent’anni, è di gestione esclusiva della Fondazione Museo delle Antichità Egizie, e perciò i direttori se li nomina, e nel caso destituisce, da solo. E visti i numeri, il talento e le migliorie espresse dall’attuale direzione, dubito che vorranno liberarsene.
Peccato che, invece di chiedere scusa, Giorgia Meloni abbia oggi smentito di aver minacciato la rimozione del direttore del Museo Egizio di Torino dal suo incarico. Perchè resta il comunicato inequivocabile del responsabile nazionale della comunicazione di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone.
Quanti errori genera l’arroganza, quando basterebbe ammettere di aver sbagliato.
(da “Rolling Stones”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
DAI RUTTI E BESTEMMIE TRA I BANCHI DELLA CATTEDRALE DI MONACO A EPIGONI DELLA PUREZZA DELLA RAZZA
Se fino a tre anni fa un politico si fosse sognato di sostenere con fare serio una tesi simile, sarebbe stato liquidato con lo sberleffo che per decenni è stato usato per (non) replicare alle sparate di Mario Borghezio.
Fino a poco tempo fa al solo sentir parlare di “invasione straniera” la reazione prevalente sarebbe stata quell’imbarazzo che colse i più quando nel novembre 2010 un’allegra comitiva di esponenti di Lega e Pdl in gita a Monaco fu filmata mentre sfoderava il meglio del proprio repertorio: rutti e bestemmie tra i banchi della cattedrale.
Nella convinzione sbagliata che quelle due parole sarebbero cadute nel dimenticatoio con la stessa rapidità con cui erano state pronunciate.
Invece questa sostanziale indifferenza, per quanto utile nell’immediato a non far precipitare il livello del dibattito, sul lungo periodo ha portato alla desolazione cui siamo costretti ad assistere oggi.
Perchè non passa giorno che Matteo Salvini, e con lui l’intero centrodestra, parlando di immigrazione non apra bocca per pronunciare l’espressione “sostituzione etnica“.
Ovvero lo stesso concetto declamato dal gruppo di skinhead del Veneto che il 29 novembre a Como fecero irruzione nella sede dell’associazione Como senza frontiere, leggendo un volantino contro “tutti coloro che mirano a sostituire questi popoli (europei, ndr) con non popoli”.
E la medesima idea espressa qualche giorno dopo dagli 8 patrioti di Forza Nuova che si presentarono coraggiosamente a volto coperto sotto la sede de La Repubblica a rappresentare “ogni italiano tradito da chi con la penna favorisce Ius soli, invasione e sostituzione etnica”.
Basta mettere in fila i fatti per notare come Salvini usi gli stessi argomenti e lo stesso linguaggio di Casapound e Forza Nuova con il risultato di far assurgere — grazie alla potenza della propria ribalta mediatica — al rango di argomento politico il cosiddetto “Piano Kalergi“, teoria cospirazionista senza fondamento, insulto alla più infima delle intelligenze, di cui fino a poco fa qualsiasi simpatizzante del fascio littorio si sarebbe vergognato come un ladro a parlare ad alta voce al bar con gli amici ma che oggi riempie le webzine dell’ultra, le bacheche social di molti elettori e le bocche di quasi tutti gli esponenti del centrodestra.
E che tra le mani di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia finisce persino per diventare dottrina di governo, al punto che il Carroccio promette che “con Salvini” ci saranno “stop invasione, porti chiusi, rimpatri di massa e aiuti a casa loro”, pur conoscendo benissimo l’immane dimensione della balla.
La quale balla fa il paio con i “600mila immigrati che vivono di espedienti e di reati” da rimandare a casa loro di cui parla Silvio Berlusconi. Tralasciando per questioni di spazio, tempo e carità di patria i proclami di Giorgia Meloni.
Ma che differenza passa tra il dire che bisogna salvaguardare la “razza bianca” (come ha fatto un altro illuminato leghista, Attilio Fontana) e inondare il dibattito con il mantra della “sostituzione etnica”?
Nessuna, entrambe le espressioni riflettono la stessa distorta percezione, la stessa visione del mondo strumentale alla conquista del voto di chi legittimamente cerca dalla politica spiegazioni al complesso fenomeno delle migrazioni.
E perchè allora la prima viene giustamente stigmatizzata mentre la seconda passa senza problemi nella discussione pubblica senza che nessuno trovi necessario sottolinearne l’evidente pericolosità ?
Perchè in un’Italia in cui il vento del razzismo gonfia le vele del centro e dell’ultradestra a 20 giorni dalle elezioni non c’è nessuno che abbia la forza nè la voglia di farlo.
Non il M5s, il primo a intestarsi la battaglia contro le ong “taxi del Mediterraneo“. Non certo il Pd, il cui ministro dell’Interno Marco Minniti pochi giorni fa spiegava che “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione” (ma non la gestione dell’accoglienza, questione ben più importante), facendo proprio il presunto nesso causale tra l’atto di violenza razzista e la presenza dei migranti di cui parlano Lega, Forza Nuova e Casapound fin dagli attimi immediatamente successivi alla tentata strage.
Non ci sarà bisogno di attendere il lavoro che gli storici affronteranno tra qualche decennio per ricostruire il contesto in cui una bella mattina del febbraio 2018 uno, candidato dalla Lega Nord nel 2017 e che si scambiava vigorosi saluti con il leader del suo partito, è uscito di casa con la pistola e ha sparato ai primi 6 immigrati che ha incontrato per strada.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
STAMANE E’ ANDATA IN BANCA PER DOCUMENTARE I BONIFICI SUI RIMBORSI E NON HA DATO PIU’ NOTIZIE DI SE’ (OLTRE CHE DEI BONIFICI)
La senatrice Barbara Lezzi ormai diciannove ore fa sulla sua pagina Facebook comunicava: «Domani
mattina andrò in banca per farmi rilasciare la documentazione che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati». Gli ultimi commenti in risposta agli utenti risalgono a nove ore fa.
Da quel momento nessuno ha più notizia della senatrice che fa crescere il PIL con il caldo, considerata una delle più esperte e preparate da luminari del calibro di Andrea Scanzi.
Ora, non so voi ma io comincio ad essere seriamente preoccupato.
Si sa infatti che le banche sono cattive e la senatrice Lezzi, che gliele ha cantate spesso forti e chiare, potrebbe essere in pericolo.
Visto che per avere una lista di bonifici basta l’home banking, poi, tutta questa insistenza sull’andare in banca “domattina” è sospetta: e se fosse stata tutta una trappola?
Barbara Lezzi poi è una che ha a cuore la famiglia — tanto da aver assunto come portaborse la figlia del compagno — e le banche invece sono tutte anti-famiglia e anti-vita: è evidente che, andata in banca per certificare la sua onestà della quale nessuno dubita, la senatrice Lezzi magari è stata rapita, oppure è impossibilitata a dare segni di esistenza su Facebook perchè qualcuno le ha preso il telefono (si sa, le banche sono ladre) e adesso non vuole più restituirglielo.
Insomma, questo è un appello: salvate la senatrice Lezzi dalla morsa delle banche!
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2018 Riccardo Fucile
OLTRE DIECI I PARLAMENTARI COINVOLTI…IL CASO DEI FALSI BONIFICI ESIBITI PER RIMBORSI MAI EFFETTUATI RISCHIA DI TRAVOLGERE IL MOVIMENTO
Il buco dei rimborsi dei Cinque Stelle non versati realmente nel fondo per il microcredito si allarga e supera il milione di euro.
Il calcolo è presto fatto: nella somma totale dei 23 milioni di euro già versati, ci sono infatti anche parte dei soldi dei consiglieri regionali del movimento di Liguria, Veneto, Emilia e Trentino, per un totale di 559mila euro; gli oltre 600mila euro versati dagli europarlamentari; e i soldi di deputati del M5S passati al gruppo misto come Riccardo Nuti e Giulia Di Vita.
Tradotto: la forbice della discrepanza tra quanto dichiarato dal Mise e i calcoli dei Cinque Stelle aumenta.
Per questo motivo il Movimento ha chiesto in via ufficiale al ministero dell’Economia l’accesso agli atti per avere l’elenco dei portavoce che hanno effettuato i versamenti con il totale dell’importo versato nei 5 anni da ognuno di loro.
Dallo staff di Di Maio si fa sapere che saranno pubblicati “in chiaro tutti i dati e chi non ha versato verrà espulso”.
Sul caso interviene anche il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che ha lasciato il Movimento un anno e mezzo fa: “L’arma della rendicontazione è stata usata in diversi casi contro chi non aveva una visione allineata con il vertice e in alcuni casi verso chi era uscito dal movimento per motivi diversi. Un modo per dire ‘è puro chi restituisce, gli altri non hanno dignità ‘. È l’epilogo di cose che ho detto più volte: l’onestà si misura non a parole, ma con i fatti”.
Il caso dei finti rimborsi – l’ennesimo della campagna elettorale pentastellata – era esploso negli ultimi giorni anticipato da Repubblica. Tanto da arrivare a una minaccia di censura verso la trasmissione de Le Iene che stasera hanno mandato in onda l’anticipazione del servizio incriminato, ma solo sul sito internet, sulla prassi sembra un po’ diffusa tra i parlamentari del Movimento di “bluffare” sulle restituzioni dei contributi parlamentari.
E non basta: al termine del servizio si intuisce che la seconda puntata coinvolgerà altri due parlamentari di peso del Movimento, dopo Andrea Cecconi e Carlo Martelli: ovvero Barbara Lezzi e Maurizio Buccarella.
D’altra parte la fonte anonima che ha vuotato il sacco con le “Iene”, ha spiegato che il numero di eletti coinvolti nella vicenda – con l’abitudine cioè di far finta di versare sul fondo per il microcredito le eccedenza di stipendi e diaria – “tocca la doppia cifra
“Tra deputati e senatori siamo ad una doppia cifra, è un partito fatto di furbi e furbastri che tradisce la fiducia dei cittadini”, ha detto l’ex militante M5s.
L’inchiesta de Le Iene ha già di fatto portato al ritiro dalla campagna elettorale di Cecconi e Martelli, due parlamentari uscenti e quasi certamente rieletti. Secondo l’accusa avrebbero finto di restituire somme per oltre 21mila euro, nel caso di Cecconi, e oltre 76mila nel caso di Martelli.
La mancata restituzione, spiega l’ex militante, si concretizza pubblicando sul sito “tirendiconto.it” i bonifici fatti salvo poi revocarli entro 24 ore dalla pubblicazione.
Interpellati il 2 febbraio scorso dall’inviato de Le Iene Filippo Roma, sia Cecconi sia Martelli negano. “Non è vero, ho tutti i bonifici fatti, sono caricati online”, spiega Cecconi prima di andar via mentre Martelli prima nega con forza (“A me questa cosa non risulta, questa cosa qua finisce adesso, è una cosa terribile”) salvo poi rilevarsi più possibilista: “Farò questa verifica, se è così provvederò a sistemare tutto”. A entrambi Le Iene hanno chiesto di contattare il programma dopo la verifica ma nessuno dei due parlamentari, spiega il programma nel servizio, si è fatto sentire.
Cecconi e Martelli, hanno detto di aver firmato un documento di rinuncia alla candidatura, il cosiddetto “modulo Dessì”, dal nome del candidato Emanuele Dessì, candidato M5s (in seconda posizione nel collegio plurinominale numero 3 del Lazio), costretto a firmare un atto di rinuncia al seggio dopo un controverso video con un esponente del clan Spada di Ostia e la questione della casa comunale in cui vive pagando 7,7 euro mensili.
Ma esperti giuristi, come l’avvocato Gianluigi Pellegrino, hanno dimostrato come in realtà questo documento di rinuncia all’elezione non abbia alcun effetto legale: “È tecnicamente una boutade da campagna elettorale – ha spiegato in un’intervista a Repubblica – si fa la bella figura dicendo che ci si dimette, senza in realtà nessun effetto, anzi con il seggio garantito”.
Coinvolti nella vicenda dei rimborsi secondo quanto riporta, su Twitter e Youtube, il blogger di Supernovacinquestelle Marco Canestrari, anche il deputato Danilo Toninelli e il senatore Mario Giarrusso.
Canestrari evidenzia delle irregolarità nelle rendicontazioni dei bonifici, che riguardano date e importi.
Il blogger pubblica un messaggio di Giarrusso in cui il parlamentare dichiara di aver già incaricato i suoi legali di verificare i post di Canestrari.
E riguardo a Toninelli avverte: “Ci sono altre rendicontazioni che non tornano: bonifici che hanno cifre molto sospette. C’è molto ancora da controllare ‘al centesimo’ come ha detto Toninelli. Proprio lui”.
Il blogger tira in ballo, poi, in un video, anche “parlamentari di peso come Vito Crimi e Carlo Sibilia”.
(da “La Repubblica”)
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