Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
LA PROFEZIA DI GRAMELLINI: “ORA GRILLO NON PUO’ PIU’ INVEIRE CONTRO IL PALAZZO, PERCHE’ IL PALAZZO E’ LUI”
La rubrica di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera di oggi va letta perchè tratteggia parole di
verità sulla situazione paradossale in cui si sta infilando questo paese, dove i rivoluzionari arrivano a Palazzo scortati da un uragano di distinguo nei loro confronti pronunciati da chi faceva il Torquemada con quelli di prima.
Gramellini profetizza oggi quello che ci aspetta nei prossimi mesi o anni con l’approdo al potere del governo Lega-M5S:
La stampa si limita a raccontare: di solito le cose negative, perchè fanno più notizia. È stata proprio questa sua attitudine – da Mani Pulite in poi esercitata principalmente intorno alla politica – a favorire il clima di disprezzo nei confronti delle classi dirigenti che le Cinque Leghe hanno cavalcato dentro le urne.
Grillo ha vinto anche grazie agli effetti di quella libertà di stampa che oggi vorrebbe piegare alle esigenze della rivoluzione, sempre le stesse da millenni: non disturbare il manovratore.
Ma in un sistema democratico l’esercizio del potere è anche un’enorme rottura di scatole. Ti sbatti dal mattino alla sera convinto di essere in missione per conto di Dio, o del Popolo, e poi finisci sui giornali perchè hai abbellito un curriculum o ti sei messo la mano in tasca durante l’inno.
Grillo deve farsene una ragione: chi sta al governo non può più parlare come se fosse ancora all’opposizione. Non può più inveire contro il Palazzo, per la semplice ragione che adesso nel Palazzo c’è lui.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
SARANNO PENALIZZATI IL SUD E LE DONNE
Quota 100 e quota 41 – le due proposte di 5 Stelle e Lega per rivedere la legge Fornero – rischiano di spaccare l’Italia. Nord contro Sud.
Il governo Lega-M5S punta ad anticipare la pensione, per tutti, di 3 anni a 64 anni anzichè 67, il nuovo requisito valido dal 2019.
Basterà avere un minimo, appunto, di 64 anni e 36 di contributi per lasciare il lavoro. La somma fa 100, ma vanno bene anche le altre combinazioni: 65 di età e 35 di versamenti, ad esempio.
Con “quota 41” invece è sufficiente avere 41 anni di contributi, a prescindere dall’età . Ma, spiega Repubblica oggi, qui sta l’inghippo:
Chi favorisce questo doppio binario? A guardare i dati Inps del 2017, senz’altro il Nord visto che lì si addensano il 56% delle pensioni di vecchiaia e anzianità : 5,2 milioni su 9,3. Frutto di carriere lunghe e stabili, di opportunità professionali che il Sud si sogna. Laddove al contrario si concentrano le pensioni di invalidità (47% del totale), gli assegni sociali (56%), le prestazioni per gli invalidi civili (45%). Un divario storico e drammatico.
Le pensioni di anzianità percepite a Biella sono il 18% dei trattamenti totali in quella provincia, a Napoli ci si ferma al 4%. A Genova il 12% degli assegni è di vecchiaia, a Catania appena il 5,7%.
All’interno della segmentazione Nord-Sud, ce n’è poi un’altra di genere.
Le donne – tra maternità , lavoro di cura, assistenza in casa e carriere di conseguenza ad ostacoli – hanno enormi difficoltà a rientrare nei requisiti di pensionamento.
Insomma, l’operazione premia le generazioni che lasceranno il lavoro nei prossimi anni, pesando sulle attuali, chiamate a pagare gli assegni di chi oggi va in pensione per un lungo periodo, visto l’allungamento delle speranze di vita.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE RICORDA IL M5S DELLE ORIGINE E IL TRADIMENTO DEI VALORI FONDANTI
«Il voto al governo M5S-Lega? Uno. Non gli do zero perchè almeno il governo dovrebbe partire». 
Sono dure le parole e il giudizio di Erri De Luca sull’esecutivo nascente. Lo scrittore è stato ospite mercoledì del programma di Rai Radio1 «Un Giorno da Pecora», condotto da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro.
«Lei era un sostenitore dei Cinquestelle..», chiedono i conduttori a De Luca.
«Si, e più di me lo era Dario Fo – risponde – Ora lo farebbero vergognare per quanto si sono spostati a destra. Immaginatevi come si sentirebbe oggi Fo, vedendo l’alleanza con Salvini. Una spalata di terra più pesante non gliela potevano fare».
Infine lo scrittore definisce l’alleanza di governo M5S-Lega come «un’accozzaglia». «È un’accozzaglia che sta insieme per reciproco interesse, diventerà coalizione se supererà l’insuperabile. Non credo che andranno avanti per molto, magari supereranno l’estate ma ad ottobre si ritroveranno da capo a dodici…».
(da agenzie)
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Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile
“CONTE? DICONO CHE NON ARRIVERA’ A NATALE”… “IL MINISTRO DEGLI INTERNI DEVE ESSERE SUPER PARTES, NON PUO’ ESSERE SEGRETARIO DI UN PARTITO”
Il ruolo di ministro dell’Interno, che Matteo Salvini si appresta a ricoprire, è “incompatibile” con quello di segretario della Lega.
Lo sottolinea il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, in un’intervista a La Stampa, dove aggiunge: “Si rischia di creare dei problemi di cortocircuito e questa è una cosa che Matteo non aveva considerato”.
Maroni spiega che “il ruolo” di ministro dell’Interno “deve essere istituzionale e super partes, sennò non funziona”.
Maroni esclude una sua possibile candidatura a segretario del Carroccio in caso di un passo indietro di Salvini.
“Io ormai sono fuori, posso dare una mano. Guardate Obama, ha smesso di fare il presidente degli Usa e ora si occupa d’altro. Ecco, quello è il mio modello. Non sono come Berlusconi che a 80 anni è ancora lì che briga…”.
I rapporti tra Maroni e Salvini sembrano ritornati buoni, come spiega lo stesso governatore, che riferisce di una telefonata avvenuta ieri.
“Era due mesi che non ci parlavamo. Si sa, io dico sempre quello che penso ma per me la Lega è la Lega. Così è stato come ritrovare lo spirito del 2013, quando io mi dimisi e Matteo divenne segretario. Abbiamo ritrovato lo stesso feeling”.
Sul premier incaricato, Giuseppe Conte, Maroni dice:
“Direi che non è partito benissimo. Si dice che non arriverà a Natale. C’è chi pensa a chissà quali retroscena, ma io credo sia stata solo una scelta superficiale. Alla fine il pressapochismo non paga”.
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO UNO ENTRA CON SEI RIGHE SCRITTE DA ROCCO CASALINO E NE ESCE CON ALTRE QUINDICI DETTATE DAL QUIRINALE LA DICE LUNGA SUL LIVELLO AUTONOMO DEL PREMIER
Il professore alla fine ha superato l’esame di Sergio Mattarella. Ma il capo dello Stato, prima, gli ha
corretto il compito. Qualche errore “segnato” in blu, qualcun altro più “grave” sottolineato in rosso.
Giuseppe Conte ha ricevuto l’incarico di formare il governo però il discorso con il quale si era presentato al Quirinale è stato rivisto e riscritto in alcuni passaggi quasi “sotto dettatura” insieme al presidente della Repubblica.
Uno sopra tutti gli altri: “le difficoltà dell’economia” e “il pareggio di bilancio sancito in Costituzione”, secondo i vincoli europei.
Per non far saltare il banco dei conti pubblici con ricette senza coperture finanziarie. Ovvero Mattarella mette le mani avanti rispetto a ministri dell’Economia lanciati sulla strada del deficit, alla Paolo Savona, che la Lega soprattutto vuole a tutti i costi nel governo e che rischia di scatenare un nuovo braccio di ferro. Il premier incaricato, nel suo discorso, ha fatto propria l’indicazione e nel colloquio sui conti rassicura e promette attenzione massima.
Così il testo con il quale era salito alle cinque e mezzo del pomeriggio è diventato qualcos’altro quando, alle sette e mezzo, il giurista si è presentato nella Loggia d’Onore per accettare il mandato con riserva. Ecco spiegato il più lungo colloquio al Quirinale nella storia degli incaricati premier, quasi due ore.
“Incontro molto cordiale”, fa sapere il Colle, servito anche “per conoscersi e parlare della situazione” del paese. Ma dedicato in buona parte a rimettere a posto alcune questioni e circoscrivere un perimetro all’interno del quale dovrà muoversi il premier designato.
Come la faccenda dei poteri del premier, che ha rischiato di far naufragare la triangolazione Quirinale-M5S-Lega, ovvero “il ruolo che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio” come ha ricordato con fermezza il capo dello Stato a Conte. Che infatti ne ha espressamente parlato poi davanti ai giornalisti. Come sul capitolo economia, con “la necessità di garantire agli italiani sicurezza finanziaria e all’Italia la fiducia dei mercati”.
I primi segnali dell’avvento giallo-verde, con lo spread che torna a salire, infatti a Mattarella sono apparsi preoccupanti.
Ecco perciò “la necessità di rispettare i principi della Costituzione, compreso l’articolo 81 sui vincoli di bilancio”.
Pareggio fra entrate e uscite, e la copertura delle nuove leggi: i nuovi provvedimenti previsti dal governo nascente dovranno garantire entrambi. Il premier assicura che così sarà . Il testo con il quale si è presentato viene sistemato anche su questi passaggi nello Studio alla Vetrata. Negli avverbi e nella scelta dei verbi.
Come salta fuori anche un piccolo lapsus di Conte, che parla di impegnare a fondo il suo governo “per tutelare” gli interessi nazionali, e poi subito si corregge con un “per riflettere”.
Ma il principio che l’Italia non sarà fuori dagli accordi Ue e da quelli globali viene sancito e ribadito.
Il premier, del resto, ha lasciato nero su bianco alcuni principi-chiave concordati con Di Maio e Salvini. Il governo del cambiamento che in Parlamento porterà “il contratto” fra 5Stelle e Lega, così come “l’avvocato del popolo” restano bandiere irrinunciabili.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE ACCETTA PREMIER UN SOGGETTO CHE IN ALTRI PAESI NON SAREBBE PIU’ USCITO DI CASA DALLA VERGOGNA… STRADA IN DISCESA SUI MINISTRI, INCLUSO SAVONA
L’esame, severo e scrupoloso, annunciato alla vigilia, densa di imbarazzi sul curriculum professionale e di dubbi su quello politico, si è risolto senza tanti problemi con l’incarico pieno affidato al Professor Conte.
L'”avvocato del popolo”, di fronte al capo dello Stato, non ha dovuto sostenere l’improba fatica di dare spiegazioni e chiarimenti sul suo rigore morale.
Il lungo colloquio col capo dello Stato è servito soprattutto, oltre che a conoscersi, a mettere a punto quel comunicato, letto alla Vetrata, dove anche a un osservatore inesperto non sfuggirebbero le due mani, con cui è stato scritto, evidentemente diverse anche nello stile.
La prima parte, cara al Quirinale, di fedeltà europeista e di “conferma della collocazione internazionale dell’Italia”.
La seconda, preparata dallo staff pentastellato prima della sua salita al Colle, sul “governo del cambiamento”, “l’avvocato del popolo”, il “rispetto del contratto”.
Due parti, due penne che, per ora, non fanno una sintesi, lasciando nell’ambiguità quelle questioni sostanziali che, nelle scorse settimane, il capo dello Stato aveva sollevato nei suoi discorsi pubblici a Fiesole e Dogliani.
Perchè, alla Vetrata, non viene chiarito cosa si intenda per difesa dell'”interesse nazionale” proprio in relazione al prossimo negoziato europeo o, per dirne un’altra, quali siano le “alleanze opportune”, sempre in Europa, per realizzarlo.
La verità è che il capo dello Stato, rispetto agli auspici delle scorse settimane, si è trovato a confrontarsi con la durezza di una trattativa di tipo nuovo, lontana da quell’antica grammatica e da quel desueto galateo istituzionale di cui Mattarella è sapiente interprete.
Parliamoci chiaro: il capo dello Stato è stato posto di fronte a un bivio, col rude linguaggio della forza e con le maniere brusche che caratterizzano questa nuova epoca di linguaggi estremi.
Ecco il bivio: o questo assetto proposto dai partiti o il ritorno al voto, con Salvini, Di Battista, e gli altri pronti a scaricare sul Quirinale la responsabilità di non aver fatto nascere un governo.
È questo il senso delle dichiarazioni del leader della Lega, o l’invito alla mobilitazione del pasionario pentastellato, fatto uscire ad arte di buon mattino mentre il capo dello Stato era riunito con i suoi consiglieri, per ragionare sul che fare.
Riunione che si svolta in una situazione oggettivamente tesa, con la stampa di mezzo mondo che ha accolto la vicenda del curriculum di conte come un’Italica barzelletta, Piazza Affari che apre come la peggiore d’Europa, lo spread oltre 190.
Che cosa avrebbe potuto fare Mattarella? È questa la domanda al centro delle riflessioni odierne.
Avrebbe potuto far valere le sue prerogative, e dire al paese, esternando dubbi e perplessità fatti filtrare nelle scorse settimane: in questi settanta giorni ho favorito, con rispetto e pazienza, che si sviluppasse il dibattito tra le forse politiche, esplorando ogni soluzione possibile e favorendo ogni intesa possibile, ma mi è stato indicato un nome inaccettabile non per i pettegolezzi, ma perchè è un profilo che non corrisponde a quanto richiesto dalla Costituzione perchè la Costituzione richiede non un esecutore di un contratto extraparlamentare, ma un responsabile, sulla base di un programma votato dal Parlamento, del governo, della sua maggioranza, della collegialità dei ministri; l’ho spiegato alle forze politiche, nell’intento di fare un governo forte agli occhi dell’Italia e del mondo, ma non mi hanno ascoltato e dunque propongo un altro nome. Anche rivolgendosi allo stesso perimetro Lega-Cinque Stelle, consapevole del rischio che avrebbero potuto bocciarlo, ma scaricando la responsabilità sulle forze politiche.
Oppure, come avvenuto, poteva far prevale la convinzione che, comunque, era meglio far nascere un governo perchè il ritorno al voto sarebbe una iattura e non risolverebbe nulla.
È chiaro che ha prevalso questo ragionamento accompagnato dalla fiducia di un metodo, diciamo così, “maieutico”: la convinzione cioè che il processo di istituzionalizzazione dell’anti-establishment possa produrre una maturazione, nell’approccio con l’Europa e sul tema dei conti pubblici, rispetto all’euforia del contratto.
E che di questa maturazione possa essere garante il professor Conte, una volta avvolto dalla “responsabilità ” quirinalizia. Un po’ come oggi, quando è arrivato con sei righe scritte da Rocco Casalino e uscito con una quindicina di righe scritte dallo staff del Quirinale ossequiose delle istituzioni e rispettose della fedeltà europeista.
Questo metodo maieutico, è questo l’auspicio, dovrà trovare una prossima tappa nella discussione sui ministri, quando si parlerà della casella dell’Economia, dove restano immutate le perplessità del Colle su Paolo Savona.
O forse, come prevedono i muscolari negoziatori dei partiti, anche quel nome “passerà “: in fondo, il responsabile dell’equilibrio è il presidente del Consiglio incaricato. Gli è stato già riconosciuto oggi. Gli potrà essere riconosciuto anche domani.
E spetterà a lui essere avvocato del popolo e, al tempo stesso, avvocato delle ragioni del Quirinale rispetto ai firmatari del contratto e magari anche rispetto al futuro inquilino di via XX Settembre.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL CAPO DELL’IFO FUEST CHIEDE ALLA BCE DI VERIFICARE SE COMPRARE I BOND ITALIANI: “L’ITALIA RISCHIA DI DOVER LASCIARE L’EURO”… PERCHE’ PRESTARE ANCORA SOLDI A CHI MINACCIA DI NON RESTITUIRLI?
Nel contratto di governo della Lega e del Movimento 5 Stelle è contenuto un forte rischio per gli
italiani: il Paese potrebbe finire in una crisi del debito senza precedenti, che alla fine renderebbe di fatto inevitabile la sua uscita dall’euro.
L’allarme arriva da Clemens Fuest, presidente dell’istituto economico Ifo di Monaco, un osservatorio da sempre severo sul Sudeuropa, ritenuto punto di riferimento nel paese di Angela Merkel.
Ed è lo stesso economista ad aver chiesto alla Bce di “verificare se si possano ancora acquistare bond italiani”.
Se gli si fa notare che il governo non è ancora neppure stato nominato, la risposta è che i piani annunciati lasciano già prevedere che i titoli potrebbero non esser ripagati.
“Bisogna aspettare per vedere come il governo voglia concretizzare il suoi piani. Se il deficit statale salirà al 4-5%, il governo correrà un forte rischio. Sulle cui conseguenze si può solo speculare”, ha affermato Fuest in un’intervista all’ANSA, proponendo il suo scenario.
“Questo potrebbe infatti comportare un consistente aumento dei premi di rischio sui bond italiani. Anche le condizioni di rifinanziamento delle banche peggiorerebbero. Una situazione che probabilmente neutralizzerebbe gli impulsi congiunturali positivi della politica di bilancio espansiva. L’Italia a questo punto finirebbe in una crisi finanziaria a causa del forte aumento del debito statale – va avanti l’economista -. La fiducia nella stabilità dell’eurozona sui mercati finanziari si ridurrebbe. La Bce finirebbe sotto pressione politica affinchè compri più titoli di Stato italiani. Questa avrebbe però il problema che un’azione del genere contribuirebbe alla violazione dei trattati europei”.
Ecco perchè, la conclusione, “il governo rischia con il suo corso che l’Italia debba lasciare l’euro”.
Nonostante l’esecutivo non sia ancora in piedi, Fuest non ridimensiona l’allarme lanciato stamani alla Bce, e sul perchè di tanta fretta risponde: “Poichè il nuovo governo ha spiegato che non intende attenersi alle regole europee sulla solidità delle finanze statali, e vuole emettere una specie di valuta parallela (mini-bot), la Bce deve prevedere che il corso dei titoli cadrà e che magari addirittura i titoli non saranno ripagati. Le perdite dovrebbe assumerle la Banca d’Italia, ma non è chiaro se la Banca centrale italiana abbia a disposizione abbastanza capitale per questo. Se il governo in Italia ritratterà in modo credibile i suoi piani la Bce potrà riprendere gli acquisti”.
Fuest ritiene che in questa fase serva nettezza: “Gli altri Stati europei dovrebbero cercare il dialogo con il nuovo governo, ma chiarire che l’Italia potrà scegliere se vorrà rispettare le regole comuni, oppure lasciare l’euro”.
Sulle previsioni di spesa immaginate nel contratto del Paese che invoca il cambiamento, Fuest non vede margini: “L’Italia non ha spazio di manovra per nuovi debiti, perchè il debito pubblico è troppo alto”. Roma dovrebbe invece “ridurre le spese del consumo e alzare gli investimenti pubblici”.
Provocandolo su una riflessione sugli svantaggi che l’euro ha provocato al paese, reagisce: “In molti paesi si fanno dell’Ue e dell’euro capri espiatori dei demeriti delle politiche economiche nazionali.Tutti possiamo trarre vantaggio, invece, dalla moneta unica, se i soldi del budget vengono usati in modo intelligente: più investimenti comuni per infrastrutture, apparecchiature militari, ricerca e sviluppo. I problemi economici italiani sono in gran parte casalinghi, e devono essere risolti in Italia”.
“Se l’Italia esce dall’euro – avverte – si inaspriranno soltanto, anche se la svalutazione nel breve periodo promette un alleggerimento”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“MOTIVI ESCLUSIVAMENTE PERSONALI”, MA NESSUNO CI CREDE… SE L’AVESSERO NOMINATO MINISTRO DELLA DIFESA LO AVREBBE FATTO LO STESSO?
“Mi sono dimesso da parlamentare. Me ne vado con grande dispiacere, come ho scritto nella lettera che dieci giorni fa ho inviato al presidente della Camera”.
Lo ha affermato il deputato di Fdi, Guido Crosetto.
«La mia decisione — ha precisato Crosetto — è dovuta a motivi personali e non di dissenso sulla linea politica. Mi dispiace perchè avrei voluto partecipare e impegnarmi in prima persona in questa fase politica che ritengo sarà molto interessante e importante per il Paese».
Crosetto ha annunciato le dimissioni anche sui Social.
«Oggi — ha scritto in un post su Facebook — ho annunciato di aver rassegnato, la scorsa settimana, le dimissioni da parlamentare. Al fine di evitare inesistenti interpretazioni politiche o retroscena fantasiosi, ribadisco che è una scelta dovuta a motivi esclusivamente personali».
Crosetto era stato candidato da Fratelli dì’Italia in Piemonte e in Lombardia e alla fine era risultato eletto nel collegio plurinominale Lombardia 3.
Nato a Cuneo nel 1963, dal 2014 è presidente dell’Aiad, la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza.
In precedenza è stato coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia, di cui è stato uno dei fondatori nel gennaio 2013.
Deputato dal 2001 al 2013 (Forza Italia, Pdl). Candidato e non eletto alle politiche 2013, alla presidenza della Regione Piemonte nel 2014 e alle Europee 2014. È stato sottosegretario alla Difesa nel quarto governo Berlusconi (2008-2011).
(da agenzie)
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Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“SE AVESSE FATTO UNA SEMPLICE RICERCA IN BIBLIOTECA SAREBBE STATO SCORRETTO MENZIONARLA NEL CURRICULUM”
«L’università Sorbona non può confermare la presenza di Giuseppe Conte nel 2000», dice il
responsabile del servizio stampa dell’università Sorbonne-Paris I, Gwenael Cuny.
Dopo attente verifiche, non esistono tracce di corsi seguiti o di scambi con docenti.
Anche l’ipotesi che Conte abbia frequentato durante l’estate 2000 la biblioteca Cujas, specializzata in diritto, è indimostrabile perchè i registri delle entrate e delle uscite vengono conservati solo un anno, in base alla legge francese.
E poi il semplice fatto di frequentare una biblioteca non ha un’importanza accademica tale da prenderne nota, è irrilevante. «Possiamo solo confermare che durante l’estate 2000 la biblioteca Cujas era aperta», il che è un po’ poco.
Ma anche quando il professor Conte avesse effettivamente frequentato la biblioteca, non ci sarebbe ragione di menzionare la Sorbona nel curriculum.
«Per essere totalmente trasparenti – aggiunge Cuny – andare alla biblioteca d’estate non è un passaggio alla biblioteca Sorbona. E anche fare delle ricerche saltuarie non giustificherebbe di menzionare la Sorbona in un curriculum».
L’ipotesi che viene evocata apertamente è «curriculum gonfiato»
Conte ha anche sostenuto di essere membro della Association Henri Capitant des amis de la culture juridique franà§aise, ma non precisa che chiunque può aderire all’associazione, pagando.
Il prof infine, si qualifica come membro della Commissione cultura di Confindustria, ma in realtà il ruolo è cessato nel 2012.
Di sicuro tutto questo non sconvolgerà Luigi Di Maio che nel suo cv si dichiara «studente» nonostante abbia superato i trent’anni, età in cui o si passa alla categoria di studioso o è meglio definirsi ripetente.
(da “il Corriere della Sera”)
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