Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
FINIRANNO PER STRADA PERCHE’ NON E’ STATA CERCATA ALCUNA SOLUZIONE ALTERNATIVA, NONOSTANTE LA LEGGE LO IMPONGA … CAMPING RIVER ERA UNO DEI POCHI CAMPI NOMADI CHE FUNZIONAVA, OGNI MODULO ABITATIVO ERA COSTATO 20.000 EURO AL COMUNE, ORA I ROM SI ACCAMPERANNO SOTTO CASA VOSTRA
Non c’è da stare allegri, anche per quelli che i rom “sono ladri, rubano” e tutto il corollario ben noto.
Non c’è da stare allegri neanche per quelli che denunciavano la precarietà dei campi nomadi di Roma, lager dove confinare centinaia di persone.
Non c’è da stare allegri in questa città che oltre ad essere una fogna a cielo aperto sta diventando la fogna della logica.
Raggi, caricata a molla come un pupazzetto da Salvini sgombera i nomadi: oggi il Camping River, 350 persone compresi il bambini, ieri il piccolo insediamento della ex Fiera di Roma (35 persone compresi un disabile e alcune ragazze incinte). Poi arrriverà il resto, è ovvio.
Dove andrà questa gente? Da nessuna parte.
Le soluzioni alternative non sono state reperite. Non esistono proprio.
Ovvero Raggi-Salvini, questa nuova coppia di intolleranti per recuperare voti degli intolleranti come loro, vorrebbero la deportazione.
Tutti in Romania, all’Est, tutti via. Su 350 residenti del Camping River hanno accettato il trasloco-deportazione in 14, meno del 4%.
Gli altri sono rimasti a Roma e cercheranno, troveranno spazi di fortuna: lungo il Tevere, sulla Salaria, lungo la via del Mare.
Spazi non attrezzati: senza acqua, cessi, fognature, senza nulla. Questa bella pensata, a disprezzo anche del parere della Corte Europea, avviene a luglio, con temperature che oscillano sui 35 gradi.
Vuol dire, in semplicità , mandare al macello questa gente. Farli morire di caldo, di stenti, di sporcizia e umiliazione.
E’ forse il gioco della Rupe Tarpea e chi sopravvive si salva? Può darsi, tutto c’è da aspettarsi da chi ha ricominciato la campagna elettorale per paura di perdere la poltrona del Campidoglio e alza la voce solo con i deboli mentre i forti si spartiscono Roma come nel caso di Mafia Capitale e del sistema Parnasi.
Il Camping River, lo abbiamo già scritto ma lo ricordiamo, era uno dei pochi campi nomadi a funzionare, tra i migliori d’Europa: non dilagava il degrado, i bambini andavano a scuola, e convivevano più etnie pacificamente.
Se non bastasse c’è il costo del luddismo forsennato dei pentastellati guidati da Virginia Raggi: ogni modulo abitativo distrutto è costato la bellezza di 20mila euro. Cinquanta container tutti pagati dal Comune, un autogol nei conti in rosso della Capitale. Complimenti.
Neppure l’idea di inviarli nelle zone terremotate. Ma no. Qui nell’Urbe devastata da scandali, dove nulla funziona, si distrugge tutto a colpi di ruspa. Si sgombera.
Si chiude un giorno prima rispetto la data fissata per evitare che le associazioni, i volontari, i giornalisti, le telecamere documentassero scene di scarsissima civiltà .
D’altra parte viviamo nella città dove una bimba rom viene sparata “per celia”. Da un italiano che si apposta su un balcone e prende la mira con una pistola ad aria compressa (modificata e potenziata) in attesa di quella vera che gli consegnerà Salvini per la legittima difesa.
Non c’è proprio da stare allegri. Questa è una brutta storia ed è una pessima pagina di Roma. Eravamo una città caotica ma che sapeva accogliere.
Oggi abbiamo una giunta che mette in strada rifugiati politici, donne e nomadi. Oggi ci rimane solo il caos e la miseria morale.
(da Globalist)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL PD HA MOSTRATO IL SUO VOLTO DI COMPLICE DEL GOVERNO… SOLO BONINO E LEU CONTRARI
Quel voto ha rafforzato la convinzione, amara, di essere soli contro (pressochè) tutti. Contro il “ministro
della deportazione” e dei porti sbarrati, al secolo Matteo Salvini, certo, ma questo ormai era chiaro da tempo.
Ma ciò che nel mondo delle Ong ha creato sconcerto, delusione, rabbia, è il voto, “silenziato” dalla quasi totalità dei media nazionali, con il quale ieri il Senato ha approvato il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 84, relativo alla cessione di unità navali italiane a supporto della Guardia costiera libica.
Un voto “bulgaro”, si sarebbe detto in altri tempi: 266 favorevoli, 4 contrari (tre senatori di LeU ed Emma Bonino di +Europa) e un astenuto.
Un voto plebiscitario, nonostante le denunce sul comportamento della Guardia costiera libica in mare nelle operazioni di salvataggio dei migranti che si avventurano sulla rotta mediterranea.
Testimonianze dirette, comprensive di filmati, che raccontano comportamenti che si configurano come atti criminali: rapporti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr, il cui direttore è un italiano, Filippo Grandi), dossier di Amnesty International e di Human Rights Watch che inchiodano la Guardia costiera libica e le autorità di Tripoli a pesantissime responsabilità nel trattamento dei migranti sia in mare che nei centri di detenzione. Fermatevi, era l’appello al Parlamento che proveniva dal mondo del volontariato, laico, cattolico, comunque umano.
Fermatevi e prima di sostenere con mezzi e denaro quella Guardia costiera, vincolate almeno questo sostegno ad un codice di comportamento che risponda ai dettami del Diritto del mare e al rispetto dei diritti della persona.
Quel voto ha inferto un colpo pesantissimo a queste aspettative. E allora, davvero soli contro tutti.
Nel denunciare che tutto sono meno che sicuri i porti libici.
Nel riaffermare che prima di ogni altra cosa c’è il diritto-dovere a salvare vite umane in un Mediterraneo sempre più “Mare mortum”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
INFATTI E’ QUELLO SU CUI VIVE SALVINI, INCREMENTARE I CONFLITTI: SE NON PRENDE I VOTI RAZZISTI, CHI LO VOTA?
“Il taglio dei costi peggiorerà la situazione per tutti: migranti e italiani, aumenterà isolamento, tensioni e conflitti”. Mario Morcone, direttore del Cir-Consiglio italiano per i rifugiati – e fino a pochi mesi fa a capo di gabinetto del ministero dell’Interno, pesa le parole.
Lui conosce bene la macchina delle politiche migratorie ed è preoccupato per il nuovo piano di razionalizzazione delle spese di accoglienza contenuto nella direttiva firmata dal neo ministro Salvini.
Come preoccupate sono le associazioni, dall’Arci a Medici senza frontiere, dalla Caritas al Centro Astalli, branca italiana del servizio internazionale dei gesuiti per i rifugiati.
La direttiva di Salvini diramata nei giorni scorsi con l’obiettivo dichiarato di tagliare la spesa e razionalizzare i servizi, individua due livelli ben distinti di prestazioni: a tutti i richiedenti asilo, si legge, verranno forniti d’ora in poi solo i servizi di prima assistenza (vitto, alloggio e assistenza sanitaria).
Mentre gli interventi che mirano a favorire l’inclusione, dall’insegnamento della lingua italiana alla tutela psicologica alla formazione professionale, verranno dati solo a chi avrà ottenuto lo status di rifugiato o comunque una forma di protezione: il che, dati i tempi di attesa per l’esame delle domande, accade in media dopo due anni dall’arrivo in Italia.
Ma chi lavora sul campo non è dello stesso avviso
Morcone: il rischio di una bomba sociale
“Questo – sottolinea Morcone – significa che il migrante rischia di restare per due anni nei centri isolato, senza fare nulla, con un effetto negativo, un senso di frustrazione, rabbia, emarginazione. Mentre dall’altro canto tutto questo farà crescere l’insicurezza negli italiani che li vedono starsene inattivi. Tutto questo alla fine ben lungi dal produrre un risparmio costerà molto di più alla collettività “.
I gesuiti: lavorare per l’integrazione dal primo giorno
A dare ragione a Morcone anche il Centro Astalli: “La nostra esperienza ci dice l’opposto: bisogna lavorare per l’integrazione sin dal primo giorno. Corsi d’italiano, accompagnamento socio-legale, formazione lavoro sono misure indispensabili per garantire un’inclusione sociale che porti i rifugiati a godere di una reale autonomia, e a uscire nel minor tempo possibile dal sistema pubblico di accoglienza”.
Arci: Salvini punta a creare nuovi ghetti
Ancora più dura la posizione dell’Arci che critica la scelta, contenuta nella direttiva, di prediligere – sempre allo scopo di tagliare i costi – un modello basato sui grandi centri piuttosto che sull’accoglienza diffusa: “Salvini sceglie di voltare le spalle agli impegni presi precedentemente dal ministero che rappresenta, mettendo in campo provvedimenti a favore dei centri collettivi. Ghetti che, per le somme ingenti delle gare d’appalto, fanno gola a tanti soggetti che nulla hanno a che vedere con l’accoglienza e la tutela dei richiedenti asilo, nè tantomeno con gli interessi delle comunità locali”
Asgi: per cambiare il sistema serve una legge
Ma le parole definitive arrivano da Gianfranco Schiavone dell’Asgi-Associazione studi giuridici sull’Immigrazione. “Quella di Salvini non è una direttiva, sono opinioni politiche. Anche perchè la legge, la norma 142 del 2015 che accoglie la direttiva europea del 2013 in materia di accoglienza, dice cose ben diverse. E quindi se vogliono portino la norma in Parlamento e la cambino, altrimenti sono solo parole”.
Il punto focale, sottolinea Schiavone, è che la legge prevede un unico sistema di accoglienza, al massimo parla di un secondo livello.
“Secondo la norma attuale, i richiedenti asilo dovrebbero essere trasferiti nel più breve tempo possibile nei centri che fanno capo allo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), che si articola in piccole strutture ben integrate sul territorio e prevede una serie di servizi per gli ospiti, dai corsi di lingua alla formazione professionale”.
Sistema cofinanziato dallo Stato e affidato alla gestione dei Comuni che però, al momento, ha solo il 20% dei posti rispetto alle reali necessità .
Così, spiega il giurista, “le persone restano nei Cas (centri di accoglienza straordinaria), che dovrebbero essere luoghi per l’emergenza e basta, per mesi e mesi. Secondo la legge – vista la situazione – è il sistema dei Cas che dovrebbe cambiare, aumentando lo standard dei servizi con corsi e formazione. L’opposto di quello che scrive Salvini, che evidentemente non bada alla legge attuale”.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
CHE STRANA PRASSI SOSPETTA: IL NOME DEL PISTOLERO NON VIENE DIVULGATO… FOSSE STATO UN IMMIGRATO AVREBBERO SBATTUTO LA FOTO IN PRIMA PAGINA
Ha ammesso di aver modificato “la pistola per renderla più potente”, l’ex dipendente del
Senato di 59 anni indagato dalla Procura di Roma per il reato di lesioni gravissime in relazione al ferimento della bimba rom di 15 mesi raggiunta alla schiena da un proiettile una settimana fa mentre era in braccio alla mamma in via Palmiro Togliatti.
Sarà un accertamento balistico, disposto dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e dal pm Roberta Capponi, a stabilire se quanto raccontato dall’indagato ai carabinieri del nucleo investigativo corrisponde al vero.
La pistola, assieme a una carabina ad aria compressa, sarebbe stata comprata circa un anno fa a San Marino. *
Di quest’uomo non sappiamo null’altro, meno che mai l’identità , quasi che a sparare a una bambina rom scattino i meccanismi più seri della privacy e del garantismo.
Di certo si sa invece che è un baby pensionato (ha 59 anni) e che spesso si “annoia”, tanto da provare pistola e carabina dal balcone
(da Globalist)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
INCREDIBILE MA VERO: VOGLIONO CHE SIA IL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA A NOMINARE CINQUE MEMBRI DEL CONSIGLIO DIRETTIVO, COME NELLA PRIMA REPUBBLICA
Alla Lega e al Movimento 5 stelle, sempre in nome del cambiamento, ma verso la ricostruzione della Prima Repubblica, non basta spartirsi tutti i posti che ci sono in Rai, alle Fs e in Cdp.
Non ancora sazi, quelli dell’Italia agli italiani e quelli dell’uno vale uno ora hanno bisogno di altri spazi per soddisfare i propri appetiti, mettendo anche in discussione l’autonomia di altri enti e organizzazioni che, negli anni, hanno costruito una loro, sana e importante, autonomia dalla politica.
È il caso del CAI (Club Alpino Italiano).
Nel decreto di riordino dei ministeri, trasferendo le competenze per questo ente dal Mibact al Ministero dell’Agricoltura, il governo ha pensato bene di inserire una norma che ci riporta nientepopodimeno al 1963 ( la Prima Repubblica è con noi…), quando appunto era il Ministero competente a designare i 5 membri dell’organismo direttivo del Cai.
Oggi al ministero competente spetta solo la nomina di un revisore per assolvere al ruolo di vigilanza sui bilanci.
Che fine ha fatto la battaglia grillina contro la occupazione della società da parte della politica?
Quando si interviene così, cercando di imporre 5 nominati a gestire un ente come il Cai, in cui le cariche direttive sono tutte elettive e scelte dai soci, dove si va a finire?
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL “POSTO SICURO” AMBITO DA GRILLINI E LEGHISTI… NON A CASO AMANO LE POLTRONE
Tutti vogliono un posto pubblico. 
Dario Di Vico sul Corriere della Sera racconta oggi i risultati di un sondaggio dell’istituto SWG riguardo i lavori più sognati dagli italiani.
L’istituto ha chiesto a un campione di italiani maggiorenni «partendo da quelle che sono le sue reali competenze quale dei seguenti lavori vorrebbe fare maggiormente?». Era possibile dare tre risposte e il sondaggio ha visto trionfare con il 28% l’impiegato pubblico, seguito con il 12% dall’insegnante.
E’ interessante poi sottolineare la tendenza: rispetto ad un analogo sondaggio dell’ottobre ’16 le preferenze per un lavoro nella P.A. sono salite di 13 punti percentuali.
In calo di 3 punti la prospettiva di fare l’imprenditore e stessa discesa per un lavoro da commerciante/artigiano.
Le professioni liberali ovvero medico, avvocato, commercialista, notaio rimangono in basso nella graduatoria con variazioni poco apprezzabili.
Infine, c’è il collegamento tra tempo indeterminato e appartenenza politica:
Chi «pensa che sia fondamentale riuscire ad ottenere un impiego a tempo indeterminato», da una parte, e chi lo reputa «non prioritario», «poco importante» o «non interessante», dall’altra.
Ebbene il 58,5% degli elettori dei 5 Stelle crede che sia fondamentale, la percentuale scende al 50% per gli elettori leghisti, cala di un altro gradino al 45% per chi vota Pd e crolla al 29% per gli elettori di Forza Italia.
Con questi spunti le riflessioni che si possono fare sono molteplici. La prima, forse scontata, vede una certa sintonia tra l’avanzata grillina e un ritorno verso lo statalismo protettivo.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
QUANDO GLI IMMIGRATI ERAVAMO NOI E I BELGI CI CHIAMAVANO MACARONI’
Camillo e Orlando Ferrante avevano poco più di vent’anni quando lasciarono la famiglia a Turrivalignani, il paese vicino a Pescara che allora contava non più di 500 abitanti.
Papà Antonio faticava da operaio all’Italcementi in crisi, e dal 1946 ai giovani italiani le miniere del Belgio promettevano lavoro e benessere, specie in quella zona abruzzese chiamata il «triangolo della fame».
Così il maggiore, Camillo, era partito nel 1955, come tanti altri ragazzi, destinato alla miniera del Bois du Cazier a Marcinelle.
Il secondo, Orlando, era partito nel 1956, qualche mese prima della tragedia che l’8 agosto avrebbe ucciso 262 minatori, 136 dei quali italiani.
Anche i fratelli Ferrante, 26 e 23 anni, come altri sette compaesani erano discesi nel pozzo al turno del mattino e non erano mai più risaliti, perchè poco prima delle 8, a 975 metri sottoterra, un incidente o una distrazione aveva scatenato le fiamme che avrebbero rapidamente divorato uomini e cavalli lasciando solo 12 superstiti.
Mentre il più giovane era celibe, Camillo si era sposato per procura in maggio con Laura Di Pietro, sua compaesana e coetanea, delegando papà Antonio a firmare le nozze civili in Comune.
Il matrimonio per delega avrebbe permesso alla sposa di raggiungere il marito all’estero. E così fu, infatti.
All’inizio di luglio il suocero, Antonio Ferrante, accompagnò a Milano la ragazza per consegnarla al treno diretto a Charleroi, e così i due novelli sposi Laura e Camillo si sarebbero abbracciati sulla banchina della stazione ferroviaria del distretto minerario di Marcinelle.
In attesa di trovare un appartamento, sarebbero andati ad abitare in una delle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra polacchi, senza sapere che la loro storia, appena cominciata, sarebbe durata poco più di un mese.
Come tante altre «vedove bambine», anche Laura sarebbe subito tornata al paese: portando il lutto per una lunga vita, senza mai pensare di risposarsi.
Martedì pomeriggio, Laura Di Pietro è morta, a 87 anni.
Rimane una bella fotografia dei due ragazzi: lei più sorridente e più alta di lui grazie ai tacchi, lui con due baffetti scuri da uomo, dietro di loro la baracca del campo sterposo di Saint Nicolas. Lei in gonna e camicetta bianca, lui con un maglioncino chiaro di cotone, il braccio di lei sulla spalla di lui, quello di lui lungo la spalla di lei, sembrano avvinti (come l’edera) l’uno all’altra per sempre.
L’eleganza distingueva i minatori italiani dai belgi, che andavano a ballare con gli zoccoli il sabato sera, mentre i «macaronì» indossavano i mocassini.
Ora che Laura è morta, tocca a suo cognato Mario, il fratello di Camillo, tramandare l’epica tragica di una famiglia colpita due volte dalla ferocia del lavoro in miniera e dall’incoscienza degli amministratori belgi.
Mario aveva 8 anni quando avvenne quella che gli italiani di Marcinelle chiamano «la catastròfa»: «È stato papà ad accompagnare prima Camillo e poi Orlando a Milano». I futuri minatori venivano raccolti in piazza Sant’Ambrogio: il protocollo italo-belga prevedeva che venissero poi sottoposti alle visite dai medici belgi nei sotterranei della Stazione Centrale.
«Abbiamo saputo dell’incidente dalla radio il giorno dopo, nessuno ci aveva comunicato niente. Papà è partito subito e compare in una fotografia accanto al vescovo di Tournai che benedice le bare. Nostro padre sarebbe morto tre anni dopo in moto mentre andava a lavorare al cementificio».
Di secondo letto
Figlio di secondo letto (papà Antonio era vedovo della prima moglie e i primi tre figli erano orfani di madre), Mario ricorda che anni fa assistette alla traslazione delle bare. Sbirciando dentro quella di Orlando vide solo un po’ di polvere e un pettinino: «I corpi sono ancora sepolti nelle miniere e le bare sono rimaste vuote».
Tra qualche giorno ci saranno le celebrazioni di rito, che vorrebbero tener viva la memoria della più grave tragedia mineraria europea.
Andare in Belgio per ricordare la catastrofe? «No – rispondeva Laura –, tu ci andresti nel posto dove è morto tuo marito a 26 anni abbruciato sottoterra? Io non ci vado».
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA AL CONVEGNO CON IL DIRETTORE DI CIVILTA’ CATTOLICA: “SONO UN NON CREDENTE, MA IL CROCIFISSO E’ E RIMANE IL SIMBOLO DELL’AMORE PER IL NEMICO, L’UOMO E’ DA SEMPRE UN MIGRANTE”
Roberto Fico, presidente della Camera, il grillino più alto in grado nelle istituzioni, varca
per la prima volta il confine di Stato ed entra in Vaticano.
In realtà si tratta di ‘una sede extraterritoriale’ un po’ defilata, al centro di Roma, nel palazzo del Vicariato vecchio a via della Pigna, ma sempre Vaticano è.
Di più: in una giornata in cui Famiglia cristiana, settimanale dei Paolini ha dato uno schiaffone in faccia al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, con una copertina degna di un esorcista, e mentre infuria la polemica sul “crocifisso di stato”, e il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha messo in guardia dalle derive anti-rom che possono arrivare fino ad evocare le leggi razziali.
Accanto a Fico, il direttore della Civiltà cattolica, Antonio Spadaro, che nell’uso strumentale del crocifisso, nel brandire il simbolo dei cristiani come un’arma contundente vede in azione una sorta di neocostatinianesimo , cioè vede evocata “un’appartenza senza fede”, un’identità senza misericordia. “un confine (limes, appunto), un muro che – spiega illustrando ai presenti quanto a sua volta ha appreso da un amico musulmano argentino di Bergoglio – ogni volta che può il Papa tocca, per sanarlo, “per guarire il muro”. Il crocifisso non può essere “un BigJim qualunque” , “questo è blasfemo”.
“In hoc signo vinces”, si è tramutato nel corso della storia – secondo Spadaro – in “In God we trust” , ma può prendere un piano inclinato ancora più feroce, nel nazista ” Gott mit uns”.
“Steve Bannon (ex consigliere di Trump, ndr) e Aleksandr Dugin (filosofo russo, ndr), fanno un ricorso strumentale ai simboli religiosi, e ciò è molto pericoloso”.
Il Crocifisso, concorda Fico, anche per un non credente quale egli è – lo ripete due volte – è “il simbolo dell’amore per i nemici”.
“Papa Francesco rifiuta radicalmente l’idea dell’attuazione del Regno di Dio sulla terra, che era stata alla base del Sacro Romano impero e di tutte le forme politiche ed istituzionali similari, fino alla dimensione del ‘ partito'”.
Ancora: “Con Papa Francesco il discorso sulle “radici cristiane ” dell’Europa esce dalla disputa ideologica e dello schieramento per essere ricondotto al gesto della lavanda dei piedi” . Per questo Francesco vede nelle migrazioni “il nodo politico globale”.
Spadaro, uno degli uomini più vicini al Pontefice, contesta, bonariamente il titolo dell’incontro che si svolge nel cuore di Roma, a pochi passi dalla Camera dei deputati (tanto che Fico ha raggiunto “il Vaticano” a piedi), per confrontarsi (coordinati da Piero Schiavazzi ) sull’ultimo numero di “Limes”, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, dedicato a Papa Francesco.
Sarebbe meglio non parlare di ,”Francesco e lo Stato della Chiesa” , dice, ma di “Francesco e il moto della Chiesa”.
Moto cioè movimento. Perchè se “la Chiesa non è un ospedale da campo, non è Chiesa”.
È per questo che la sintonia con Fico, che di un movimento è rappresentante (i 5stelle), più che spontanea è naturale.
Condita da una grande curiosità da parte di tutti, perchè il Presidente della Camera mai era intervenuto – a differenza di Grillo, il guru fondatore – a commentare i documenti e le iniziative papali
La sala è piena (ci sono il ministro del Tesoro, il ministro della Difesa Trenta e tante autorità ). Fico mentre parla sfoglia le stampate dei discorsi papali. Richiama le “battaglie” dei 5stelle per l’acqua pubblica, per i beni comuni fuori dalla logica del profitto, parla di “dignità “, non solo degli abitanti del nostro Paese “che devono diventare, come quelli europei, cittadini”, ma dignità anche “per tante persone che stanno arrivando da fuori. L’uomo da sempre è un migrante”.
Cita i punti di contatto con Francesco: l’attenzione ecologica e la ricerca di una svolta energetica: “Non si possono pensare in un mondo di risorse finite, produzioni infinite”.
Ecco, alla fine, l’impressione dell’osservatore è che, il presidente della Camera e l’altro Stato che è in Italia (la Santa Sede) si sono conosciuti e avvicinati, in modo proporzionale ed inverso rispetto al leader della Lega, Matteo Salvini .
A vederlo da fuori potrebbe marcare – a sua volta – un paradosso neocostantiniano ( che si nega e intanto si riafferma), ma Spadaro, da siciliano, cita Tommasi di Lampedusa, e sostiene che con Francesco non ci saranno Gattopardi: il moto prevale sullo Stato, e il tempo (e i suoi processi) sullo spazio e l’occupazione del potere.
Una rivoluzione innanzitutto spirituale, quella di Francesco, dice Spataro, un cambiamento innanzitutto personale, concorda Fico.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile
AL DI LA’ DELLE ESTERNAZIONI DI DI MAIO, GLI SCENARI POSSIBILI SONO SOLO QUATTRO
Il Sole 24 Ore riepiloga oggi in un’infografica quattro scenari per l’ILVA, ovvero i quattro modi in cui può chiudersi la partita infinita dell’acciaieria oggi contesa tra i desideri del governo entrante e i risultati della gara del governo uscente.
Il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio ha avviato l’iter per annullare la gara ma ci sono molte incognite sulla possibilità di perseguire l’obiettivo fino in fondo: la scelta di Di Maio, spiega il quotidiano, segue l’articolo 21 nonies della legge 241 del 1990 sull’annullamento d’ufficio, citato nel famoso parere dell’Anac, che fa riferimento anche a responsabilità connesse «al mancato annullamento del provvedimento illegittimo».
Spiega il quotidiano comunque che un eventuale annullamento in autotutela non escluderebbe il rischio di ricorsi da parte della cordata aggiudicataria, anche in assenza di penali applicabili per questo tipo di procedimento.
C’è da considerare anche un problema di tenuta dell’Ilva.
A meno di abbandonare definitivamente l’acciaio, aprendo una nuova gara si allungherebbero i tempi di diversi mesi e andrebbe rifinanziata la gestione commissariale per la sopravvivenza di un’azienda già sull’orlo del collasso: si calcola che dalla gara ad oggi siano già stati spesi 400 milioni
C’è poi da vedere il nodo dell’interesse pubblico: un punto quest’ultimo sottolineato dall’Anac nel parere in cui — è opportuno ricordare — precisava di essersi espressa «sulla base degli elementi comunicati» dallo stesso ministero «senza avere proceduto nè potere procedere a specifici accertamenti».
Poi: resta da capire che effetto produrrebbe uno scenario in cui si arrivasse a un accordo condiviso tra azienda e sindacati e dopo qualche giorno l’Avvocatura e i tecnici del governo optassero per l’annullamento della gara. Non solo.
Da vedere come l’alea della procedura condizionerà il tavolo con i sindacati, che potrebbero temere di portare avanti un confronto che sarà poi vanificato.
Un condizionamento che già si registrò quando si attendeva il via libera dell’Antitrust Ue.
Infine, bisognerebbe appurare se esiste una cordata alternativa. Anche puntare sull’intervento pubblico della Cassa depositi e prestiti richiederebbe la presenza di un partner industriale ben strutturato pronto a subentrare nonostante l’alta incertezza politica di questi mesi.
(da “NextQuotidiano”)
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