Destra di Popolo.net

L’AUTOGOL DI SALVINI SUI PAESI IN GUERRA: OBIETTIVO SEMINARE ODIO DICHIARANDO IL FALSO

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

IN UNDICI PAESI INDICATI CI SONO GUERRE E PERSECUZIONI DEI CRISTIANI, MA AI RAZZISTI NON FREGA UN CAZZO

Quanti dei 67 migranti imbarcati sulla Diciotti e bloccati a lungo in mare da Matteo Salvini provengono da territori di guerra?
Messa così, sembra una domanda neutra. Al netto del fatto che chi scappa da dittature o carestie debba essere considerato profugo di serie B. Chissà  perchè.
Ma se la questione viene posta dal Ministro della Paura in persona, sul proprio account Facebook, in un profluvio di punti interrogativi (tre di fila) ecco che diventa un quesito retorico di cui i fan del Capitano conoscono già  la risposta: nessuno.
Ecco, no.
Prendendo per buone, e ci vuole un po’ di impegno, le nazionalità  che lo stesso Salvini comunica ai suoi follower, quasi tutti scappano da conflitti e/o persecuzioni.
I 23 pakistani sono potenziale carne da cannone di due guerre civili, di Al Qaeda, dell’Isis e di altre 24 gruppi terroristici.
Idem l’Algeria, il cui meridione è tuttora nelle mire di quel che resta di Daesh. Così la Libia, con la sua tremula democrazia.
Il Ciad se la vede con Boko Haram. In Sudan c’è appena stato un genocidio. L’Egitto è quel bel posto in cui il governo fa sparire gli oppositori in carcere o peggio. Anche italiani.
La Palestina è LA guerra permanente che fa da detonatore a tutte le altre.
E via dicendo.
In un elenco da cui restano fuori solo un paio di Paesi su tredici rappresentati.
Quindi, la risposta corretta alla domanda di Salvini è “quasi tutti”. Ma questo non conta nulla. La sua strategia mediatica, che disintermedia l’informazione e la trasforma sempre e comunque in propaganda social, è un muro di gomma che rimbalza ogni ragionamento.
Parla ai convertiti. Solidifica i loro pregiudizi. Scarica coscienze.
Così come a suo tempo è stata creata un’emergenza migranti inesistente, il dato oggettivo che i profughi siano realmente profughi è destinato a non fare breccia.
Aggredirebbe un caposaldo dell’altra balla salviniana, quella con cui i cattivisti si lavano le coscienze: noi non siamo razzisti, noi accogliamo a braccia aperte solo chi vive una reale emergenza.
Bugie.

(da “La Repubblica”)

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IL LEGHISTA ARMANDO SIRI, SOTTOSEGRETARIO E PADRE DELLA FLAT TAX, NON SI E’ MAI LAUREATO ALL’UNIVERSITA’ DI GENOVA

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

LA LAUREA IN SCIENZE POLITICHE CITATA SU VIKIPEDIA (OGGI VELOCEMENTE CORRETTA) E SU SITI A LUI VICINI NON E’ MAI ESISTITA, LA SUA CONDANNA PER BANCAROTTA FRAUDOLENTA INVECE E’ VERA

Armando Siri, sottosegretario alle infrastrutture del governo Lega-M5S che non sapeva che il suo ministro fosse Toninelli, ideologo della flat tax che ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta e addirittura proposto come ministro dell’Economia da Luigi Di Maio a Mattarella (secondo lui, il Quirinale ha smentito), ha un problema.
Un altro, verrebbe da dire.
Dovrà  infatti smentire le tante risorse sul web (e i giornali come il Corriere della Sera) che lo danno come laureato in Scienze Politiche all’Università  di Genova.
Siri, infatti, non è laureato — come ha scoperto il pregiatissimo cacciatore di titoli inesatti professor Riccardo Puglisi — come si evince dal DPR di nomina dei sottosegretari e viceministri del governo Conte, dove viene indicato solo come senatore e non anche come dottore, a differenza degli altri vice laureati.
Eppure fino a ieri la sua pagina di Wikipedia — che nel frattempo ha corretto -, un articolo del Corriere della Sera che risale al maggio scorso e alcuni siti internet parlavano della sua presunta laurea in Scienze Politiche.
Ad esempio il sito del PIN, Partito Italia Nuova che aveva fondato nel 2011 e nel frattempo naufragato, o alcuni piccoli siti umbri.
I siti in cui compare l’informazione errata della laurea sono risorse collegate a iniziative dello stesso Siri (e in uno della Lega viene chiamato “dottore”): chi ha fornito a loro (e al Corriere) l’informazione errata?

(da “NextQuotidiano”)

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BONAFEDE PAGA UN MILIONE DI EURO PER IL TRIBUNALE DI BARI ALL’AMICO DI TARANTINI

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

SETTANNI HA PRESTATO CENTINAIA DI MIGLIAIA DI EURO AL CASSIERE DEL CLAN MAFIOSO PARISI

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, appena nominato, ha dovuto risolvere il problema del tribunale di Bari: l’edificio di via Nazariantz è a rischio crollo: costruito sulla sabbia e abusivo in alcune sue aree, è di proprietà  dell’Inail, ed è stato dichiarato inagibile e le aule si sono trasferite in tende fatte montare nel cortile del Palazzo di Giustizia.
Il ministro ha prima sospeso le udienze fino al 30 settembre e poi ha svolto una ricerca di mercato che si è aggiudicata una società  di proprietà  di un amico di Gianpi Tarantini.
Il ministero ha quindi ordinato il trasferimento del Palazzo di giustizia di Bari in un immobile di proprietà  di Giuseppe Settanni, l’«unico amico» di cui Tarantini si poteva fidare, l’uomo che ha prestato «centinaia di migliaia di euro» al cassiere del clan mafioso Parisi.
Spiegano oggi Giuliano Foschini e Francesca Russi su Repubblica:
Settanni è infatti amministratore della Sopraf srl, società  di cui la sua famiglia è proprietaria al 50 per cento con l’imprenditore Roberto Patano. Sopraf è proprietaria dell’immobile appena scelto, al termine di una ricerca di mercato, dal ministero della Giustizia per ospitare gli uffici giudiziari penali di Bari che erano ospitati in tende da campo
Settanni deve essere un imprenditore di razza, uno di quelli che riesce a vedere nel futuro. Ha acquistato infatti il palazzo, sfitto da tempo, da un fondo pubblico, soltanto pochi mesi fa. Un acquisto che si è trasformato in un grande affare: il ministero dovrà  infatti pagargli un milione e 200mila euro circa all’anno per i prossimi sei anni, salvo che non si trovi una soluzione definitiva in tempi più brevi.
D’altronde, del grande fiuto per gli affari di Settanni era certo il suo grande amico Gianpaolo “Gianpi” Tarantini, l’imprenditore barese che scalò Palazzo Chigi nel 2011 presentando prostitute all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi
«Io ho solo un amico di cui potermi fidare – raccontava Tarantini ai magistrati che lo interrogavano – Pino Settanni».
E per questo si spese con lui: attraverso Walter Lavitola, il re dei facilitatori italiani, cercò di procurare all’imprenditore, che all’epoca lavorava nel mondo di rifiuti, un contatto per un appalto con Eni.
«Pino – diceva Tarantini – è così straricco che non ha bisogno. Mi diceva: “Se ti danno quello te la gestisci tu, ti faccio un contratto di direttore commerciale, ti prendi il compenso più alto e tu diventi completamente autonomo. Parliamo che potevo gestire cifre – almeno per quello che diceva lui – di 30, 40, 50mila euro al mese. E finalmente potevo svoltare».
Quelle di Lavitola erano però, come spesso gli accadeva, soltanto parole al vento: «Mi ripeteva sempre: “Sì, sì ho parlato con Scaroni, lo stiamo facendo”. Questo Pino, che non è uno scemo, diceva: “Gianpaolo, vedi che ti stanno prendendo in giro”». E così, infatti, era
Il nome di Settanni torna poi in un’altra indagine della procura di Bari, ma lui non è mai stato indagato: sentito come testimone, ha spiegato di aver prestato soldi a Michele Labellarte, imprenditore considerato il cassiere del clan Parisi.

(da “NextQuotidiano”)

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TRIBUNALE DI BARI: IL PALAZZO SCELTO DAL GOVERNO E’ DI UN’IMPRENDITORE VICINO A CLAN MAFIOSO

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

SCOPPIA LA RISSA ALLA CAMERA,VOLANO SCHIAFFI TRA GLI EX AMICI DI FRATELLI D’ITALIA E LEGA… IMBARAZZO DEL MINISTRO BONAFEDE

Il tribunale di Bari rischia di trasferirsi in un edificio di proprietà  di un imprenditore ritenuto vicino ad ambienti mafiosi, tanto da prestare soldi a quello che viene definito il presunto cassiere del clan Parisi.
Lo scrive Repubblica che, tracciando un profilo dell’imprenditore Pino Settanni (tra le altre cose definito da Gianpaolo Tarantini “l’unico amico”) ricorda che — dopo una ricerca di mercato — il ministero della Giustizia ha siglato un contratto con la società  Sopraf (di Settanni) per una cifra intorno a un milione e 200mila euro all’anno fino al 2024.
E così ora, per il primo atto amministrativo del governo Conte che arriva in Parlamento dopo l’insediamento dell’esecutivo, si consuma il primo scontro tra maggioranza e opposizione.
Da una parte le opposizioni — il Pd in testa — che chiedono un rinvio del voto del decreto, che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede riferisca in Aula e urla “Onestà , onestà “, evidentemente emulando quello che tante volte hanno fatto i parlamentari dei Cinquestelle.
Una questione che i due sottosegretari alla Giustizia presenti in Aula (Vittorio Ferraresi del M5s e Jacopo Morrone della Lega) non hanno chiarito rimanendo in silenzio per tutta la durata del dibattito.
Dopo un dibattito di oltre un’ora durante il quale è stato chiesto l’intervento risolutivo del ministro della Giustizia, Bonafede ha scritto su facebook che saranno effettuati “ulteriori approfondimenti”.
Dichiarazione che ha, se possibile, alzato ulteriormente la tensione finchè si è arrivati a una vera e propria bagarre nell’emiciclo con uno scontro fisico tra deputati di Fratelli d’Italia e della Lega.
Sono stati visti volare dei ceffoni, con conseguente sospensione dei lavori del presidente Fico. Nel frattempo dai banchi del Pd si è levato il grido: “Dimissioni, dimissioni!”.
Il sottosegretario Vittorio Ferraresi aveva appena iniziato a parlare, infatti, sostenendo di aver “sentito in quest’Aula delle inesattezze gravi, alcune anche con peso penale di cui ciascuno si assume la responsabilità ”.
Parole che hanno scatenato la reazione dell’opposizione. Emanuele Fiano (Pd) ha chiesto al presidente Fico di “richiamare formalmente il sottosegretario che ha minacciato i deputati. Lui non è qui a fare il pm, e non ha il diritto di minacciare”.
Nel frattempo, però, è iniziata una rissa a destra tra deputati di Fdi e della Lega. Fico richiama Marco Silvestroni e un altro deputato, e intervengono i commessi a separare la rissa in corso. Volano schiaffi e pugni e alla fine la seduta viene sospesa.
Il Pd chiede la convocazione urgente della conferenza dei capigruppo. “L’atteggiamento del governo è stato grave e serio”, ha detto il capogruppo Graziano Delrio, sostenendo che “la comunicazione del governo via Facebook è umiliante”. Alla richiesta di Delrio si è associato Francesco Paolo Sisto che ha chiesto “un richiamo esemplare” per il sottosegretario Ferraresi, perchè “qui non si minaccia nessuno”.
“Il governo qui è ospite”, ha ribadito Fabio Rampelli di Fdi stigmatizzando la “minaccia indirizzata verso il Parlamento ed i parlamentari. Va richiamato e basta”. L’incidente si è concluso con Fico che, chiarendo che il governo “qui non è ospite”, ha ricordato al sottosegretario Ferraresi che l’articolo 68 della Costituzione tutela la libertà  di espressione e di parola di tutti i parlamentari senza temere risvolti penali.
Bonafede alla fine ha comunicato non in Aula nè attraverso i suoi sottosegretari, ma su facebook.
Dopo l’articolo di Repubblica il ministro ha chiesto “un ulteriore approfondimento“. “Ricordo a tutti — conclude Bonafede — che il decreto legge in discussione alla Camera non riguarda l’assegnazione dell’immobile ma la sospensione dei termini per permettere lo smantellamento delle tende”.
Dichiarazione che — letta in Aula dal capogruppo di Liberi e Uguali Federico Fornaro — non ha placato le opposizioni, anzi hanno suscitato ulteriori proteste.
“Le pare dignitoso — sostiene Alessia Morani, del Pd — che siamo qui a discutere e a chiedere con forza l’intervento del governo in Aula, nel frattempo fuori di qui Bonafede faccia dichiarazioni sul merito della nostra discussione?
Per restituire dignità  alla discussione chiami Bonafede qui e chiarisca su questo immobile che è dirimente per noi”.
E rincara la dose Jole Santelli (di Forza Italia): “E’ uno schiaffo per Fico e per l’Aula da parte di un governo Stranamore”.
Dello stesso tenore gli interventi dei deputati di Fratelli d’Italia. “Sospenda l’aula — ha detto Walter Rizzetto rivolgendosi al presidente della Camera — Convochi la capigruppo e faccia in modo che il ministro della Giustizia Bonafede venga in aula a raccontare come stanno veramente le cose. Nella passata legislatura, davanti ad una vicenda così grave, lei con il suo gruppo, avrebbe occupato questa aula. Oggi, da Presidente della Camera e quindi da presidente di tutti i deputati, lei non può far finta di nulla e accettare che un ministro risponda sui social media alla richiesta di chiarezza che arriva dai gruppi parlamentari”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL COMANDANTE DE FALCO ACCUSA SALVINI: “ASSURDI I DIKTAT LEGHISTI ALLA MARINA ITALIANA”

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

NON TUTTI NEL M5S SONO PRONI AI RAZZISTI CHE VIOLANO LE LEGGI INTERNAZIONALI

Il senatore del MoVimento 5 Stelle Gregorio De Falco, che sul tema ha una certa esperienza (eufemismo), va all’attacco del ministro dell’Interno Matteo Salvini in un’intervista rilasciata al Tempo che prende spunto dal caso della nave Diciotti, in arrivo stamattina alle 8 a Trapani. De Falco aveva già  criticato altre uscite del ministro in un’intervista al Fatto qualche giorno fa.
Alla fine i migranti della Diciotti vanno a Trapani. Era possibile impedirne lo sbarco come avrebbe preteso Salvini?
“No poichè siamo in presenza di una nave sulla quale sventola la bandiera della Marina Militare. Un pezzo dello Stato che risponde all’intera catena di Comando e controllo. Non a caso, gli esperti di diritto internazionale definiscono la nave militare come “territorio flottante”. A titolo pieno».
Salvini ha posto come precondizione allo sbarco, la garanzia che i presunti “dirottatori” scendano in manette. Vuol dire che per il vicepremier dovrebbero essere processati a bordo?
«Non so che cosa significhi esattamente l’affermazione».
Prima che i migranti salissero sulla Diciotti erano stati soccorsi dalla Vos Thalassa. Ma anche in questo caso alla nave era stato vietato l’approdo in Italia, perchè secondo Salvini l’imbarcazione avrebbe dovuto lasciare l’intervento alla guardia costiera libica. Ragionamento corretto?
«La regola è semplice. La nave che prende a bordo i naufraghi è il primo posto sicuro. Dopo di che, sotto l’autorità  del soggetto responsabile del coordinamento dei soccorsi in mare, l’imbarcazione soccorritrice si deve dirigere verso il porto o il posto più sicuro».

(da “NextQuotidiano”)

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GUARDALO IN FACCIA SALVINI: E’ LUI UNO DEI “DELINQUENTI” A BORDO DELLA DICIOTTI

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

UNO DEI PICCOLI MIGRANTI CHE UN SEDICENTE “BUON PADRE DI FAMIGLIA” VORREBBE IN MANETTE

La foto è stata scattata dai volontari di Unicef. E’ uno dei “pericolosi delinquenti” – secondo Salvini – a bordo della Diciotti, con lui altri 66 naufraghi salvati da un cargo italiano a largo delle coste libiche.
Come non si possa vergognare un ministro, un uomo, un padre (è lo stesso Salvini a definirsi spesso così sui social) a trattare dei disperati così, a volerli in manette, è un mistero.
Intanto a Trapani, in attesa della nave Presidio antirazzista al grido “Restiamo umani” al molo Ronciglio di Trapani.
Magliette, bandane e cappelli rossi colorano il sit-in promosso da varie associazioni intenzionate a ribadire i valori dell’accoglienza anche in occasione dell’approdo della ‘Diciotti’ con 67 migranti. “Vogliono mettere muri – dice Maria Pia Erice, tra gli organizzatori – fra i migranti e le nostre città . Non ci stiamo. Facciamo un appello al M5s: conosciamo i valori di molti di voi, non fatevi trascinare da Salvini”.
“Sono i magistrati che decidono chi deve essere arrestato, non Salvini”, dice un manifestante.

(da Globalist)

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SALVINI HA MENTITO, L’ARMATORE DELLA VOS THALASSIA: “NON C’E’ STATA NESSUNA VIOLENZA O DIROTTAMENTO A BORDO”

Luglio 12th, 2018 Riccardo Fucile

“CHIESTO AIUTO SOLO PER SBLOCCARE LA SITUAZIONE DI STALLO”… ORA QUALCUNO CHIEDA SCUSA AI PROFUGHI E LA PROCURA DI TRAPANI DENUNCI SALVINI

Tra gli elementi che la Procura di Trapani si ritroverà  a valutare nelle prossime ore prima di decidere eventuali provvedimenti a carico dei presunti “facinorosi” tra i migranti recuperati dalla Vos Thalassa ci sono anche le dichiarazioni di Cristiano Vattuone, portavoce della Vroon, la società  olandese proprietaria della nave che lavora nel servizio di sorveglianza di una piattaforma petrolifera Total.
“Nessuna insurrezione a bordo, la situazione è stata ingigantita dai giornali, non c’è stato nessun ammutinamento e nessuno è stato pestato”, dice a “La Verità “.
Parole quelle di Vattuone che alimentano il giallo su quello che è veramente successo nel Mediterraneo tra domenica e lunedi e che, in mancanza di informazioni tempestive che ormai da settimane vengono negate dalla Guardia costiera italiana ai mass media, è stato ricostruito sulla scorta delle mail intercorse in quelle ore tra la nave Vos Thalassa, la sala operativa di Roma e la sede della società  armatrice.
Che, pur accollandosi la responsabilità  di quella richiesta di aiuto volta a favorire un rapido intervento risolutivo della Guardia costiera italiana, nega che a bordo della Vos Thalassa sia accaduto nulla di così grave da lasciar ipotizzare una situazione di ammutinamento a bordo o peggio ancora di dirottamento, per utilizzare le parole del ministro Salvini.
“A bordo ci sono stati momenti di tensione, di confusione – spiega il portavoce dell’armatore – Ovviamente la tensione saliva anche perchè siamo stati due giorni e mezzo in attesa e i migranti non volevano essere riconsegnati ai libici che poi non si sa cosa ne facciano. Ma non non ci sono state rivolte, non ci sono stati pestaggi e non è stato picchiato nessuno”.
Insomma, la richiesta di aiuto alla sala operativa di Roma c’è stata ma sarebbe stata una “‘soluzione” adottata per cercare di risolvere la fase di stallo e giustificare l’intervento della Guardia costiera per prevenire una situazione di rischio che, con il passare delle ore, sarebbe potuta diventare ingestibile.
Un escamotage, se si vuole, utilizzato da sempre dalle navi mercantili che, negli ultimi anni, si sono ritrovate a dover operare dei soccorsi ma che non per questo sono disposte a perdere giorni di lavoro e soldi rimanendo ostaggio delle dinamiche politiche.
Come sarebbe successo anche in questo caso se il Comando generale della Capitanerie di porto, a questo punto con le mani libere dovendo intervenire a tutela della sicurezza di una nave italiana, non avesse ordinato il trasbordo dei migranti sulla nave Diciotti, prendendo in contropiede il ministro dell’Interno.

(da agenzie)

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CHI HA RUBATO 49 MILIONI VA IN PARLAMENTO, CHI HA DATO UNA SPINTA PER NON FAR VIOLARE LA LEGGE IN MANETTE: E’ QUESTA LA LOGICA DI SALVINI

Luglio 11th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI SUBISCE L’ARRIVO DELLA NAVE DICIOTTI A TRAPANI, MA CHIEDE IL CONTENTINO DI VENDERSI L’IMMAGINE DI DUE DISPERATI IN MANETTE SOLO PERCHE’ IN BASE ALLA CONVENZIONE DI GINEVRA NON POTEVANO ESSERE RICONSEGNATI AI CRIMINALI LIBICI E GIUSTAMENTE SI SONO RIBELLATI… LA PROCURA DI TRAPANI SI PRESTERA’ ALLA MESSINSCENA?

L’attesa è di capire su quali notizie di reato potrà  lavorare il pm di Trapani a proposito di quei migranti accusati di gravi intemperanze.
Così Diciotti, il pattugliatore della Guardia Costiera che ha raccolto 67 persone dal rimorchiatore civile Vos Thalassa, ha fatto scendere i giri del motore.
Arriverà  in porto giovedì mattina, anzichè nella serata di mercoledì, per dare più tempo alla procura di studiare il caso.
È la prima volta in cui, concretamente, la linea del Movimento 5 stelle prevale su quella di Matteo Salvini. O almeno in parte.
È stato il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli a forzare la mano e a indicare il porto di sbarco, competenza che spetterebbe al titolare del Viminale. Che al contrario aveva tuonato contro lo sbarco dei passeggeri della Diciotti. Configurando, così, una situazione paradossale, nella quale il governo italiano avrebbe impedito l’approdo a una nave non privata, ma della Guardia costiera.
Lo stesso Luigi Di Maio aveva dato una forte copertura politica al suo collega: “Se si tratta di una nave italiana intervenuta in una situazione che dovremo chiarire bisogna dare seguito e farla sbarcare. Non è immaginabile che noi chiudiamo i porti ad una nave italiana”.
Il cortocircuito, spiegano fonti dell’esecutivo, sarebbe stato determinato dalla fuga in avanti del ministro dell’Interno, che avrebbe tuonato contro i migranti raccolti dalla Diciotti minacciando il niet all’approdo non sapendo che si fosse trattato di un intervento a salvaguardia dell’equipaggio della Vos Thalassa.
Certo, il fronte interno al governo rimane aperto. Soprattutto dopo le parole del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, che in mattinata, intervistata dal quotidiano dei vescovi Avvenire, aveva segnato una distanza nei confronti del Carroccio su questo versante: “Il Mediterraneo è sempre stato un mare aperto e continuerà  ad esserlo. L’apertura è la sua ricchezza. La strada è regolamentare, non chiudere. La parola accoglienza è bella, la parola respingimenti è brutta. Poi accogliere si può declinare in mille maniere. E si può, anzi si deve, legare accoglienza a legalità “.
Anche per questo il segretario leghista non è intenzionato a cedere su tutta la linea. “Il porto per la nave sarà  assegnato solo dopo che saranno fatti i nomi dei finti profughi che invece che in un albergo finiranno in prigione per le loro azioni a bordo della Vos Thalassa”, ha tuonato da Innsbruck, dove è in corso un vertice con gli omologhi europei.
Non è un caso che la prua della nave si stata puntata verso Trapani, dove ha sede una delle procure che per prime mise nel mirino le Ong per il loro lavoro nel Mediterraneo.
Nessuno conferma apertamente, ma a microfoni spenti viene spiegato che si ha piena contezza delle diverse sensibilità  che albergano nei palazzi di giustizia a seconda delle città .
È nell’identificazione e nei capi d’accusa dei presunti facinorosi che si cela la soluzione della crisi.
Mentre all’orizzonte, nonostante la fiducia gialloverde profusa in queste ore, si materializza la possibilità  di uno scenario che ha del surreale: la nave di un corpo militare dello Stato interdetta allo sbarco del proprio carico di vite unane dal governo dello stesso Stato a cui appartiene.
Vediamo se in un paese democratico e stato di diritto gli (eventuali) arresti saranno decisi dalla magistratura ancora indipendente o da un razzista.

(da agenzie)

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A SALVINI SI E’ RISTRETTA LA FLAT TAX: RIGUARDERA’ SOLO 600.000 CONTRIBUENTI, L’1,5% , CHE PRESA PER IL CULO

Luglio 11th, 2018 Riccardo Fucile

SOLO PER LE PARTITE IVA CHE FATTURANO 100.000 EURO ED E’ PURE CONTRARIA ALLE NORME UE SUL VALORE AGGIUNTO

Il copione si ripete, e assume ogni giorno che passa le sembianze di una prassi sempre più consolidata: grandi annunci ma provvedimenti al di sotto delle aspettative.
Dopo il decreto Dignità , dato per ultimato da settimane, poi ritoccato per mancanza di coperture e ancora assente in Gazzetta Ufficiale, tocca alla flat tax.
La Lega ha annunciato il “primo step della rivoluzione fiscale” del Governo del Cambiamento: “Questa mattina è stata presentata la nostra proposta di legge sulla Flat Tax che estende il regime minimo forfettario per tutte le partite Iva fino ad un volume d’affari di 100 mila”, ha informato il capogruppo del Carroccio alla Camera Riccardo Molinari.
Il disegno di legge punta a una estensione del regime a tassazione agevolata al 15% per le partite Iva che oggi viene applicato a esercenti e imprenditori che abbiano conseguito ricavi o compensi tra i 30mila (per i liberi professionisti) ai 50mila euro, a seconda dell’attività  svolta.
Tecnicamente, più che un assaggio di flat tax (che dovrebbe invece andare a incidere principalmente sui redditi Irpef) la misura annunciata non è altro, quindi, che un’estensione di un regime fiscale già  in vigore, con l’obiettivo – a parole – di semplificare adempimenti contabili e rendere più facile la vita a professionisti, imprese e start up.
Per queste ultime “l’aliquota prevista è del 5% per 3 anni estesa a 5 anni per gli under 35 e gli over 55”, ha detto Molinari.
Al momento, invece, la soglia del 5% vale per quattro anni indipendentemente dall’età  dell’imprenditore.
Non solo: Molinari parla di tutte le partite Iva senza chiarire quali requisiti presenti nel vecchio regime verranno portati in quello nuovo, come il limite dei cinquemila euro alle spese per il lavoro dipendente ai 20mila euro di costi in beni strumentali.
In attesa di leggere il testo della proposta di legge, l’impressione è che di “rivoluzionario” in questa prima proposta in campo fiscale ci sia ben poco.
Ad oggi, stando alle dichiarazioni dei redditi del 2017, ad avere accesso al regime forfettario dei minimi sono circa 930mila contribuenti italiani.
L’innalzamento della soglia relativa ai compensi fino a 100mila euro porterà  a un incremento della platea, a spanne, di circa 600/800mila partite Iva con accesso al regime forfettario.
In percentuale, stiamo parlando di poco più dell’1,5% di tutti i contribuenti italiani. Ben poca cosa a dispetto dei toni trionfalistici degli annunci di questi giorni e dell’attesa sapientemente alimentata sul fronte fiscale.
Non è detto poi che la proposta leghista abbia il via libera di Bruxelles.
Il regime dei minimi ha valenza sostitutiva dell’imposta sul valore aggiunto e l’Iva è imposta comunitaria: l’azione legislativa nazionale si deve perciò muovere all’interno del quadro normativo Ue, rispettando i paletti prefissati.
“L’Unione Europea fissa a 65mila euro il tetto di volume d’affari per alcuni dei soggetti passivi che chiedono il regime minimo”, dice all’HuffPost Enrico Zanetti, ex viceministro all’Economia.
Con la decisione 2013/678/UE, Bruxelles ha già  accolto in passato una richiesta di deroga arrivata dall’Italia, portando da 30mila a 65mila il tetto di esenzione.
Per alzare ancora l’asticella serve l’ok dell’Ue, e non è detto che venga concesso, i tempi potrebbero essere lunghi.
“Per portare il monte fatturato a 100mila serve che una deroga della Commissione Ue. Al momento l’ultima decisione è stata assunta nel 2016 quando è stata prorogata fino al 2019 la possibilità  di adottare il regime forfettario, e ha confermato al tempo stesso il tetto di 65mila. Ma alzarlo a 100mila al momento non è coerente con il quadro normativo dell’Ue”.
Prima dell’approvazione della proposta leghista servirà  quindi una autorizzazione di Bruxelles, e se la richiesta non è stata ancora inoltrata, difficilmente arriverà  un ok prima di novembre.
Per capire, nel 2016, quando il Governo Renzi ne richiese la proroga, a marzo aveva già  avviato la procedura. Ora siamo a metà  luglio.

(da “Huffingtonpost”)

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