Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
PARLA MICHELE SCILLIERI: “UN COLLEGA DI BERGAMO MI AVEVA CHIESTO UNA SEMPLICE DOMICILIAZIONE PRESSO IL MIO STUDIO, NON PENSAVO DI FINIRE SUI GIORNALI”
«Se la Lega per Salvini premier ha la sede legale presso il mio studio, in via delle Stelline 1 a Milano, è
stato solo per un piacere personale a un collega. L’accordo era chiaro: ho accettato la domiciliazione ma volevo tenermi totalmente fuori a livello politico, finanziario e operativo».
Michele Scillieri, commercialista stimato, cerca di tirarsi fuori dal clamore.
Com’è iniziata la storia?
«Il 14 dicembre 2017 mi ha telefonato il collega di Bergamo Andrea Manzoni, che segue da anni gli affari della Lega Nord. Era dal notaio per l’atto costitutivo di quel movimento nuovo, non mi avevano preavvisato. Mi ha chiesto se era un problema fissare la domiciliazione presso il mio studio. Ho risposto che andava bene, di Manzoni mi fido».
Nella lista di tutti i soggetti registrati in via delle Stelline la Lega è l’unica che non compare. Doveva restare nascosta?
«Ma no. È che del movimento non volevo sapere niente, nessuna riunione, neanche la posta. Mi avrebbero avvisato solo se dovevano arrivare buste importanti, ma non è mai successo».
Perchè un partito con sede diversa dalla storica via Bellerio?
«Succede che enti, pur avendo punti di contatto, vogliano apparire o siano separati».
C’entra con i sequestri della magistratura
«Io ho scoperto dei sequestri dai giornali».
Ha mai parlato con Salvini, Calderoli, Giorgetti?
«Mai».
Con chi, della Lega?
«Ho visto un paio di volte Giulio Centemero in passato. E poi Manzoni».
Manzoni le racconta questioni legate al partito?
«No».
Lei è stato in via Bellerio?
«Sì, anche quest’anno, ma solo per incontrare Manzoni su società che seguiamo e non c’entrano con la Lega».
Il movimento cambierà sede legale: perchè?
«Gliel’ho chiesto io. Spero se ne vadano entro l’estate, per evitare allo studio ulteriori fastidi».
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
I GRILLINI PERDONO 4,5 PUNTI RISPETTO ALLE POLITICHE, LA LEGA IL 10,4% IN PIU’ MA SI FERMA… IL PD RACCOGLIE LO 0,6% IN PIU’, FORZA ITALIA CALA MA NON CROLLA, SCENDE ANCHE FDI
M5S primo partito in Italia, con il 28,1% delle preferenze, seguito dalla Lega al 27,7%.
Sono i principali risultati del sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani realizzato dall’istituto di ricerca Quorum/YouTrend per Sky tg24.
Rispetto al voto del 4 marzo, dunque, il Movimento 5 Stelle registra nelle intenzioni di voto una flessione di 4,5 punti percentuali, mentre cresce sensibilmente il partito di Matteo Salvini, che raccoglie il +10,4% rispetto al responso delle urne, ma non riesce il sorpasso e rimane ben lontana dal 30%.
In leggera crescita il Pd, che si attesta nelle intenzioni di voto al 19,3% (+0,6% rispetto i risultati del 4 marzo), in calo Forza Italia, che secondo il sondaggio si attesterebbe al 9,9% contro 14% delle elezioni, ma pare abbia arrestato la caduta libera.
Tra le altre forze politiche, sarebbe propenso a votare per Fdi il 4% degli intervistati (4,3% alle elezioni), mentre otterrebbe il 4,1% una lista di orientamento a sinistra, il 2,6% una lista di centrosinistra che si alleasse con il Pd
Il 3,2% degli intervistati infine si orienterebbe invece verso altri partiti.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
“AL GOVERNO PERSONE CHE PARLANO SOLO PER FRASI FATTE”.. “NON SONO MIEI MINISTRI, NON LI RICONOSCO”
Era il 1968. Il Belice venne devastato da un tremendo terremoto, che ne distrusse i paesi e l’animo. Fra
le tante iniziative, per sanare quella ferita, e ricostruire una memoria collettiva, furono create le Orestiadi di Gibellina durante le quali artisti, attori e intellettuali guidano gli spettatori nei meandri del passato.
A metà agosto, a conclusione di questa 37esima edizione, ci sarà uno spettacolo inedito firmato da Alfio Scudieri e interpretato da Leo Gullotta, 72 anni, cinquanta dei quali passati a fare l’attore di teatro e di televisione, da tempo doppiatore ufficiale di Woody Allen.
Del terremoto Gullotta ha un ricordo nitido (“la follia della natura, così scomposta, mi colpì come un pugno, sconvolgendomi la mente”), e spiega che: “niente fu come prima”. Oggi però si dice due volte contento, “da uomo del Sud e da siciliano, di poter stare in questo polo contemporaneo e di essere uno degli interpreti de La città invisibile”.
Gli spettatori dopo aver esplorato il cretto di Gibellina, si dovranno affidare all’ascolto e l’immaginazione in questo spettacolo ispirato all’opera di Italo Calvino cui prenderà parte anche Claudio Gioè. “Io sarò un insolito Virgilio e accoglierò il pubblico per introdurlo nel viaggio. Il tema principale sarà quello della memoria, del ricordo, e della storia stessa di Gibellina. L’idea è che la cultura debba e possa stimolare la crescita del territorio nei momenti più difficili”.
Memoria è una parola che torna spesso. Pasolini diceva “Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo”.
“Eppure una parte di Italia questa memoria la vuole, la chiede, la desidera, la tira fuori e cerca di farla digerire in un Paese che non legge, dove quotidianamente scuola e Università , i luoghi dove si dovrebbero fare gli uomini e le donne di domani, vengono schiaffeggiate. Ma gli italiani, per fortuna, vogliono sapere. La cultura, i teatri, sono inviti a pensare”.
Le pare che questi inviti vengano accolti dalla politica di oggi?
(ride) “Cosa dobbiamo aspettarci da queste persone che parlano solo per frasi fatte, per sentito dire? La radice del loro essere è molto lontana, non esiste, non c’è quasi. La politica è malata. Ed essendo malata è piena di virus. Ci pensi: ci sono ministri che mentre giuravano, probabilmente per voglia di visibilità , dicevano che non esistono le famiglie arcobaleno quando c’è una legge che le riguarda. Non è solo miopia, ma cecità “.
La trovo un po’ critico.
“Mi dicono che sono i miei ministri, ma io non li riconosco. E non mi riconosco. Provo a capire, ma non mi fanno capire. Abbiamo avuto il Rinascimento, ma è come se non fosse mai avvenuto”.
Altro che l’Italia del Bagaglino.
“Abbiamo raccontato per 22 anni, con picchi di 14milioni di telespettatori, un’Italia politica che è sfociata in questo tipo di Paese. Raccontavamo un’Italia televisiva, che poi è diventata la televisione di oggi”.
E se il Bagaglino tornasse in onda?
“Non si può raccontare il Paese di oggi. L’unica arma può essere la professionalità . Il portare avanti i numeri, come ha fatto Tito Boeri in contrapposizione al ministro degli Interni, rispetto al quale mi interrogo sulla conoscenza della materia. Ma è necessario anche il giornalismo fatto da professionisti competenti”.
Per esempio da chi?
“Mentana e Gabanelli”.
Poco fa ha citato Salvini. Qual è il suo sguardo sulla politica che sta attuando?
“Di fronte alle dichiarazioni di Salvini sgrano gli occhi. Come si possono dire queste cose rispetto all’accoglienza? Il Mediterraneo oggi è un cimitero. E le sue parole sono pericolose, solo ascoltarle è orribile”.
Eppure tutti quanti le ascoltiamo.
“Questo fa male fa male a tutti, a chi le pronuncia per primo. La colpa è anche del PD che per anni ha fatto la guerra al M5s senza prendere in considerazione la Lega, che nel silenzio ha parlato alla pancia del Paese”.
Oggi se le dico Matteo Renzi cosa pensa?
“Penso che tutto questo litigare senza analizzare è una cosa antica. Che si è ripetuta anche al referendum del 4 dicembre. Ancora oggi siamo ai piccoli litigi: io vado a fare conferenze all’estero, tu non puoi partecipare, e cose così. Ma viviamo in un mondo fatto di persone. Per parlare bisogna essere in due”.
A patto che non si preferiscano i soliloqui.
“Ed ecco le parole su parole che non dicono niente. Proteste finte costruite negli uffici politici di comunicazione: risolini, teste scosse, dita puntate verso l’alto”.
Lei è un uomo che non si nasconde. Fece coming out nel 1995.
“Bisogna metterci la faccia nelle cose. Serenamente”.
Anche a rischio della carriera? Penso a quando sei anni fa denunciò che per la sua omosessualità le fu negato il ruolo di padre Pino Puglisi in una serie Rai.
“In quel momento Padre Puglisi era prossimo alla beatificazione. E la paura del funzionario Rai che mi negò la parte era la paura mediocre che padre Puglisi fosse interpretato da chi aveva dichiarato la propria omosessualità . In quel momento sembrò che fossi l’unico omossessuale in tutta l’Italia dello spettacolo”.
Come la prese?
“La verità è che alla Chiesa non gliene fregava niente. Ma come la chiama questa se non mafia? Si meravigliano o si stupiscono se il figlio ha fatto altre scelte sessuali, ma non si vergognano se sono vicini di casa di mafiosi. Torniamo all’opportunismo. Alle abitudini mafiose entrate nella testa degli italiani.
Ma siamo un Paese omofobo?
“Le cose accadute, soprattutto in questo momento, lo fanno pensare. Io però credo di no. Se va a grattare, non è questa l’Italia”.
Insomma siamo meglio di come ci stanno raccontando?
“Il cittadino è meglio di come vogliono farlo apparire. Ma ci vorrebbe una trasmissione come quella del Maestro Manzi. Invece di insegnare l’italiano, dovrebbe spiegare la costituzione. La citano tutti, ma chi l’ha letta?”
Puglisi fu ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo compleanno. Lei ha lavorato a lungo con Pippo Fava, anche lui ammazzato dalla mafia.
“Tutti e due morti per noi. Hanno dato la loro vita ai cittadini italiani. E ancora oggi danno fastidio. Ma lo sa che ogni 5 di febbraio per commemorare la morte di Fava mettiamo dei fiori di fronte al Teatro Stabile dove venne ammazzato e dopo tre ore non ci sono più?”
No, non lo sapevo.
“Adesso si parla del processo Borsellino, e si scoprono cose dei servizi segreti italiani incredibili, e ogni giorno ti stupisci ancora di più. Ma devi avere la coscienza di saper distinguere chi ti vuole parlare, da chi ti vuole infinocchiare. Questo però è un Paese che vuole stare nell’infinocchiamento”.
E Roma, la città dove vive, cosa vuole?
“Fa male vedere questa meravigliosa città puntualmente schiaffeggiata, ma – anche se non sono grillino – non sono d’accordo che la colpa sia solo della Raggi. La Raggi avrà i suoi torti, ma è arrivata dopo anni e anni di vandali. In questo Paese chi pensa disturba. Tutto deve essere livellato, e chi contraddice viene espulso”.
Lei si sente un disturbatore?
“Io sono un cittadino. Mi sono indignato poco o molto a seconda delle età . Oggi c’è questa realtà e ci devi fare i conti. Ci sono ancora discorsetti sull’indignazione, ma ci dimentichiamo l’educazione parrocchiana. La Lega ha costruito anche su questo: sta arrivando il diverso. Di pelle. Di scelte sessuali. Di vita. Questo percorso, chiamiamolo politico, ha prodotto odio. Retaggio antico dell’italiano meraviglioso, ma un po’ vigliacchetto, che desidera sempre un uomo forte al comando per tornare un po’ servo”.
Secondo lei quali sono i rischi?
“Sono nato nel 1946, dopo la guerra. Io non ero ancora nato, ma questi rischi che abbiamo davanti in Italia li abbiamo già visti”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
“AGGREDIRE LA MAGISTRATURA PER SOTTRARRE I PROPRI INTERESSI AL CONTROLLO DI LEGALITA’ PURTROPPO E’ UNA TECNICA COLLAUDATA”
Di attacchi alla magistratura e di politica arrembante Gian Carlo Caselli ne è esperto. In tutta la carriera, in primis con il processo contro Giulio Andreotti, l’ex Procuratore Capo di Torino ha dovuto subire gli attacchi di chi preferisce difendersi dai processi piuttosto che nei processi ed è a lui che abbiamo chiesto un parere sugli eventi di questi ultimi giorni: le parole del sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone e il prossimo incontro di Salvini con il presidente Mattarella.
“Se posso permettermi un inciso come sottosegretario neo nominato, tutti quanti sapete che appartengo alla Lega, mi auguro che ci sia una forte imparzialità e che anche in magistratura siano sempre meno presenti le correnti in particolare le correnti di sinistra e ci sia, invece, da parte vostra imparzialità “. Sono le parole del leghista Jacopo Morrone, sottosegretario alla Giustizia che poi, provando ad aggiustare il tiro, ha aggiunto: “Ho parlato così prima perchè come voi sapete il mio partito ha una questione aperta con questi magistrati”.
Come giudica queste affermazioni?
Soffia un vento maligno in alcuni ministeri: la tendenza a farne macchine di conflitto e propaganda per fini personali, mentre unico obiettivo dovrebbero essere gli interessi generali. E’ successo al Viminale e ora capita al Ministero della Giustizia con la stupefacente performance del sottosegretario Jacopo Morrone. Sostenere che le correnti di sinistra della Magistratura vanno abolite “perchè il mio partito (Lega) ha una questione aperta con questi magistrati” (riferendosi ad una sentenza della Cassazione concernente il sequestro di somme da restituire allo Stato), è di un “candore” istituzionale così spregiudicato da risultare incredibile. Oltre ad essere un esercizio di “allegro” ribaltamento della realtà , posto che attribuire ad una corrente piuttosto che ad un’altra una decisione della corte Suprema è roba da teatro dell’assurdo.
Anche Salvini ha parlato di “sentenza politica” a proposito del sequestro dei conti della Lega, aggiungendo che si tratta di un attacco alla democrazia. Come giudica l’irrituale richiesta di essere ricevuto dal Presidente della Repubblica? C’è un ritorno agli sconsiderati attacchi come ai tempi di Berlusconi?
Ci risiamo. Se una sentenza si occupa doverosamente (ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto) di un politico, ecco che per una specie di gioco delle tre carte la giustizia diventa “politica”. Il problema non è più se il politico abbia rubato o sia colluso con la mafia. Il problema diventa il colore presunto della toga. Aggredire la Magistratura per sottrarre i propri interessi al controllo di legalità purtroppo è una tecnica collaudata. Non solo ai tempi del berlusconismo imperante. Anche prima. Ricordo questa frase di Piero Calamandrei: “sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria “. Calamadrei si riferiva ad Aurelio Sansoni, un giudice che “qualcuno nei primi tempi del fascismo chiamava anche il ‘pretore rossoì, e non era in realtà nè rosso nè bigio: era soltanto una coscienza tranquillamente fiera, non disposta a rinnegare la giustizia per fare la volontà degli squadristi”. Quanto poi al Presidente della Repubblica ecco un’altra discutibile tendenza: tirarlo per la giacchetta, ora con la minaccia di un impeachment fasullo, ora con la richiesta di un colloquio presentato come “qualunque” nonostante sia stato inserito in un contesto che investe l’indipendenza della magistratura.
Come giudica la minimizzazione dell’attacco alla magistratura da parte degli esponenti di governo?
Il Governo si è limitato a qualche intervento impacciato, circoscritto al “minimo sindacale”. Se la degenerazione delle correnti è un problema reale, guai a dimenticare che non sono le idee nè la loro espressione, ma casomai le “appartenenze”, in particolare se occulte, a ridurre l’imparzialità del magistrato. L’indifferenza alle idee e ai valori è assai pericolosa in chi deve giudicare.
Esiste il rischio di un indebolimento della magistratura in questo clima?
Stando alle cronache l’intervento del sottosegretario è stato “salutato” con fischi, proteste e magistrati che hanno lasciato l’aula. Ma il “grosso” della Magistratura come reagirà ? C’è il rischio che più o meno consapevolmente, fra le varie opzioni che sempre (sempre!) si presentano a chi deve giudicare, si finisca per scegliere quelle che presentano meno rischi di essere attaccati dalle forze che non rinunciano a nulla per far valere i loro interessi. Se non è indebolimento della magistratura è qualcosa che può assomigliarli.
(da “FanPage”)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL LIDO URBANO DI MARCONI E’ RIMASTO NEI SOGNI, CI SONO SOLO I GABBIANI CHE DANNO LA CACCIA AI TOPI
Il Tempo ha mandato una cronista a godersi la spiaggia sul Tevere annunciata in pompa magna da
Virginia Raggi in pieno inverno e poi finita come è finita, cioè nel nulla dopo che gli assessorati non sono riusciti ad organizzarsi in tempo per i bandi anche se dal 4 dicembre 2017, giorno in cui arrivò la conferenza stampa della sindaca e dell’assessora Montanari il tempo sembrava congruente e necessario.
Dopo sette mesi sulla spiaggia ci sono soltanto rifiuti e siringhe mentre il lido urbano di Marconi sulle orme di Parigi e della Senna è rimasto nei sogni e nella politica delle promesse già sperimentata in decine di altre occasioni durante i due anni dell’amministrazione Raggi
Fra degrado, accampamenti abusivi, spacciatori e un certo stato d’abbandono in cui versa da tempo la zona tutto è rimasto tale e quale a prima, come denuncia in una nota il presidente di Ecoitalia Solidale Piergiorgio Benvenuti insieme al consigliere del XI municipio Catalano: «Dopo mesi dall’annuncio glorioso della sindaca Raggi ci chiediamo che fine abbia fatto la spiaggia a ponte Marconi e insieme ad essa l’ufficio speciale Tevere che doveva occuparsi di seguire il progetto. Progetto mai concretizzatosi e per cui sono rimasti sconcertati e delusi i numerosi cittadini che, lo scorso 29 giugno, raggiungendo ponte Marconi per la festa di San Pietro e Paolo cercavano di individuare l’area ultimata e promessa per l’estate».
Il luogo dove doveva sorgere lo “stabilimento della Raggi” rimane nel più totale degrado.
La mattina all’alba poi vi è il volo di centinaia di gabbiani alla ricerca dei ratti, un vero e proprio “safari” nella golena del Tevere.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
APPENA 4.500 EURO AL FIORE ALL’OCCHIELLO DELLA CULTURA IN LIGURIA, GIUNTA ALLA 5° EDIZIONE… UN MARE DI QUATTRINI PER UNA MARCHETTA POLITICA DOVE LA CULTURA SAREBBE RAPPRESENTATA DA DI MAIO, DALLA MELONI E DA MARION LE PEN
A far scattare la protesta del mondo ligure della cultura è stata la frase del governatore Toti, “La Regione ha finanziato e co- organizzato la kermesse giornalistico- politica Liguria d’Autore, con Marion Le Pen, Luigi Di Maio, Giorgia Meloni, il giornalista Enrico Mentana e il presidente della conferenza delle Regioni Pd, Stefano Bonaccini, perchè era la migliore proposta culturale arrivata sul mio tavolo”, ha detto.
Perchè c’è un festival, in uno degli angoli più preziosi della Liguria, che da cinque anni si è conquistato con le proprie forze una ribalta nazionale e internazionale e guarda, allibito, assottigliarsi, anno dopo anno, i propri contributi: si tratta del Festival della Comunicazione, ideato da Umberto Eco, e che accoglie ogni anno oltre un centinaio di ospiti che appartengono al mondo della cultura, della politica, del giornalismo, internazionali. E trasversali
« Il primo anno abbiamo ricevuto 25.000 euro di contributo dalla Regione Liguria, con la giunta Burlando e l’assessore Berlangieri. Poi con la giunta Toti sono cominciati a diminuire: 15.000 l’anno successivo, fino ad arrivare al contributo 2017, 4500 euro. Per fortuna abbiamo importanti sponsor e l’attenzione di aziende nazionali » , fa il punto il sindaco di Camogli, Francesco Olivari
Ha fatto saltare sulla sedia lui e la sua giunta il confronto tra i 100 ospiti di Camogli, finanziato con 4500 euro dalla Regione e i trenta invitati di Liguria d’Autore, realizzata peraltro nella roccaforte del governatore Toti, ad Ameglia, e foraggiata con 50.000 euro.
« Peraltro i fondi regionali, quest’anno, non ci sono ancora stati assegnati — precisa Olivari — anzi ci è stato informalmente detto che si spera di poter mantenere il contributo 2017»
«Siamo amareggiati perchè il Festival della Comunicazione porta lustro a tutta la Liguria — ammette Olivari — presentiamo l’edizione di quest’anno, come ogni anno, anche a Milano, proprio per l’attenzione dei media nazionali e internazionali. E abbiamo attivato tante collaborazioni che traguardano il confine di Camogli, dall’Università di Genova all’Iit, allo stesso Parco di Portofino, diamo ulteriore visibilità alle eccellenze regionali»
Il Festival della Comunicazione di Camogli, che si svolgerà dal 6 al 9 settembre, attivando anche iniziative collaterali, laboratori e attività seminariali, per tutte le età , è stato presentato all’Istituto di Cultura Italiana di Parigi e al Salone del Libro di Milano e Torino.
«Il presidente Toti è sempre stato invitato all’inaugurazione, l’assessora regionale alla Cultura Ilaria Cavo ha sempre partecipato a tutte le edizioni — commenta Olivari — come è possibile che si siano dimenticati di noi?».
Potere della marchetta…
(da “La Repubblica”)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO L’ASSEMBLEA NEL PD NON C’E’ PACE
Le critiche di ieri di Matteo Renzi a Paolo Gentiloni? “Sono sbagliate e ingiuste, non le ho condivise”. 
Lo dice il segretario del Partito democratico Maurizio Martina, interpellato al telefono dall’Ansa. “Basta dividersi così tra noi, io voglio un Pd diverso”, aggiunge.
“Va attaccata la destra pericolosa ora al governo, non chi di noi ha servito bene il Paese”.
Anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala critica l’ex segretario: ‘Mi è sembrato un tono inutilmente polemico, quello di Renzi. Non è più la guida giusta, non credo che debba essere un candidato per la prossima segreteria’.
Pronta la replica di Renzi: ‘Faccio politica non polemiche’, scrive in un tweet.
Dal palco dell’Ergife ieri all’assemblea del Pd, Renzi si è preso la scena e, senza mai nominarlo, ha attaccato l’ex premier Gentiloni.
Perchè ha cancellato i voucher, perchè non ha messo la fiducia sullo ius soli.
E soprattutto l’accusa più forte e diretta: «Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo».
Parole dure, tanto che, come scrive il Corriere, Gentiloni avrebbe confidato ai suoi che l’intervento dell’ex segretario è stato “imbarazzante”.
Insomma, cambiano i leader ma la costante a sinistra sembra rimanere sempre la stessa: divisioni, divisioni e ancora divisioni.
(da agenzie)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
SVELATA L’ENNESIMA BUFALA DELLA ZECCA PADANA: “SIAMO ALL’ANTICAMERA DELLA MORTE”
Quasi duemila uomini in gabbia, benvenuti nel girone infernale di Trik al-Sikka, uno dei centri di detenzione co-gestiti dal governo di al-Sarraj e dalle organizzazioni umanitarie.
Siamo nell’anticamera della morte, all’ultimo stadio, tra promiscuità , infezioni, risse sanguinose, cibo da vomitare e i volti increduli di uomini e ragazzi traditi pure dall’ultima speranza: “Non possiamo più accogliere migranti qui dentro, abbiamo superato la soglia base del doppio. La gente muore. Altri centri vengono chiusi per vari motivi e non sappiamo più dove mettere queste persone. Presto saremo costretti a non accoglierli più”.
Il dubbio è ormai concreto e Adel Aktasi, direttore del campo più popolato e al centro di Tripoli, aperto nel 2015, lo fa capire senza mezzi termini: “Continuiamo a ricevere telefonate dal ministero per nuovi migranti da mettere a Trik al-Sikka, ma non entra più uno spillo — aggiunge il direttore del campo —. Un’ora fa circa l’ultima richiesta, quando la Guardia costiera ha annunciato di aver recuperato circa 400 persone in mezzo al mare”.
Lunedì 25 giugno Aktasi ha accompagnato il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, nella sua visita-lampo nella capitale libica.
Dopo aver incontrato il suo omologo del governo al-Sarraj, riconosciuto da Italia e Unione Europea, ma non considerato dal capo della Cirenaica, Khalifa Haftar, dalla Russia e dall’Egitto, Salvini ha fatto un salto in “un centro di detenzione”.
Così Salvini l’ha raccontata: “Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza e protezione che entro un mese sarà pronto per 1000 persone con l’Unhcr per smontare tutta la retorica nella quale in Libia si tortura e si ledono i diritti civili”.
Il leader della Lega presentava quello spazio, quasi un albergo a cinque stelle, come lo standard della strategia vincente del governo italiano.
I libici lo hanno portato dentro un safe shelter, proprio davanti all’inferno di Trik al-Sikka, in pratica una sua dèpendance.
Basta attraversare la strada e si passa dai frigoriferi, dai letti a castello certificati e dall’aria condizionata, al buco nero dove realmente marciscono gli esseri umani arrestati in terra perchè clandestini o soccorsi in mare e riportati indietro: “No, il ministro Salvini a Trik al-Sikka non è venuto, ha visitato il safe shelter davanti a noi” conferma Aktasi.
Ma cos’è questo rifugio sicuro? Fino a ieri era una delle tante strutture militari del regime di Gheddafi, preso in prestito dal governo di transizione prima e dagli uomini di Fayez al-Sarraj poi.
Qui dentro trovavano riparo politici, militari e uomini d’affari di rango in caso di rischio per la propria sicurezza.
Adesso, o meglio tra un mese, forse da settembre, più propriamente alla moda libica, bukhra munchen inshallah, ossia domani, forse, a dio piacendo — tradotto, aspetta e spera —, finirà con l’accogliere solo una minima parte di stranieri: “Potrà ospitare circa 500 persone alla volta, non di più — spiega un funzionario della sicurezza nazionale di Tripoli operativo tra i campi —. Lì dentro finiranno le persone fragili, ammalati, donne con bambini, ma soltanto delle sette nazionalità a cui la Libia riconosce la richiesta di asilo politico: Eritrea, Etiopia, Palestina, Somalia, Siria, Yemen e Darfour (Sudan). Gli altri? Resteranno al loro posto”.
Oltre diecimila, al massimo verranno spostati come birilli da un centro all’altro, a seconda della disponibilità .
Con quelli di Gharyan e Sabratha inutilizzabili e quelli di Khoms e Trik al-Matar o difficili da raggiungere o in pesante sovraffollamento, il Dipartimento dell’immigrazione libico deve fare in fretta per reperire un nuovo centro e lo deve fare subito.
Vista la deriva imminente, da alcune settimane Tripoli ha lavorato su un impianto a el-Djdeida, un altro ex compound militare inutilizzato e trasformato in prigione.
Gli spazi ci sono, acqua e luce sono collegate, mancano solo i bagni: “Ci attiveremo all’istante per risolvere questo problema — rassicura Valeria Fabbroni, project manager di Helpcode, una Ong italiana, in questi giorni operativa nei centri di detenzione di Tripoli — La situazione a Trik al-Sikka e negli altri centri è ormai insostenibile, dobbiamo attivare il nuovo campo nel giro di pochissimi giorni”.
Nella sezione femminile di Trik al-Sikka, stamattina le donne sono tutte fuori, le stanze dove vivono stivate da mesi, molte con figli al seguito, sono state disinfestate. Dalle finestre fuoriesce il fumo denso e acre prodotto dalla sostanza chimica.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile
UNA NAVE IRLANDESE SALVA 106 DISPERATI E IN BASE ALLA LEGGE LI SBARCA A MESSINA, CAUSANDO UNA CRISI ISTERICA ALLA ZECCA PADANA
Ieri sera a Messina sono arrivati in 106, portati a terra dal pattugliatore irlandese Samuel Beckett. Sono
93 uomini, 11 minorenni e due donne, una delle quali incinta.
Il soccorso e’ avvenuto la notte tra il 4 e 5 luglio in zona Sar libica. Il gommone con 106 persone a bordo era partito 16 ore prima da Garabulli.
Centinaia di persone con le magliette rosse, che aderivano all’iniziativa promossa da Libera, Anpi, Arci e Legambiente a favore dell’accoglienza migranti, hanno accolto a Messina la nave militare irlandese Samuel Beckett con a bordo 106 migranti approdata nel molo Norimberga.
Le operazioni di primo soccorso sono state coordinate dalla Prefettura di Messina, con la collaborazione di Capitaneria, forze dell’ordine, Croce Rossa e associazioni di volontariato.
Da primi riscontri sembra che il primo soccorso sia avvenuto in zona Sar libica nella notte fra il 4 e il 5 luglio, poche ore dopo che il gommone era partito da Garabulli.
Il pattugliatore irlandese, dopo aver effettuato il soccorso, ha chiesto a Roma il permesso di sbarcare i migranti, e dal Viminale è arrivata l’indicazione di Messina.
“Lo sbarco di ieri sera a Messina – fanno sapere dal Viminale – e’ frutto di vecchi accordi, eredita’ dell’operazione Sophia che va certamente modificata”.
Il governo italiano aveva illecitamente chiuso i porti alle Ong dicendo di far riferimento al coordinamento della guardia costiera libica e di portare i migranti nel porto piu vicino, dunque Nord Africa o Malta, o in alternativa in quello del Paese di cui batte bandiera la nave.
Ma ieri, in situazione analoga, soccorso diretto, avvenuto in zona Sar libica senza alcun coordinamento della sala operativa di Roma, e con altri porti piu’ vicini, il pattugliatore irlandese si e’ diretto verso l’Italia.
Anche perche’ proprio qualche giorno fa la portavoce del Consiglio UE aveva sottolineato come le navi europee non dovessero sbarcare i migranti soccorsi in Libia ” perchè contrario ai valori europei”.
L’opposto di quanto illecitamente sostenuto da Salvini che oggi si inventa la guerra anche alle navi militari di altri Paesi europei “Giovedì porterò al tavolo europeo di Innsbruck la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo”.
Chi se ne frega di salvare vite umane, l’importante è che qualche razzista si realizzi vedendo affogare bambini innocenti.
Da buoni padri di famiglia. ovvio.
(da agenzie)
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