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LA DIGNITA’ SI FERMA ALL’ART. 18 E NON ARRIVA AL VERO CUORE DEL JOB ACT

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL DECRETO DEL GOVERNO NON HA REINTRODOTTO LA NORMA ABOLITA DA RENZI, A DIMOSTRAZIONE CHE E’ UNA PATACCA

Nel difficile equilibrio tra Movimento 5 Stelle e Lega, la dignità  prevista dal decreto approvato lunedì sera si è fermata all’articolo 18.
Non c’è traccia infatti della reintroduzione della norma, cancellata dal Jobs act, che vietava alle aziende sopra i quindici dipendenti di licenziare i lavoratori senza giusta causa.
Il cuore dunque della riforma del lavoro voluta dal governo Renzi, e ferocemente contrastata dai grillini allora all’opposizione, continua a pulsare nonostante gli annunci della campagna elettorale.
E nonostante il ministro del Lavoro Luigi Di Maio abbia detto che con il decreto Dignità  è stato dato “un colpo mortale al precariato, licenziando il Jobs Act”. Ma il Jobs Act in realtà  resiste.
Tanto che a domanda precisa “l’articolo 18 sarà  reintrodotto o no?”, il vicepremier grillino in conferenza stampa non risponde approfittando del fatto che questo quesito era stato accompagnato da un altro.
Quindi Di Maio replica al primo più politico sui rapporti M5s-Lega e bypassa quello sul licenziamento senza giusta causa a conferma della difficoltà  nell’affrontare il punto cardine di tante battaglie M5s contro l’esecutivo Renzi.
In mattinata ospite ad Agorà  si era limitato a dire: “Articolo 18? Stiamo cercando di combattere la precarietà  su tutti i fronti: dobbiamo vedere gli effetti del decreto Dignità  perchè già  può calmierare molto”.
La giravolta per non litigare con i colleghi di governo e non andare allo scontro frontale con aziende e imprese è compiuta.
Che il via libera al decreto Dignità  sia stato parecchio “sofferto” non lo nasconde nessuno. Anzi, è lo stesso sottosegretario Giancarlo Giorgetti a dirlo in conferenza stampa. Tuttavia dal Carroccio non ci sono toni trionfalistici. Si percepisce un certo distacco per un provvedimento che Confindustria, che ha senza dubbio una buona parte di elettorato leghista, ha definito un “segnale negativo”.
Più che di un colpo mortale al Jobs Act si può parlare di alcune modifiche. Come quella dei contratti a termine per due anni e non più per tre. E l’indennizzo massimo per i licenziamenti è stato portato da 24 a 36 mensilità . Tuttavia la possibilità  di licenziare senza giusta causa resta scritta. A farlo presente è anche Nicola Fratoianni di Liberi e uguali: “L’idea che si possa licenziare quando ti pare, rimane tutta intatta, visto che non si interviene sulla reintroduzione dell’articolo 18, a garanzia dei lavoratori”.
L’argomento, che in un primo momento i 5Stelle hanno provato a mettere un tavolo, non è stato poi neanche affrontato. Troppo divisivo all’interno del governo e anche tra governo e aziende. Per Di Maio, per adesso, è meglio evitare.

(da “Huffingtonpost”)

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ALTRO CHE MERITOCRAZIA, IN RAI E’ RISSA PER LE POLTRONE TRA M5S E LEGA

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

VETI INCROCIATI PER I DIRETTORI DEI TG… LA LEGA SI AFFIDA AGLI AMICI DELLA ISOARDI

La Rai ha i giorni contati. Vigilanza, Cda, direttore generale, presidente tutti scaduti o in scadenza.
Il presidente Fico aveva fissato a oggi il limite massimo per la presentazione dei candidati da parte dei partiti e sempre oggi il cda deciderà  la data per l’elezione del membro interno Rai.
L’11 luglio il Mise dovrà  indicare il nome del direttore generale senza parlare della partita in Parlamento. Su tutto pesano le dichiarazioni infuocate e i veti incrociati.
La tensione, sia a viale Mazzini sia a Saxa Rubra si taglia con il coltello, altro che fine dellle lottizzazioni in nome della meritocrazia.
«Frasi che contraddicono la realtà  – sostiene Arturo Diaconale del cda – non esiste elezione più politica di questa».
I pentastellati chiedono il dg e propongono il direttore della prima testata giornalistica condiviso, Tg2 alla Lega e Tg3 a loro.
La Lega accoglie con freddezza e rilancia: M5S vuole il direttore generale? A noi il Tg1 e il Tg2.
È probabile comunque che nella complicata suddivisione dei direttori di rete e di testata si slitti a settembre per buona pace della guerra alle lottizzazioni
Una cosa è certa, mentre Salvini ha tanti nomi al suo arco da poter scoccare , per i pentastellati trovare fedeli di lunga data è pressochè impossibile, a meno che non ci si affidi ai grillini dell’ultima ora, tanti è vero ma poco affidabili.
Visto che Vigilanza e Copasir viaggiano appaiate e che, come consuetudine vuole la presidenza viene affidata alla minoranza, sembra che la prima vada a Forza Italia con Paolo Romani e il Comitato di controllo sui Servizi al Pd con Lorenzo Guerini.
Tornando ai piani alti di viale Mazzini, i nomi cari ai pentastellati continuano a essere quelli di Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli e Milena Gabanelli per la presidenza. Le new entry tra i papabili alla poltrona ben più potente di direttore generale sono Gianmarco Muzzi, socio di Lucio Presta e molto introdotto in Rai, e Fabio Vaccarono attualmente direttore italiano di Google.
Tramontate le serie di testa Sky prese in esame ma vicine all’essere scartate.
La Lega non vedrebbe male Fabrizio Del Noce in una posizione apicale. Un po’ perchè grande esperto di cose Rai per aver ricoperto negli anni vari ruoli, un po’ perchè molto legato a Elisa Isoardi, piemontesi entrambi, amici di lunga data e da direttore Del Noce l’ha molto valorizzata.
Anche per questo motivo se mai la prima rete dovesse andare alla Lega, questi sarebbe già  nelle disponibilità  di Ludovico Di Meo, gran lavoratore, che sempre la Isoardi aveva voluto al suo fianco nell’importante passaggio che la vede alla guida della trasmissione più amata dai telespettatori generalisti.
Ma la grande battaglia non si ferma lì.
Molto amato dalla Lega è Gennaro Sangiuliano, da anni vicedirettore del Tg1 e grande amico di Salvini. Giusto ieri il ministro ha presentato a Milano l’ultimo scritto di Sangiuliano su Trump. Sangiuliano, conscio del fatto che dovrebbe essere condiviso, già  si sta avvicinando a Di Maio, tutti e due partenopei, con i genitori della stessa fede politica e pare calcistica.
In alternativa c’è sempre da spendere il nome di Mario Giordano, in rotta di collisione con l’ex Cav.
Per il Tg3 si parla di Alberto Matano, uomo d’immagine: facendo il direttore potrebbe esprimere il suo compito alla Berlinguer, vale a dire marcando il suo tg con la presenza costante in video.
Galloni da direttore in vista anche per Nicola Rao e Paolo Corsini, da sempre di area centrodestra.

(da agenzie)

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E SE FOSSE L’AFRICA A CHIUDERE I PORTI?

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

LO SFRUTTAMENTO DELLE RISORSE DEGLI AFRICANI DA PARTE DELL’OCCIDENTE: IL VERO DISEGNO E’ CONTINUARE A FARLI LAVORARE NELLE MINIERE A DIECI EURO AL MESE E DEPREDARLI A CASA LORO

Da che storia è storia, «il futuro è dietro di noi»: lo insegnano la Bibbia, l’evoluzione, antropologia e la sociologia, e, in modo eminente, la psicologia.
Dal XVI al XX secolo, l’economia occidentale (Usa ed Europa) si sviluppò con la tratta degli schiavi (rotta atlantica).
Dieci anni dopo l’invasione delle Americhe da parte di Colombo e suoi successori, nel 1452, fu complice papa Nicola V che con la bolla «Dum Diversas» riconosceva al re del Portogallo Alfonso V di fare schiavo qualsiasi «saraceno, pagano o senza fede».
Il documento divenne l’atto fondativo dello schiavismo legale, mentre i protestanti praticarono lo schiavismo senza bisogno di documenti papali.
L’industria tessile inglese e poi europea e statunitense fu pagata dagli schiavi d’Africa; tutto il cotone per oltre 3 secoli e mezzo viaggiò dagli Usa all’Europa, fu possibile dal lavoro degli schiavi depredati «a casa loro» da Portogallo, Spagna, Inghilterra, Olando, Belgio.
Nel secolo XVIII, si diffuse lo sport dei safari africani, organizzati in Europa, con l’Italia che era una delle prime, per razziare patrimoni faunistici e minerari africani. L’Africa negli ultimi due secoli fu la terra che tutti potevano invadere senza chiedere permesso ad alcuno: se un africano si difendeva sparando, gli si mozzava la testa «a casa sua».
Ancora oggi, importiamo, complice la corruzione politica che paghiamo, oro dal Sudan, Zambia e dal Sud Africa, diamanti dal Congo e dalla Tanzania (ne sa qualcosa la Lega) e dall’Africa centrale; petrolio e gas naturale dall’Algeria, Libia, Egitto, Ghana, Togo, Nigeria e Gabon; materie prime per cibi e bevande, caffè e te dall’Etiopia, Sudan del Sud, Kenia e Madagascar, Sierra Leone, Senegal; cotone e tessili da Marocco, Mauritania, alluminio dal Monzabico; rame dallo Zambia e platino dallo Zimbawe.
Infine, il coltan dal Togo e dal Congo che, da solo, possiede l’80% delle miniere del mondo.
Il coltan è un minerale usato nei chip dei telefonini, telecamere, computer portatili (ottimizza la corrente elettrica per la durata delle batterie). Esso però è radioattivo e contiene uranio.
Oltre a essere il primo ingrediente dei cellulari, il coltan è usato dall’industria aerospaziale nei motori jet, nei visori notturni, nelle fibre ottiche, negli airbag.
Il coltan si trova solo in nove Paesi, tra cui Cina, Brasile e, in Africa, il Togo e il Congo che detiene l’80% della produzione mondiale.
La paga «ordinaria» è di € 10,00 al mese (dicesi DIECI al mese).
Le multinazionali Nokia, Eriksson e Sony offrono fino a € 200,00 al mese, scatenando una concorrenza spietata tra i poveri congolesi e rwandesi, che lavorano nelle miniere a mani nude, compresi bambini dagli 8 anni in su, i più richiesti perchè le loro piccole mani arrivano dove gli adulti non possono.
Le conseguenze mortali segnano una contabilità  da genocidio: dal 1998 al 2014 nelle miniere estrattive di coltan sono morte milioni di persone sull’altare dei cellulari, usati dall’Occidente che utilizza mediatori triangolati per non farsi scoprire.
In conseguenza dello sfruttamento in Congo sono in atto guerre tra bande assoldate a questa o quella multinazionale o Stato estero per il possesso delle miniere.
Il prezioso minerale causa la guerra che sta devastando il Paese. I proventi del coltan servono a pagare i soldati e acquistare nuove armi.
Tra il 2016, causa la carenza estrattiva di coltan, per la guerra delle miniere, l’industria hi-tech occidentale andò in tilt e in Occidente la gente impazzì con scene da panico perchè la PlayStation2 era introvabile.
Nel 2017 l’Italia i governi Renzi e Gentiloni, «in appena tre anni, hanno sestuplicato le autorizzazioni per le esportazioni di armamenti. Giri d’affari passati da 2 miliardi a più di 14 miliardi».
Se gli Africani chiudessero i loro porti, l’Italia e la insipiente Europa che non c’è farebbero la fine che si meriterebbero.
Congolesi e rwandesi, sudanesi, ecc. che scappano dai loro Paesi verso l’Europa — ironia della sorte — sono respinti alle frontiere perchè «migranti economici» senza diritto di asilo.
L’Occidente li può depredare e ammazzare «a casa loro» per progredire in casa propria con la ricchezza africana, ma gli africani non possono entrare in Europa.
Non li fa entrare, ma li vuole a lavorare nelle miniere in cui muoiono per mantenere in vita l’economia superflua occidentale.
Nel prossimo secolo le migrazioni travolgeranno l’Europa, vecchia, insulsa e miope per una manciata di voti.
Il saggio non costruisce muri che sono armi letali per chi ci sta sotto, ma apre varchi per alleggerire la massa d’acqua di 10 milioni di persone pronti a morire pur di sperare.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRIA SPIEGA A SALVINI E DI MAIO CHE E’ FINITA LA PACCHIA

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELL’ECONOMIA E’ PER “LA CONTINUITA’ DELLA RIDUZIONE DEL RAPPORTO DEBITO-PIL”, QUINDI NESSUNA SPESA A CAPOCCHIA

Chissà  se è davvero un infiltrato, come lo accusava velatamente qualche giorno fa il Fatto. Di certo Giovanni Tria sta interpretando il suo ruolo di ministro dell’Economia esattamente nella maniera in cui ci si aspettava si muovesse.
Nel corso dell’audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero di fronte alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato ha spento sul nascere molti sogni e promesse (almeno per quest’anno) fatti da Lega e MoVimento 5 Stelle di recente.
“Il primo obiettivo dell’intero governo è il perseguimento prioritario della crescita dell’economia in un quadro di coesione sociale all’interno di una politica di bilancio” che prevede la “continuazione della riduzione del rapporto debito Pil“, ha detto Tria all’esordio, ed è impossibile non notare una certa differenza con quanto dichiarato dal sottosegretario Armando Siri, “padre” della flat tax, soltanto un paio di giorni fa al Corriere: «La manovrà  sarà  di 70 miliardi, si tratta di quasi 4 punti di Pil. Li copriamo, per circa un punto e mezzo con la pace fiscale e col taglio degli sprechi della spesa. Il resto in deficit. L’importante è che l’Europa ci autorizzi ad arrivare anche al 2,6-2,7% di deficit, tanto poi ne facciamo meno, man mano che arriveranno i risultati della flat tax».
Sui dazi, Tria ha detto che è nel nostro interesse non arrivare a una guerra globale; l’esatto contrario di quanto sostenuto da Salvini e Di Maio, pronti a metterli.
L’obiettivo del governo, ha fatto sapere Tria, è ridurre “la spesa corrente per aumentare la spesa in conto capitale”, ovvero gli investimenti, e “attuare le riforme strutturali previste dal contratto di governo”.
Ma “La linea strategica del ministero punta a una crescita inclusiva, alla riduzione del debito-pil” e “l’aggiustamento a cui stiamo lavorando non comporterà  il peggioramento del saldo strutturale“.
Che ha messo in guardia anche dalla frenata della crescita, che secondo il sottosegretario Siri faceva parte di un complotto di previsioni non meglio specificato: “Pur in un quadro positivo i dati” recenti ” suggeriscono che la crescita sia continuata fino a tutto il secondo trimestre ma a un ritmo inferiore” dello stesso periodo del 2017 e “le stime interne più recenti indicano per il secondo trimestre un ritmo di crescita analogo” al primo.
Tria ha anche fatto sapere che non sta ragionando intorno all’ipotesi di una manovra correttiva, al contrario di quello che aveva affermato la sua viceministra Laura Castelli qualche giorno fa.
E le tante promesse del governo?   “Il governo si adopererà  per ottenere dall’Europa e da questo Parlamento gli spazi necessari per attuare le misure previste dal programma”, garantendo allo stesso tempo che “non si abbia nessuna inversione di tendenza nel percorso strutturale” necessaria per “rafforzare la fiducia degli investitori internazionali“.
Ovvero, quei mercati che secondo altri invece non bisognerebbe assecondare.
Anche se, ha concluso Tria, “la previsione del Def a legislazione vigente per gli anni successivi, in particolare per il 2019, implica “un aggiustamento troppo drastico e non riteniamo utile adottare politiche che si possono rivelare pesantemente pro cicliche con un effettivo rallentamento della crescita per effetto di variabili essenzialmente esogene, ciò fermo restando l’obiettivo di assicurare un calo del rapporto debito Pil e il non peggioramento del deficit strutturale”.
Per l’anno in corso, ha spiegato Tria, “riteniamo di poter mantenere l’indebitamento intorno a livello programmato e confermato nel Def. Siamo fiduciosi sui dati a consuntivo 2018, mostreranno un percorso di finanza pubblica in linea con questo obiettivo”.

(da “NextQuotidiano”)

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CONSIGLIERE DI FDI A BRESCIA: “NON VOGLIO VEDERE COSE COLORATE IN GIRO”

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL SINDACO TRASMETTA LA REGISTRAZIONE ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PER I PROVVEDIMENTI DEL CASO, BASTA SUBIRE IN SILENZIO DELIRI RAZZISTI

“Non vogliamo vedere cose colorate in giro in città “, così si è espresso il neo eletto consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, Giovanni Francesco Acri, inaugurando la sua attività  consiliare.
Le sue parole sono state infatti pronunciate in occasione della prima seduta del Consiglio e sono state stigmatizzate dai colleghi consiglieri che hanno subito preso le distanze da Acri.
Nel suo intervento, Acri ha anche ribadito come per Fdi a Brescia verranno “prima i bresciani” e “prima gli italiani”. Quindi l’affondo sulle “cose colorate” che girano per Brescia e che non vorrebbe vedere.
Sempre questa mattina, Roberto Cammarata del Pd è stato eletto presidente del Consiglio comunale durante la prima seduta a palazzo Loggia dopo le elezioni amministrative che lo scorso 10 giugno hanno visto la conferma del sindaco Emilio Del Bono.

(da agenzie)

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TUTTE LE BUCHE CHE GRILLO NON HA VISTO A ROMA

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA RIFA’ LA STESSA STRADA DEL COMICO E NE TROVA A DECINE

Il video di Beppe Grillo che non vede buche a Roma continua a far ridere discutere.
Il simpatico filmato in cui il moralizzatore del traffico in megafono notava la fantastica situazione delle strade romane viene oggi debunkato metro per metro dal Messaggero, che mostra tutto il percorso fatto dal Garante M5S fino al tratto in gestione alle Autostrade contando una buca ogni sessanta metri in media:
Già  alla fine di via degli Annibaldi, quando il Colosseo è a portata di mano, si incontra il primo cedimento evidente nel fondo stradale.
Ma proprio nel cortile di casa dell’Anfiteatro Flavio, in via Nicola Salvi, la situazione si presenta particolarmente deteriorata: ben sette buche in trecento metri, a cui si aggiungono i sampietrini che emergono dall’asfalto scrostato davanti all’ingresso del parco di Colle Oppio abitualmente utilizzato da turisti diretti alla Domus Aurea.
Un po’ meglio la situazione in via Labicana: almeno nella corsia laterale rifatta pochi anni fa, all’epoca della pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali.
Soltanto tre le buche evidenti su quest’arteria — diventata fondamentale nella circolazione del centro storico — e tutte nei pressi dell’incrocio con via Merulana.
Ben diversa invece la situazione della corsia riservata a tram e bus: fortemente deteriorata, tanto che i taxi preferiscono non utilizzarla.
Insomma, la situazione è tale che forse per le sue gag sarebbe meglio che Grillo prendesse spunto da una città  meglio amministrata.
O meglio: amministrata.

(da “NextQuotidiano”)

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LE TOLGONO LA SCORTA SENZA MOTIVO

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

LA FILOSOFA DONATELLA DI CESARE MINACCIATA DAGLI ANTISEMITI PER I SUOI STUDI SULL’OLOCAUSTO

“Mi è stata tolta la scorta improvvisamente e senza motivo”. Parola di Donatella Di Cesare, insegnante di Filosofia teoretica all’Università  La Sapienza.
In un’intervista a The Post Internazionale, la studiosa di Olocausto, minacciata da gruppi antisemiti, parla della sua vita sotto scorta, condizione a cui è costretta fin dal 2015. “Mi viene tolta la scorta proprio con il nuovo governo. A me non piace fare supposizioni che non sono basate sui fatti”.
“Quando ti viene assegnata la scorta”, spiega la docente, “l’intelligence non è obbligata a fornire le motivazioni che sono alla base di tale decisione. Sulla base delle informazioni in loro possesso si valuta. Certamente io avevo avuto diverse minacce”.
Per il suo lavoro, Di Cesare ha ricevuto minacce da gruppi di estrema destra.
Non sono una persona che ha paura, per me posso benissimo circolare senza scorta, non l’ho chiesta io. Ma sì, ho subito minacce di vario genere da gruppi di estrema destra, con una certa continuità . Sono state una costante
“Negli ultimi mesi ho constatato un’escalation di odio, di rancore, soprattutto nel web”, afferma ancora la studiosa che commenta anche la dichiarazione del ministro dell’Interno Salvini sulla scorta allo scrittore Roberto Saviano.
A me sembra che ci sia un clima in cui gli intellettuali, le persone che parlano e cercano di riflettere, di far pensare, di fermare questa marea di odio, vengono colpiti. Mi sembra che sia l’esperienza di tutti.
C’è qualche collegamento tra il fatto che le sia stata tolta la scorta e il nuovo governo? Di Cesare non si sbilancia ma afferma: “Non posso fare illazioni, certamente la coincidenza è un po’ strana e inquietante. Mi viene tolta la scorta proprio con il nuovo governo. A me non piace fare supposizioni che non sono basate sui fatti. Mi baso solo su questa circostanza”.

(da “Huffingtonpost“)

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“IL MARE DAVANTI ALLA LIBIA E’ UN MATTATOIO, SIAMO UFFICIALMENTE ANNEGATORI”

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

ABBIAMO AFFIDATO I SALVATAGGI A UNA GUARDIA COSTIERA CHE E’ PROCESSATA PER CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ DAL TRIBUINALE INTERNAZIONALE DELL’AJA… NON HANNO NEANCHE I SALVAGENTI DA LANCIARE A CHI STA PER AFFOGARE: CHI AFFIDA A LORO IL LAVORO SPORCO DOPO AVER CACCIATO LE ONG ATTREZZATE E’ UN DELINQUENTE

Scrive oggi Erri De Luca su Twitter con la sua estrema lucidità . “Il mare davanti alla Libia è un mattatoio. Vietati i salvataggi e i salvatori di annegati, siamo ufficialmente annegatori”.
Siamo ufficialmente annegatori.
La Guardia Costiera Libica, a cui l’Italia e l’Europa affidano il compito di salvare le vite dei migranti che si imbarcano nei viaggi della speranza per attraversare il Mediterraneo, è “al collasso”. “Non abbiamo salvagenti per salvare tutti”
L’sos di Tripoli raccolto dal Times: “Solo tre navi funzionanti ma senza carburante e senza giubbotti”. E il numero degli interventi aumenta giorno dopo giorno
Nei giorni scorsi la stessa Guardia costiera tramite il suo portavoce, l’ammiraglio Ayoub Qassem, ha lanciato un allarme: abbiamo capacità  deboli, è il senso del messaggio, mancano motovedette e pezzi di ricambio.
A disposizione appena tre imbarcazioni funzionanti, che peraltro sarebbero spesso costrette in porto dalla mancanza di carburante
Ma a parte le carenze, c’è dell’altro.
Nei giorni scorsi, l’Onu ha sanzionato sei trafficanti di esseri umani accusati di gestire la rotta dei migranti che dall’Africa, via Libia, porta all’Italia. Uno di questi, Abd al Rahman al Milad, era il capo della Guardia costiera di Zawiya, che viene finanziata anche con i fondi del nostro paese e dell’Unione europea.
“La stessa Guardia costiera che media internazionali e ong accusano di violenze e maltrattamenti proprio nelle operazioni di soccorso. E a cui   il responsabile degli Interni del governo Conte, Matteo Salvini,   ha inviato i Come riportsuoi ringraziamenti, “da ministro e da papà ”, per aver riportato in Libia 820 migranti salpati alla volta dell’Italia”, scrive Europa Today che cita un articolo del Daily Mail: “che ha riportato in auge le accuse mosse negli scorsi mesi ai metodi “poco umani” usati dalla Guardia costiera libica nei salvataggi.
Un video della ong Sea Watch del dicembre scorso ha mostrato come alcuni ufficiali libici tratterebbero le persone soccorse: colpi di bastone ai migranti appena recuperati, minacce e persino un uomo lasciato cadere in acqua e abbandonato.
Secondo le accuse della stessa ong, a causa di questi metodi, la Guardia costiera di Tripoli avrebbe causato la morte di decine di migranti”.
C’è di più per chi non ha memoria. A luglio dell’anno scorso la la Corte penale internazionale dell’Aja aprì un’inchiesta.
Ci sono documenti, filmati, testimonianze, rapporti d’intelligence che accusano i guardacoste di Tripoli, recentemente riforniti da mezzi navali italiani, di «crimini contro l’umanità ».
L’ultimo episodio acquisito nel fascicolo d’indagine è del giugno 2017 , quando un pattugliatore libico aprì il fuoco, ad altezza d’uomo, contro un vecchio peschereccio carico di migranti. Nel corso della sparatoria, il natante della Guardia costiera di Tripoli, tentò di speronare la nave di una organizzazione umanitaria tedesca intervenuta per soccorrere i migranti.
Siamo ufficialmente annegatori.

(da Globalist)

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LE FREGNACCE DI DI MAIO SULLE ONG E L’IPOCRISIA SUI MIGRANTI “SALVATI” DAI LIBICI

Luglio 3rd, 2018 Riccardo Fucile

AD AGORA’ LO SPROLOQUIO DI UN BUGIARDO COMPLICE DEI RAZZISTI CHE NON CONOSCE NEANCHE LE NORME INTERNAZIONALI … SOLO ODIO VERSO LE ONG PERCHE’ COMPOSTE DA UOMINI VERI E NON QUARAQUAQUA

Oggi ad Agorà  il ministro della Dignità  Luigi Di Maio è tornato a spiegarci la sua visione del mondo sui migranti e sul ruolo delle Ong.
A gennaio, in piena campagna elettorale, Di Maio era arrivato a negare di aver mai detto che le navi delle Ong erano dei taxi del mare. Era una menzogna, perchè davvero Di Maio ha detto che le Organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo centrale erano in combutta con gli scafisti.
A dimostrazione che quella raccontata a gennaio era una balla a fini elettorali Di Maio lo ha ripetuto oggi.
Tant’è che ad un certo punto dell’intervista il vicepremier ricorda (e rivendica) di quando si era «espresso contro le Ong un anno e mezzo fa» per spiegare che anche all’epoca Roberto Fico aveva criticato le sue posizioni e che quindi non c’è nulla di nuovo nei commenti a titolo personale del presidente della Camera.
Quello che conta è che «il governo è compatto sulla linea di bloccare alle Ong l’accesso ai porti».
Non a quelle Ong che non rispettano il codice di condotta imposto da Minniti — come sostiene invece Marco Travaglio — ma a tutte le Ong.
Luigi Di Maio lo dice chiaramente: «noi abbiamo chiuso i porti a navi che non stanno rispettando le regole nel Mediterraneo, che sono quelle delle Organizzazioni non governative».
Quali regole non stanno rispettando le Ong come la Aquarius, che addirittura era intervenuta su richiesta della Guardia Costiera italiana e che aveva caricato a bordo migranti soccorsi dalla nostra Guardia Costiera? Di Maio non lo dice
Ma Di Maio dice anche altre cose interessanti, ad esempio ammette che la Libia non è in grado di coordinare i soccorsi da sè (non ha un RCC) quando dice che «quando c’è bisogno di intervenire coordinando la guardia costiera libica lo stiamo facendo».
E del resto come fa il governo libico, che non controlla nemmeno tutto il territorio del paese (e buona parte della costa), a gestire una zona SAR?
È una domanda alla quale fino ad ora nessuno ha dato risposta.
Ma niente paura, perchè «ieri sera in Consiglio dei ministri abbiamo approvato un decreto che fornisce circa 20 nuove motovedette alla guardia costiera libica per pattugliare le coste».
A parte che Salvini ne aveva annunciate una dozzina, nel comunicato stampa del governo non è specificato quante unità  saranno cedute alla Libia, non lo sanno neanche loro, insomma.
Ma perchè è così importante che i libici abbiano le loro motovedette?
La risposta la dà  direttamente Di Maio: «i salvataggi li fanno direttamente i libici che sono gli unici a poter riportare quelle persone sulle coste libiche perchè se lo facciamo noi con le nostre navi è respingimento e non si può fare per i trattati internazionali. Se lo fa una nave con bandiera libica si può fare. E lì ci sono le organizzazioni non governative come l’UNHCR che aspettano (o come in questo caso sono rappresentanti dell’Onu) le motovedette libiche che riportano i migranti sulla spiaggia».
Insomma se lo facciamo noi con le navi della Marina o della Guardia Costiera — che intervengono in acque internazionali — è un respingimento in mare.
E non si può fare perchè espone le persone a bordo dei gommoni (tra loro potrebbero esserci dei rifugiati) al rischio di subire trattamenti inumani e degradanti.
Da parte di chi? Delle autorità  libiche, ad esempio, ma anche di quelle dei paesi di provenienza dove potrebbero essere mandati indietro.
Di Maio ha ricordato della famosa inchiesta del procuratore di Catania Zuccaro. Non ha ricordato però di quella nei confronti di ProActiva, che è stata archiviata dalla procura di Ragusa e nemmeno di quelle nei confronti di SeaWatch e Jugen Rettet, entrambe archiviate dalla procura di Palermo.
Non lo fa perchè dagli atti dei Pm emergono due cose: che non ci sono prove di un coinvolgimento delle Ong nelle attività  degli scafisti e che le Ong hanno agito rispettando le leggi italiane (su richiesta dell’IRMCC di Roma) e internazionali.
Ma Di Maio fa di peggio, spiega che c’è «un problema di regole nel Mediterraneo perchè se la guardia costiera libica dice alle Ong “dateci indietro i migranti che li riportiamo in Libia” e loro si ostinano a voler andare verso i porti italiani o verso altri porti, questo è un problema».
Di quali regole stiamo parlando? Perchè la guardia costiera libica non ha alcuna giurisdizione in acque internazionali, ovvero dove avviene la stragrande maggioranza dei salvataggi.
Certo, ogni tanto la guardia costiera libica non arriva in tempo (perchè non è in grado di gestire la zona SAR “di sua competenza”) e muore qualcuno.
Ma per Di Maio «non bisogna utilizzare i morti per questa polemica. I morti in mare ci sono stati sempre, purtroppo. Non è che adesso ci vengono a dire che tutto a un tratto sono iniziati i naufragi».
Ed è vero, di morti in mare ce ne sono stati già  altre volte, ma è il rapporto tra arrivi e numero di morti che è preoccupante. Nel giugno del 2017 arrivarono oltre 23mila persone e ne morirono 529. Nel giugno del 2018 ne sono arrivate tremila e ne sono morte oltre 500.
C’è un’altra cosa che Di Maio avrebbe capito se avesse letto la richiesta di archiviazione della procura di Palermo.
Il ministro della Dignità  (degli italiani) dice che «c’è una differenza tra salvataggio e traghettamento» perchè «il traghettamento è quando ti metti in prossimità  della costa, con un drone vedi dove stanno arrivando i migranti — come funzionano queste organizzazioni — e poi senti lo scafista e ti fai portare i migranti sulla nave».
Ora a parte che questa dinamica non è mai stata dimostrata ci sono dei punti poco chiari nella ricostruzione di Di Maio.
Il primo è che le Ong intervengono su coordinamento del MRCC di Roma che riceve la chiamata di soccorso.
Il secondo è che Di Maio dice che le Ong usano un drone per individuare i barconi ma al tempo stesso sono in contatto telefonico con gli scafisti, delle due l’una.
Il terzo è che le navi delle Ong stanno al di fuori del limite delle acque territoriali, quindi non sono “in prossimità  della costa”.
Che differenza c’è tra “traghettamento” e salvataggio?
Il salvataggio — spiega il vicepremier — «è quando un’imbarcazione lancia il mayday perchè è in difficoltà  perchè sta rischiando di per affondare e intervengono le navi della guardia costiera libica o a volte della guardia costiera italiana».
La procura di Palermo però dà  un’altra definizione e spiega che le persone a bordo dei gommoni sono in pericolo (a causa del sovraffollamento dei gommoni e per la presenza a bordo di donne e minori) e quindi l’intervento degli operatori di soccorso (a maggior ragione se coordinati dal MRCC di Roma) era legittimo «anche se le condizioni meteorologiche non dovessero rappresentare, al momento del salvataggio, un problema».
Da come presenta i fatti Di Maio sembra invece che solo le navi della guardia costiera compiano operazioni di salvataggio.
Ma non è così perchè anche le operazioni delle Ong sono coordinate dalla Guardia Costiera italiana e sono operazioni di salvataggio a tutti gli effetti.
In tutto questo Di Maio sorvola sul fatto che in Libia sono documentate — anche dagli operatori dell’UNHCR che lavorano all’interno dei centri di detenzione — le violazioni dei diritti umani perpetrate ai danni dei migranti .
Il vicepremier però invece che rispondere alla domanda se sia umano o meno rimandare (o fare in modo che vengano rimandati) i migranti in Libia si rifugia nel più classico degli “e allora le amministrazioni precedenti??” ricordando come quando venne deciso di rovesciare il regime dittatoriale di Gheddafi nessuno abbia battuto ciglio.
Di Maio però non dice — o forse non sa — che anche prima della guerra del 2011 le condizioni dei migranti nei campi di concentramento libici erano tutt’altro che buone. Anzi, le torture e le violenze erano all’ordine del giorno.
L’unica differenza è che lo Stato italiano aveva degli accordi con Gheddafi affinchè trattenesse i migranti all’interno dei campi di detenzione.
Ma probabilmente è tutta la visione della politica estera di Di Maio che avrebbe bisogno di un’aggiustatina, perchè conclude dicendo che sul tema dell’immigrazione “cadono anche i governi più solidi”.
Il riferimento è alla Germania e alla crisi di governo. È superfluo ricordare come il governo tedesco non sia ancora caduto e come la coalizione imbastita dalla Merkel (ci sono voluti sei mesi) sia tutt’altro che solida.
Diverso è il caso del governo spagnolo di Rajoy, quello sì è caduto, ma per problemi che nulla hanno a che fare con i migranti.

(da “NextQuotidiano”)

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